martedì 15 marzo 2016

SAN BLU CONTRO IL DRAGO: e mo' privatizza e esibisci 'sto muro!


L’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mente dell’oppresso”. (Steve Biko)

“Nessuno ha fatto un errore più grande di colui che non ha fatto niente perché era solo in grado di fare poco”. (Edmund Burke)

Blu, considerato il più grande artista di strada (street artist per i vernacolari) d’Italia e forse lo è anche del mondo, non l’ho conosciuto. Anzi, l’ho c onosciuto proprio bene, perché mi ha scritto tantissime cose. E non importa se le ha scritte anche ad altri. Ne sono contento, ma intanto le ho ricevute io mentre le leggevo, un po’ con gli occhi e un po’ con la lente della telecamera, scritte sulle pareti delle case affacciate sulla piana..Case che a Niscemi guardano verso il mare di Gela. Piana, mare, città avvelenati, devastati, uccisi dal petrolchimico ENI. Case con le spalle protette dalla città a monte, ma che le radiazioni del Muos se le prende tutte in faccia, alla tiroide, nei polmoni, nel cuore.

Blu ha scritto romanzi, libelli, denunce, preghiere, bollettini di guerra, in bianco e nero e a colori, su quelle facciate rannicchiate sotto l’abitato, all’orlo della piana verso Gela. E ne ha fatto un tribunale nel quale vengono processati i criminali, in cui i PM tuonano elencando  delitti, dove testimoni a migliaia, vivi, feriti e morti, raccontano la guerra condotta dagli amerikani e loro sguatteri indigeni contro il popolo di Niscemi. Ma anche contro il popolo di Sicilia, d’Italia, del mondo, ché il drago è insaziabile e nessuno ne deve essere risparmiato.


A Niscemi da anni si lotta contro il MUOS e le 42 antenne della base Usa la cui fregola di morte, prima ancora di dirigere le guerre che una banda di necrofagi euro-atlantici conduce contro l’umanità, si accanisce sui 20 mila abitanti sopravvissuti all’esodo dei giovani e alle patologie da irradiazione elettromagnetica. Un movimento di massa guidato da avanguardie che, a dispetto della violenza poliziesca e giudiziaria scatenatagli contro dai sicari del padrone megagalattico, hanno tenuto duro, si sono radicati, hanno schiacciato al muro delle loro responsabilità le istituzioni, hanno innescato coscienze e mobilitazioni di massa, sono arrivati a violare e occupare la base dell’invasore occupante.

E Blu è venuto, ha raccolto e trasferito sulle pareti di case pallide, accucciate in difesa, una cosmesi dii colori e di segni. Cosmesi come trasfusione di sangue. E le case ne hanno tratto materia e anima e si sono erte a custodi ed avanguardie della  comunità.

Come a Bologna. Grassa e soddisfatta quanto si vuole, ma con lampi improvvisi che, forse, trovano l’innesco nella lunga miccia sotterranea accesa quarant’anni fa da quella che,ogni giorno e ogni arretramento che soffriamo, dimostra sempre più essere stata la meglio gioventù. Quella di Francesco Lorusso.

Indefessi e indomabili, come sa essere chi ha la spina dorsale rafforzata dalla giustezza delle proprie ragioni, gli studenti hanno contestato a un virulento bellicista, Angelo Panebianco, docente ed editorialista sul più pomposo dei giornali italiani, le malefatte con cui, da cattedre e giornali, irrora di menzogne intelligenze prostrate e si fa trombettiere di ogni nefandezza dell’oligarchia.. La canea di coloro che si cibano tutt’oggi del cadavere di una stagione che, per l’ultima volta, aveva prospettato un altro mondo, si è avventata sui reprobi. L’ex-magistrato, Giancarflo Caselli, in prima fila tra i demonizzatori della protesta, accomunato al giornalista reazionario dallo sbertucciamento subito per opera dei No Tav,da lui perseguiti come fossero tagliagole Isis. Evidente segno di una profonda, ancestrale, tribale paura. Di un trauma da anni ‘70 che non va via. Che i bassotti, prima o dopo, possano fare scianchetta agli altotti.

