venerdì 2 novembre 2018

1914-1918, SI APRE L’ERA DEI MASSKILLER



Nei prossimi giorni ci assorderanno con le celebrazioni della vittoria, il Piave mormorò, i nostri fanti, il generale Diaz, Trento e Trieste, I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Tra cimbali e fanfare, corse di bersaglieri, penne dritte degli Alpini,  Vittorio Veneto, commossi elogi e severi moniti all’unità nazionale e all’amore per l’Europa “che ci ha dato 70 anni di pace” (Jugoslavia, spedizioni Nato e guerra ai poveri escluse) pronunciati dal capo dello Stato, siamo tutti chiamati a festeggiare la “vittoria”. Dal 2 novembre, giorno dei morti, al 4, giorno del “compimento del Risorgimento” con la ripresa delle “terre irridente” (Trento e Trieste, va pure bene, ma Bolzano, il Brennero e una popolazione straniera soggiogata che c’entravano?), patria, nazione, sovranità gonfieranno i petti e orneranno le labbra dei cerimonieri sui colli e dei loro chierichetti nelle redazioni. Subito dopo torneranno  ad avere il sapore tossico che gli si attribuisce quando risultano concetti formulati dalla nota peste sovranista, populista, nazionalista, razzista e, perché no, va bene per ogni disturbatore, anche un bel po’ fascista.


Dalle crepe nell’edificio fatiscente delle Grande Guerra farà capolino qualche sparuto fiore. Qualcuno rapidamente ricorderà quell “Anno sull’Altopiano” di Emilio Lussu, o “La Grande Guerra” di Monicelli, controcanti ormai storici, nascosti ai giovani da strati di polvere. Accanto  all’eroismo, al martirio, perlopiù involontari, di quelli sbranati nelle trincee (magari fucilati nella schiena dai propri ufficiali) e di quelli scampati, scolpiscono nella Storia l’infamia senza limiti dei comandi e dei profittatori imboscati nelle banche e nei consigli d’amministrazione. Colpi di cannone, strazi di moribondi e tintinnio di lire suonavano la canzone della patria.

Industriali e generali

L’Europa si sbranò per decidere chi dovesse essere più imperialista e più colonialista e quale classe dirigente dovesse avere la fetta più grossa nel cannibalismo planetario. Fece staccare il biglietto per questo cammino alla gloria e ai dobloni della sua borghesia a 14 milioni di morti ammazzati. L’Italia  fece la sua parte, Agnelli, produttori di armi e innovatori tecnologici in testa. Per porsi al passo con un futuro capitalista di sconfinato arbitrio e altrettanto sconfinata ricchezza predata dal basso, vaticinato dalla borghesia  e, come in ogni trasferimento di ricchezza e di  consolidamento di potere, accompagnato dalle Chiese, i parvenu del nostro capitalismo, gli arrembanti delle magnifiche sorti e progressive, offrirono in pasto ai loro appetiti 600mila giovani vite. I cappellani militari benedivano, gli ufficiali sparavano a chi non attaccava con sufficiente vigore.



 
 Braccia perlopiù sottratte all’agricoltura. Procedimento perseguito, tranne un breve intervallo autarchico, senza soluzione di continuità, fino alla robotizzazione automobilistica e petrolifera del territorio per imperituro merito sempre di quegli Agnelli, fino allo svuotamento delle nostre terre grazie a opportuni terremoti e puntuali dopo-terremoti. Patrioti, ma a Detroit. Ma che fa: arriveranno braccia africane a coltivare soia all’ombra dei rosoni romanici, ci saranno i Briatori a valorizzare le fondamenta etrusche facendone vetrina pavimentale nei resort.


Il grande massacro si è poi ripetuto una ventina d’anni dopo. Stavolta, produzioni e tecnologie più moderne: 50 milioni di morti, senza calcolare quelli per fame. In ogni caso un bello sfoltimento di spazi perché ci si potesse muovere agevolmente, senza dover sgomitare tra troppi plebei. I padroni sono per scelta e dna assassini seriali. Non hanno il cromosomo dell’empatia, hanno quello della voracità, come certi organismi fatti solo di tubo digerente. Odiano tutto quello che gli impedisce di ingurgitare. Se i nostri sono, come vuole la vulgata, discorsi dell’odio, hate speech, i loro sono fatti dell’odio, hate facts. E mai come oggi, passati dai macelli tra liberali e monarchici a quelli tra liberali e nazifascisti, a quelli di liberali post-nazifascisti contro tutti gli altri, ne stanno rinnovando la dimostrazione.

In coda a tutti costoro ci sono poi i marciatori della pace, i nonviolenti senza se e senza ma. Senza di loro i violenti e i profittatori di guerre mancherebbero di una base d’appoggio. Finchè marciano inneggiando alla pace e riprovando la guerra, evitando accuratamente di nominare un solo generale, un solo presidente, un solo ministro, rigettando ogni funesta tentazione di schierarsi, magari dalla parte delle vittime, collocando i carnefici nella dimensione dell’inconoscibile, applicando il dettame della nonviolenza anche a coloro che mani possenti spingono sott’acqua, il mondo procederà senza scosse. Verso la fine.

Così, anche tra Perugia e Assisi, anche stavolta, dopo sette anni di guerra senza quartiere condotta da mezzo mondo civile e dai suoi civilissimi mercenari, non si è sentito neanche sussurrare la parolina “Siria”. Ah no, un momento. Ne ha parlato “il manifesto”, il 31 ottobre, a proposito del patrimonio archeologico del paese. Per attribuirne la rovina “all’indegno disinteresse del governo di Bashar el Assad”.

