venerdì 12 aprile 2019

Era la stampa, bellezza. Si è uccisa. DAL RUSSIAGATE AL RUSSIAFLOP E ALL’ARRESTO DI ASSANGE

Ginevra: monumento a Snowden, Assange, Manning
“L’arresto di Julian Assange, il dissidente che ha segnato a livello planetario un’epoca nuova nella tensione fra lo scrutinio democratico delle decisioni dei poteri di governo e la Ragion di Stato, pone un problema drammatico alla coscienza politica di tutto l’Occidente”. (I parlamentari del Movimento 5 Stelle)
Un giornalista. Vero.

Dopo un accusa svedese di molestie sessuali, mossa da due collaboratrici Cia e poi archiviata, sul modello Brizzi e Argento; dopo sette anni di reclusione nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, prima da rifugiato, grazie a un presidente ecuadoriano perbene, Correa, e, poi, da ostaggio e prigioniero, per servilismo agli Usa di un presidente fellone, Moreno, Julian Assange, eroe e martire della libertà d’informazione, è stato arrestato da Scotland Yard. Lo aspetta l’estradizione negli Usa e un processo in base ad accuse segrete, formulate da un Gran Giurì segreto, che prospettano la condanna a morte.
Per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange davanti al Gran Giurì segreto, Chelsea Manning, che fornì a Wikileaks i documenti attestanti i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dagli Usa in Iraq e Afghanistan e si è fatta 7 anni di carcere, è stata di nuovo imprigionata e posta in isolamento.  Assange e Manning sono i disvelatori e comunicatori di ciò che il potere fa di nascosto e ai danni dell’umanità. Sono ciò che dovrebbero essere i giornalisti e che nell’era della globalizzazione, cioè della presa di possesso di tutto, non esiste più. Salvo in qualche angolo della rete.
Gli unici, tra giornalisti e politici che hanno avuto la primordiale decenza di marchiare a fuoco la persecuzione di Assange, senza se e senza ma, sono stati i 5 Stelle, con Di Battista, Di Manlio, Morra. I migliori. Grazie e onore a loro.
Come va? Da noi tutto bene.
Il giornalismo italiano è approssimativo, sgrammaticato, forbito, pomposo, demagogico, disonesto, ipocrita, falsario, mistificatore, manipolatore, incompetente, protervo, pedestre, fazioso, ottuso, pedestremente bugiardo. Esibisce prosopopea e campa di servilismo. Un’ informazione corretta equivale a infliggere torto e offesa ai rispettivi padroni-editori, a loro volta obbligati nei confronti di padroni più grossi. Il sindacato, FNSI, e l’Ordine lo difendono con kermesse e piazzate dalle critiche. Non ne hanno mai pizzicarto uno per aver detto che Gheddafi imbottiva di Viagra i suoi soldati per agevolarne gli stupri, o che Milosevic pratica la pulizia etnica.
Il giornalismo Usa, trainato e sedotto dalle quattro corazzate Washington Post, New York Times, CNN e Fox, tutti in mano a miliardari, è anche peggio. Quello europeo, più esperto e furbo, cerca di galleggiare, inserendo nelle bordate di falsità all’uranio qualche mortaretto di verità. Per me, il peggio di questo giornalismo è quello che si nasconde sotto mentite spoglie e di conseguenza inganna il lettore inconsapevole, rifilandogli “verità” imperiali con la griffe di ”opposizione”.
Se la Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine Nazionale dei Giornalisti fossero quello che la loro denominazione afferma, avendo con tanto forza deprecato, perseguito, condannato, le intemperanze di alcuni 5 Stelle che consideravano certi organi e giornalisti né imparziali, né corretti, oggi come oggi dovrebbero impegnarsi per un caso che rappresenta simbolicamente la fine della libertà d’informazione. Non lo faranno.



Media monopolaristici: qualche caso 
on riescono a intaccare.
Limitiamoci a pochi punti. Quello che balza agli occhi nell’immediato e non ha bisogno di alcun esame epidittico è un lavoro sulla componente gialla di questo governo  talmente di squadra, che neanche il Real Madrid. Passate dal Corriere a Repubblica, dal manifesto alle beghine del TG3, da Floris a Formigli a Zoro, dall’Osservatore Romano all’Osservatore della Val Brembana e ne uscirete frastornati e assordati dalle mazzate inferte a Di Maio & Co. Come resterete abbagliati dalle passarelle offerte ai promotori dello svuotamento del Sud del mondo a scopo di rapina, chiamato “fenomeno migratorio”. E’ il mandato assegnato agli editori di riferimento della globalizzazione.

Il generale Haftar, dopo avere guadagnato il controllo e l’appoggio di quattro quinti della Libia nel nome della sua riunificazione, assedia Tripoli e Misurata, covi di integralisti islamici che, come in Siria e Iraq, rispondono ai quartieri generali geopolitici dell’Occidente e a capo dei quali è stato inventato un premier non legittimato da nessun voto popolare (diversamente da quello di Tobruq del quale è espressione Haftar). Haftar promette di spazzare via i jihadisti che da otto anni insanguinano il caos libico e, con loro. i campi di migranti che gestiscono e su cui tanto raccapriccio cala tutta la nostra stampa all’apparire di ogni barcone in presunto naufragio? . Ebbene, quali sono per i nostri MSM (Main Stream Media, giornaloni e televisionone) i buoni e i cattivi? A dispetto dei torturati, stuprati, uccisi nei lager, sui quali tanta tratta di schiavi e mafiosi era stata imbastita?. Avevate dubbi?  Meglio tenersi i lager che far vincere uno che passa i fine settimana a Mosca.


Il “fenomeno epocale migrazioni”, viene ora definito inarrestabile perfino da Beppe Grillo. Tra papa che, a proposito di mafia nigeriana, scarica su noi  - “La mafia è roba nostra” – la colpa che nell’Italia delle tre mafie storiche, più la quarta politico-economica, sia sbarcata, via gommoni e Ong, una quarta, e demagoghi  dei porti chiusi, ci si divide solo su un punto: parlarne o non parlarne. Se gli organi leghisti ne seminano il terrore, “il manifesto”  non sa nemmeno che una mafia nera c’è. Dove invece, da quelli dei porti chiusi a quelli di Mimmo Lucano, ci si ritrova concordi e compatti è l’assoluto silenzio sulla matrice del fenomeno. Fenomeno naturale quanto le frane dai declivi disboscati. Tre miei dvd gratis a colui che mi scopre, ovviamente nel monopolarismo del sistema mediatico nostrano (in rete è facile),  un’inchiesta di giornalone su come dall’Africa, fino al nuovo colonialismo, non arrivasse nessuno, anzi,  tutti si battessero a casa loro per la liberazione da britannici e francesi, e che solo ora, ripresentatisi missionari, Ong e manager multinazionali e impostosi, grazie alla crisi, un riesame del costo del lavoro, fossero partiti i barconi.

Russiagate: russi sotto il letto e Cia a capotavola. Fino all’obliterazione nucleare.


Tutto questo si può perfino definire una compagna di sbrindellati e sgangherati, rispetto alla falange d’acciaio mediatico-politica  che si è formata a sostegno della crociata anti-Putin del Russiagate e del suo alfiere, il procuratore Robert Mueller. Per quasi tre anni inarrestabile macchina del fumo, l’ex-Marine volontario in Vietnam, ex-direttore dell’FBI, era sostenuto nell’impresa da quello che chiamano Stato Profondo, invisibile, ma decisivo, tutti ex-FBI o Cia, la crème de la crème della Nazione Eccezionale, quella che governa davvero e rimuove chi non ci sta. Da Kennedy a Nixon a, tentativo fallito, Trump. Che poi è la stessa che s’è inventata la pulizia etnica di Milosevic, le armi di distruzione di massa di Saddam, i piloti sauditi contro le Torri Gemelle e, appunto, il Golem Russia.

Per oltre due anni i garzoni di bottega dell’informazione anglo-sassone, si sono rappresentati e profondamente sentiti l’armata di giannizzeri del sultano Mueller. E anche da noi il Russiagate era bibbia, codice d’onore, sfrenata passione. Non ha sgarrato nessuno. Mancava ogni minima prova o evidenza che Hillary Clinton fosse stata sabotata, non dalle proprie, diciamo, improprietà affaristiche, consociative, guerresche, golpiste, bensì dalla collusione tra Putin e il suo burattino a stelle e strisce. C’era solo un dossier di stronzate, redatto dalla spia britannica Christopher Steele, pagato con fondi del Partito Democratico e da Mueller  e svaporato nel nulla appena Mueller ha aperto la cartella.

