sabato 7 maggio 2016

ERITREA, CE NE FOSSERO!



Tornare in Italia dopo un paio di settimane in giro per l’Eritrea è come sprofondare da una passeggiata a pieni polmoni nel bosco all’alba, tra canti di uccelli e rigogli di fioriture, nell’apnea dentro a uno stagno putrescente. Tutto, da limpido e trasparente, diventa torbido e opaco, nelle parole e nelle  immagini. Rientriamo a Mordor, il tetro impero della menzogna e del sopruso. Ancora le gigaballe su Regeni e Al Sisi, ancora i turpi inganni su Aleppo, ancora l’Isis che o accettiamo un regime cripto nazi, o ci fa saltare per aria tutti, ancora i ciarlatani nei palazzi del potere….

Con i guerriglieri lotta armata per la liberazione
C’ero già stato, in Eritrea, diverse volte. Come sempre da non-nonviolento. La prima, appena scelto di fare il corrispondente di guerra da freelance, dopo aver coperto la Guerra dei Sei Giorni in Palestina per Paese Sera. I miei territori d’elezione erano quelli dove ancora non era finita la lotta di liberazione dal colonialismo, non-nonviolenta e perciò vittoriosa: Palestina, Irlanda del Nord e, appunto, Eritrea. Eritrea che avrebbe dato vita alla più lunga lotta di liberazione di tutta la decolonizzazione: 1961-1991. Il classico Davide, tutto solo, contro il Golia etiopico che aveva alle spalle, prima, tutto l’Occidente imperialista e, poi, tutto l’Oriente “socialista” e che già aveva subito, dal 1890, l’offesa del colonialismo italiano, quello degli “italiani brava gente”, brutale, razzista e predatore, poi, dal 1941, quello britannico e, infine, l’annessione all’impero di un manigoldo genocida, ma caro all’Occidente, Hailè Selassiè, re dei re. Da qualcuno, animato da appettiti neocoloniali, incoronato “padre dell’Africa”.
 Maggio 1971, sul campo

Mi ero incamminato, nella primavera del 1971, con i combattenti del Fronte di Liberazione Eritreo (FLE), che più tardi, dopo sanguinosi contrasti,  avrebbe ceduto il passo al Fronte Popolare (FPLE) di più netta ispirazione rivoluzionaria. Partimmo da Kassala, in Sudan, e durante una mesata percorremmo a piedi, schivando i presidi e le pattuglie degli occupanti etiopici, ma anche scorpioni, babbuini urlanti, leoni sonnecchianti,  mezzo migliaio di chilometri, tra andare e ritornare. Attraversammo, prosciugati dal sole e accecati da tempeste di sabbia, il deserto e il semideserto del bassopiano occidentale, rincuorandoci nelle frescure dei fiumi Barka e Gash. Ci arrampicammo sugli aspri e aguzzi monti che ci sollevavano verso l’altopiano dalle ricche piantagioni in mano ai latifondisti italiani, i Denadai, i Barattolo, i cui aranceti ci offrivano copertura dagli occhiuti elicotteri e caccia di Addis Abeba. Incrociammo combattenti feriti, dalle bende insanguinate, reduci delle battaglie. Interrompemmo la dieta secca e monotona della dura (un cereale), resa graffiante dall’incandescente berberè, grazie a un povero dik-dik centrato dal Kalachnikov, o a un capretto offertoci dal capo villaggio solidale con la rivoluzione. Rasentammo Tesseney, Barentu, Agordat, Keren, città rifatte negli anni ’30, come soprattutto le bellissime Asmara e Massaua,  nel segno del più felice stile razionalista italiano, detto anche “littorio”. Opere di nostri grandi architetti e urbanisti, uno dei pochi lasciti di cui non ci dobbiamo vergognare, anche se, beninteso, è per la piccola  e tronfia borghesia coloniale che si apprestavano residenze ed edifici pubblici, mica per gli “indigeni”, relegati nell’apartheid, oltre la cinta delle case belle.


1977, Dancalia, sotto le bombe sovietiche dell’Etiopia
La seconda volta fu, nel 1977, attraversando con un barchino  il Mar Rosso dallo Yemen, dribblando di notte le navi da guerra etiopiche appostate in vista della Dancalia liberata dal Fronte. Sbarcammo a Barasole, poco sopra il porto di Assab, accesso al mare ambito da Addis Abeba. Non era finito il cerimoniale del ricevimento allestito dagli anziani del villaggio, che arrivarono le bombe del nuovo tiranno colonialista, il “Negus rosso”, Mengistu Hailemariam, capo del DERG, gruppo di ufficiali che aveva rovesciato il vecchio imperatore sanguisuga e, dopo qualche occhieggiamento con Washington, si era collocato tra le braccia di Brezhnev. E di Fidel. Che, fraintendendo per obnubilazione terzinternazionalista e pentendosi poi tardivamente, inviò 15mila cubani a schiacciare una lotta di liberazione nazionale condotta nel segno di Marx, Fanon, Cabral, Malcolm X, insomma del meglio su piazza. Barasole incenerita con capanne, edifici, bestiame, persone. Noi, con donne e bambini, portati in salvo nelle grotte laviche alle spalle del villaggio. Poi tutto un viaggio per spiagge sconfinate e vuote, da turismo di sogno, e su, tra le altissime rocce vulcaniche dove la guerriglia celava le sue infrastrutture: cliniche, officine, scuole, coltivazioni., tra picchi e anfratti dove i piloti russi ci cercavano e non ci beccavano più.
Barasole dopo le bombe etiopiche

