martedì 12 maggio 2026

Nella Galleria degli Orrori --- ANNESSIONE COSTI QUEL CHE COSTI --- Finte elezioni, finti confini, finta sicurezza, ma linee gialle

 



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Citazione del giorno

Imporre all’Iran, che arricchisce l’uranio a scopo civile, di non avere la bomba atomica è come ordinare a uno col bastone da passeggio di non fare il salto con l’asta”

Verso Armageddon

Nel mondo si aggira e imperversa un masskiller che tutti omaggiano e a cui molti obbediscono per quanto sia affetto da demenza insieme senile e infantile. Un volgare, incolto zoticone, dall’ego irragionevolmente ipertrofico e tossico, che spara dieci cazzate già solo a colazione e tutti gli danno retta anche quando dà in escandescenze e urla a uno dei popoli dalla civiltà più antica del mondo,“Aprite quel cazzo di Hormuz, brutti bastardi”, e “Faccio fuori la vostra civiltà in una notte”. Oppure quando, sprofondando nel ridicolo, delira “Non avete ancora pagato abbastanza per ciò che avete fatto all’umanità in 47 anni”. E sorvola sulla cinquantina di milioni di morti, tra ininterrotte guerre, colpi di Stato, rivoluzioni colorate, assassini extragiudiziali (specialità Obama), devastazioni, sanzioni, fatti da lui e dai suoi predecessori e soci, in particolare quello, sì, nucleare, solo dal 1945 a oggi. 

Tutto questo tenuto al guinzaglio da questo rottweiler atomico (scusatemi cari rottweiler) a due zampe e venti zanne, creato e addestrato a squartare su disposizione e licenza di un dio inventato e idolatrato perché non ponga limiti ai crimini dei suoi fedeli. Il dio che, secondo Israel Katz, un altro dei forsennati del culto della morte altrui, perciò ministro sionista del Genocidio, dichiara il suo Stato, uscito dalla provetta dello scienziato pazzo, “pronto a riportare l’Iran all’Età della pietra”.

Da una costola di costui deve essere stato generato quell’altro rigurgito escatologico, dal prurito di zolfo alle mani, di questa 13esima tribù ahinoi mai perduta: Pete Heseth, che da ministro della Difesa, si è evoluto in ministro della Guerra. Un mezzobusto della trumpista TV Fox News che, prima del suo Pentagono da 2,9 milioni di dipendenti e il bilancio da 3000 miliardi, mai era stato chiamato a gestire un organismo più ampio delle sue tre mogli e cinque figli. Un esemplare della feroce fauna cristiano sionista che scolpisce nel suo libro, “Crociata Americana”, la seguente massima: “La storia dell’America è intrecciata inestricabilmente a quella giudeo-cristiana e allo Stato di Israele. Se ami l’America, devi amare Israele”. E venga Armageddon e poi, chissà, il Messia. Coppia criminale di due Stati fuorilegge.

Verso il Terzo Tempio

E se questo comporta l’Apocalisse), ben venga. Un passo alla volta: Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Palestina, Iran, Libano, Yemen e tutto il resto che si oppone alla preparazione del mondo per la venuta di ‘sto Messia. Con il ritorno di Gesù, o di chi per lui, e la fine dei tempi. Alla quale, sotto sotto, pensano di scampare solo loro. Tutti questi invasati basano fede, comportamenti e fini sul “Culto dei Tre Templi”. Con il terzo ora da costruire, rimuovendo la spianata dei templi musulmani, Al Aqsa in testa, e mettendo questo Terzo Tempio di Salomone al centro del Grande Israele. Non per nulla l’operazione del 7 ottobre  Hamas l’aveva intitolata ad Al Aqsa…

Dal che si può anche arguire con una certa fondatezza che quanto la triade diplomatica di Trump, con Steve Witkoff, Jared Kushner e, in testa, il fanatico ambasciatore a Tel Aviv, Mike Huckabee (in tv invoca “l’atto divino di un territorio che si estende dal sinuoso Nilo al tortuoso Eufrate”), è chiamata con i “negoziati” Islamabad a mimetizzare, non è altro che un’escatologia territoriale. Per la quale occorre prospettare la messianica conflagrazione mondiale finale, magari nucleare, che parta dalla pietra d’inciampo Iran e veda sorgere il Terzo Tempio. Questo ad appena trecento anni dal Secolo dei Lumi.

 

Conflagrazione che si apre, come indovinano quelli che parlano della “terza guerra mondiale a pezzi”, con la crisi energetica (perfezionata poi dalla fuoruscita degli Emirati, dependance di Israele e Fratello in Abramo, dall’OPEC, già forza di contrasto del Sud globale all’unipolarismo) che diventa economica e impoverisce 7 miliardi su 7 e rotti. Poi potrebbe esserci il finalone atomico, ma a contemplare il ritorno del Messia saremo rimasti in pochini.

Terrore, la nuova normalità

E le linee gialle? Cosa succede dentro e fuori dalle linee gialle?  Quelle, come le guerre d’aggressione, si allestiscono a forza di rivendicazioni della mitica Sicurezza, che è puro terrorismo padronale, ma che Trump, Netanyahu, Meloni e criminalità organizzata varia, fanno passare per salvaguardia di tutti noi bassa forza. Terrore globale, ma diviso in due fronti per una finta contrapposti: l’ufficiale, travestito da democrazia, e il proxy, quello delle quinte colonne (Al Qaida, Isis, rivoluzionari colorati, ONG…). Del secondo, nel quale si mimetizzavano, da un po’ fanno a meno, da quando forza su diritto è stato introdotto come nuovo principio per la convivenza nel “mondo libero”, all’ombra dello Stato fieramente fuorilegge.