Altro che buco nero!


Rasentando un surrealismo sublime, lo Stato, che non aveva mancato di interferire in ogni processo politico, in ogni elezione, in ogni economia, in ogni perversione culturale dal 1945 a stamattina, accusava i russi di essersi piazzati negli armadi e sotto il letto di Trump. Non solo, di tutti i suoi sostenitori, di tutti i governanti devianti, di tutti i cittadini inosservanti. Obiettivo: l’impeachment, la cacciata dell’imprevisto, incalcolato, mai visto al Circolo della Caccia. Magnifico assist, oltre a tutto, per scaricare sui maneggi e intrighi russi ogni fatto e vicenda non consoni alle aspettative dei regnanti in Occidente: dai Gilet Gialli, ai vittoriosi nel nostro referendum, da Salvini a Di Maio, dagli Skipral, avvelenati col Novichok (prodotto, peraltro, nel vicino stabilimento UK di Porton Down), alla Brexit, al morbillo e alla zanzara Tigre.

Milioni di articoli, tonnellate di inchiostro, milioni di chilometri di nastro, vignette a strafottere, per costruire un Orso Russo così mostruoso e Kolossal da meritarsi una gragnuola nucleare in testa. Senza di che, appunto, non sarebbe stato possibile convincere la gente che piuttosto di essere divorati da quell’orso, sarebbe stato meglio farsi incenerire dalle atomiche dei giusti. Che poi era l’obiettivo ultimo di tutto il can can.

Il rapporto con cui un pur volenteroso Mueller ha dovuto comunicare al ministro della Giustizia William Barr e al resto del mondo che tutto questo era stata una gigantesca fola, burla, frode, presa per il culo, minchiata, che non c’era la minima prova che i russi abbiano interferito nelle elezioni per favorire Trump (oltretutto spasmodicamente illogico, vista la qualità del soggetto) e che Trump non ha mai ostacolato la Giustizia, sta all’Everest di panna al cianuro costruito dai media, come il testè scoperto buco nero sta a inferno e paradiso, come rifilatici da precedenti persuasori manifesti.

Si tratta sicuramente del più grande flop, fiasco, smacco mai inflittosi  da una così sconfinata platea di frodatori. E del più grave insulto, inganno, imbroglio, circonvenzione, impostura, abbaglio inflitto a noi, disarmati utenti. La conclusione è univoca e inesorabile: questa gente, questo apparato, questo moloch d’Occidente, non ha più e non avrà più alcuna credibilità. Né su questo, né su alcun’altra nefandezza propagandistica e mistificatoria che vorranno servire ai loro manovratori.

Ingannati miliardi, rasentato la guerra totale? Non è successo niente.
Protervia e mancanza di alternativa (se non in rete, gli dei ce la salvino perché i demoni le daranno addosso, ora più che mai) gli permettono di nemmeno scusarsi con i miliardi di esseri umani che hanno turlupinato e agganciato al carro della guerra alla Russia. Non provano nemmeno a commettere un gesto di resipiscenza. Anzi. Del resto dov’ è la Procura che si azzarda a ipotizzare una sfilza di reati, tipo frode, falsa testimonianza, abuso di credulità, circonvenzione di incapace, falso in atto pubblico, concussione, corruzione, incitamento all’odio … per quanto grossi e operativi come squali? Una parte, quella degli ignavi, se ne sta zitta, facendo finta di niente. Non ne parla. Non è successo niente.

Un’altra si trasforma da vipera pestata in free-climber sugli specchi. E’ il caso, per esempio, di Guido Caldiron, firma della Comunità nel “manifesto”, che, fin dai suoi fasti in “liberazione”, si prodigava senza macchia e paura per qualsivoglia primavera di velluto che a Soros piacesse, in particolare quelle gradite a Israele. E se i media statunitensi si arrabattano tra richieste a Barr di rendere noto tutto il rapporto Mueller, che sicuramente qualcosa di russo ci si trova, e la ricerca di altre porcate di Trump, il nostro segugio si salva con la “Russia connection” che unirebbe tutta la destra, con Putin che, perso Trump, ora se la spassa sul lettone con le camicie brune e nere di tutta Europa. Come no, lo sospettano anche “Liberation”, “Le Monde”, la BBC. Gli stessi sinistri vedovi del Russiagate.

Sgonfiato il Russiagate, pompiamo il Cinagate, consoliamoci con le nuove “primavere arabe”


Altri ancora, cambiano bersaglio e, nell’impudenza  come marchio deontologico,  trovano altri servi encomi  e codarde ingiurie da praticare: migranti, Libia e, soprattutto, Cina, come ora vogliono il Pentagono e l’Intelligence. Tanto che, subito, la presunta alternativa di “manifesto “ e “Fatto Quotidiano” s’è impegnata nel fresco di giornata “Cinagate”: una campagna  che descrive quel paese come poco meno di un orrendo campo di concentramento dove si sorveglia, controlla e punisce perfino il respiro che non esca dritto dalla bocca formulando la scritta Xi Jinping. Descrizione che ovviamente fa da antidoto alla buona impressione di progresso, comunicazione, pace, che qualcuno ha potuto illudersi che fosse la nuova Via della Seta.

Primeggiano nella luce dell’informazione di servizio i depistatori che si gettano sulle “primavere arabe” dei paesi ostici da normalizzare: Sudan e Algeria. E qui grande è la delusione per il fatto che non tutto del classico programma Soros-Cia abbia funzionato, dato che i militari hanno sventato l’auspicata Maidan arabo-africana. Se ne rammaricano i media del colonialismo – “manifesto”, “Fatto quotidiano”, Tg, tutti – che già a suo tempo avevano operato per tagliare al Sudan il Sud petrolifero (Usa, Israele, Vaticano) e che poi avevano fatto passare una disputa per l’acqua tra agricoltori e allevatori del Darfur, altro pezzo da amputare al Sudan, come spietata caccia all’uomo dei governativi “diavoli a cavallo”, i “janjawid”. Li ritrovate tutti quanti a fianco dei “ribelli” siriani, mentre fanno finta che tra questi e quelli che bruciano o scorticano vivi civili e soldati, ci sia differenza.

Il contrapasso


Il ministro della Giustizia Barr annuncia un’inchiesta, non più sulle mene anti-Usa di Mosca, ma proprio su quelle anti-Mosca del Russiagate. Indagate alcune delle più pregiate agenzie di sicurezza e spionaggio americane. A partire dall’FBI  e dalla Cia, nel suo prestigioso ex-capo, nemico mortale di Trump, John Brennan. Sembra il contrappasso di Dante. Chissà che non gli venga voglia, visto che gli Usa rivendicano una giurisdizione su tutto il globo, di inquisire e inchiodare anche un po’ di fake giornalisti autori della fake news più grossa del secolo? Non ci opporremmo, visto che dalla Procura di Roma, se non c’è di mezzo Virginia Raggi, poco c’è da aspettarsi.

Assange: colpita al cuore la libertà. Non solo di stampa

Chelsea Manning

Infame e segno di arbitrio assoluto e di totale disprezzo del diritto e della democrazia sono l’arresto di Julian Assange e il rientro nel carcere, e addirittura in isolamento, di Chelsea (Bradley, quando era uomo) Manning. Chelsea, imprigionata per aver avuto la dignità e il coraggio di non testimoniare contro Assange davanti a una di quelle mostruosità giuridiche che sono i Gran Giurì segreti, veri tribunali speciali, è l’ex-analista dei servizi del Pentagono che a Wikileaks ha fornito molti dei dati che rivelano e denunciano i crimini contro l’umanità e di guerra delle truppe Nato e Usa nei vari teatri di guerra, come anche gli intrighi e i complotti e le operazioni terroristiche tessuti con governi complici a danni della pace, della legge, dei dissidenti. Un quadro raccapricciante basato su centinaia di migliaia di messaggi riservati passati tra governo Usa e sue ambasciate e governi alleati. Niente di sorprendente per chi ha presente quanto le operazioni segrete Usa, con Gladio, Stay Behind, mafia, terrorismo neofascista e rosso, hanno fatto in Italia e in altri paesi.

