venerdì 12 dicembre 2008

BURN, BABY, BURN !




Possiamo facilmente perdonare un bambino che ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando gli uomini hanno paura della luce.
Platone



Il famosissimo titolo del brano jazz composto dal trombettista Norman Howard nei primi anni ’60 (“Brucia, ragazzo, brucia”) può essere letto come verbo intransitivo o transitivo. A me va di dargli entrambi i significati. Alla faccia di corvi, gufi, cuculi e uccellacci vari (chiedendo come sempre scusa agli animali per l’indebito morfismo), qui e in Grecia, che si affannano ad esorcizzare, da un movimento inatteso e che gli è scappato di mano, l'attacco a questure, carceri, banche, centri commerciali, negozi di lusso, Suv dati alle fiamme. Le metastasi della società. Lo stesso KKE (partito comunista detto “ortodosso” rispetto al degenerato, consociativo, bertinottesco Synaspismos, che però stavolta furbescamente si è accodato alle lotte) ), nel comunicato che qualcuno del PRC si è affrettato a diffondere anche da noi (mai perdere l’occasione togliattiana di “educare il pupo”), sentenzia che gli “incendi e le distruzioni non hanno niente a che vedere col movimento popolare di massa”. Si tratterebbe, ovviamente, di “provocazioni del governo”, per cui “tali azioni servono solo a legittimare la violenza e l’autoritarismo”. Del comunicatino di una ventina di righe, un terzo è occupato dall’ansiosa presa di distanza dalle “violenze” della rivolta che ha illuminato la Grecia dalla prima decade di dicembre. Il resto è un trito bla-bla-bla sulle virtù di un “movimento popolare e operaio”, sui meriti delle “lotte della gioventù” (inedita categoria politica, sostitutiva, parrebbe, della “classe”), e “l’intervento organizzato e di massa del popolo”, “un movimento che potrebbe aprire la via verso un cambiamento in favore di un potere popolare e operaio”. Belle parole, stereotipi polverosi da far venire il riflusso al più disponibile dei ragazzi oggi in campo. Del resto, il KKE le sue vergogne le aveva già esibite ponendosi nei confronti del criptoreazionario Pasok nella stessa posizione di Svendola nei confronti del PD. Che cosa abbia mosso i "rivoluzionari" dell'Ernesto (area del PCR) a dividere le merende con questi residuati del più incartapecorito conservatorismo resta un mistero.

Non va disconosciuto il ruolo del KKE nel tenere botta rispetto alla corruzione governista, revisionista e nettamente reazionaria di altre forze già di sinistra europee, dal nostrano svendolinottame alla Sinistra Unita spagnola, dal PC francese al detto Synaspismos, tutti figli del patetico “eurocomunismo” e nipoti della Terza Internazionale e di Togliatti-Berlinguer. Tutta roba già appesa all’orlo del cassonetto della storia. Né ci scordiamo, all’ombra dei turpi abbracci a Milosevic con cui Cossutta, famigerato fasullone e socio d’affari di Fininvest (vedi “Il rosso e il nero”, Edizioni Kaos), copriva le bombe sulla Jugoslavia dello scherano Usa D’Alema, i valorosi blocchi e i sabotaggi con cui il KKE si oppose ai transiti dei materiali Nato a sostegno dei narcotrafficanti secessionisti kosovari. Ma neanche possiamo non vedere l’abbagliante parallelo tra questo KKE, arrivato in ritardo e in mutande sulla scena della rivolta e senza la minima autorità per poterle suggerire alcunché, e l’esternità delle più o meno organizzate forze comuniste rispetto alla nostra Onda, ma soprattutto il PCI d’ordine che menava il can per l’aia sulla “lunga marcia attraverso le istituzioni”, mentre sosteneva il maglio che la borghesia abbatteva sul movimento rivoluzionario 1968-1977.