Di terrorismo di Stato ci alluvionano, in un crescendo parossistico che toglie il respiro e perfino la facoltà di rendersi conto, episodi che, per essere paragonati a qualcosa di affine, si deve ricorrere all’Inquisizione- Quella di Torquemada, quella degli eretici appesi per i piedi e poi bruciati (sempre di religione millenarista e messianica si tratta).

Sembra quasi che ci si sia abituati a convivere con una normalità che vediamo, giorno per giorno a due passi da casa nostra, in Palestina, Libano, Siria; nella strage bombarola di 80 ragazzine di una scuola iraniana; nelle città libanesi polverizzate, nei villaggi svuotati e demoliti, nel milione e 300mila abitanti (su 5 milioni) sradicati dalle loro terre nel Sud e mandati in baracche e tende sui lungomari dei ricchi; nelle terre bruciate e rese invivibili, fino a quando coloni insediati non saranno dotati di mezzi per bonificarle e impiantarcisi da un capo all’altro del Medioriente, dove vivevano non ebrei.

Normalità consacrati da ottant’anni di abusi, violenze e ora anche ripugnanti furti e saccheggi, compiuti in Libano dall’esercito più morale del mondo, di quanto si sono dovuti lasciare dietro delle conquiste di una vita, quel milione e mezzo di evacuati su ordine di quell’esercito. A determinare i valori in campo testimoniano le immagini di soldati israeliani, che, senza un battito di ciglia dei loro comandanti, senza mai rischiare un’inchiesta, rientrano nella Palestina occupata dai villaggi libanesi rasi al suolo, assisi su camion e camionette straripanti di quadri, divani, motociclette, vasellame, televisori, orologi.

Normalità anche quella degli inermi naviganti, benefattori di gente di cui si progetta la scomparsa dalla faccia della Terra, quando vengono attaccati, rapiti, pestati, torturati, disumanizzati da licantropi d’assalto. Con il bonus aggiuntivo del plauso di una seconda carica del nostro Stato, offerto in ginocchio davanti all’altarino con il busto del Duce. Tout se tient tra fascisti.  Tanto normale da non dedicare ai licantropi neanche una riga dei 19 pacchetti di sanzioni inflitte alla Russia per aver provato a bloccare una nuova aggressione nazista, di quelle che l’altra volta le erano costate 27 milioni di morti. Aggressione nazista guidata da Washington, partita con il golpe di Maidan e con il massacro dei russi del Donbass per mano delle milizie SS del regime installato dagli euroatlantici.

Normalità, passata quasi inosservata visto che già si era vissuta, delle botte a quelli della Flotilla, con la canna dei fucili in bocca, la faccia strascinata per terra, le costole e i nasi rotti da cazzotti e calci perché hai l’improntitudine di alzare le braccia per dire che sei inerme. Per arrivare alle torture a Thiago Avila e Saif Abukeshek, due eroi che il mondo concede alle sevizie degli sgherri voltandosi dall’altra parte. Normalità che, dove non c’è più niente da bombardare, sparare, frantumare, delega il compito ai ratti e alle donnole perché mordino i bambini di Gaza, paralizzati dal gelo e dalla fame, imboccati di rifiuti e rimboccati con stracci bagnati, senza che ci sia più un infermiere a darti un’aspirina. C’è chi spera che ne venga una bella peste e la faccia finita con questi residuati che, a dispetto di bombe, fucilate, fame, sete, si ostinano ad esserci e, addirittura, a emettere sospiri che inquinano la terra che il Signore ha assegnato al suo popolo.

 Thiago e Saif

Normalità cisgiordana, dove è veniale incidente di traffico se, sollecitato dalla fastidiosa visione di due ragazze ancora vive su una strada riservata ai coloni, acceleri e le travolgi, o butti a terra una suora e la prendi a calci. O, ancora, se sfregi una Madonna mettendole in bocca una sigaretta e spacchi la faccia al crocefisso, con tanti saluti al Papa che blatera di pace e giustizia.

Normalità da millenni che gli abitanti di questa terra abitassero in case da loro costruite, coltivassero ulivi da loro piantati, cuocessero pane nei loro forni, allevassero pecore per il loro latte e la loro lana, si dissetassero e irrigassero dai loro acquedotti, preparassero alla vita i loro bambini nelle scuole, scrivessero poesie, dipingessero quadri, osservassero i colli, i piani, il cielo. Normalità, oggi, che di tutto questo vengano privati a forza di incendi, distruzioni, furti, sradicamenti, pestaggi, uccisioni. Da coloni armati che militari dell’esercito dell’unico Stato democratico del Medioriente proteggono dalla violenza di terroristi costretti in ginocchio.

Dove la normalità s’incrina

Un incidente di percorso, nel tranquillo scorrere di questa normalità dovrebbe averlo provocato – ma c’è da contarci poco – il rapporto di un autorevole organismo indipendente, Euro-Med Human Rights Monitor, l’Osservatorio dei Diritti Umani nello Spazio Euromediterraneo, basato a Ginevra e presieduto da Richard Falk, già relatore delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori occupati.

