giovedì 2 giugno 2016

ALLONS ENFANTS!





“Non temere il nemico, che può solo prenderti la vita. Molto meglio che temi i media, poiché quelli ti rubano la verità e l’onore. Quel potere orribile, l’opinione pubblica di una nazione, viene creato da un’orda di ignoranti, compiaciuti sempliciotti che incapaci di zappare o fabbricare scarpe, si sono dati al giornalismo per evitare il Monte di Pietà.” (Mark Twain)

“Una stampa cinica, mercenaria, demagogica finirà col produrre un popolo altrettanto spregevole.” (Joseph Pulitzer)

Le fenomenali lotte insurrezionali in Francia, dove si sta applicando la lezione latinoamericana dell’attacco allo Stato capitalista di polizia attravero il blocco dello Stato da parte di tutte le categorie che lo fanno funzionare, meriterebbe un trattamento approfondito e su vasta scala, anche per neutralizzare l’omertà della nostra tremebonda classe politica e dei nostri media asserviti. Omertà con il regime francese che si esprime attraverso l’arma di un silenzio quasi assoluto su quanto da settimane va succedendo in quel paese. Essendo noi quelli dove un prefetto può ridurre d’imperio da 24 a 4 ore uno sciopero dei trasporti, senza che il sindacato sollevi un sopracciglio, sapendo adeguatamente della Francia e dei suoi scioperi ad oltranza, potremmo scoprire che non è detto che i giochi col padrone – che sia Renzi, Boccia, Camusso, Juncker, Draghi, Obama – si debbano sempre fare secondo le regole loro.

Ho trovato in rete il documento in calce che fa un interessante confronto tra la nostra situazione e quella francese.
Credo che l'autore dello scritto,fidandosi del potenziale di lotta dei lavoratori italiani, pur sottolineando la diserzione dei loro rappresentanti storici, sindacali e politici, trascuri un dato importante: la passivizzazione dei settori sociali che una successione di governi al servizio del grande capitale finanziario transnazionale è riuscita a produrre. Uno degli strumenti più efficaci , dopo la creazione dello Stato della Sorveglianza Totale e della paura, è stato il depistaggio dalla contraddizione principale, quella di classe, quella del rapporto di forza tra padrone e lavoratore, tra sovrano e suddito, tra dipendenza e sovranità, all’obiettivo totalizzante dei – pur validi – diritti civili, unioni di fatto, GLBTQ, adozioni  Molto importante è poi un dato storico, metapolitico: in Francia resiste un forte senso patriottico in difesa della sovranità dello Stato, che in passato, a partire da De Gaulle, aveva determinato il rifiuto dell'ingresso nell'apparato militare della Nato e poi aveva prodotto lo straordinario NO al referendum sui trattati UE.

In Francia, perciò, mi sembra esserci un terreno più propizio per l'opposizione a provvedimenti di repressione e desertificazione sociale (le 45-50 ore di lavoro settimanali, i contratti aziendali a discapito di quelli nazionali di categoria, la totale flessibilità e il potere assoluto di licenziamento) che la gente percepisce essere la componente francese di un piano transnazionale di trasferimento della ricchezza dal basso in alto, di liquidazione della sovranità popolare e statale, di distruzione progressiva dei diritti e delle libertà democratiche, che hanno per mandanti i tecnocrati non eletti di Bruxelles, Wall Street e la Nato. Cioè forze esterne e prevaricatrici. Fenomeno già riscontrato in tempi recenti quando, facendosi forza della minaccia terroristica, opportunamente coltivata da Charlie Hebdo in poi, Hollande ha tentato di bloccare, con arresti preventivi alla Mussolini, le manifestazioni contro la farsa del COP21 sul clima. E non gli è riuscito.


 Schiacciare la società per far passare il TTIP (e la Nato)

C'è un'altra considerazione che probabilmente è stata fatta dai dirigenti delle lotte francesi e da gran parte della società. Le misure sociocide ordinate a  Hollande e Valls dalle centrali sopra nominate sono il preludio al TTIP, il trattato di libero scambio UE-USA, Nato economica, che, come sappiamo e come validi parlamentari del M5S denunciano con forza, è inteso a radere al suolo le costituzioni europee, le salvaguardie di lavoro, ambiente, salute, sovranità, conquistate in decenni di lotte e a sottometterci agli interessi delle multinazionali Usa. Una consapevolezza che in altri paesi europei sembra già più matura, viste le manifestazioni in Germania, 250mila a Berlino, 90mila a Hannover, seguite non malamente da Roma con 30mila. In Francia si è capito che i gravissimi provvedimenti di ordine pubblico - militarizzazione della società, stati d'emergenza, caccia alle streghe per oppositori - adottati con il pretesto degli attentati terroristici (su cui aleggiano ombre nerissime), nelle intenzioni dei loro esecutori e mandanti (esterni) servono proprio a impedire che, contro il dumping sociale e la riduzione della democrazia a mero involucro formale, si possa manifestare una grande e duratura opposizione di massa.

