mercoledì 20 marzo 2019

ARRIVEDERCI, DOPO BELGRADO, IN LOMBARDIA PER VENEZUELA, SERBIA E TROIKA CONTRO IL SUD----------- Per ora: Lorenzo Orsetti e Luca Casarini: due eroi del tempo non nostro



Di Lorenzo Orsetti, in qualche misura, mi sento compagno per avere anch’io, quasi cinquant’anni fa, combattuto insieme a un popolo in armi. L’analogia, però, è del tutto fuorviante. Lui, con chi fa a pezzi un paese, io, con chi il suo paese se l’era visto fare a pezzi. Lorenzo viene glorificato da media e politica, mentre io dovetti, e dovrei tuttora, guardarmi dalle rappresaglie dei nemici di allora (qui niente prescrizione) e dagli anatemi di chi insiste a schierarsi dalla parte degli espropriatori di popoli. Che in Siria sono i curdi.
Comprendo e mi dolgo della sofferenza dei famigliari dell’uomo caduto in Siria, a Baghuz, nello scontro tra Usa-curdi e Isis. Ma fare di lui, come sento, vedo e leggo, nientemeno  che un Che Guevara, o un Garibaldi, è come minimo sacrilegio. Non so con quale posizione idealistica sia partito Lorenzo ma, una volta schierato in Siria, avrebbe dovuto ripensarci. Non si è accorto che stava in territori che i curdi, sotto protezione degli invasori americani, impegnati con bombe e missili a massacrare migliaia di civili siriani, da Raqqa a Baghuz, per aprire la strada alla loro fanteria curda, con il sostegno di israeliani e sauditi, avevano rubato alla Siria sovrana? Conoscendo un po’ di Storia, non aveva notato che i suoi eroi stavano allargando il loro territorio iniziale a un terzo della Siria, con pulizie etniche feroci  degli arabi siriani? Non aveva capito di trovarsi al servizio di un’operazione tutt’altro che ideale.

Guerra criminale, finalizzata allo squartamento di un paese libero, democratico, emancipato, forse più del tanto decantato, dai complici degli aggressori, ecologismo, femminismo, diritto umanismo, dell’YPG. E, soprattutto, paese antimperialista, qualifica non spettante ai curdi. Se Lorenzo era mosso da idealismo, l’unica scelta avrebbe dovuto essere in difesa della Siria.La morte di Lorenzo nella battaglia tra le due milizie, tutte e due inventate e armate dall’aggressore, addolora doppiamente. E commuove. E indigna, pensando agli specchietti per le allodole. Per lo spreco di una vita e per la causa sbagliata. Se si vuole parlare di martiri, l’unico martirio, qui, è quello del popolo siriano.

Di Luca Casarini, corsaro di Sua Maestà George con la  "Mare Jonio", specializzata nella tratta, ex-capo delle Tutine Bianche, capo global dei noglobal, già collaboratore della ministra anti-migranti Livia Turco e ora strumento multinazionale per la depredazione dell’Africa e la destabilizzazione sociale e culturale dell’Italia, vanto tre significative verifiche personali dirette. 1) Le spedizioni coloniali nel Chapas, per  schierarsi nello scontro tra indigeni cattolici e indigeni protestanti e contribuire alla mitizzazione del subcomandante Marcos in funzione di sabotaggio della sinistra messicana, capeggiata da Andres Manuel Lopez Obrador, e della rivoluzione bolivariana di Chavez.  2) Le spedizioni imperialiste a Belgrado a sostegno della Quinta Colonna sorosiana (poi Otpor) incistata in Radio B92, dello stesso Soros, e della distruzione della Serbia in resistenza. 3) L’allestimento dell’armata di cartone di Tutine Bianche che, minacciando sfracelli per il G8 di Genova, fornì al regime Berlusconi-De Gennaro il pretesto per la militarizzazione e la successiva letale repressione.
Ciò che invece non mi vide testimone è la torta in faccia a Casarini quando si presentò a New York per assumere la guida anche di “Occupy Wall Street”. Che peccato.


A Belgrado e poi con voi in Lombardia
Vado a Belgrado in pieno tumulto per vedere cosa succede e cosa c’è dietro le manifestazioni contro il presidente Vucic.  C’è puzza di Otpor, come li ho visti operare nel 2000-2001. Partecipo alla conferenza internazionale del Forum di Belgrado per un Mondo di Uguali che, nel 20° anniversario dell’aggressione Nato, riunisce analisti, geopolitici, storici e tanti tra coloro che a suo tempo sostennero la lotta della Jugoslavia contro la sua frantumazione decisa a Washington, Berlino, Bruxelles e Vaticano. Ve ne renderò conto al mio ritorno.


Intanto vi segnalo due  link per un ulteriore approfondimento della baracconata dei bambini del 15 marzo per il clima che, sempre più, dimostra di essere un’operazione politica di grande respiro, messa in campo dagli stessi devastatori del clima con guerre militari ed economiche, impegnati a rilanciare l’accumulazione e il profitto finanzcapitalisti mediante la mistificazione detta “Green New Deal”. Che ha lo stesso tessuto di verità delle guerre chiamate “interventi umanitari”.
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INIZIATIVE PUBBLICHE IN LOMBARDIA

Aggiungo anche l’annuncio di tre iniziative pubbliche che mi vedono partecipe in diverse forme e a cui invito tutti coloro che sono interessati all’argomento e si trovano in zone non troppo lontane dagli eventi.


“L’Asse del Bene” che verrà proiettato nel corso di un incontro sul Venezuela alla Casa Rossa di Milano, e al quale non potrò intervenire perché a Belgrado, è il racconto della rivoluzione bolivariana realizzata da Hugo Chavez e dal popolo venezuelano, delle sue ricadute sulle condizioni di vita del paese e dei processi di emancipazione che ha innescato nel mondo latinoamericano. Offre una conoscenza fondamentale delle condizioni determinate da quei processi per valutare correttamente l’attuale scontro tra ritorno imperialista e resistenza di popolo.

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A Besnate (VA), presento il 29 marzo, alle 21.00, il docufilm “O la Troika o la vita”.
Presso la Biblioteca di Besnate - Sala Civica - in Via Milyus, 6

Il film illustra gli effetti sull’area mediterranea della globalizzazione neoliberista imposta
da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale: la Grecia
distrutta nel corpo e nell’anima, Medioriente e Africa devastati da guerre e saccheggi, il
dramma dei migranti e il loro afflusso nei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo,
l’Italia dei gasdotti, delle trivelle, del terremoto, un territorio nazionale già dissestato sul
quale imperversano, nella complicità di una politica succube delle lobby, le multinazionali
del fossile. Nel film sono riportate anche interviste a voci autorevoli, leader della sinistra
greca, antropologi, economisti, fisici, filosofi, protagonisti delle lotte sul territorio, ed i temi
trattatati nella relazione dell’autore e nel successivo dibattito permetteranno di affrontare
alcune questioni determinanti dello scontro in atto tra popoli e loro territori ed i poteri che
ne devastano ambiente, comunità, patrimonio storico, cultura, salute e autodeterminazione.
Scontro che determinerà le sorti dell’umanità nei prossimi decenni.
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Presso la Biblioteca di Besnate - Sala Civica - in Via Milyus, 6

