sabato 13 febbraio 2016

VESSILLIFERO ROSSO DELLA FALSE FLAG NERA - E Soros traccia il solco.



Monaco 1938-2016
La sciarada è in enigmistica lo schema per cui unendo due parole se ne forma una terza: X+Y = XY. Capirai che impresa. Di conseguenza è anche il modo per dire di una chiacchierata che non porta a niente, si arrotola su se stessa. E quello che abbiamo visto a Ginevra, poi a Vienna, poi di nuovo a Ginevra e, ora, a Monaco. Con i gufi che già strillavano alla Monaco della resa, rianimando il patto di Monaco del 1939 con Chamberlain che avrebbe ceduto a Hitler, con le conseguenze immaginabili. A parte il fatto che gli anglosassoni, allora e fino a qualche anno dopo, speravano che la Germania di Hitler costituisse un baluardo contro l’assai più temuta URSS, e le si avventarono addosso solo quando divenne manifesto che quel baluardo si sbriciolava (e anche perché i tedeschi rompevano ai colonialisti inglesi in Africa), la Monaco dell’altro giorno rappresenta, come i negoziati precedenti, una sciarada. La chiacchierata finisce con un OK, vocabolo nuovo, ma con dentro le stesse parole di prima. 

I siro-irano-russi che avanzano e vanificano l’intero disegno del Nuovo Medioriente, gli statunitensi (con Israele sulla spalla destra) che non se la sentono di finire nel pantano in fase pre-elettorale, i francesi che non ce la farebbero mai da soli, i turco-sauditi che se la vedono proprio male, anche internamente, se tutto quanto hanno combinato in 5 anni, mettendo in piedi lo sfracello Nusra-Isis e appendici terroristiche, non portasse alla cancellazione perlomeno della Siria. Sono questi ultimi a spingere per l’intervento di terra. Ridicolo quello delle armate raccogliticce di Riyad, svaporerebbero al primo impatto con i ben altrimenti motivati combattenti patriottici. Lo si è visto in Yemen, dove, dopo un anno di bombardamenti a tappeto e di blocco genocida,  stanno sempre lì e subiscono i contrattacchi Huthi sul proprio territorio. Più credibile quello turco, seconda forza Nato dopo quella Usa, ma anche lì c’è da aver dubbi sulle motivazioni di soldati che vedono la propria gente a casa massacrata da uno pseudo sultano pazzo.

Così X dice basta bombardamenti, Y replica basta terroristi e XY resta a vedere cosa capita sul terreno. Con curdi, o divisi, o paraculi, un po’ con gli Usa, un po’ con Mosca e in ogni caso in fase di espansione su territori arabi; terroristi all’orecchio di Ankara e del Golfo che, scappando, gridano “prima via Assad”, Assad che, sacrosantamente, dice prima va liberata tutta la Siria, “ribelli moderati” che nessuno sa dove si trovino, ma figurano al primo posto nell’agenda occidentale. Intanto Aleppo e le vie del Nord e del Sud venngono sgomberate dalla feccia mercenaria e, al momento, ai colpevoli di tutta la tragedia non resta che attivare gli sguatteri mediatici perché frappongono ai giusti la muraglia dei "milioni di profughi siriani bombardati dai russi". Stiamo a vedere.

L’altra faccia della medaglia canaglia: assalto all’Egitto
Alla testa della falange macedone lanciata contro l’Egitto e contro i rapporti Italia-Egitto stanno i tre giornalon La Repubblica, La Stampa, il Corriere della Sera, voci del padrone  euro-sion-atlantico. Ma davanti a loro, brandendo il vessillo  della guerra al “dittatore sanguinario”, già serbo poi ripetutamente arabo, zampetta impettito il “manifesto”. Mentre, di fronte alla manifesta assurdità delle teorizzazioni sulla morte di Giulio Regeni, i giornaloni stanno abbassando gradualmente i toni, magari spostandosi sull’altro versante Cia-Mossad anti-arabo, quello di Aleppo e dei “bombardamenti russi sui civili”, il “quotidiano comunista” li innalza al diapason. Un articoletto arrivato in redazione a metà gennaio, viene riesumato, contro la volontà della famiglia (che ha la dignità di non prestarsi a basse manovre) e pubblicato il giorno dopo il ritrovamento del corpo. Tanto per ribadire che Regeni bazzicava con chi non era simpatico al regime e perciò dal regime è stato tolto di mezzo.