Il fatto che questo progetto sia stato messo in crisi in Francia, e addirittura in Belgio, da una vera e propria insurrezione popolare, di tutte le categorie del lavoro e con l'appoggio (Nuit Debout) di altri settori sociali, pur più volatili, ma ugualmente colpiti (prima di tutti quelli dell'lstruzione), potrebbe significare che nè un terrorismo utilizzato come alibi per lo Stato di polizia, nè un concerto mediatico omologato alle strumentalizzazioni e falsificazioni di regime, hanno avuto ancora partita vinta.

C'è da augurarsi  che questa storia non vada a finire come lo scontro tra i minatori britannici e la Thatcher, Lady di uranio impoverito, antesignana con Reagan di una guerra di sterminio interna e mondiale. Questi formidabili francesi hanno nel DNA il seme del 1989, di Robespierre, della Comune. I britannici del Brexit,  dei minatori e, forse, di Oliver Cromwell. E il nostro di seme, quello del ’48, della lotta partigiana, del '68, dove s’è nascosto?

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La Francia e noi. 5 brevi riflessioni


Clash City Workers | clashcityworkers.org

27/05/2016

Al momento in cui scriviamo quest'articolo, la Francia è bloccata: le manifestazioni e gli scioperi settoriali e generali contro il progetto di riforma del diritto del lavoro si contano a decine e non accennano a finire.

Lo sciopero delle raffinerie ha lasciato a secco la maggior parte dei distributori di carburante, e quello delle centrali nucleari rischia di lasciare senza corrente il paese. Nel frattempo il governo ricorre ad una sorta di fiducia per blindare il provvedimento, mostrando contemporaneamente deboli segni di apertura al solo scopo di smontare una protesta enorme, la cui grandezza però non riesce ad attraversare le Alpi: sui nostri giornali, infatti, nessuna traccia. Sui social, intanto, decine e decine di lavoratori si disperano: perché loro sì e noi no? Per evitare di cadere in spiegazioni di ordine antropologico su una presunta "incapacità" degli italiani a mobilitarsi, proviamo a condividere alcune riflessioni, allo scopo di capire tutti insieme una cosa semplice: solo chi non lotta perde, e solo chi si arrende in partenza è sconfitto.

1. i sindacati francesi e quelli italiani. L'OCSE riporta, per il 2013, una percentuale di lavoratori iscritti al sindacato pari al 7,7% in Francia, a oltre il 37% in Italia. La CGT, principale sindacato francese, paragonabile anche per storia politica alla nostra CGIL, nel lavoro privato conta l'1-2% di iscritti al massimo. Del resto anche i numeri italiani vanno ridimensionati, dal momento che degli oltre cinque milioni di tesserati dichiarati dalla CGIL per il 2015 quasi tre milioni sono pensionati, quindi non fanno parte della popolazione attiva. La copertura sindacale, invece, ovvero la quantità di lavoratori coperti da contrattazione collettiva, si aggira tra l'80% e il 90% in entrambi i paesi; sempre al di qua e al di là delle Alpi vigono norme simili sulla rappresentanza, quantificata sulla base del numero di iscritti e dei risultati elettorali delle diverse sigle. Insomma, la differenza fondamentale risiederebbe nella maggiore debolezza dei sindacati francesi rispetto a quelli italiani, dovuta al minor numero di iscritti. Ma è l'unica differenza?