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Il 24 marzo 1999 Usa, UE e Nato inaugurarono, affiancati dai “pacifisti” in pellegrinaggio a Sarajevo e dalle Tute Bianche di Luca Casarini a Belgrado con gli emissari di George Soros, l’epoca delle “guerre umanitarie” e delle distruzioni di Stati e popoli disobbedienti.. Furono i primi bombardamenti su Belgrado. Quel giorno abbandonai per sempre RAI e TG3 e, presa al volo una telecamera, mi precipitai in Serbia per offrire al pubblico una documentazione degli eventi, diversa dalle menzogne che parlavano di “intervento umanitario contro il dittatore Milosevic”. Il primo documentario, realizzato sotto i raid Nato in partenza dall’Italia, sotto il governo del premier D’Alema e del ministro della Difesa Mattarella, demistifica il contesto propagandistico e illustra l’eroica resistenza di coloro di cui scrissi “meglio serbi che servi”. Il secondo, girato l’anno dopo, racconta gli spaventosi danni economici, sociali, ambientali inflitti dagli aggressori, la quasi miracolosa ricostruzione, l’afflusso dei profughi dal Kosovo, la minaccia della quinta colonna interna che portò all’arresto di Milosevic, tre giorni dopo avermi concesso l’ultima sua intervista, e alla sua successiva eliminazione nel carcere Usa dell’Aja. Appena tornato dalla conferenza internazionale di Belgrado, il mio intervento cercherà di aggiornarci sulla Serbia di oggi, sullo sfondo delle rinnovate minacce interne ed imperialiste.

NB. Ognuno di questi miei documentari è ordinabili all’indirizzo: visionando@virgilio.it    

domenica 17 marzo 2019

Il mondo - e il 5G - nascosto dai ragazzini------- 15 MARZO: KOLOSSAL DELLA MISTIFICAZIONE, DERESPONSABILIZZAZIONE, DISTRAZIONE




Greta: bimba di distrazione di massa
Ciò che gli editocrati di schermo ed edicola ci hanno propinato nelle 72 ore, impestate di retorica e ipocrisia climatiche, tra il 14 e il 16 marzo, su ordine di servizio dei mandanti nella Cupola, non suscita solo il sospetto che merita ogni campagna politico-mediatica dell’establishment e dei media incorporati. Merita l’accusa di ipocrisia, mistificazione, occultamento della realtà. E’ uno dei più cinici assalti alla nostra integrità intellettuale e morale da almeno l’11 settembre e dalle armi di distruzione di massa di Saddam. Supera e riunisce tutte le campagne ordite e lanciate nel corso delle ultime sei presidenze Usa, dei contemporanei papati e proconsolati UE, da Delors e Prodi a Barroso e Juncker: terrorismo islamico, migrazioni, diritti umani, “dittatori” arabi e latinoamericani (limitatamente ai non-dittatori disobbedienti), #metoo, “non una di meno”, razzismo-fascismo (da che pulpito!!!), antisemitismo (sulla cui sciagurata identificazione con  l’antisionismo imperversa con un inserto di ben quattro pagine il solito “manifesto”), sovranismo, populismo, medicalizzazione, bergoglismo, eccetera, eccetera.

Il suprematista bianco australiano che, uccidendo una cinquantina di musulmani in Nuova Zelanda, coglie tre piccioni con una serie di raffiche: rilancia lo scontro di (in)civiltà tra razze da colonizzare e razze colonizzanti; pompa a bue la rana esopica della minaccia razzista-fascista finalizzata a oscurare la corsa genocida alla dittatura dei pochi su chi sta fuori; collateralmente distoglie dalla catastrofe climatica che, a dispetto dei bravi ragazzi in piazza in cento paesi, torna a farsi prioritaria nella consapevolezza della gente, insieme, però, all’individuazione dei suoi responsabili.  Quella che manca nelle piazze dei bravi ragazzi.

 E che non ci sono neppure nei proclami della nuova Santa Giovanna d’Arco, Greta Thunberg, la ragazzetta svedese affetta dalla sindrome di Asperger (riconosciuta ufficialmente dall’Onu nel 1993, si tratta di una forma di autismo che comprende una serie di difficoltà legate soprattutto all’interazione sociale, alla sfera affettiva e motivazionale), che la campagna ha messo a capo del primo movimento mondiale degli adolescenti. E già questo ci fa pensare a un’astuta manipolazione. Alcune fonti, subito smentite, parlano di influencer ed esperti del marketing. Più probabile che un fenomeno di questa portata planetaria, con la necessaria mega-organizzazione e relativi finanziamenti,  possa far intravvedere qualche altro manipolatore, più grosso, più bravo, più cosmopolita. Più in grado di spostare l’attenzione da problematiche imbarazzanti, come guerre di sterminio, sanzioni sociocide, crimini bancari.  Rita Pavone non ha esitato ad andare controcorrente e della nuova icona del bene ha detto: “Inquietante, da film horror”. Il che è un po’ cattivo e non ci dice nulla sulla ragazza, alla quale dovremmo, fino a prova contraria, riconoscere sincerità di sentimenti e altrettanta inconsapevolezza circa chi se ne fa scudo. Perché è qui che casca l’asino.

Dove (non) casca l'a(ssas)sino
L’asino precipita con un gran tonfo nella celebrazione che ne fanno compatti il monopolarismo politico-economico-culturale occidentale e i suoi ragazzi di bottega mediatici. Bastano quattro frasette mandate a memoria, assolutamente generiche e indirizzate a un nebuloso orizzonte del passato, sulle colpe degli “adulti”, delle “precedenti generazioni”, di “chi è venuto prima”, poi sull’ultima generazione che ancora può fare qualcosa e, con Greta a Davos, a Bruxelles, al Premio Nobel (quello di Kissinger e Obama) va in atto un meraviglioso lavacro, un processo di autoassoluzione che solo  una bimbetta di 16 anni,  che non ne dimostra nemmeno 10, quindi ancora più innocente e verginale, una piccola madonna, poteva provocare. L'assassino del clima se ne va tranquillo e nel fiume non passa nessun cadavere.

Non solo. A cosa questa campagna dà nuovo impulso, sotto l’iridato ombrello della lotta per il clima? Forse allo scontro generazionale tra giovani e adulti? Forse, dato che in prima fila sono le altre grete spuntate come funghi dopo la pioggia, tutte solo femminucce, lo scontro tra i generi? Forse un altro contributo al divide et impera della frantumazione sociale? A pensar male….A pensar male si arriva, per esempio, a Ravenna. In mezzo al tripudio per l’ambientalismo di Greta, sindacati, Confindustria, petrolieri e tutti i loro media, dallo scassapadroni Landini riuniti in larghe intese, celebrano le 90 trivelle che perforano l’Adriatico. Cosa non si fa per un mare più pulito e un clima migliore!

Guerre? La corda in casa dell’impiccato.