Nel 1978 tornai con la guerriglia nel bassopiano al confine col Sudan. Stavolta le città, Tesseny, Barentu, Agordat, non le passammo al largo, strisciando tra acacie e frutteti. Ci entrammo trionfalmente: erano state liberate e già prosperavano scuole rivoluzionarie, cliniche, centri di assistenza sociale, organizzazione comunitaria. Provai a raggiungere l’armata vittoriosa nel 1989 nella sua grande offensiva, giù da Nakfa verso Asmara, travolgendo le ultime resistenze etiopiche. Ma logistica e normative strategiche non lo consentirono e dovetti seguire la liberazione della nostra prima colonia, la vittoria di una vera rivoluzione al tempo in cui altre si apprestavano a spegnersi, alla radio, in tv, sui giornali.
Che allora erano tutti pieni di ammirazione e simpatia. Il negus rosso, è vero, non c’era più e dunque anche le “sinistre” poterono rivedere i propri strafalcioni da allineamento con Mosca (lo fece perfino l’Avana, ma solo nel 1989, a giochi fatti) ed entusiasmarsi per la vittoria di questa estrema battaglia al colonialismo, stavolta interafricano, ma con grossi sponsor alle spalle dell’aggressore.
Barasole, in salvo nelle grotte

Libera Eritrea = Stato canaglia
E siamo all’oggi. Ammirazione e simpatia si sono stravolti nel loro contrario. Nell’Africa dell’Algeria, dello Zimbabwe e dell’Egitto assediati dal revanscismo colonialista, della Libia e Somalia disintegrate, del Sudafrica in pieno tradimento di tutte le sue premesse, dei tre fantocci centroafricani che fanno da quinte colonne per la riconquista imperialista del Continente. Kenia, Uganda ed Etiopia, e di tutti gli altri regimi più o meno amannettati ad Africom, l’Eritrea è diventata per tutti, uniti nella perversa maieutica Nato e neoliberista,  la piccola grande bestia nera. Lo schema è quello classico, tanto facile, stereotipato e  rozzo, quanto bene accetto all’ansia dirittoumanista degli utili idioti e amici del giaguaro: dittatura spietata, partito unico autocratico, lavori forzati, prigionieri politici incatenati e torturati, esecuzioni di chi fiata, una gioventù bruciata dalla militarizzazione perepetua, torme di disperati in fuga a rischio di insabbiarsi nel Sahara o affogare nel Mediterraneo. Tutta roba già martellata su cervelli che dovevano poi assistere, catatonici o compiaciuti, alla distruzione di Jugoslavia, Serbia, Iraq, Libia, Siria e relativi genocidi, nel nome del recupero dei diritti umani e della costruzione della democrazia.

Spia o relatrice dei diritti umani:
Sheila Keetaruth con sponsor etiopici

Una sguattera di operazioni del genere è tale Sheila Keetaruth, già capa in Africa dell’arnese Cia Amnesty International, incaricata dall’ONU di trovare modo di creare le premesse per l’aggressione all’Eritrea alla conferenza di Ginevra della Commissione per i Diritti Umani (presieduta dai sauditi) del prossimo giugno. Non ha mai messo piede in Eritrea e ha raccolto testimonianze tra eritrei veri e finti rastrellati in Etiopia in produttiva collaborazione con funzionari di un paese che da quasi settant’anni cerca, a forza di bombe e sterminii, con pieno appoggio e su istigazione degli Usa, di mangiarsi l’ex-colonia italiana. La credibilità della signora si basa su questo retroterra, come sulla dabbenaggine o complicità dei media tutti e delle forze politiche occidentali tutte. Vale quella dei “giudici” della Corte di Giustizia Internationale (quella che incrimina solo soggetti di pelle nera), o del Tribunale Penale per la Jugoslavia (quella che ammazza in cella chi non riesca a provare colpevole).

Demonizzazioni imperialiste, verità eritree
Visti gli esiti del multipartitismo come adottato dai ceti compradori del neocolonialismo (senza neanche parlare di quello in uso da noi, dove ogni diversità si omologa in larghe intese), l’Eritrea ha organizzato lo Stato e la partecipazione della popolazone nel Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (FPDG), erede diretto del Fronte guerrigliero (FPLE) che ha portato il paese alla liberazione e all’indipendenza. Isaias Afeworki, vero padre della patria ed espressione dell’unità e del destino comune di un popolo composto da nove etnie e tre religioni, comandante del FPLE dalla sua creazione, ne è il segretario. Nell’immaginario del popolo corrisponde a Fidel, a Chavez, a Gheddafi.
Di Isaias (in Eritrea tutti si rivolgono tra loro con il primo nome, essendo il secondo quello del padre) per le strade, nelle vetrine e negli uffici non si vedono immagini, tanto che sono dovuto andare su google per vedere quanto l’uomo di oggi differisse da quello, giovanissimo, che vidi a Khartum nel 1978. Né si vedono – consentitemi il passo di lato - per i grandi viali alberati dell’Asmara o di Keren, nei gruppi di giovani dello struscio, o nei crocchi di anziani agli innumerevoli caffè “Impero”, “Tre Stelle”, “Maria”, nelle code per i cinema “Roma”, “Verdi”, “Impero”, le facce piatte di chi s’è perso e ha perso il mondo nei tecno-intrugli deficienti degli smartphone. Il cellulare ce l’hanno e a volte telefonano. Ma perlopiù guardano, sentono e si parlano. E neppure sono inciampato, alle fermate degli autobus, sotto gli edifici pubblici, intorno a ministri o dirigenti politici, nei vicoli che serpeggiano per i villaggi di tucul, tra i sicomori nel bassopiano, alla cui ombra si riuniscono le assemblee di paese, nei mercati-formicai abbaglianti di colori, né i militari con mitraglia imbracciata, né guardie del corpo, nei poliziotti robocop, da noi fatti passare per custodi delle sicurezza ed effettivo strumento di intimidazione.
Clinica del Fronte in Dancalia

