lunedì 19 novembre 2018

Wikileaks. Per FNSI: “Wikichè?” ----- LIBERTA’ DI STAMPA E LIBERTA’ DI PAROLA.

Riecco l'articolo sparito


“Tre cose non possono essere nascoste a lungo: la Luna, il Sole e la Verità”. (Wikileaks)
Fulvio e Julian: si parva licet componere magnis
Il personale è politico, si diceva qualche lustro fa e tanto lo hanno preso sul serio quelli contro cui il concetto era diretto da aver ridotto il nostro personale, ora detto privacy, a setaccio per il quale precipita nel raccoglitore CIA, NSA, piattaforme digitali e nostri servizi, ogni bruscolino della nostra vita. Parto comunque da quel meme per compiere il passaggio da una mia esperienza privata a quella di portata generale, internazionale, planetaria ed epocale di Julian Assange, il detenuto da sei anni in quell’isola di Montecristo che è l’ambasciata dell’Ecuador a Londra.
Loro erano stati i segretari dell’Usigrai, sindacato di sinistra dei giornalisti RAI e poi sono stati e sono segretari della Federazione Nazionale della Stampa, il nostro sindacato. Loro sono Roberto Natale e Beppe Giulietti. Loro raccontavano di essersi dati molto da fare per farmi assumere al TG. Io credo che a favorire il mio passaggio da occasionale interprete simultaneo in Rai, nei tempi del mio ostracismo professionale dovuto alla direzione di Lotta Continua (senza pentimenti alla Sofri), a giornalista dell’azienda, sia stato Piero Badaloni, conduttore di Italiasera e poi di Uno Mattina, ottimo alla macchina, meno in video, che aveva apprezzato i miei trascorsi professionali e ignorato quelli politici.
Comunque, ai tempi in cui ricorsi al sindacato per ottenerne protezione dei miei diritti conculcati da Fausto Bertinotti mediante cacciata su due piedi da “Liberazione”, c’era Roberto Natale, poi opportunamente transitato a portavoce di Laura Boldrini presidente della Camera. Lui era il comandante della guardia pretoriana del giornalismo italiano, io ero men che niente, inviato di un giornaletto fastidioso, ma sotto l’egida di un colosso dei salotti. Da questo rapporto di forze venne che Natale mi ascoltò compunto, prese appunti su tutte le violazioni di legge e contratto attribuibili al gestore di quella vescica che era diventata RC, e mi congedò: “Vediamo cosa si può fare”. Cioè niente, una cippa, come si vide poi. Neanche poi una telefonata per dire: “Fulvio, mi dispiace…”


La remontada dei signori
Tutto questa sproloquiale e solipsista premessa per arrivare, lungo una linea di sequitur logici e coerenti, a Julian Assange. Ma prima di Assange tocca occuparci della libertà di stampa come da noi concepita, percepita, rivendicata. Negli ultimi giorni l’Italia è stata percorsa da un brivido. I giornaloni e le televisionone hanno intravvisto il sol dell’avvenire (quello loro), l’aurora della decenza che ritorna, il crepuscolo dello sbandamento barbarico. A Torino per il TAV e contro l’Appendino, a Roma contro la Raggi, per strada contro i razzisti di regime, era tornata a farsi sentire la voce dei buoni e giusti. Una voce interclassista: la madamina torinese con la badante filippina, la gentildonna pariolina con il suo dogsitter, la crème de la crème sorosiana insieme al profugo siriano con la bandiera della Siria quando era marca dell’impero francese. Poi, spruzzata di prezzemolo politico, ma rigorosamente apartitico: Fassino, Gelmini, Orfini, tutti e 13 i radicali (testè scornati dal flop della privatizzazione Atac), tanta Confindustria, tanta Coop rossa, un bel po’ di Lega, Zanotelli, le Ong, Pappappap…Insomma, la vera bella gente. “Una spallata al governo”, “Una sfida per la modernità”, “Roma dice basta”, “Torino dice basta”, così la Grande Stampa, tutta quanta, anche quella piccina tipo “il manifesto”, o “il Foglio”, uniti dalla causa, da Soros e da Sofri Adriano.

Intorno all’ideale progressista delle Grandi Opere, in piazza del Campidoglio a Roma e in piazza Castello a Torino, come per l’export della guerra in Siria, delle sanzioni in Iran e dei migranti dai loro paesi, è rinata finalmente “l’Alternativa”. E, grazie alla componente meno ostica, anzi forse addirittura amica, del governo, insieme al TAV potremo celebrare la resurrezione di tutto il resto: Terzo Valico, Gronda, Pedemontana, Mose, Nuova E45, Nuova Aurelia, aeroporto e tunnel di Firenze, F35 e, hai visto mai, magari anche l’indimenticato Ponte sullo Stretto. Roba che costa il doppio di quanto necessario per affrontare il dissesto idrogeologico, le frane, le alluvioni, il crollo dei ponti, i morti, ma ci collega all’Europa, vuoi mettere. Incontenibile euforia, a dispetto dell’infame taglio delle pensioni d’oro e dei furti alla rendita dei pochi a favore del reddito dei tanti, all’orizzonte del Frejus e delle bocche di porto tornano a luccicare i talleri.
C’è stato qualche contraccolpo. La sindaca Raggi assolta dall’ennesima accusa tirata per i capelli dell’instancabile Procura di Roma e il tonitruante flop del tentativo dei radicali di consegnare i trasporti romani a gente che gli sembrava non fosse stata sufficientemente beneficiata dalle precedenti amministrazioni. Per la privatizzazione dell’ATAC avrebbe dovuto votare almeno il 33% degli aventi diritto. Ha votato meno della metà. A dispetto della ventina di autobus mandati al rogo e del superattivismo della Procura. I radicali, e dietro di loro i Parnasi, Caltagirone, Buzzi, il Rotary, che avevano schiamazzato sotto Marc’Aurelio, non avevano capito che i romani avevano capito cosa trent’anni di privatizzazioni prodiane avevano inflitto al paese e alla legalità.

