domenica 13 gennaio 2019

GLOBALIZZAZIONE: EPICENTRO SUD ----- "O la Troika o la vita" a Firenze, cinema Odeon


EVENTI SPECIALI
JANUARY 17: O LA TROIKA O LA VITA


Giovedi 17 Gennaio (ore 21) all’Odeon la prima nazionale del film documentario O LA TROIKA O LA VITA di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini. Sarà presente in sala il regista Fulvio Grimaldi e in videocollegamento (su Skype) il filosofo Diego Fusaro (tra gli intervistati nel film).

Il film illustra gli effetti sull’area mediterranea della globalizzazione neoliberista imposta da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. La Grecia distrutta nel corpo e nell’anima, il Medio Oriente e l’Africa devastati da guerre e saccheggi. Popolazioni sradicate per creare masse di manovra dello sfruttamento e delle destabilizzazioni. Un territorio nazionale già dissestato sul quale imperversano, nella complicità di una politica succube delle lobby, le multinazionali del fossile. Mancata prevenzione, speculazione edilizia e abbandono segnano il destino dei terremotati (una parte del film è dedicata al sisma del 2016 che ha colpito il Centro Italia). Crimini contro l’umanità in Grecia e e resistenza umana in Italia.

Tra gli intervistati spiccano, oltre al filosofo Diego Fusaro, l’economista Vladimiro Giacchè e il fisico teorico Francesco Silos Labini, ambedue editorialisti de “Il Fatto Quotidiano”.

Con l’approfondimento cinematografico Grimaldi scuote gli animi verso il cambiamento, ponendo l’accento su tutta una serie di problematiche misconosciute, dalla perdita di potere degli Stati nazionali ultimo baluardo della rappresentatività popolare, alla creazione di una dimensione transnazionale cinica, dominata dalle oligarchie finanziarie che speculano e ricattano quegli stessi Stati e i loro popoli perseguendo esclusivamente i propri interessi lobbistici. Così la tragedia sociale ed umanitaria della Grecia ridotta al fallimento dall’Europa che doveva essere il sogno di una casa solidale per tutti gli europei, ma si è invece rivelata l’incubo di una dittatura spietata della finanza e del capitale sugli esseri umani, si collega con quella del terremoto nei nostri territori dove la ricostruzione, a distanza di oltre un anno, non è neanche iniziata. Il dramma dei migranti e il problema del loro afflusso nei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo i quali entrano in crisi nella gestione “solitaria” di questo problema, si collega alle guerre, ai bombardamenti e allo sfruttamento economico e delle risorse naturali dei paesi di origine di queste masse di disperati che le oligarchie egemoniche conducono da sempre con il colonialismo prima e oggi con il neocolonialismo. Il documentario ci guida a una lettura di questi fenomeni all’interno di un contesto globale che viene nascosto dai mass media.

Fulvio Grimaldi, giornalista, inviato di guerra e di ambiente, firma della BBC, Rai e altre testate nazionali e internazionali, ha realizzato 24 documentari sui conflitti, tra chi pretende di dominare e chi resiste: Vietnam, America Latina, Medio Oriente, Africa.

Sandra Paganini, studiosa di storia e scienze umane, videoperatrice, storica collaboratrice di Grimaldi, è co-autrice di questo documentario.

O LA TROIKA O LA VITA (Italia, 90′) – Un film di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini

Versione italiana
Cinema Odeon Firenze


venerdì 11 gennaio 2019

NO TAV E GUAI A CHI SGARRA !




https://youtu.be/G929gKF0fyc  Storia lirica dei No TAV

Inoltro da comunicati No Tav

LA RIVELAZIONE: PER CHI LAVORA SALVINI?

https://www.youtube.com/watch?v=b9vmNb1zFrQ

Anche se è dimostrato che un'opera è inutile e l'analisi dei costi (certi) e dei benefici (eventuali) dà esito negativo, non importa si deve fare ugualmente, tanto paga pantalone e guadagnano i soliti noti.

Ultimamente alcuni hanno affermato che Cavour non fece nessuna analisi costi-benefici per il primo tunnel ferroviario del Frejus (si legge Freius) o peggio per il canale di Suez, bene questi ultimi sono intellettualmente disonesti (o cretini), l'analisi è sempre stata fatta eccome, solo che non si chiamava così, si faceva prima una valutazione di utilità, poi di fattibilità ed infine di convenienza (economica e politica), nessuno si sarebbe impegnato in opere non necessarie o non convenienti.

Toninelli: l'opera deve essere ridiscussa lo dice il Contratto di Governo.

Ma i TAVISTI insistono: referendum (magari in tutta Italia) e manifestazioni di piazza, allargata ai sindaci ed ai partiti.


Se sei notav rischi di perdere il lavoro: sosteniamo Pier Paolo



Abbiamo ormai capito che essere notav significa avere un occhio di riguardo in questo Paese. Ma non per quello che dovrebbe essere, cioè un riconoscimento all’impegno sociale di ciascuno di noi, che s’impegna con passione per altissime e collettive motivazioni.

L’occhio di riguardo è quello che pone la magistratura e quella grande e vasta lobby che vuole il Tav (o che fa parte di una cerchia di potere) e sopratutto vuole indebolire il movimento notav, colpendoci personalmente, uno per uno se potesse.

E questo avviene da tempo con corsie preferenziali al palazzo di giustizia, provvedimenti a dir poco creativi nell’interpretazione delle misure cautelari (fogli di via da alcuni paesi e confini di ogni tipo di fascista memoria) o come è capitato di recente ad uno di noi, vedersi ritirata la patente per mancanza di “requisiti morali”.