Ma, soprattutto, fa sembrare lo tsunami che sconvolse l’Asia nel 2004 un ponentino romano il sospiro di sollievo fatto da chi so io per non avere né Greta, né tutti i suoi emuli nell’innocente infanzia mondiale, ansiosa di un mondo risanato, pronunciato la parola guerra. E neppure menzionato le sette guerre d’aggressione condotte da Usa e Nato dal 2001, o i 6 trilioni spesi per esse dagli Usa, con i loro quattro milioni di  ammazzati e le decine di milioni di rifugiati, e neanche le sanzioni inflitte a tutti i paesi che non stanno bene alla Cupola, con il risultato di milioni di morti non calcolate e tragedie ambientali peggiori dell’Amazzonia sradicata sotto Bolsonaro, o di Taranto sotto l’Ilva, privata o di Stato.

In “Nemo”, una bella trasmissione sulla rete di Carlo Freccero, RAI 2, c’è stata la puntata dedicata a clima e poi TAV. Non poteva mancare il gruppetto di Greti e Grete liceali che, belli e beneducati,  ricchi di buone intenzioni e a corto di competenze, ripetevano le giaculatorie sui ragazzi  vittime degli adulti. Di tutti gli adulti. Mancava l’adulta Befana che porta carbone. Mancava la Libia, polverizzata a un’ora di volo da qui. Con commossi e compiaciuti apprezzamenti da parte di soggettoni, come l’eterno imprenditore, l’inevitabile madamina Si Tav l’immancabile guru del calcio che, un attimo prima, avevano irriso coloro che, pretendendo di arrestare gli idrocarburi, preferivano tornare alla candela e al carro dei buoi. Sono bastati pochi decine di secondi di Luca Mercalli, Pecoraro Scanio e un’attivista No Tav per sotterrare tutti sotto una frana di dati e, finalmente, dei relativi responsabili.

Bambinocrazia e buchi neri

Già, perché nell’Operazione Greta ciò che manca, polverizzato tra “adulti” e “precedenti generazioni”, è appunto un fattarello come la guerra che devasta clima e ambiente peggio di tutto il resto. E manca un nome. Che so, un Marchionne, una Exxon, una Monsanto, qualche banchiere, Obama, Trump, D’Alema, qualche generale del Pentagono, i fautori di un Tav  che in 15 anni di lavori sparerebbe più gas serra in cielo di tutte le vacche del Brasile, pur flatulenti di metano, messe insieme. Tutti, proprio tutti, coloro che hanno distrutto il clima, l’ecosistema, le specie viventi, il 47% dei vertebrati, stanno dentro a quell’1%  che, grazie all’ecocidio praticato dall’inizio della rivoluzione industriale e accelerato con la rivoluzione digitale, controlla più ricchezza del resto dell’umanità. Altro che “gli adulti, la generazione precedente, i nostri padri…”


Da noi, sui nostri schermi, si è intestato la protesta dei bravi ragazzini Don Ciotti, beneficiato di una gigantesca sede a Torino dal compianto Gianni-CO2-Agnelli, imperatore dei beni sottratti alla mafia, Gran Maestro della cattoretorica sull’accoglienza.universale, furibondo difensore delle Ong che agevolano i minerari, petrolieri, agroaffaristi, bellicisti, multinazionali a svuotare il Sud del mondo delle sue genti e delle sue risorse. Ma anche da lui, che pure è grandicello e uomo di mondo, neanche un nome, una sillaba, un logo. Un sistema. Che so, capitalismo?

Il mondo salvato dai bambini. Per Paperone.
Ma la trasparenza della gigantesca distrazione diventa assoluta quando ti trovi davanti a partiti, edicole e schermi unificati che, ieri, facevano dipendere la sopravvivenza del paese e il suo futuro dalla riapertura di 600 cantieri, dal boicottaggio del referendum contro le mille trivelle in terra e in mare, dallo Sblocca Italia, dai nuovi quartieri di grattacieli, da strade, autostrade, discariche, inceneritori, Tav, Tap, Terzo Valico, Eastmed, Ilva. Tutto, con il benefico effetto di  far tracimare i depositi di quattro Zii Paperone e accelerare la fine di tutto il resto. E oggi, gli stessi identici, senza che nessuno dei bravi, puliti, ordinati ragazzi gli infligga un qualche rilievo di complicità, tutti a infatuarsi per Greta, applaudire la proliferazione di suoi emuli, altrettanto buoni e innocui, auspicare il Premio Nobel per l’innocente burattino. Sentite un fastidio alla bocca dello stomaco? Andate in bagno e liberatevi.

Domani tutto questo “si sarà perso nel tempo come lacrime nella pioggia”. I responsabili dei crimini contro l’umanità e gli altri viventi l’avranno scampata e ci diranno che, tanto, fino al 2050 c’è tempo, che ci sarà una tecnologia per trasformare gli escrementi in energia pulita, che non vorremmo mica tornare alla candela e al carro dei buoi. Continueranno guerre, sanzioni,  finanzcapitalismo neoliberista e guerrafondaio, colonialismo predatore ed espropriatore di popoli nel segno Ong, buonista, cattolico, sorosiano, dell’accoglienza di schiavi per sostenere le nostre economie sminuzzando i nostri salari.

Euroelezioni: con Greta si batte il populismo

Ma ci sarà anche un effetto non tanto secondario e immediato: benedetti dalle sacre imposizioni delle mani di Greta e dell’esercito mondiale dei bambini per il clima, il partito Verde arriverà alle prossime elezioni europee a vele gonfiate da milioni di aliti inquinati  in ansia di purificazione. L’equivoco di un partito, eminentemente tedesco, che si dice ecologico, ma ha appoggiato o ignorato tutti i genocidi da neoliberismo, guerre e sanzioni, si perpetuerà. E finalmente il sovranismo populista troverà pane per i suoi denti. A un popolo che, saturo di veleni d’ogni sorta, per illuminare nel buio una via d’uscita, aveva acceso cinque stelle nel firmamento, rimarranno i ricordi. Che “andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia (facciamo le corna).

Mentre questo accadeva di nuovo si costituiva quello che ho chiamato il monopolarismo: dal pulviscolo della stremata “sinistra”, attraverso la borchia di latta lucidata Bersani, il mortaretto Calenda, il galeotto Berlusconi, la patriota al ketch up Meloni, fino a Hulk-Salvini. Tutti uniti nel patto sacro per Tav, trivelle, F35 e Usa, ma anche per Greta. E tutti uniti, suppongo anche con i bambini ecologici, contro la Cina e per gli Usa nella questione One Road One Belt (OROB), la Via della Seta. E un altro asino casca qui. Possibile che Greta e tutta la sua ecclesia non si siano accorti, non solo delle guerre e sanzioni che ne ammazzano di più  - e volontariamente - dello smog, di quell’altro smog, l’elettromagnetico, non per nulla chiamato elettrosmog, con il quale due superpotenze, le stesse del primato dello smog, preparano il più radicale spopolamento del pianeta dai tempi della quinta estinzione?

Via della Seta, o via dell’elettrosmog?