 
Assange al momento dell’arresto


Assange, una di quelle gole profonde (whistleblower), come Edward Snowden che ci ha rivelato come la NSA spiasse l’universo mondo, di cui tanto avremmo bisogno per infrangere occultamenti e inganni di regime e mediatici, viene non per caso stigmatizzato con particolare livore da coloro che coltivano il seme del tradimento e la proliferazione degli amici del giaguaro. In Europa eccellano giornali quinte colonne come il “manifesto”, “Liberation”, “Le Monde” e “The Guardian”, che è arrivato, poi costretto a ritrattare e a scusarsi, a inventare una visita di Paul Manaford, responsabile della campagna presidenziale di Trump, ad Assange, nell’ambasciata, per concordare con lui lanci di fango contro Hillary.

Ho incontrato Rafael Correa prima a Quito, alla vigilia della sua vittoria per la presidenza sull’onda della “revolucion ciudadana” che liberò il paese dai manutengoli degli Usa e la fece entrare nel consesso antimperialista dell’A.L.B.A. e, poi, a Roma, dove fece tappa per un tour di denuncia del cambio di rotta operato da Lenin Moreno e dei rischi ora corsi da Assange. Mi disse che Washington, i servizi americani, non avrebbero mollato l’osso e che occorreva con la massima urgenza una mobilitazione del giornalismo onesto e libero e dei cittadini che lo consideravano essenziale alla democrazia per salvare uno dei più validi assertori del diritto alla conoscenza di ciò che fanno i governanti. Scrissi qualcosa, mi guardai in giro, non si sentiva volare una mosca. Né, tanto meno, una parola in difesa di Assange. La FNSI  sparava ipocrito sdegno contro chi, nel mondo politico, osava criticare l’irreprensibile professione.  Amnesty, HRW e gli altri umanitari non assumono “prigionieri di coscienza” catturati dagli amici.

Oggi i poteri che mirano a stringere il mondo intero nella loro morsa a forza di menzogne, soffocamento, terrorismo e guerre, hanno trovato chi sacrificare al dio Mammone. Uno che gli ha dato davvero fastidio. Quanto resiste, a fatica, del giornalismo mondiale, da anni leva la sua voce in difesa di Wikileaks e del suo fondatore. Presidi e manifestazioni si sono tenuti ovunque. Non da noi. E cosa fanno i colleghi i italiani di Assange e Manning? Quando non sputano, guardano dall’altra parte. E mai nello specchio.



Concludo con queste parole di Alessandro Di Battista: “Il governo italiano ha il dovere di mettere in campo ogni iniziativa possibile a sostegno di Assange e di Wikileaks, un’organizzazione alla quale tutti quanti dobbiamo moltissimo. Se lo farà, bene, altrimenti non ci sarà alcuna differenza con gli scendiletto degli americani che ci hanno governato negli ultimi trent’anni. Costoro non sono giornalisti, ma sicari della libertà d’informazione. Volete sapere chi sono? Volete i loro nomi e cognomi? Sono tutti coloro che non difendono un patriota dell’umanità come Assange”.

Patriota dell’umanità. Ben detto

mercoledì 10 aprile 2019

MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL'ARRESTO


Molti, dopo l'ultimo mio post sul XX anniversario dell'aggressione Nato alla Serbia, mi chiedono di ripubblicare l'intervista che feci a Milosevic, nella sua abitazione, pochi giorni prima del suo arresto e del successivo trasferimento nel carcere dell'Aja. Eccola. 
L'intervista fu rifiutata da "Liberazione", con il pretesto che avrebbe "appiattito il giornale e il partito (PRC) su Milosevic". La pubblicò poi il Corriere della Sera. E' lunga, ma ne vale la pena ed è  per la Storia.




MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL'ARRESTO IL 29 MARZO 2001


(25 marzo 2001)

