martedì 22 settembre 2009

LA BALLA DELLA BOLLA: 11 SETTEMBRE, UN SACCHETTO DI PLASTICA IN TESTA AL MONDO
























Usa atterriti di se stessi, Osamabama, cartello del Movimento per la verità, Oppio alle banche, l’Afghanistan per l’80% in mano alla Resistenza

Saltando da un misfatto del terrorismo imperiale all’altro, qui, oltre a quella per la sua nemesi in Afghanistan, ci possiamo togliere la soddisfazione di dare la notizia di un altro poderoso calcio negli organi vitali dei boss e dei loro picciotti domestici e colonizzati: Manuel Zelaya, presidente dell’Honduras, defenestrato il 28 giugno, armi alla mano, dai gorilla dell’Oligarchia teleguidati dalla Cia, beffando i golpisti è rientrato nel paese e pare si trovi ora nell’ambasciata brasiliana. Immediatamente questo popolo, che da tre mesi non ha cessato di lottare e bloccare il paese, subendo una repressione sanguinaria con il solito concorso degli specialisti israeliani, ha riempito le strade di Tegucigalpa e ha festeggiato il ritorno dell’uomo che aveva dato al più bistrattato e colonizzato paese dell’Istmo la speranza di un’emancipazione che lo avrebbe affratellato agli altri grandi movimenti sociali e antimperialisti in corso nell’America Latina.


La Cia ha reclutato il giovane Barack Obama quando era all’ Occidental College. Prima, l’agencia può anche aver reclutato sua madre. Il primo lavoro di Obama dopo l’università di Columbia fu presso la Business International Corporation, denunciata come copertura della Cia (New York Times, 1977, Lobster Magazaine 1987). Obama descrive il suo primo lavoro come quello di “assistente alla ricerca” . Curiosamente nell’autobiografia non menziona il nome del suo datore di lavoro. Come non ha mai menzionato, nelle sue due autobiografie, il suo primo viaggio in Pakistan. Perché quel segreto? Chi pagò quel viaggio? Tra i datori di lavoro della madre, Ann Dunham, figurano le più importanti organizzazioni di intervento imperialistico all’estero, compresa la Ford Foundation e USAID, teste di legno della Cia.
(Joseph Cannon, Cannonfire)

Nessun paese al mondo ha il diritto di interferire negli affari interni di un altro paese alla luce dei moderni principi internazionali. Gli arroganti poteri nella Casa Bianca e i loro alleati dovrebbero sapere che interferire da migliaia di chilometri di distanza non potrà mai essere tollerato. I piani di espansionismo colonialista in atto, sotto il famigerato e illegittimo slogan della “guerra al terrorismo”, è in effetti una guerra contro i valori umani universali, giustizia, pace, equa distribuzione delle risorse, indipendenza, una guerra contro le giuste aspirazioni di ogni popolo. Siamo vittime della nera propaganda del nemico. Ciò ha creato diffidenze tra noi e alcuni paesi del mondo. Cui hanno falsamente descritto come una forza che è contro l’istruzione e i diritti delle donne. Non lasciatevi ingannare da Obama che parla di questa guerra come di una “guerra di necessità”. Questa guerra è partita per motivi oscuri e senza ragione. Tutta l’umanità ne soffre le conseguenze.
(Mullah Mohammed Omar, 19 sett. 2009)

Rispetto per ogni dolore, anche per quello dei congiunti dei sei mercenari colpiti in Afghanistan, con qualche sofferta indulgenza per certe dinamiche di quel dolore. Infinita, rabbiosa, commossa partecipazione al lutto per le centinaia di migliaia di vittime innoccenti nei paesi cannibalizzati dalla nostra ”civiltà”, quella che manda in giro energumeni prezzolati, formati nel e al terrorismo, che si lasciano dietro, in Facebook, iscrizioni al Partito Nazionalfascista, o nelle camerate fatte saltare da patrioti, gagliardetti squadristi, teschi e tibie, volti del Duce (Nassiriya). Gente che, dopo aver subito l’assalto di una resistenza che, al pari de partigiani, non vuole tacchi di stivali altrui sul collo, secondo le testimonianze raccolte sul posto, insabbiate dai generali e dai giornalisti embedded con il pugnale tra i denti (Nico Piro, RAI),sarebbero scesi dai mezzi e avrebbero dementemente sparato in giro. 20 civili morti. Su questa gente e su questi fatti, i mandanti necrofori hanno spallato la maggioranza di questo paese non ancora del tutto lisergizzato (il 58% vuole il ritiro subito) per una serie allucinante di giorni, di cartaccia imbrattata di retorica, di trasmissioni oscenamente lugubri e ipocrite, di masturbazioni patriottarde ed effettivamente colonial-fasciste, che hanno definito ”Unità Nazionale”, sotto la cappa decerebrante dei capintesta statali e clericali. Un primato di schizofrenia: il paese ufficiale, falso e corrotto fino al midollo, cadenti e ottenebrati detriti di fascismo bellico e coloniale rivitalizzati dai proconsoli imperiali, D’Alema, Prodi, Berlusconi e, dall’altra parte, un paese reale a bocca aperta, occhio allucinato, più attonito e sgomento che capace di razionalizzare e reagire. La sinistra ha dovuto essere presa per la collottola sul “manifesto” (18/9) addirittura da un anziano storico di destra come Franco Cardini che, correttamente, ne denunciava la cecità e l’ignavia.

Ho trovato che, ancora una volta, il primato dell’untuosità doppiogiochista lo ha raggiunto il campione della metastasi nazionale dell’equilibrismo. Per inserire una sua comparsata nel macabro “trionfo della morte” per mandato padronale, si è nascosto dietro un bambino. Un tempo nascondeva le sue trame polivalenti dietro file di ragazzi che andavano a farsi rompere la testa per rifare l’Italia dei partigiani e anche di più. Va mostrato, va citato.



Su “Repubblica” del 21 settembre, dalla prima alla terza pagina, Adriano Sofri, che mi si rivolta lo stomaco, alla vista del suo sostegno a quanto di terroristico l’Impero ha inflitto a popolo e paesi dal 1991 ad oggi, nel ricordarlo leader della mia Lotta Continua, descrive con tenero affetto e compunta partecipazione una foto spaventosa. Quella di una madre, vedova dell’”eroe” defunto a Kabul, che alla necrogena (di giovani italiani, sterminate folle di innocenti stranieri, verità, giustizia) orgia militare dei funerali di Stato (dopo quelli dell’eroe Mike Bongiorno) ha esibito il figlioletto di due anni. Con in testa tanto di basco di coloro che, leggendo la preghiera della Folgore, ci intimavano di non smettere mai di fare il culo a chiunque nel nome della patria: Le fotografie sono di quelle che si dice che resteranno simboliche. E’ bello che a segnare una data di cordoglio siano le immagini eccitate di un bambino per il quale forse la novità della giornata è stata anche allegra… anno dopo anno vorrà fare la conoscenza di suo padre… Simone ritroverà le frasi di suo padre che il lutto di oggi ha fatto conoscere a tutti: “Difendere gli altri, andare a fare del bene”… Suo padre aveva le idee chiare sulla propria missione. Ciliegina sull’apologo della guerra di difesa dal terrorismo di tutti gli altri, la menzione di quel collega tenente che alla partenza aveva riempito lo zaino di cinque chili di caramelle e aveva detto al figlio Martin: “Le porto a bambini come te”. I bambini come quello sono stati da noi resi orfani e le caramelle le stanno masticando sottoterra.

La balla della bolla, sacchetto di plastica sulla testa del mondo
In Afghanistan, a ludibrio della “guerra giusta di Obama”, 21mila soldati in più e un’offensiva da paragonare al D-day, è finita come è finita ogni avventura coloniale degli ultimi secoli. Una disfatta contundente. La cartina sopra mostra la dimensioni della catastrofe imperialista. Il paese segue la Resistenza. In compenso Obama, il change, ha fatto il cambio: ha esteso l’impresa al Pakistan nucleare e riottoso, lanciando droni Cia e amate ascare della cricca messa al potere contro la popolazione delle zone tribali, nel Waziristan, nella Swat valley. In buona sostanza contro il nucleo resistente e consapevole del popolo Pashtun, diviso dal confine coloniale britannico, blocco omogeneo interstatuale che tocca frantumare e disperdere perché cuore e retroterra della resistenza di due nazioni, ossificata nel termine “Taliban” e “Al Qaida”, quando ogni analisi non prostituta ci parla di una molteplicità di formazioni politiche e combattenti in coordinamento. McCrystal, comandante in capo chiede altre forze, sul modello autodistruttivo del Vietnam, per intingere la sconfitta nel nobile sangue patriottico di chi porta una democrazia elettorale bushiana in salsa mafia e protegge il proprio paese dai terroristi dell’11 settembre, “pronti a colpire soprattutto l’Europa”, come ci rivela il volenteroso Rampini su “Repubblica”. A buon intenditor… Di conseguenza La Russa e Franceschini gliele daranno. Per il bene di altri bambini sofriani votati all’eroismo con il basco in testa. E, a proposito di quel fantastico calembour che sono state le “elezioni” in un quinto di Afghanistan, tutti a commuoversi della democrazia legittimata, seppure un po’ claudicante per qualche milione di voti fasulli. Nessuno che abbia sbattuto in faccia a tale impudicizia la constatazione di cosa sia di assurdo un’elezione sotto occupazione. Occupanti che vogliono e possono il proprio risultato. Obama ha rasserenato tutti con il diversivo dello “scudo spaziale antiraniano” da non piazzare più ai bordi della Russia, con mezzo metro di corda lasciato al sottoposto di Georgia, Shaakashvili, perché si trattenga un po’. Bella forza: di scudi ne farà uno più avanzato, protetto e mobile, sulle navi USA e Nato che circondano il continente e, intanto, ha incassato il vitale corridoio russo per i rifornimenti all’Afghanistan.

Al fantoccio Obama, a quelli che stanno sopra e sotto di lui, non interessa tanto la vittoria impossibile. Interessa: a) coinvolgere l’Iran e l’india nel processo di disgregazione di due paesi incontrollabili; b) stabilire, come in Iraq, gigantesche basi militari di controllo e d’assalto con la complicità di cricche dirigenti corrotte, rese partecipi di frammenti di un traffico di droga, promosso in 8 anni di occupazione a principale travaso di moneta nelle vene esauste del capitalismo Usa. Il tutto in un paese desertificato, con guerriglie che dovrebbero lambire invano la fortezza del tenente Drogo; c) mantenere posizioni avanzate in direzione dell’Asia centrale petrolifera e gasifera e dell’armagheddon finale con Cina e Russia; d) alimentare in perpetuo l’illusione di una salvezza in extremis dalla bancarotta e caduta dell’impero da parte del complesso militar-industriale, ritenuto motore economico quando è voragine finanziaria planetaria. E’ così che si spiega l’Obama che dice che l’occupazione sarà a lungo termine e il comandante britannico vaticina 40 anni; d) tenere chiusa nel morso etico (la democrazia, i diritti umani, le donne), politico e militare della Nato tutte le marche dell’Impero, imponendo all’universo mondo la sottomissione all’imperativo millenario: “Guerra al terrorismo”, capace anche di garantire ordini sociali interni con la criminalizzazione di chiunque scavalchi il recinto dell’ottundimento e della schiavitù.

Nel brulichio audio-video di questi giorni, nella superfetazione di occhiute descrizioni di quanto avviene in AfPak su origini, motivi, obiettivi, condizioni, interventi, conferenze, transition o exit strategy , non è stato sfiorato, neanche da anima viva (?) a sinistra la chiave di tutto l’allucinato panopticum. Solo sempre “Al Qaida”, alla rosario, alla mulino di preghiera buddista, alla pifferi di Hamelin, alla ripetizioni ipnotica di baggianate con cui guru di ogni risma rimbecilliscono la gente. Ovunque questa compagnia di giro della morte incontra ostacoli, giurateci, spunta un gruppetto di Al Qaida: Somalia, Gaza, Libano, Gran Bretagna, Latinoamerica, Italia, ovviamente Afghanistan, da cui Osama-Bush (uno morto, l’altro vivente) hanno fatto scattare – e il change accentua salmodiando il karma – l’operazione tanto auspicata dalla banda USraeliana, arrivata al potere alla maniera di Karzai.