Libertà come sei cambiata
Quasi quasi penso che non eri tu
(Stefano Rosso “Libertà”)


Torniamo al filo conduttore, la libertà di stampa così ferocemente conculcata dalle ricorrenti grandinate di (cinque) stelle. A cosa avevano fatto riferimento, Di Maio e Di Battista quando, meditando sui nostri giornalisti, hanno parlato di sciacalli e meretrici? Stabilito che nei main stream media, quasi tutti editi da imprenditori che li utilizzano come insegne dei propri diversi negozi, non si muove foglia che l’editore non voglia, i dioscuri pentastellati avevano tratto il loro giudizio da un semplice raffronto. Quello tra l’assoluzione della Raggi e la sobria obiettività con cui le sue vicende giudiziarie erano state trattate da chi nella presunzione d’innocenza crede come alla lacrime della madonnina di gesso di Civitavecchia.
Ci soccorre ancora una volta il mirabolante archivio di Marco Travaglio, alla rinfusa da Repubblica, La Stampa, Corriere, Libero e Messaggero.
“Il bivio della Raggi, ammettere la bugia o rischiare il posto… Virginia Raggi si avvicina al suo abisso…Mutande verdi di Virginia…Patata bollente… La fatina e la menzogna, il deja vu di Mani Pulite, Inseguita dallo schianto dell’ennesimo, miserabile segreto… per garantirsi un serbatoio di voti a destra…spunta la pista dei fondi elettorali, della compravendita dei voti, dei finanziamenti occulti…La sua storia riguarda l’epopea di Berlusconi con le Olgettine… nel Campidoglio il piacere dell’omertà…Il malgoverno da cancellare…”. Come contrappasso c’è, nello stesso giornale e nello stesso numero, la pagina vignettara con gli inguardabili sgorbi di Stefano Disegni, che riserva lo stesso rispettoso trattamento a ben tre bersagli del suo “hate cartoon”: Virginia, Bonafede, Di Maio. Per costui è un’ossessione, lo fa ogni settimana con la stessa monocorde passione, stavolta per iscritto, del fratello Furio Colombo. Collaboravo a una rivistina diretta da questo Disegni ( mai nomen fu meno omen). Me ne cacciò quando da Belgrado scrivevo “meglio serbi che servi”.Tout se tien.

Raggi, non solo
Insomma, per come questa stampa paludata (nel senso di palude) ha massacrato la Raggi per due anni, attribuendole più nefandezze che a Messalina e, andando sul generale, per come questa nostra grande stampa (piccola, “manifesto”, compresa) secerne un ininterrotto flusso di odio (già, i famigerati hate speech!) e diffamazione per chiunque non stia ai desiderata e alle maniere dei di lei padroni, vicini e lontani, quanto hanno detto Di Maio e Di Battista è poco più di una tiratina d’orecchi. Agli scapaccioni dovrebbe pensare l’Ordine dei giornalisti, o la Federazione della Stampa, o Ong del buon giornalismo come Articolo 21. E vedremo più avanti come e a chi li impartiscono.
Vi ho fatto perdere tempo e ho sprecato spazio. Torniamo al quid. Che è Assange, la Federazione della Stampa e la libertà di stampa per la quale si battono a petto nudo, contro il ritorno del fascismo, le migliori e più acuminate penne della nobilissima professione.


Julian Assange è un giornalista australiano di cui sapete che ha fondato WikiLeaks nel 2006 e da allora lo dirige insieme a un gruppo di collaboratori in tutto il mondo. Wikipedia lo descrive così:
Wikileaks (dall'inglese leak «perdita», «fuga [di notizie]») è un'organizzazione internazionale senza scopo di lucro che riceve in modo anonimo, grazie a un contenitore (drop box) protetto da un potente sistema di cifratura, documenti coperti da segreto (di Stato, militare, industriale, bancario) e poi li carica sul proprio sito web. WikiLeaks riceve, in genere, documenti di carattere governativo o aziendale da fonti coperte dall'anonimato e da whistleblower.[2]
Il sito è curato da giornalisti, attivisti, scienziati. Comunque i cittadini di ogni parte del mondo possono inviare (sono anzi invitati a farlo) materiale «che porti alla luce comportamenti non etici di governi e aziende» tenuti nascosti.
Senza Assange, buio pesto
Ad Assange il mondo deve alcune delle più rivelatrici verità su complotti, intrighi, crimini, inganni, menzogne dei governi delle maggiori potenze occidentali. In particolare, i documenti da lui diffusi hanno rivelato quali criminali motivazioni hanno innescato le guerre, a partire da quelle all’Iraq. Se l’opinione pubblica ha potuto sfuggire in parte al gigantesco menzognificio con cui il Potere e i suoi agenti mediatici conducono la loro politica di dominio, rapina, guerra, repressione, lo deve all’incredibile coraggio e alla fenomenale abilità di Assange e della sua organizzazione. Come lui, negli Usa Chelsea Manning, ex-soldato che s’è fatta 6 anni di prigione per aver rivelato pubblicato i documenti di Wikileaks e rivelato le nefandezze compiute in Iraq; e Edward Snowden, la gola profonda (whistleblower) dello spionaggio planetario NSA, fortunatamente rifugiato a Mosca. Nel 2010 Wikileaks pubblica 251mila documenti confidenziali o segreti del Dipartimento di Stato Usa. Come mai prima, il re è nudo.
Parte un processo per spionaggio e la richiesta di estradizione
Inseguito dalla montatura di un magistrato svedese con un’accusa di stupro, poi rivelatasi falsa e ritirata, Assange è dal 2010 a Londra dove lo costringono agli arresti domiciliari alla luce dell’accusa svedese e in attesa di estradarlo negli Usa. Nel 2012, nell’imminenza dell’arresto, si rifugia nell’ambasciata dell’Ecuador, paese che sotto il presidente Rafel Correa è entrato a far parte dell’alleanza bolivariana antimperialista dei popoli latinoamericani messa in piedi da Hugo Chavez, Daniel Ortega, Evo Morales e Fidel Castro. Vi aderirà nel 2009 anche l’Honduras del presidente Zelaya, poco dopo rovesciato da un sanguinoso colpo di Stato allestito dalla coppia Obama-Hillary Clinton.
A fare il giornalista, il giornalista, la paghi


Julian in quell’ambasciata da 6 anni è ospite e, oggi, recluso come fosse al 41 bis. A Correa è succeduto Lenin Mancuso, che ha riportato l’Ecuador nell’alveo delle repubbliche delle banane ligie a Washington, al Pentagono e alle multinazionali. Ha addirittura sbattuto in un carcere verso la fine del mondo il vicepresidente di Correa e suo che pora è al 22° giorno di sciopero della fame. Via via la vita di Julian si è fatta più intollerabile. A partire dal divieto di ogni contatto esterno che non sia con i suoi legali, al taglio dei collegamenti telefonici e internet, alla cancellazione per fino di quei momenti “d’aria” in cui poteva affacciarsi alla finestra o al balcone a vedere stralci di vita, un pezzo di cielo, il sole. La sua salute psicofisica ne risulta menomata, mentre gli viene addirittura negata l’assistenza medica.