2. lotta e concertazione. I sindacati francesi, a differenza di quelli italiani, non "cogestiscono" insieme ai padroni il mondo del lavoro. Tra le cause non vi è solo la relativa debolezza, ma anche il fatto che in Francia la legge, storicamente, è più "forte" della contrattazione: i sindacati e le associazioni padronali, nei contratti di categoria, possono "deliberare" su molte meno cose rispetto all'Italia, e hanno quindi meno poteri. Inoltre in Italia i sindacati più grandi gestiscono direttamente fondi pensione, CAF, siedono nei cosiddetti organismi bilaterali, nel CNEL, hanno insomma un ruolo che va ben oltre la rivendicazione e il conflitto, un ruolo anzi che vede questi ultimi due aspetti minoritari. A cavallo tra gli anni '70 e gli anni '80 sia in Italia che in Francia una buona parte del mondo sindacale – in Italia la CGIL, in Francia la CFDT, simile alla CISL – ha abbracciato la linea della "compatibilità" con gli interessi dei padroni; l'Italia, però, è andata molto oltre, e i sindacati più grandi hanno progressivamente rinunciato alla lotta in cambio di un maggior potere di cogestione nel mondo del lavoro. Risultato: benché in linea con tutti i paesi industrializzati, le ore di sciopero sono calate molto più in Italia che in Francia. Nel 2008, secondo l'ILO, in Francia si è scioperato quasi il doppio che in Italia, e anche nel 2010, confrontando diversi studi, in Italia abbiamo fatto circa un milione di ore in meno di sciopero. Perché? Lo abbiamo appena detto: così come dei sindacati coinvolti (complici) nella gestione del lavoro hanno interesse a scioperare il meno possibile, allo stesso modo dei sindacati più deboli, come quelli francesi, hanno interesse, per questione di sopravvivenza e di appeal, ad assumere posizioni più radicali e a portare avanti le rivendicazioni con maggior determinazione. Va aggiunto, inoltre, che proprio per assecondare le esigenze "soporifere" dei nostri sindacati, negli ultimi 25 anni circa le leggi sullo sciopero in Italia sono diventate molto meno permissive e più severe.

3. Non c'è più niente da fare? Per nulla, anzi: dopo aver elencato alcuni degli elementi che rendono oggettivamente più difficile la lotta in Italia, ricordiamoci quanto è stato difficile, per i padroni, portare a casa il risultato. 13 anni ci sono voluti per cancellare l'articolo 18; un quindicennio circa per riformare le pensioni; ancora oggi, in alcune grandi aziende, il Jobs Act è stato disapplicato grazie alla forza dei lavoratori, che hanno pressato i loro rappresentanti sindacali. Ancora oggi si strappano notevoli aumenti salariali e si fanno cancellare licenziamenti, come nella logistica; ancora oggi i lavoratori in lotta ottengono di essere assunti dal pubblico e non essere più precari. Non c'è da disperarsi, quindi, né da pensare che altrove si vince magari perché gli altri "hanno le palle" e noi no: queste sono frasi di merda che abbiamo sentito dire da diversi sindacalisti per giustificare il loro opportunismo o inettitudine. La verità è che molto spesso i lavoratori che vogliono lottare devono scontrarsi prima col sindacalista, poi col padrone: due nemici al posto di uno! Tutto sta, invece, nel rendersi conto di quali sono i nostri punti di forza, da valorizzare, e le nostre debolezze da superare: il resto verrà facile, tanto finché ci saranno schiavi ci saranno rivoltePer capire queste cose, guardiamo di nuovo a quello che succede al di là delle Alpi.

4. Notti in piedi, giorni in sciopero! Ha fatto tanto scalpore, e giustamente, il movimento di occupazione delle piazze che sta coinvolgendo centinaia di migliaia di cittadini francesi, un'ondata di partecipazione democratica che ha rotto il clima di isolamento e paura che era seguito agli attentati di Novembre. Nell'analizzare l'efficacia delle proteste, rendiamoci conto però che la loro principale forza sta nel gioco di sponda che sono riuscite a costruire con le mobilitazioni dei lavoratori. Ne hanno rilanciato e generalizzato i contenuti, sollevando la molteplicità di temi e problemi che si intrecciano a quelli dello sfruttamento nel luogo di lavoro. Sono così riusciti a dare risonanza e legittimazione alle forme di lotta più dure, dai cortei agli scioperi ai blocchi. Lotte spesso difficili da portare avanti, ma in grado di far paura realmente ai padroni e di toccare i gangli del potere. I lavoratori dei trasporti, dell'energia, della logistica, della meccanica, dei servizi pubblici, della grande distribuzione, per citare i principali settori essenziali della società contemporanea, quando decidono di astenersi dal lavoro, e di farlo in modo da creare un danno – quindi senza preavviso, il più a lungo possibile, etc etc – iniziano a fare una danno, crescente di minuto in minuto, alla sola cosa che interessa ai padroni dopo ma forse più della loro stessa vita: le loro tasche. Non solo: quando l'astensione dal lavoro rende un paese ingovernabile, chi governa quel paese è costretto ad intervenire perché il controllo gli può sfuggire rapidamente di mano. La risposta repressiva è sempre possibile, ma certamente non facile come quando una protesta non comporta nessun disagio; inoltre uno sciopero in un settore strategico – ad esempio i trasporti – è in grado di moltiplicare il danno: tutti i settori che sono infatti collegati ai trasporti vedranno i loro guadagni diminuiti a cascata! Il potere dei lavoratori è enorme, ed è necessario ricostruire la consapevolezza della nostra forza.