Potremmo citare molti episodi, come ad esempio quello dei pompieri segnalati dalla Cisl perchè partecipanti alla manifestazione dell’8 dicembre in divisa

Assurdità di ogni tipo, sproporzionate a qualsiasi azione commessa (estrapolata scientemente dai contesti), con uno zelo che non capita di vedere nel nostro Paese in quasi nessun’altra occasione. Un processo a un notav dura un decimo di quello che avviene comunemente.

Oggi è la volta di Pier Paolo, notav torinese, impiegato all’Università degli Studi di Torino come tecnico informatico e lavoratore dalle capacità riconosciute ed apprezzate da studenti, colleghi e docenti, che si è visto, prima di Natale, recapitarsi una sospensione dal lavoro perché condannato in primo grado per una manifestazione NoTav.

Ora bisogna comprendere che indagati e condannati tra le fila del movimento si contano a centinaia, perchè non abbiamo mai accettato nessuna imposizione e non ci siamo mai arresi a muri e fili spinati, quindi quello che è toccato a Pier Paolo, è accaduto o potrebbe accadere a molti noi, che siano studenti, disoccupati, lavoratori o pensionati.

Con una strana celerità e zelo l’amministrazione centrale ha sospeso Pier Paolo dal lavoro e ora rischia seriamente di perderlo in barba ad ogni forma di garantismo. Ci è capitato raramente di vedere provvedimenti del genere per condanne in primo grado (ma non si era innocenti fino al terzo grado di giudizio) e potremmo citare decine se non centinaia di casi in cui, ad esempio appartenenti alle forze dell’ordine condannati sono rimasti in servizio se non promossi, nè datori di lavoro né amministratori pubblici hanno applicato in questo modo il proprio potere.

Pier Paolo va valutato per il suo lavoro e non per le sue idee o per le manifestazioni a cui partecipa, del resto non è l’università il luogo della critica e della formazione non basata sulle semplici nozioni?

Non sarà che qualche dirigente con poco coraggio ha deciso di emettere un atto così drastico e punitivo (Pier potrebbe perdere il lavoro) magari imboccato da “qualcuno”?

Non lo sappiamo ma sicuramente vogliamo difendere Pier Paolo e chiediamo a tutti e tutte di fare lo stesso e partecipare alle iniziative che saranno indette in sua difesa e in suo sostegno.

Si parte e si torna insieme.

ps: E’ già iniziata una raccolta di firme da parte di studenti e colleghi indirizzata al Rettore per dire che “Pier Paolo ritorni al lavoro”, la trovate qui





martedì 8 gennaio 2019

Dal Niger al Sudan, l’Africa nella morsa dell’ipocrisia clericosinistra ----- DECRETI SICUREZZA E GRANDI IMBROGLI





Intanto un plauso di cuore e di mente a Luigi Di Maio per la solidarietà totale data ai Gilet Gialli di Francia , la più bella e forte risposta alla globalizzazione finanzcapitalista da molti anni a questa parte, augurandoci che tale riscatto dei 5 Stelle si estenda ad altre aree politiche, sociali, ambientali  che erano nell’anima del MoVimento alle origini.

Due settimane davanti a Malta. Sarebbero bastate per sbarcare a Calais, Dover o Amburgo
Grande dibattito e grande esplosione di hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia sociale (quelli che venivano attribuiti agli italiani che hanno votato questo governo) da parte dell’unanimismo politico-mediatico globalista e antisovranità, sul decreto sicurezza. Hate speech ulteriormente animati dalle due navi di Ong tedesche che girano per il Mediterraneo meridionale. Ong tedesche, vale a dire di quel paese e appoggiate da quel governo (oltreché da George Soros) che, dopo aver raso al suolo la culla della nostra civiltà (nuovamente barbari, alla faccia di Goethe, Bach, Duerer e Schopenhauer), si sono fatti giustizieri, insieme ai francesi e ai burattini di Bruxelles, del timido tentativo italiano di invertire il flusso della ricchezza perennemente dal basso verso l’alto.

Navi tedesche, mi viene da riflettere, che nel corso dei 18 giorni in cui andavano lacrimando su mari in tempesta e migranti, secondo l’immaginifico manifesto “in condizioni disperate” (benché rifornite da Malta di tutto il necessario…), tra Malta e Lampedusa, avrebbero potuto raggiungere, che so, New York, o magari Amburgo, visto che così tante città tedesche si erano dichiarate disposte ad ospitare i profughi. O Rotterdam, visto che è olandese la bandiera della Sea Eye. Non vi pare?
Posto che l’unica cosa buona fatta dal socio neoliberista e ultradestro della maggioranza di governo è stato mettere l’opinione pubblica di fronte al ricatto dell’Europa nei confronti dei paesi rivieraschi del Sud – o mangiate la minestra della destabilizzazione sociale ed economica di un’immigrazione incontrollata, o vi buttiamo dalla finestra -, posto che strumento di questo ricatto è la società anonima creata dal colonialismo tra multinazionali predatrici, trafficanti, Ong, santi peroratori dell’accoglienza senza se e senza ma, per sottrarsi a tale ricatto ritengo il decreto sicurezza del, per altri versi detestabile, fiduciario dei padroni, il minimo indispensabile per salvare una serie di paesi destinati al macero.



Razzista chi vuole rendere inappetibile l’Italia a migranti? Il contrario, antirazzista e anticolonialista
Pensate, un anticolonialista e antimperialista, uno che nel corso di quasi tutte le guerre e aggressioni di altro genere da parte degli antropofagi occidentali, ha vissuto, operato, scritto e filmato dalla parte delle vittime, con i rischi e le conseguenze connesse sul piano delle condizioni personali, che dice: il decreto sicurezza non basta! E che sarebbe giusto, umano, rispettoso dei diritti altrui, ostile a trafficanti e speculatori sulle pelli nere o brune, opposto alla tratta degli schiavi e agli eserciti industriali di riserva, evitare che vi possano essere motivi, perlopiù illusori, ma anche veri, per sollecitare lo spostamento di popolazioni. I famosi pull factor. Tutto ciò che rende appetibile per un africano abbandonare terra, patria, identità, cultura, fa torto e danno a lui e svuota e disarma il suo paese. Crudele, razzista? No, l’opposto. Il massimo del razzismo è quello degli eredi di coloro che sugli schiavi costruirono sviluppo, ricchezze, nazioni. Anche allora i civili facevano il bene dei selvaggi.

