sabato 19 marzo 2016

I RUSSI (NON) SE NE VANNO, L'EGITTO ARRIVA, I CURDI FANNO I FIGLI DI BUONA DONNA



Abbiamo creato le condizioni per un processo di pace. Abbiamo stabilito una collaborazione costruttiva e positiva con gli Usa e altri paesi , con le forze dell’opposizione rispettabile in Siria che sinceramente vogliono porre fine alla guerra e trovare una soluzione politica al conflitto. Voi, soldati russi, avete costruito la strada… Ovviamente torneremo, se ce ne sarà la necessità. In poche ore, la Russia può ricostituire le sue forze in Siria ed essere in grado di affrontare una situazione fuori controllo utilizzando l’intera gamma di mezzi a sua disposizione” (Vladimir Putin)

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Intanto “il manifesto” si beve l’ultimo goccio di credibilità
La trita metafora è rispuntata con virulenza alla notizia del ritiro russo dalla Siria. Notizia imbarazzante per l’Occidente. Tanto che, pur essendo di una notevole importanza geopolitica, perfino storica, è svaporata dai media nel giro di 24 ore. Imbarazzo, irritazione, frustrazione, di fronte a una Russia che, in un modo o nell’altro, mantiene e accentua l’iniziativa e pone sistematicamente gli altri in difficoltà di risposta. Così, attaccandosi alla liana lanciatagli dalle interviste al presidente Al Sisi dai giornaloni italiani, sono tornati a volteggiare sull’argomento nel quale si sentono imbattibili: Regeni. Sapete, il ragazzo fatto trovare morto e torturato tra i piedi del governo egiziano, mentre stava firmando con quello italiano una delle più grosse e reciprocamente proficue intese economiche del nuovo secolo. Regeni, quel ragazzo arrivato da Londra, da quella Oxford Analytica dei superspioni e superkiller McCole e Negroponte. Un collaudato duo operativo angloamericano che tutto vorrebbe tranne che Egitto e Italia si mettano d’accordo sull’autosufficienza energetica e, dio ce ne scampi, sulla Libia, togliendo al consorzio energetico-militare Israele-Turchia-Arabia Saudita-Qatar, sotto regia Nato, il ruolo di protagonista unico nella regione.


Al Sisi, in un’intervista del tutto ragionevole, assennata, convincente, aveva posto sulla bilancia un cui prodest di quella provocazione: il sabotaggio dei buoni e fattivi rapporti italo-egiziani sul piano economico (gas, infrastrutture) e geopolitico (Libia). Sabotaggio che non poteva non essere gradito, sia a chi teme l’emergere di un Egitto di nuovo protagonista autonomo sulla scena mediorientale, sia ai colonialisti occidentali che preparano l’intervento militare per sbranare quel che resta della Libia. Inoppugnabili dati di fatto. Per neutralizzare l’effetto che un simile ragionamento, fondato su fatti e logica, rischiava di avere sull’opinione pubblica, i giullari del sionimperialismo hanno riattivato le katiusce del fango contro l’immane rompitore di coglioni degli assetti occidentali, il Pinochet del Cairo. Le munizioni erano sempre quelle fornite dalla cara Fratellanza Musulmana cui 20 milioni di egiziani in rivolta e i militari avevano impedito di ridurre il paese in un’Araba Saudita.
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Più furibondo di tutti, pur nel suo piccolissimo, il “manifesto”, che ha per fonte e guida, privilegiata fino alla sacralità, né l’osservazione fredda dei fatti, né la passione ideologica, ma Amnesty International (Dipartimento di Stato) e Human Rights Watch (Soros). Mobilitati idioti, ignoranti e infiltrati, è arrivato a spapagallare di Amnesty, dopo gli anatemi contro il leader egiziano, anche quelli ai suoi intervistatori di Repubblica e del Corriere, “che ormai hanno perso totalmente il loro status di contropotere, in grado di mettere in difficoltà i potenti anzichè stendere arazzi fiamminghi metaforici  sotto i piedi dell’intervistato… alla faccia del giornalismo come fonte di informazione…”