Di FULVIO GRIMALDI

L'appuntamento con Slobodan Milosevic ricorda quelli che ho avuto
ripetutamente con Yasser Arafat: assoluta incertezza sul luogo e sui
tempi dell'incontro fino alle 19 di venerdì sera, mentre mi accingevo a
partire per Kragujevac per intervistare i dirigenti del sindacato di
sinistra che hanno appena registrato una sorprendente, schiacciante
vittoria sul sindacato vicino al nuovo potere, nelle elezioni per il
rinnovo dei dirigenti sindacali della fabbrica automobilistica
Zastava.  In quel preciso momento arriva l'ex.ministro degli esteri e
oggi vicepresidente del Partito Socialista Serbo, Zivedin Jovanovic,
del quale pure era stato annunciato l'arresto, poi smentito, insieme a
quello, effettivo, di otto alti dirigenti del partito. Vengo portato di
gran carriera alla residenza dell'ex-presidente e nel tragitto
Jovanovic esprime il timore che tutti questi arresti e una feroce
campagna contro Milosevic, allestita dal movimento giovanile del
premier Zoran Djindjic, le "Camicie Nere", insieme all'organizzazione
Otpor, rivendicata dagli USA come proprio strumento insurrezionale,
stiano cercando di fare il vuoto intorno a Milosevic, in vista
dell'arresto entro il 31 marzo, intimato da Washington pena il rifiuto
di qualsiasi finanziamento e il mantenimento delle sanzioni.
Passati per la cancellata  della residenza, nella periferia di
Belgrado, attraversiamo un ampio parco, fortemente illuminato e
presidiato da militari dell'esercito e da carri armati che mi  dicono
posti a difesa di Milosevic, contro un qualche colpo di mano che voglia
arrivare alla sua cattura.
Sull'uscio di un fabbricato a un piano, l'ex-presidente jugoslavo mi
viene incontro e mi saluta con cordialità. Vengo introdotto in un ampio
salone di stile neoclassico, con al centro tre divani a ferro di
cavallo. Milosevic si siede su quello centrale, con me e Jovanovic ai
due lati. Chiede di non utilizzare apparecchi di registrazione e
insiste che questa è una conversazione e non un'intervista. Ma mi
consente di pubblicarla.
Slobodan Milosevic, 60 anni, appare più giovane e più vigoroso di
quanto non risulti nelle foto o in televisione. Non da l'impressione di
un uomo sconfitto e piegato, magari impaurito. Si esprime con la stessa
spontanea e tranquilla sicurezza che lo avevano caratterizzato in altre
occasioni. Apparentemente animato da  ottimismo, esprime i suoi
ringraziamenti a tutti coloro che, nel mondo, manifestano solidarietà
alla Jugoslavia, ne sostengono la sovranità  e integrità e condannano
sia l'aggressione Nato, sia la richiesta di Carla del Ponte e degli USA
di consegnarlo al tribunale internazionale dell'Aja, da Milosevic
definito il "braccio illegale della Nato" e "uno strumento per
perpetuare il genocidio della Jugoslavia". A questo proposito, l'ex-
ministro Jovanovic illustra un forte scontro in corso tra il premier
serbo Zoran Djindjic, definito l'uomo dei servizi tedesco-americani, e
il presidente Vojislav Kostunica. Verterebbe sui vertici delle forze
armate, apparentemente ancora fedeli all'ex-presidente (che però ne
avrebbe sempre voluto inibire l'intervento contro il nuovo potere), che
Djindjic starebbe sostiutuendo  con uomini di sua fiducia. Alla mia
prima domanda sulla possibilità di un arresto di Milosevic, sia
Jovanovic che l'ex-presidente si dicono fiduciosi in una risposta di
massa. Jovanovic parla addirittura di possibile guerra civile,
specialmente se Djindjic dovesse decidere di consegnare Milosevic nelle
mani del Tribunale dell'Aja, un tribunale squalificato non solo agli
occhi dei sostenitori del vecchio governo,  ma visibilmente
inaccettabile per gran parte della popolazione che, pur schierandosi
contro colui che per dieci anni è stato presidente della Serbia e della
Jugoslavia, resta critica dei bombardamenti Nato e di quello che viene
visto come uno strumento legale per rovesciare sui serbi la
responsabilità di quanto hanno subito, in termini di smembramento,
danni e uccisioni, i popoli jugoslavi, nonché per evitare qualsiasi
richiesta di risarcimento e di bonifica dei territori contaminati dalla
chimica e dall'uranio.
La conversazione, dominata da Milosevic e che mi lascia poco spazio per
le domande, scivola subito su quella che, non essendovi ancora state
avvisaglie di un tentativo di cattura del capo socialista, appare come
la questione più bruciante: gli attacchi dei "terroristi" UCK in
Macedonia e Serbia del Sud. "E' in corso", dice con gravità
Milosevic, "una enorme manovra di destabilizzazione del Sud-Est
europeo. I terroristi dell'UCK vengono utilizzati dagli USA in funzione
antieuropea ed antibalcanica con il miraggio della "Grande Albania". In
stretta collaborazione con il regime turco, uno dei massimi
finanziatori degli albanesi, si stanno attivando, sotto la direzione
UCK e con la copertura politica di Rugova, tutte le minoranze albanesi
nei paesi balcanici: Serbia del Sud, l'intera Macedonia e presto anche
Bulgaria e Grecia, dove vivono forti comunità albanesi (800.000 in
Grecia). In Romania, invece, vengono istigate alla rivolta le minoranze
ungheresi. Lo scopo strategico è di mantenere in permanente subbuglio
l'intera area, contro l'interesse europeo ad una stabilizzazione, in
particolare per contrastare le tendenze anti-Nato forti in Grecia e in
crescita in Bulgaria e Romania e per assicurare ampi territorio al
controllo della criminalità narcotrafficante diretta dall'UCK.
L'approccio politico è ancora una volta inteso a sfruttare le
differenze etniche".
Chiedo al mio interlocutore se non ritenga che anche il precedente
governo jugoslavo non abbia la sua parte di responsabilità in questa
frammentazione lungo linee etniche, religiose, linguistiche, culturali
e per il  controllo delle rotte delle risorse energetiche. Milosevic
risponde con fervore: "La Federazione jugoslava, con la sua convivenza
pacifica, era un modello di Unione Europea, fino a quando non sono
entrate in gioco le trame del'imperialismo tedesco ed americano Viveano
in pace  popoli di diversa cultura, storia, confessione. Vivevano in
armonia da 80 anni. In Jugoslavia non si chiedeva a nessuno di che
razza o nazionalità fosse. La rottura è venuta quando da fuori si sono
istigati gruppi di potere con la promessa di grandi privilegi personali
e di elite. Quanto alla popolazione croata, per esempio, come si
sarebbe potuto convincerla della bontà di una frantumazione, quando
tantissimi croati vivevano in Bosnia, in Serbia e in Kosovo? Lo stesso
valeva per i serbi, a cui invece è poi stata negata
l'autodeterminazione, e per i musulmani. Non era nell'interesse
nazionale di nessuna di queste comunità  arrivare a una divisione e
contrapposizione."
"Anche la Germania e gli USA hanno un sistema federale".
"Già, ma nessuno per ora ha cercato di mettere il dito in quei
matrimoni. Quello degli Stati Uniti, del resto, è un sistema federativo
obsoleto e che presto andrà in forte crisi perché riconosce solo
geometriche divisioni geografiche e non le diverse comunità etniche,
culturali, linguistiche, sociali. Di fatti è un sistema che non sa dare
risposta alle sacrosante richieste dei latinos, dei neri, dei nativi,
degli italiani, dei poveri. Si tratta di comunità emergenti che
vorranno essere riconosciute. Tanto che Bush ha sentito il bisogno di
rivolgersi in spagnolo agli immigrati latinos. Dovrebbe essere un
principio di riconoscimento delle comunità etniche e sociali. E' la
dimostrazione che tutti esigono un nuovo codice, una nuova formula di
convivenza. E di questi la Jugoslavia era un esempio. Anche questo
spiega perché è vista come nemica dai poteri attuali"
A Belgrado, nei giorni precedenti, si era svolto un convegno
internazionale convocato dal Forum di Belgrado, una coalizione delle
sinistre jugoslave, nel secondo anniversario della guerra. Da molti
paesi, Stati Uniti, Germania, Russia, Palestina, Iraq, Libia, Grecia,
Italia e altri paesi erano venute delegazioni ad esprimere solidarietà
a questo paese. Milosevic ne è apparso molto incoraggiato: "Gli
italiani che ci hanno visitato durante la crisi, tra i quali Cossutta e
molti politici di paesi europei,  ci hanno fatti chiaramente capire che
i loro paesi non sono indipendenti. Al popolo italiano non è stato
neanche chiesto se volesse una guerra. Se ne è parlato informalmente in
Parlamento. E' la prova che la Nato non è un'alleanza tra uguali, ma
una macchina da guerra che si trascina dietro tutto l'Occidente. I
popoli vengono sopraffatti e assistono inermi alla distruzione di
ospedali, scuole, treni e autobus pieni di civili in un paese amico e
inoffensivo"
Poco prima del mio arrivo, Milosevic aveva dato un'intervista al
quotidiano israeliano Haaretz. Ne cita qualche osservazione ribattendo
all'affermazione di Kostunica secondo cui ci sarebbero similarità tra
il Kosovo e Gerusalemme, entrambi aggrediti dai musulmani: " E'
un'interpretazione aberrante e razzista. Le similarità sono altre, sono
quelle tra genocidio dei serbi e genocidio degli ebrei e, ora,
genocidio dei palestinesi. I mezzi sono differenti: non più camere a
gas, ma una scientifica satanizzazione dei nemici attraverso i media.
Si tratta di anestetizzare la sensibilità pubblica di fronte al
massacro di civili e all'embargo." Nelle parole di Milosevic si
inserisce una punta di indignazione e il suo gesticolare si fa ampio e
veloce: "Ci hanno lasciato un esercito assolutamente integro, ma hanno
fatto stragi di civili, bambini, infrastrutture: 88mila tonnellate di
esplosivo e di uranio sulle teste degli jugoslavi. Siamo l'unico popolo
che sia stato bombardato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E
con un'arma criminale e genocida come l'uranio. Queste sono le
analogie!"
Sottopongo a Milosevic una questione che dovrebbe risultare
inquietante: la mancata o debole solidarietà manifestatagli nel mondo
da parte della maggioranza delle sinistre, anche di quelle che si
dicono contrarie all'egemonia Nato. L'ex-presidente assume
un'espressione amareggiata e punta ancora una volta il dito sui mezzi
d'informazione che, in questa occasione, avrebbero perfezionato agli
ordini del supremo potere politico-economico-militare USA, salvo poche
eccezioni, un meccanismo quasi perfetto di narcotizzazione: "Un
meccanismo fondato sull'inganno che, dunque, ha abolito la democrazia
sostanziale in America e in Europa. Si sono vendute menzogne anziché
verità. E' incredibile: adesso non hanno più nessuno scrupolo ad
ammettere di non aver trovato tracce di una pulizia etnica fatta dai
serbi in Kosovo (mentre loro ne hanno protetto una dell'UCK), che le
foto di presunti campi di concentramento serbi erano un fotomontaggio,
che i duecentomila stupri erano secondo l'.ONU, tra tutte le parti e in
tutta la guerra, solo 300, che non si sono trovate le fosse comuni. A
che servono le istituzioni democratiche e la libertà se tu, governo,
non diffondi che bugie? Una democrazia non è possibile senza la verità.
Le istituzioni diventerebbero delle  vuote quinte".
Poi Milosevic mi ha invitato a confrontare il pluralismo dei media (e
dei partiti) esistenti in Jugoslavia, perfino durante la guerra , con
la granitica omologazione della stampa in Occidente.
"Ma voi alcuni dei media d'opposizione li avete chiusi." A questo punto
si inserisce nella conversazione il vicepresidente del PSS, Jovanovic:
"Per brevissimo tempo, quando in piena aggressione incitavano il popolo
a liberarsi con la violenza del governo ed era stato provato che
venivano diretti e finanziati dalla CIA. Agivano da quinta colonna e
istigavano alla sovversione violenta. Qualsiasi governo avrebbe reagito
in quel modo. Anzi, da noi, pure in guerra, non c'era neanche la
censura e a Belgrado 4 quotidiani su 6 ci attaccavano
sistematicamente".
"Presidente. Una domanda che molti dei suoi denigratori considereranno
provocatoria. Cuba, col suo partito unico resiste da oltre 40 anni. Non
c'è stato da voi un eccesso di democrazia, visto che l'opposizione se
la sono potuta comprare gli americani?"
"E chi lo può dire. Io alla democrazia ci tengo. Se non è democrazia il
fatto che ci fossero i partiti d'opposizione e il 95% dei mezzi
d'informazione erano in mano loro... Non hanno mai subito censure. In
Kosovo c'erano 20 giornali albanesi che tuonavano contro il governo.
Non sono mai stati chiusi. Da noi non c'è mai stato un priginiero
politico e ora questi concedono l'amnistia a terroristi, tagliagole,
infanticidi. E così che si difene il Sud della Serbia aggredito? Da noi
tutti potevanol avere il passaporto, Rugova teneva conferene stampa al
centro di Belgrado attaccandomi a morte. Mai nessuna vessazione,
nessuno ucciso. Eppure mi hanno accusato di omicidi quando in 12 anni
nessun oppositore è stato ucciso. Sono stati invece uccisi i miei
migliori amici. Se potessero mi darebbero anche la responsabilità
dell'uccisione di Moro o di Kennedy. Ma le bugie hanno le gambe corte.
Mi hanno accusato di crimini di guerra e il giorno prima hanno lanciato
le foto satellitari delle fosse comuni. C'è stata una rivolta di 22
mesi in Kosovo, e non hanno trovato che una fossa comune, piena di
serbi. Questo tribunale dell'Aja e le sue bugie non sono che una parte
del meccanismo di genocidio del popolo serbo, mascherato con una
spruzzata di croati e musulmani. Del resto, la Del Ponte era coinvolta,
nella Commissione Europea, in un gravissimo scandalo. Poi  l'hanno
fatta procuratore all'Aja".
Sottopongo a Milosevic l'osservazione di molti, secondo cui lui sarebbe
stato a un certo punto "l'uomo degli americani". L'ex-presidente
respinge con veemenza la definizione: "Mai. Semmai ho trattato con gli
americani finchè appariva che volessero salvaguardare l'unità della
Jugoslavia, o almeno di quanto rimaneva dopo le secessioni di Croazia
e  Bosnia. Del resto i continui ricatti e strangolamenti del FMI, cui
ci siamo dovuti piegare fino a un certo punto per le condizioni
terribili in cui le secessioni e le sanzioni avevano gettato il nostro
paese, raccontano un'altra storia. Gli USA devono rendersi conto che
non è possibile avere la democrazia in casa propria e sottomettere
altri popoli. E' una contraddizione in termini. Posso capire che gli
Stati Uniti, il paese oggi più potente e ricco, abbia l'aspirazione a
fare da leader della squadra. Ma due anni fa ho detto a Holbrooke
(inviato di Clinton.Ndr.), quando ci minacciava: avete sbagliato
millennio, non il secolo. Potevate essere i capisquadra lanciando un
grande progresso per il benessere, la diffusione delle tecnologie,
della giustizia, della democrazia. La vostra ossessione di dominio e di
profitti vi  porta invece a uccidere gente e piccole nazioni, come
Giulio Cesare 2000 anni fa. Il vostro è un comportamento cesarista:
comico se non fosse tragico. Per voi esiste solo la vostra economia di
mercato che produce, accanto a straordinari profitti per pochi,
diseguaglianze e sfruttamento. La vostra massima legge nella conquista
del mondo è abbassare il costo del lavoro. Siete portatori di un nuovo
schiavismo."
Chiedo a Milosevic se non abbia registrato, nei mesi dopo la sconfitta
e la pulizia etnica dell'UCK contro le minoranze in Kosovo ,
riconosciuta se non condannata da tutto il mondo, un mutamento
dell'opinione pubblica interna ed internazionale. "Per fortuna",
risponde Milosevic, mentre sul tavolino si ammonticchiano caffè,
bibite, tè portati da un militante del partito, "non siamo in Uganda ma
in Europa, dove, nonostante la marcia blindata della stampa, si stanno
aprendo spiragli alla presa di coscienza. Lo noto soprattutto tra gli
albanesi che, in numero enorme, sono fuggiti dal Kosovo in Serbia.
Holbrooke mi disse chiaro e tondo: "Non ce ne importa niente degli
albanesi". Ebbene, a noi serbi, gli albanesi stanno a cuore, sono
nostri cittadini. Gli ho anche posto una domanda cui non ha risposto:
quali interessi mai potete avere voi, USA, a un'alleanza con terroristi
e trafficanti di armi, droga, organi, che a un certo punto non saprete
più controllare?"
Faccio a Milosevic l'obiezione che tante volte è stata sollevata in
Occidente: l'abolizione dell'autonomia del Kosovo. La risposta è
tecnica. Non ci sarebbe mai stata una tale abolizione. Nel 1989, dopo
numerosi pogrom antiserbi, al Kosovo si sarebbe tolta la facoltà di
paralizzare la federazione con un diritto di veto che una provincia
poteva imporre alle altre provincie autonome,  alle repubbliche e,
addirittura, all'intera federazione. Nel discorso che Milosevic tenne a
Kosovo Polje, giudicato di un nazionalismo esasperato, l'allora
presidente avrebbe invece sollecitato all'uguaglianza  e al rispetto
tra tutti i popoli della federazione. E mi cita le parole testuali del
discorso.