Detesto e compatisco i writers, quelli che imbrattano di sgorbi orridi e privi di senso, inni al brutto assoluto, una fontana del Bernini, o il finestrino del treno che mi impedisce di riconoscere paesaggio e stazione. Dimostrazione di ottusa protervia, senza un filo di creatività o di significato oppositivo. Borborigmi di un volgo disperso che nome non ha. Altra cosa sono Blu e i suoi. Orgosolo che all’assedio degli sbirri, alla diffamazione dei grilli parlanti, rispondeva dipingendo la sua vita sui muri, le ragazze dell’IRA Provisional in armi sulle facciate di Belfast, la rivoluzione raccontata sul Malecon di un’Avana non ancora normalizzata da papi e scaltri presidenti, i fantastici trompe l’oeil sui grattacieli della Tehran antimperialista di Ahmadinejad. Gli artisti di strada, i muralisti, sono il controcanto figurativo che si armonizza con gli aneliti delle resistenze,delle controffensive. La strada è il loro habitat comune. Vi fioriscono il rifiuto, il bello e il giusto che vengono dopo il rifiuto. Pennelli come sassi, o come Kalachnikov, per una guerra davvero santa, di liberazione. Quella che, con Blu a Bologna, o a Niscemi, o a Los Angeles, dalle strade si è trasferita sui muri e da lì lancia fragorosamente su ignavi e indifferenti, l’interpretazione del reale. E la collera, il dolore e il coraggio che la devono accompagnare.

Un gretto speculatore con gli alamari dell’Accademia ha voluto imprigionare tutto questo ed esporlo addomesticato e rassicurante a chi dall’esibizione in strada, a tutti, alle sue vittime, ne veniva turbato, imbarazzato, denudato. Se prima quegli affreschi raccontavano infamie, vergogne, crimini,  colpevoli, ora il grigio che li ha occultati ci avverte della mancanza di colori, di idee, di vita, nei tempi che ci vanno preparando. L’annientamento di ogni  conoscenza oltre a quella rinchiusa nei piccoli elettroshock lobotimizzanti di uno smartphone. Blu ci ha avvisato.


Roversi Monaco, massone, padrone dell’università e Cofferati, podestà della città, sembrava fossero riusciti a spegnerla. Scintilline da un focarello in sordina venivano solo da Umberto Eco, stuzzicavano facile il gaglioffo di Arcore, ma per il resto erano focarelli fatui, divertenti, innocui. Me lo ricordo, l’Eco del potere. Lavoravamo tutti e due sotto l’austera ferula di un grande editore, Valentino Bompiani. Lui redattore della casa, io addetto stampa. Ogni tanto uscivamo assieme a pranzo, lui conosceva i posti à la page e si accompagnava a grandi gnocche che, da ininterrotto affabulatore, stordiva di fascino e ilare sapienza. Di sera sceglievamo percorsi diversi. Lui, giocoliere arguto tra i VIP della Terrazza Martini, un po’ consigliere del principe, un po’ buffone di corte, nei salotti di un’editoria  a cavallo del boom e di una stampa che allora non si chiamava media e non presentava ancora una sola, grossa, insulsa faccia da imbonitore da strapazzo. 

Io, spesso, con uno dei rari maudits della benpensante Italia, ai margini esterni del boom, uno sopravvissuto a Democrazia Cristiana e PCI, Luciano Bianciardi, quello della “Vita Agra”, di notte per bettole dagli osti altrettanto maledetti, tra barboni artisti e artisti barbonizzati, spiaggiati a Brera. Il girovagare con Luciano finì quando, in un summit di incazzatura e frustrazione, decise di evitare la macina e togliersi di mezzo. Con Eco, quando pubblicò “Il cimitero di Praga”, opera anti-dietrologi che, col pretesto dei Protocolli dei Savi di Sion, esegue il mandato giudaico-cristiano di demolire ogni rivisitazione di quanto il potere costituito ha sancito eterno, immutabile, vero, a propria consacrazione e difesa.

Rimembranze che c’entrano e non c’entrano. Forse c’entrano con quel Blu che, di fronte alla soperchieria di un capobastone culturale, Roversi Monaco, che pretendeva di staccare i suoi gratuiti dipinti di strada dai muri, di sottrarli ai tutti cui erano destinati per privatizzarli e riservarli ai pochi paganti di una mostra, ha preso raschietto e pennello e ha coperto tutto di grigio. Strepitoso: come aveva fatto suoi e di tutti i muri con l’arte, li ha rifatti suoi e di tutti, ma grigi come le anime spente dei predatori. Il grigio che i padroni delle città vorrebbero riservare ai bassotti perché vi smarriscano e affoghino la fantasia. Ma un grigio che, oltre a contenere sommessamente e per sempre tutto quello che vi si trovava prima, è rifiuto categorico. Quello di cui siamo rimasti disperatamente privi. Agli altotti paganti e mangianti, nei loro spazi riservati, vada il divertissment  innocuizzato di quelli strani che dipingono sui muri e a volte sono pure bravi a sfotterci. Che simpatici. Però glielo si faccia fare in privato. Tra noi ricchi.