 Forse l’immenso divario che mi divide dai buonisti accoglitori di vecchio stampo, quelli che si mascheravano da sinistra (dal manifesto in su), come da quelli scopertisi tali dopo aver inflitto un massacro sociale e culturale ad autoctoni ed immigrati con pari entusiasmo, deriva in buona parte dal fatto che io dalle parti degli sradicati di oggi e accasati di ieri ci ho speso almeno metà della mia vita. E loro no. Dal che loro rivendicano il proprio diritto a stare, e bene, a casa propria, quella civile, moderna, democratica, ma anche il “diritto” degli altri a venirsene via da casa (chiamata “guerra, fame, dittatura”) e stabilirsi qui in un ghetto di cartone, in una stanza per dieci, in un campo di pomodori, in una cosca della mafia nigeriana, in una banlieu fuori dal mondo.. E io ho l’improntitudine xenofoba e razzista di mettere al primo posto il diritto di ognuno di restare a casa sua, di esservi trattato bene, di non essere oppresso e sfruttato.

Sinergie nella filiera dell’emigrazione
Non è segno di cecità, se non per gli irrimediabili utili idioti, ma di ipocrisia o di calcolo  non vedere la sinergia che esiste lungo la filiera che porta da Raqqa in Siria, o Herat in Afghanistan, o Dakar in Senegal, dove habitat ed economia sono stati occupati da necrofori armati o briganti economici dell’Impero e sue marche, all’organizzazione di trasporti in terra e traghettamenti da barca a barca (chiamati “salvataggi da naufragi”), fino alle cooperative delle creste sulla sopravvivenza, ai caporali, alla grande distribuzione dai prezzi discount, ai partner della criminalità organizzata.

Questo dello svuotamento di continenti e paesi da rapinare e della tracimazione di altri cui tagliare le gambe è la Grande Operazione globalista  per rilanciare il capitalismo dopo la crisi. Una trasparentissima strategia che ha il suo punto di forza nella cancellazione delle identità, particolarità, storia, nazionalità, culture, da Palmira e dalla Biblioteca Nazionale di Bagdad, fino alla cosiddetta integrazione del selvaggio nella società civile, il presunto meticciato e multiculturalismo, un amalgama senza faccia, senza anima e senza nome. E come con i barbari all’assalto di Roma, o con i colonialisti della depredazione e dei genocidi di Africa, Asia, America Latina e, oggi, con i neocolonialisti  di un mondialismo nel segno dell’élite finanzcapitalista e militarsecuritaria, unica identità da salvaguardare, con chi sta la Chiesa, tuttora potenza morale suprema a fianco dei manovratori? Ascoltate il papa.

Sudan, uno di quegli inverni che chiamano primavera araba



A proposito di Chiesa, sentivo stamane a Radio Uno sui tumulti in Sudan, oggi paese d’origine di gran parte dei migranti, l’immancabile frate missionario. E mi sono ricordato di quando, per una conferenza a Palermo, a un centro sociale che ospitava alcuni profughi dal Darfur, dovetti raccomandare di prendere cum granu salis i loro anatemi contro il governo di Khartum. Il frate, ovviamente comboniano, di quell’Ordine che in epoca pre-panarabista faceva il bello e il cattivo tempo in Sudan, con mano morta su tutto l’apparato scolastico e sanitario dell’immenso paese, sparava gli stessi anatemi sullo stesso governo, quello di Omar el Bashir. Così, grazie alla puntualissima Amnesty, i 12 morti ufficiali sono diventati 40 e la repressione, per quanto in nulla dissimile da quella fisiologicamente nostra, da Parigi, a Genova, Chicago, Atene, laggiù è ovviamente genocida. Come lo sarebbe al Bashir, secondo il Tribunale Penale dell’Aja, che non ha mai accusato chi non fosse di pelle nera. Nessuno dovrebbe negare che i manifestanti abbiano ottime ragioni, il pane, i prezzi, il carburante, ma non dire che questo accade in un paese che l’Occidente sottomette da decenni a sanzioni genocide e a mutilazioni che lo destabilizzano e lo privano delle proprie risorse, conferma ogni sospetto sulla nostra stampa.

Sono stato in Sudan o vi sono passato parecchie volte sulla strada per l’Eritrea o l’Etiopia.Oggi ne leggo i reportage da Khartum di una signora,  Antonella Napoli, il cui primo titolo, a mio avviso, non è tanto quello di giornalista della Repubblica, ma di fondatrice e presidente dell’Onlus “Italiani per il Darfur”. Basta e avanza per interpretare i suoi racconti.

Sud Sudan e Darfur: disfare il più grande e uno dei più ricchi paesi dell’Africa

Nasser, Nimeiri, Gheddafi

Già, il Darfur. Nel 1971 incontrai Gaafar Nimeiri, presidente del Sudan, e alcuni suoi ministri. Passammo una notte intera, in un villaggio del sud, a discorrere di storia, presente e futuro del paese e della rivoluzione araba. Sulla scia della rivoluzione anticoloniale di Gamal Nasser in Egitto e poi di Muammar Gheddafi in Libia, il colonello Nimeiri aveva preso il potere sostituendo il precedente governo di obbedienza britannica, storica potenza coloniale. Resosi di conseguenza ostico al sion-imperialismo, si vide innescare un’insurrezione separatista nella parte meridionale, cristiana, del paese. Protagonisti Israele, gli Usa, la Nato e il Vaticano, al quale il governo, nazionalizzando ogni cosa aveva sottratto il controllo dell’istruzione e degli ospedali. Li stavano i tre quarti dei ricchi giacimenti di idrocarburi del paese. Valse la pena per i cospiratori calare sul tavolo la carta di qualche centinaio di migliaia di morti. Neri. Quelli così cari ai loro prosecutori di oggi.