Tutto è dovuto alla retribuzione per l’11 settembre. Tutto il male dell’impero del male ne ha ricevuto un’unanime copertura. Da lì il mondo è partito a razzo verso l’abisso. Il nostro, di mondo, tutti inclusi. Non un accenno alla matrice originaria e determinante, di fronte alle tragedie apocalittiche che, con in testa le croci delle tombe dei periti nelle Torri Gemelle e nel Pentagono, vengono inflitte a larghe porzioni di umanità, innocenti, già messe al margine dell’umanità dal “progresso” capitalista, ora da obliterare. Sono troppi, stanno tra i piedi, non consumano. Resistono. Erano selvaggi, infedeli, comunisti. Sono terroristi. Sono islamici. Mettono il velo, non i perizoma e i punti di sutura dietro le orecchie. Uno come papi lo appendono in gabbia come Vittorio Gassman in “Brancaleone”. La versione ufficiale dell’11 settembre è naufragata nelle voragini con cui l’ha sfondata Bush negando ai presidenti della commissione parlamentare di accedere a documenti e a testimoni sgraditi (l’hanno denunciato loro, prendendo le distanze dallo scadente imbroglio caro a tutti, “manifesto” e De Aglio compresi). Ancora si attendono spiegazioni sul crollo della Torre 7, mai colpita da alcunché, ma zeppa di uffici di briganti dell’intelligence. Ancora ci devono fare vedere i nastri di venti telecamere attorno al Pentagono che ci spieghino come un Boeing 757 abbia potuto fare il buchetto di un missile. Ancora aspettiamo risposte alle obiezioni di collaudati piloti di tutto il mondo, secondo cui umanamente era impossibile attuare le manovre che hanno fatto il macello. Ancora devono trovare un logaritmo che permetta di far crollare torri d’acciaio, impregnabili al focarello di due serbatoi d’aereo, su se stessi, scoppiando a ogni piano e lasciando masse incandescenti di microtermite alla base degli edifici. Ancora dobbiamo capire come sei dei presunti dirottatori, inetti anche all’esame di volo di velivoletti, possano essere riapparsi in vita senza chiamarsi Lazzaro. E, soprattutto, ancora devono sentire i testimoni oculari, i pompieri respinti, i poliziotti inascoltati, i congiunti, i sopravvissuti, i legali, i tecnici, le masse Usa in movimento che si chiamano “Per la verità del’11 settembre”.

Del retroterra di una guerra infinita da scatenare vuoi sull’Iraq, vuoi sull’Afghanistan, sappiamo tutto dai documenti della protervia e dell’impunità. La preparavano da anni, in ogni dettaglio. Hanno mentito per la bisogna su tutto e su tutti, da Milosevic a Saddam, dalle Corti Islamiche ad Al Qaida. E’ dimostrato. Ma qui una ciliegia non ne tira un’altra e la parte di noi che ha tutto, proprio tutto da perdere, magari più dei popoli aggrediti perché più grassa e subalterna, dal gomitolo delle menzogne manifeste non ha voluto trarre il filo che servisse a tessere una verità vera, salvifica. Al Qaida sul manifesto, “Al Qaida” sul Corriere, “Al Qaida“ fortissimo nell’Altro, o in Liberazione, Al Qaida che saltabecca tra le chiome da Gorgone della Botteri di Rai Tre, l’orco “Al Qaida” negli apologhi sui “nostri ragazzi” dell’inviato blindato Nico Piro… Pensa un po’ come rimarrebbero se non ci fosse questa taumaturgica Al Qaida! E pensa che non c’è, se non nella strumentazione terroristica e propagandistica dei guerrieri infiniti e di chi, a casa, deve tenere a bada le folle. Lo dimostrano l’11 settembre e tutti gli episodi affini. Se non li vuoi vedere hai diritto a partecipare, come il piccolo Simone, alla parata funebre. Col basco rosso in testa. Intanto in Asia l’olocausto di Bush 1 e 2-Obama ha prodotto 8 milioni di morti.

domenica 20 settembre 2009

6 EROI, LOS CINCOS E MONTAZER, 6 MERCENARI, CINQUE FOLGORE E' UN AVIERE; LA NEMESI DELL'IMPERO DEL MALE











MILANO, SABATO 10 OTTOBRE 2009 MANIFESTAZIONE NAZIONALE
PER LA LIBERAZIONE DEI CINQUE CONTRO IL SILENZIO DEI MEZZI DI COMUNICAZIONE. LO SAPEVI CHE CINQUE CUBANI SONO INCARCERATI NEGLI STATI UNITI PER AVER COMBATTUTO IL TERRORISMO?
Corteo da Piazza Cavour (MM3 - Turati) alle ore 15.00
Al termine concerto dal vivo di musica e danze cubane in piazza Leonardo da Vinci (davanti al Politecnico).Dal 1998 cinque cubani sono detenuti negli Stati Uniti per aver monitorato, a protezione del proprio popolo, le attività terroristiche contro Cuba organizzate dalla Florida, dopo un processo definito illegale dal Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle Detenzioni Arbitrarie.
www.italia-cuba.it, amicuba@tiscali.it, tel. 02-680862.


Un’aggressione terroristica, mascherata da “missione di pace”, giustificata con un pretesto costruito in casa e motivata da evidenti sebbene inconfessati obiettivi predatori delle élites mondiali: assicurarsi i profitti della droga, secondi solo a quelli delle armi, tenere sotto ferreo controllo Nato i paesi occidentali colonizzati o subalterni, impedire la stabilizzazione autodeterminata e sovrana di Afghanistan e Pakistan, controllare le risorse energetiche e il nodo geostrategico dell’Asia Centrale, accerchiare Russia e Cina.
Una lotta di liberazione e di emancipazione di un piccolo pacifico popolo su una piccola, libera isola, contro una potenza mondiale senza precedenti nella storia per voracità, distruttività, aggressività; una difesa contro 60 anni di terrorismo di Stato o coperto dallo Stato, attacchi, guerra biologica, sabotaggio, attentati, diffamazioni, destabilizzazioni; un esempio al mondo di giustizia sociale, dignità, indipendenza, solidarietà internazionalista, che ha promosso processi di liberazione di masse in tutto il mondo.

Ecco i due casi del giorno. Nel primo l’Italia ufficiale, del palazzo dei pregiudicati, corrotti, bugiardi, mafiosi, dei media codardi e nella quasi totalità complici (si veda la diserzione della FNSI dalla manifestazione per una libertà di stampa oggi recisa dal guitto mannaro, ma sbollita già vent’anni fa), Italia laica o clericale, di destra o di sinistra, furba o ottusa, si straccia le vesti e ciancia di “eroi” e “martiri” sulle salme di giovani che, prima, ha psicologicamente ed eticamente deformato e poi ha venduto come mercenari “autodeterminati” al comandante in capo, oggi riverniciato, perché ne facesse quello che voleva, tra mandarli a uccidere e farsi uccidere. Il capintesta del paese, alfanizzato da una Corte Costituzionale che banchetta con guitti mannari e esonerato da tutti i tribunali giuridici e mediatici della Repubblica, violando il più umano dei dettami della Repubblica, art. 11, contro ogni guerra, inneggia all’eroismo dei “nostri ragazzi” e fa il suo giuramento di marine all’ imperatore e ai burattinai che ne manovrano la scimitarra. Intanto serpeggia il sospetto che, dopo, il botto i militari, come è successo parecchie volte in Iraq e Afghanistan, totalmente fuori di testa si siano messi a sparacchiare in giro e che quindi quei 20 civili morti siano tacche nei loro fucili. Dove sta il terrorismo?

Nel secondo caso l’Italia ufficiale è composta dalle note scimmie che non vedono, non sentono, non odono. Non piangono. Ma appresso a loro l’Italia dall’occhio abbacinato, che invece lacrima su un grottesco vessillifero della telecorruzione e del telerincoglionimento nazionali e, perciò, funeralizzato di Stato. Orbi dall’occhio annebbiato e accecatori celebrano imbandierate esequie marciando verso camere ardenti sopra strade lastricate da due milioni di ammazzati iracheni, un popolo genocidato in Palestina, popoli sterminati in Asia, Africa, America Latina, popoli centroamericani a cui sicari fascisti dell’imperatore stavolta cercano di spezzare il collo con una dittatura ogni giorno più sanguinaria. Niente deve turbare una società di escort raccolta nei festini, o sotto il tavolo a guaire, dove, se semmai ci si pensa, si sghignazza sui passatempi praticati a Guantanamo, Bagram, Abu Ghraib, sugli 11mila, patrioti o inconsapevoli, rinchiusi e torturati senza processo e senza fine nei lager di un primo ministro che, la sera dell’11 settembre, si è rallegrato: “E’ buona cosa per Israele”, sui 60mila negli anni finiti nello stesso buco nero in Iraq, sui non dissimili diversivi nelle carceri italiane e, ultimo spunto, sui 18 tentativi falliti di iniettare il veleno mortale a un detenuto da 25 anni morente nel braccio della morte imperiale.

Ma c’è un pezzo d’Italia, di mondo, che non ci sta. Che di questo scenario allucinato e mostruoso ha individuato un simbolo che in sé tutto lo racchiude, nella sua tesi e nella sua antitesi e ne fa la l’obiettivo-sintesi di una campagna di contrasto e di verità. La tesi è l’infamia della condanna a cinque eroi della difesa del proprio paese, della pace e dell’umanità tutta. L’antitesi è il disvelamento dei delinquenti con il tocco in testa e la toga sulle vergogne, nonché dei loro mandanti. La sintesi è, deve essere, l’identificazione di chi, terrorista supremo, teorizza e pratica “guerra a terrorismo” mentre distrugge paesi e nega giustizia e liberazione.
Dal 12 settembre 1998 cinque cubani sono detenuti negli Stati Uniti con condanne dai 15 anni a un doppio ergastolo. Condannati da una giuria di Miami, scaturita dall’ambiente che da decenni, oggi in Honduras, spedisce in giro sicari per l’America Latina per ottemperare agli ordini di mattanza del proprio padrino e riuscire a tornare a imbandire il proprio mattatoio sociale. Il loro delitto: essersi infiltrati tra le bande terroristiche della mafia cubana per sventare ulteriori complotti contro il proprio popolo e la sua sopravvivenza. Non hanno commesso violenza, non hanno intaccato la sicurezza degli Usa, non hanno violato nessuna legge. Anzi, a difesa della presunta ostilità al terrorismo dello Stato terrorista, hanno comunicato alle autorità investigative del governo che da 60 anni minaccia e aggredisce Cuba, oltreché alle proprie, le trame criminali che si tessono in quelle associazioni a delinquere, anche, quanto meno, a danno dell’immagine che gli Stati Uniti vorrebbero darsi.

Per sturare sorde orecchie e far levare palpebre ostinatamente abbassate, quel pezzo di mondo sfuggito a complicità e narcosi, da dieci anni si batte e non desiste, forte del fatto che addirittura una solitamente remissiva ONU ha definito illegale il processo e le condanne. Dieci Premi Nobel, parlamenti di paesi sfuggiti alla pandemia della menzogna, l’unica vera, singoli parlamentari, istituzioni internazionali, organizzazioni dei diritti umani, associazioni di giuristi e migliaia di personalità di ogni valore vitale, hanno chiesto invano la revisione del processo, con la prova di connivenze, menzogne, protezioni e pressioni che hanno falsificato gli esiti della farsa. In tutto il mondo da un decennio folle di rivoluzionari, di militanti per la solidarietà la giustizia, resistenti alle illegalità e ai soprusi, democratici, persone perbene, manifestano con regolare periodicità contro questo monstrum antidemocratico, esercitano pressioni sui loro rappresentanti politici e sindacali, assediano le ambasciate Usa, con i circoli dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba in costante mobilitazione per Cuba e per i Cinque. Quando succederà in Italia, che squarci la cappa dell’ignavia e della mistificazione un nostro sindacato e solleciti proteste e provvedimenti degli organismi internazionali, come hanno fatto le centrali sindacali britannica, irlandese e sudafricana che hanno deciso il boicottaggio, i disinvestimenti e le sanzioni per lo Stato israeliano? E il capo manipolo dei terroristi anticubani e anti-latinoamericani, pluriomicida bombarolo, confesso mandante killer anche del nostro Fabio di Celmo all’Avana, il cinquantennale agente CIA Luis Posada Carilles, gira libero, protetto e vezzeggiato per gli Stati Uniti e, in questi giorni ha riattivato, insieme al compare Otto Reich (responsabile per Hillary Clinton per l’America Latina), le proprio funzioni terroristiche a difesa dei golpisti honduregni e a repressione della grande resistenza di popolo alla dittatura.
I cinque eroi cubani, si chiamano:

• Gerardo Hernández Nordelo: N°. 58739-004, U.S.P. Victorville – California;
• Antonio Guerrero Rodríguez: N° 58741-004, U.S.P. Florence – Colorado;
• Ruben Campa: N° 58733-004 (aka Fernando Gonzalez) F.C.I Oxford – Wisconsin;
• Luis Medina, N° 58734-004 (aka Ramon Labañino), U.S.P Beaumont Federal Prision – Texas;
• René González N° 58738-004 F.C.I, Marianna, Florida.