Secca dover difendere i massimi organi della disinformazione nostrana, ma come evitarlo quando l’attacco proviene da un fogliaccio pseudo- comunista e cripto-Nato che interpreta il suo “contropotere” e il suo “giornalismo come fonte di informazione” nascondendo da un mese dell’affare Regeni l’aspetto incontrovertibilmente più rilevante, anzi decisivo, uscito su mille giornali e schermi e virale in rete: il giovane accademico, sostenitore dei sindacati perseguitati, che lavora a tempo pieno per una lurida impresa di spionaggio e provocazione, agli  ordini di un ex-capo-spione britanico, McLeod, e del politico Usa massimo esperto e gestore di squadroni della morte e False Flag, dall’Honduras dei Contras, all’Iraq delle stragi terroristiche (compreso l’assassinio di Calipari). Che incommensurabile vergogna!  

Colpi e contraccolpi

I cripto-Nato del “manifesto” sono anche quelli che la notiziona del ritiro russo l’hanno annegato sotto l’ennesima alluvione di geremiadi sulla scelleratezza europea anti-rifugiati e l’infamia anti-GLBTQ dell’universo mondo. Non così in rete, dove si sono subito scatenati i pro e contro sulla decisione di Putin, per alcuni stupefacente, per altri sconvolgente. Traditi gli uni e gli altri dalla spinta emotiva, o dall frenesia di arrivare primi a illuminare il colto e l’inclita sulla portata dell’accadimento.  Che non è né una ritirata di infingardi che abbandonano l’amico nel momento di massimo bisogno, né il trionfo di una campagna che ha risolto ogni cosa e sbaragliato tutti.

Pochi dubitano del fatto che l’intervento russo abbia sparigliato il gioco e messo alle corde i contendenti dello schieramento anti-Damasco. Usa, Israele, Saud, Qatar,Turchia, con i rispettivi mercenari Isis, Al Qaida-Al Nusra e frattaglie minori, islamiste o “moderate” che le chiamino. Di certo c’è che, dopo cinque anni di incredibile resistenza di popolo, la Siria non precipiterà nel gorgo libico. Le controparti, però, avuto sentore della mossa russa e consapevoli che si verificava a coronamento di una loro semi-disfatta, hanno fatto la mossa del cavallo. Per riprendere l’iniziativa, se non sul campo siro-iracheno, hanno acceso altri due roghi: Libia e Libano. La fibrillazione deve rimanere, la minaccia di una conflagrazione generale deve continuare a poterne discendere, in Medioriente come nel mondo (da altre parti si riattizza l’incendio ucraino e si procede contro la Cina nel Pacifico e contro Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia in America Latina). Ne va della buona salute delle varie Lockheed-Martin, Boeing, Raytheon, Northrop Grumman, General Atomics, insomma del famigerato complesso militar-industriale. E dunque dell’intera economia Usa.

Non è che dal ritiro e dai negoziati di Ginevra fiorisca ora la pace universale. In Libia c’è da evitare a tutti i costi una soluzione fisiologica, cioè inter-araba, per la quale sarebbero pronti e capaci Egitto e la coalizione laico-gheddafiana di Tobruk. Si attivino i Fratelli musulmani e qualche loro intollerabile provocazione su cittadini europei, meglio se italiani come Regeni, scafisti turchi accelerino il trasferimento a Sirte di jihadisti scornati in Iraq e Siria. Dopodichè armiamoci e partite, ascari europei. E su questo scenario Mosca deve ancora dirci qualcosa, al di là del puramente virtuale sostegno, nel Consiglio di Sicurezza, all’altrettando virtuale governo di unità nazionale rintanato tremebondo a Tunisi.