5. Il punto debole delle lotte in Francia (e in Spagna, Grecia, Portogallo…). Prima o poi questa lotta finirà, portando a casa un risultato proporzionato all'intensità del combattimento che, crediamo, sarà positivo, qui ed ora, per i lavoratori francesi. Possiamo dire però da ora che non risolverà il nodo centrale, quello contro il quale si sono scontrati, negli scorsi anni, anche i lavoratori di altri paesi, e anche noi. È evidente, infatti, guardando il succo delle riforme in atto in Europa, che la direzione dei padroni è unica: farci lavorare più tempo, pagarci di meno, licenziarci quando vogliono. Il Jobs Act andava in questa direzione, la legge El-Khomri va in questa direzione, la riforma in discussione proprio in questi giorni in Belgio va in questa direzione, l'unica possibile per i padroni oggi. L'attacco è lo stesso, ma la risposta è stata sempre separata: oggi, ad esempio, il punto debole dei francesi...siamo noi! Una nuova stagione di lotte in Italia, ad esempio contro il Jobs Act, significherebbe riaprire il conflitto in un paese che, ancora oggi, è uno dei giganti mondiali della produzione di merci, il secondo paese produttore in Europa dopo la Germania. Unire le lotte e le vertenze dei lavoratori in Italia significherebbe alzare enormemente il livello di conflitto in Europa. Il secondo paese produttore è, ovviamente, un sorvegliato speciale: non è un caso che da noi lottare è diventato così difficile, i sindacati così corrotti, la sfiducia così generalizzata. Ma niente, nella società, è incontrovertibile, soprattutto quando si parla di lavoro. Il meglio che possiamo fare, quindi, è generalizzare il conflitto; parlarci tra lavoratori; liberarci dei sindacalisti inutili, codardi e corrotti ricostruendo le nostre organizzazioni e dandoci nuovi rappresentanti; individuare dei temi generali – la cancellazione del jobs act, ad esempio – e concentrare le lotte su obiettivi unitari; guardare a chi lotta fuori dai nostri confini, o a chi lo fa qui da noi senza essere nato in Italia, come ad un fratello, non ad un nemico. La vittoria di un singolo lavoratore in un qualunque paese del mondo è una vittoria per tutti noi!

11 commenti:

Anonimo ha detto...

Ricordo anni fa gli scioperi Fiat in Polonia. Vi fu un abbozzo di comunicazione tra lavoratori italiani e polacchi, che il padronato stroncò subito colpendo i singoli sul nasceredella connessione.

rossoallosso ha detto...

rimango piuttosto pessimista riguardo ad una presa di coscienza italiana finche il gioco dello scaricabarile va per la maggiore,daccordo incolpare i politici ma bisogna pur rendersi conto che la colpa è principalmente del nostro lassismo,lassismo storico ,incancrenito,impiantato nel DNA di un popolo ancora diviso tra fascio e corona,un popolo che delega incapace di decidere ma capace solo di mendicare una provvidenza fatta uomo in attesa si attacca al più reazionario di tutti quello vestito di bianco che ci insegna a porgere l'altra guancia ad avere pazienza e a genufletterci difronte al signore non quello morto ma quello che lo ha ucciso

W LA FRANCE,JE SUIS ROBESPIERRE no CHARLIE

alex1 ha detto...