Contenente centinaia di testimonianze di prigionieri rilasciati, medici, operatori umanitari, con innumerevoli video che gli stessi carcerieri israeliani si divertono a far pervenire ai cellulari dei palestinesi per terrorizzare e intimidire, il rapporto s’intitola “Un altro genocidio dietro le mura”. Ciò che viene documentato è la politica di uno Stato che lo legittima, organizza e fa giustificare dalle sue istituzioni mediche e giudiziarie.

Non c’è quasi detenuto rilasciato da uno dei centri israeliani – Ketziot, Megiddo, Ofer, Sde Teiman - che non denunci torture subite e, in particolare, violenze sessuali, e non ne possa esibire i segni. Si tratta di crimini, commessi da personale maschile e femminile, sistematicamente impunito: mutilazioni genitali, rimozione di testicoli. nudità forzata e prolungata, stupri di uomini su uomini, uomini su donne, stupri con strumenti, trattamento degradante, stupri con cani addestrati. Una pratica di cui ci dettero l’idea le immagini di Gaza, quando ancora qualcuno dei quasi 300 giornalisti gazawi ammazzati operava (altri 100 ne hanno uccisi tra Libano e Yemen), che mostravano decine di uomini nudi ammassati in ginocchio su camion, o, sempre in ginocchio e in formazione, esibiti nelle strade ai loro concittadini.

E ricordiamoci anche come autori e responsabili e committenti di Stato, confortati dal sicariato mediatico internazionale, abbiano provato a sviare da questa loro pratica strutturale (che non nasce nel presente conflitto), accusando di stupri di massa (per i quali, peraltro, non v’è mai stato né un testimone, nè una prova) i combattenti palestinesi del 7 ottobre.

L’improntitudine più sfacciata e strafottente, consentita dalla totale immunità-impunità consentite da una comunità internazionale spartita tra sicari, conniventi e ignavi. l’ha esibita l’ultrà sionista teorico – e occasionalmente praticante - della tortura che eufemisticamente è detto ministro della Sicurezza, Ben Gviri. Ai suoi cinquant’anni malvissuti la moglie gli ha confezionato torta e oggettistica all’insegna del cappio. Cioè dell’impiccagione. Quella da lui proposta e dalla Knesset decisa con la legge, non uguale per tutti, della pena di morte per chi è palestinese e lo fa. La scritta sulla torta diceva: “A volte i sogni si realizzano”.

Questi, che sarebbero spurghi dell’inferno se la località esistesse, ma si devono accontentare di essere spurghi del sionismo, si godono i frutti del ricatto grazie al quale i loro crimini sono protetti dall’Iron Dome della Coalizione Epstein. Coalizione di cui il capo non può più far danno, perché fatto trovare appeso, a telecamere spente e in assenza di secondini, in una cella di New York. La vicecapa sta in carcere, muta come un pesce, perché finirebbe uguale se solo dicesse good morning; e il socio di affari e bagordi da ergastolo figura da presidente, ma non è – finchè sta buono - che il commissario per le grandi opere, i grandi soldi e il Grande Israele.

 

L’unica democrazia in Medioriente

Nel 2006 c’erano i territori occupati e non ancora annessi, o annessandi, l’ANP, il mostriciattolo pseudo-statale partorito a Oslo e il tacco dello stivale israeliano su ogni cm2 delle presunte aree ad amministrazione palestinese, affidate per procura al proxy Mahmud Abbas. Nel 2006 ci furono elezioni in tutti i territori e tutte furono stravinte dal Partito Hamas, non ancora forza guerrigliera, ma, insieme a quanto restava delle vecchie organizzazioni laiche e marxiste (FPLP e FDLP), fermo rivendicatore di uno Stato palestinese a sovranità non da Disneyland. A quel risultato (che la Fatah normalizzata da Abu Mazen cercò invano di sovvertire a Gaza) non ne seguirono altri fino ad oggi. Abu Mazen e i suoi danti causa e nutrizionisti a Tel Aviv, ammaestrati, non ne vollero più sapere di elezioni. Rimangono i sondaggi che indicano il quintuplo ergastolano Marwan Barghuti presidente e Hamas vincitore sia a Gaza che in Cisgiordania.

Fino a ieri. Quando l’ “Unica Democrazia del Medioriente”, come autorevolmente sancisce il saltimbanco locale Parenzo, riaffermava questa identità che la tiene a galla sui media e nelle cancellerie indicendo, vent’anni dopo, elezioni. Non troppe, per carità, gli elettori, così disabituati, avrebbero potuto confondersi. Solo comunali, a non infastidire il fidato Abu Mazen e solo con Fatah, sbrindellato scendiletto di Netaniyahu, e solo qualcuna, qua e là in Cisgiordania e nel borgo gazawi di Deir Al Balah (votanti 20%). Insomma là dove nessuno poteva togliere lo strapuntino al novantenne commensale di Israele e dove a Ben Gvir piace esibirsi col cappio a qualche reperto palestinese. Andarono a votare quelli che erano riusciti a sgattaiolare tra le fucilate dei coloni. Praticamente quattro gattini ciechi su 10 milioni di palestinesi, tra territori occupati e diaspora.

Non poteva che andare così: finti territori palestinesi, finte elezioni, finti candidati municipali e tutto questo all’interno di finti confini, mai previsti per La Palestina post-mandato, mai definiti ufficialmente da Israele, suoi padri e suo attuale Consiglio d’Amministrazione. Tanto quelli predestinati si sanno e, al momento, la dimensione è soprattutto finanziaria, precondizione di quella territoriale, dove quello che conta è mai porre limiti al fatturato e tanto meno agli utili.