Nel 1986 il governo di Nimeiri, nel frattempo islamizzato, venne sostituito da quello di Sadiq el Mahdi, esponente dell’aristocrazia islamica, da tempo esule a Londra e strettamente collegato agli interessi di quella potenza. Più in nome dell’Umma, la comunità panislamica sostenuta dall’Occidente (vedi i Fratelli Musulmani), che del nazionalismo afro-arabo, ma sempre di segno contrario al neocolonialismo occidentale e favorevole all’Iraq di Saddam e all’URSS, fu il colpo di Stato che portò al potere, nel 1989, Omar al Bashir. L’ostilità revanscista dell’Occidente si manifestò presto e in vari modi. La rianimazione della rivolta cristiana nel Sud, il bombardamento di Clinton, nel 1997, della fabbrica farmaceutica di Al Shifa indispensabile per il Sudan e gran parte dell’Africa per i medicinali antimalarici. Rimasero sepolti 300 operai e si calcola che a seguito di quella distruzione morirono almeno 10mila sudanesi. Terza operazione, di lunga prospettiva e affine alla destabilizzazione del Sud, fu una specie di guerra civile nel Darfur, centro-ovest del paese, subito sostenuta da tutti gli arnesi delle rivoluzioni colorate, con in testa Soros e George Clooney. Il contributo di Roma sono i già menzionati “Italiani per il Darfur”.

La vera storia del Darfur


Con una validissimo ambasciatore italiano, innamorato del paese, a realizzare un reportage per il TG3, allora libero, andammo in Darfur e mi vennero spiegate le cose. Zona a gravissima desertificazione (dono del cambio climatico da noi inflitto a loro), tanto che la pista del nostro fuoristrada era seminata di carogne di ovini e bovini, subiva lo scontro per la pochissima acqua e le scarse terre fertili rimaste, cioè per la vita, tra tribù nomadi di allevatori e tribù stanziali di agricoltori. Il revanscismo colonialista, munito delle solite Ong, si gettò a pesce sull’occasione, inventandosi che il regime stava compiendo un genocidio, favorendo bande di briganti Janjawid (demoni a cavallo), che poi erano gli allevatori nomadi. E vai con vittime sudanesi raccolte nei campi e invitati poi a impinguire le colonne di rifugiati verso l’Europa, dove altre Ong si sarebbero occupate di loro.

Lo Stato più giovane del mondo muore subito. Nel sangue


Nel 2011, poi, sempre nel corso della collaudata strategia del divide et impera, il neocolonialismo riuscì a strappare a un Sudan indebolito da conflitti e dalle immancabili sanzioni, la sua parte meridionale, ricca di petrolio, di biodiversità, acqua, legname e altre ricchezze minerarie.  Non c’era solo il petrolio. C’era il Nilo con il quale, chiudendo il rubinetto, si potevano mettere in ginocchio, a valle, i riottosi Sudan ed Egitto. Un certo giro imperial-clericale festeggiò la nascita del più giovane Stato democratico del mondo e si tacque, da allora, sul bagno di sangue in cui questo artificio coloniale è sprofondato in seguito alla ferocissima lotta per i giacimenti tra due etnie opposte, i Nua e i Dinka, rappresentate rispettivamente da presidente e vicepresidente, con i loro immancabili sponsor. Una guerra civile con l’impiego di soldati bambini che nessuno denuncia. Un altro successo occidentale nell’Africa della “fuga da guerre, fame e persecuzioni”. Attendo ancora i comboniani “Nigrizia” e Zanotelli denunciare lo squartamento di un pacifico e acculturato paese africano, all’origine di una delle migrazioni più massicce.

Carcerieri per conto dell’Europa


Tutto questo non lo leggerete nei dispacci della fondatrice e presidente di “Italians for Darfour”, cronista invece della “primavera sudanese, repressa dal regime con tanto di lacrimogeni”,  né in altri reportages di quella nostra stampa libera e indipendente che, tanto per fare un esempio della sua linearità, coerenza e trasparenza, oggi si fa deprecatrice dei “tradimenti” dei 5 Stelle su Tap, Ilva, trivelle in mare, Terzo Valico, eccetera. Peraltro tutte questioni non definite e su cui sarà decisiva la scelta del ministro dell’Ambiente. Ma, stupefacentemente, tutte dispute in cui i deprecatori di oggi si trovavano ieri a deprecare chi ostacolava il progresso opponendosi a Tap, Ilva, Terzo Valico e altre loro remunerative devastazioni. Accanto a quei sindaci e governatori PD (con di mezzo un De Magistris che non capisce), oggi scopertisi umanitari benefattori, purchè di migranti. E al tempo stesso violatori di una legge votata dal parlamento e firmata dal venerato Capo dello Stato. Sono pubblici ufficiali e non possono farlo. Potrebbero farlo se si dimettessero. Ma perderebbero la poltrona. Del resto, conta il gesto, no?  Tocca farsi vedere antirazzisti.  E tocca contribuire a sfasciare quest’Italia ancora maledettamente unita e sovrana. Che giostra il mondo, ragazzi, tutta un “calcinculo”.