Per scoprire un vigile – disarmato – ho dovuto correre all’arrivo, ad Asmara, del Giro Ciclistico d’Eritrea (con partecipazione di squadra toscana “Amore e Vita”), sotto le tribune che il colonello Mengistu aveva allestito per assistere alle parate delle sue armate e che, bastonato e cacciato il negus rosso, ora tracimano di tumultuante folla in delirio per i suoi pedalatori connazionali, primi otto all’arrivo e in classifica su otto nazioni partecipanti. In tribuna tre dei ministri che ho intervistato: Informazione, Agricoltura, Sanità. Neanche l’ombra di una body guard. Gira così per il paese anche Isaias. Chissà se è perchè non gliene fotte niente di esibirsi con un esercito personale, o perché quiggiù nessun  notabile rischia il lancio di oggetti, o improperi. Ne ho incontrato parecchi di studenti, contadini, mercanti, bariste, tecnici, scienziate. E ministri e dirigenti del Fronte. Dagli uni agli altri non c’era soluzione di continuità umana.  Ne venivo via, in ogni caso, con la sensazione di aver incontrato persone perbene, autentiche, prese da quel che fanno, che ci credono. Se poi penso alle facce e ai modi dei nostri potentati è come passare da un romanzo di Calvino all’Isola dei Famosi.
Combattente e contadino

Una luce nel Corno d'Africa
Il paese è povero, ma in piedi. Nel 2009 l’ONU ha decretato sanzioni, poi rinnovate nel 2011 e via via, Cina e Russia pilatescamente astenuti. Quell’ONU, foglia di fico su tutte le nefandezze Usa e UE, che, da sempre, all’Eritrea ha voluto male. Negli anni ’50, partiti gli italiani e poi i britannici, l’ha voluta federare all’Etiopia e poi non ha detto niente quando il monarca più sanguinario e ottuso dell’intero continente se l’è incorporata. Né s’è sognata di fornire solidarietà e sostegno, almeno politico, a una lotta di liberazione costata agli eritrei decine di migliaia di vittime, tra civili e combattenti e infinite distruzioni. Lotta dei poveri, in sandali fatti dai copertoni, contro i tank, i Mig, i Phantom, forniti ai lacchè etiopici dalle superpotenze. Forse al Palazzo di Vetro, che comunque sta inesorabilmente all’orecchio della Casa Bianca, si presentiva che con quell’Eritrea di un Fronte impermeabile a ogni condizionamento esterno, arabo, africano, o occidentale che fosse, non sarebbe finita come con l’India, o il Sudafrica, subito rientrati, tramite Commonwealth, nell’orbita capitalista. Hanno vinto, gli eritrei, armandosi con le armi sottratte al nemico. Quelle al nemico distrutte costeggiano ancora le grandi via tra est e ovest, nord e sud e, ai margini della capitale, ne hanno fatto una collina che è memoriale e monito.
1971, battaglia nel bassopiano

Parola d’ordine di sempre: Resilienza
E oggi vincono grazie allo stesso criterio: resilienza e autosufficienza, senza dover dire grazie a nessuno, né fare inchini. E funziona. Nella lotta hanno imparato a darsi da fare da soli, inventandosi tutto, dalle lamiere dei camion trasformate in lanciarazzi, ai sandali dei guerriglieri, appunto, riciclati dai pneumatici. Un sobborgo della capitale è tutto un’immensa officina del riciclaggio. E’ uno degli spettacoli di trasformazione e ricupero di quanto da noi si butta più impressionanti che abbia mai visto. Non c’è rifiuto di metallo, plastica, legno, carta, stoffa, che non torni in vita tra le mani di questa immensa industria spontanea e artigiana. Del resto quella dell’Eritrea è una vera ossessione ecologica. Banditi i safari che, negli altri stati, avvicinano l’estinzione di tutte le specie autoctone. I babbuini ci salutano dal ciglio delle strade, gli struzzi competono con il fuoristrada, gazzelle, elefanti e leoni stanno tornando sulle rive del Gash e del Barka, da dove i combattimenti e le bombe li avevano allontanati. L’intera Eritrea è una riserva naturale. E così il Mar Rosso, i suoi coralli, la sua fauna ittica e le sue sconfinate spiagge e isole bianche.

L’industria mineraria si va scoprendo remunerativa – oro, argento, rame, zinco, potassio – e si va allargando con l’intervento di società estere in consorzio con quelle nazionali. A Bisha,  nell’estremo sud-ovest del paese, dove si estraggono rame e zinco, il responsabile alla sicurezza ambientale e sanitaria ci ha messo un’ora ad elencarci le norme e misure dettate dal legislatore per impedire che gli investitori strafacciano come in Romania o Perù.(incominciano ad essercene parecchi, a dispetto delle sanzioni e delle minacce del Dipartimento di Stato, attratti da un’economia mista e da risorse che rendono accettabili le stringenti normative statali). La grande quantità d’acqua necessaria per le estrazioni viene riciclata all’80%. E il problema della scarsità d’acqua, dei fiumi torrentizi e solo stagionali, viene affrontato con la costruzione di dighe che raccolgano l’acqua piovana. E grazie a queste che le ricorrenti siccità hanno colpito Etiopia e altri paesi con vaste estensioni aride, ma hanno pouto essere superate in Eritrea. Dove il fervore verde si incontra a ogni tornante delle vie “imperiali”, tra lo zero sul livello del mare di Massaua ai 2.400 di Asmara, costruite dai colonizzatori tra il 1890 e il 1941, e ora ben mantenute e prolungate.