Certi giornalisti vanno torturati
Ultimamente, grazie a un personale sistema d’allarme, è riuscito a sventare un’irruzione dall’esterno, probabilmente finalizzata a un tentativo di sequestro da parte dell’autorità britanniche che, ripetutamente, gli hanno promesso l’arresto e, agli statunitensi, l’estradizione. Nel giorno dell’irruzione, l’ambasciata gli aveva bloccato le visite dei legali e di sua madre. Quel giorno è saltata anche la videotestimonianza sulle sue condizioni di sepolto vivo, che Julian avrebbe dovuto dare a un tribunale di Quito. Angherie senza fine. Vera e proprio tortura. Nel processo per spionaggio rischia una scelta tra ergastolo e pena di morte. Il tentativo d’irruzione da parte di ignoti è stato preceduto dall’allestimento di ponteggi sulla facciata dell’edificio diplomatico. Sui tubi sono stati poi applicati apparecchi di sorveglianza puntati, però, non verso l’esterno, ma verso l’interno e le finestre. Se ne deduce che la vita di Assange, oltre a essere compromessa dalle feroci condizioni in cui la si costringe, è in pericolo 24 ore su 24. L’unico contatto lasciatogli con il mondo è un gatto, cosa sulla quale ironizzano i suoi colleghi di professione. Nessuno fa più le polizie della sua stanza, neanche per asportare le deiezioni del gatto.

Il primo ministro australiano, Scott Morrison, un altro di quei governanti che hanno messo i destini del proprio paese nelle mani degli arbitri e degli arbitrii di Washington e Wall Street, ha respinto le ripetute richieste degli avvocati e famigliari di Julian di garantirgli i diritti e la protezione che spettano a ogni cittadino australiano.
Wikileaks e Assange hanno fatto più di qualsiasi altro individuo o organizzazione per garantire ai cittadini il diritto di conoscere la realtà, in particolare quella delle macchinazioni e dei delitti dell’Impero: dai crimini commessi dai militari ai retroscena della campagna elettorale di Hillary Clinton e ai milioni di dollari pagati dai sauditi a Hillary in cambio dell’autorizzazione alla vendita di armi per 80 miliardi; dai sistemi di spionaggio e di hackeraggio della Cia e dell’NSA ai nuovi programmi di sorveglianza e alle interferenze degli Usa nei processi elettorali di altri paesi, fino ai complotti di deputati laburisti contro il segretario del partito Jeremy Corbyn. Ha salvato Snowden da un carcere a vita, se non peggio, aiutandolo a fuggire a Hong Kong e poi a Mosca. Da Wikileaks abbiamo saputo che per un suo discorso, Goldman Sachs ha pagato alla Clinton 675.000 dollari, cifra che non può che essere considerata una tangente.
Presstitutes
Con eccezionale abilità e coraggio fino alla temerarietà, visto il mondo in cui opera, Assange ha fatto ciò che ogni giornalista dovrebbe ambire di fare. E’ per questo che coloro che oggi si stracciano le vesti per la definizioni date da Di Battista e Di Maio di quella parte della categoria che vede il suo compito nel dare soddisfazione al proprio editore impuro e “multi task”, non si sono mai lontanamente avvicinati all’enormità di questa offesa, persecuzione, repressione della libertà di stampa. Assistiamo a ridicoli flashmob di un sindacato di giornalisti e associazioni di supporto contro il poco e l’inadeguato che questi due politici hanno espresso sulla categoria la cui qualità la stessa, imperiale organizzazione Reporters Sans Frontieres, ha dovuto classificare al 46° posto nel mondo. Flashmob, ma neppure pigolii, mai verificatisi, per esempio, alla falcidie che ikn queste settimane le piattaforme di Silicon Valley vanno facendo delle voci non intonate.

I flashmob di Giulietti e amici

Ma non c’è un giornale, un tg, una trasmissione radio e tv che abbia speso una sola parola in difesa di Assange e di questo assalto all’arma bianca contro un simbolo della dignità e della necessità del giornalismo in quanto tale. E’ questa omissione, più ancora che la parossistica ipocrisia con la quale vengono satanizzate le sacrosante – e, ripeto, insufficienti - accuse di Di Battista e Di Maio (negli Stati Uniti è da anni che si parla di “presstitute”, prostitute della stampa), a dare la misura di come sia ridotta la professione in Italia. Con poche eccezioni, perché oltre al codardo oltraggio, funziona il servo encomio, funziona un rapporto di lavoro impostato sul precariato, lo sfruttamento, la sottomissione. Aspettiamo il braccialetto elettronico.
Nel corso di una lunghissima carriera mi è capitato di pubblicare su media main stream, come su organi antagonisti. In Italia, Regno Unito, Francia, Germania, paesi arabi e latinoamericani. Sono dovuto arrivare a respirare lo Zeitgeist di una gestione della mia categoria che strepita contro chi ne denuncia l’innegabile degrado in occasione di un episodio lampante come quello del bombardamento di infamie sulla Raggi e mi ritrovo frustrato perché manca ancora chi solleva il velo sulla distorsione ontologica della realtà su tutto quanto riguarda la nostra esistenza: dalle guerre ai popoli, alle guerre sociali, alle guerre a comunità e ambiente. E manca chi riesca ad affermare che il sindacato sta lì per difendere il più debole dei suoi associati, non il più forte di questi e dei suoi editori. E’ qui che si ricongiunge al grandissimo Assange la mia modesta persona, di cui all’inizio.
Forse almeno provare a riavvicinare i giornalisti all’ ubi consistam di chi vuole raccontare le cose alla gente, con una legge sul conflitto d’interesse tra pagina stampata e complesso edilizio, tra talk show e trafficanti di carne umana e con la cancellazione di sussidi a organi parassiti, come previsto dal governo, potrebbe essere un inizio.
Intanto grazie ad Alessandro Di Battista per avermi citato tra i giornalisti liberi. Qualcuno, riferendosi a quelli non menzionati da Dibba, li ha considerati da lui iscritti tutti in una lista di proscrizione. Non scherziamo, quella la fanno coloro che usano la difesa della libertà di stampa per negare la libertà di parola.


sabato 10 novembre 2018

Tifare destra fingendosi sinistra ---- LA LA LAND USA, DOVE IL BANCO VINCE. SEMPRE.



  
 “In America abbiamo realizzato la profezia di Orwell. Un popolo schiavizzato è stato programmato ad amare i propri ceppi, mentre guardano sullo schermo fiabe e finzioni di libertà. Non sono i corpi a essere imprigionati, ma le menti. I desideri delle persone sono programmati, i gusti manipolati, i valori stabiliti da altri" (
Gerry Spence, From Freedom to Slavery)  

Dopo Saragat, Rossanda & Co?
Quando ti appioppano, come fosse una sberla, la qualifica di complottista, puoi essere certo che chi te la tira è un complottista. Come tante cose, quasi tutte, del nostro inverno dello scontento, il termine e il suo uso con intento di dileggio e irrisione ci arrivano dagli Usa: conspiracy theorist. Lì una classe dirigente al potere dai tempi della fondazione, dovendo imporre le sue ragioni dei pochi sulle ragioni e i bisogni dei più, è costretta di conseguenza a costantemente tramare nell’ombra: far passare per vero il falso, per giusto l’ingiusto, per bello il brutto, per morale l’immorale, per Valpreda Gladio. Regola del resto imprescindibile per qualunque minoranza che volesse mantenersi al comando a spese e a danno della maggioranza. Solo che nel cuore dell’Impero questo classico trucco del bue che dà del cornuto all’asino si è dato forma e potenza di uragano che travolga chiunque tenti di aprire uno spiraglio nelle quinte del teatrino e dare una sbirciatina di là.