E’ tutta gente che sta fuori dalla storia. Sopravvissuti. Detriti spiaggiati e che ogni tanto vengono scossi dalle Onde e provano a galleggiarci.sopra. I compagni che buttarono per aria l’Italia della concertazione per “convergenze parallele” erano figli, naturali e storici, della Resistenza partigiana e di quella aggiornarono il discorso. Così gli insorti greci che da Atene a Creta, da Patrasso a Salonicco, hanno illuminato la notte planetaria accendendo la Grecia, sono e rivendicano di essere la reincarnazione degli eroi del Politecnico che, nel 1973, facendosi massacrare dai carri armati dei colonelli installati dalla Cia, fecero luce dopo sei anni di tenebre fasciste. E non si fecero paralizzare, neanche allora, dall’invocazione “amica” alle “manifestazioni pacifiche e ordinate”. Invocazione che, nei momenti che la congiuntura rende decisivi, è un’arma fin più insidiosa e perfida dei provocatori cossighiani con cui i regimi borghesi cercano di neutralizzare, satanizzandola, ogni insurrezione contro il loro despotismo..

Nel 2000, armati di molotov e pietre, e nel 2004, con i candelotti dei minatori, masse di indios e studenti cacciarono uno dopo l’altro i furfanti con cui la borghesia creola e i padrini Usa contavano di continuare il vampirismo sulla Bolivia. Ai mitra dei militari risposero con l’accerchiamento e il blocco della capitale. Perdettero 60 vite, ma gli Usa persero una colonia e si vedono oggi messi in un angolo dall’indio Evo Morales. Nel 2002 milioni di sottoproletari venezuelani scesero dai ranchos e occuparono il paese per riportare alla presidenza colui che un golpe Usa, affidato agli ascari creoli locali, aveva voluto spazzare via. Ci misero meno di due giorni. Quando la polizia sparò non si tirarono indietro. Risposero. Nel 2004 studenti, professori, piccola borghesia, intellettuali, paralizzarono Quito, la capitale dell’Ecuador. Alla sanguinaria repressione del finto indio e vero fantoccio Usa, Lucio Gutierrez, risposero con le solite bocce, i soliti sassi e, soprattutto, non mollando le posizioni per mesi. Invasero e occuparono i palazzi del potere. Dettero il via al grande cambio in atto sotto Rafael Correa. Natale 2000: “argentinazo”. Studenti, madri e nonne di desaparecidos, moltissimi operai, grandi battaglioni di quel 60% di argentini che vivano sotto il livello di povertà nel paese più ricco e depredato del continente, occuparono le città, le fabbriche (poi mantenute sotto controllo operaio nella sistemazione riformista di Kirchner), le scuole e università, morirono e risposero alla stessa maniera dei giovani greci del 1973 e del 2008 (che, come loro, sanno, meglio dei corvi, individuare e neutralizzare i provocatori). Eliminarono dalla scena in due settimane cinque gaglioffi alla Berlusconi. Con un’intifada dopo l’altra, tra il 1985 e il 2006, la resistenza palestinese impose al regime e popolo più razzisti del mondo (onore ai pochi ebrei refusenik militari o civili) una prima volta l’affannosa farsa degli accordi di Oslo e, una seconda, la quasi bancarotta dello Stato sionista per fuga di capitali, inaridimento e reversione del flusso d’immigrazione, collasso economico, sollevazioni sociali. Poi vennero in soccorso ai nazisionisti Abu Mazen e la non violenza. Venne anche un concorso mondiale di complicità criminale nel nome dell’olocausto, onde agevolare quello nuovo, di olocausto. e salvare un modello da utilizzare contro ogni pretesa di giustizia ovunque i miliardi di escreati della crisi capitalista e della rivalsa imperialista osassero avanzarla.
(Non ci credete? Guardatevelo nei miei documentari, a partire da “L’asse del bene”. E scusate lo spot).