Lungo una di queste c’è Dogali, dove un imbecille di tenente colonello nel 1887 ha sacrificato alla sua imperizia e alla fregola colonialista di De Pretis 500 giovani contadini e operai italiani. Poco dopo c’è il sacrario di Adua, dove 9 anni dopo, altri poveri coscritti vennero fatti a pezzi dagli abissini. Dalle parti di Keren c’è il cimitero italiano. Il custode, con una paga misera misera di Roma, non nota la mia vergogna alla scritta sull’entrata: “EROI” e poi alla vista di un cimitero diviso in due. Da una parte centinaia di lapidi con nomi, cognomi, date e grado dei caduti italiani. E tante piante fiorite di Bouganville. Dall’altra, altrettante lapidi, secche, con una sola scritta ciascuna: “Ascaro ignoto”.
 “Ascaro ignoto”.

Montagne a gradinate, con le terrazze che si moltiplicano su ogni pendenza, a frenare l’erosione e a rimboschire. L’afforestazione è forse l’impegno ecologico principale per Stato e popolazione. Vi si impegnano le comunità locali, con tutti i componenti maggiorenni. Lo rinforzano i militari impiegati nel servizio civile. Già, quei militari su cui imperversa il cliché di una coscrizione senza fine, vessatoria, che cancella opportunità e libertà. Senza contare che dal giorno dell’indipendenza conquistata l’Eritrea rimane sotto schiaffo di chi utilizza gli etiopi per ricondurre il paese ribelle all’obbedienza imperiale. Nel decenno successivo ha dovuto subire e vincere due guerre d’aggressione. Nonostante gli accordi di Algeri del 2000 abbiano determinato le linee di confine, del resto fedeli ai tracciati storici, Addis Abeba continua impunita ad occupare territorio eritreo. Senza che l’ONU alzi un ciglio. Ed è ancora di questi giorni l’ennesima minaccia di guerre all’Eritrea lanciata da Hailemariam Desalegn, successore del despota Meles Zenawi. Che questo comporti per un popolo di meno di 5 milioni di abitanti uno spropositato sforzo di difesa dovrebbe sembrare naturale. Oggi, tuttavia, il servizo militare è limitato ai 18 mesi, in gran parte impegnati, appunto, nel servizio alle comunità. Sta peggio Israele, dove, dopo i due anni di servizio obbligatorio, si viene richiamati fino ai 50 anni e l’impegno è tutto per lo sterminio di palestinesi, grandi o piccoli che siano. Ma nessuno fiata.

L’irrigazione a caduta, a pioggia, canalizzata, amplia in continuazione la terra coltivata. Vi si dedicano aziende agricole integrate dove si persegue l’autosufficienza territoriale con l’allevamento, bovini, ovini, pollame, e le colture di cereali, legumi, verdure. Grandi complessi da 14mila polli, migliaia di capre e centinaia di vacche da latte sparsi nel paese e che costituiscono il modello per l’agricoltura famigliare, dove con un paio di mucche, i polli, le capre, gli orti, il frutteto, si copre il fabbisogno proprio e si ambisce a un 20% da vendere sul mercato di zona, o direttamente, o attraverso cooperative.

L’Eritrea è un paese bellissimo, tra il tropicale e l’alpino. Un sogno di turismo ecologico e culturale. Configurazioni geologiche affascinanti e varie come neanche la fantascienza galattica le ha saputo immaginare. L’Africa nera più nera e poi la moderna urbanistica razionalista e la vita di comunità che concilia musulmani, ortodossi e cattolici, tutti con le loro grandiose cattedrali e moschee. Potrebbero avere qualche risentimento, questi figli e nipoti di una colonizzazione che li ha depredati e umiliati, oltre a farne combattere e morire i nonni, da ascari, nelle guerre dei genocidi fascisti in Libia ed Etiopia. Ci penso mentre passeggio ad Asmara, per il Viale della Liberazione, tra ragazze-fuscello in leggins e signore in vaste sottane, con il gran scialle bianco e i capelli ancora a treccine sulla nuca. Questo viale si chiamava allora “Campo Cintato” e divideva in due la città. Da un lato i signori coloni con palazzi e ville, cinema e circoli, dall’altro gli indigeni e le loro baracche. Da qui all’altra parte non si passava, se non per fare i giornalieri: camerieri, sguatteri, pulitori, spazzini.

Avrebbero qualche motivo per risentirsi a incrociare questi nostri visi bianchi con le telecamere Sony puntategli addosso. E infatti le evitano, ma è per un sano sospetto di fare da folklore, come lo cercavano un tempo signori curiosi di esotismo. Ma non appena saluti, sorridi, è subito uno sconfinato biancheggiare di denti su fondo scuro. E ti pare di sentire un soffio di tempi lontani, perduti, quando eri piccolo e tutte le cose si facevano ancora insieme, quando non c’era l’ognuno per sé, più veloce, più forte, più fregone, più sprofondato nell’abisso senza fondo del suo telefonino. Qui sorridono tutti, sei avvolto in vapori di cordialità, c’è una specie di onda d’intesa sul fatto che siamo tutti umani che avvolge, rasserena, conforta, fa allegria. Dici una volta il tuo nome e tutti ti ci chiamano ogni volta che ti incontrano. Diventi parte di una memoria collettiva e, se ti fermi, di una collettiva vita.