Appello ai buoni
Voglio fare un appello, vediamo che succede. Tra i migranti sudanesi si moltiplicano anche quelli del Niger. Tra sindaci, governatori e altre voces clamantes in moltitudine, ci siamo chiesti come potesse essere che sant’uomini come Zanotelli, Ciotti, Revelli, Noury, Bergoglio, Strada, non si fossero accorti che quel paese è stato rubato ai suoi abitanti. Eredi di antichissima civiltà, i nigerini si dissanguano nella resistenza a bande armate Nato, Usa, con la gigantesca base di droni, 500 italiani a fare da caporali di giornata, francesi in capo alla vecchia colonia, tedeschi, britannici, tutti a guardia di un colossale bidone zeppo di uranio, coltan , litio e altri beni utili alle bombe e all’elettronica delle democrazie occidentali. Ebbene, carissimi clericosinistri, non vogliamo allargare le nostre braccia, estendere le nostre grida, far tracimare le nostre lacrime anche sulle vittime e sui carnefici di questo episodietto della globalizzazione colonialista? Dai, su, facciamo in modo che possano restare a casa loro!

Ascolteranno l’appello i buoni? Accetto scommesse: il “SI” è dato a 97 a 1. Dovuto a una coda di paglia lunga da qui a Niamey.

***************************************************************************************************** 
Hanno sepolto sotto anatemi i Cinque stelle per aver parlato di “terrorismo mediatico”. Per chiarivi le idee sui nostri media, andate su Facebook
Adriano Colafrancesco
"Liberateci dalla stampa:
la tentazione del nuovo potere globale"
L'iniziativa al teatro Brancaccio di Roma: una mattinata di
incontri con Mario Calabresi, Ezio Mauro, Lucia Annunziata,
Massimo Giannini, Roberto Saviano e Vittorio Zucconi
Vale davvero la pena.




venerdì 4 gennaio 2019

Siria: élite mondialista e pacifisti sinistri contro Trump -- Vaticano-Quirinale: Benedictio urbi et orbi atque PD




(E’ lungo, forse prolisso, ma tratta due temi grossi, si può digerire in due puntate e, giuro, per un po’ non mi farò vedere. Per combinare il testo con le immagini andate su www.fulviogrimaldicontroblog.info. Almeno da lì nessuno può rimuovere).
 
Palloncino bucato
Una cosa si è confermata chiara e ha bucato il pallone gonfiato delle fake news dei grandi media e la loro forsennata passione per la globalizzazione di guerre, neoliberismo, totalitarismo. Una cosa ha definitivamente sancito la scomparsa, da noi, ma anche da molte altre parti, di quel settore della società politica che si definiva di sinistra e coltivava il paradosso di chiamare destra l’altro settore. Per la sedicente sinistra vale ormai al massimo il corrispettivo linguistico al maschile.

Questa cosa ha l’aspetto di Giano Bifronte: da un lato fulmina con occhiate di sdegno e riprovazione il trucidone della Casa Bianca  che, sfidando una tradizione di guerre d’aggressione che risale alla fondazione del suo paese e ne costituisce l’essenza ontologica e, ahinoi, anche escatologica, annuncia il ritiro di truppe da Siria e Afghanistan  (vedremo poi i perché e percome); dall’altro inneggia con passione smodata ai Supremi di casa nostra che, in occasione delle festività, ci hanno fatto volare sul capo aerostati gonfi di pace. Nella fattispecie aria calda.

Siamo il paese dei fessi che fanno i furbi, che tuffano il diavolo nell’acqua santa e se la cavano scegliendo  la sudditanza a discapito della cittadinanza.  Arlecchino servitore di due padroni. Don Abbondio, se di fronte c’è don Rodrigo, don Rodrigo, se si ha a che fare con don Abbondio. Dunque, don Abbondio prima con i tedeschi, poi con gli americani. Con tutti quelli che ci menano. E dunque con l’UE. Don Rodrigo con quelli che possiamo menare. Di solito noi stessi. E da questa caratteristica nazionale che nasce il prodigio di un paese, escluso il 32,7 % degli elettori che restano in stato d’attesa, che si diverte come un bambino sull’altalena nel parco giochi costruitogli dai potenti.

Francia o Spagna, purchè se magna
Contro il bifolco Trump, perché pare abbandonare il massacro di Siria e Afghanistan, e con coloro che, nella Cia, nel Pentagono, tra gli armaioli, e quindi nei media, se ne risentono. E paiono i più forti. Di conseguenza, apertamente per la guerra, da conclamati e storici pacifisti. Ma che è anche la guerra che il papa e il capo dello Stato aborrono, pur cautelandosi scrupolosamente dal riferirsi a chi le fa e ci campa. Per la democrazia del voto e del pluralismo, ma non quando il 70% dei siriani elegge liberamente il presidente Assad e neanche  quando bande di ventura curde, al servizio degli aggressori Usa-Nato, senza essere stati votati da nessuno, uscendo dal loro territorio (un decimo della Siria abitato dallo 0,6 dei suoi abitanti, prima dell’afflusso di curdi turchi accolti e protetti da Damasco), occupano un terzo della Siria facendovi pulizia etnica degli arabi.

   Kurdistan siriano ieri e oggi

I santi dei buoni
Quello che, a schermi ed edicole unificate, è seguito alle omelie di fine anno di Bergoglio e Mattarella è stato un’onda anomala di saliva abbattutasi fin sul Colle e sulla Cupola. Dal “manifesto” al “Foglio” all“Avvenire”, fino ai main stream  dei grandi editori, puri come l’eroina Juliette del marchese De Sade, che tutti, con grande senso dell’humour, dicendosi liberi e indipendenti, si sono profusi in osanna ai due salmodianti da far invidia alla corte del bizantino Paleologo II. “L’equilibrio perfetto, il sorriso paterno e luminoso, moral suasion di prossimità e familiare, ruolo pedagogico, sorriso disarmante, un capolavoro, il vero rivoluzionario custode della ragione, il paese favola che diventa reale, Mattarella seppellisce tutti gli altri”…. Così il manifesto”, Corriere, Stampa, Foglio, Messaggero, Repubblica. Nessuno dei quali si risparmia l’esaltazione per lo share trionfale, senza precedenti, 10,2 milioni, il 40%. Per la verità, un topino di redazione ha sussurrato: “Ma, grazie tante, era a reti unificate, non c’era controprogrammazione,  chissà come avrà fatto l’altro 60% a non vederlo…”, ma nessuno gli ha detto retta.