Questa premessa a onore e difesa dei complottisti, intesi come disvelatori di complotti e, dunque, difensori della verità, mi serve per avanzare un azzardo che mi è balenato tanto tempo fa nel seguire le involuzioni verso destra, e anche estrema destra sul piano geopolitico, di certa “sinistra” italiana che si riconosce nel “manifesto”.  “Sinistra” e “manifesto”  che, nelle temperie delle recenti elezioni di midterm statunitensi, mi sono sembrati dare definitiva credibilità all’originale dubbio. Ricordate Saragat, la scissione socialdemocratica del suo PSLI, poi PDSI, dal PSI di Nenni nel 1947, notoriamente innescata dagli Usa e facilitata dai denari della Cia? Tolse ai socialisti, uniti al PCI nel Fronte Popolare, una cinquantina di parlamentari, contribuì alla sconfitta del 1948 e rappresentò per la DC il ruotino di scorta di consolidamento capitalista e atlanticista. Si rafforzò lo schieramento anti-operaio e antisovietico.

 
Moro, Saragat, Nenni, il generale Usa


A pensar male…
A pensar male, diceva uno che la sapeva lunga sul male, ci si azzecca. Ma è proprio pensar male vedere un parallelo tra quella spaccatura del fronte delle sinistre  e la dipartita dal PCI di quelli del “manifesto” nel 1969? Rossanda, Pintor, Magri, Parlato, incoraggiati e poi abbandonati dall’eternamente traccheggiante Ingrao, rifacendosi al revisionismo di Kruscev  e alle nefandezze attribuite a Mosca, a partire dall’Ungheria del 1956, fecero di tutto per farsi cacciare da un PCI che, privato di queste teste d’uovo, ci rimise in fatto di  egemonia culturale e anche un bel po’ di consenso.. Nel 1947 si trattò di fare arrivare alle elezioni decisive del ’48 una sinistra indebolita. Nel 1969 ci si trovava in piena guerra fredda (e caldissima in Vietnam e nelle decolonizzazioni appoggiate dall’URSS)  e quindi, di nuovo, nell’urgenza di infliggere un’altra mazzata al campo socialista. Inserendosi nell’ondata rivoluzionaria  del ’68 e seguenti, peraltro sempre da robusto calmiere rispetto alle altrui istanze rivoluzionarie, il “manifesto” ebbe modo di rendere credibile e anche di sinistra l’accodarsi alla guerra fredda e a una campagna anti-URSS sempre più virulenta.

Oggi quella campagna è diventata anti-russa , dopo la perdita di punti di riferimento come Gorbaciov e Eltsin e il “manifesto”, da piccino che è, le fa da mosca cocchiera, in piena adesione a operazioni subgiornalistiche e di intelligence come il Russiagate, le rivoluzioni colorate, le scelleratezze di Pechino, e nella piena condivisione di ogni singola iniziativa geopolitica dell’Impero neoliberista, in Cina come in Siria, in Libia come in Nicaragua, nell’immigrazione da sradicamento coatto come nel sostegno allo sgorbio europeo, come nel dirottamento dell’antagonismo sociale verso l’innocua battaglia per diritti civili, conflitti di genere e di minoranze. Per chi non fosse stato ottuso (part.pass. di ottundere) da testatine fuorvianti e nobili firme, i campanelli d’allarme sarebbero stati molti.

 
Hillary e Rossana, unite in Libia

Ma uno, addirittura una sirena d’allarme di quelle dei bombardamenti, non potrebbe non averlo percepito chi ha visto l’augusta Rossana Rossanda, madre nobile di tutta l’impresa, affiancarsi alla ghignante Hillary Clinton nel proporre, perorare, nel caso dell’americana anche condurre, la guerra contro la Libia, con esito finale di morte e orrore per il suo leader e il suo popolo. L’escalation è continuata e ha raggiunto vertici un tempo inimmaginabili sul Nicaragua, quando il pogrom sorosiano contro il governo sandinista è stato interpretato dal “manifesto”, al di là di ogni freno e pudore, con la stessa foga mistificatoria con cui tratta l’altra operazione del finanzcapitalismo totalitario, le migrazioni.
 
Non per nulla sono le immagini apologetiche di Emma Bonino che con frequenza adornano il quotidiano. Se ne dovrebbe dedurre che il filo rosso che ha tracciato l’itinerario di questa comunella, protetto dall’autotitolazione di “comunista”, era ieri ed è oggi l’opposizione alla Russia in sintonia con lo Stato profondo statunitense e con le forze che lo muovono. Il che non poteva non accompagnarsi , sempre in sintonia con i radicali, a una drastica revisione dell’idea di rivoluzione: da insurrezione proletaria, presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, Lunga Marcia, la Comune, lavoratori comunque al potere, alla guerra al velo, ai matrimoni e alle filiazioni gay.. A essere cattivi si parlerebbe di una Stay behind intellettuale.

Tutto questo ha portato a un rinsaldarsi sulle grandi questioni di un’unanimità di giudizio e di analisi tra tutti i media del paese, con il “manifesto” che vi figura irrisorio sul piano quantitativo, ma qualitativamente di grande interesse per il contributo a un antagonismo politico e sociale appariscente, ma innocuo. Una meringa di panna montata rosa. Ne è stato dimostrazione eclatante lo scomposto tifo con cui il giornale ha affrontato le elezioni di rinnovamento di Senato e Camera negli Stati Uniti. Nella sola giornata della vigilia sono stati ben 11 gli articoli, per 10 pagine su 16, e il fatto giornalisticamente grottesco che quasi tutte queste espressioni di forsennato tifo anti-Trump e pro-Partito Democratico, replica dell’appassionata campagna manifestista per la Clinton, dicano le stesse identiche cose. Un impegno spasmodico, su modestissimi soggetti e con concetti propagandistici uccisi dalla stereotipia, ma che il giornale dichiara decisivi per le sorti del mondo. Manco fossimo al 18 aprile, o al referendum su monarchia o repubblica.