Alla conversazione  non può sfuggire l'antefatto principale della
guerra: Rambouillet e un accordo che prevedeva, come ammesso dallo
stesso Dini più tardi, l'occupazione  dell'intera Jugoslavia da parte
delle forze Nato, a la loro sottrazione alla giurisdizione della
magistratura federale. Racconta Milosevic: "Durante i negoziati di
Rambouillet, il generale Wesley Clark  è andato ripetutamente con
Hashim Thaci, leader dell'UCK, nei ristoranti parigini. Eppure tutti
sapevano che Thaci aveva per ufficiali pagatori i narcotrafficanti
albanesi. Cosa ne poteva venire di positivo al popolo americano? Di
intese con la mafia si può avvantaggiare solo un profitto economico
senza scrupoli. Ma quell'intesa continua a funzionare e a produrre
disastri nei Balcani".
Milosevic, sul quale di lì a poco si abbatterà la resa dei conti
finale, non da l'impressione di un uomo braccato, in cerca di una
qualsiasi via d'uscita per sé e per la famiglia. Anzi, del suo destino
personale non parla mai. Crede nella possibilità di una resistenza che
si svilupperà e che trarrà impulso dalle sempre più disastrose
condizioni della popolazione. In effetti, la Belgrado di oggi, tuttora
sottoposta ad embargo, salvo per il petrolio, appare più spenta, cupa,
desolata di quella del tempo di guerra e del dopoguerra. L'inflazione
galoppa al 100%. Secondo dati dei ricercatori scientifici, taciuti o
minimizzati dalle autorità, le patologie da contaminazione chimica e
radioattiva dilagano. A Pancevo, l'Istituto dell'Igiene del Lavoro
denuncia un  buon 80% della popolazione adulta affetta da tumori,
linfomi e malattie connesse all'inquinamento.