Da Palmira, dove era nato nel 1932 ed è morto il 18 agosto 2015, saluta l’autrice di quell’articolo Khaled al Asaad, archeologo, direttore degli scavi di Palmira per conto del governo di Assad, trucidato dai mercenari Isis per non aver voluto lasciare alla loro mercè le colonne millenarie della sua città.

Anni fa, in occasione di un anniversario della strage, mi ritroverai a fare una diretta tv dal cimitero che custodisce i resti dei 1.909 ammazzati dai costruttori e non manutentori della diga del Vajont. Come sottofondo musicale ci infilai la canzone del Piave. E nel commento accennai a qualcosa come: caduti della guerra dei costruttori e cementificatori come quegli altri, quasi mezzo secolo prima, nella guerra degli industriali e generali. Un vero hate speech. E mi fu cancellata la rubrica al TG3. Che si chiamava “Vivere!”, col punto esclamativo.

8 commenti:

alex1 ha detto...

Bellissimo articolo. Sarebbe anche da ricordare che Trieste, al contrario della propaganda patriottarda che la voleva italiana ma "oppressa" dall'aquila asburgica, era prima della guerra una bella citta cosmopolita, abitata da molte nazionalità. Dopo l'annessione inizio' il suo declino passando dai quasi trecentomila abitanti a duecentomila e perdendo importanza anche come centro culturale.
Piuttosto mi sorprende la censura su Rai 3, immagino prima ancora della svolta censoria per la guerra "umanitaria in Kosovo", quando sia pure con qualche insofferenza "governativa" dei "professori", era considerata la rete più pluralista, sotto la guida di Sandro Curzi e con la presenza di ottimi giornalisti.

Fulvio Grimaldi ha detto...

Alex1@
Occhio Alex, solo per la precisione: Curzi era il direttore del TG3, quando c'ero io, ed era un trombone opportunista, ma aveva alle spalle la forza politica del PCI. La Rete Rai 3 è un'altra cosa.

Mauro Murta ha detto...

“L’Italia è la più bella delle tre grandi penisole dell’Europa meridionale…”
Così descrive l’Italia un libro di lettura per le scuole popolari austriache, stampato nel 1914 e diffuso nel Trentino allora austro-ungarico, e che ho la fortuna di possedere.
Quattro anni dopo le orde sabaude invadevano, oltre alle zone di lingua italiana, anche il Sudtirolo e l’Istria, proibendo agli abitanti l’uso delle lingue tedesca e slava.
L’impero di Cecco Beppe non sarà stato il paese di Bengodi, ma garantiva libertà, per i tempi, e autonomia a tutte le etnie che lo costituivano. Infatti, a parte pochi fanatici “irredentisti”, i cittadini austriaci di lingua italiana sostenevano il loro stato e combattevano per esso.
Fin dall’unità, ottenuta peraltro con il fondamentale aiuto degli inglesi (chi mal comincia…), l’Italia è sempre stata dalla parte sbagliata della storia: dalle prime sgangherate avventure coloniali all’inutile strage della Grande Guerra, quando avrebbe potuto senza colpo ferire ottenere dall’Austria più di quanto le spettasse. Dal fascismo ai massacri in Libia, Etiopia e Jugoslavia. Dalla subalternità a Hitler a quella alla NATO, con la servile partecipazione ai più recenti massacri atlantici.
Ora i “patrioti” vendipatria, sempre pronti col pugnale fra i denti a regalare il paese al padrone di turno (vedi MUOS), iniziano a reti, bandiere e cervelli unificati a celebrare la “vittoria”.
Io inizio oggi a costruire il modellino di un Albatros D.III (Oeffag) dell’aviazione austro-ungarica.

Fabrizio Casalegno ha detto...

Ottimo articolo su quell'inutile carnaio che è stata la I° Guerra Mondiale. Ma tanto lo sapppiamo tutti che è stata tutta colpa dei cattivissimi serbi che hanno attentato all'Arciduca.
A proposito del cimitero del Vajont: l'ho visitato alcuni anni fa ed ho visto come lo ha ridotto il sindaco di Longarone. Una decina di anni fa ha deciso, unilateralmente e senza avvisare i cittadini, di "riammodernare" il sacrario. In un servizio delle Iene gli abitanti denunciavano che avevano visto le ruspe passare sopra alla tombe. Per trasformarlo in cosa poi? Un santuario simile in tutto e per tutto ai cimiteri di guerra americani con tanto di immacolate tombe bianche.

Fulvio Grimaldi ha detto...

Mauro Murta@
Beati coloro che hanno il tempo e la fantasia per il bel gioco dei modellini.
Però non condividere il cinismo bellico del cialtroname italiano non mi porta a innalzare il vessillo dell'Aquila bipenne. Qualcuno a Milano si ricorderà di Radetzki.

Mauro Murta ha detto...

A Genova ci ricordiamo di La Marmora.

Fulvio Grimaldi ha detto...

Mauro Murta@
Giusta risposta.
Ma io ricordo anche che Lamarmora, dopo secoli di schiere compatte all'assalto e al macello, inventò per i bersaglieri l'unità di tre al massimo che procedevano sfruttando il terreno. Risparmiò un sacco di vite. Poi Cadorna se ne scordò.

ignazio zedda ha detto...

Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu, è un racconto molto "addolcito" sennò non sarebbe stato pubblicato.
Ho avuto mio padre nella guerra, dai suoi racconti (e dei suoi coetanei), si capiva benissimo che l'Italia durante Caporetto si era venduta al nemico, come fece poi nel 43, esempio: l'ordine di buttare tutte le armi e ritirarsi;
il gruppo di mio padre rischiò addirittura la fucilazione per non aver buttato le armi.