  
Altro che dittatura. Prima di parlare di Eritrea qui in Occidente, e soprattutto in Italia, ci si fermi. Si contemplino gli scempi politici, morali e culturali che ci siamo lasciati infliggere da una successione di bande di cialtroni, si apra un libro di storia e si noti chi abbiamo sulle spalle, se non sulla coscienza collettiva, i marescialli Graziani dei mille impiccati tra Addis Abeba e Assab, il maresciallo Badoglio dello sterminio con i gas. E poi si stia zitti.









28 commenti:

Anonimo ha detto...

Grazie Fulvio.
In un paese in cui la dignità dei popoli e' calpestata da 'giornalisti' che si permettono di inventare notizie senza nessuna verifica resiste una voce (...e che voce) libera. Uno che si informa, parte, vede e racconta quello che ha visto.

Mattia

rossoallosso ha detto...

Bentornato Fulvio,grazie della testimonianza e grazie a coloro che "restiamo umani" non è solo uno slogan

Paolo Selmi ha detto...

"Hello Chicago, I'm back..." (John Belushi in "Chiamami Aquila")
Mi unisco al coro dei bentornato, Fulvio. E di "Continental divide", come da titolo originale di questo bellissimo film, qui ce n'è parecchio, eccome: sei tornato nel marcio, solcando una distanza che è ben più di quella chilometrica che hai percorso. Sei tornato da un luogo che è divenuto parte della tua vita alla cosiddetta "casa". E, come Souchak, hai subito scritto un pezzo al fulmicotone, di quelli che parlano di Vita, con la V maiuscola, e non solo di Storia, sia pur con la S maiuscola. Per un attimo, mi son trovato anch'io a respirare sabbia e a condividere quel provvidenziale capretto.
Ancora Bentornato!
Paolo

Daniel Mebrahtu Hadera ha detto...

Un commento per una testimonianza veritiera simile da uno sballordito e stanco dalle menzogne perenni della stampa occidentale sull'Eritrea non e' semplice.

E' un articolo storico, scritto da un vero giornalista, per noi eritrei/Hafash d'ora in avanti "Grimaldi" rimarra sinonimo alla "penna della verita". Grazie.

Massimo Ceci ha detto...

Mi permetto anche io Fulvio di darti il mio bentornato e di ringraziarti per questo ennesimo pezzo di giornalismo verita', fatto sul campo.
Dopo 3 settimane leggere un tuo pezzo e' come respirare aria limpida e salubre di campagna dopo i fumi tossici di citta'.

Paolo Motta ha detto...

Io ero convinto che essendo all'Impero (chiamiamolo pure così) andata storta la conquista della Siria, se la sarebbe presa col vicino Libano, reo di aver respinto un'invasione israeliana, non molti anni fa. Invece vedo che il nuovo obiettivo è l'Eritrea, definita da alcuni giornalisti e blogger "un regime peggiore della Corea del Nord". Pensare che il regista coreano di Snowpiecer e The Host (scusate se non ricordo il nome) ha spesso denunciato pubblicamente i crimini e l'asservimento agli USA della Corea "democratica", quella del Sud.

Anonimo ha detto...

Questa fogna di mondo occidentale, marcio, corrotto, stupido, egoista, arrogante, falso oltre ogni limite di qualsiasi decenza, prepotente, ignorante, criminale
ed assassino, vuole mettere le sue luride mani, sporche di sangue innocente, anche su questa bellissima terra per l'ennesima volta. Graziani fu un criminale, uno sporco assassino, che la storia lo condanni per crimini contro l'umanità. Siamo stati anche noi dei maledetti colonialisti assassini, in buona compagnia degli stupratori inglesi, che causarono, nella sola India, dal XVIII° secolo fino a Ghandi, ben sessanta milioni di morti per fame, stenti e fatiche. Una decimazione apocalittica di contadini costretti a lavorare la propria terra per gli inglesi latifondisti in cambio di razioni di cibo inferiori a quelle degli ebrei segregati ad Auschwitz dai criminali nazisti. Perché non si insegnano queste cose nelle scuole?

Bentornato caro Fulvio Grimaldi. Grazie infinite per la sua grande onestà intellettuale e professionale. Non se ne può davvero più di bugie, ipocrisie e inganni mediatici, ma che professione è diventata quella del giornalista? Solo prostituzione e nient'altro? Dov'è finita la libertà di stampa? Arriveremo mica un giorno a diventare anche noi come la Turchia? Con giornalisti arrestati perché dicono LA VERITA'? Stiamo entrando dritti nel nuovo ordine mondiale comandato dai padroni dell'universo, loro si definiscono l'élite, ma sono la feccia, il residuo fecale del mondo, la miseria mentale e spirituale più assoluta.

Anonimo ha detto...

Caro Grimaldi,

grazie.

Una nota a latere...spero davvero lei abbia pensato (o magari e' gia' pronto in un cassetto) a sistematizzare, per iscrittto, almeno alcune delle sue esperienze...le forma-diario, autobiografia o quella che le risulta piu' congeniale.

Non certo per auto-incensarsi, quanto credo sia un 'dovere' politico. Storie e competenze e analisi critica come la sua son sempre piu' rare. E' vero che i suoi documentari parlano a sufficienza, ma uno strumento dal passo lungo, in cui far affiorare il pensiero, la coerenza politica e professionale, beh, credo davvero valichi i limiti dell'ego. Dovrebbe essere messo a disposizione di chiunque voglia provare, molto timidamente, a seguire le sue tracce e a crearne di nuove.