E pour cause. Se il manifesto titola “Mattarella argine contro il cattivista” (il governo) e cita il papa che definisce la stessa “cattiveria sintomo di debolezza” e, come tutti gli altri da posizioni politico-sociali presuntamente opposte, inneggia all’Italia delineata dal presidente, una ragione c’è. Sia l’uno che l’altro dei due taumaturghi, papi e presidenti di tutti gli italiani, hanno reso omaggio a tutti gli italiani meno su per giù il 50%. Al netto dei paroloni di calorosa sostanza retorica, buoni per tutte le omelie, dal principio alla fine, dall’accoglienza negata alle tasse ventilate sui buoni del Terzo Settore (leggi Ong e tutti la giungla dei sussidiari alla CL), alla denuncia dell’astio, dell’insulto, dell’intolleranza, dell’odio settario (così ben denunciato da Boldrini e Renzi), fino alla vecchietta sola che, a capodanno, per avere compagnia chiama i carabinieri (purchè non siano quelli di Cucchi, spero), quella che ci si presenta è l’Italia del bene contro quella del male. E quali sarebbero le due Italie dell’inventore del Cottarelli premier manidiforbice e banditore di Savona euroscettico? Indovinate. Un aiutino ve lo  dà la standing ovation di tutti quelli che al potere c’erano prima, sinistri imperiali compresi.

Uccidono la libertà di stampa. Pensate, ce l’avevamo!
Lasciatemi chiudere questo capitoletto, prima di passare al fatto serio del giorno -Trump, gli altri e la Siria - con qualche citazione da quello che è diventato l’organo del PD  e della guerra (ma solo in difesa dei curdi, per carità, e contro i tiranni, come comanda Rossanda), dopo il decesso dell’Unità. Vox clamantis in deserto, peraltro, dato che sta in piedi grazie ai quasi 3 milioni di contributi statali che, come i 6 all’Avvenire (giornale dei vescovi, tutti spiantati), i 3 al Sole24Ore (della Confindustria ridotta in miseria dai gialloverdi), i 3,7 a Libero (eh, Berlusconi non può mica mantenere tutti), il milione al Foglio (la Cia manca di spiccioli).

Giornali che nessuno legge, ma che, se privati dei sussidi,”muore la stampa libera e  indipendente”. Visto che rimangono solo Corriere, Repubblica, La Stampa e….. Indipendenza garantita al manifesto da una ricca successione di paginoni pubblicitari dell’ENI, cui il “quotidiano comunista” affianca inserti redazionali in cui una maestra amministra ai pargoli i valori del “viaggio di studio” offerto dall’ente petrolifero tra i salubri pozzi della Basilicata. Mentre NON produce, il manifesto, nemmeno una riga sugli scandali delle tangenti ENI-Nigeria-Congo che occupano le giornate e gli anni della Procura milanese.

Quel cialtrone di Dibba, quel raffinato analista di Negri
Ciò che oggi colpisce nel quotidiano è una prima pagina che, scontata la solita gigantografia con vignetta ossessivamente sorosiana di Biani sui migranti, migranti che quel vecchio marpione di Orlando, con dietro qualche altro sindaco dell’acquolina in bocca in vista delle Europee, vuole accasare, offre due perle di quella bontà e di quell’equilibrio che tanto ha esaltato il collettivo nelle omelie citate. ”Il Misfatto Dibba c’è” titola il condirettore Di Francesco uno spurgo di un livore che solo la più frustrata invidia può provocare. Il bersaglio del volgare vituperio è il rientrato Alessandro Di Battista che sul Fatto Quotidiano, in questi mesi, ci ha regalato una serie di reportages sul Messico e sul Centroamerica seviziato dagli Usa e dai loro sguatteri locali.

Un po’ me ne intendo e posso dire che articoli di tale competenza, conoscenza, profondità di analisi, sensibilità politico-sociale e, soprattutto umana, ne ho letto pochi. Ma per la prosa pernacchiosa del poeta Di Francesco, che non figurerà mai in un’antologia, ma nella storia dei Balcani sì, per aver definito Milosevic “despota ultranazionalista” e quindi aver dato una manina al disfacimento di quel paese e alla morte del suo presidente, “Di Battista è un “esperto di tutto ma di nulla” e quello che ha fatto nelle Americhe non è che un “camel trophy dell’eroe dei due mondi dal mood garibaldino e da guida turistica”. Secondo il giornalista che ha permesso che il manifesto si imbrattasse per giorni con le veline dei peggiori arnesi dei golpe striscianti, in occasione del fallito colpo di Stato contro il Nicaragua sandinista, l’incarico adatto al più temuto dei Cinque Stelle sarebbe quello di “commissario del popolo al turismo”.


Degna apertura di un giornale che resta perfettamente sul suo binario imperial-diffamatorio con Alberto Negri, che, finge un’analisi della mossa di Trump, per tirare un grottesco quanto maligno parallelo tra le vite di Erdogan e del tre volte-autocrate Assad, dittatori che vanno a braccetto. Quello dei “sopravvissuti Assad ed Erdogan, sono regimi che non si riformano”, sentenzia il chissà perché sovrastimato commentatore del manifesto, estrazione Sole24Ore.Tout se tien.