Su una possibile risposta di lotta ai vincitori delle elezioni
presidenziali, Milosevic dice:"Quella che conta, nella vita delle
nazioni, è resistere. Il complotto antijugoslavo sta diventando
visibile. Guardate ai fatti semplici della storia. Nell'ottobre del
1997 c'è il vertice sudeuropeo a Creta. C'eravamo tutti e tra tutti si
era stabilito un ottimo accordo. Avevo anche suggerito un'area di
libero scambio sudeuropea, senza dogane. In un'economia di mercato, pur
con le nostre irrinunciabili salvaguardie dei lavoratori (la legge che
garantiva ai lavoratori delle industrie privatizzate il 60% delle
quote. Ndr), ogni paese avrebbe avuto spazi più ampi di manovra,
mercati più vasti. Un'ottima soluzione anche prima di un ingresso
nell'UE. Per gli americani era una minaccia. Anche Fatos Nano, il
premier albanese, era d'accordo per l'apertura delle frontiere alle
persone, alle merci, alla normalizzazione. Mi disse: il Kosovo è un
problema interno della Jugoslavia, non negoziabile. Nel sud-est le cose
si sarebbero potute risolvere in pace e cooperazione. E' stato un forte
segnale d'allarme per i destabilizzatori e un mese dopo il ministro
degli esteri francese, Hubert Vedrine, espresse gravi preoccupazioni
per la sorte del Kosovo. Perché, se non era preoccupato neppure Fatos
Nano? E subito dopo la Germania si mette ad organizzare e armare i
gruppi criminali. Nel 1988 iniziano a sparare a poliziotti, forestali,
magistrati, postini, bombe nei caffè, nei mercati. Abbiamo reagito come
tutti avrebbero fatto. Alla fine del '98 l'UCK era finito. In TV si
vedevano camionate di armi UCK consegnate alla polizia. Ma arriva
Holbrooke e insiste sulla spedizione di personale armato. Rifiutai
ovviamente e ci accordammo sulla missione di osservatori dell'OSCE,
solo civili. Appena Holbrooke ametteva che il problema era risolto, il
giorno dopo lo riapriva: erano arrivate nuove istruzioni da Washington.
Ma in Kosovo tutto restava calmo, alla presenza di 2000 osservatori
Osce, centinaia di membri della Croce Rossa, giornalisti, diplomatici.
Poi il criminale William Walker (capo dell''OSCE. Ndr) si inventò la
strage di Racak, successivamente smentita da tutti gli investigatori.
Fu il pretesto per Rambouillet e per l'aggressione. Quando il nostro
giurista Radko Markovic definì il diktat "spazzatura", James  O'Brian,
assistente della Albright, si inalberò: "Come può dirci questo? Non si
rende conto che il testo è stato preparato da colui che ha elaborato il
testo per l'indipendenza tibetana?" Ho detto tutto."
Chiedo a Milosevic se anche la distruzione della Jugoslavia faccia
parte del processo di globalizzazione. "La distruzione del mio paese è
la dimostrazione che non esiste la globalizzazione, ma solo un nuovo
colonialismo. Se si trattasse di vera globalizzazione, cercherebbe
l'integrazione, su basi di parità, di popoli, culture, religioni. Si
sarebbe preservata la Jugoslavia, che aveva messo in atto la formula
migliore. Se le nazioni, gli stati, i popoli fossero trattati da
soggetti pari, non conquistati, stuprati, se il mondo non dovesse
appartenere a una minoranza ricca, che deve diventare più ricca mentre
i poveri diventano più poveri, si avrebbe la giusta globalizzazione.
Non si è ma vista una colonia svilupparsi e conquistare la felicità. Se
si perdono l'indipendenza e la libertà, tutte le altre battaglie sono
perse. Gli schiavi non prosperano".
"Eppure a condurre la guerra sono stati i governi di sinistra,
socialdemocratici, europei".
"La disinformazione e manipolazione sono purtroppo penetrati anche
nelle sinistre, dato che oggi in Europa abbiamo solo sinistre false.
Blair, Schoreder, Jospin, D'Alema sono forse di sinistra? Perché Kohl è
stata rimosso  con il solito sistema degli scandali? Perché rifiutava
di sottomettere la Germania totalmente al controllo USA. Questi qua,
invece, sono disposti a fare da sciuscià. Gli USA sono penetrati nelle
loro strutture politiche e dunque mediatiche. Sono state
paradossalmente le sinistre a bombardarci. Con i greci di Mitsotakis,
per esempio, c'era un'intesa più rispettosa che con l'amerikano
Papandreu. Quanto agli italiani, ho poco da dire. Non si sono molto
adoperati per avere un dialogo con noi. Sono rimasti nell'ombra"
Chiedo a Milosevic giudizi su paesi e personaggi in qualche misura
all'orizzonte della crisi jugoslava. "La Cina? Ci sostiene
discretamente e indirettamente, ma si occupa dei fatti suoi. I cinesi
sono calmi e pazienti. Dicono di aver bisogno di cent'anni per
competere con le potenze imperiali. La Russia è stata distrutta
dall'amerikano Gorbaciov. Ingenui i russi se pensavano che la
devastazione si sarebbe fermata ai loro confini. Ora, forse, c'è
qualche segnale di ripresa. Ramsey Clark, l'ex-ministro statunitense
della giustizia  e leader dei diritti civili, è un grande combattente
per la pace. Quando iniziò la guerra Iraq-Iran, la crisi degli ostaggi,
Clark chiese a Kissinger cosa si aspettasse da quella guerra. La
risposta fu "che si uccidano a vicenda". La storia si ripete: guerra
tra slavi e tra slavi e musulmani perché si indeboliscano, si uccidano,
sgomberino il campo. Basta guardare al Kosovo, alla Cecenia, al
Daghestan, alla Macedonia. Ora gli USA si sentono minacciati da Putin
(sul nome del presidente russo Milosevic alza dubbiose sopracciglia.
Ndr), dalla Moldavia, dalla Bielorussia, dall'Ucraina. Li considerano
tutti minacce all'Occidente solo perché hanno iniziato a muoversi verso
sinistra e a curare con maggiore responsabilità i propri interessi.
Molte cose stanno cambiando. La gente si sveglia dall'ipnosi che gli
aveva fatto credere che il suo futuro dipendesse da FMI e Banca
Mondiale. Hanno rubato alla Russia centinaia di miliardi e poi
vorrebbero negoziare crediti a tassi d'interesse da strozzino. Questa
Russia ha un potenziale enorme. Deve liberarsi delle mafie nutrite
dall'Occidente che ne governano l'economia. Putin se ne rende conto e
questo spiega  tutte le sue recenti iniziative internazionali. La
Russia deve mandare al diavolo il Fondo Monetario i cui schemi servono
solo a distruggere quel paese".
"Certa sinistra europea l'ha accusata per le privatizzazioni".
Nella nostra costituzione tutte le proprietà sono garantite: statali,
sociali, cooperative, private. Il grado di privatizzazione dipende
dallo sviluppo dell'economia, dalle condizioni imposte dagli organismi
internazionali (che alla fine abbiamo rifiutato), dall'indebitamento e
dalla protezione sociale. Noi abbiamo cercato un equilibrio ottimale
nelle circostanze date. Abbiamo respinto una privatizzazione totale,
soprattutto dei settori strategici, per mantenerne il controllo
pubblico. Abbiamo assicurato ai nostri operai il 60% delle aziende
privatizzate e limitato al 40% i capitali nazionali o stranieri.
Nessuno in Europa lo ha fatto. Abbiamo dato molta terra ai contadini. I
10 ettari della precedente legge erano troppo pochi per una famiglia
nell'economia moderna. Ora gli ettari che si possono possedere  sono
160. Non è certo un latifondo.
Quanto alla Telekom, la mediazione di un miliardo e mezzo di un prezzo
che per noi era conveniente,  per gli italiani costoso, è andata per
metà a intermediari cechi. Noi non abbiamo visto un dinaro in termini
di mazzette. Quella somma ci occorreva per ricostruire un'economia
devastata dalle sanzioni che avevano determinato nel 1993 un'inflazione
del 350mila per cento. Entro il 1994 eravamo riusciti a ridurre
l'inflazione a zero. Il dinaro rimase stabile, l'inflazione sotto
controllo fino al l999. Eravamo in miseria, ma sani, e tra il 1994 e il
1998 il nostro PIL aumentò tra il 4 e l'8 per cento, più che in tutti i
paesi vicini, per quanto foraggiati. Ecco un'altra minaccia jugoslava:
non c'è un serbo che lavori in altri paesi, mentre qui vengono a
lavorare migliaia di rumeni e bulgari. Ne sono fiero.  Come sono fiero
della ricostruzione che in poco più di un anno questo paese ha saputo
fare. Oggi ci sono i black-out continui, allora neanche uno.

"Presidente, l'accusano spesso di aver accumulato tesori in banche
estere, anche se alcuni sospettano che si trattava di conti che
servivano ad aggirare l'embargo e nutrire la popolazione".
"Già, due anni fa Holbrooke mi annuncia:"La Svizzera ha congelato i
suoi conti". Gli risposi che gli avrei subito firmato la donazione di
tutti i miei fondi svizzeri. Del resto la massima autorità finanziaria
svizzera ha dichiarato di non aver trovato traccia di miei averi in
quel paese. L'unico conto che possiedo è qui in una banca e serve a
ricevere il mio stipendio. Ora si parla di Cipro, ma anche lì non hanno
trovato niente e hanno fatto arrabbiare molto i ciprioti".
"Presidente, nutre fiducia nel futuro? Le circostanze sembrano a lei
molto sfavorevoli. Si parla di un arresto imminente. Lo hanno chiesto
gli USA."
"Credo di poter nutrire fiducia. Tutto dipende dalla linea politica del
nuovo governo, da chi vi prevarrà e da come reagirà il popolo quando
capirà di essere stato ingannato e impoverito. Il gruppo dirigente è
molto diviso. Kostunica è meglio degli altri, pare voglia difendere gli
interessi nazionali, ma è debole e non ha la maggioranza nella
coalizione. Vedremo cosa ne verrà fuori. Noi intanto lavoriamo al
rafforzamento del partito, nostra unica difesa, e alla presa di
coscienza della gente. Sentiamo che il nostro punto di vista si sta
diffondendo tra operai, contadini, clero. Siamo invalidati dalla quasi
totale mancanza di mezzi d'informazione. Abbiamo un solo quotidiano.
Tutti i media sono controllati dalla DOS, altro che democrazia. Una
volta un giornalista in TV ha preso a criticare questa  blindatura
dell'informazione. Hanno immediatamente interrotto le trasmissioni. Con
noi non era mai successo".
Milosevic mi congeda con calore. "Grazie per l'informazione corretta".
E aggiunge con forza: "Never give up", forse in inglese perché suocera
intenda: arrendersi mai. Poi mi richiama per una citazione di Madeleine
Albright, la segretaria di stato di Clinton, riferitagli dal
giornalista del New York Times, Steve Erlander. Esclamò Albright: "Ma
come, Milosevic ha accettato il risultato delle elezioni? E' il colmo,
non è possibile! Lo avevamo incriminato apposta di tutti quei delitti,
per dieci ergastoli, onde non rinunciasse a nessun costo al potere. E
adesso questo se ne va... Non è una vittoria, questa".  Poi, con un
sorriso amaro, mormora una raccomandazione: "Non è vero che avessimo
saputo del bombardamento della nostra televisione. Hanno incarcerato
Dragoljub Milanovic, l'ex-direttore, per questo. Proprio lui che era
rimasto fino a pochi minuti prima delle bombe. Come se uno potesse
sapere il minuto secondo del botto. E' una delle tante infamie di Carla
del  Ponte per coprire il crimine del bombardamento sui giornalisti.
Non dovevano esserci? E lei in guerra non terrebbe presidiato il mezzo
di comunicazione più immediato per avvertire le popolazioni, chiamare
soccorsi, provvedere a  mantenere operativo il sistema di comunicazione
d'emergenza? Quei ragazzi erano tutti  volontari. Li ha uccisi la Nato.
Come ha fatto uccidere tutti i miei più cari e validi collaboratori
facendo passare gli omicidi come guerre di mafia".
E qui Slobodan Milosevic abbassa gli occhi. Adesso pare un po' piegato.