Ennesimo scazzo: 5Stelle pro memorandum con Xi Jinping (sai che export!), Salvini e tutto il monopolarismo contro (ci comprano e ci spiano. Gli americani invece…). Se dovessi scegliere, a dispetto di quanto aggiungo dopo, non avrei dubbi tra chi dal 1949, con invasioni militari, sanzioni e colpi di Stato, ha aggredito una sessantina di paesi, dalla Corea al Venezuela, facendo una cinquantina di milioni di morti (solo da effetti diretti) e chi, al di là dell’ assediarmi con prodotti di schifo, non ha fatto nulla di male né a me, né ad altri e neppure ha mosso guerra a nessuno. Cosa , questa, che  al sovranista Salvini rende del tutto preferibile gli Usa alla Cina. Comunque sempre globalizzazione è, che, come s’è visto, alla vita, ai territori, alle comunità, alla cultura, all’identità, porta a nulla di buono. 8000 chilometri di interconnessioni saranno pure utili, ma chilometro zero è meglio.

5G, la morte che non cammina sul filo


Abbiamo visto il tabù innominabile dei ragazzini per il clima e dei loro sponsor: i nomi dei delinquenti. C’è un altro tabù, ugualmente scaltro e con esiti parimenti letali. Il 5G. Ciò per cui si accapigliano nordamericani e cinesi è lui, il 5 G e su chi ci faccia i soldi e a spese di chi, facendosi pagare l’ipervelocità delle connessioni (100 volte più veloci dell’attuale 4G) dagli utenti e facendone pagare il costo ultimo, l’avvelenamento elettromagnetico, a tutti. Compreso il miliardo, un sesto della popolazione mondiale, che muore di fame e stenti nelle bidonville, ma ha comunque uno smartphone in famiglia e un’antenna sulla testa.

Da noi il 5G è già sperimentato in varie località, compresi gli stadi di Roma e Udine che, essendo spesso densamente popolati, offrono un ottimo risultato in termini di efficacia e vittime. Verranno installate, al posto di fibra e cavi, che sono del tutto inoffensivi alla salute delle creature, centinaia di migliaia di nuove antenne, una per palazzo, ogni 250 metri, perché l’ultravelocità fa onde più corte e copre poca distanza. Ognuna di queste emetterà ininterrottamente potenti radiazioni elettromagnetiche ad altissima frequenza e altissima intensità. Quelle che già col 2G, 3G, 4G, erano state scoperte nocive all’udito, al cervello, agli organi. Usavano frequenze tra 1 e 5 gigahertz. Le 5G vanno dai 24 e i 90 gigahertz.  Più alta la frequenza e più nociva per i viventi. Ma le radiazioni non  si vedono e così la gente non ci fa caso. E pensare che in un’università israeliana hanno scoperto che il corpo umano fa pure lui da antenna e assorbe alla grande radiazioni 5G.

5G: non si nasce più e si muore prima

Ci dicono , i don Ciotti e affini, che gli immigrati vengono a colmare il nostro deficit di natalità. Forse quei maschi e quelle femmine preferirebbero mettere al mondo i loro figli a casa loro, quella cancellata dalla diga o dalla coltivazione intensiva Monsanto, piuttosto che sotto lamiere al lato di campi di pomodori S.Marzano. E forse quel nostro deficit non sarebbe tale, tra le altre cause neoliberiste e di gender, se non avessimo attraversato, da nascita a vecchiaia, il tempo dei vari G. Tutti gli studi fatti dal 2005 sui topi confermano che le radiazioni dai cellulari creano tumori, danneggiano gli spermatozoi e riducono la fertilità. Gli stessi esperimenti fatti in molti centri di ricerca, da Cleveland a Exeter e a Washington, estendono i risultati alle persone. Alla prima esposizione a cellulari, la fertilità del seme calava dell’8%. Conseguenza in Usa ed Europa: un calo della fertilità del 2% ogni anno.
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Non rimane spazio per parlare di altri effetti. Quelli dei tumori e delle malattie cardiocircolatorie causate dall’alterazione delle cellule provocata dal bombardamento elettromagnetico. E neanche delle nostre vite spiate in ogni dettaglio dalle piattaforme a beneficio dei poteri che ci esigono sottomessi e anche parecchio stupidi.  E dunque controllati e condizionati. Come se il rincoglionimento e l’alienazione da società e realtà, che ricaviamo dallo sprofondamento nel cellulare, non bastassero.. E ora arriva il 5G. Nel silenzio e nel buio. Decine di milioni di antenne addosso, senza un solo test biologico sulla loro sicurezza. Principio di precauzione? Un fastidio arcaico da bypassare. Del resto, si tratta solo delle nostre vite.

E Greta non ne parla. E a Greta non hanno detto di parlarne. E a Greta hanno detto di non parlarne? 

martedì 12 marzo 2019

Venezuela-Siria, Tav- Eastmed, secessione dei ricchi-reddito di cittadinanza… o si muore. ----- AL CROCEVIA DEL DESTINO



Potevano essere indotti ad accettare le più flagranti violazioni della realtà, poiché non hanno mai pienamente compreso l’enormità di quanto da loro si pretendeva e non erano abbastanza interessati ai fatti pubblici per accorgersi di cosa stava succedendo”. (George Orwell)

Di questioni che ci impongono a scegliere fra due o più strade in direzioni divergenti, perché sono in grado di determinare il nostro presente e futuro, dopo che è stato alterato e travisato il nostro passato, ce ne sono molte. Mi sono limitato a considerarne, a volo d’uccello, alcune, quelle che mi paiono al momento le più pressanti.

Siria e Venezuela: non è fatta!
Vedo buontemponi che si fregano le mani  convinti che in Siria, se non alla vittoria completa di quel popolo, dei suoi alleati e della sua dirigenza, con relativo riequilibrio geopolitico, si sia quanto meno alla sconfitta di assalitori e loro mercenari. Quando gli assalitori covano progetti elaborati nei decenni, in buona parte realizzati, dotati di forza militare (nucleare) e mediatica senza pari, decisivi per il loro ruolo e i loro obiettivi nel mondo, e dunque irrinunciabili, nessuna partita si può dire vinta, anche se nemmeno persa. E di mercenariato, tra masse alienate e alla canna del gas, ce n’è una fonte inesauribile.  Colonialismo e neoliberismo ne sono prodighi.


La stessa schiatta di fiduciosi nelle “magnifiche sorti e progressive”, ma ignari del pessimismo cosmico leopardiano, passato un mese dalla grottesca epifania di un teppistello da angiporto, però addestrato da Otpor a Belgrado e dalla National Endowment for Democracy (leggi CIA) a Washington, sottovalutando la psicopatologia dei mandanti e la determinazione dei banchieri sulle loro spalle, crede che basti la mancata defezione dei militari e il sostegno popolare maggioritario per affermare la vittoria di Nicola Maduro e della resistenza bolivariana. Magari restando un tantino interdetti per i tre micidiali colpi cibernetici che hanno annientato il funzionamento energetico del paese.