In queste cose Soros è una garanzia
E’ un enorme castello di sabbia che le più agguerrite firme del giornale vanno costruendo, con per punta di diamante il Fratello Musulmano Giuseppe Acconcia, anche lui, come Regeni, con retroterra “American University”, ma anche “Opendemocracy”  del bandito George Soros, nientmeno (e si capisce tutto). E se qualcuno va sospettando che l’accademico friulano di formazione anglo-americana possa essere stato una spia, un padrino come Acconcia non è figura da attenuare tali sospetti. Fondamenta dell’edificio di sabbia, muri portanti e architravi, sono composti da capisaldi lessicali della giurisprudenza come “potrebbe”, “sarebbe”, “probabilmente”, “forse”, “secondo testimoni”, “sembrerebbe”. Misero brecciolino che la prima onda pulita si porta via.

George Soros

Mentre si arrampica sugli specchi della totale mancanza di prove per le sue accuse al presidente egiziano Al Sisi, il forsennato colpevolista a tutti i costi, con un calcolo delle probabilità tutto virtuale, finisce col trarre sostegno alla sua tesi preconfezionata dell’”assassinio dell’oppositore” dalla “provata dimensione orripilante della repressione di regime”. Se non è stato Al Sisi in persona a strappare le unghie a Regeni, saranno stati i suoi sgherri, o i suoi corpi separati. Massimo impegno, nella costruzione dell’eroe e martire sbranato dal mostro golpista, viene dato alla caratterizzazione della vittima come militante di sinistra, temerario oppositore che doveva celare la paternità dei suoi articoli (cosa che in Egitto nessuno dei pur virulenti critici del governo fa), era costantemente preoccupato, che si trovava tra tanti oppositori diretto alla celebrazione dell’anniversario della rivoluzione e fu vittima di una retata…. 

Tutto falso, smentito dai genitori e frettolosamente rivisto inventando una serata che avrebbe dovuto trascorrere con il suo tutor dell’American University per discutere del dottorato sui sindacati. Ma anche questo puntello al castelluccio di sabbia si sgretola  perché il giovane, quando è stato rapito, stava andando semplicemente a una festa. Si ripiega sulla sua militanza, del tutto presunta, con i sindacati “indipendenti” (islamici), dove, forse, qualcuno l’avrebbe fotografato. Embè, se qualcuno l’ha fotografato alla riunione dei sindacati, non si scappa: Al Sisi lo voleva morto e torturato. Elementare, Watson.

Esagerando si prendono cantonate
Il “manifesto” deve la sopravvivenza alle pubblicità, alle sovvenzioni di Stato e agli inserti di campioni del bolscevismo come Eni, Enel, Telecom, Coop. Gli deve evidentemente qualche riscontro. In questo caso un accanimento forcaiolo sul cattivone di turno che, però, gli annichilisce i neuroni e gli fa credere che quella di non far sparire una vittima del regime in un mistero insondabile per sempre, ma di farla trovare morta ammazzata e seviziata in piena vista, lungo l’autostrada, praticamente  con il dito puntato sul capo dello Stato, è la conferma che quel dito punta bene. E che quindi Al Sisi, oltre a essere una belva antropofaga, è anche fesso.

Il sogno  del Fratello Musulmano

E qui, il giornaletto, vetusta mosca cocchiera delle opposizioni di Sua Maestà, toppa alla
grande. Interpreta la scomparsa di Regeni il 25 gennaio, anniversario di Tahrir, come taffaziana manifestazione di protervia del regime. L’ideuzza che, magari, un rapimento in quella data poteva essere l’astuta trovata di chi al regime voleva assestare un bel colpo, non gli balena. E se gli balena, viene subito cacciata. Perché qui siamo all’inettitudine giornalistica potenziata dal pre-giudizio programmato in sintonia con i grandi burattinai della riconquista coloniale. Ma, a proposito di Eni e compagnia mercante, se la combriccola di Acconcia intendeva compiacere i potentati nostrani di quella riconquista, ha toppato ancora di più. Non si è accorta, non si è voluto accorgere, che il ritrovamento del corpo torturato il 3 febbraio è un’altra coincidenza. C’era al Cairo, proprio quel giorno, la ministra dello Sviluppo Economico, Guidi, e con lei sostavano famelici alle porte del governo i dirigenti di Confindustria, Sace e di 60 imprese italiane. Si trattava di definire i dettagli degli accordi per sette e passa miliardi conclusi quando Renzi visitò Al Sisi. E, guarda il caso, la coincidenza con l’orribile ritrovamento ha fatto sospendere l’incontro e rientrare a casa la delegazione. Il “manifesto” non l’ha notato. I neuroni si
sono voltati dall’altra parte.