Non va in Siria? Proviamo in Libano.
In Libano proliferano gli attentati dei figliocci wahabiti di casa Saud, Isis e Nusra. Si riprova a fomentare una nuova “rivoluzione dei cedri”, stavolta innescata dalla guerra dell’immondizia e dalla paralisi istituzionale. L’Arabia Saudita si rimangia i 4 miliardi di dollari promessi per ammodernare un esercito che va punito perché,  unito agli Hezbollah, insiste a far fronte alle infiltrazioni jihadiste. Riyad opera perché tali infiltrazioni riescano a spaccare in due il paese a partire dalla roccaforte sunnita di Tripoli nel Nord. Ripartirebbe così la guerra civile 1975-1990 in un paese stremato, privato a causa di tutti questi guai anche del sostegno finanziario del ricco turismo del Golfo (Sauditi e Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno vietato ai propri nababbi di frequentare i lussuosi agi di Beirut). La situazione diverrebbe ottimale per una nuova invasione israeliana, da lungo tempo vagheggiata per vendicare le due umilianti sconfitte di Tsahal nel 2000 e nel 2006 e assestare un colpo risolutivo a Hezbollah e al suo importantissimo ruolo in Siria. Qualcuno tra gli strateghi di questo scenario pensa che così si creerebbero le condizioni per far rientrare dalla finestra la vertenza con i russi, ora unilateralmente sospesa, e chiudere finalmente il discorso Assad e Siria unita e integra.

 Ritiro tattico, permanenza strategica

Ma, allora, il ritiro delle forze aeree russe apre la porta a prospettive gradite agli aggressori?  Bisogna vedere in che contesto avviene. Nei cinque mesi del loro intervento i russi hanno stroncato la vitale fonte di finanziamento del Califfato, distruggendone impianti e trasporti petroliferi. Hanno tagliato le principali vie di rifornimento dalla Turchia. Hanno aiutato le forze armate e le milizie di autodifesa siriane, assistite dagli iraniani e da Hezbollah, a liberare il 24% del territorio conquistato dai jihadisti (quota più significativa di quanto appaia perché il resto è in gran parte deserto e semideserto disabitati), a liberare i governatorati di Latakia, Aleppo (tranne poche sacche in città), Homs e Hama, ad avvicinarsi a Palmira e Raqqa in vista di offensive possibilmente decisive. Saldamente installati nella base marittima di Tartus e in quella aerea di Khmeimim, con il più avanzato sistema di difesa antiaerea, S400, sul posto, insieme a una permanente presenza navale e aerea, i russi sono in grado di tornare a intervenire nel giro di ore qualora venisse sabotato quello che è il principale dei loro obiettivi, il raggiungimento di un accordo di pace e di un governo di transizione presieduto da Assad, in vista di elezioni (fissate al mese prossimo).

Va anche aggiunto che, dopo anni di finti bombardamenti ed effettivi rifornimenti della Coalizione Occidentale al califfato in Iraq, il centro di coordinamento dell’intelligence russo-iraniano-iracheno ha guidato le forze di Baghdad a riprendersi ben il 40% del territorio perduto. E ora l’esercito, le forze popolari, gli istruttori iraniani, stanno preparandosi all’offensiva su Mosul (tanto ambita dai curdi…).

Risultati dell’intervento russo

La Russia mostrava al mondo di poter bloccare il mostro jihadista in quattro mesi, cosa che non ha saputo (o voluto) fare la coalizione Golfo-Nato in anni. Impediva la rimozione del legittimo governo di Bashar el Assad. Riconfermava la sovranità e integrità territoriale dello Stato siriano contro la dilagante pretesa imperialista dei regime change. Ammodernava e consolidava con armi, dotazioni, intelligence, tecnologie avanzate, un esercito siriano stremato da 4 anni di combattimenti e dalla diserzione di ben 135mila reclute (oggi alle catene di montaggio tedesche). Aiutava i siriani a liberare 400 città e oltre 100mila chilometri quadrati. Ripetutamente bloccava i conati di soluzione bellica di Usa e Turchia (attacchi chimici attribuiti ad Assad, no-fly-zone, zona cuscinetta sul lato siriano del confine turco, false flag Cia a gogò). Mentre faceva tutto questo, diversamente dai suoi antagonisti, Mosca perseguiva con accanimento la via del negoziato e della mediazione. Boicottata pervicacemente dagli attori statali locali, dall’opposizione in armi, mercenaria o autoctona, dalle capitali occidentali da cui si ripeteva l’urlo “Assad se ne deve andare”.