Vae pauperibus!
Guai ai poveri, auspica nel racconto della giornata di segno comunista Roberto Ciccarelli, caro a chi sa lui per aver garantito per Osama bin Laden quale autore dell’attentato alle Torri Gemelle. Qui si accanisce sul reddito di cittadinanza in quanto “il più razzista dei provvedimenti e il più punitivo nei confronti dei poveri”. Speriamo che i poveri, all’arrivo dei 750 euro, se ne accorgano. Chiude in bellezza il solito tentativo di riesumare il bluff zapatista del Chapas, ricordandone la cavalcata di 35 anni fa a San Cristobal de las Casas con in testa il subcomandante Marcos. Il quale, dopo aver tentato di sabotare due volte l’elezione di Lopez Obrador alla presidenza del Messico, s’è dato da sub per rientrare insalutato ospite nell’ordine delle cose.  

Anche stavolta i nuovi subcomandanti hanno cercato di far passare per grande truffa l’unica speranza di riscatto disponibile nel Messico per grande truffa. E stanno attaccando Obrador ferocemente, prima ancora che abbia dato il suo primo buongiorno dal palazzo presidenziale. Il bue che dà del cornuto all’asino. Intanto i miseri resti della rivoluzione galattica se ne stanno rinchiusi a “ben governare” nei loro cinque villaggi e strepitano con rabbia contro la ferrovia che, al posto delle carrarecce di fango, dovrebbe finalmente collegarli al mondo. Non gli dà retta più nessuno, da anni. Venerano Luca Casarini, il Masaniello di Padova. Prima in Chapas con Marcos, poi a Belgrado a sostegno degli infiltrati Otpor e della radio di Soros B-52, poi con gli scudi di polistirolo a minacciare pioggia di rane sulla Genova del G8, oggi su un’imbarcazione Ong nel Mediterraneo. Sempre dalle parti di Soros.Tout se tien anche qui.

Tiritiri? O tiritero?

 
“Cane pazzo” Mattis

Passando alle cose serie. Sul ritiro in 100 giorni di tutte le truppe Usa dalla Siria (5000, tra Forze Speciali e bombaroli) e della metà di quelle che bombardano e trafficano oppio in Afghanistan, poi estesi a quattro mesi, vista la malaparata con lo Stato Profondo (Cia, Pentagono, Wall Street, Lockheed Martin, media). Malloppone guerrafondaio furibondo, capeggiato da “Cane Pazzo” Mattis, dimessosi da ministro della Guerra per non aver potuto ripetere in Siria il bagno di sangue e fosforo di Fallujah (Iraq 2004) e per essere stato privato del suo massimo godimento, così da lui espresso:”Cosa c’è di più divertente che sparare a qualcuno”. Per inciso, il noto quotidiano pacifista, il manifesto, ne ha deplorato la dipartita e lo ha qualificato “elemento razionale e di equilibrio” nella compagine trumpiana.

I curdi? Ingrassano con chi vince.


  Israele e curdi uniti nella lotta
Da noi, affetti dalla solita ipocrisia clericomafiosa, si piagnucola sull’abbandono dei curdi, “avanguardia democratica, laica, ecologista, femminista, LGBTI”, con tanto di majorettes in armi. Si sorvola su queste milizie curde YPG arrivate in massima parte dalla Turchia che, mascherate da Federazione Democratica Siriana (solo la Cruciati del manifesto li vuol far passare per coalizione multinazionale di arabi, assiri, turcomanni, puffi e curdi), grazie all’aiuto degli Usa dall’alto, si sono sostituiti all’Isis come fanteria Nato contro la Siria. Si ignora che, se sono passati da meno di un milione a parecchi di più è perché la Siria di Assad li ha accolti, insieme al leader Ocalan, profughi dalla Turchia. In compenso si sono fatti mercenari dell’aggressore in sostituzione dell’Isis e, assumendo il progetto dello squartamento della Siria, si sono presi un terzo del paese, imponendo, sfrattando, incarcerando e uccidendo gli autoctoni.

Ora, abbandonati dai loro danti causa, forse, pressati dai turchi che, alla faccia loro, ma anche di quella del popolo siriano, vorrebbero prendersi almeno una gran striscia di confine, con dentro i più ricchi giacimenti petroliferi, le più fertili terre e ricche acque della Siria, buttano la mimetica a stelle e strisce e con stella di David e, giurando di rispettare l’integrità territoriale del paese, invocano aiuto da Damasco. Che fa bene a darglielo e ad accorrere con la Guardia Nazionale e la Divisione Tigre a Manbij. Che tornino nel loro angolo di Siria e vadano a prendersela oltre confine con chi li ha maltrattati davvero.

Soldati Usa a Manbij

Chi taglia il nodo gordiano?
Qui la situazione è intorcinata. Ci stanno i turchi, che già avevano scacciato i curdi dal cantone di Afrin, in piena e tollerante vista degli americani, ci stanno i curdi, ci stanno i militari Usa da ritirare, nel tempo, e sono arrivati i siriani. Cosa faranno gli uni e gli altri? Qui non soccorrono le ambiguità e le indecenti equivalenze tra Assad ed Erdogan di Alberto Negri. Qui vanno visti gli attori e i loro interessi. Per primo Trump che ha accelerato alcune mosse per riprendere i temi della sua campagna elettorale: riduzione dell’impegno e della spesa militari globali, accomodamento con i russi, dialogo con i nordcoreani, sordina agli attacchi all’Iran e alla Cina dei dazi. Non stona con tutto questo la sorprendente e sacrosanta affermazione dell’avvocato di Trump, Rudi Giuliani, che ad Assange di Wikileaks, recluso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, non c’è proprio nessun reato da contestare. In compenso, dall’altra parte, i Democratici hanno eletto alla presidenza della Camera la collaudata Nancy Pelosi, espressione arcigna e inflessibile dell’apparato guerresco statunitense. E di Julian Assange, eroe della libera informazione, i Democratici vorrebbero fare polpette da servire a Mattis.