Niente valzer con arabi. Moro e Mattei l’avevano appreso sulla loro pelle

Per il momento restano sospesi, non solo i grandi affari che il primo partner europeo e terzo mondiale dell’Egitto contava di concludere. Ma, toh, proprio all’ENI , grande inserzionista del “manifesto”, addirittura con osceni inserti che magnificano le trivellazioni in Basilicata, è toccato il contraccolpo peggiore. Era stata l’Eni ad aver scoperto al largo dell’Egitto il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, lo Zhor. Questo non solo avrebbe contribuito all’indipendenza dell’Italia da altre fonti energetiche (in particolare da quella imposta dagli Usa con il gasdotto dal suo protettorato Azerbaijan, il famigerato TAP che minaccia di devastare il Salento) e avrebbe dato forza e prestigio alla compagnia di Stato, ma avrebbe assegnato al partner egiziano un ruolo geopolitico e una prosperità economica senza precedenti. La storia, i corsi e ricorsi di Vico, si ripete, si sa. E pare proprio essere tornati ai tempi dell’Eni, di Nasser, di Mossadeq in Iran, di Aldo Moro minacciato dall’israelita Kissinger. Roba astrusa per il “manifesto” di Rangeri-Acconcia, buchi neri, per stare à la page.

Altro che la bancarotta economico-sociale dell’iperliberista Fratello Musulmano Morsi tenuto in piedi dai soldi del Qatar, corredata da una repressione di sindacati e opposizioni laiche e socialiste a forza di sharìa e carcere, che Acconcia ha trasformato in felice democrazia. Piacevolezze che hanno sollevato contro il padrino del jihadismo wahabita venti milioni di egiziani, sulla cui collera sono poi andati al potere i militari, con Al Sisi che ha vinto le successive elezioni. La risposta dei FM? Un’ondata terrificante di terrorismo dal Sinai a tutto il paese. Più una pioggia di paracadutisti del Battaglione Acconcia.
A chi poteva andare di traverso un simile sviluppo?  Accompagnato anche dall’intesa italo-egiziana per una soluzione della crisi libica che consistesse, in prima, necessaria, linea, nella sconfitta del tumore jihadista incistato a Tripoli, Misurata (gli stragisti del popolo nero di Tawarga) e a Sirte e Derna, con l’Isis trasferito da Siria e Iraq, sui traghetti dei soliti sponsor, invisibili ai controllori di ogni canotto che galleggi da quelle parti, per occuparsi dei terminali petroliferi.

Poteva infastidire, e alla grande, coloro che si sono accaniti contro il turismo egiziano, 20% del PIL (ora ridotto al 14%) con gli attentati in serie nei resort delle vacanze; che hanno abbattuto il Metrojet russo con i suoi 224 passeggeri reduci da Sharm el Sheik; che alimentano, da Israele e dalla Saudia, il terrorismo nel Sinai; che, avendo trovato un gran lago di gas tra Israele e Cipro (subito sottratto ai palestinesi di Gaza), pensavano di avere conquistato il rubinetto energetico della regione; che si erano molto preoccupati del raddoppio del Canale di Suez realizzato da Al Sisi e che prometteva di tirare l’Egitto fuori dalle secche della crisi; che, impegnati a demolire la presenza statuale nazionale, laica, panaraba in Siria, Iraq, Yemen, dopo aver disintegrata quella libica, mal tollerano gli ultimi bastioni resistenti in Nord Africa, Egitto e Algeria. Per il momento non si parla di Sudan, uno perché già sistemato con la secessione del Sud petrolifero organizzata da Israele, Usa, Vaticano e comboniani, e con le turbolenze innescate nel Darfur, due perché Khartum non dà più, per ora, segni di insubordinazione.