Confini? Quali confini? Linee gialle!

Coerentemente, tutti hanno visto come (e a spese di chi) questa entità detta Stato, è partita, dove è via via arrivata (e a spese di chi), ma nessuno ha mai detto, neppure all’ONU, dove questa entità dovesse finire (e a spese di chi). In effetti, i confini ci sarebbero e sono di certo iscritti nel programma di Jahve. Ma, per adesso, come per le colonie, ci sono gli avamposti. Nessun dubbio che, nati come posti di blocco, zone militari, aree di sicurezza, zone cuscinetto, qualcosa di più strutturato lo diventeranno. Come il Golan siriano. Come il Sud di una Siria spartita con ISIS ed Erdogan. Come, per cominciare, le linee gialle in Libano e a Gaza. Del resto, quello di Babilonia, chiamato esilio, non era che una prima rivendicazione andata male.

La linea gialla nasce come linea di cessate il fuoco. Linea intesa da Israele come non cessate di aprire il fuoco. A Gaza delimita un quasi 60% della Striscia, all’interno della quale è già Israele, mentre al di fuori è caccia alla lepre. Linea non ottusamente rigida, ma malleabile, estensibile. Cento metri quà, altri duecento là. E chi non se ne accorge, viola la “sicurezza” e fa la fine della lepre. E’ qui che incomincia a operare il Board of Peace di Trump. Da questo lato c’è tutta la vecchia Gaza produttiva e agricola. Di là ci sono macerie, sabbia e poco più. Tempo al tempo, vi si realizzerà il progettino di Kushner . Si chiama colonizzazione d’insediamento da genocidio.

 Gaza

 


 

 Libano

 


In Libano il modello si ripete. Linea gialla al fiume Litani, ma anche oltre, a giudicare dalle centinaia di villaggi fatti evacuare su entrambi i lati del corso. Pretesa zona di sicurezza già nelle precedenti invasioni, 1978, 1982 e 2006. Ogni volta andate in fumo e l’arrosto, grazie unicamente a Hezbollah, se l’è tenuto il Libano. Sta andando così anche adesso, a dispetto della disfatta di Hezbollah più volte annunciata e che ora va smentendosi a forza di tank israeliani in fiamme ed efficacissimi droni sulla Galilea.

Ma al di qua della linea gialla è ormai terra bruciata, sù sù fino a Beirut, le infrastrutture e le case non ci sono più, ogni ritorno è vanificato. Del resto, con le bombe che piovono perfino sulle tende degli evacuati, per il ritorno non ne rimarranno molti. Tutto è pronto per l’annessione. Israel Katz, il ministro della Difesa, dopo essersi mangiato fette della torta col cappio, ha detto che ora vi vanno insediati avamposti agricolo-militari.

C’è una cartina (e anche le briciole verdi del quarto riquadro stanno scomparendo) che avrebbe dovuto far capire la manovra alla “comunità internazionale”. Che preferisce non avvedersene. E’ tormentata dai territori russi in Ucraina che, in virtù di un fondo di magazzino come il principio dell’autodeterminazione, rischiano di passare alla Russia. Questi interventi israeliani di progressiva appropriazione, variamente definiti ma sempre improntati a una vantata provvisorietà, o emergenza circostanziale, è dal 1948 che tutti sanno trattarsi di furto di territorio e annessione strisciante, senza che si urti la suscettibilità dei sionisti chiamandoli così.

A forza di graduali interventi su morfologia e demografia del territorio, come l’abbiamo visti realizzati in Cisgiordania nel corso di decenni, a un certo punto la trasformazione sarà avvenuta e consolidata nella cartografia come ennesima nuova normalità. La media è di cinque villaggi palestinesi, o libanesi, come questo qui sotto, sostituiti da ciò che vedete più in basso. Prendendo spunto da un procedimento non dissimile che sta cambiando faccia e anima alle città in Occidente (vedi la Milano del sindaco Sala), potremmo parlare di gentrificazione della Palestina. Dove il principio del classismo è perfezionato da quello del razzismo.

 Prima

 


 Dopo



Ma non parlateci di confini. Hanno solo tracciato una linea gialla.

venerdì 8 maggio 2026

Fulvio Grimaldi in “Spunti di Riflessione” di Paolo Arigotti --- ERDOGAN, NON SOLO BLUFF --- Tentacoli ottomani su due continenti

 



https://youtu.be/I9k8KAqUwwo

https://www.youtube.com/watch?v=I9k8KAqUwwo

 

A integrazione dell’esaustivo articolo pubblicato martedì su L’Antidiplomatico nella mia rubrica “Attenti al lupo”, questa chiacchierata in un’intervista di Paolo Arigotti. Vi si cerca di lacerare il velo di Maja che molti tendono sulle imprese del Fratello Musulmano turco, primo squartatore della Siria, per farlo passare per abile mediatore e fattore di equilibrio e armonia nella regione.

Una regione che, nelle ambizione di Erdogan, ferro di lancia della NATO, travalica il Medioriente e si allarga a due continenti, Asia e Africa, combinando un subimperialismo ottomano, basato sulla turcofonia nel Caucaso e in Asia Centrale, con gli obiettivi strategici unipolari di USA-NATO.

Le ambiguità nel rapporto con Israele, la retorica per assorbire la solidarietà della società turca con la causa palestinese, una dialettica con lo Stato sionista che combina concorrenza, convivenza e connivenza.