Fino all’altro giorno. Fino a quando la situazione creata da russi e siriani sul campo, non ha prodotto ripensamenti a Washington e in una parte delle forze d’opposizione, a dispetto degli ancora recalcitranti turchi, sauditi e qatarioti. Il gioco si è spostato a Ginevra. Qui si misureranno i rapporti di forza venutisi a stabilire. In ogni caso Putin ne esce come colui che ha usato le armi a difesa del diritto internazionale, dell’autodeterminazione dei popoli, e a promozione del processo diplomatico. L’avrà anche fatto nell’interesse della Russia, avrà anche voluto demolire il mostro jihadista creato dall’Occidente prima che glielo si scatenasse addosso a casa. E allora? Gliene vogliamo fare una colpa?

 Prospettive

Cosa succederà ora non dipende solo dal Putin militare e diplomatico. E’ vero che io non concordo con coloro che attribuiscono facoltà decisionali totalizzanti a questo o a quest’altro leader, o presidente. La moda imperante delle personalizzazioni non coglie quasi mai nel segno. Vedo da sempre un teatro dei pupi in cui marionette si agitano e burattinai nascosti le muovono. Poi, però, a volte saltano fuori burattini che prendono vita e danno in escandescenze e, prima di essere ridotti alla ragione, fanno casini. Vedi Erdogan, o Salman. Quanto alla Turchia, c’è chi pensa che le nefandezze di questo Fratello Musulmano, serial killer e terrorista, ne rendano fragile il potere. Forse non considera che un’opinione pubblica fascistizzata e islamistizzata sostiene la repressione dei curdi, il militarismo espansionista neo-ottomano, il pugno di ferro contro gli “anarchici”, l’atteggiamento duro con l’UE. Lo si vede dai risultati elettorali, brogli o non brogli. Anche in Germania nel ’33 e in Italia nel ’22, intellettuali e giornalisti venivano bastonati e incarcerati, mentre il popolo marciava cantando “Die Fahne hoch”. 

E, comunque, con Erdogan stanno la Nato e la Merkel. Tanto che, nel plauso generale per la “soluzione umanitaria” concordata a Bruxelles tra i due poli criminali Ue-Ankara (altro che Al Sisi, Tommaso De Francesco!), in base a una schifosa selezione razzista e di classe, nei lager del “paese sicuro”, perché fascista, vengono rinviati a marcire neri, bruni e afghani, mentre giovani e forti siriani saranno premiati con l’accoglienza UE per essere bianchi, istruiti e, soprattutto, disertori renitenti alla leva e alla difesa della loro patria. Per aver contribuito a fornire mano d’opera qualificata ai tedeschi, contemporaneamente spopolando un paese che spera di divorare, lo psicopatico macellaio di Ankara riceverà 6 miliardi di euro e un buono-pasto a scadenza illimitata ai banchetti dell’élite europea.

Gli fa da pendant europeo, in vista del promesso connubio in UE, il più scatenato tra i capi del terrorismo. E se Merkel lo ha preceduto premiando con una montagna di soldi le mattanze del socio turco, lui ha ricuperato conferendo la Legion d’Onore a Mohammed bin Nayef, principe ereditario saudita. Cerimonia celebrata sulle rive del mar rosso. Rosso del sangue siriano, iracheno e yemenita.
Per la Nato, dopo i contraccolpi in Siria, sono soddisfazioni.