Sono rimasti in isolamento per anni, li hanno riprocessati e ricondannati ad Atalanta, gli si rende la detenzione il più penosa possibile ponendo arbitrari ostacoli alle visite dei congiunti, addirittura di madri, mogli e figli. Viene violato ogni emendamento legale e umanitario della Costituzione Americana. Della loro liberazione Cuba ha fatto la battaglia primaria, uno per tutti, tutti per uno, nel segno della solidarietà, dell’amore di cui è intessuta quella società che con medici, insegnanti, tecnici la estende al mondo esterno, ovunque ci sia da dare una mano al riscatto di popoli e comunità dei bisognosi.
E’ proprio questo messaggio, che da Cuba si diffonde da sempre nel mondo e, con la lotta per i Cinque, ha guadagnato ulteriore impeto e ne ha allargato la portata, che la controparte del dominio, della prevaricazione, della necrofilia vuole soffocare. E’ per questo che i Cinque diventano una cartina di tornasole e rovesciano il paradigma del terrorismo che si vorrebbe mosso contro gli Stati Uniti e contro di noi, anziché dagli Stati Uniti contro chi non ci sta e va per la sua di strade. Lottare per i Cinque significa far rinascere una logica unificante, a superamento di una dissociazione impropria e perdente. La vicenda dei Cinque non è solo dei Cinque, è paradigmaticamente di tutti, al cupo imbrunire delle conquiste di civiltà faticate negli ultimi secoli. Ne può diventare l’alba. La dimensione epocale dell’ingiustizia perpetrata ai fini di perpetuare quel paradigma che deve giustificare ogni sorta di aggressione, racchiude in sé le vicende di tutti i sequestrati a fini di menzogna, intimidazione, eliminazione. Cubani, iracheni, palestinesi, honduregni, colombiani, messicani che siano. La fermezza, serenità, il coraggio, la tenerezza che questi cinque uomini, già giovani e provati da ininterrotte nequizie processuali, abusi carcerari, frustrazioni affettive, speranze da rinfocolare eternamente, hanno dimostrato al mondo con i loro scritti, le poesie, le lettere, gli incoraggiamenti, mi permettono di aggiungere al loro nome anche quello di un altro eroe-epitome, un fratello.
Muntazer al Zaidi
il trentenne giornalista iracheno, uno di cinque o sei giornalisti su piazza nel mondo oggi, che, all’atto dell’addio del presidente dal paese e dalla città che aveva massacrato, sulla testa del serial killer fiondò le sue scarpe, accompagnate dal voto dei milioni di vedove e di orfani che aveva prodotto. Lo hanno pestato a morte, lo hanno torturato, è uscito con costole e naso rotti, organi menomati, ma non ha mai scritto la lettera di scuse a Bush che gli sbirri di regime volevano fargli firmare. Lo hanno dovuto rilasciare per la risonanza, coscienza, mobilitazione che la sua espressione fisica di un’esigenza planetaria hanno suscitato. A significare che una certa forza, quando sa di esserlo e si muove, è invincibile. Hai voglia droni, F-16 o blocchi cinquantennali della vita di un popolo.
Forse il momento è buono. Vero che Obama, l’uomo fascinoso del change, del cambio, ha perpetuato per un altro anno l’embargo a Cuba. I fronzoli cosmetici dell’alleggerimento di ostacoli alle visite, rimesse, corrispondenze tra Usa e Cuba, glie l’ha sollecitato, per scopi suoi, l’insostituibile bacino elettorale di spie e provocatori della diaspora cubana (e magari anche per occulti, ma intellegibili, scopi Cia, o dei mercatisti internazionali). Ma aspettative si sono accese, nuovi spazi aperti, il fronte della contestazione al colonialismo yankee si è grandemente allargato. Gli Usa reagiscono alla rinfusa, hanno perso tempo, risorse e occasioni in Iraq, Jugoslavia e Afghanistan. Un colpo alla botte e una al cerchio, a seconda di quale delle mute di sciacalli, dette lobby negli Usa, manovra la mazza. Minacce a Chavez, Morales, Correa, ritiro della base dall’Ecuador e sette nuove basi nella Colombia del compare di narcotraffico e di interventismo Uribe, colpo di Stato contro un germogliante processo di emancipazione sociale e democratica in Honduras, ma ritiro della mano dopo il lancio del golpe di fronte a una compatta rivolta politica latinoamericana e l'imbarazzante presa di distanza del vassallo più importante, l'UE, che sospende la conclusione del Trattato di Associazione UE-Centroamerica; riattivazione della IV Flotta, dormiente dal ’50, per penetrare le acque territoriali e interne (l'Aquifero Guaranì) del Cono Sud, tolleranza verso l’avanzata delle nuove sinistre latinoamericane, con l’arrivo al potere dei guerriglieri Farabundo Martì e Sandinisti, in varia forma e portata, rispettivamente in San Salvador e Nicaragua. L’assordante istanza di giustizia e democrazia che gli arriva dalla fermezza che il “liberale” Manuel Zelaya continua a infliggergli da Managua, sostenuto in Honduras da una mobilitazione di massa indomabile che, incredibilmente, sta raggiungendo il terzo mese di ininterrotta lotta, con un consenso che abbraccia tutto il Sud del mondo.
Washington sa che con la liberazione dei Cinque combattenti contro il terrorismo il re resta nudo. Ma forse sa che è già scoperto fino allo scheletro, per quanto rimpannucciato di “democrazia”. Da sei settimi dell’umanità. Potrebbe ritenere che quel prezzo è forse assorbibile quando nel conto ci metti che qualcuno si rimetterà a pensare a Obama come a quello del yes, we can. La exit strategy sta venendo di moda. Imposta dal lotte invincibili. Imponiamogli quella dei Cinque. Alla fine sarà anche la nostra.

giovedì 17 settembre 2009

IL SERIALKILLER SUL LETTINO DELLO PSICHIATRA (la cancrena delle lobby, ebraica, obamaniaca, ginocrate...)























Sabra e Shatila e il suo autore, oggi, 16 settembre, 27 anni fa

Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca della loro terra, per ripulire la terra dalla sua popolazione araba. C’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti.
(David Ben Gurion, padre fondatore di Israele)
Israele ha il diritto di processare altri, ma nessuno ha il diritto di mettere sotto processo il popolo ebraico e lo Stato di Israele.
(Ariel Sharon, 15/11/1998, Agence France Press)
Ci sono leggi per proteggere la libertà di stampa, ma non ne esistono che proteggano la gente dalla stampa.
(Mark Twain)
Solo i vincitori decidono quali siano stati crimini di guerra.
(Gary Wills)





Sei parà italiani uccisi a Kabul, quattro feriti. Cordoglio alle famiglie derubate dallo Stato italiano e dalla “comunità internazionale”. Una decina di mercenari ISAF-NATO eliminati dalla Resistenza ogni giorno. Occupazione sconfitta, guerra persa. Verso l’Afghanistan liberato dalle bande colonialiste. Tutto questo va messo sulla fedina penale dei criminali di guerra, dal “we can” Obama, ai marescialli di fureria Prodi e Berlusconi, ai caporali di giornata che in parlamento hanno votato per la guerra. Fino a tutti quei “pali” che si sono lasciati alle spalle “Fuori la Nato dall’Italia”, “Fuori l’Italia dalla Nato”. Ora lapidi e strade intitolate, come dopo Nassiriya, firmate dai mandanti della strage. E i baldi combattenti della libertà di stampa se la svignano sotto il letto di La Russa.

Così si sono impadroniti anche del Festival di Venezia, detto “progressista”, “alternativo”, “fuori dal coro”, luce e consolazione delle ottenebrate sinistre italiote, intemerata risposta al guitto mannaro della triade mafia-massoneria-fascismo che sta masticando l’Italia per risputarla fuori frantumata come la Jugoslavia, l’Iraq, l’Afghanistan, un non-Stato come la Somalia (testé reinvasa dai terminator di Obama). No, Venezia no, Venezia è diversa, e immacolata, c’è Placido col ’68, mica no. Puzzonata o meno, sempre impertinente è. Ragazzi, come ci frega la lobby ebraica. Una sola, una singola vocetta, su un giornaletto da quattro copie, ha provato a incidere il putrido bubbone imbastito dalla lobby. Uno strappo alla regola del solito “giornale comunista” che in difesa della lobby si era stracciato le vesti al tempo delle fiere letterarie di Torino e, ora, di Mantova, con i loro monumenti ai palafrenieri dei sionisti cavalieri dell’apocalisse, Oz, Grossman, Jehoshua. Uno strappo subito ricomposto sulla pagina di fronte dove svettava, tra ovazioni recensorie e immagini dai pendagli scintillanti, dalle ascelle rasate e dal trucco alla Tehran Alta, la raddrizzata “democratica” all’ eterodosso svirgolo di Roberto Silvestri. Mi spiego.

Roberto Silvestri, capo dinastia dei cinerecensori del “manifesto”, che pure aveva sfiorato con empatiche riserve la truffa pseudopacifista israeliana di “Valzer con Bashir”, volta a scaricare sui falangisti libanesi Sabra e Shatila il più efferato crimine contro l’umanità degli anni ’80, mandante e garante Ariel Sharon, ministro ultranazista della difesa, sull’ulteriore escalation negazionista del cinema israeliano non ha saputo trattenersi. Per una volta qualcuno dell’ufficialità mediatica – mainstream media, dicono gli anglosassoni e scimmiottano i burini – ha osato lacerare la nebbia della frode nella quale ci muoviamo come cieche talpe e a bollare un negazionismo che nulla ha da invidiare a quello che, in omaggio alla libertà d’opinione e di ricerca storica sancita da un diritto burlone, ti fa finire in galera. Quel film va boicottato, come ogni grande o piccola manifestazione di esistenza dello Stato sionista e di complicità con esso. “Lebanon” di Samuel Maoz è una nuova lurida operazione di autoassoluzione per coloro che nel 1982, ritiratesi opportunamente le truppe ONU italiane, francesi e Usa dalla protezione dei campi profughi palestinesi, dopo averne espulsi oltremare i difensori, audacissimi invasero il Libano e lo fecero a pezzi massacrando 20mila civili. Apoteosi dell’ontologico cannibalismo israeliano fu la strage nei campi di Sabra e Shatila a Beirut, esattamente 27 anni fa. C’ero e ci sono tornato tante volte, anche con Stefano Chiarini che, sul “manifesto” e fuori, ne ha tenuta viva la memoria contro la passione per la smemoratezza delle sinistre e i fumogeni tossici di tutto il resto. Tremila donne, bambini, vecchi, infermi circondati e poi massacrati orridamente grazie alla blindatura di Ariel Sharon, come oggi gli abitanti di Nilin, Bilin e altri in Cisgiordania dal Muro, o come un milione e mezzo di agonizzanti a Gaza, a significare una continuità dai villaggi bruciati nel ’48 ai crimini e complotti in mezzo mondo oggi. Tremila rischiarati a giorno dalle fotoelettriche israeliane per tre notti di mattanza da parte dei consanguinei fascisti. Una strage di innocenti non dissimile da quella negoziata dai boss dello Juedischer Bund con i gerarchi hitleriani perché gli ebrei di Germania, perseguitati, si decidessero a occupare la Palestina. E ora arriva “Lebanon”, che, lacrimando sulle fragilità psichiche dei carristi nella loro marcia di sterminio, quando non c’è palestinese o arabo che non ne sappia la ben coltivata ferocia (ricordate la maglietta, popolarissima tra i soldati di Tsahal dopo Gaza, con donna palestinese incinta: “un colpo due colpiti ”?), prova a stendere un velo di umana comprensione-compassione su questa Marzabotto di Israele. E Silvestri, che per una volta si districa dall’ingarbugliata selva di citazioni, parentesi, richiami, che ne rendono incomprensibile i film commentati, giustamente s’indigna: “Da compatire e ricordare con commozione dopo l’aggressione in Libano del 1982 non sono i massacrati civili o in armi, ma la psicologia fragile dei delicati massacratori. Missione riuscita. Bravo Silvestri.