Fulvio Grimaldi

Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/878

Una versione abbreviata di questa intervista e' stata pubblicata
sul "Corriere della Sera" dell'1/4/2001

lunedì 8 aprile 2019

Libia, ultima battaglia ----- CHI HA PAURA DI KHALIFA HAFTAR ?.



Biscazzieri e bari
Nel paese del milione e mezzo di tossici da gioco d’azzardo, dei 70mila minori dipendenti, dei 19 miliardi spesi per il gioco, dei107 miliardi raccolti, delle 366.399 slotmachine,  delle 55.824 videolottery e delle 529 concessioni tra sportive, online, bingo, lotto e lotterie, volete che non ci siano e trionfino i bari? E’ un’intuizione facile. Basta  leggere nel giornale di oggi, prima, i dati allarmanti dei biscazzieri e delle loro vittime e, poi, i resoconti allarmatissimi sulle vicende di una Libia a rischio di essere unificata, diononvoglia, addirittura militarmente. Anatema, dopo che, negli 8 anni dalla frantumazione del più ricco e avanzato paese dell’Africa, tanto si era fatto per tenerlo diviso e spartito tra i vari interessi che, dopo averlo cucinato, si apprestavano a divorarlo.

Bari allora, quando ci trascinavano per i capelli alla guerra raccontandoci che Gheddafi bombardava la sua gente (e io ero proprio nel punto dove sarebbero cadute le bombe e non c’era che un tranquillo mercato), che allestiva fosse comuni e tutti vedemmo un cimitero normale con fosse scavate per morti normali, che rimpinzava di viagra i soldati libici perché stuprassero meglio le donne libiche (Save the Children, Ong ripresa da tutti), mentre io incontravo ragazze del liceo che, con i loro compagni, si addestravano alla resistenza. Bari oggi, quando ci terrorizzano con una Libia nel caos per colpa del “feldmaresciallo” militarista, mentre sul caos dai loro padrini militaristi, provocato dal 2011 in qua, ci hanno costruito traffici di petrolio e migranti.

Perché da quando il colonialismo è colonialismo, l’imperialismo è imperialismo, la Nato è Nato e il PNAC è PNAC (Piano per il Nuovo Secolo Americano dei Neocon), se non riesci a farne un boccone, del soggetto da abbattere, ne fai spezzatino. Approfittando del caos che, in mancanza di vittoria, ti sei lasciato dietro e che andrai potenziando. Così abbiamo visto nella recentemente rivisitata Jugoslavia, spezzettata in almeno sei frantumi; nella Serbia, cui hanno epurato e poi strappato il cuore kosovaro; nella Siria, con un terzo, etnicamente pulito, affidato dagli Usa prima all’Isis e poi ai curdi; nell’Iraq, dove però è andata buca l’operazione califfato, ma aleggia ancora quella della spartizione tra sciti e sunniti; e da noi, dove quelli delle “autonomie differenziate” vanno spaccando l’Italia per mettersi a disposizione del nuovo Sacro Impero franco-tedesco.

Haftar, unità della Libia in vista


Ora salta fuori quel generalone di Khalifa Belkasim Haftar, già comandante di Gheddafi nella guerra persa in Ciad, esule negli Usa, rientrato dopo l’impresa di Sarkozy, Cameron, Obama e del nano da giardino Berlusconi e per niente d’accordo, né con il proposito di costoro e dei loro successori, di dividere il paese in tre, né di decidere loro a chi e quanto gas e petrolio vadano. Per cui si è messo a capo delle forze armate, Esercito Nazionale Libico, che obbediscono all’unico governo legittimo, quello eletto e insediato a Tobruk.

E qui tocca puntualizzare un tantino, rispetto al quadretto che i bari in Occidente, e con particolare diligenza i nostri, ci impongono sulla situazione istituzionale della Libia.  All’inizio del 2014, con un colpo di mano, i Fratelli Musulmani, sconfitti in Egitto, esautorano la maggioranza parlamentare nazionalista, laica e federale e impongono la Sharìa. A giugno, nuove elezioni decretano il trionfo dello schieramento laico e nazionalista, che decide di trasferire la Camera dei Rappresentanti  a Tobruk, nel frattempo liberato in gran parte dal generale Haftar dagli elementi islamisti, nell’intento di avvicinare la Cirenaica al resto del paese, Tripolitania e Fezzan al Sud. I Fratelli Musulmani si impongono a Tripoli, si definiscono Governo di Accordo Nazionale, si avvalgono dell’arrivo dei jihadisti di Al Qaida e Isis da Turchia e Qatar e governano poco più della città, grazie a una pletora di milizie, peraltro in lotta continua tra loro, in uno spietato arraffa arraffa di quanto lo spolpato paese può ancora offrire tra contrabbando di petrolio, prelievi dalla Banca Nazionale e traffico di migranti in combutta con le note Ong.

Riconoscere chi è stato eletto? Quando mai.
Chi si affretta a riconoscere un legittimo rappresentante della Libia? Coloro che ne avevano operato la distruzione? Cioè il mondo della democrazia rappresentativa, quello fondato su libere elezioni e sui diritti umani e civili? Quelli che si definiscono “comunità internazionale” (leggi Nato) e che mettono le loro ipocrisie al riparo dell’ombrello dell’ONU? E non riconoscono forse l’unico parlamento e rispettivo presidente, Aguila Saleh, legittimati da elezioni regolari, tra l’altro meritevoli di encomio per essere l’unica forza politica e militare che combatte l’estremismo terrorista patrocinato dalla Fratellanza e che ha portato in Cirenaica un’accettabile ordine economico e sociale, con tanto di terminali petroliferi, concentrati sulla costa della  Cirenaica fatti mettere in azione dalle rispettive compagnie, oltre alla NOC libica, l’ENI e altre?


Figurarsi!  Sono i colpevoli di aver messo i bastoni tra le ruote a chi prospettava i suoi successi su spartizione e caos. A coloro che, quanto meno, puntavano sul proconsolato di un governo controllato  dai Fratelli Musulmani che, fin dagli anni venti, sono i fiduciari del Regno Unito e dell’Occidente colonialista nel contrasto al panarabismo laico e socialista. Sono i nostalgici di una dittatura che ha riaccolto la componente gheddafiana, sociale, politica e militare, giustamente epurati da quelli di Tripoli, gli amici della Sharìa, che ne avevano condannato a morte, o al carcere, tutti gli esponenti, fino all’ultimo maestro di scuola pubblica. Figurarsi! Con il Tribunale Penale Internazionale che, dopo Muammar, aveva voluto incriminare anche Saif al Islam Gheddafi, il figlio maggiore, per crimini contro l’umanità. Sono i detriti revanscisti che ora arrivano a parlare di Said come possibile candidato alla presidenza!