Gli studenti, gli “alternativi” del quartiere-fortino ateniese Exarchia, la gente-contro, i precari, hanno risposto col fuoco all’incenerimento del loro futuro, a un berlusconismo tanto fascistizzante, feroce, mafioso e corrotto, quanto il nostro. Hanno eretto barricate lanciato cose contro chi li ha rinchiusi dietro a reticolati di miseria, ignoranza, depravazione culturale, repressione. La sanità pubblica smantellata, l’università e le scuole ridotte come da una Gelmini in overdose, il precariato come struttura portante delle ruberie e prevaricazioni padronali, la desertificazione dell’habitat urbano e naturale, la dittatura dei delinquenti di banca, rendita e speculazione. Dai gigolò del capitalismo imperialista, l’argentino Menem e il greco Karamanlis, a Sarkozy e Aznar, da Blair a Lucio Gutierrez, dal rinnegato serbo Tadic al troglodita criminale kosovaro Thaci, ai malviventi despoti “democratici” di Pakistan, Afghanistan e India, ai compari corrotti e corruttori Olmert e Abu Mazen, al burattino iraniano-statunitense Al Maliki in Iraq, fino al guitto-mannaro di estrazione piduista e mafiosa di casa nostra, con il suo corredo inciucista di centrosinistra, è tutta uno spurgo, camorristicamente liberomercatista, della fogna sociale borghese nelle sue anse terminali. Anse nelle quali confluiscono, per formare un’unica cloaca maxima, criminalità “illegale” e criminalità legale, quella del Lodo Alfano, del massacro di magistrati come De Magistri e Forleo (quando toccherà al torinese Guariniello?), dello sterminio di popoli innocenti, dell’accordo sul Welfare, della legge 30, dell’ambientalismo alla Matteoli e Prestigiacomo, della polizia bastonatrice, torturatrice e sparatrice di Scajola, Pisanu e Maroni, dei banchieri grassatori e loro tentacoli politici, dei delocalizzatori in paesi schiavisti, dei manovratori di teppisti fascisti, dei fucilatori di giusti come Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Walter Rossi, Rudi Dutschke, ieri, e di Carlo Giuliani, o Alexis Gregoropoulos di Atene, 15 anni, o Federico Aldovrandi, oggi. Tutti, e tanti altri, eliminati innocenti nella guerra totale che la criminalità gerontocratica borghese conduce contro i giovani che non riesce a cloroformizzare e integrare. Non per nulla aveva elaborato e diffuso il transfert dei "comunisti che mangiano i bambini"

I ragazzi greci del Politecnico, i greci derubati e turlupinati dell’intero paese, come i nostri studenti e precari e chi gli è affine, come nove decimi dell’umanità, hanno al collo gli artigli di cannibali psicopatici che un po’ si sbranano fra di loro per il bottino di turno (le guerre mondiali), un po’ si uniscono per avventarsi compatti sulle vittime e, intanto, tutti assieme soffiano sulla miccia che disintegrerà il pianeta. Hanno subito pestaggi e assassinii di Stato, questi resistenti, questi nuovi partigiani costretti a lottare nel gelido isolamento delle sinistre normalizzate, arresti ed esilio di decine di migliaia, tortura, squadracce fasciste (assistite dall’internazionale nera capeggiata dai nostri Fini, Delle Chiaie, Servizi Segreti), ruberie capitaliste mozzafiato, annichilimento di ogni prospettiva di dignità e vita. Nel novembre del 1973 riscattarono la Grecia. A costo di tutto, dal Politecnico iniziarono una battaglia che cancellò vite, ma innescò un’insurrezione di popolo e la fine di una dittatura sponsorizzata dalla solita “più grande democrazia del mondo”. E ora qualcuno qui e qualcuno in Grecia, sporgendosi dalla finestra, invita a manifestare ordinati, a espellere gli “elementi violenti”, a sfilare in pacifici cortei. Dov’ è il martello che spiaccicò un grillo parlante che, con l’a noi familiare terrorismo psicologico della paura, voleva impedire a un nasuto ribelle di perseguire il suo destino rivoluzionario?