Peccato che su tutto il paginone di fronte si inneggi a “Donne senza uomini”, Leone d’argento per la dama iraniana dissidente, annidata ovviamente negli Stati Uniti, che alle telecamere veneziane ha offerto, insieme alla sua mise da vedette della "rivoluzione verde", l’abbraccio più caloroso, e ovvio, a quel Maoz che l’aveva preceduta all’oro per superiori meriti lobbistici. Una coppia ben assortita, il gatto e la volpe della lobby imperial-sionista. Shirin Neshal non è finita sotto l’affilata lama ideologica di Silvestri, ma tra le coccole di Cristina Piccino, una delle signore del giornale che sistematicamente, spesso orgasmaticamente, come nel caso ormonale obamisterico di Ida Dominjianni, assidua presenza televisiva specie da Gad Lerner, prendono fischi per fiaschi, delinquenti per taumaturghi. La volpina furberia della cineasta persiana Shirin Neshal – lì esaltata per “la zampata della leonessa…raffinatissima, gli occhi truccati di nero, sostenitrice del movimento verde, nel cuore di tutti gli iraniani, nientemeno - sta nell’utilizzo di una vicenda di liberazione nazionale e progressista, come quella del premier Mossadeq, rovesciato dalla Cia nel 1953 e sostituito col mezzano Usa già cacciato a furor di popolo, Shah Reza Pahlevi, a supporto della recente sedizione delle classi alte iraniane. Classi Dolce e Gabbana, bulimiche di profitti e libero mercato, innescata dal solito sodalizio USraeliano contro un regime che i suoi calcoli, in collusione con l’imperialismo (con l’Iraq), o in collisione (per l’egemonia regionale), insiste a farseli da solo. Operazione non meno sconcia di quella del carrista strizzacervelli israeliano, ma ancora più scandalosa. Mossadeq si rivolta nella tomba con simili apologeti. Usare il martire della sovranità iraniana a supporto degli arnesi utilizzati dai responsabili di quel martirio per cancellarne l'eredità. Una strategia, quella di Israele e dei più esitanti Usa, che data da molto lontano, addirittura da prima dell’assalto all’ostacolo primario Iraq.

Disse Netaniahu, la sera dell’11 settembre che aveva visto agenti israeliani filmare e saltare di gioia su un terrazzo prospiciente le Torri Gemelle: “E’ stato un bene. Beh, forse non un bene, ma produrrà un sacco di simpatia per Israele”. In precedenza lui e il suo SS- Kamerad Sharon avevano osservato che “solo quando gli americani proveranno le nostre pene (dell’Intifada) potranno comprendere la difficile situazione delle vittime israeliane”. Le guerre dell’intelligence e relative campagne di disinformazione-diffamazione si basano su modelli matematici che permettono di anticipare la reazione del target al’interno di una gamma accettabile di probabilità. Con una provocazione bene pianificata, la reazione prevista può diventare un’arma nell’arsenale dell’agente provocatore. In risposta all’11/9 sarebbe forse stato difficile prevedere che gli Usa avrebbero impiegato la propria potenza militare, interamente in mano agli infiltrati sionisti nel complesso militar-industrial-mediatico, per vendicare l’attacco? Attacco mai rivendicato da Osama bin Laden in vita, ma tosto attribuitosi dal suo ectoplasma e dalle registrazioni, elaborate nei più avanzati laboratori della manipolazione audio-video, diffuse dopo la sua documentata morte nel dicembre 2001 (successiva al ricovero per dialisi a Dubai, luglio 2001, dove lo visitò il padrino, capostazione Cia). Cinque anni prima, nel documento neocon-sionista “A clean break. Una nuova strategia per garantire il regno" (di Israele), Richard Perle, del Consiglio di Difesa Usa, consigliere chiave dell’allora premier Netanjahu, indicò la necessità di rimuovere Saddam Hussein come elemento fondamentale della strategia per il Grande Israele. Dettero poi la precedenza all’Afghanistan, ritenuto più facile da punire per la presunta debolezza dei Taliban che, rifiutando il servaggio alla petrolifera Unocal, si erano mostrati ingrati dell’appoggio ottenuto contro il precedente governo comunista e i suoi soccorritori sovietici. Venne la provocazione dell’11 settembre, seguita da altre dello stesso stampo. Venne, prima, settembre 2000, la provocazione dell’irruzione militarizzata di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee e lo scontato appoggio iracheno, unico tra gli arabi, all’insurrezione palestinese. Venne l’invasione della “comunità internazionale” in Iraq, con quasi 5000 soldati Usa (dieci volte tanti, in verità, calcolando i contractors) sacrificati agli interessi israeliani più che a quelli statunitensi, l’accesso delle cui multinazionali al petrolio iracheno era comunque garantito, sebbene in termini di equità tra Stati sovrani, ma sicuramente a minori costi di quelli che hanno contribuito in misura determinante all’attuale sfacelo dell’economia Usa e occidentale. Ma vennero anche i due milioni di ulteriori vittime irachene, la distruzione e frammentazione del più forte e militante paese arabo (cui hanno dato man forte squadroni della morte israeliani). E venne infine la pelosa alleanza Usa-Iran (già in atto durante l’attacco persiano a Baghdad 1979-1988), stretta per questa bisogna. Ed è qui che per Israele si presenta l'ennesima urgenza di attivare la propria cupola a Washington, nella finanza e nei media, al fine di attirare gli Usa in una nuova impresa vicaria, funzionale agli interessi di dominio regionale israeliano, più che a quelli di un USA stremata dalla crisi e dalla sovra-estensione militare dal Medioriente all’Asia, dall’America Latina all’Africa.

Si tratta di ripartire alla grande con la manipolazione dell’ambiente mentale condiviso per creare percezioni e impressioni che diventino consenso di opinione pubblica, da destra all’estrema sinistra, con tanto di pontieri alla Bertinotti, Vendola e certe gazzettiere della stampa “alternativa”. Manipolando questo ambiente mentale condiviso, tutto basato su proprie creature fittizie ( Al Qaida, terrorismo islamico e suoi promotori come Saddam, persistentemente presentato come sostenitore di Al Qaida e dell’operazione 11/9, Ahmadinejad, i Taliban, Chavez, Morales, i partigiani somali, il Sudan, velo e burka), si possono poi condurre guerre in piena vista e su molteplici fronti. Quanto a Israele, vale il paradigma che coloro i quali sono di piccola dimensione devono condurre guerre via vittimismo e inganno e, se non sono in grado di condurle in prima persona, farle fare dal fratello grande. Sistemato lo scoglio maggiore, l’Iraq, o così si ritiene, ora tocca estendere la manovra all’Iran, passando prima o dopo per i suoi alleati vicini, Hamas e Hezbollah. E gli Usa, che ancora frenano alla vista degli sconquassi che Tehran gli combinerebbe in Iraq e della sua utilità per la preziosa morsa Usa-Iran-India contro l’Afghanistan e il Pakistan da ridurre in condizioni irachene, alla fine dovranno ben adattarsi a dissanguarsi un altro po’ su quel fronte a vantaggio di Israele. Dovrebbe garantirlo il fatto che non c’è quadro nel vertice dell’amministrazione che l’uomo nero del change non abbia tratto dalla confraternita della buona sorte sionista.

Capito in che quadretto si inseriscono i trionfatori di Venezia e il loro scambio di amorosi sensi sul palco mondiale della vittoria? Nel sottofondo l’ipnotico borbottio della parallela campagna di guerra dell’intelligence : l’ennesimo berciare audio del para-Osama che si appropria, in funzione di amalgama tra “terrorismo Al Qaida”, fatto da USraele, e lotte di liberazione, fatte dai popoli, della rabbia planetaria contro il mattatoio imperialista (Osama va sempre resuscitato quando si tratta di vivificare le guerre dell’impero); la verniciata che il cripto-Bush di pelle nera dà alla “guerra al terrorismo”; il suo rinnovo dell’embargo a Cuba; la sua nuova aggressione a una Somalia fin qui saccheggiata da tutti noi, ma colpevole di produrre forze sane, sebbene islamiche, che rivogliono il loro Stato; i nuovi golpe e la criminalizzazione degli avversari – “fucina di terrorismo islamico” - in America Latina; il veleno della destabilizzazione-colonizzazione che il nazi Lieberman, ministro degli esteri israeliano, sta iniettando in Africa con la visita a regimi reazionari disposti a fiondarsi su qualsiasi singulto di emancipazione con il concorso di tecnologie, spie e specialisti di operazioni sporche, di cui Tel Aviv è da sempre prodiga alle destre mondiali.

S’infila nel coro anche il correligionario sudafricano di Netaniahu, Richard Goldstone, inviato ONU a Gaza per i diritti umani, che già si era rivelato ottimo strumento giudiziario dell’imperialismo quando all’Aja dirigeva il famigerato tribunale sulla Jugoslavia (assassino della Serbia, della verità e di Milosevic). Ora il suo rapporto ha l’impudenza di distribuire crimini contro l’umanità alla pari tra il macello di civili a Gaza (1.450 morti in tre settimane) da parte della quarta potenza militare mondiale e qualche dozzina di razzi di Hamas (13 morti in 8 anni), legittimamente (Carta dell’ONU) tirati sugli occupanti e ladri della propria terra (non ci sono "civili" in Israele: tutti occupano e devono andare ad ammazzare gli autoctoni). Il calcolo è astuto: su un mindset, uno scenario mentale, già predeterminato a favore di Israele, vittima perenne e strutturale avvolta nella Shoah, e contro bande di “terroristi estremisti e oscurantisti” come i partigiani palestinesi, ogni formale equilibrio diventa una bilancia squinternata a favore di Israele. Non c’è solo l’assurda equiparazione tra gli effetti bomba-carta dei Kassam e l’apocalisse dei Merkava e degli F-16, ma si tralascia il dato decisivo, quello che invertirebbe la bilancia: gli uni, da 60 anni aggressori e genocidi, gli altri, aggrediti, occupati o assediati, e sterminati, in lotta per la giustizia a termini di diritto internazionale. Conclusione di Goldstone: se Hamas non avesse tirato i razzi, non sarebbe successo niente (senza contare che la Resistenza aveva smesso di sparare e che la tregua fu rotta da un’incursione omicida di Israele il 2 novembre). Chi è causa del suo mal… Non poteva mancare Londra che, sulla scia del Tony Blair che discuteva con Bush a Downing Street come turlupinare l’opinione pubblica sulle armi di distruzione di massa di Saddam (ci sono i verbali), ha fatto ricicciare, processandoli e condannandoli, tre poveracci anglo-pakistani che, a conferma della paternità islamica della bufala degli attentati al metrò, avrebbero nel 2006 programmato di far esplodere aerei Londra-New York con una mistura di liquidi casarecci. Proposito che, a detta di tutti i tecnici del ramo, avrebbe potuto funzionare come un fischietto d’arbitro per suonare la Nona di Beethoven.

Come si vede, al comando del campione del we can, tutti i pifferai si sono rimessi in marcia. Al passo. Ci resta un sorriso: si è schiantato, dopo aver dato del suo meglio nella mattanza al fosforo di Gaza, il topgun israeliano Assaf Ramon. Era figlio di Ilan Ramon, astronauta a sua volta esploso in volo con la navicella Columbia. Esploso sopra una cittadina nel Texas dal nome – guarda un po’ quanto è spiritoso il destino – Palestine.
E Minzolini? Che c’entra il direttore del TG1 che sta al giornalismo come un macellaio sta a un chirurgo? Ha corredato l’autodafé della verità e della decenza, consumato dalla giuria veneziana, con il seguente sondaggio tra le talpe che percorrono i tunnel neri del suo notiziario: Chi ha violato il diritto internazionale? Israele con le bombe al fosforo in centri urbani; Hamas usando civili, donne e bambini, come scudi umani; tutti e due; nessuno dei due. La risposta delle talpe: un linea rossa per la prima domanda lunga venti volte la seconda. Grazie al cazzo. La guerriglia non ha territori liberati, né campi di battaglia su cui operare. Combatte tra le gente, con la gente, e se solo osasse nascondere il suo fucile dietro a un concittadino avrebbe perso la battaglia decisiva, quella del pesce nel proprio mare. E’ la logica. La logica da sconfiggere con la manipolazione dell’ambiente mentale di cui sopra. Vasta la lobby, vasta e fetida.