E poi, secondo me, una sua autobiografia potrebbe risultare anche aneddotticamente spassosissima..che ne dice?

Grazie ancora, cari saluti

Edoardo

Fulvio Grimaldi ha detto...

Edoardo@
Il suo suggerimento mi è stato fatto da molti altri e ringrazio tutti per la considerazione. In effetti è un percorso vitale lungo e comprensivo di avvenimenti, climi, significati. Se avrebbe un senso, sarebbe non per il "protagonista", ma per le stanze attraversate. Ma significherebbe un lavoro a scapito di tutti gli altri (blog, documentari, ecc.) e di lunga durata. Vedremo.

Marco ha detto...

Ciao Fulvio, mi hai fatto venire voglia di andare a visitare questo bellissimo paese.
Grazie.

Anonimo ha detto...

per me fulvio grimaldi resta il miglior giornalista italiano nel mondo; avrebbe potuto scegliere di fare la prima penna del corriere,o di repubblica e di qualsiasi altro giornale italiano, ma lui pare che abbia scelto di rimanere l'artigiano della parola, il demiurgo che incarna lo spirito vero della produzione e della trasmissione della notizia partendo solo dalla materia prima; io lo paragono a quei vignaioli viticultori artigiani che producono vini eccellenti senza l'ausilio delle sofisticate tecniche enologiche di oggi.
la notizia di fulvio è una notizia vera, audace, senza compromessi, senza false virtù, che si incarna nel tessuto sociale, nella verità della vita di ogni giorno e come i migliori vini è una notizia che non si perde nel nulla della vastità vuota della rete, ma sarà una notizia che, per chi ha sensibilità, non potrà che ricordarla vera anche tra cent'anni.

grazie fulvio grimaldi, per la tua grinta, la tua indomita sete di giustizia motore della tua inesauribile volontà di scoprire sempre la verità sul campo.

cordiali saluti

alberto

Fulvio Grimaldi ha detto...

Alberto@
Hai fatto di tutto per imbarazzarmi. Sei troppo generoso. Comunque, grazie di cuore!

Andrea Sintoni ha detto...

noi in romagna,per l esattezza predappio ma tu guarda un pò,quando vogliamo dire qualcosa di speciale di una persona diciamo;l è quel cun s po..trad.è quello che non si può..bè ti sei una volta di più meritato questa altiissima onorificenza..andrea da predappio

stefano ha detto...

Sottoscrivo, parola per parola, il commento di Alberto.
Grazie Fulvio, in attesa di leggerti ancora.

Stefano

Anonimo ha detto...

Fulvio Grimaldi è un grande, ciò è indiscutibile. E lo è da tanti, tanti anni. Oggi le voci "fuori dal coro" grazie a dio si sono moltiplicate, ma una volta lui era uno dei pochissimi. Tuttavia anche Fulvio ogni tanto prende dei granchi: come nel dicembre 2010, dove scambiò i prodromi del golpe che spodestò berlusconi (per vicende legate alla Libia etc.) con genuine proteste di piazza. in realtà si trattò di un accenno di rivoluzione colorata, fatta con la manovalanza degli utili idioti (meglio, imbecilli) dei centri sociali abilmente pilotati dai soliti soggetti (dai "black bloc" in su).

Edoardo

Fulvio Grimaldi ha detto...

Edoardo@
Grazie degli apprezzamenti. Ma "granchio"? Non credo. Di cosa parli, dei moti al Cairo? O delle manifestazioni italiane? In entrambi i casi non erano rivoluzioni colorate, ma genuine e sacrosante proteste di massa. Che poi qualcuno si sia infiltrato e le abbia manipolate è un altro discorso. Ma si dovrebbe smettere di attribuire alla Cia o alla Spectre ogni esplosione di rabbia popolare. Bisogna saper distinguere tra Kiev e il Cairo, tra Belfast e Caracas, tra Roma e Bengasi....
Anche i 30 milioni di egiziani che hanno cacciato il despota fondamentalista Morsi erano "colorati"?

claudio ha detto...

Che bello poter leggere un articolo che so corrispondere a verità. MI ha fatto venire voglia di trasferirmi in Eritrea per trovare quella fraternità e quell'umanità che qui non ho mai conosciuto e per condividere una vita semplice fatta di mucche galline e capre che ormai è possibile solo quando si dorme.
Spero che non vengano travolti dal 'mito del progresso' e che da uomini si trasformino in operai/schiavi/manodopera.

Mi ha fatto dispiacere, invece, leggere della gara ciclistica in quanto ritengo la competizione il contrario della fraternità, dell'empatia e del reciproco aiuto e non mi lascio abbindolare dalla scritta sulle maglie AMORE (quale amore?), VITA( ma quale vita?). Dico questo con cognizione assoluta di causa in quanto 'toccato con mano'.

Grazie Fulvio per amare la verità e per raccontarci i fatti, così come sono.

Anonimo ha detto...

Questa vecchia volpe di Grimaldi ha sempre ragione. Dagli tempo e le "bislacche" ipotesi si delineano come realtà. La campagna Amnesty-Regeni si é rivelata capillare e funzionale. Anche i font usati nello slogan sono rigorosamente gli stessi sui manifesti, striscioni, giornali; come la scuola di propaganda insegna, devono essere immediatamente riconosciuti. Devono creae il "brand"... Come il pugno di OTPOR.

alex1 ha detto...