Ancora una volta i media italiani non perdono occasione di dimostrarsi quello che sono. Mi riferisco al corriere, che a distanza di vent'anni non puo' proprio fare a meno di rievocare la retorica anti yugoslava ed antiserba in particolare. L'articolo su di un giocatore bosniaco, che sbaglio' un calcio di rigore contro l'Argentina ai mondiali '90, e che nel 1992 rifiuto' di vestire la maglia della nazionale yugoslava. L'articolo e' costruito in modo subdolo, inizia con un "che cosa sarebbe successo se...", alludendo che una vittoria allora poteva evirare il conflitto, cosa falsa tanto piu' che la guerra di secessione divampo' lo stesso anche se nel 1991 la Yugoslavia vinse gli europei di basket, con il playmaker Sdov che fu minacciato dai nazionalisti sloveni per aver giocato con "i nemici" e non gioco' la finale, a poche settimane dall'attacco ustascia alla caserma "Tito" ed ai soldati di leva, anche croati. Ma l'articolo ignora tutto questo, preferendo ricordare solo i crimini "serbi", compreso il piu' presunto che reale bombardamento di Dubrovnik, senza che l'esercito di Mladic fece togliere neanche la corrente elettrica, ed ovviamente Srebrenica, la strage buona per tutte le occasioni. Ma non contento, arriva ad attaccare anche l'ex giocatore ed oggi allenatore Mihailovic, colpevole, oltre di essere serbo in Slavonia, di non aver rinnegato l'amicizia con il miliziano Arkan assassinato, con malcelata soddisfazione dei democratically correct, nel 2000 e tanto vituperio ando' anche ai tifosi della Lazio che all'indomani della sua uccisione lo ricordarono con uno striscione. Questo articolo pero' ricorda che fu proprio Arkan, a salvare la famiglia di Mihailovic da una strage annunciata (da parte dei comandi ustascia locali e addirittura di un familiare croato della madre si invito' ad eliminarli). E che lo stesso Mihailovic, a Vukovar liberata, ando' a chiedere il rilascio del parente ustascia, all'esercito yugoslavo, tanto era perfido.Non era buono come un Divac, premiato con le massime onoreficienze in Europa o come Oric, inviato alle Maldives per premio.

alex1 ha detto...

Ed a proposito di stampa, sempre sul corriere on line, a centro pagina la notizia con enfasi dell'arrivo in Italia del cane di Girone. Stavamo in pensiero, vuoi mettere che tale creatura dovesse vivere con quei selvaggi e subumani di indiani?

alex1 ha detto...

Volevo dire ovviamente " l'articolo non ricorda..."

Anonimo ha detto...

Ansa: Cambridge non rispondono a pm e investigatori
Silenzio professori su mail Giulio su lavoro in Egitto
bit.ly/regenicambridge

Diego

alex1 ha detto...

A proposito di dottorandi e di universita', una notizia rimasta per pochissimo sui giornali italiani riguarda una sparatoria alla UCLA di Los Angeles. La versione ufficiale parla di un professore di ingegneria meccanica assassinato da un ricercatore al settimo anno di Ph.D. che poco dopo si sarebbe suicidato. Nella prima versione uscita sul Corriere sembra che il ricercatore si lametava di avere subito la sottrazione di un codice da lui prodottoin anni da parte di un gruppo di studenti. La versione che il ricercatore rimproverasse il professore di avergli dato voti bassi, fornita da Repubblica, e decisamente poco credibile.

Anonimo ha detto...

Grazie per l'ottimo articolo Fulvio, una luce in mezzo alle tenebre della disinformazione. Poco fa ho saputo della calata generale di brage di tutte le federazioni sportive internazionali di fronte all'Uck. Hanno permesso alla loro autoproclamata "nazione" di prendere parte a tutte le competizioni internazionali a cominciare dalle Olimpiadi di Rio. Hanno addirittura modificato la composizione dei gironi di qualificazione ai Mondiali di calcio del 2018 per permettergli di partecipare. Il tutto accompagnato, ovviamente, dal circo mediatico che stigmatizza i Serbi, rei di non aver ancora accettato lo stupro definitivo della loro sovranità. Non ho parole per descrivere questo schifo che rappresenta tutta l'ipocrisia dell'Occidente, dove dovremmo pure essere felici di abitare.

rossoallosso ha detto...

e dei nazisti ucraini che spacciandosi per russi massacrano di botte tifosi inglesi?

e non accomuna lo stesso sessismo tra chi scrive "strage di gay" e chi la strage la compie?

e la retorica fascista stile primo '900 portata avanti dalla nazionale di calcio con tanto di mister che si presenta ad una intervista lordo di sangue? Mancava solo la stampella di Toti.

alex1 ha detto...

In effetti ci sarebbe da rilevare la differenza dell'approccio fra i commenti dei media dopo la strage del Bataclan e quella di Orlando l'interpretazione della prima come "attacco alla
nostra civiltà al nostro stile di vita " come se passare un weekend di svago a Parigi fosse sia alla portata di tutti, e l'approccio a quella di Orlando, dove la solidarietà alla comunità colpita è stata sacrificata all'attenzione sul radicalismo islamico e la ricerca con il lanternino di origini non occidentali. Quelli che accusano arabi e russi di omofobia con tanto di mobilitazione di truppe LGBT si guardano bene dal mettere alcun simbolo loro sulla loro pagina Facebook. Più realisti del re, visto che perfino Obama ha riconosciuto la natura interna della strage.

Anonimo ha detto...

https://www.facebook.com/FeministsAgainstFemen/photos/a.577043215662227.1073741828.576941265672422/780902281942985/?type=3&theater

macismi neoliberisti