Il primo dei quali subito smascherato come atto bellico Usa dalla rivista “Forbes”, ma, prima ancora, in quanto annunciato, a 2’40” dal suo verificarsi, dal vaticinatore per il presidente venezuelano della stessa fine di Gheddafi, Marco Rubio, uno di cui andrebbe messa in discussione la natura umana. Con ogni evidenza, la guerra per cancellare dalla faccia della Terra la realtà bolivariana e l’intera emancipazione latinoamericana è appena iniziata. E se il moloch ripete con accanimento “tutte le opzioni sono sul tavolo”, sa quel che si dice e il blackout in atto si può definire l’inizio della guerra (economica) totale.

Chi vince prende tutto


Di crocevia della Storia, in entrambi i casi si tratta. Qui (ma anche in Afghanistan, Yemen, Libia, Iraq, Iran, Ucraina, Corea del Nord, Europa) alcuni miliardi di esseri umani sono coinvolti in un processo che li pone al bivio tra la fine dell’uomo voltairiano e socratico, e l’uomo del consumo-autoconsumo, abbarbicato alla slotmachine, o affogato nello smartphone, con zero altre opzioni o diritti. Ma anche tra esproprio totale e fine dell’uomo tout court. E, meglio ancora, tra mafia e padrini, definitivamente elevati al rango di governo globale, e quanto ci resta di sovranità dell’individuo, sublimata in sovranità di popolo e Stato.

O vince l’imperialismo USA (con l’appendice junckeriana UE e del neofeudalesimo tirannico dei detriti antistorici sauditi), strumento dei finanzdittatori del mondialismo, o resiste uno straccio di potere del diritto, come emerso dai bagni di sangue della storia con il Trattato di Westfalia e poi la Carta dell’ONU. O il governo della legge, o l’arbitrio di chi si arroga il diritto di imporre gli interessi del proprio 1% al resto del pianeta vivente. Tipo tagliandoti le mani se non ottemperi alle sanzioni all’Iran, ti incammini sulla Via della Seta, sposti denaro dall’alto al basso, non accetti di fare da bersaglio alle rappresaglie missilistiche russe a missili Usa, o non riconosci un turpe fantoccio emerso dal  laboratorio di pendagli da forca per rivoluzioni colorate e colpi di Stato, inaugurato a Belgrado contro la Jugoslavia e ricaricato a molla ovunque occorresse.


Camere a gas 2.0
Il TAV non serve a nessuno, se non alle mafie degli appalti e loro padrini politici, è il doppione di una ferrovia esistente, ma costa/rende 20 miliardi e la devastazione di Prealpi e Alpi, con relativa umanità, fauna e flora. L’Eastmed, il gasdotto ora all’esame del governo, sarà il più lungo del mondo, con 1.500 km subacquei che passano su faglie sismiche e vulcaniche, costa 12 miliardi di euro (in effetti il doppio) e fornisce appena il 5% della domanda europea (contro il terzo fornito a prezzo più basso dalla Russia), coinvolge Israele, Cipro, Grecia e Italia e sbocca, come il TAP, in Puglia. Taglia fuori Turchia, Libano, Siria e Palestina (Gaza), che si affacciano sugli stessi giacimenti del Mediterraneo Orientale. Cerca di ridurre il ruolo della Russia. Ma elimina dal gioco soprattutto l’Egitto e l’ENI, possessori del giacimento più vasto e fornitori più ricchi, meno costosi e a noi vicini. Dal che si capisce meglio, sia l’operazione Regeni, che la spaventosa guerra terroristica lanciata contro l’Egitto dai Fratelli Musulmani (Isis) a nome dei concorrenti.

TAV, TAP, Eastmed, Italia hub del gas europeo, trionfo del fossile e sacrificio della nostra residua integrità ecologica nel tempo in cui incontrovertibili studi e conseguite evidenze ci lasciano 10 anni perché l’inizio dell’estinzione di massa (già in atto per il 40 % dei vertebrati e per molto di più degli insetti), sia irreversibile. Grazie all’energia fossile siamo stati capaci di arrivare a fine agosto avendo già esaurito quanto il pianeta può fornire in un anno. Non c’è un vertice sul disastro climatico e sulle morìe che provoca, tranne quello di Kyoto, dove personalmente ho visto gli Usa, con l’ambientalista Al Gore, bloccare l’obbligatorietà dei vincoli, che imponga sanzioni agli Stati che non raggiungono i già tardivi e minimalisti obiettivi di riduzione dei gas serra e di consumo del suolo. Abbiamo un piede sospeso sul baratro, ma i padrini della criminalità organizzata politico-economica si costruiscono bunker e isole buenos retiros. E ricercatori Frankenstein ben pagati cercano tecnologie per spegnere il sole due ore al giorno, o raccogliere le alluvioni in innaffiatoi.


Sbloccare i cantieri o bloccare le frane?
Lo sfessante e ormai ridicolo rinvio della decisione sul TAV, per sentire francesi ed europei che sanno benissimo  come tutto il Corridoio 5 non esista più e fare quel buco serva solo a bastonare gli sconvenienti 5 Stelle, finirà in parlamento. Qui il da sempre finto bipolarismo si tradurrà in perfetto monopolarismo, come del resto su tutto ciò che conta (Atlantismo, Israele, Venezuela, Via della Seta, trivelle, affari, malaffari), e il TAV finirà,.anzi partirà, come il TAP e l’ILVA. Di Maio ha detto: “Noi le infrastrutture le vogliamo fare, anche quelle nuove” e tutti i gialloverdi si riempiono la bocca dello “Sbloccacantieri”, eco tonitruante del renziano “Sbloccaitalia”. Mica hanno detto “Qui tocca rifare l’Italia”. Dissestata, inquinata, franata, siccitata, alluvionata, cementificata, soffocata, con i ratti che impazzano e gli esseri umani che stanno a guardare. E a morire. C’è uno che lo dice. Si chiama Costa e fa il ministro dell’ambiente, come nessuno l’aveva fatto prima. Al crocevia non va lasciato solo.

Fare o disfare l’Italia
In compenso qualcuno ha detto, anzi ha bisbigliato, dato che ancora le plebi non hanno saputo niente, che l’Italia va… disfatta. E qui siamo a un altro crocevia  del destino, dalla scelta irrinunciabile. Speravamo in un nuovo bipolarismo: 5 Stelle da una parte, tutti gli altri, come loro natura e le rimpiante larghe intese bancarie comandano, dall’altra. Invece siamo al monopolarismo con frange. E siccome noi di signori abbiamo i signorotti di provincia, il nostro nuovo feudalesimo subimperiale si articolerà in piccole unità monovernacolari, monoculturali, monofiscali, insignificanti e inoffensive sulla scena europea e mondiale, con la classica vocazione dei microbaroni e microprincipotti italioti: Francia o Spagna purchè se magna. Nel caso si tratta di Francia e Germania. E gli altri? Un volgo disperso che nome non ha.
E questi che governano, lo stesso custode della Costituzione, di cui il valore più alto è l’unità d’Italia, si rendono meritevoli delle misure che la Patria prevedeva per alto tradimento Perciò lo fanno di soppiatto. Come ladri nella notte. E nessuno, né tantomeno Salvini, gli spara.