Figurarsi! Sarebbe un controsenso nell’inappuntabile logica dell’imperialismo. Come nel caso dell’Egitto, con i Fratelli musulmani di Morsi e rispettive milizie terroriste, la scelta non può non cadere su chi obbedisce, promette spappolamento dell’unità nazionale con conseguente subalternità strutturale agli interessi che nel 2011 si erano avventati sul bottino. La scelta non poteva non cadere su Fayez Al Serraj, proclamatosi presidente di quanto di islamista era rimasto a Tripoli, e sul suo pseudo-parlamentare entourage. Lo traghetta a Tripoli una nave italiana, sulla quale rimane bloccato per l’impossibilità di entrare in una capitale in preda alle bande islamiste. Grazie a spartizioni di varia natura garantite ai capibanda, riesce ad assicurarsi l’appoggio, per altro costantemente a rischio, di alcune e, soprattutto, della più attrezzata ed esperta milizia della città Stato di Misurata. Riesce così a spostare il suo “governo” in un albergo della capitale e ad assicurarsi il controllo di qualche quartiere e di alcune località lungo la costa verso la Tunisia. Quelle che hanno in mano il business dei migranti e dei rispettivi campi di raccolta. E, di conseguenze, la collaborazione con le Ong e i ricatti nei confronti dei paesi di sbarco.

La mia Libia
Durante la guerra, nella primavera del 2011, ho trascorso due lunghi periodi in Libia. L’ho percorsa in lungo e in largo incontrando di tutto: studenti, mercanti, politici, giornalisti, lavoratori, donne, combattenti, insegnanti, migranti africani.  Ero a Tripoli quando cadevano i missili e le bombe partiti da Sigonella e sfracellavano case, ospedali, scuole per disabili, centro di solidarietà araba e africana, infrastrutture, depositi di viveri, porti e aeroporti. Da est avanzavano i jiahadisti e le forze speciali dei vari paesi Nato. Con mezzi infinitamente inadeguati, Gheddafi, l’esercito, le forze popolari resistevano. Ma si era tutti consapevoli che l’assalto di mezzo mondo contro il più renitente, ma anche il più pacifico, dei paesi africani sarebbe finito come è finito. Ciononostante, ovunque la gente, la popolazione, dichiarava con assemblee, presidi, corsa alle armi, soccorso civile, la sua lealtà alla Jamahirja, la sua fedeltà a Gheddafi, poi trucidato come Hillary Clinton voleva. Non c’era dubbio che questo popolo sapeva chi fossero i nemici. Tanto è vero che quelli li hanno dovuti importare tutti quanti.  E non se l’è scordato.Tanto è vero che, almeno da qualche informatore estero, si apprende che la marcia di Haftar, fino  a circondare Tripoli da tutti i lati in due o tre giorni, dopo aver liberato il Sud del Fezzan e della Tripolitania, con i rispettivi grandi giacimenti, è stata ovunque accolta dal giubilo della popolazione.


Misurata, un inferno vero
Ho anche avuto esperienza di Misurata. Una città in mano a una dozzina di oligarchi cui i rifornitori Nato avevano prestato particolare attenzione. E anche i celebrati Medici Senza Frontiere, lì installati. Mai li ho visti, tra Somalia, Iraq e Siria, dalla parte delle vittime dell’Occidente. Efferata nei confronti dei “gheddafiani”, anche solo contro chi non intendeva partecipare, la milizia di Misurata dava a questi la caccia, li catturava, torturava, stuprava le donne e le faceva a pezzi. Quello,sì, un vero inferno di cui nessuna Ong, con i  rispettivi corifei medatici, si è mai scandalizzata, ma di cui potete trovare agghiacciante testimonianza nel mio documentario “Maledetta Primavera – Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato”.



I misuratini si sono poi confermati un’eccellenza nel mercenariato assoldato dai nostri pacificatori nella successiva pulizia etnica dei libici neri, quelli di cui Gheddafi aveva proibito si chiamassero “neri”, Tawergha era una città vicina a Misurata, popolata interamente da libici neri, provenienti dal Sud del paese. Sono stati massacrati a migliaia dai prodi miliziani della città-Stato, un bagno di sangue senza precedenti in Libia, dopo quelli del maresciallo Graziani. Oggi le forze di Misurata costituiscono l’estrema possibilità per Al Serraj di non essere spazzato via e per il progetto colonialista di spartizione del paese di non vanificarsi.

Non va bene chi libera i rifugiati?

Fa riflettere che sulle nefandezze in Libia contro i neri, non solo di Tawergha, non si senta un sospiro, una deprecazione, al cospetto degli orrori negli attuali campi di raccolta ossessivamente denunciati da coloro che, per alimentare il traffico di persone, hanno bisogno di quegli orrori. Strano, visto che in tutti quei campi sono ormai presenti sia l’UNHCR, sia l’OIM, enti Onu per i migranti, che non si riesce mai a vedere, sui sanissimi giovanotti in arrivo l’indelebile marchio della tortura e delle privazioni e che per molto meno attribuito – falsamente – a Gheddafi, sulla Libia si scatenò l’apocalissi della “comunità internazionale”. Strano, anche, che proprio coloro che cercano di farti rizzare i capelli all’idea che i naufraghi “salvati” possano essere riconsegnati ai loro aguzzini in Libia, oggi siano, “manifesto”  come “Repubblica” e tutti gli altri sicofanti dell’accoglienza, in prima fila ad agitare la “minaccia del generale Haftar”. Non hanno udito la sua promessa di eliminare dalla scena tutti i 3000 terroristi che a Tripoli, tra le altre opere buone, trattengono i migranti nei loro “lager”? Non dovrebbe suonargli bene una tale annuncio? Forse no.



Dialogo per dividere, lotta per unire

Dal cripto-colonialista “manifesto”, ai giornaloni e alle televisionone dei magnati in combutta con il revanscismo coloniale, è tutto uno stracciarsi le vesti per essersi persa in Libia la burletta del “dialogo” (ricordate il “dialogo” per la pace in Palestina?), invocata e complottata in vertici e conferenze, e di essere passati alla tanto brutta opzione militare. Che tanto brutta non era quando si trattava di rimuovere un tizio che ai popoli del mondo aveva insegnato che si può vivere indipendenti, sovrani, liberi e con il consenso del popolo. E anche felici, grazie a istruzione, salute, casa, mezzo di trasporto, reddito, acqua potabile, gratuiti, tutti assicurati da una strepitosamente equa distribuzione della ricchezza. Tutti accompagnati – questo era più inaccettabile dell’insieme delle altre magagne anticapitaliste – dal futuro di un continente unito e reso padrone delle sue risorse e sovrano dalla sua moneta. Ci pensano quelli che, in sinergia con gli spogliatori economici e militari dell’Africa e del Medioriente, oggi coltivano l’accoglienza senza se e senza ma? No, non ci pensano. Provate a chiedergli un’opinione su Gheddafi (che di migranti ne ospitava due milioni, con pari diritti dei cittadini, ma investiva anche nei paesi dai quali i migranti non avrebbero mai voluto andar via).

Resta da meditare su cosa potrà succedere. Non v’è dubbio, a dispetto degli orchi bene armati di Misurata, che Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico (altro che “milizia”, è la forza armata di un parlamento eletto democraticamente) delle sbrindellate e affamate milizie tripoline si farebbero un boccone. Lo faranno? Alla luce delle posizioni geopolitiche manifestatesi c’è da dubitarne. Si sa che la Francia, che sa fare i conti, da tempo sostiene Haftar, che pure l’Italia, pur dando idea di traccheggiare, con Conte, si è sbilanciata verso Tobruk. Che è sostenuta da Russia, Egitto, Arabia Saudita. Emirati. Il resto dell’Occidente sta a vedere cosa succede. Al Consiglio di Sicurezza tutti si sono espressi in favore di una sospensione delle ostilità. Russi e cinesi, probabilmente, per mantenere le apparenze.

A metà mese si sarebbe dovuta tenere la grande conferenza internazionale di tutte le parti, promossa dall’ONU. E poi elezioni. Di cui si sa fin d’ora chi le vincerà, Per cui i fantocci e le loro milizie non le vogliono. E Haftar? Prendere Tripoli con la forza e assicurare a sé e ai libici una nazione riunificata, contro tutti i piani di chi ha dato il via a questa storia? Oppure presentarsi alla conferenza dalle posizioni di forza acquisite (vedi mappa), e imporre comunque la fine della divisione, del cancro islamista e un rapporto con l’esterno che imponga di trattare con una Libia riunita da quella che, giustamente, è chiamata “Operazione Dignità”? Questo è il problema.


Intanto Tripoli sembra la Saigon della disfatta: gli americani che, dall’ambasciata  si arrampicano sulle scalette degli elicotteri, mentre scalciano verso il basso a cacciare i collaborazionisti terrorizzati. Per primi, da Tripoli, sono partiti, raccolti da una portaerei, i Marines. E’ stato il segnale del fuggi fuggi generale dei bonzi di Serraj. Non c’è che dire, è un bel vedere.