In sostanza, uno di cui non c’è minimamente da fidarsi. Segno distintivo della Fratellanza Musulmana da esattamente un secolo.

martedì 5 maggio 2026

FULVIO GRIMALDI IL SULTANO BISCAZZIERE --- Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa

 

FULVIO GRIMALDI

IL SULTANO BISCAZZIERE

Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__il_sultano_biscazziere_un_ferro_di_lancia_nato_in_medioriente_asia_e_africa/58662_66661/

Concorrenza? Convivenza? Connivenza?

O tutte e tre le strategie a seconda della fase?

L’ultimo pronunciamento severo di Recep Tayyip Erdogan su Israele è stato l’anno scorso una denuncia dei crimini commessi contro la popolazione di Gaza a dispetto delle tregue firmate. Ce n’era stata qualcun’altra prima, via via che le vittime salivano di decine di migliaia. Senza peraltro che questi dissapori interrompessero gli storici rifornimenti a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria) senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.

La stessa condanna, necessitata anche dai sentimenti di un elettorato musulmano filopalestinese, ci si sarebbe ora aspettata sugli analoghi crimini che lo Stato degli ebrei va compiendo in Libano, sempre a sistematica violazione di tregue firmate, e in Cisgiordania, nominalmente territorio palestinese occupato, ma in corso di annessione.  Ma Erdogan ha taciuto. Solo davanti all’assalto criminale e brutale alla nuova Flotilla in acque internazionali, a centinaia di miglia dalla Palestina occupata, e alla quale avrebbero partecipato anche barche turche, ha proferito un rimbrotto. Le cose cambiano. Vediamo come.

Anche la grottesca mistificazione democraticistica delle elezioni in Cisgiordania e in un campo profughi di Gaza, in assenza di Hamas e affidata in esclusiva al partito collaborazionista Fatah di Abu Mazen, con partecipazione tra il 22% e il 27%, che vale uno sputo in faccia dell’elettorato all’ANP, non ha suscitato una levata di sopracciglia. E neppure c’è stata l’interruzione delle storiche forniture a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria), senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.

Non pare esserci, tra Turchia e Israele, concorrenza in materia. Forse convivenza e, dunque, tolleranza, finchè si tratta di Libano e di Cisgiordania, per le quali aree non risulta, al momento, un diretto interessamento di Ankara. Che invece c’è, eccome, in molte altre parti di due continenti, Asia e Africa, tanto da non potersi evitare di parlare di un robusto sub-imperialismo ottomano. Sub, perché sempre più nettamente inserito nell’imperialismo USA, ora di stampo trumpista, dopo l’avvertimento dato da Obama, con il golpe del 2016 scopertamente originato negli USA, a un Erdogan in vena di giri di valzer.

Un imperialismo spiegato ad alleati e avversari, senza fronzoli legali o morali, da due recenti documenti USA: la Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS nell’acronimo inglese) e la Strategia per la Difesa Nazionale (NDS). Di cosa questi documenti comportino ci occupiamo più in là, quando daremo uno sguardo alla sinergia operativa Washington-Ankara per il Caucaso e l’Asia Centrale, tutt’intorno a Russia e Cina.

Tutto questo in risposta a quella nutrita schiera di analisti che, sorvolando sugli elementi strategici della geopolitica di Erdogan, preferiscono evidenziarne gli aspetti condivisibili, quali i tentativi di mediazione tra Mosca a Kiev (che tuttavia non impediscono la fornitura a Zelensky di armamenti), lo sblocco del grano ucraino da vendere in Africa, l’apparente neutralità nel conflitto sull’Iran, o. appunto, le sporadiche espressioni di biasimo nei confronti di Netanyahu.

Neottomanesimo dal Mediterraneo all’Africa

Al netto di un regime repressivo che vede l’impossibilità della società turca di darsi un’opzione alternativa a Erdogan e al suo AKP, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, al netto anche di una crisi economica endemica, la Turchia si distingue per grandi ambizioni espansionistiche. Un dinamismo che abbiamo visto materializzarsi poco dopo la distruzione della Libia e l’installazione a Tripoli, con il consenso ONU (essenzialmente USA e UE), di un regime di bande di spolpatori di risorse e di trafficanti di carne umana, ben simboleggiato dal noto Usama Almasri, di nordiana memoria. Il compito assegnato da noi e dall’Europa a questa finzione di Stato è quello di regolare, nel segno del ricatto, i flussi di migranti tra Africa Nera ed Europa.

Alla determinazione di una striscia di mare con giacimenti di gas su cui vantare una primazia, corridoio che va dalla costa Egea al mare libico, Erdogan accompagna l’invio di truppe che ne assicurino il controllo e, nell’immediato, assicurino la propria tutela alla malferma criminalità organizzata fatta passare per governo libico.

Grazie a esse, Tripoli saprà resistere all’offensiva del parlamento legittimo libico, espulso nel 2014 da Tripoli e insediatosi a Bengasi, le cui forze armate sono guidate dal generale Haftar, che controlla tutta la Libia tranne la Tripolitania e sostiene la candidatura a presidente del figlio di Gheddafi, Saif al Islam. Candidatura che il concerto Nato, che da Tripoli amministra il caos libico, ha prontamente fatto annullare.