Invece sono cento e cento le immagini degli eroici miliziani di Tsahal con un bambino palestinese legato sul carro armato, sul blindato, legato in ginocchio davanti al cecchino, mandato in testa alla pattuglia nell’irruzione nelle case. Noi, invece, abbiamo un giornalista vero: Muntazer Al Zaidi, l’eroico lanciatore di scarpe iracheno, carcerato, torturato, liberato l’altro giorno a furor di popolo incorrotto. Cosa dice il nostro sindacato, la prudente Federazione Nazionale della Stampa? Quella che, codarda, codina e scandalosa, ha appena revocato la vitale manifestazione nazionale a Roma per la libertà d’espressione sgretolata dalla loggia al potere. Cosa dice l’Ordine dei giornalisti che sovrintende alla deontologia e alla rettitudine? Programmano una manifestazione nazionale, bravi, quando i buoi stanno tutti fuori e caricano come matti contro deontologia, rettitudine e verità. Poi, quando il massacro dell’Afghanistan e l’invio alla morte di concittadini di quella manifestazione giustificherebbe il potenziamento, da veri embedded di La Russa la cancellano. E il becchino del giornalismo Minziolini, il postribolare Vespa, lo scamiciato della lingua italiana Riotta, lo svendoliano Sionetti? Nel nostro futuro c’è una scarpa.

Io del “manifesto”, a dispetto di quanto dolorosamente mi corre l’obbligo giornalistico e dunque etico e politico di biasimare, ho anche stima. Dopotutto c’è Vauro, c’era Chiarini, c’è l’attenzione al sociale (anche se menomata dall’indefettibile sentinella della CGIL), ci sono molti illuminanti interventi esterni, come quello dell’ostracizzato Daniele Luttazzi, mercoledì 16 settembre, le lettere rettificatrici di lettori spazientiti dagli slittamenti nelle compatibilità e nell’avallo delle frodi propagandistiche a livello internazionale. Avallo, per esempio dannante, di un’ormai sputtanatissima storia ufficiale dell’11 settembre e di Al Qaida, giro di boa storico imposto dagli assassini di massa all’umanità, quando dovere di un giornale che si picca di essere la voce “altra” sarebbe stato di dare spazio perlomeno ai dubbi grossi dieci volte le Torri Gemelle, generati dalle ricerche, prove, testimonianze di un grande e sapiente movimento. E invece ne dobbiamo sorbire, dell’11/9, nei giorni della ricorrenza, la stantìa celebrazione, quasi fosse un qualsiasi Washington Post o Corriere della Sera, fiancheggiata dalle inesauste, querule rimostranze della teodem Sgrena sui terribili Al Qaida che insistono a impedire la normalizzazione dell’Iraq o della Somalia.

C’è qualcosa di misterioso, neanche tanto, che unisce ginocrazia, fatta passare per femminismo, a obamisteria. Transeat che sul giornale straparlino bravi statunitensi come il regista Oliver Stone, autore di una benemerita opera sull’America Latina in progress, o Mike Moore, con la sua saga sul capitalismo un “tempo buono” al quale “l’uomo del cambiamento” sta riportando il mondo, quando ci compiangono per non avere anche noi un Obama. Sono ignari di risultare volenterosamente, disperatamente, ciechi ai nefasti sociali, repressivi, bellici di questo imbonitore “We can”. We can cosa? Wars, terrorism, extraordinary renditions, torture, Patriot Act, safe the banks, safe the managers, Bagram after Guantanamo, contractors in Iraq, for ever with Israel, blow up Somalia, launch Africom on Africa, launch Fourth Fleet on Latin America, support fascist Micheletti in Honduras, block Cuba… Ecco cosa “we can” ! Mantenere e diffondere l’illusione su questo burattino del Pentagono e di Wall Street è pernicioso assai, ma in questi bentenzionati nordamericani è frutto un po’ di infantilismo ideologico, un po’ dell’impreparazione classista, un po’ del non saper più a che santo votarsi. Se gli si scioglie anche Obama, nemesi dei neri e catarsi democratica dopo l’orrore bushiano, dove vanno a sbattere?

Nessuna indulgenza va invece riservata alla stampa “comunista” quando ripete queste fanfaluche sulla più grossa burla politica del nuovo secolo. Per quanto tempo nelle bacheche di questi giornali resteranno appese le copie di edizioni i cui titoli inneggiavano all’”angelo” Hillary, alla rivoluzione di Obama, o alla “sobria professionalità” di quel Mike i cui funerali di Stato sono stati cento volte più offensivi del cavallo fatto senatore da Caligola? Quanto ci vorrà prima che gli autori le facciano divampare in una fiammata di autocritica e se ne sparpaglieranno le ceneri sul capo? C’è lì una campionessa di quel femminismo, anch’essa cara a Gad Lerner per il suo accanimento contro la violenza degli uomini sulle donne, che regolarmente sorvola leggiadra sullo sterminio, stupro, mercimonio di donne (e di omosessuali) che con dettagliati piani quinquennali si praticano in Iraq o Palestina. E’ un femminismo spurio, asimmetrico e aristocratico. Rasenta la nevrosi e si radica in inconfessate ma praticate velleità ginocratiche e dal quale prendono le distanze le donne-donne che non prendono per eroine e neanche per agnelli sacrificali le mercenarie del boss che si fanno ricattatrici quando la mercede non gli risulta sufficiente, o quando un’altra, più cospicua, se ne prospetti da altre fonti. E che scaricano la combinazione dna-ambiente dalla quale emerge l’imbarazzante teoria ininterrotta e foltissima di virago micidiali alla Teodosia, Lucrezia, Margaret Thatcher, Hillary Clinton, Mariastella Gelmini…sulla scappatoia che si tratterebbe di “femmine virilizzate dai maschi”. E’ stata una gran crescita quella di sparigliare l’assetto socioculturale fondato su misoginia e omofobia. Ma a me pare che ci siano motivazioni non chiare quando se ne fa uso per spostare in un orizzonte più lontano lo scontro tra le classi che sono tutte ambigenere e di più. Quando una si fa missile nucleare contro il velo e al tempo stesso impone un fitto burka di disattenzione a milioni di donne vedove, comprate, vendute, squartate nel mattatoio della civiltà occidentale, la cosa puzza. Quando una, dopo ormai nove mesi di obbrobri sociali e bellici, perpetua una demenziale fede in Obama e le affianca due paginoni di intervista sdraiata, modello Vespa, alla meretrice Patrizia D’Addario, vendutasi non per pane ma per residence o scranno elettivo, non a uno qualunque ma al peggio boss, nel lupanare di Palazzo Graziosi (L’ho fatto per superare dei problemi, ma senza mai starci bene… e dietro c’era un fidanzato violento) la cosa puzza. Quando questa e l’infelice ritardataria Veronica Lario, complice per un quarto di secolo delle nefandezze del devastatore del nostro paese, vengono poste sul piedistallo delle vindici della liberazione femminile, ebbene la cosa puzza di ottusità, o del suo contrario furbesco. Non di giustizia. Reagisce così agli anatemi per la “miseria maschile”, contrapposta a codeste eroine vittimizzate, un saggio lettore: Che valore hanno le parole di una donna che ancora oggi dichiara: “Ciò che mi rattrista di più è che un uomo come Silvio si sia ridotto così. Ha fatto così tanto, ha ottenuto così tanto e ora la gente mette in secondo piano ciò che lui è realmente?” Siamo sicuri che non esista anche una miseria femminile di cui parlare? Siamo sicuri di non portare acqua al mulino dell’ideologia individualista (e per questo funzionale al mercato) a forza di esaltare l’autonomia di ogni pensiero femminile, da qualsiasi parte essa provenga?
Nell’incurabile giornale, sotto, c’era la vignetta di una Pat. Una figura femminile dice: una moglie che parla in libertà (Veronica), una figlia che sostiene la madre (Barbara), una escort che non sta zitta (D’Addario); l’altra risponde contenta: due femministe che vedono rosa. Siamo alla demenza. La mafia nella quale hanno prosperato, queste "femministe", non l’hanno mai vista. Diventa addirittura quanto meno una compagna di merende femministe la ministra-calendario Mara Carfagna. Ha convocato una “Conferenza internazionale delle donne” in cui ha offerto all’altra metà del cielo la salvifica ciambella della legge sullo “stalking”. Un provvedimento talmente assurdo e indefinibile che non se n’è trovato neanche un termine italiano. Sappiate solo che se prima un invito a cena poteva passare per “molestia sessuale”, lo stesso invito ripetuto tre volte diventa “stalking” e vi caccia in galera. Alla stessa stregua di quel nostro concittadino finito in galera in Brasile per aver baciato la propria figlioletta. Le psicosi ad arte coltivate dal potere a questo devono portare: il sospetto su qualsiasi nostra manifestazione di vita. Fino alla criminalizzazione degli abbracci per sospetto H1N1. A preoccupare non è neanche tanto la misura di evidente controllo sociale e arbitrio poliziesco-giudiziario della carfagnata, quanto la distruzione degli affascinanti giochi di una seduzione che da sempre è motrice di vita, arguzia, gaiezza, passione e benessere e che ora si vuol rappresentare soltanto nelle sue forme degenerate. Sono giochi per i quali la natura ci ha dotato di ormoni, costumi e apparenze. Ora allieteranno la vita solo degli animali.

All’intelligente e colto Morgan che, nella trasmissione “X Factor”, aveva reagito alla sparata della signora Claudia Mori sulla violenza contro le donne con un “C’è anche quella delle donne sugli uomini, in particolare sui bambini”, l’irritata virago ha risposto “non ce n’è neanche un caso”. Poche ore dopo le agenzie battevano il terzo infanticidio di una madre nel giro di tre giorni e la giugulare tagliata da una ragazza al fidanzato. Fare il gioco dei numeri sarebbe stolto e di cattivo gusto. Perché questo è ancora niente rispetto al massacro dell’uomo italiano compiuto da madri ansiose di reimpadronirsi di quanto è sfuggito al loro corpo. Ma anche tale nostro retaggio, si sa, è sempre colpa dell’uomo, marito o padre che sia…

Vorrei chiudere, in dissonanza con i pur rispettabili intellettuali statunitensi prima sbertucciati per obamania e a svergognamento dei mezzani mediatici embedded che imperversano sui nostri schermi e pagine, raccomandandovi nel modo più entusiastico l’opera di una grandissimo, lucidissimo, onestissimo cineasta americano, Brian De Palma. A notte fonda, come suole nell’oscurantismo inquisizionale del nostro medioevo cristiano, sono stato avvolto in una storia del mio Iraq. Il primo film in assoluto che racconta un Iraq, i suoi carnefici, le sue vittime, veri. Anni luce lontano del lieve brontolio sociale, perlopiù intimista e tra quattro inoffensive mura, che i nostri cineasti osano sul potere. Si racconta la vicenda orripilante dell’orrendo stupro-strage compiuto da un classico manipolo di bruti, della specie che viene formata nei Marines, ai danni di una ragazza irachena e poi della sua famiglia. Il tutto narrato in prima persona dal meno belva del gruppo che si era preposto di filmare la sua avventura di occupante. C’è una sola caduta, dovuta alla potenza tossica della disinformazione anche sul più avveduto. Uno della squadraccia, ovviamente il non partecipante, viene catturato dalla resistenza e, in un video orripilante, decapitato da uomini mascherati. Rovesciamento embedded della realtà: la guerriglia nazionale non ha mai decapitato, tanto meno in video. I video di queste atrocità, tipiche delle marmaglie delle “operazioni speciali” Usa, israeliane e filo-iraniane, sono stati dimostrati falsi e l’operazione è da attribuire tutta ad agenti assoldati dagli occupanti allo scopo di demonizzare la Resistenza. Il film ti fa attraversare buona parte degli abominii compiuti e in corso da parte dei barbari macellatori dell’Iraq (ieri del Vietnam, oggi anche dell’Afghanistan, da sempre della Palestina): il giocoso massacro di civili ai posti di blocco, le irruzioni di soldataglie alcolizzate e drogate a catturare, uccidere, sfasciare, rubare, la complicità di finti investigatori e giudici, la desertificazione di abitati e società, la sistematica, scientifica protervia inflitta agli inermi. Il tutto sullo sfondo di un paese sbrindellato e ferito a morte, al quale l’autore manifesta la tenerezza e il rispetto che anche i migliori di noi hanno seppellito nell’ignavia eurocentrica e nell’oblio degli opportunisti. Un film nella nobile tradizione-contro dei Francis Ford Coppola (“Apocalypse now”) e di Stanley Kubrick (“Full metal jacket "). Viva gli americani. Questi americani.

venerdì 11 settembre 2009

11 SETTEMBRE


Il primo 11 settembre. Poi ne hanno fatti altri.


giovedì 10 settembre 2009

CUBA, YEMEN, KURDI, ONG: CHE DIRE? (Quelli che "Io so' comunista cosììì!" Quelli che "Ti ammazzano? Dialoga!", Quelli che "Viva i kurdi"!


















