lunedì 15 marzo 2010

BLOODY SUNDAY
















Cari interlocutori, per un po' sarò lontano da questo arnese. Ci rileggeremo fra una decina di giorni, quando cercherò di raccontarvi qualcosa sulle recenti "elezioni" irachene, quella tragicommedia che da destra e da sinistra vi è stata rappresentata come il "trionfo della democrazia" e il "consolidamento della pace" nel paese che invece continua a essere il più martoriato e resistente del mondo.
Intanto vi saluto con queste foto che ho scattato a Derry, Irlanda del Nord, il 30 gennaio 1972, Bloody Sunday, Domenica di Sangue.
Giorni fa nelle Marche un gruppo di ragazzi ha organizzato iniziative pubbliche ad Ancona e all'università di Civitanova con la proiezione di un documentario su Bloody Sunday e un mio intervento. Ne ammiro la capacità di memoria.
Ero stato l'unico giornalista straniero sul posto. Anzi, insieme a un fotografo francese, l'unico reporter in assoluto. Era il giorno, da tempo annunciato, di una grande marcia dal quartiere alto, Creggan, al cuore del ghetto cattolico-repubblicano, Bogside. La manifestazione, alla quale avrebbero dovuto poi parlare i massimi esponenti della lotta nordirlandese, coronava quattro anni di movimento per i diritti civili di una comunità che i colonialisti britannici e i loro oligarchi protestanti unionisti locali avevano da sempre escluso da ogni partecipazione al governo di questo pezzo di isola irlandese, sottratto da Londra all'unità nazionale. Una comunità priva di diritti, in condizioni sociali abiette, ferocemente discriminata e repressa.
La stampa britannica e internazionale, accorsa in massa per l'evento, era stata bloccata dalle truppe britanniche fuori dal ghetto. Il francese e io eravamo dentro perchè, giornalisti squattrinati, freelance (scrivevo per "Giorni Vie Nuove", "ABC" e "Lotta Continua"), ci eravamo fatti ospitare nelle case del ghetto. E questo gli inglesi non avevano previsto.
Ventimila persone, quasi tutta la popolazione del ghetto, uscite dalle loro casette "matchbox-houses", tipo scatola di fiammiferi, sfilano dalle alture di Creggan. In basso, alla svolta verso Bogside provano, con proteste e qualche sassata, a infrangere la barriera posta dai soldati per impedire a metà dei cittadini di Derry di frequentare la propria città. La risposta sono idranti di acqua colorata e un uragano di gas. Il corteo gira a destra verso la piazza centrale di Bogside. Io mi trovo in coda. Sono circa le 16 quando un rombo annuncia l'irruzione di blindati britannici. La gente, temendo per esperienza il peggio, cioè una gragnuola di bastonate, inizia a fuggire verso la piazza. Fotografo i blindati che si aprono e sputano enormi insetti neri, con le maschere antigas e in mano un fucile da caccia agli elefanti, la carabina Sterling. Paracadutisti del primo battaglione, truppe d'elite. Alcuni corrono appresso ai manifestanti, altri mettono giù il ginocchio e mirano. Inizia una sparatoria che durerà un'eterna mezz'ora. Alla fine 14 civili uccisi, perlopiù con proiettili nella schiena, decine di feriti. Un militare si accorge che vado fotografando e registrando i suoni, mi passa accanto un fischio e schegge schizzano dal muro. Salgo al primo piano di un palazzo per fotografare dall'alto. Riprendo i killer che si accaniscono su ragazzi aggrovigliati feriti per terra. Li finiscono. Anche allora un parà si accorge di me alla finestra e mi tira tre colpi. Ho ancora la foto con i tre buchi nel vetro.
La radio dell'esercito intima di arrestarmi "a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo". Brutto annuncio, me lo comunicano i ragazzi di Bogside e mi portano in una casa nascosta in fondo al quartiere. Si tratta di salvare il materiale audivisivo che avrebbe raccontato al mondo cosa l'esercito di sua maestà aveva perpetrato a Derry. Alle 17 il generale comandante degli stragisti annuncia al TG che i parà hanno dovuto difendersi da cecchini dell'Ira sui tetti e che due di loro erano rimasti feriti. Neanche un alito sui 14 assassinati a freddo. Non c'è mai stata l'ombra di un cecchino dell'Ira, nè di un parà ferito. Anzi, i ragazzi dell'Ira avevano disarmato l'unico manifestante che, nella rabbia e disperazione, aveva tirato fuori una pistola.
Quella notte, per fortuna di nebbia, Martin McGuinness, diciottenne capo dell'Ira a Derry, mi sbolognò oltre confine, nella Repubblica, per vie di campagna e con ripetuti cambi di macchina.
Il materiale che documentava i crimine ordinato dal Premier Douglas Hume era salvo. Uscì nelle prime edizioni dei giornali e il frastuono degli spari (tutti di carabina Sterling britannica) e delle urla dei disperati e dei morenti si diffuse dalla televisione irlandese in tutto il mondo.
Quanto a me, capii allora come funzionano il potere e i suoi media. Oggi, 38 anni dopo, all'ingresso di Bogside una gigantografia della mia foto che ritrae Padre Daly che cerca di portare in salvo, sotto le pallottole, il sedicenne Jack Duddy moribondo, ucciso per primo, dice al visitatore che Derry non si arrende e che il potere capitalista è per sua intrinseca natura assassino.

3 commenti:

caneliberonline ha detto...

Buon viaggio e buon lavoro Compagno.
E bello leggerti, e bello vedere le tue foto,
so che non ne hai bisogno ma, voglio dirtelo lo
stesso, occhio alla pellaccia.....ci devi raccontare tante
cose ancora. Porta a quel popolo un saluto d'affetto
da parte nostra, sii messaggero di pace per tutti noi.
HASTA SIEMPRE !!!!!

Roberto Antonucci ha detto...

Caro, Fulvio,
sapevo anch'io che eri l'unico testimone della carneficina di Derry, che gli inglesi avevano preparato scientemente dopo avere steso un cordone sanitario per isolarla dai giornalisti e fare il lavoro sporco. Non ti ricorda quanto sarebbe avvenuto a Gaza, con i nazisionisti che stendono un cordone sanitario per isolarla dai giornalisti? Dopodiché inizia la pulizia etnica di Israele-che-si-difende esaltata dai servi come Claudio Pagliaccio della RAI - Radiotelevisione Israeliana stipendiato dal Mossad. Per fortuna che c'era Vittorio Arrigoni.....

Anonimo ha detto...

Sai dove ho visto per la prima volta quel murales? C'è la foto appesa in un pub di Belfast, 'the rebel's rest'...finestre piene di polvere, sembra un locale abbandonato, ma dentro vive di musica, ricordo e rispetto. Pochi giorni dopo ho sentito parlare di te nel Bogside, quartiere ancora sospeso nel tempo...perchè non si dimentica chi rischia la popria vita per raccontarne ventimila...nessun fantasma, come Londra voleva farli passare, ma gente con le palle.
Grazie!
Il coniglio che voleva essere un bassotto, tanto le orecchie si assomigliano!