 

Said al Islam Gheddafi

L’impresa libica del sultano precede una penetrazione nell’area più strategica dell’intera regione, il Corno d’Africa con lo Stretto di Bab el Mandeb e il Mar rosso, transito di quasi metà del commercio mondiale. E qui entriamo nella fase della concorrenza-convivenza con Israele, che, come già in Siria, assume la forma della spartizione. Israele non aveva finito di porre la ceralacca sotto il suo riconoscimento di uno dei tanti frammenti secessionisti della Somalia, il Somaliland, subito inserito negli Accordi di Abramo, che si è ritrovato faccia a faccia con i turchi. L’interesse turco, del tutto sovrapponibile a quello di Tel Aviv, ma stavolta nettamente concorrenziale, per uno sbocco sull’area di transito da Oriente a Occidente, come per una porta d’ingresso al continente, si è concretizzato con una precipitosa partnership con Mogadiscio, capitale del frammento maggiore di quel che resta dell’antica colonia italiana.

Facendosi assegnare dall’ennesimo governicchio fantoccio USA che, grazie ai bombardamenti di Trump, sopravvive all’endemica rivolta islamica degli Al Shabaab, basi militari, l’addestramento delle truppe somale, diritti – anche qui - di ricerca di idrocarburi e addirittura la sicurezza marittima, ecco che sul cruciale Golfo di Aden, a dispetto degli ostici nazionalisti yemeniti ed eritrei, si impone una determinante presenza turca. Indirettamente NATO. Introdottosi nella regione con il cappello del mediatore nelle perenni dispute territoriali grazie alle quali l’Etiopia divora fette di Somalia, Erdogan fa ancora una volta la figura, benvista dall’ipocrisia diplomatica occidentale, di una forza tranquilla e ragionevole in regioni del mondo tormentate da conflittualità.

La spartizione della Somalia tra Israele e Turchia, all’ombra della supervisione USA, richiama quanto, a partire dalle crisi arabe del 2011, le due potenze mediorientali che si vorrebbero globali, o perlomeno multiregionali, hanno combinato in Siria. Siamo sempre nelle fasi di una concorrenza moderata, pro tempore, dalla connivenza.

Siria delenda, dalla connivenza alla confliggenza?

La demolizione e frantumazione di quello che, dopo la distruzione dell’Iraq, era rimasto nel Mashreq l’ultimo grande Stato arabo in grado di contenere l’espansionismo israeliano e sostenere la causa palestinese, si potrebbe definire il capolavoro soprattutto di Erdogan. Sicuramente qualcosa di più di un Proxy, agente per procura, dell’imperialismo e del sionismo, ma assolutamente in linea con i propositi strategici di queste due espressioni del dominio globale.

Protagonista, con istruttori USA e finanziamenti sauditi, dell’aggressione del 2011 delle operazioni militari sul terreno, più indispensabili delle bombe di Obama, Trump e Netanyahu, Erdogan aveva saputo ritagliarsi un ruolo decisivo dall’inizio alla fine. 13 anni dopo, Damasco cadeva sotto l’assalto delle forze mercenarie Al Qaida-Al Nusra-Isis , rastrellate da turchi e sauditi in vari paesi musulmani, allevate, addestrate e armate nei campi turchi e giordani, curate negli ospedali israeliani sul Golan (con tanto di visita e complimenti di Netanyahu in corsìa).

Questa massa di tagliagole, le cui orripilanti nefandezze ho conosciuto attraverso i racconti di testimoni, sopravvissuti e i video che i loro autori giravano, a titolo di intimidazione, ai cellulari dei cittadini siriani in tutto il paese, è forse, insieme a quanto si va compiendo dall’IDF a Gaza, il più agghiacciante esempio di subumanità che si sia mai manifestato.

Erdogan, impadronitosi del governatorato siriano settentrionale di Idlib, vi aveva installato una parte cospicua di tale mercenariato e, mentre, sotto protezione statunitense, i curdi adottavano simili misure nel nordest siriano con la scusa di combattere l’ISIS, ne aveva fatto un pezzo di Turchia. Una popolazione di 1,5 milioni era sottoposta alla tirannia sanguinaria di un’occupazione militare che si era appropriata anche di tutte le funzioni economiche, produttive e commerciali.  

Con la presenza russa evaporata nel giro di ore, una Siria menomata da tredici anni di guerra, saccheggi, devastazioni bombarole, sanzioni, soverchiante forza militare, con il bonus di un’occupazione curdo-statunitense del Nordest che l’aveva privata delle risorse agricole e petrolifere e l’ulteriore aggravio di uno spaventoso terremoto nel 2023, l’esito era scritto.

Meloni e Al Sharaa

A Damasco viene insediato il tagliateste per eccellenza, prima Al Jolani, ora Ahmed al Sharaa, capo di una congrega mercenaria di terroristi sanguinari come raramente ne aveva visti il mondo. Di quelli che mandavano in giro le foto di soldati siriani scuoiati e appesi agli alberi. Lo riconoscono, incontrano, ricevono tutti: Trump, Putin, Netanyahu, Meloni e, naturalmente, Erdogan. La connivenza negli anni della guerra diventa partnership nella spartizione dei quarti da divorare: Turchia al Nord, Israeliani al Sud, arrivati con la scusa di difendere i drusi emarginati dall’ISIS di regime, ai tagliagole il resto. I curdi, traditori traditi, dopo qualche scaramuccia con i governativi, restano al palo, nella zona da sempre abitata. I loro combattenti vengono incorporati nel nuovo esercito detto siriano.

C’è chi vede nella spartizione della Siria e in un Israele che a tutto è disponibile fuorchè a uno status di parità con altri, il seme dell’inevitabile scontro tra un Grande Israele e una, per esso inaccettabile, Grande Turchia. Ha da venì. Per ora sono commensali. Conviventi e conniventi.