E ci stupiamo che, in odio ai 5Stelle perché fanno cose che dovrebbero fare loro, questi del “manifesto” a casa nostra tifino addirittura Lagarde, Draghi, Moscovici?

Much ado about nothing, molto rumore per nulla
Fa suo, il “manifesto”, l’appello al voto costi quel che costi, rilanciato da quella bella schiera di progressisti liberal, perlopiù mercatisti accademici, sinergici con certe industrie, e trash hollywoodiano, che si sentono orfani di Obama e defraudati della Clinton, contro il Golem fascista che avanza dalle nere montagne di Mordor. E che da noi ha la faccia di Salvini, e ci sta, ma anche un po’ di Di Maio, anche un po’ di Melenchon, anche un po’ di Sahra Wagenknecht e perfino del poro Fassina, tutta pessima sinistra sovranista. Gente per la quale il cappio di Trump al collo dell’Iran e del Venezuela, la sua clava su Siria, Yemen e un sacco di altri posti, le crisi epilettiche guerrafondaie di Pompeo e Bolton, contano poco rispetto a quanto di progressista ci ha lasciato l’accoppiata nero-donna.

Tre colpi di Stato, Honduras, Paraguay, Ucraina, le stesse sette guerre di Bush, assassini seriali tramite droni, la militarizzazione della polizia con l’assegnazione di materiale bellico, primato di neri ammazzati da una polizia sempre più impunita, prigioni segrete della tortura e extraordinary rendition di sgraditi, forze speciali-squadroni della morte in 130 paesi, infrastrutture nazionali fatiscenti in un’economia allo sfascio e la delocalizzazione della produzione all’estero con conseguente impennata della disoccupazione, senzatetto a milioni in tendopoli e baracche, sorveglianza e spionaggio di ogni attimo di vita a raggio mondiale, il più alto numero di immigrati mai espulso dagli Usa, un Obamacare che ha messo la salute dei cittadini poveri tra le zanne delle assicurazioni…. Potrei andare avanti per altre dieci pagine. E si definiscono progressisti.

Anticlimax, quando l’orgasmo non arriva

A risultati elettorali acquisiti, l’organo  della sezione italiana dell’Asinello (simbolo del Partito Democratico per chi non  lo sapesse, quello dei Repubblicani essendo l’elefante), si è vagamente ricomposto. Il trionfo dei succedanei di Obama e Hillary non si è verificato, il Leviatano Trump ha tenuto botta e Senato, contrariamente a quanto è sempre capitato ai presidenti nelle mid term. Ha perso la Camera, ma i suoi governatori sono 25 contro i 23 dei Democratici. Con il Senato in mano, l’impeachment vagheggiato dai servizi segreti, Wall Street, Pentagono, e “manifesto” è diventato chimera. “L’onda rossa” (rossa?) si è arenata, a dispetto di sondaggi e appassionati vaticinii di tutto il main stream, “manifesto” in testa. E si è dissolta anche la fantastica architettura del Russiagate, le interferenze di Mosca, entusiasticamente condivise dal “manifesto” (mirabolanti rispetto a un paese come gli Usa che mette soldi, sicari e media in ogni benedetta elezione del mondo), che avrebbero fatto vincere Trump nel 2016: Al ministro della Giustizia Sessions, colluso con il procuratore Mueller, che non è riuscito in due anni a tirare fuori uno straccio di prova, è stato sostituito Matthew Whitaker, che da sempre qualifica di bufala l’operazione.

Donne, si cambia pagina
Il che non ha impedito al “quotidiano comunista” dell’obam-hillarismo nostrano di celebrare un’”America che volta pagina”. Anzi, addirittura di ricuperare le esultanze annichilite dal flop dei sedicenti progressisti, concentrandole sul gran numero di donne elette: per una Hillary trombata, 107 “giovani e di varie etnie” e, a questo punto, chissenefrega se sono xenofobe trumpiste, o benevole liberal-hillariane. A’ la guerre comme à la guerre e lì ci vanno tutte. Pure le comparielle, tutte donne, di Amnesty International e Human Rights Watch. Sulle 19 donne afroamericane il “manifesto” va in solluchero e titola “Abbiamo le Black Girl Magic”. Sono le nuove categorie politiche del “quotidiano comunista”: basta essere nera, o donna, o, meglio, nera e donna, o, perfetto, nera, donna e gay.

Al “manifesto”  questo fa sangue e ne siamo contenti anche noi, nella misura in cui abbiamo visto come basti essere donna e pure nera, per vedere il mondo colorarsi di amore, giustizia e pace: Madeleine Albright , Hillary Clinton, Condoleezza Rice, Samantha Power, Nikky Haley, Victoria Nuland, Susan Rice, Nancy Pelosi, Christine Lagarde E, si parva licet, Gelmini, Bernini, Pinotti, Santachè, Fedeli, Boschi, Madia… Una presenza femminile che ha fatto la differenza, soprattutto in politica estera. Le sono debitori tanti paesi, tanti popoli: Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Honduras, Iran, Nordcorea, Yemen, Somalia, mezza Africa…Però,  vuoi mettere, tra i CEO delle multinazionali ci sono sempre più donne.
O no?

Alle voci del padrone, “manifesto” compreso, non importa nulla che, nella contesa elettorale, da nessuno dei contendenti, nemmeno da Bernie Sanders, finto socialista e autentico sostenitore delle guerre e di Israele, si sia andati oltre le questioni dei migranti, delle libere armi e delle donne. E nemmeno che l’asse attorno al quale tutto doveva girare, il Russiagate, era sparito dal dibattito per manifesta minchiata. Nulla cale del fatto che gli Usa siano coinvolti tuttora nelle sette guerre di Obama, tra cui quella dell’Afghanistan, la più lunga  della storia americana, che stia aiutando a cancellare lo Yemen dalla faccia della Terra, che stia assediando la Russia con eserciti alle sue frontiere minacciando guerre globali e nucleari, che il bilancio militare Usa sia più grande di quello di tutti gli altri messi insieme, a evidente vantaggio degli armaioli e detrimento del benessere planetario,  che Washington sostiene e glorifica, insieme all’obbrobrio saudita e a tutto il terrorismo jihadista, tutti i regimi dittatoriali e reazionari del mondo, che è in corso, tra sorveglianza parossistica e militarizzazione della società, un processo di dittatura plutocratica senza precedenti nella Storia….

Tutto questo bel panorama interno e geopolitico è sostenuto con uguale impegno dai due partitoni. La fallacia, con la quale si cerca di coglionare il volgo e  l’inclita, è che si confrontino uno buono e uno cattivo, l’uno del tutto alternativo all’altro. Mentre quello che succede sotto i nostri occhi e del tutto simile allo scontro finto, ma ben recitato, tra due lottatori di Catch che fingono di spezzarsi le ossa e strapparsi i muscoli. Solo che gli spettatori del wrestling sanno che si tratta di una messinscena. Quelli che negli Usa votano e che commentano il voto, no.