Lavoro lasciato a metà?
In ogni caso vedremo presto se Putin ha lasciato il suo lavoro a metà, o se ha avviato una fase in cui il mondo potrà sentirsi rassicurato che non tutte le ciambelle cotte dagli antropofaghi riescono col buco. A parte di cosa verrà fuori dai negoziati di Ginevra, un dato storico, addirittua epocale, è acquisito: il mondo non ha più una sola potenza-guida, ma è diventato di nuovo multipolare. Di questo non possiamo che rallegrarci e renderne tributo a Putin e grazie ai 5 militari russi caduti nell’impresa siriana.Turchi, sauditi, Fratelli Musulmani vari e falchi statunitensi si ritrovano con un governo siriano stabilizzato e difficile ormai da rimuovere con la forza. Non si rassegneranno, ma, essendo una delle articolazioni di un potere che non si priva mai di una pluralità di opzioni e che è più grande e più in alto di loro, come articolazione lo è la fazione di Obama-Kerry, all’apparenza ora risoltasi alla mediazione, borbottando dovranno quanto meno soprassedere.

Seguiranno le direttive di chi manovra i propri strumenti a seconda delle necessità e opportunità. I sauditi si sfogano sullo Yemen, i turchi, posti  da Bruxelles-Berlino sul piedistallo umanitario e su una montagna di soldi, possono procedere con il genocidio dei curdi e, se non dall’Isis, continueranno a gonfiarsi di petrolio dai giacimenti controllati dagli amici peshmerga iracheni, i loro surrogati jihadisti hanno licenza di concentrarsi su Libia ed Egitto. Con occasionali incursori in Occidente, là dove ai regimi democratici occorra giustificare imprese coloniali, o repressione dei sudditi.

Rojava, un postribolo
 curdi e ratti siriani a Kobane

In questo quadro si è insinuata una vipera o, chiedendo scusa ai rettili dell’improprio accostamento, un gran figlio di pessima donna. Proclamando la regione autonoma curda del Rojava, che è divisa in tre cantoni e consiste in buona parte di territorio extra-curdo, sottratto ad arabi, assiri e turcomanni, i curdi siriani, sostenuti militarmente dagli Usa, hanno compiuto un’autentica mascalzonata. Come ha fatto dopo la disfatta dell’Iraq il mafia-Stato di Barzani, garantito dagli Usa e fagocitato da Israele con il suo petrolio e le sue terre fertili, i curdi siriani ora parlano di autonomia regionale all’interno di uno Stato federale delle tante autonomie. Passa il tempo, si consolida la presa su territorio, risorse, consenso o tolleranza internazionali, complicità sionimperialiste, è l’autonomia si trasforma in secessione. Esattamente come previsto da lunga data nei piani USraeliani di smembramento etnico, confessionale, tribale, di tutte le nazioni arabe.

E’ un gioco sporco, quello dei curdi del PYD, forse proprio per questo osannati  dai cripto-Nato sinistri come unica presenza democratica, nobile, emancipata nella sua componente femminile. Per tre anni, hanno svolto il ruolo, concordato con Damasco nel segno dell’unità nazionale, di difensori del proprio territorio da Al Nusra, prima, e poi dall’Isis. Poi, prevedendo imminente la caduta di Damasco, hanno cambiato cavallo. Come uno Scilipoti, o un Badoglio qualunque. Zitti zitti si sono arruffianati i russi, che si fidavano, facendosi però aiutare da bombe e rifornimenti Usa. Sono stati i primi a far entrare in Siria contingenti ufficiali statunitensi, consentendogli di trasformare l’aeroporto agricolo di Rmeilan in base aerea. Ora gli stanno facendo costruire una seconda base su territorio invaso e occupato. Hanno coronato il tradimento dando vita a una formazione mista, “Forze Democratiche Siriane”, insieme a detriti anti-Assad siriani raccattati con le buone o con le cattive (vedi foto). E non ci deve bastare l’ostilità che gli riserva il despota turco per assolverli.