Si va nel Caucaso

Raggiunti i suoi obiettivi in Siria, in concorso con Israele e sotto tutela USA, il neosultano gioca una nuova mano di poker in Asia e, grazie al ruolo di ferro di lancia USA-NATO, garantitogli dall’obiettivo implicito dell’assedio alla Russia (alla Cina ci pensa la minoranza musulmana e turcofoni dello Xinjiang, dedita ad attentati e presuntamente repressa da Pechino) pare in grado di portarsi via piatto, mano e partita. L’apertura è di Ilham Aliyev, già governatore sovietico dell’islamico Azerbaijan, mutatosi in dittatore e fattosi partner di Erdogan, fiduciario degli USA e minaccia incombente sul confinante Iran. Densa di interrogativi, dalle facili risposte, quell’elicottero presidenziale iraniano che nel 2024, venendo da Baku, capitale azera, sorvola una base del Mossad sul confine con l’Iran, per poi precipitare con esito mortale per il presidente iraniano, Ibrahim Raisi).

 

Dotato dell’appoggio logistico del fratello musulmano di Ankara e di armamenti israeliani, nell’autunno 2020 Aliyev attacca l’enclave armena del Nagorno Karabakh, formalmente riconosciuta parte dello Stato azero, ma proclamatasi Repubblica dell’Artsakh. L’Armenia, storicamente alleata della Russia, ma dove nel 2018 una rivoluzione colorata alla CIA ha portato al potere Nicol Pashinyan, che ha subito allontanato il paese dalla sfera d’influenza russa, non s’impegna nella difesa dell’enclave. Una serpe in seno. Con l’annessione di gran parte della regione, la vittoria è azera, seppure temperata da un accordo che vede truppe russe collocate a difesa di quanto resta dell’enclave nel corridoio che la divide dall’Azerbaijan. Accordo che durerà poco. Oggi i russi della forza di peace keeping non ci sono più. Nel 2025 sono stati ritirati.

Azerbaijan, Kazakhistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan. Sono il passaggio obbligato dall’estremo Oriente all’Europa. Tutti guardano politicamente, linguisticamente e confessionalmente ad Ankara. Alla quale guarda anche la Repubblica Turca di Cipro Nord. Erano, nel Caucaso, gli Stati musulmani dell’URSS. Dal 2009 sono l’OTS, l’Organizzazione degli Stati Turcofoni, una realtà dotata di immense risorse naturali, soprattutto energetiche, internazionalmente sempre più assertiva e influente, dotata di capillari infrastrutture, in parte risalenti all’epoca sovietica, in parte creazione cinese. 

Cambia il paradigma geopolitico in Asia Centrale

 

Vi vivono 170 milioni di musulmani, hanno un PIL aggregato di 2 trilioni. I loro organi sono un Consiglio dei Capi di Stato, il Consiglio dei Ministri degli Esteri e organismi specializzati per cultura, economia, sicurezza. Sono la fonte, ad Ankara, per sogni di unità turca. Nel 2021 la Dichiarazione di Shusha, firmata con la Turchia, ha elevato le relazioni bilaterali ad alleanza formale con difesa congiunta. Russia e Cina ne sono rimasti fuori. Uno dei primi atti è stato l’apprezzamento “per gli sforzi profusi dalla Turchia in Siria”. Agli USA non potrebbe andar meglio, visto che il più potente alleato in NATO si è fatto ponte tra loro e questa realtà allineata lungo i confini meridionali della Russia. Tutti gli Stati dell’OTS hanno plaudito all’impresa turco-azero-israeliana contro l’Armenia cristiana.

Subito evidente l’interesse degli USA per questa struttura collocata a ridosso delle due potenze mondiali concorrenti, nel cuore dell’Asia dove si trovano almeno 25 dei 45 minerali essenziali per le tecnologie Big Tech. Segue l’intenzione di investirvi un significativo capitale politico, con offerte di collaborazione in materia di economia e sicurezza, come manifestate ai primi dell’anno con la visita alla regione del vice presidente, J.D.Vance, Vi si è deciso il consolidamento della cosiddetta Rotta Internazionale di Trump per la Pace e la Prosperità, il TRIPP, un corridoio  di trasporti di 43 km che unisce Turchia, Armenia, Azerbaijan e Kazakhistan e rimpiazzerebbe un analogo corridoio logistico, lo Zangezur, concordato con la Russia dopo la guerra del Nagorno Karabakh. Il monitoraggio di questa arteria strategica, sotto supervisione turca, verrebbe affidato a un gruppo multinazionale di paesi NATO, comprendente personale tecnico turco e statunitense.

Turchia, sempre meno Montreux e sempre più NATO

Per completare l’assedio della Russia, non potendosi parlare ancora di accerchiamento visto il confronto aperto sull’Artico, bisognava assicurarsi il controllo del Mar Nero, mare dai paesi rivieraschi europei, integrati dal meticcio turco, da un frammento di costa della Georgia e dalla Russia che occupa quasi per intero la costa orientale. E’ il mare che apre, e chiude, lo stretto dei Dardanelli, un passaggio non cruciale come quelli di Hormuz, o di Bab el Mandeb, ma, come s’è constatato a partire dalla guerra in Ucraina, di notevole importanza logistica e geopolitica. Chi ne detiene le chiavi possiede capacità di convinzione.