Illusi. E’ anche dei mostri Usa e Nato e di coloro che in massa gli si parano contro, dipinti da Blu sui margini di Niscemi, che si è nutrito il popolo No Muos. Tanto da avere avuto la forza di marciare ininterrottamente per anni e di ottenere ciò che nessun popolo occupato dal nemico è mai riuscito a ottenere: la condanna della base di morte e i sigilli ai suoi dannatissimi impianti. Ora, se Blu passasse il grigio anche su questi suoi colori e tratti da urlo, per i No Muos quei colori e tratti il loro lavoro l’hanno fatto. Hanno ferito il drago, speriamo a morte.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Meraviglioso.Non ho altro da dirti Fulvio,uno dei piu' begli articoli,probabilmente il migliore che abbia mai letto.Onorato di essere un tuo lettore e di averti stretto la mano.
Luca.

Anonimo ha detto...

Grazie
Faber

Pier Luna ha detto...

Il potere con una mano criminalizza i graffiti, processa writers e invoca il decoro urbano, poi quando fiuta l’affare con l’altra, pretende di usarla come merce per il suo lucroso mercato dell'arte, cercando gloria e autocelebrandosi come culla della street art . Ma “l'oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare..”

Pier Luna ha detto...

Il potere con una mano criminalizza i graffiti, processa writers e invoca il decoro urbano, poi quando fiuta l’affare con l’altra, pretende di usarla come merce per il suo lucroso mercato dell'arte, cercando gloria e autocelebrandosi come culla della street art . Ma “l'oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare..”

Fulvio Grimaldi ha detto...

Pier Luna.
Street art? per favore! Arte di strada. Suona anche meglio.E meno snob.

Anonimo ha detto...

Totalmente solidale con la sua visione, il suo estro e la sua passione, con la quale è riuscito a palesare che la vera arte popolare è quella scritta dipinta e incisa sulla tela pietra legno del popolo. Quando questo popolo manca, tutto diventa irrimediabilmente ingurgitato e ad appannaggio del capitale economico finanziario speculativo. I murales di Orgosolo insegnano questo, scritti sulla pelle del banditismo e dell’antimperialismo dell’epoca. Quando il popolo non è parte attiva e indispensabile dell’opera, questa diventa incubatrice di quel malessere che spesso si traduce in disperazione e gesti inconsulti, siano essi un suicidio di un disoccupato o una strage indiscriminata. E quindi, riempire gli aereoporti di viaggiatori low cost crea masse egoistiche che usufruiscono dello stesso capitale che le condanna, il tutto fino a quando non tocca le persone direttamente e non solo televisivamente. La lezione delle masse in corteo in Brasile a difendere non tanto il governo, quanto le opportunità conquistate negli ultimi venti anni, sbatte in faccia all’europa il suo piano di mercificazione dell’umanità....fino a quando i magnati (dal sistema) si accontenteranno di mangiare.
https://www.youtube.com/watch?v=d7at7p--lKI

Anonimo ha detto...

E come tradusse magistralmente Guevara, che disse più o meno : - la materia genera movimento inarrestabile, tuttavia essa può essere dinamica, in continua mutazione e adattamento, oppure energetica, accendendo il movimento stesso. Ma le due situazioni sono inconciliabili, la prima apparentemente attiva snatura l’essenza, la seconda apparentemente accelerante, potenzia il movimento originario.

L’inconciliabilità dettata dalla radicalità e l’alternativa possibile socialdemocratica. definisce in questa visione tutto l’occidente che a mio avviso, riesce a conciliare le due solo in un tessuto rigidamente laico come la Germania, dall’Italia accusata ma in realtà invidiata, per aver saputo marginalizzare il baratro del nazismo ricostruendo la migliore ipotesi possibile di occidente (purtroppo), ma del resto la scuola del Reich era romana e vaticana, falso borghese e piccolo monarchica, talmente radicata nella penisola da far gioire per quindici secoli le teste coronate di ogniddove, proiezione secolare del decaduto impero che solo le masse sovietiche riuscirono a cacciare, rimandando i Romanov nel cuore bancario e neutrale dell’europa, la stessa che dopo duemila anni di depredazioni si permette di gridare che siamo in guerra. Settanta anni di asservimento ai fasci littori del senato statunitense accusano la rinata Russia di intromissioni, la stessa stordita Russia post-muro dell’amico Enzo Cursio che ha permesso a impresari-imprenditori italiani di sciacallare le ex repubbliche. La faziosità di quel 68’ anticipato e reazionario dimostra che avevano già capito il tradimento dell’europa occidentale assetata di coca cola e affamata di madiagossip.