Stato Profondo Usa

Liberal per liberare i cani di guerra
Poi i nemici dell’outsider strambo, scatenati contro ognuno di questi obiettivi, tanto da rovesciare sul presidente accuse di alto tradimento per aver incontrato Xi, Putin e Kim Jong Un e inventarsi la bufala galattica del russiagate, ovviamente ripresa dai loro sodali e sguatteri in Europa. Nemici riuniti nello Stato Profondo Usa rappresentato politicamente da uno schieramento bipartisan Democratici-Repubblicani, ma con forte prevalenza dei primi, dalla banda guerrafondaia Obamian-Clintoniana, dai neocon, insomma da tutti coloro che hanno inventato, creato e nutrito Al Qaida e l’Isis, dalla Siria all’lraq alla Libia all’Egitto all’Africa e all’Afghanistan. In sostanza l’élite statunitense plutocratica e perennemente in guerra, sostenuta da media e think tank di puntellamento, che vede sfidata la sua dottrina di base: una strategia di dominio militare e neoliberista mondiale, fondata su quasi mille basi militari, un’egemonia (sub)culturale onnipervasiva e l’assalto, con sanzioni, guerre, terrorismi, a chiunque vi si sottragga, o opponga modelli incompatibili. Vanificata da loro stessi l’equivoca alternativa del PCI e di forze simili, tutto ciò che si pretendeva di sinistra si è inserito in questo Zeitgeist, visione del mondo. La riprova è la solidarietà di chi ha lo stomaco di condividere con questa èlite la furia contro il ritiro delle truppe Usa da un teatro di massacri.

Ritiro che tale belluina reazione ha già costretto il malleabile cerchiobottista della Casa bianca a estendere da un mese a cento giorni e più. Ed è aperto a ogni ipotesi ciò che l’una e  l’altra fazione in campo, sullo sfondo dei probabili contenziosi russo-turchi sul che fare dei curdi e di quel pezzo di Siria,faranno e otterranno in questi quattro mesi. Sempre che i plutocrati in armi degli Usa non si rassegneranno e si accontenteranno del loro nuovo pivot: Africa e America Latina, dove sono in corso le altre loro grandi manovre imperialiste a contrasto di Russia e Cina. Difficile, però, che Israele non li tiri per la collottola. Quel che è certo è che sul Donald vanno a esercitarsi pressioni mai viste, con dentro anche gli sceicchi del Golfo e tutta la potenza  lobbistica e ricattatoria di Israele. E’ probabile che, come altre volte, soccomberà. 

Geopolitica, ma anche petrolio
Perché Trump ha osato tanto? Può darsi che, più di un suo spirito conciliatorio, sia stata la prospettiva di uno scontro tra Usa-curdi nel cosiddetto Rojava, sottratto alla Siria e ambito da tutti e tre gli usurpatori in campo, e il bastione turco della Nato, alle porte di Iran e Russia, a sollecitare il ritiro di Trump. Se questo ritiro, con conseguente  occupazione turca di larghe fasce siriane, ha comportato la messa in crisi della triplice Russia-Turchia-Iran, oggi a capo della strategia mediorientale, la cancellazione dell’acquisto del sistema anti-aereo S400 russo e, chissà, la sospensione del gas-oleodotto Turkish Stream, allora lo scenario delle alleanze rischia ancora una volta di essere sovvertito. E quello che, secondo le colleriche geremiadi dei globalisti occidentali e di Israele, sarebbe stato un regalo a Russia e Iran, potrebbe ben rivelarsi una trappola mortale proprio per Mosca e Tehran. E Siria. Presto, dunque, per cantare vittoria.

Si vedrà. Intanto tra forze governative siriane, quelle che davvero hanno debellato il terrorismo jihadista, altro che la finta guerra all’Isis dei complici Usa e curdi, e a cui ora apre la strada il voltafaccia di sopravvivenza pro-Damasco degli stessi curdi, e reparti jihadisti al soldo di Erdogan trasferiti da Idlib, è in corso la gara a chi si prende Manbij. Dove ci sono ancora americani a custodire la porta d’accesso a quello che in chiave colonialista è chiamato Kurdistan siriano, moltiplicato per dieci rispetto alla sua dimensione storica, ai suoi pozzi petroliferi, alle sue terre agricole e alle 18 basi che gli Usa vi hanno stabilito. Senza dimenticare che da quelle parti c’è ancora una consistente presenza di Isis che gli Usa hanno estratto dalle macerie di Raqqa da loro polverizzata e cosparsa di fosse comuni delle migliaia di civili siriani frantumati dalle loro bombe.


La partita resta aperta a Washington come in Medioriente. Di sicuro c’è solo una cosa, anzi due. Che Trump è quello che è, ma resta comunque il pannocchione eterodosso  che, per la seconda volta in 70 anni, ha pronunciato la parola “ritiro” e ha familiarizzato col russo  L’altra volta, con Nixon e il cinese, si sa com’è andata finire. E che, per la seconda volta in 70 anni, un governo italiano ha sorriso a Mosca, ha tagliato qualche spesuccia militare, non si manifesta entusiasta delle guerre e delle sanzioni, non condivide l’estrazione dall’Africa di schiavi, piace a Trump e non agli altri. E si sa come è andata a finire la prima volta.

Fate tutti i distinguo che volete, ma quelli che ci sono stati prima e che ora sbraitano, in entrambi i casi, sono peggio. La speranza è gialla. Che i gialli la mantengano!




E per tirarci su, ecco un link in onore del meglio che l’Europa l’anno passato ha saputo offrirci: i gilet gialli. Lunga vita!

https://www.facebook.com/ilcorsaro.altrainformazione/videos/1150264541683275/ Bella Ciao suonata e cantata a Parigi a sostegno dei manifestanti contro la riforma del lavoro di Macron (l’hanno blaterata davanti a Montecitorio quelli che da noi quella riforma l’hanno fatta: eterogenesi dei fini).