Al bivio tra Via del Padrino e Via dei picciotti

Resta un ultimo bivio tra la via al mondo dei gangster e quella al mondo degli umani, con il loro indispensabile corredo animale, vegetale, ambientale. Non s’era mai visto, dopo gli uomini saggi e buoni di Neanderthal, che il flusso della ricchezza dalla terra agli uomini e, tra questi, da quelli bassotti a quelli altotti, cambiasse verso, dall’alto verso il basso. Attimi, in migliaia di anni, si sono avuti dopo il 1917, qua e là nel mondo. Ma è durato poco. Poi quattro stenterelli, intestatisi le stelle, ci hanno riprovato. Un piccolo esperimento, capace però di fare da innesco, soprattutto alla consapevolezza che il trasferimento dal basso verso l’alto non era necessariamente nella natura delle cose. E per cinque milioni di italiani hanno invertito la corrente. E’ successo il finimondo. Anatemi, scomuniche, roghi (mediatici) Come quando Copernico (15°secolo D.C), informatosi da Aristarco di Samo (terzo secolo A.C), asserì che la Terra girava intorno al sole. E non viceversa, neanche se è sulla Terra che era venuto Gesù bambino.

E fu il reddito di cittadinanza. Quello per i fannulloni sul divano. Quello del suo più nevrastenico oppositore. Tale Roberto Ciccarelli che, a disco rotto, ha ripetuto 127 volte l’esorcismo: “sussidio di povertà impropriamente detto reddito di cittadinanza”. E’ uno che vanta tutti i crismi della credibilità: sull’11 settembre ha sepolto sotto sberle e sputazzi oltre 3000 scienziati e tecnici che non erano proprio d’accordo con il racconto di Bush. Scrive sul “quotidiano comunista” . Quindi i soldi per i poveri gli vanno proprio di traverso. All’incrocio, non ha esitato un attimo.


Possiamo esitare noi che siamo il 99% e abbiamo la scelta tra il padrino, che infila popoli tra i tondini delle fondamenta dei suoi edfici e quelli che mafiosi non sono.  Ci facciano un pensierino colui che si chiama con termine antipatizzante “capo politico” e la polvere di stelle che lo segue. Al crocevia, che strada sceglieranno, dato che la scelta di Salvini, e dei suoi compari nel monopolarismo, chierici del pensiero unico, quello del padrino, la conosciamo bene?







domenica 10 marzo 2019

“BUCHI NERI DELLA SIRIA”. O BUCHI NERI DEL GRANDE GIORNALISTA?




Pubblico un mio commento ai due articoli sulla Siria inviatimi da un amico di provata competenza.

Non ho mai capito come esperti di geopolitica e attenti osservatori delle questioni mediorientali, di cui si occupa il giornalista citato nei due commenti che riporto, abbiano potuto dare a esso credito di indipendenza e alterità rispetto alla stampa main stream. Sempre interno ai media di regime, prima al “Sole24Ore” e ora al “manifesto”, questo esperto di politica estera è un autentico campione della rappresentazione della realtà in chiave di vero/falso, di quelli particolarmente abili, ma anche trasparenti all’occhio collaudato. Il credito viene dal saper mescolare verità scontate con elementi spuri. A questi  si è portati a credere perchè, appunto, affiancate da verità riconosciute.

Nel pezzo sul “manifesto”, richiamato dall’amico Jure, solito campionario di ambiguità e di rappresentazioni in chiave di vulgata ufficiale, i passaggi rivelatori sono parecchi. Non per nulla il vicedirettore del quotidiano, Tommaso Di Francesco, riprende ed esalta il pezzo di Negri nella prima pagina del numero successivo. Atto dovuto per uno che ha rappresentato il meglio del “manifesto” al tempo della Jugoslavia, quando  lacrimava sui bombardamenti Nato e, al tempo stesso, gli spianava la strada parlando, alla tedesca e americana, di “Milosevic despota” e di “ultranazionalismo serbo”, accentuando poi la mistificazione con l’accredito offerto all’infame menzogna di Srebrenica.

Curdi? I bravi ragazzi della pulizia etnica
Si inizia con riferimento alle FDS (Forze Democratiche Siriane), mercenariato degli Usa al 90% curdo, con irrilevanti presenze assoldate da minoranze della zona. A definirle “curdo-arabe” gli si vorrebbe dare una legittimazione inter-nazionale e occultarne il ruolo, vuoi di ascari degli invasori occidentali, incaricati di rimpiazzare l’Isis nello squartamento della Siria, vuoi di unici buoni sulla scenain quanto, rispetto al “regime”, “progressisti”,  “femministi”, “federalisti”, “ecologici”, “democratici” (nulla di più delle caratteristiche proprie, ma vere, delle forze patriottiche siriane). Nulla è detto della pratica di queste formazioni di espellere  dai centri abitati arabi coloro che non si piegano al loro potere, all’occupazione di case ed edifici pubblici, alla presa in possesso e allo sfruttamento degli impianti petroliferi e delle coltivazioni di Stato siriano e privati.
 
 
Si prosegue con la notizia di “6 miliziani delle forze scite” fatte fuori dall’Isis nella vicina Makmour, in Iraq, quando si tratta delle “Forze di Mobilitazione Popolare” irachene, a composizione totalmente inter-etnica, che sono state decisive nell’affiancare l’esercito di Baghdad nella disfatta dell’Isis (a dispetto del costante, documentato aiuto in materiali e armi fornito ai jihadisti dagli Usa e denunciato ripetutamente dalle FMP e dagli stessi parlamentari di Bagdad). Questi “miliziani” (termine che li dovrebbe apparentare ai terroristi) sono definiti “sciti” nell’intento propagandistico che vuole ridurre l’intero tentativo di ridisegnare il Medioriente in chiave colonialista a uno scontro religioso tra sfera scita e sfera sunnita.

L’aviazione della coalizione a guida Usa prepara il terreno ai curdi bombardando senza posa la zona ad est dell’Eufrate, come aveva fatto radendo al suolo Raqqa, provocando migliaia di vittime civili e distruggendo ogni vestigia storica, civile, infrastrutturale, con lo stesso scopo di ridurre all’inoffensività dell’età della pietra e allo spopolamento umano perseguito da Churchill sulla Germania della Seconda Guerra Mondiale. Di queste stragi degne, secondo l’ONU, della definizione di genocidio, non v’è parola nel pezzo dell’illustre analista. In compenso si evidenzia un’ “aviazione siriana che da giorni martella a Khan Shaykhun e Jisr Shughur, a sud e a ovest di Idlib”.  Brutti e cattivi bombaroli i siriani che lottano per far sloggiare il terrorismo turco-jihadista dal proprio territorio; taciuti  e dunque degni di silenzio, comprensione e attenuanti, gli invasori imperiali che spazzano via, più che i mercenari obsoleti, per insediare quelli moderni e presentabili, intere parti umane e materiali della Siria.