Ma più di tutto questo irritava la prospettiva di un’Italia, naturalmente proiettata verso il mondo arabo, privata dalle sanzioni e dai blocchi di oleodotti (il South Stream che la Nato ha ordinato alla Bulgaria di stoppare) dei proficui rapporti con la Russia, che si rifa attraverso intese reciprocamente benefiche e tonificanti con l’Egitto . Da qui la carica suonata dai soliti noti dell’empireo al proprio mercenariato dei media e delle Ong dei diritti umani (e Soros paga): Al Sisi come Kim Yong Un, Milosevic, Gheddafi, Saddam, Assad, ovviamente  lo “Zar” di Mosca, Barbablù.  Questo eterno pallottoliere delle atrocità attribuite al leader del paese di turno da squartare, risulta a distanza di tempo ripetitivo, stereotipato e perlopiù finto e falso. Se anche qualche pallottola fosse genuina, il punto non è questo, ma lo è l’intento criminale di coloro che snocciolano il pallottoliere. Ma Giulio Regeni è stato una trovata nuova. Ben confezionata in ogni dettaglio.

Insomma, non bastando le contumelie lanciate contro il dittatore golpista da settori sempre più ridotti e poco credibili, da poveri Acconcia, ci si è risolti al solito colpo grosso, tipo Parigi, tipo Colonia, tipo Boston. Un primo avvertimento: l’attentato al consolato italiano del Cairo. Quindi il ragazzo italiano, metamorfizzato in un piccolo Che Guevara, finito nella gabbia e poi nelle fauci dell’orco. Orco egiziano, arabo, laico, che fa costruire infrastrutture e centrali nucleari ai russi (proprio come Nasser con gli omonimi lago e diga) e concorda con Xi Jinping grandi interventi cinesi, si presta a sradicare il carcinoma jihadista in Libia (l’unico che può farlo, con ciò minacciando le bande di ventura dell’Occidente, fondamentali alibi per guerre e repressioni interne). Insopportabile.

Giulio Regeni, alla prova dei fatti e della logica, non è l’oppositore falciato da uno spietato tiranno, non è Pietro Micca e neppure Gaetano Bresci, come ce lo vorrebbe far sognare Acconcia. E’ l’inconsapevole mina di chi vuo far saltare il rapporto Italia-Egitto, affidata dall’alto a una manovalanza probabilmente dei Fratelli Musulmani.. E’ una mazzata-avvertimento mafioso ad Al Sisi. E’ una tirata d’orecchi a Renzi. Per l’unica cosa buona che ha fatto in tutta la sua vita politica. E di cui il merito, come ai tempi di Mattei, va a chi fa da sempre la politica estera non subalterna dell’Italia, all’Eni. Che tiene in vita il “manifesto”. Ingrati!

6 commenti:

luca scaglioni ha detto...

Concordo con l'analisi del contesto dott. Grimaldi, ma sarei curioso di avere la sua opinione sulla difesa a spada tratta di Al Sisi e del suo attacco ai fratelli musulmani da parte di Edward Luttwak, noto interprete del pensiero CIA in Italia.
Non è che invece l'amministrazione americana avesse semplicemente scaricato Morsi per il più controllabile Al Sisi?

Fulvio Grimaldi ha detto...

Luca scaglioni@
Di Luttwack non saprei che dire. NOn credo che si un noto interprete del pensiero Cia. Piuttosto è esponente di una delle fazioni che si combattono a Washington. A me bastano questi due dati: Morsi è stato inventato e messo su dal Qatar e dall'Occidente che, come sempre, preferisce i FM ai laici ed è stato spazzato via da una rivolta di milioni di egiziani, strutturalmente anti-integralisti; Al Sisi e l'ENI dispongono di una oceano di gas che fa del già più grande paese della regione una vera potenza regionale. Intollerabile soprattutto per Israele. Tanto è vero che tutta la lobby ebraica in Italia e nel mondo, guidata dal NYT, si è scatenata contro Al Sisi.

luca scaglioni ha detto...