E' solo catch
Portando al parossismo l’avallo della farsa su colui che comunque resta, volente (Obama) e nolente (Trump) un sicario della Cupola, promosso ”uomo più potente del mondo”,  in cui si sono impegnati i media di regime, il “manifesto” ha dato il suo contributo pestando l’acqua nel mortaio per dieci pagine alla vigilia e per cinque giorni dopo. Acqua marcia se si pensa a come si articola il sistema elettorale statunitense. A cominciare dai 50 milioni di cittadini esclusi dal voto perché non registrati (diversamente da tutti gli altri paesi, qui ci si deve registrare prima). Non registrati perché poveri, analfabeti, indifferenti, emarginati, senzatetto, sfiduciati. A continuare con la scelta del giorno lavorativo per il voto, tale da impedirlo a milioni di lavoratori e l’esclusione dal voto di 6,1 milioni di cittadini perché imputati di qualche reato, di cui uno su cinque afroamericano.

Poi il  gerrymandering, la definizione delle circoscrizioni elettorali tale da falsare completamente il rapporto tra votanti ed eletti: il piccolo Wyoming, 582mila abitanti, fornisce due senatori, quanti ne eleggono i 38,8 milioni della California.  La manipolazione del voto elettronico affidata a imprese vicine ai democratici, denunciata più volte. Una contesa presidenziale, Bush-Gore, decisa da un paio di giudici della Corte suprema, a dispetto del responso popolare. E, soprattutto, da cima a fondo, con raramente qualcuno che riesce a sgaiattolarne fuori, un sistema totalmente e da sempre manovrato dalla plutocrazia. Una gara riservata, l’ultima volta, al miliardario dell’immobiliare e a una parvenu arrampicatasi su una montagna d’oro erettale dai compari sauditi e delle multinazionali più necrofore. Montagna sotto la quale dovevano restare sepolti i trascorsi della erinni da segretaria di Stato.

E’ un gioco di ricchi,  arbitrato dai ricchi, giocato dai ricchi per i ricchi, sul quale agli altri è consentito di divertirsi scommettendo. E su tutto questo veglia il potere supremo, potere della moneta delegato dal pinnacolo della piramide alla Federal Reserve. Quella dei dollari, quanti ne servono. Il colpo di Stato strisciante che ha dissolto quel poco che c’era di democrazia americana ha portato a un regime in cui nulla si muoverà mai che non sia di profitto ai Rothschild, ai Bill Gates, Warren Buffett, Rockefeller, Bezos, Adelson, fratelli Koch e alle conventicole che si riuniscono attorno a questi nelle varie Trilateral, Bilderberg, Aspen Institute.

Dove il più pulito ha la rogna
Il “manifesto” si dia una calmata. Che ci siano gli amati Democratici, dalla pelle curata e dal cianuro col sorriso, o i detestati Repubblicani, dalla faccia truce e i modi sguaiati, tutto continuerà senza le scosse che non siano quelle che al popolino danno la soddisfazione di stare con l’uno o con l’altro clown del wrestling. Le mille basi Usa nel mondo, di cui un centinaio da noi, una guerra dopo l’altra per rimuovere ostacoli, installare tiranni amici o il caos, economie vampire, multinazionali ed eserciti che spostano di qua e di là popolazioni, chiamate profughi, sanzioni che strangolano popoli governati da chi non ci piace, nostrani paggetti che a Washington vanno per farsi investire delegati proconsolari, il travaso verso l’alto di quanto resta alle moltitudini in basso, detto neoliberismo. E il probabile figlio freak di questo: il pianeta arrosto. E’ “TINA”, There Is No Alternative, un pensiero unico che deve portarci da Gesù Cristo alla fine della Storia, facendoci tifare per l’uno o per l’altro tra brigante e brigante e mezzo. In compenso le coppie gay potranno far inseminare prestatrici di corpo e adottare bambini nell’universo tutto loro. Per la gioia del “manifesto”.



martedì 6 novembre 2018

In margine ai travagli di Travaglio, Di Maio, Draghi… DRAGO BUONO, SAN GIORGIO NO BUONO




Ampia fiducia, massimo rispetto… ma decchè?
Li conoscete, questi mantra, vero? Che uno si senta inquisito a torto o a ragione, non c’è verso che non dichiari urbi et orbi “Ampia fiducia nella magistratura”. Che è, un po’, una captatio benevolentiae di chi dovrà processarlo e, molto, tentativo di accreditarsi all’opinione pubblica illibato al 100%. Dai sodali del dichiarante ciò provocherà plauso commosso, dai suoi avversari ghignante spernacchiamento. Personalmente, per quanto avrei ben donde di dichiararmi fiducioso nella magistratura, visto che l’ho scampata indenne da ben 150 procedimenti per reati di stampa (diffamazioni, apologia di reato e simili) quando ero direttore di Lotta Continua, come da più recenti querele giudicate infondate o temerarie, mi morderei la lingua prima di pronunciare quella formuletta che riconosce ai magistrati un’assoluta purezza di intenti e atti. Per un Borelli e un Davigo abbiamo avuto un Carnevale (“l’ammazzasentenze”), per un Di Matteo, un De Magistris, un Robledo e un Woodcock, abbiamo avuto il famigerato “porto delle nebbie romano” e  magistrati perseguitati fino al CSM. E che CSM! Dunque, c’è poco da giurare sulla perfezione di chicchessia, né del primo potere dello Stato, né del secondo e neppure del terzo. E pur sempre lo Stato capitalista della borghesia.

Carta vince, carta perde
E se Marco Travaglio viene condannato a 95mila euro per aver diffamato il padre dell’ex-premier, uno che entra ed esce da inchieste giudiziarie come fossero il bar sotto casa e a Virginia Raggi tocca vivere sotto un gragnuola di denunce e procedimenti, fino ad ora tutti a vuoto; e se i responsabili di grandi avvelenamenti collettivi, di stragi da amianto o da uranio, di bombardamenti su civili serbi, la fanno franca; e se nelle nostre carceri i colletti bianchi sono meno che in qualsiasi altro Stato europeo, a dispetto dei nostri primati in mafia, corruzione, evasione… Se tutto questo c’è, dare ampia fiducia a priori e a scatola chiusa, mi pare il regalo dato a chi ti ha suonato alla porta e non sai ancora se è un vucomprà, un gabelliere, un rapinatore, o la fidanzata. Visto che la classe dirigente tende a mettere a capo dei giudici che devono giudicare  giudici, personaggi considerati affidabili, spesso provenienti dalle proprie espressioni politico-partitiche (è il caso di oggi), sempre meno spesso sarà la fidanzata l’ignoto che ha pigiato il campanello. Dice Davigo: “Buona parte della magistratura è stata genuflessa dal potere politico, come nei suoi anni più bui”. E se lo dice Davigo…