Sulla storia dell'Eritrea mi ricordo circa vent'anni fa di un dibattito fra il "Manifesto" che sosteneva il diritto all'indipendenza di quella terra (insieme all'indipendenza di qualunque comunità, purchè non fossero i serbi di Bosnia o di Kraijna, si intende) ed alcuni intellettuali della sinistra marxista (mi sembra ci fosse un certo Moffa) che affermava che l'indipendenza dell'Eritrea, anche se il partito eritreo che più l'appoggiava si definiva marxista leninista, era un grimaldello occidentale per smantellare l'Etiopia socialista ed ipotecare il controllo della Somalia. Inoltre c'erano alcuni ragazzotti che portavano Hailè Selassie come esempio di lotta antimperialista. Non riuscii a farmi un idea chiara all'epoca, adesso con il rovesciamento delle parti e con questo bell'articolo credo di averne capito di più, ma non proprio tutto sulle dinamiche in atto.
Intanto il FMI ha le idee molto chiare di che cosa si deve fare per ridurre la spesa pensionistica e lo dice senza mezzi termini.
http://quifinanza.it/soldi/il-fmi-ha-trovato-la-soluzione-alla-crisi-economica-dovete-morire-prima/63665/?ref=libero.
Da noi i politici balbettano e giocano a nascondersi, parlando di scontro generazionali con i giovani che pagherebbero le pensioni ai pensionati. Tenuto conto che dall'epoca delle guerre mondiali non si era mai verificato un calo della popolazione, con aumento della mortalità dell'11% in un solo anno, credo ci stiano riuscendo fin troppo bene.

Mirko Vaglio ha detto...

Nello squallore disperato dell'Italia di oggi, immersa nella poltiglia europea, ogni tanto fa piacere sentire storie di popoli ancora in qualche modo in piedi (almeno per ora) e degni del loro nome e della loro storia. Grazie Grimaldi.

Massimo ha detto...

Mi piacerebbe caro Fulvio leggere in un tuo prossimo pezzo le tue considerazioni sul Brasile, uno dei Brics, in cui proprio oggi è stata destituita la legittima presidente Dilma Rousseff a favore di un certo Temer che da quel che intuisco è un personaggio molto più corrotto di quello che si presume possa essere la presidente uscente.
Mi sembra evidente, pur non considerando il governo di Dilma tra i più avanzati del continente sudamericano che si è affrancato in gran parte dallo storico dominio e sfruttamento nordamericano cui è sempre stato soggetto negli ultimi anni, che si tratti di un'operazione strumentale ordita dai soliti circoli criminali internazionali di sfruttatori economici che si appoggiano alle tradizionali classi compradore e parassite locali.
Noto con sconforto che è in pieno svolgimento il contrattacco di questi poteri in quel continente: in Argentina Macri liberista e "americano" ha preso il posto di Cristina Kirchner Fernandez, in Venezuela gli attacchi per destabilizzare il paese attraverso la guerra economica non si son mai fermati e hanno portato alla sconfitta del partito di Maduro e del mai dimenticato Chavez alle ultime elezioni parlamentari e ora il Brasile.
Stanno facendo di tutto per riprendersi il continente che finalmente aveva dato forti segnali di discontinuità e rottura con un triste passato di sfruttamento e schiavismo economico e per ora sembra ci stiano riuscendo.
Saluti.

Anonimo ha detto...

Per fortuna in America Latina i soliti noti iniziano a spararsi nei piedi. In Argentina hanno fatto issare al potere una nullità come macrì (il brasiliano è della stessa "pasta", ossia m***a). Poche settimane dopo macrì è finito invischiato nello scandalo dei "panama papers". il cerchio non quadra più, la macchina assassina occidentale perde colpi perchè ormai attaccata da tutte le parti (anche se in maniera ancora poco visibile). Il caos che stanno cercando di introdurre in Brasile e Venezuela non porterà a nulla, tranne purtroppo al pericolo di innescare una guerra civile generalizzata. ma allora arriverà la resa dei conti e (volesse il cielo) i ladri, gli assassini e i traditori saranno espulsi in via definitiva dal continente.

Edoardo

Massimo ha detto...

Grazie tanto per queste notizie che ci fanno aprire gli occhi e ci danno uno spaccato della realtà diverso dalla montagna di articoli diffamatori e denigratori di un paese che anch'io ho conosciuto è per me un modello da esportare non solo in Africa. Grazie ancora

Mauro Murta ha detto...

Ottimo e utile articolo, Fulvio.
Purtroppo il sostegno sovietico agli imperialisti etiopici non è l’unico esempio della straordinaria miopia che affliggeva l’Unione Sovietica. Ma anche la Cina, la Jugoslavia, il Vietnam, la Libia e tutta quella parte di mondo che avrebbe pagato caro il tentennare, il mediare, il lisciare il pelo all’Uccidente che li avrebbe sbranati o si appresta a farlo.
Fin dal dopoguerra, spicca il sostegno dato a Israele dall’URSS, che gareggiava con USA e Inghilterra a fornire quelle armi di cui gli psicopatici sionisti si servirono per innestarsi come un cancro nel Medio Oriente. Quando si decisero ad aiutare i paesi arabi, i sovietici adottarono la politica fallimentare di non fornire armi che mutassero l’”equilibrio” delle forze in campo. Intanto gli USA coprivano i sionisti di tutto il necessario per annientare i nemici. Il grottesco balletto di Cina e Vietnam che, arroccati su risolvibilissime beghe territoriali, alternano decenni in cui si avvicinano o si allontanano dalle fauci degli americani, copre di ridicolo tutte le ciance fricchettone sulla “saggezza orientale”. Gli USA sostengono, coerentemente, tutti gli stati canaglia loro simili, senza tentennamenti: Israele, Arabia Saudita, feccia baltica e dell’Europa orientale. Dall’altra parte, la Cina finge un’infastidita “amicizia” con la Corea del Nord e intanto fa affari con la Corea del Sud. La Russia combatte efficacemente il Daesh in Siria ma si guarda bene dal disturbare i mandanti dei terroristi: gli aerei israeliani possono tranquillamente sfracellare i comandanti di Hezbollah senza nulla temere dai russi.
Mi si parlerà di saggezza, equilibrio, prudenza, lungimiranza che alla fine pagheranno. Siediti sulla riva del fiume e aspetta… poi arriva l’alluvione. La Libia è persa, l’Ucraina è persa, il Sudamerica è perso, la Siria non sarà mai più la stessa. L’Uccidente avanza, bombarda, distrugge, conquista.
Truppe cinesi al 38° parallelo? Aerei israeliani e turchi abbattuti sopra la Siria? Basi navali russe in Venezuela e a Cuba? Squadracce neonaziste ucraine annientate dai Su-25 russi? Tranquilli, non vedremo mai niente di tutto questo. E il mondo muore.