Un tempo l’assetto pacifico e neutrale della regione era assicurato dalla Convenzione di Montreux. Venne firmata il 20 luglio 1936 da TurchiaFranciaGreciaRomaniaRegno Unito e Unione Sovietica. Aveva lo scopo di regolamentare la navigazione ed il passaggio attraverso lo Stretto dei Dardanelli, il Mar di Marmara ed il Bosforo. Nella convenzione, per garantire la sicurezza agli Stati che si affacciano sul Mar Nero, è affermato il riconoscimento della piena libertà di transito delle navi mercantili di qualsiasi bandiera in tempo di pace, con la sola condizione di soddisfare i diritti di transito e le prescrizioni sanitarie. In tempo di guerra la libertà di passaggio e navigazione per i mercantili dei paesi neutrali.

Su questo assetto, reso già traballante dalle operazioni militari condotte da ucraini e russi nella guerra in corso, interviene ora la mano pesantissima della NATO, anche stavolta in versione ottomana. Lo caratterizza la strategia USA intesa a azzerare la cooperazione energetica tra Russia e UE e impedire a quest’ultima di costituirsi in rivale commerciale. A questo scopo la NATO, che paradossalmente include una maggioranza di paesi europei, serve agli USA da cavallo di Troia in Asia. L’emergere dell’Iran quale attore di primo piano nella regione e oltre, e di “competitor” in grado di paralizzare le manovre egemoniche israeliane, ha acuito l’interesse degli USA e, dunque, l’impegno della NATO.

E se tra Putin e Trump sembra esserci confluenza di intenti, almeno nel breve periodo, qui siamo alla frizione. E qui Erdogan, il biscazziere, si gioca una mano che spera di successo come quelle di Siria, Libia, Corno d’Africa. E ha fretta. Come ogni tanto eruzioni di contestazione dimostrano, la sua base sociale, perlopiù afflitta da gravi problemi economici, inflazione in testa, si rivela frammentata tra diversi segmenti - governo, opposizione, accademia, media, laici, integralisti, kemalisti – con differenti e confliggenti paradigmi. Le elezioni generali del 2028 non sono lontanissime. Le fughe in avanti geopolitiche del sultano biscazziere sono motivate anche da questa condizione. E puntano a rafforzarlo mediante l’integrazione di Ankara negli obiettivi USA, qui vestiti da NATO, mettendo a rischio la neutralità attiva imposta alla Turchia dall’articolo 19 di Montreux.

Tocca al Mar Nero

 

Gli attacchi ucraini all’infrastruttura energetica turca del Blue Stream e del Turkish Stream che, col TAP, alimentano anche l’Italia, non hanno dissuaso Erdogan dall’aderire nel 2025 alla “Coalizione dei Volontari Ucraini”, estensione operativa della NATO, mossa che viola la Convenzione di Montreux, ha irritato Mosca e ha trasformato una neutralità tattica in allineamento strategico.

Incirlik in Turchia è, dopo Rammstein in Germania, la più grande base USA-NATO e ospita 100 bombe atomiche. Nessun Sanchez, qui, ha mai contestato il suo uso per le aggressioni ai paesi vicini da obliterare (con non marginali guadagni anche per la Turchia).  Adana fa il paio con Incirlik. E’ una delle principali città turche e, dalle coste dell’Egeo, vede Cipro e le coste libanesi e della Palestina occupata. Prima degli eventi del 7 ottobre 2023, la Turchia era già membro della Combined Joint Task Force – Operazione Inherent Resolve, una formazione militare multinazionale, e della NATO Response Force, forza di risposta rapida della NATO. Ora, con l’installazione ad Adana del Quartier Generale del Corpo Multinazionale NATO (MNC-TUR), fatto passare per risposta alla “minaccia iraniana”, ma realizzato a seguito dell’operazione “Alluvione di Al Aqsa” del 7 ottobre 23, si perfeziona il processo di integrazione turca nella strategia di guerra a 360 gradi di Israele.

Di questo Quartier Generale è programmata nello Stretto dei Dardanelli, ad Anadolu Kavagi Beykoz, località all’imboccatura del Mar Nero, una componente del Comando Marittimo della NATO. Per questa violazione NATO della Convenzione di Montreux i turchi avevano presentato il pretesto delle mine vaganti seminate dalla guerra in Ucraina, ignorando il precedente provvedimento, del 1.luglio 2024, concordato tra Turchia, Romania, Bulgaria, per una soluzione regionale del problema.

Si tratta di un cambiamento storico. La creazione di una Forza Congiunta d’Intervento nel Mar Nero assicura alla NATO una continuità istituzionale e operativa dal Mediterraneo ai confini russi e al Mare di Azov, minando un equilibrio che la Convenzione di Montreux aveva assicurato per quasi un secolo. Il Nulla Osta di Ankara trasforma la Turchia in una struttura avanzata per il confronto con la Russia.

Resta da chiedersi dove si fermeranno i tentacoli della piovra neo-ottomana, oggi braccio armato della Coalizione Epstein. Secondo alcuni l’esito non potrà che comportare l’eliminazione di uno dei due galli nel pollaio mediorientale, Grande Israele e neo-ottomanesimo, da concorrenza-convivenza-connivenza, alla confliggenza. E qui la partita vedrebbe al tavolo un altro giocatore, quello a stelle e strisce, con in mano le carte migliori.

Come finirà la partita sta in grembo a Giove. Ma almeno conosciamo giocatori e posta..