Ogni solidarietà a un giornalista scomodo come Travaglio che becca una mazzata da 95mila euro, somma che può (dovrebbe?) mettere in crisi un giornale abbastanza fuori dal coro, mentre a Tiziano papà sono toccate solo i 13mila di spese legali, nonostante gli siano state respinte 4 su 6 querele presentate. La Federazione della Stampa, che di solito è un drago sputafuoco quando si tratta di incenerire chi s’è permesso di sbertucciare qualcuno  dei nostri noti combattenti contro abusi, storture e tentativi di condizionamenti dei noti poteri, si è limitata a borbottare qualcosa sulla sproporzione tra le due condanne pecuniarie e sul rischio che le querele servano a scopi di intimidazione. Ma che, davvero? Ed è morta lì. Un fascista che scriveva balle sulla Libia mi querelò perché ho detto che era un fascista (si candidò alle elezioni per una formazione fascista) che scriveva balle sulla Libia.Querela rispedita al mittente.. Ma intanto avevo dovuto frequentare per giorni aule di tribunali, viaggiare, pagare l’avvocato, scomodare testimoni, rompermi alla grande le palle e gli impegni di lavoro.

Il figliol prodigo che non si ravvede
La stagione del nostro scontento ci offre una moltitudine di castrazioni chimiche, altro che Salvini. Facebook e l’intera confraternita di Silicon Valley, che ci fanno parlare soltanto se diciamo  cose in linea; leggi che ostracizzano e puniscono  quanti dai più munifici e disinvolti produttori di fake news della storia del giornalismo vengono accusati di fake news; storici bastonati, segati, incarcerati perché fanno il loro mestiere di perenne rivisitazione della Storia; scienziati di minoranza coperti d’onta dagli scienziati di maggioranza e, ora, l’arma fine-libertà-d’espressione, la querela tappa bocca. Siamo ben oltre Orwell. Segui i soldi e troverai il mafioso, sosteneva Falcone. Qui, portagli via i soldi (che perlopiù non ha), o minaccia di portarglieli via, e beccherai il giornalista che rompe. Sono stati bravi a indicare la pecora nera Travaglio: un’élite di firme illustri che gira in tondo nella giostra rutilante dei talk show, tanti Napoleone di David a cavallo, tanti Settimi Cavalleggeri  contro le nere montagne  del regno di Mordor dove si nasconde chi osa un tantino soppesarle, le parole sovranismo, populismo, antieuropeismo, prima di spararle alzo zero al primo che marca visita in caserma.

Una stampa una e trina


Cavalcano in formazione verso il comune nemico, ma anche molto distinti per modi e bardature. Se uno si dice “quotidiano comunista”, l’altro è fiero di essere il giornale della democrazia liberale e l’altro ancora se la tira da organo del regno di dio. Poi tutti quanti, quando pregano, si voltano verso Washington e mostrano le terga a Putin e Assad. Che ne sarebbe, sennò, del pluralismo connaturato a una libera stampa? Così ci si distingue radicalmente  tra chi il governo gialloverde lo vuole morto, solo ferito a morte, o appena con i ceppi ai piedi e la testa nella gogna. La topografia del nostro giornalismo si completa più in là, nell’ombra, dove  vagano gli spettri di  coloro a cui è concesso di godersi gratis l’aria di redazione grazie a qualche anno di stage, o che riescono a farsi chiamare collega, col tu di categoria, per via di quei  cinque euro a pezzo lungo, due a trafiletto. A volte perfino orgogliosamente al cellulare con il capocronista, seppure avventizi a vita e solo finchè  subiscono e fanno.E la FNSI che fa? Scende in piazza per Regeni e Medici Senza Frontiere.

Gioca con i fanti e lascia stare i santi
In attesa che una legge  del cambiamento spunti, oltreché la prescrizione,  l’arma della querela silenziatrice che si è testè abbattuta su Travaglio, sicuramente anche in considerazione del suo ruolo di fustigatore delle conventicole politiche che hanno malmenato questo popolo durante gli ultimi lustri e dei colleghi che interpretano il mestiere in termini di servo encomio e codardo oltraggio, al direttore del Fatto Quotidiano vorremmo indirizzare un’ultima querela. Per carità, non giudiziaria e senza alcuna richiesta di risarcimenti milionari. Querela alla latina, querimonia, doglianza, protesta (querela, da queri, lagnarsi). Rettifiche, sì, le vorremmo pretendere sugli abominii e le cazzate delle pagine estere, ma aspettarsele da un giornale che ci rappresenta la Russia come la Caina dantesca, dove si vive conficcati nel ghiaccio, e Israele come l’unica democrazia del Medioriente, significa aggirarsi nel mondo platonico delle idee. Questa nostra querela è per falso e diffamazione e riguarda ogni singola riga delle sue pagine di politica estera.. Finchè si tratta di beghe di cortile, tra pollastri domestici, transeat, non disturbi l’ordine generale delle cose. Ma prova a mettere il naso fuori dalla finestra e rilevare cattivi odori afferenti alla geopolitica, ai grandi giochi, al patto atlantico…

Qui, una scadente fattura degli scritti, in stridente contrasto con penne d’eccellenza degli altri comparti, esalta la strabiliante funzione antigiornalistica e propagandistica dei contenuti. Un fanatismo atlantista oltre il limite del grottesco, il Russiagate raccattato oltreoceano, a dispregio del definitivo discredito per assoluta mancanza di prove, la grossolana ripetizione degli stereotipi alla base della demonizzazione di chi è inviso al rullo compressore neoliberista, l’affannoso rilancio di grossolane trovatine atte a rinfocolare le guerre d’aggressione di un capitalismo occidentale in affanno di accumulazione e che si affida alla produzione bellica come estremo puntello a economie devastate dall’ingordigia e dall’inettitudine del finanzcapitalismo. Campagne che rivelano una strumentalità rozza, quasi infantile, per come partono in simultanea, sul minuto secondo, con altri organi che rispondono agli ordini di servizio delle stesse trasparentissime centrali.