I curdi, ci informa Negri, alla luce delle incertezze sul restare o partire dei prosseneti americani, chiedono una forza internazionale di interposizione. Effettuata la pulizia etnica degli arabi siriani e allargato di cento volte il proprio territorio iniziale, sapendo che non saprebbero resistere nemmeno 24 ore allo scontro con l’Esercito Arabo Siriano, invocano i caschi blù, o qualcosa di simile, magari ascari del Golfo, per garantirsi la conquista e la frammentazione della Siria, progetto iniziale del colonialismo, mai abbandonato

 
Kurdistan siriano ieri e oggi


Non poteva mancare, nel racconto di Negri, la ribadita natura di “rivolta popolare contro il regime alauita” (notare: “popolare” e “regime”), che poi si sarebbe “trasformata in una guerra di procura contro l’influenza dell’Iran, vero motivo strategico del conflitto”. Ecco così purificata in rivolta popolare contro il regime una cospirazione imperial-colonialista, progettata da decenni, contro un paese laico, progressista, bastione antisionista e antimperialista, sopravvissuto alla distruzione di Libia e Iraq. Macchè, si trattava, per Negri, oltrechè di giusta rivolta popolare, di contenere l’espansionismo, detto “influenza”, dell’Iran. Un Iran assediato e minacciato da anni, in crisi umanitaria grave per via di sanzioni sociocide, che in Siria è intervenuto legittimamente, su richiesta di un paese aggredito da mezzo mondo, e solo dopo tre anni dall’inizio dell’assalto.

In tutto questo quadro non vi è una sillaba, neanche un pensierino nascosto tra le righe, sul fattarello che fin dal primo giorno della crisi, in Siria operava la marmaglia jihadista di Al Qaida, poi al Nusra, poi Isis, rastrellata in Libia, Marocco, Tunisia, Cecenia, Xinjang, repubbliche asiatiche, finanziata dagli illuminati governanti democratici di Saudia e Golfo, addestrata in Turchia e Giordania da turchi e marines, fornita di armi e assistenza sanitaria da Israele, arricchita dal furto di petrolio siro-iracheno tramite intermediari di Erdogan. E, naturalmente, spaventato il colto e l’inclita con l’affermazione, del tutto priva di fondamento, che oramai hanno vinto l’autocrate Putin, il regime di Assad insieme all’Iran, e ulteriormente terrorizzatolo con la denuncia che l’ideologia e le affiliazioni dell’Isis si sono diffuse ben oltre i confini del Medioriente, dall’Asia all’Africa, competenza, esperienza, e deontologia vietano ad Alberto Negri di ricordare che si tratta pur sempre di una fauna fiorita nelle serre seminate, coltivate dall’Occidente, da questo innaffiate, potate e portate a nuove fioriture. In caso contrario, che ne sarebbe mai dalla “guerra al terrorismo”, strumento indispensabile per la realizzazione del Nuovo Ordine Mondiale?

Ciò che invece al nostro attentissimo analista è incredibilmente sfuggito è proprio la notiziona del giorno. Quella che da 24 ore gira sulla rete ed è stata addirittura ripresa, a volte con malcelato orgoglio, dalla stampa occidentale, questa sì di regime. Ci siamo indignati perché i britannici si sono appropriati dei miliardi depositati dalla Libia nei loro caveau?  E poi, recentemente, che gli stessi illustrissimi banchieri della City abbiano requisito tonnellate di oro del fondo sovrano venezuelano? Gangsterismo? Ma no, pratica legittima, a protezione dei dirtti umani, delle democrazie colonialiste, dai tempi della Compagnia delle Indie e dello sbarco di Cristoforo Colombo “scopritore”.

Gangster e ladri
Ciò su cui l’esperto del “manifesto” ha sorvolato è di dimensioni ancora più grosse. Un sogno di Al Capone. Gli occupanti Usa in Siria hanno sottratto a quello Stato ben 50 tonnellate di oro. Lo affermano, non smentite, fonti dell’una e dell’altra parte. Comprese quelle locali. E’ successo nella provincia di Deir Ez Zor, a est dell’Eufrate, dove imperversava l’Isis e ora imperversano basi e forze speciali Usa e mercenari curdi.10 tonnellate erano stata rastrellate qua e là, dalle banche dei centri via via occupati. Ma ben 40, insieme a milioni di dollari in banconote, erano custoditi nell’ultimo presidio Isis ad al Baghuz. Il malloppo è stato consegnato ai militari statunitensi e portato via su elicotteri. In cambio, quelli dell’Isis e le loro famiglie hanno avuto quel salvacondotto che ha portato all’evacuazione da tutti vista nei notiziari dei tg. Ai curdi delle SDF sarebbe stato concesso una mazzetta, guiderdone per i servizi prestati.


Davvero un’altra tacca sul fucile dell’YPG, unità curde, e del giornalismo alla “manifesto”.

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La guerra infinita nella Siria dei «buchi neri»
Alberto Negri Il Manifesto
EDIZIONE DEL09.03.2019
PUBBLICATO8.3.2019, 23:58