Fulvio Grimaldi ha detto...

Caro Mauro, la tua è una risposta realistica e tragica ai sogni di Edoardo (che ti ha preceduto nei commenti). Hai ragione, purtroppo hai ragione e qui un pezzo dopo l'altro del mondo altro viene spazzato via. Non solo per l'ignavia, tipicamente togliattiana, delle potenze orientali, anche perchè in Venezuela, in Sudamerica, ovunque, ci si è fermati a metà strada, non si è andati fino in fondo, ci si è fatti imbrigliare dal ricatto della "democrazia", si è pensato di conquistare, rabbonire, convincere.

Invece ci voleva Robespierre.

Anonimo ha detto...

Né un superuomo, né una superpotenza gendarme a difesa dei buoni può risolvere i conflitti, gli omicidi mirati, le esecuzioni estragiudiziali, gli stermini. Solo l'estendersi di un movimento rivoluzionario, che mini dall'interno le fondamenta dei regimi criminali, può risolvere il problema. La Russia non è una soluzione, è un meravigliosa contraddizione all'interno delle forze conservatrici ed agisce per tutelare i suoi interessi nazionali, non per combattere i cattivi yankee o i cattivi sionisti. Finché non nascerà un nuovo forte movimento rivoluzionario, basato ad esempio sui lavoratori della conoscenza sfruttati, o su altre forze produttive, tra tesi ed antitesi non ci sarà sintesi. In Israele, negli USA, in Russia, in tutto il mondo lo sfruttamento è regola. Solo inoculando in quegli stati degli antivirus letali si potrà minarne l'azione criminale. La soluzione è interna, perché la contraddizione è interna all'organismo. Tutti ci parlano di Geopolitica, perché fa figo, ma mai abbastanza dell'inferno in cui vivono i lavoratori nei paesi imperialisti o nelle colonie imperialiste come l'Italia. Nessuno, tra i tanti bravi intellettuali che scrivono in rete, si prende la briga di scrivere due righe sulla forte contraddizione tra capitale e lavoro che si è creata dopo la fine della seconda grande rivoluzione dei tempi moderni. Non siamo tutti rincoglioniti da droghe, calcio, troiette, troietti, mezzi di distrazione di massa, noi lavoratori della conoscenza. Qualche ovulo è già stato fecondato. Hai visto mai che tra qualche lustro nasca un bel bambino?

Ludovico

alex1 ha detto...

Condivido il pensiero di Mauro Murta al 100%. Già a suo tempo, più di un anno fa avanzavo serie riserve sulla tregua in Donbass e sugli accordi di Minsk quando i patrioti antinazisti, forse un po' troppo rossi e non troppo controllabili neanche dalla stessa Russia, furono costretti a fermare l'avanzata verso la Crimea e Slaviansk, addirittura a lasciare Mariupol ai golpisti dopo averla liberata. Avrebbero potuto far scappare da Kiev i ratti ormai in bancarotta e con i soldati che si rifiutavano di farsi arruolare. Mi fu osservato che era l'unico modo per evitare la guerra totale e portare alla pace, una scelta saggia per evitare le sanzioni e salvare i rapporti UE vs. Russia. Ma purtroppo avevo ragione. I golpisti continuano a ricevere miliardi ed armi sempre più avanzate. L'imperialismo non vuole le tregue per la pace ed il benessere delle popolazioni ma casomai solo per riarmarsi ed aggiustare il tiro. Infatti non solo gli Usa, ma anche buona parte della democratica europa si appresta chiudere l'assedio alla Russia ed a prendersi la rivincita sulla Siria. In fondo la vittoria di una canzone antirussa all'eurofestival, premiata dai voti promossi dalle giurie dei paesi più ostili Polonia, Georgia, Inghilterra, non è altro che una dichiarazione ideologica di guerra che entra anche nel mondo della musica. A proposito di star della musica, ecco quelli che appoggiano apertamente la Killary Clinton, quella che sghignazzava felice davanti alle immagini del linciaggio di Gheddafi, troppo indipendente per essere lasciato vivo.
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rossoallosso ha detto...

@mauro@fulvio

però rimango un pò basito di fronte a certe affermazioni e non perchè siano errate ma percè già si sapevano,frutto di una menzogna ben orchestrata e avallata da troppi intellettuali comunisti alla Preve che invece di perseguire la rivouzione ne hanno fatto le pulci riempendo le loro tasche svuotando i nostri cervelli.Ci siamo negati il futuro perchè troppo bravi con le parole in certi casi non è l'ignoranza ad uccidere