Foto: Felipe Perez Roque, ex-ministro degli esteri cubano, Yemen, Ocalan, Talabani, “presidente” kurdo dell’Iraq, pacifisti

Ho vissuto nel mostro e ne conosco le viscere.
(José Martì, padre della patria di Cuba)
Non c’è bisogno di una maggioranza per prevalere, ma piuttosto di una minoranza arrabbiata, instancabile, impegnata ad appiccare roghi di libertà nella mente degli uomini.
(Samuel Adams)
Questo sarebbe in teoria un paese libero, ma i nostri tempi politicamente corretti e censori fanno sì che molti di noi tremano a esprimere vedute perfettamente giuste per timore di essere condannati. Così si compromette la libertà d’espressione, si evita di dibattere su grandi questioni, e grandi menzogne vengono accettate come grandi verità.
( Simon Heffer)
Certe forze, anche cattoliche, usano il dialogo come anestetico per addormentare il popolo… Quando non riescono a dominarci con la legge, arrivano con le preghiere e se non riescono a umiliarci e dominarci con le bandiere, arriva il fucile.
(Evo Morales)

Per ripulirmi della fangazza che continua a scivolarci addosso da quelli che “So’ comunista cosìììì, io!” e poi arricciano il naso su Chavez, o s’intruppano tra le squinzie e i fighetti iraniani ansiosi di berlusconismo (insomma si continua a parlare del tumore in fase terminale che è l’ottuso e arrogante eurocentrismo dei colonialisti “di sinistra”), ho potuto tuffarmi nelle gelide acque infuocate, purificatrici, di una terribile e grandissimo film di Brian de Palma sulla guerra all’Iraq. Fatto da un italoamericano, cioè USA e UE combinati, ma visto con gli occhi agonizzanti di un iracheno. Si chiama “Redacted” ed è un lavoro che inchioda gli Usa e le sue guerre alla colonna infame delle massime nefandezze della storia. Così come da noi non c’è un parlamentare come lo scozzese George Galloway che, con centinaia di camion e militanti, parte da Londra o da New York, sfonda a Rafah ed entra a Gaza, e prima ancora sfonda il necrotico pregiudizio integralista contro Hamas, non c’è neanche l’ombra di un cineasta, giornalista, videografo, turista politico, cooperante di Ong che sfiori il coraggio e l’onestà di questa agghiacciante denuncia. Ne parleremo nel prossimo post.

Oggi preme un altro tema. Ci sono compagni con cui ci si trova da anni uniti nel tenere per Cuba e per Fidel. Alcuni per ogni cosa cubana senza se e senza ma, vestali della rivoluzione, diffidenti verso l’hegeliana dialettica del pro e del contro, delle luci e delle ombre. Di fronte alla canea dei segugi vicini e lontani di Wall Street, del Pentagono, dei terroristi di Stato, tipo quel Pierluigi Batista che dal Corrierone espelle rifiuti di giornalismo su Chavez o Fidel (all’ombra del Berlusconi in fiore su ogni canale televisivo, strepita contro “il dittatore soppressore della libertà di stampa”), ci possono anche stare quelli del “senza se e senza ma”. Legittimo contrappeso. Ma forse non è del tutto costruttivo serrare gli occhi su certe vicende attuali d Cuba, di non peritarsi di vedere neanche una ruga piccola piccola sulla pur sempre bella faccia della rivoluzione. Si invecchia tutti, si sa, e le rughe si compensano con l’animo giovanile, non con il lifting. Magari non facendo più i cento metri in 10’’, ma la faticosa, lunga maratona. L’essenziale è che il cammino sia sempre in avanti, incamerando pure i due passi indietro. A dispetto delle pesanti rughe che segnano la gerontocrazia cubana, validissimi veterani della rivoluzione, ma che non sembrano disposti a cedere il passo alla seconda e terza generazione, pure da loro tirata su. Generazioni oggi decapitate con l’incomprensibile rimozione, malamente se non per nulla spiegata al popolo e agli amici, di due grandi protagonisti della resistenza cubana, Carlos Lage, vicepresidente, e Felipe Perez Roque, ministro degli esteri, amatissimo dal popolo, dai rivoluzionari latinoamericani, da Hugo Chavez, presunto successore di Fidel. Nebbiose argomentazioni gossipare hanno confuso più che illuminato la società cubana, mentre tutta l’intellighenzia rivoluzionaria latinoamericana ha capito benissimo che di duro scontro tra due linee si trattava. Da una parte Raul e i veterani, dall’altra i giovani discepoli di Fidel. Aperturisti gli uni, intransigenti gli altri? Chissà, ma vorrei che me, ce, lo si spiegasse. Senza bisogno di lettere di abiura di dubbia autenticità e di sbigottente memoria. E so quello che scrivo. Fidel, senza aggiungere altro, ha scagliato agli epurati l’anatema dell’”indegnità”. I suoi scritti quotidiani sono pillole di saggezza, strali di luce sulla vicenda planetaria nell’assalto finale del capitalismo agli uomini di buona volontà. Ma quella vicenda non è piaciuta ai migliori dei compagni, come non è andata giù la sommaria tirata di orecchi alle FARC colombiane perché combattono, dopo essere stati espulse con la mannaia dalla politica, e perché non rilasciano senza condizione i loro ostaggi (quasi solo politici e militari), quando nelle segrete del narcofascista Uribe agonizzano 500 loro compagni. Parlasse a Uribe, Fidel, no? Celia Hart, la più grande giornalista cubana, figlia di Haide Santamaria, l’eroina del Moncada, la pensava e l’ha scritta così, dopo una vita di amore e di lotta per Fidel e per la rivoluzione. I rivoluzionari stanno con i capi, ma, nelle more, stanno con il popolo e la sua rivoluzione. Cuba non necessita di chierichetti. La jinetera sul Malecon e il suo pappone non sono affatto rivoluzionari. Il perpetuarsi oltre i limiti biologici di una dirigenza, la recentemente accentuata differenziazione dei salari, sono probabilmente giustificabili. Ma nulla di più. Avete presente quell’ energumeno di “Bianco, Rosso e Verdone” ? Quello che urlava al figliolo, a accanito figlio dei fiori: “Io so’ comunista cosììì !” ? Gli altri no, non lo sono? Quelli che, proprio per l’indefettibile amore e sostegno per l’isola che c’è, si tengono caldi i punti interrogativi. Perché un conto sono gli uomini, un altro la rivoluzione.

Da Cuba, dalle spiagge sfolgoranti di venustà caraibiche en nature o quasi, spericolatamente, ci arrampichiamo sui ventosi duemila di altitudine dello Yemen, un paese in continua disputa tra rigogliosi verdi d’altura e le aride dune che incorniciano il Mar Rosso, macchiettato in nero da turbe di donne velate. Che in mare ci vanno vestite. E’ sbucato all’attualità, lo Yemen del Nord, da qualche anno riunito a quello del Sud, già marxista-leninista e poi epurato. Ora, lo Yemen, paese tra i più affascinanti del mondo, l’Arabia felix dei romani, conserva sul terreno e nell’animo quella che, insieme alla mesopotamica, è la più antica civiltà semita. Per quanto percossa da invasioni e domini feroci, ultimo quello britannico, che ne hanno determinato snaturamenti culturali e sociali e corruzioni politiche, io che ci ho vissuto la ricordo per l’ingegnosa originalità di un’architettura millenaria, tuttora ampiamente in piedi, ben conservata, per la turbolenta ricchezza di mercati, sempre di buon umore, che ti confondono di colori, odori, scambi umani, per la gentile disponibilità e generosa ospitalità dei suoi abitanti, non minimamente scalfita dall’incontro con costumi e modi drasticamente diversi, se non opposti. Ricordo l’allegra confidenza di mille e mille bambini, le cene-regalo che ci preparava la moglie del nostro affittuario, intelligente e capace sovrana della casa e della famiglia. Ricordo i lunghi pomeriggi sui bassi cuscini, folgorati dalle luci trasmesse dalle finestre di alabastro e vetro colorato, a discutere di storie antiche e attuali, di Harun el Rashid, il grande califfo, delle mene imperialistiche saudite alla frontiera Nord, dalla parte dei ribelli di Saada, di Israele e di democrazia così o cosà. L’unica sporcizia sulle strade era la sabbia che il vento spediva dal deserto, negli anni, poi. punteggiata da cartoni Nestlè e lattine di Coca Cola, la vera lordura. Prima di rifiuti non ce n’erano.

C’ero capitato dando i tacchi a Cossiga e ai suoi “falchi” assassini. Era il 12 maggio, mio compleanno e giorno di festa per il divorzio, celebrati uniti tra Piazza Navona, dove partirono le cariche, e Ponte Garibaldi, dove si moriva. Giornata di festa, dunque, anche per il più nero dei rigurgiti dalle classe politica italiana, lo schizoide ministro degli interni che, demente coerente, ritenne bene gestire la liquidazione di Stato di Aldo Moro con una conventicola di piduisti, definita “unità di crisi”. Inaugurò il suo personale curriculum di mandante scatenando una nuova squadra di sbirri travestiti da manifestanti, con licenza di uccidere. Ammazzarono Giorgiana Masi, 16 anni, inerme, sparando da Ponte Garibaldi. Ero proprio lì anch’io, che mi trascinavo con il ginocchio come un cocomero per il rimbalzo di un candelotto. Un medico compagno, il papà di Ilaria Alpi, mia futura collega al TG3 e mio successore nel pandemonio somalo, mi guardò la gamba e mi consigliò di zoppicare verso lidi lontani: avevano fotografato tutti quanti e gli ordini di cattura stavano partendo a mitraglia. Pure per me (poi se lo rimangiarono per mancanza di oggetto).

Dice, ma chi se ne frega non ce lo metti? Giusto, ma se racconto questa marginalità personale è perché fu essa a portarmi nello Yemen. E, visto il discorso iniziale, lo Yemen è un bel laboratorio di analisi per scoprire il precipitato eurocentrico. Ci rimasi due anni. Incontrai l’allora presidente Ibrahim El Hamdi, un figlio del nazionalismo socialista arabo, un poeta, un saggio governante, un lungimirante antimperialista, un capo che si sentiva germoglio della sua gente. Scrivendo per “Repubblica”, “L’Espresso” e “The Middle East”, avevo riferito qualche apprezzamento non proprio benevolo del presidente progressista all’indirizzo dell’Arabia Saudita che, da sempre affamata di Yemen, brigava contro l’unità con la repubblica marxista del Sud, fusione ambita da El Hamdi. L’opposizione filo-Usa, incarnata dal primo ministro Ali Abdullah Saleh, mi volle cacciare dal paese. Il presidente mi difese e assicurò la mia permanenza. Ricordo diverse sere nel suo modesto salotto, sui cuscini bassi, a parlare a tu per tu del suo argomento preferito, l’unità araba e la necessità di opporsi anche culturalmente ai tentativi di frazionamento della nazione, partendo dall’educazione dei giovani, priorità assoluta. Nessun governante yemenita aveva mai aperto tante scuole e università. Togliere il velo integrale alle donne? “Lo faremo a partire da loro, dalle donne, non d’autorità, succederebbe una rivolta e rovineremmo tutto il nostro lavoro. Ora importa che vadano a scuola e all’università, ne nascerà un movimento che potremo assecondare e sostenere”. Lo fecero fuori, con un colpo di Stato meditato in Arabia Saudita, specialisti anglosassoni-sionisti del regime change e misero al suo posto una specie di Al Maliki, sanguinario il triplo: il colonello Ahmed Al Ghashmi. E quella volta fui proprio espulso. Dopo, assassinato anche questa specie di mini-Sadat dopo che aveva fatto piazza pulita di ogni singulto progressista, americani e sauditi promossero a capo dello Stato il fedele primo ministro Ali Abdallah Saleh, che, col conforto dell’Occidente, riunì al ribasso i due Yemen e dura da allora, trent’anni. Oggi è l’uomo cui i suoi padrini hanno ordinato di sradicare a forza di massacri e di spopolamenti l’endemica rivolta degli sciti Houthi del Nord, motivata da secolari condizioni di abbandono e miseria, già sfruttata per le mire annessionistiche saudite e, ora, bollata di Al Qaida e di longa manus iraniana perché, scaricato lo sponsor saudita, si identifica con la causa antimperialista di Hamas e Hezbollah. E’ questo che sta dietro alle battaglie di queste settimane, in cui l’esercito di Saleh ha massacrato centinaia di civili e provocato centinaia di migliaia di profughi. Gente che, a tenore sociale, stanno come quelli di Gaza e in buona parte come tali si sentono. Naturalmente tra le quinte passano le inevitabili ombre israeliane. La frantumazione di qualsiasi unità statale araba e non araba nella regione è il punto uno del decalogo imperialista sionista.