Ho un ricordo personale dell’Atene sotto i colonelli, quando ero inviato del settimanale comunista "Giorni-Vie Nuove" e di quello lottacontinuista "ABC". Nel 1970, in piena dittatura di questi subumani dal cranio pelato, la paura, diffusa con i mezzi più efferati e assecondata dal perbenismo opportunista delle sinistre “non violente”, già veniva scheggiata da mille voci e cospirazioni annodate al centro antagonista di Exarchia. Ci si riuniva nei rifugi dei clandestini, sfuggiti alla deportazione e al carcere, scantinati, tuguri, retrobotteghe. Si organizzavano volantinaggi lampo in centro, sugli autobus, all’università. Si colpiva col fuoco qualche simbolo della tirannia, i bersagli di oggi, le centrali del capitale e dell’oppressione, si facevano lampeggiare scritte insurrezionali sui muri del potere, sotto il naso degli aguzzini in uniforme. Il terrore che questi giannizzeri Nato avevano diffuso in ogni cellula della società, veniva crepato nelle bettole e nei ritrovi notturni da canti nei quali esplodeva, spesso accompagnata da lacrime, la parola proibita: elefteria, libertà, magari difesa da metafore storiche come Bruto o Leonida, o naturalistiche come un volo di gabbiano. Ma tutti capivano e l’idea viaggiava. Ogni tanto qualcuno mancava alle riunioni e, o riappariva, o lo si doveva dare per perduto nelle segrete dei golpisti. C’era una resistenza invisibile e imprendibile, ma tessuta stretta come le fibre di un giubbotto antiproiettile. Calda, affettuosa, perfino allegra, attenta, seria. Come eravamo noi negli anni del coraggio.
Il sisma che ha colpito questa terra nel dicembre del 2008 trae il suo impulso da quel tessuto. E anche dal ricordo di una resistenza anti-nazifascista, poi diventata lotta armata per il socialismo tra il 1947 e il 1949. Chi ricorda il comandante guerrigliero Marcos, impiccato dagli inglesi? Un nome sfigurato in Chiapas. Resistenza e lotta tradita come da noi, fascisti e collaborazionisti amnistiati e riciclati. E, pure da noi, senza i partigiani, senza l’insurrezione di Genova, senza Reggio Emilia, Avola, Battipaglia, difficilmente avrebbe avuto quella forza e quella chiaroveggenza politica il movimento ’68-’77. A sua volta, l’Onda studentesca di oggi non avrebbe facilmente prodotto una tale maturità di obiettivi, una tale consapevolezza della posta in palio e della natura del nemico, un così tenacemente perseguito collegamento con le altre aree di potenziale resa dei conti, se non avesse albergato nella memoria individuale e collettiva il seme di quella lotta. Han voglia a esorcizzare il richiamo al terrorizzante ’68, insistere sulle “diverse condizioni”, propalare lo scaltro quanto insensato slogan di destra “Né rossi, né neri, solo liberi pensieri”, inalberato da qualche utile idiota, se non da amici del giaguaro.

La celere di Scajola e Maroni è quella di Scelba, Rumor, Taviani, solo un po’ più ideologicamente educata al sopruso e garantita dall’impunità, le squadracce fasciste non divergono di una jota da quelle che sparavano ai compagni nelle scuole, o allestivano stragi pro-capitale e pro-Washington. La P2 allora complottava, oggi governa. E la differenza tra Berlusconi e Andreotti è solo quella tra un guitto mannaro e un mannaro prete. I padroni allora scappavano con i soldi della chimica e dell’acciaio, oggi scappano con i soldi dell’acciaio, dell’alimentare, dell’Alitalia. Allora seppellivano terre e schiacciavano vite sotto automobili a benzina, oggi intendono seppellirci e schiacciarci sotto automobili elettriche o a idrogeno. Gli studenti hanno capito come funziona il sistema come lo capirono i loro predecessori e ne vogliono un altro che assomiglia a quello cui si mirava sette lustri fa come uno sfilatino a una pagnotta. Sempre farina è. Magari quella di allora era più raffinata, erano più presenti i bravi macinatori: Marx, Lenin, Gramsci, i Quaderni Rossi, la Scuola di Francoforte. Ma saranno le contraddizioni della crisi a riportarceli inesorabilmente sotto. E’ passato un tempo che, nella storia, equivale a un battito di palpebra. Del resto, in Bolivia, non ha vinto il Che Guevara neanche 40 anni dopo l’illusione Cia di averlo fatto fuori ? Attenzione a quelli che vogliono farvi credere alle cesure storiche, che vogliono recidere i corsi d’acqua alla sorgente. Non sono né scientifici, né innocenti.