QF: un giornale accettabile, discutibile, inqualificabile
Marco Travaglio, se per la tua redazione esteri adoperassi lo stesso rigore deontologico sotto cui fai egregiamente cadere le teste di una categoria che da noi sguazza in piena debauche  professionale, morale e culturale, quella redazione sarebbe adibita a rivolgere scuse alle migliaia che ha ingannato, cui ha mentito o occultato, ma ancor di più  ai milioni cui la propaganda, alla quale il FQ ha contribuito, sono costate devastazione e vita. Se, per un esempio su mille, sostieni la fetida bugia dell’attacco chimico di Assad e convinci qualche migliaio di tuoi ingenui lettori, hai dato un contributo fattivo al silenzio-assenso dell’opinione pubblica al più grave crimine di guerra e contro l’umanità in atto.
Qualsiasi cosa i perfettibili Grillo e Di Maio, ma anche l’imperfettibile Trump, abbiano detto in critica, spernacchio, condanna a certi giornali e giornalisti, è inadeguato, insufficiente, riduttivo, minimalista, rispetto alla dimensione assunta dai cosiddetti “cani da guardia” del potere. In effetti mai esistiti come tali, se non per eccezioni come quelle meteore che colpiscano la Terra ogni qualche estinzione dinosaurica.

Tra Draghi e Di Maio… casca l’asino
Travaglio ha dedicato un lungo editoriale a rampognare Luigi Di Maio per avere il capo 5 Stelle accusato Mario Draghi di avvelenare il clima attorno alla legge di bilancio. Insomma, per lui hanno ragione Draghi e tutti i sauri consimili e torto i vari San Giorgio. Il Sacro Graal stavolta sono i draghi che lo custodiscono. E qui s’è avventurato fuori dalle mura domestiche e, inevitabilmente, ha toppato alla grande. Nulla da dire sul ghigno con cui ha accolto l’invito di Di Maio a Draghi di ricordarsi di essere italiano e di non tifare contro il suo paese. Manco fosse Enrico Toti, o Guglielmo Oberdan. O, al limite, Bearzot. I personaggi alla Draghi, caro Luigi che, come me, ragioni in termini di patria e sovranità, di patrie, se ne hanno una di nascita, ne hanno un’altra, nettamente prioritaria, di elezione. E i suoi confini non stanno al Brennero, o al Danubio, ma sul perimetro della Banca. Se tifano, tifano dollaro. E, in sottordine, euro.

Abbasso San Giorgio, evviva il drago


Ma questo è secondario. Principale è la difesa che Travaglio fa del direttore della Banca Centrale Europea e sono i rimbrotti che indirizza al sarcasmo del pentastellato. Rimbrotti poi rinforzati dal vice di Travaglio, Stefano Feltri ( e questo non sorprende), per il quale Draghi non è che si preoccupa del deficit italiano, ma moltissimo delle correnti anti-euro del governo. E già, non sono gli spiccioli che preoccupano il nostro banchiere centrale. E’ la cassaforte. La cassaforte nella quale, da qualche lustro in qua, sono confluiti i beni e gli averi della stragrande maggioranza degli europei e, in particolare, quelli degli europei meridionali, a partire dalla Grecia. Non ce la ricordiamo la Troika? Tra UE, FMI e BCE,  chi c’era a  manovrare il tritacarne del fiscal compact, del pareggio di bilancio, de bail out per banche e mai per cittadini. Chi è che strangolava la Grecia con il cappio di un debito ben organizzato negli anni, mentre teneva a galla con il Quantitative Easing  quelli con le pezze al culo, la cui obbedienza meritava però qualche indulgenza. QE ovviamente terminato alle viste di populisti arrembanti e di un governo a Roma che profuma di anti-euro.

Quando Draghi e Soros navigavano sottocosta
Travaglio è uno di cui si ammirano stupefatti la memoria e l’archivio. Quelli per i quali ai politici sbatte sul muso la cosa detta ieri che risulta il contrario di quella detta oggi. Sarà mai possibile che questo direttore, più documentato della Biblioteca Nazionale, non si ricordi della letterina che nel 2011, a cavallo del passaggio di consegne, Draghi e Trichet indirizzarono a Berlusconi, ma in essenza  al popolo, allo Stato e al governo d’Italia?  Che diceva la letterina di raccomandazioni o mangi ‘sta ministra o ti buttiamo dalla finestra, scritta a inaugurazione e marchio del regno Draghi? Incrementare il ridimensionamento dei diritti dei lavoratori, incrementare le liberalizzazioni-privatizzazioni a scopo di incremento della concorrenza, sostenere le imprese, una complessiva, radicale e credibile strategia di liberalizzazione dei servizi pubblici e servizi professionali, privatizzazione su larga scala dei servizi locali, accordi a livello di impresa piuttosto che contrattazione nazionale, salari e condizioni di lavoro ritagliati sulle esigenze specifiche delle aziende, accordi privati con aziende piuttosto che altri livelli di negoziazione. Insomma una torta turboliberista con il fiocco della dittatura dell’economia (dei ricchi) sulla politica.

Britannia

E tutti a obbedire, governo dopo governo, quasi fossero i comandamenti dettati a Mosè dal Signore. E prima, quasi vent’anni prima, da direttore del Tesoro, che ci faceva Mario Draghi sul panfilo prestato dalla Regina d’Inghilterra a un gruppetto di suoi fidati amici, tipo George Soros, Beniamino Andreatta (ministro del Bilancio, ma anche della Difesa, ma anche ideatore dell’Ulivo) e superbanchieri assortiti? Faceva un tale tifo per l’Italia che Ciampi, per contenere l’operazione strozzinaggio del noto Soros, fu costretto a bruciare 40mila miliardi di lire in difesa della nostra valuta (ancora nazionale, benedetta!), di cui però non seppe (non volle) impedire la svalutazione del 30%. E allora, venghino signori, il mercatino è allestito, tutti ottimi articoli sulle bancarelle, a prezzo di saldo, di costo, di svendita. E, operatori i Dini, Amato, Prodi, Bersani, D’Alema, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, la manovra riuscì a tal punto che l’Italia si trovò di punto in bianco alleggerita del 75% del suo apparato produttivo. Ci restavano Rimini e le città d’arte, peraltro svuotate dai loro abitanti e riempite di McDonald’s e B&B.

E ora che sta per lasciare a un tedesco, ancora più tifoso dell’Italia, cosa ereditiamo dell’era iniziata navigando sul Britannia, compatriota Draghi? La fine di quel Quantitative Easing con cui avevi salvato le banche riempitesi di titoli di Stato a sostegno dei governi amici  di quel trentennio glorioso per le fortune della patria e che solo per il rotto della cuffia (o delle palle dei cittadini) non fu coronato dalla riforma Boschi. Con un governo di barbari neofascisti come questo, eletto dai depolorables nostrani, il trucco non serve più. Che vadano un po’ in sofferenza le bancuzze italiane, purchè trascinino nel dissesto tutto il resto. Come in Grecia. Gli italiani hanno voluto giocare?  Scendiamo in campo. L’arbitro lo conosciamo.

Vai Travaglio, portagli il cappuccino a Draghi. Dove lo trovi ora? Ma da Goldman Sachs, no?