Questa è la Siria dei «buchi neri», un conflitto con un campo gravitazionale così intenso che non se ne vede la fine. La guerra siriana proprio non si esaurisce all’orizzonte del modesto villaggio di Al Baghouz, sull’Eufrate.
Dove le forze curdo-arabe hanno assediato l’ultima sacca di un Califfato che a un certo punto controllava migliaia di chilometri quadrati a cavallo tra Iraq e Siria e la vita di quasi nove milioni di persone.
Al culmine della sua potenza ho potuto vedere sventolare la bandiera nera a 15 chilometri dal centro di Damasco, a 70 da quello di Baghdad, a 40 minuti di auto dalla capitale curda irachena di Erbil, a Makmour, dove proprio ieri l’Isis ha fatto fuori 6 miliziani delle forze sciite. E nella roccaforte dei curdi siriani a Kobane, nell’ottobre 2014, il vessillo di Al Baghdadi era di fronte, dall’altra parte della strada.
Dal buco nero di Al Baghouz vediamo emergere, insieme a centinaia di cadaveri di donne e vittime yazide nelle fosse comuni, i prigionieri dell’Isis e le loro famiglie. Le mogli dei jihadisti accusano ad alta voce gli americani di essere i veri massacratori del popolo siriano.
Qualche cosa di diverso mi racconta Lamya Haji Bashar la giovane yazida, premio Sakharov, ridotta in schiavitù dai jihadisti. «Le donne dell’Isis sono state quasi peggio degli uomini che mi hanno stuprato. Sono stata venduta cinque volte – racconta Lamya – e ogni volta picchiata, violentata e torturata dai miei aguzzini: gli uomini mi stupravano, le donne mi trattavano come un animale che striscia per terra». Il volto di Lamya porta le cicatrici di una granata esplosa mentre tentava la fuga ma i segni dentro la sua anima sono ben più profondi. «Vedo che oggi escono dall’assedio e chiedono di tornare a casa, mi domando se questa sia davvero giustizia: forse dovrebbero affrontare un processo alla Corte penale internazionale».
La guerra non finisce in questo lembo di terra siriana si Al Baghouz affacciata sul governatorato iracheno di Al Anbar – dove si stima ci siano ancora 5-7mila combattenti – per i seguenti motivi che elenchiamo:
1) A Idlib e nel Nord siriano _ 2,5 milioni di abitanti – ci sono ancora decine migliaia di jihadisti affiliati di Al Qaida, con stime variabili da 20mila a 40mila. La loro resa o ricollocazione è affidata all’accordo tra Russia, Turchia e Iran, ma non c’è ancora niente di deciso neppure dopo il vertice trilaterale di Sochi del 14 febbraio. L’aviazione siriana da giorni martella a Khan Shaykhun e Jisr Shughur, rispettivamente a sud e a ovest di Idlib, dove sono asserragliate anche le milizie filo-turche.
2) Continua il conflitto tra curdi e la Turchia. I curdi, considerati da Ankara dei «terroristi», chiedono una forza internazionale di interposizione mentre Erdogan insiste per ampliare la sua «fascia di sicurezza» dopo essersi impossessato del cantone curdo di Afrin: qui nelle scuole si insegna il turco e Ankara ha imposto la sua economia.
Il presidente turco ieri ha ribadito la minaccia di invasione e al contempo ha confermato la sua sfida a Usa e Nato con l’acquisto del sistema di difesa missilistico S-400 e per gli S-500 di prossima generazione. È chiaro che vuole il via libera di Putin, il quale nicchia, mentre tiene sulla corda gli americani.
3) Permane il vero motivo strategico del conflitto che nel 2011, da rivolta popolare contro il regime alauita, si è trasformato in una guerra per procura contro l’influenza dell’Iran, l’alleato storico di Assad, con il coinvolgimento della Turchia delle monarchie del Golfo e delle potenze occidentali che pur di abbattere il regime hanno sostenuto i jihadisti, come del resto ha affermato di recente il colonnello francese François-Régis Legrier nell’intervento sulla Revue de la Défense nationale, con grande disappunto delle Forze Armate.
4) Israele, che gli Stati uniti si ritirino o meno, continuerà i raid in Siria contro i pasdaran iraniani. Azioni militari che coinvolgono inevitabilmente gli Hezbollah, alleati di Teheran in Libano. Gli israeliani sono stati investiti da Washington del ruolo di guardiani della regione mentre anche Putin, che finora ha contato sugli iraniani, deve arrivare a un accordo sia con l’Iran che con Netanyahu che ha incontrato la scorsa settimana a Mosca.
Chi «tradirà» chi? Putin è il vincitore della guerra, insieme all’Iran e al regime di Assad, ma ha anche grandi interessi politici ed economici con Israele, la Turchia e le monarchie del Golfo: deve far fruttare, con la ricostruzione, una vittoria militare di prestigio ma assai costosa.
5) La fine territoriale dell’Isis non è la fine del jihadismo: continueranno azioni di guerriglia e l’insurrezione sunnita, tra Siria e Iraq, non è sepolta perché le rivendicazioni settarie restano sia in Siria che tra la minoranza sunnita dell’Iraq. Come non è certo evaporata sull’Eufrate l’ideologia dell’Isis che si è diffusa con le sue affiliazioni ben oltre i confini del Medio Oriente, dall’Asia all’Africa.


Una questione si lega all’altra, una guerra si lega all’altra. La fine dell’Isis, nel gioco degli specchi mediorientali, riflette il netto contorno di una sconfitta militare ma anche il destino tragico e precario di interi popoli e nazioni.


Aram Mirzaei for the Saker blog

Trump declares “victory” over ISIS but Washington’s foul plans in Syria are far from over

https://thesaker.is/trump-declares-victory-over-isis-but-washingtons-foul-plans-in-syria-are-far-from-over/

At the eve of the 8 year anniversary of the Syrian war, the battle for one of the last ISIS strongholds in Syria is still raging. The so called “caliphate” is on its last knees as US president Trump declares that “100 percent of ISIS ‘caliphate’ has been taken back.

Trump was of course only referring to the US coalitions “efforts” and didn’t even bother to mention that it is Syria and her allies that have done most of the heavy lifting. Nevertheless, he was right about ISIS losing all of the territories they occupied in Syria, but what happens now?

The US has for long declared that their presence (occupation) in Syria is mainly to fight ISIS, while sometimes also claiming to “prevent Iran from entrenching itself” in Syria. Of course any serious observer who has the slightest interest in Middle Eastern politics understands that this is a lie.

The US’ top priority has been from the beginning to save its masters in Israel from their day of reckoning. In the long run this objective is and has always been linked to the much greater plan of destroying the Islamic Republic, the only true threat to Israel’s continued existence. For years Washington has deceived and fooled a vast majority of the world’s population and “analysts” into believing that its presence in Syria is tied to “fighting ISIS”, while hiding their intentions to overthrow the Syrian government and destroying the Resistance Axis. Now, Washington’s true objective will resurface for everyone to see.

This goal has not been linked to a specific US administration but has been a very longstanding policy for decades no matter who’s the president.

Despite Trump’s bogus declaration back in December that the US is pulling out of Syria, Washington recently backtracked and declared it won’t fully withdraw its troops from Syria but will leave “400 peacekeeping forces”, making these soldiers an official occupation force as the last ISIS stronghold is about to be destroyed. This new situation leaves the US and European allies without any cloak of legality since the pretext of “counterterrorism” is no longer plausible.

But this should not come as a surprise to anyone. Only a fool would believe that the US has spent so much time and money on training and arming Kurdish militias to grab as much land as possible east of the Euphrates, just to let the Syrian government take all the land back in a deal with the Kurdish militias.

The continued US occupation makes any kind of reconciliation between the Kurdish militias and Damascus impossible. Now that the ISIS terrorists are gone, the future of the Kurdish militias remain very much at the hands of Washington. Where will they be used next?

Turkey has for long threatened to invade north eastern Syria as Turkish president Erdogan vowed to create a “safe zone” along the Syrian-Turkish border after a phone call between him and Trump. At the same time Trump has threatened Turkey to refrain from attacking its Kurdish proxies in that region. This contradictory situation became even messier when Moscow declared that it will not accept such a “safe zone” without Damascus approval, a highly unlikely outcome as relations between Damascus and Ankara remain very hostile.

To the northwest, jihadist group Hayat Tahrir Al-Sham has outmanoeuvred and taken over most of the other “rebel groups’” positions and now remains the sole powerhouse in the Idlib province. Turkey’s inability or rather lack of interest to remove these terrorists has opened up the possibility for a new Syrian Army offensive on the region. If history is to repeat itself, we should expect Washington to threaten Damascus to refrain from launching this offensive.

Meanwhile, voices are being raised in neighbouring Iraq, demanding US forces stationed near the Syrian border to leave the country. Despite the unlikelihood of US troops withdrawing from Iraq, such a scenario would give Washington even more incentive to hold on to its foothold in Syria.

Washington has recently showed a great obsession with Iran and will do its utmost to destroy the Iranian-Syrian alliance and to isolate Iran, making the Islamic Republic an easy target for Washington’s next planned “humanitarian intervention”. This is manifested through Washington’s strategic occupation of eastern Syria and the Al-Tanf region, located right next to the Iraqi border and close to the Golan Heights. This was further proven after President Assad’s surprise visit to Iran where Iranian officials revealed that Washington had offered Assad to back his presidency in exchange for him breaking ties with Tehran.

Terrorist forces in Syria may be on the verge of defeat, but their sponsors in Washington remain as dangerous as ever. The last chapter of the Syrian war is yet to be written.