C’è chi si riempie la bocca di Lenin per ricondurre il reale di ogni momento alle categorie che, secondo lui, il padre della rivoluzione socialista avrebbe determinato una volta per tutte. Il costante ricorso alla “classe operaia” come perenne mitico “soggetto rivoluzionario”, a prescindere dallo Zeitgeist che esprime e dalle ambizioni che nutre, ne è una delle più ottuse manifestazioni. E se gli operai non si muovono e magari votano Lega o Veltroni, che nessuno si muova. Ormai da decenni in Occidente il potenziale rivoluzionario sta nei giovani impegnati nella formazione, direi più autoformazione che altro, negli studenti, nei precari con gradi di istruzione, negli espulsi dai processi economici e politici, nelle banlieu nostre e del mondo. A volte avanguardie operaie si accodano e contribuiscono, quelle che riescono a sottrarsi al combinato infernale del disarmo unilaterale, politico e culturale, operato da PCI e succedanei, del depistante luxurianismo dirittoumanista, e della coppia onanistico-repressiva Raffaella Carrà-Maroni. Come ricorda Gigi Roggiero, on s’engage et pui… on voit, ci si impegna e poi… si vedrà, era il motto napoleonico con cui Lenin spiegava la rivoluzione d’Ottobre. Si parte, dove si arriva lo si vedrà. Con il che sono sistemati tutti i venerandi maestri della nostra sinistra che, sprofondati in poltrone al vinavil, da anni ci tirano addosso “ i tempi non maturi per la rivoluzione”. E intanto la rivoluzione la fanno a ritmo di compressore i padroni, la loro. Non è che c’è un Lenin avventurista, che non credesse alla meticolosa organizzazione della rivoluzione. Ma non c’è neanche quel Lenin da “sala d’aspetto della Storia” (sempre Roggiero) che ci lascia lì inerti davanti a eventi e sconvolgimenti che non corrispondono ai libri sacri. Non c’è un Lenin storicista e determinista. L’attesa delle “circostanze utili” non ha neanche per un momento rallentato né gli eventi del ’17, nè la fresca dinamica degli studenti italiani o greci, o, prima, di quelli francesi e cileni. “Il nodo è organizzare le condizioni di possibilità affinchè forze eterogenee si compongano su una linea comune”. Ne consegue che la centralità delle contraddizioni e dei relativi soggetti rivoluzionari è continuamente ridefinita dalla lotta sui rapporti di produzione e riproduzione. Lenin è materialista e, di conseguenza, teorico dell’analisi e azione determinate dalla congiuntura. E nel variare della congiuntura va collocata la mutabilità della prospettiva rivoluzionaria. La catena va attaccata là dove il capitale è più vulnerabile e la classe è più forte nella contingenza. Stare fermi e invocare una classe operaia addomesticata e ancora abbarbicata alla salvaguardia della sua cittadinanza di seconda, terza, classe, in un’ordine che va da 1 a 5, mentre la contraddizione principale e le lotte relative si aprono nell’ambito dell’istruzione, del territorio, dei disoccupati o precariamente occupati, dei pensionati e anche - che non mi si fulmini – della legalità, significa detestare la rivoluzione quanto i compari assisi nell’emiciclo a fianco.

Forse questi grandi movimenti-sommovimenti non avranno durata e conclusione vincente. Qui, nella terra di Dioniso e Odisseo, o da noi, o altrove. Non subito almeno. Mancano, ahinoi, grazie a una classe politica codina, vile, vorace e completamente contraffatta, grazie a gruppuscoli residuali dotati di autoreferenzialità convegnistica e inanità operativa (striminzito lascito di PCI e Autonomia Operaia), i binari che sostengano l’indirizzo e delineino le mete di questo formidabile treno d’autunno. Avremo il tempo di metterli giù, saldati dalle traversine del mutuo soccorso tra conflitti, prima di deragliare, o finire sul binario morto? Per il Che condurre una battaglia era già vincere. E lo ha dimostrato. Certamente quello che è successo e va succedendo tra assemblee, piazze, atenei, gas chimici CS banditi dalla legge, pestaggi e fucilazioni, ha aperto fessure come dell’acqua in una diga che non riesce più a contenerla. Sono nate coscienze e, se il cielo vuole, anche braccia e pugni. Non sarà facile ammazzarli tutti, o tutti bertinottizzarli.

Comunque, In altri tempi non avremmo spedito in Grecia messaggi di simpatia corredati di raccomandazioni a comportarsi bene. In altri tempi ci saremmo andati, in Grecia. Come gli antifascisti andarono in Spagna, come gli antisionisti andarono tra i palestinesi, come Lotta Continua andò in Portogallo, tra i garofani. Corsi storici. A quando i ricorsi?

1 commento:

Unknown ha detto...

Compagno Fulvio, sei grande.
Bellissimo articolo sulla rivolta del popolo Greco.
Grazie, continuiamo a lottare per un'Italia Comunista.
Antonio Monettii