Ribadisco che concordo con l'analisi del contesto, ma darei più attenzione ad un personaggio come Luttwack, sicuramente legato alla CIA e sicuramente illuminante in ogni suo intervento (basta ripercorrere i suoi interventi passati negli anni, contestualizzati agli eventi).
Puo' essere di una fazione diversa, rispetto ad un altro giornalista targato CIA che si occupa d'Italia come Alain Friedman, ma c'è un altro elemento che lei non ha citato: al momento del golpe di Al Sisi, l'esercito egiziano veniva finanziato con un miliardo di dollari l'anno dall'amministrazione americana.
La "rivolta di milioni di egiziani" che ha spazzato Al Sisi non è diversa da quella che l'ha portato invece al potere, mentre le elezioni in cui fu eletto furono sicuramente più attendibili, rispetto alla farsa gestita da Al Sisi.
Con questo non voglio contraddire l'impostazione che lei ha tracciato, ma semplicemente approfondire alcune sfumature, rilevando le scale di grigio rispetto ad un'interpretazione in bianco e nero:
Come si affrontano diverse fazioni all'interno del potere americano, così queste si ripercuotono all'interno dell'Egitto, e probabilmente all'interno dellà stessa lobby ebraica (non dimentichiamo che a quel potere mediatico ebraico a cui lei fa riferimento, appartiene anche Gioele Magaldi, che lei cita nella spiegazione dei fatti di Parigi).

Diego Scandiffio ha detto...

Caro Fulvio,
credo che, dopo l'episodio Regeni, bisognerebbe fidarsi un po' di più dell'Eni! scrivo dalla terra del petrolio, la Basilicata, e l'Eni la conosco abbastanza dato che lavoro nell'indotto. E' da un po' di tempo che mi salta agli occhi l'analogia con l'ILVA di Taranto (abito a 60 km da quell'ecomostro): con tutto questo polverone che si è concluso? un bel niente, anzi! non se ne parla più e intanto se la stanno contendendo (a prezzi scontatissimi) con in più i CCNL cancellati, quindi nuovi contratti per gli operai con stipendi ridotti all'osso! Sembra (e questo è un eufemismo) che sia una sorta di "primavera araba" con i risvolti che ben sappiamo, come nel caso dell'ILVA!
Giusto una nota tecnica: più della metà della superficie di quel "mostro" di Viggiano è dedicata agli impianti di desolforazione (è l'idrogeno solforato che fa i maggiori danni) con cui si riduce lo zolfo allo stato elementare (solido).
Con questo non vorrei dire che è tutto a posto dal punto di vista ambientale, sociale, ma mi sorgono fortissimi dubbi sul lavoro mediatico che si è fatto e si sta facendo contro l'Eni (vedi la Gabbanelli ed tutta la storia riguardo al referendum che fa il pari col referendum contro il nucleare che ci ha portati all'eterna schiavitù energetica).
Un abbraccio, Diego (ci siamo visti l'anno scorso a Pisticci proprio con i No Triv).

Fulvio Grimaldi ha detto...

Diego Scandiffio@
Ciao Diego, mi ricordo anch'io della sfortunata iniziativa a Pisticci.
Però mi sembra che ti contraddici. Da un lato parli dei danni micidiali che infligge alla Basilicata l'Eni di Viggiano, dall'altro difendi l'ENI contro certi media come la nota Gabanelli. Allora che vogliamo fare?
Comunque sono d'accordo che l'Eni fa la nostra politica etera e, con l'Egitto, la fa bene e che i suoi concorrenti la vorrebbero far fuori. Ciò non toglie che, strategicamente, dobbiamo combattere il petrolio in tutte le sue espressioni, sempre che vogliamo salvarci la ghirba.

Diego Scandiffio ha detto...

Fulvio,
purtroppo credo che col petrolio ne avremo ancora per parecchio! quello che voglio dire è che, finché c'è il petrolio, o l'Eni o chiunque altro verrà a prenderselo, come vediamo in giro per il mondo, non che voglia paragonare il nostro petrolio con le infinite quantità che si trovano in medio oriente o in Africa! a questo punto credo sia molto meglio per noi che rimanga l'Eni a farlo perché è ancora sotto il controllo satale (UNMIG, INAIL, ASL), che, ti assicuro, almeno gli mette il "pepe al culo" nel rispetto delle normative vigenti (vedessi come se la fanno sotto quando arrivano gli enti di controllo!!!)