La Storia, e non i farlocconi o ruffianoni del “manifesto”, uniti nei peana ai curdi alla pubblicistica mignotta della Nato, darà il suo giudizio su questa coltellata piantata nella schiena ai siriani. A un popolo, una civiltà, che da quando si è liberata delle catene dei cannibali coloniali, ha dovuto lottare incessantemente contro il revanscismo e la voracità necrofila di Israele, contro i rigurgiti dell’oscurantismo feudale dei petroschiavisti, contro potenze bianche cristiane per cui le parole democrazia e libertà hanno titoli per esistere soltanto al centesimo piano di Goldman Sachs. E i cui capi terroristi (Hollande) conferiscono la Legion d’Onore a protagonisti di mattanze. La trincea siriana è la trincea dell’umanità. Non più quella dei curdi.

5 commenti:

tango ha detto...

Non sono tuttavia convinto dell’Egitto, difficile stabile da che parte della barricata si stia arroccando. Tutto fa credere che il suo governante sia un saggio, nondimeno la non aggressione da parte di usraele ed il silenzio indotto sulle rive del Nilo mi porta a pensare ad un gioco sporco, quello di Al Sisi.

Fulvio Grimaldi ha detto...

tango@ IL miglior criterio per valutare Al Sisi è vedere come lo tratta la lobby filo-israeliana. Peggio di Pinochet. E in questo caso il nemico del mio nemico è mio amico, bello o brutto che sia. Comunque non credere mai alle demonizzazioni occidentali. Ricorda Milosevic, Gheddafi, Assad, Fidel, Chavez.....

Anonimo ha detto...

Oltre ai personali schieramenti e visioni ideologiche di affezione o meno alla lotta dei popoli per l'autodeterminazione, o per i movimenti guerriglieri, o per le cause anti-imperialiste (la calata di decine di bus a Roma per Ocalan fu indubbiamente una forte espressione di solidarietà popolare invidiabile, ma erano altri tempi), un po' di gossip antagonista del complotto, assocerebbe sicuramente l'addestramento delle giovani donne kurde -oggi più che mai guerrila-beauty-style- a quelle che una mezza bufala del sito Aurora presentò come le donne del mossad, e cioè scarti di operazioni sex-spy stile love-parade-Tavistock internazionalista. Israele sarà pure odiosa nei modi e criminale nell'azione, ma il pensiero che muove la struttura è orribilmente conoscitore delle profondità oscure della mente occidentale e di chi vorrebbe diventarlo. L'addestramento da loro fornito a molte nazioni per reclutamenti ombra e addestramenti psicofisici, ha riempito scaffali di curriculum e dossier che ben delineano spaccati di generazione da quaranta anni a questa parte, da ricollocare in ogni settore della società creando maggioranza e opposizione, anonimamente e palesemente. Se non sbaglio dicono...con l'inganno facciamo fare guerre. E con lauti conti bancari. Tuttavia sono solo stipendi con la funzione di prestiti da restituire, interessi compresi. Dopo l'ennesima cooperante volontaria italiana appassionata di nutella e yoga. http://panjewish.org/2015/10/11/the-israel-kurdistan-special-relationship/

Fulvio Grimaldi ha detto...

Anonimo con link panjewish@

Formidabile contributo. Grazie!

Paolo Motta ha detto...

Quando sento continuamente dire anche da amici e compagni (che stimo per tutt'altri motivi), che bisogna a tutti i costi aiutare i curdi, è inevitabile che mi venga la domanda: ma tutti gli altri chi li aiuta? I drusi, gli alawiti, i maroniti, i greco-ortodossi, gli assiri e tutte gli altri gruppi etnici-religiosi che compongono quel mosaico che sono Siria, Libano e Iraq? A loro nessuno pensa? Non sono abbastanza trendy?