Il primo provvedimento di Saleh fu di regalare alla sua clientela di trafficanti la decuplicazione della coltivazione del khat, in un paese che era stato l’ortolano e il caffettaro della Penisola arabica. Il khat e la foglia di un arbusto il cui lieve effetto stimolante aiuta, come la foglia della coca sulle Ande, a reggere le elevate altitudini e la fatica di un lavoro terrificante su terre e rocce renitenti. Le celebrate terrazze che scalinettano i precipizi yemeniti dai picchi gelati attorno a Sanaa all’altoforno del Mar Rosso, le più antiche del mondo, si erano ricoperte di arbusti di khat, in sostituzione dell’indimenticabile arabico. Il khat solleva e non nuoce se non con l’uso smodato, proprio degli espropriati ed esclusi sotto qualsiasi meridiano. Però, e qui sta il busillis, a chi ne controlla la distribuzione rende mille volte più del caffè, del cavolo, dell’uva, del legume, del cereale. E quei soldi sono il rastrello con il quale la classe opulenta e mercenaria da allora pettina il paese.

Lo Yemen ti rimane nel cuore. La bellezza durissima delle sue montagne che ritagliano un azzurro profondo e perenne, le sue valli percorse da wahdi che a volte vanno fatti ruscellare nelle grotte adibite a bagni turchi fin dai tempi delle “Mille e una notte”: cupi antri dai caldi vapori e dalle secchiate di acqua gelida lanciate da ragazzini sghignazzanti. Ne risorgi ai vestiboli del rilassamento, bianco-tunicato come un antico romano, uguale a tutti gli altri, tanto da entrare con naturalezza nel cerchio delle battute e degli scambi su come va il paese, il grano, il prezzo del khat, il mondo. Non so che fine abbiano fatto i tanti giovani, studenti, gli intellettuali, il mio padrone di casa falegname, le ragazze che, tolto in casa il velo integrale, volevano sapere se Sciascia aveva scritto qualcosa di nuovo, o se Adorno era ancora vivo. Rappresentavano lo sforzo di emancipazione del paese verso una modernità che, non nutrita dalla rivoluzione francese o dalla russa, doveva rifarsi a quell’illuminismo primario che gli arabi avevano sparso per il mondo nei primi secoli dell’Islam, prima che scaltri sovrani lo volgessero, proprio come la gerarchia nostrana, in religione di padroni e schiavi.

A volte i reduci da un viaggio di gruppo parlano dello Yemen a sopracciglia alzate e con gli angoli della bocca che precipitano sul mento. Di tutto quello che ho descritto poco sembrano aver visto e percepito. Ne hanno viste di cose, ma non gli sono piaciute. Degli edifici, incrollabili pur se di fango e paglia, alti miracolosamente otto-dieci piani, con fantasiosi ornamenti di calce bianchissima, traforati da finestre di alabastro e vetri scintillanti di colori; della sensibilità artistica manifesta in ogni forma di espressione comunicativa; della natura struggente, tra la maestà delle cime rocciose, i nugoli di capanne germogliate tra le dune e sotto le palme a bordeggiare il Mar Rosso, sui cui giacigli di corda rialzati ho trascorso notti stellate e chiacchierone, e la riservatezza di occulte valli verdi, del formicolio umano sorridente e disponibile, dei giovani ansiosi nelle spumeggianti e turbolente università; di tuto questo non v’è traccia. Restano le donne avvoltolate in tonache come animali, coperte impolverate nei tuguri in cui venivamo fatti alloggiare, i rivoli di acque nere che scendono dagli edifici, l’ arretratezza culturale, sociale, igienica, il fatto che alla mezza smettono di lavorare e si mettevano a socializzare masticando il khat, “mentre tu mangi perché io lavoro fino a sera”. C’è del vero anche in questo. Ma è quel pezzo di Yemen che si vede attraverso lenti occidentali, non necessariamente comuniste. Più preoccupante, retaggio ideologico, falsamente etico, di necessità, prima, poi metabolizzate in imperativi disumani, il discorso sul “lavoro che termina alla mezza e poi non fanno più niente se non masticare il khat”. E’ l’orgoliosa autoflagellazione di una società basata sulla produzione a qualsiasi prezzo, sulla necessità di lavorare, fare qualunque lavoro. Il progresso è lavoro, Il futuro è lavoro. La dignità è lavoro a più non posso. Quando il progresso dovrebbe essere la diminuzione del lavoro, l’eliminazione del lavoro inutile, lavoro per tutti in valida e utile quantità. Come nello Yemen, dove ci si ferma alle 14 e si incomincia a vivere. E a masticare il khat. Che non sarà il massimo. Vuoi mettere con i nostri aperitivi, prosecchini, cocktail, birroni, litrozzi, digestivi, grappini? Non mi pare che in Angola, dove le condizioni erano sicuramente peggiori, i combattenti cubani abbiano visto le cose così.

E’ la prova che anche tra chi si sente “comunista cosììì!” la tara dell’eurocentrismo, che in taluni nostri compaesani degenera in padanismo, non risparmia quasi nessuno in quella palude di autocompiacenza che rende imbelli e collaborazioniste le sinistre d’Occidente. Quelle che si fanno frantumare le corrose certezze ideologiche dai missili all’uranio dei paradigmi imperialisti, perenne strumento di dominio e genocidio, dai “selvaggi” agli “infedeli”, dagli “integralisti” ai “terroristi”. La saggia guida del relativismo, che Marx seguiva con puntiglio, sostituita dall'assoluto della civiltà superiore. A me, quando ho sottolineato il grottesco paradosso di chi, a sinistra, sosteneva la sedizione verde filo-Usa a Tehran, incapace di distinguere tra un governo complice degli USraeliani nell’uccisione dell’Iraq da un governo che, su altro piano, come Hamas e Hezbollah si oppone alla calata dello stivale imperialista sulla sua casa, una sprovveduta ma altezzosa confusionaria diceva: “Grimaldi s’è messo il turbante" . Non tengo turbanti, ma neanche lenti deformanti fabbricate a Wall Street. Tuttavia, capita che turbanti possano, a proprio dispetto, tingersi di rosso.

Ma sull’oceano della spocchia autoreferenziale naviga la più sconfinata delle armadas. Si annida nelle ONG della solidarietà fondata sul fondamentalismo della non violenza, del “dialogo”con chi ti spara in fronte, del pararsi il culo a destra e sinistra e vivere in compatibilità grilloparlantesca con l’esistente, deprecato, ma coperto a sinistra. Sta negli assennati equilibristi che, lacrimano sulle vittime di Gaza o Kandahar, ma dagli orgasmi che furoreggiano (specie le giornaliste donna) per il serial killer dei padroni Obama o, ora, per Ted Kennedy, chiudendo gli occhi sui crimini sociali e militari del primo e sulla totale adesione dell’ultimo germoglio di una dinastia mafiosa e puttaniera allo stragismo razzista di Israele. Uno, quest’ultimo, che grazie all’élite è stato tirato fuori per i capelli dalla connivenza con la morte della povera Jo Kopechne, finita con lui nel lago al termine di una gita alla papi e lì abbandonata e occultata per due giorni. Uno che cantava da solista nel coro neocon del “Saddam alleato di Al Qaida e pronto a polverizzare New York con le sue armi di distruzione di massa”. Ha poi votato contro la guerra? Troppo tardi, alla guerra aveva già steso il tappeto rosso. Sono quelli che viaggiano nel vano bagagli degli F16, o si fanno trainare dai tank Merkava, per gettare fiorellini su macerie ed ecatombi, accompagnandoli col ditino che ammonisce “non fate i violenti, gli integralisti, gli Al Qaida, i terroristi, gli estremisti! Venite a dialogare”.

C’è una parte del popolo palestinese che, visto lo sbriciolarsi del cemento laico nella corruzione, nel tradimento o nell’impotenza, ha trovato un nuovo collante nazionale e antimperialista nella religione, che ha potuto compensare la dissoluzione della solidarietà internazionalista e delle forze politiche “democratiche” con l’innesto nella vasta comunità islamica, polo, con l’America Latina, della resistenza al primo dei nemici dei popoli, delle classi e della vita. Potremmo permetterci rimpianti, ma non astensioni e, peggio, condividere le strumentalizzazioni del potere bianco cristiano che per continuare a fagocitare il mondo ha bisogno di diabolizzarne una metà. Si susseguono i convegni e le gite politiche delle turbe del giusto, del buono, della pace, dalle parole d’ordine “dialogo”, “incontro”, “parliamoci”, “conosciamoci”. Strateghi della pace che, se spuntano le armi di chi si difende dall’estinzione forzata, non fanno un baffo a quelle degli estintori. Morgantini, Tavola della Pace, Un Ponte per, Cantieri di Pace, Attac, preti costruttori di pace e amici di Abele, Sbilanciamoci (quelli che limano le unghie al capitalismo con Tobin Tax e bilanci partecipativi), non violenti di ogni risma e gregge propongono il dialogo a chi schiatta sotto stupri e sterminii, alla formica con l’elefante. Non concepiscono che la formica rossa prima debba iniettare il suo veleno nella zampa del pachiderma, per poi farlo inginocchiare e “dialogarci” da vicino. Antistorici e antiscientifici, sollecitano la vittima alle buone maniere, pregano il carnefice di non infierire. Non si sporcano le mani con chi da sempre è costretto, per infliggere quel danno all’oppressore che, solo, può cambiare i rapporti di forza, a rispondere con tutti i mezzi a disposizione. Hamas, Hezbollah, quelle resistenze nazionali che chiamano sommariamente Taliban, o deformano nell’ Al Qaida made in Usa, non esistono nel selezionato panorama della loro solidarietà. Compiaciuti e fieri, alzano la ruota come galli cedroni quando allestiscono un concertino, o un film in cui palestinesi e israeliani suonano insieme o mettono su un centro culturale comune, così “aprendo la strada alla conoscenza e alla riconciliazione tra i due popoli”. Poi però restano abbarbicati al vessillo piratesco dei “Due Stati per due popoli”, conferma di uno Stato fuorilegge, potente, espansionista ontologico, monoconfessionale e razzista (che oggi sollecita i suoi correligionari dentro e fuori a non sposarsi con i non ebrei), con al guinzaglio uno pseudostatarello senza diritti, confini, sovranità, alleati. Senza 5 milioni di cittadini espropriati e cacciati nei decenni. E il dialogo lo vogliono in Iraq con i briganti che, pagati dall’invasore, hanno scavato le fosse per il proprio popolo. Un Ponte per, esaurita la saga delle due Simone rapite e liberate nella sceneggiatura Sismi-Scelli, s’inventa un “crescente movimento di cittadini che cercano di porre fine alla violenza, alla corruzione e all’occupazione attraverso i mezzi non violenti”. Sabotaggio della Resistenza. Roba da infami. Tutti uguali, tutti alla pari che devono rinunciare a qualcosa: alla vita gli uni, agli eccessi gli altri. Rieccola la società (ci)vile, cara ai ciurlatori nel manico e agli opportunisti annidati nelle nicchie del colonialismo “dalla faccia umana”. E’ democratica, è laica, è perbene, è nonviolenta. E’ ammessa nella sala d’aspetto di occupanti e fantocci. Magari, si augura Un Ponte per in sintonia con il regime burattino e con gli occupanti, prevalesse su quella Resistenza irachena, indomata da sei anni, che, rintanatisi gli statunitensi nei loro covi fortificati per non dover esibire altre bare alla CNN, ora sta facendo vedere i sorci verdi da Mosul a Ramadi, da Baghdad a Basra, alle armate di ascari indigeni e ai peshmerga curdi al comando dei due narcotrafficanti Talabani e Barzani e al soldo di Israele. Non solo, mentre scrivo giunge notizia di quattro marines fatti fuori tra Mosul e Baghdad e di altrettanti liquidati in Afghanistan. Gli sta dicendo davvero male, alla faccia dei dialogisti.

In Palestina da decenni mettono insieme, in cortei alternativi alla resistenza, gruppetti di indulgenti israeliani, magari sionisti come Uri Avneri, e qualche rassegnato palestinese, spesso membro di una borghesia stufa di rimetterci resistendo. In tutto questo tempo la Palestina è stata ridotta in un minuscolo arcipelago di isolotti, nessuna famiglia palestinese ha evitato un tributo di sangue, di carcere, di tortura, di umiliazioni. Preceduti dalla credibilissima accusa del numero due di Fatah, l’incorrotto Faruk Khadumi, di aver complottato con israeliani e Usa per avvelenare Arafat, i caporioni di Fatah hanno recentemente tenuto a Betlemme il loro congresso. Non l’hanno voluto all’estero, come la diaspora correttamente esigeva, perché la selezione dei delegati non avrebbe potuto essere governata dall’occupante israeliano e dai pretoriani palestinesi addestrati e armati dal generale Usa Dayton. Un congresso-farsa dei ladroni e rinnegati, della vuota retorica rivendicativa, della conferma manipolata del quisling Abu Mazen e della sua cricca di venduti, a partire dai due ex-capi della Gestapo dell’ANP, compreso l’abbietto Mohammed Dahlan, satrapo e golpista a Gaza, doppio agente Cia e Mossad, al centro del complotto contro Arafat. Certo, hanno anche eletto al Comitato Centrale il leader dell’Intifada, l’odiatissimo Marwan Barghuti, portavoce di una base repressa, ma forse non doma. Ma quello non preoccupa: ci penseranno i boss israeliani a neutralizzarlo con i suoi tre ergastoli. Hanno rimasticato la fandonia dei due Stati, basta che vi sia uno spazio dove possano chiamarsi “presidente” e raccattare le briciole avanzate dal pasto cannibale israeliano. Hanno giurato che non riprenderanno i colloqui di pace, di resa, finchè continuano gli insediamenti. Non finchè non vengano ritirati tutti gli illegali insediamenti (Ginevra proibisce lo spostamento di popolazioni in territori occupati), solo finchè non siano congelati. Roba da tsunami di pernacchie USraeliane. Infatti, sicuro dell’impunità mondiale e ANP, Netaniahu ha subito annunciato la costruzione di altre 500 case, più dependance, scuole, piscine, palestre, campi sportivi e ha avviato la definitiva “bonifica” di Gerusalemme Est.

Ora è in preparazione una spedizione in Palestina delle sigle pacifiste di cui sopra. Quale il partner in loco? L’ANP, Fatah, rilegittimati dal consenso, oltreché della “comunità internazionale” incondizionatamente filosionista, da questa industria del dialogo, della considerazione di “entrambe le parti in conflitto”, della “costruzione di ponti”, del “superamento delle barriere”. Implicito è l’immorale e tossico messaggio della equipollenza delle posizioni, dei torti e delle ragioni, che nessuno è del tutto nel giusto e nessuno completamente nell’ingiusto, che entrambe le parti vantano rivendicazioni legittime e dunque devono ascoltarsi per comprendersi e riconciliarsi. Fuori gli estremisti. Simmetrie infami. Equivalenze tra assassino e assassinato. Come quella tra la denuncia delle porcate etico-politiche del guitto mannaro e il tiro a segno di Feltri sul direttore di “Avvenire”, Boffo, su Santoro, o sulle giornaliste dell’Unità. Sono quelli che a casa nostra invitano tutti “a moderare i toni”, senza distinguere tra chi spurga merda e chi scopre la cloaca. Napolitano è il portabandiera di costoro. Ed è evidente che ne trae beneficio la cloaca. Nella storia non c’è un caso, neanche quello dell’India, dove Londra mise il pacifista Ghandi a capo del paese sottrattogli da anni di lotta armata comunista e nazionalista, in cui un regime coloniale abbia ceduto il potere senza una lotta e resistenza di popolo, collegati a pressione internazionale diretta. Pensate al Sudafrica: anni di lotta violenta affiancata da boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni internazionali. Quella campagna BDS che ora i veri amici della Palestina hanno raccolto dal cuore sano di quel popolo e diffuso nel mondo e che è vista con fastidio, se non con orrore, dagli scherani pacifisti del colonialismo. Immaginatevi cosa avrebbe raccolto qualcuno, allora, se avesse suggerito agli africani morti di fame dei bantustan di cercare di capire il punto di vista dei signori bianchi. Facciamola finita con tali ipocriti lavacri di coscienze criptocolonialiste.

Negli ultimi tempi sono ripartite alla grande le campagne islamofobiche. L’11 settembre è lontano e anche ampiamente sputtanato nella versione ufficiale (se ne è accorto con un trafiletto anche “il manifesto” che fino a ieri dava del paranoico a chi vedeva l’abbagliante evidenza del falso). Toccava rilanciare. I punti di forza sono ora la Libia e l’Iran. Avranno questi regimi tutti i difetti del mondo, ma l’ampiezza del coro e il livello tonitruante della musica rendono sospetti. Come ai tempi del Darfur, rivelatosi nei suoi termini etnici, religiosi e politici una bieca invenzione propagandistica per mobilitare la “comunità internazionale” all’assalto del Sudan. Sull’appassionata adesione alla rivolta della borghesia filoamericana in Iran ne ho già dette anche troppe. Ora quella truffa è stata accantonata e rimangono in pista solo gli isterismi bellici di Israele. Nei guai in Afghanistan, gli Usa hanno troppo bisogno del concorso persiano, insieme a quello indiano, per stringere nella morsa il cuore pashtun di questa regione asiatica, diviso tra Afghanistan e Pakistan e insofferente da sempre a ogni dominio straniero. La Libia ha il pregio di essere pure dannatamente araba, oltreché musulmana e, visto che l’incontrollabile Gheddafi sta sempre lì, a dispetto di guerre per procura, bombardamenti, sanzioni, satanizzazioni, perché non bastonarlo, non senza qualche motivo, con la storia dei migranti. Tanto più che, da presidente dell’Unione Africana, la Libia non è proprio il partner ideale per occultare o giustificare i crimini neocoloniali UE-USA nell’Africa da riconquistare, dalla Somalia al Congo, dall’Eritrea al Sudan, dalla costa occidentale a quella orientale.

Peccato che i giovanotti catanesi dell’ONG “Fortress Europe”, ampiamente citati nei suoi accanimenti antilibici da Corrado Jacona in “Presa diretta”, abbiano per fonte e compagna di merende gente come Human Rights Watch, l’ONG statunitense scandalosamente squilibrata a favore di Israele, governata dal bandito della destabilizzazione di paesi non clienti e della speculazione finanziaria George Soros, ebreo ungherese intimo di Israele. Peccato anche che gli eritrei che stanno a cuore a questa ONG e che fuggono da una “sanguinaria dittatura” (sostenitrice, per l’appunto, delle forze di resistenza somale), perlopiù si indirizzano a frotte, fiduciosi e propagandisticamente meritevoli, verso la terra promessa israeliana. Stupisce, ma neanche tanto, il silenzio di “Fortress Europe”, sui profughi da Etiopia, Nigeria, Palestina occupata, Iraq. Sono forse imbarazzanti perchè coinvolgono governi amici?

Teorici della sineddoche su vasta scala, in questo contesto di solidarismi a tutto tondo, sono anche quelli di Azadì, altro virgulto solidarista catanese che si occupa del “dramma dei Kurdi”, con la k, come vuole Azadì. Il particolare, che per questi attivisti diventa automaticamente il generale, sono i kurdi del PKK in Turchia, quelli di Ocalan per intendersi. Dal particolare turco, Azadì trae valutazioni ed estende condivisione e solidarietà a tutte le realtà curde nella regione, in Iraq, Iran, Siria e Turchia, vuoi di minoranza oppressa, vuoi di regime opprimente. Mi fanno riandare a quel Musacchio, seguace di Bertinotti e oggi di Vendola, che, tra le tante fesserie pronunciate nel corso di un’immeritata carriera politica, una volta mi rampognò per avere io dato al kurdo iracheno del kurdo iracheno, cioè del gaglioffo al servizio delle strategie USraeliane nella regione. “La causa kurda è sacra per tutti noi” proclamò l’incompetente a petto infuori, anche lui pratico della sineddoche per cui al combattente per la libertà kurda in Turchia (molto più simpatico di quello palestinese o iracheno), deve corrispondere per forza il corrotto feudatario kurdo in Iraq,

Mentre il capo del PKK, subito dopo la sua cattura, ha disposto la fine della lotta armata, i suoi seguaci hanno alternato tregue a riprese vivaci. E nessuno ne dovrebbe mettere in dubbio la legittimità a fronte della condizione di feroce repressione cui è sottoposta la popolazione kurda di quel paese. E’ che non tutti i kurdi sono PKK e, forse, nel PKK, non tutti i petali del fiore sono incorrotti. Per Azadì è stata la Guerra del Golfo ad aver avuto il merito di portare alla ribalta “il dramma kurdo”. Peccato che quella guerra colonialista contro l’avamposto iracheno della resistenza laica e progressista araba, aveva in certi kurdi iracheni la sua quinta colonna. A dispetto del fatto che Saddam avesse concesso al Kurdistan iracheno l’autonomia, l’autogoverno, la parità della lingua kurda con quella araba, università e sviluppo, cosa senza uguali negli altri paesi, due capitribù iracheni, contrabbandieri e narcotrafficanti, era dagli anni ’70 che stavano nel libro paga della Cia e mandavano i loro peshmerga allo sbaraglio contro le truppe nazionali. Peccato che lo sterminio dei kurdi iracheni e la loro strage per gas iracheno negli anni’80 siano una sporca invenzione, ampiamente smentita da fonti addirittura Usa (New York Times, 31/1/2004), non citate da Azadi che ripete l’antica giaculatoria USraeliana degli 8mila gassati da Saddam. Peccato che le fosse comuni citate da Azadi, sia siano scoperte solo piene di sunniti iracheni, in un modo o nell’altro collegati alla resistenza contro l’occupante. Peccato soprattutto che Azadi comprometta la sua identità di sostenitore dell’autodeterminazione del popolo kurdo, trascurando gli spuri legami che sono andati stabilendosi nei decenni tra kurdi iracheni o iraniani e Israele. E trascurando anche i rapporti altrettanto spuri tra i despoti kurdi in Iraq, contrastati dalla parte migliore, ma mai citata, del loro popolo, e il PKK e il Pejak in Iran (Partito kurdo della vita). Tutti scoperti, da giornalisti investigativi come Seymour Hersh, traboccanti di armi statunitensi. Il dubbio è solo se gli siano stati forniti direttamente dagli Usa, da Israele, o siano stati passati dal regime fantoccio di Baghdad, al cui esercito erano destinate, ai peshmerga. Peshmerga addestrati da Israele sotto l’occhio compiaciuto di delinquenti come Talabani, “presidente” quisling dell’Iraq, o come Mahmud Barzani, tirannello del Kurdistan iracheno, che entrambi hanno accettato enormi investimenti israeliani, ceduto ampie zone edificate o coltivate a proprietari israeliani e illegittime concessioni petrolifere a compagnie occidentali. Altro che Kurdistan unito e libero. Azadì però non ne parla. L’autodeterminazione di un popolo svapora quando si ha per compare un Israele che fa la guardia al tuo trono e ai tuoi profitti. E’ nota la strategia USraeliana di frazionare lungo linee etnico-confessionali il mondo arabo e l’intero Medioriente. L’Iraq dei fantocci e la Turchia saranno pure alleati, l’Iran è il nemico mortale, in ogni caso meglio aver a che fare con piccoli stati rabbiosamente etnici, che non con grandi unità multinazionali dal peso regionale che può far ombra all’espansionismo israeliano. In questo contesto, il ruolo disintegratore di una società clanica, feudale, socialmente e culturalmente arretrata come quella kurda di Iran e Iraq è oggettivamente e, nel caso dei dirigenti, consapevolmente di apripista dell’imperialismo. Il PKK e Azadì farebbero bene a tenersene lontani. Anche dalle confraternite Cia-Mossad che hanno scatenato la fallita rivoluzione verde nell’Iran degli ayatollah. Ayatollah assassini dell’Iraq, ma questo non conta nulla per nessuno. L’ultimo proclama degli integerrimi di Azadì? “Impediamo l’intervento di Ahmadinejad alla conferenza delle Nazioni Unite, chiediamo che venga arrestato per l’uccisione di centinaia di manifestanti (bum!) dopo le elezioni….”. Netaniahu, però, sì che va bene alla conferenza e anche Talabani e anche Uribe e anche i golpisti dell’Honduras e perfino Berlusconi e Obama e i tagliagole kosovari e i fantocci stragisti afghani o pachistani…

Bongiorno o…buonanotte?
E’ morto Mike Bongiorno. Mai ovazione fu così unanime e tonante, da destra a sinistra. Un grande uomo, un maestro, un leone. Così ogni intellettuale, ogni uomo della strada, ogni gazzetta e ogni canale. Ne fremevano le fronde sulle alture dall’impareggiabile sportivo domate. S’è tolto dai piedi il giullare del peggio del peggio, il più possente diffusore della putrescenza pubblicitaria, un cretino furbo e inconsapevole. S’è zittito un inno al rincoglionimento.