martedì 11 agosto 2026

VENEZUELA, LA RESA DEI CONT


Tornare ancora sul Venezuela, Maduro, Elcy, vero, falso? Non ci sono ormai altre priorità? Hormuz in condominio tra Iran e Oman e gli USA fuori dalla porta? Netanyahu che firma e contemporaneamente brucia tregue, cessate il fuoco, negoziati, pur di continuare ad ammonticchiare cadaveri? Israele che ordina al socio in Abramo di rompere i coglioni a Sanchez facendogli lanciare contro da Maometto VI una torma di affamati? Piantedosi, Schlein? L’irrimediabile perdita di uno dei nostri tempi migliori, Francesco Guccini?

Tutti temi degni di causare attenzione, discussione, avversione, ammirazione, Ma il Venezuela ha qualcosa in più, qualcosa di cruciale nei tempi della menzogna strutturale e istituzionale. Vero o falso? Fregatura o successo? E non solo per me e per te. Per tutti e per la Storia. E ne trai una lezione senza la quale vai a sbattere.

Uno che ama gli schieramenti netti potrà chiedersi: ma L’AntiDiplomatico come la pensa? E la risposta, come è giusto e stimolante nel caso di una testata giornalistica, se la dovrà cercare e costruire, bazzicando un po’ di numeri nei quali trovare opinioni a confronto, spesso divergenti, quando non litiganti.

E così deve essere e così è stato nei casi in cui sono stato coinvolto. Credo a beneficio di chi, scartabellando, nei pro e contro e nei dubbi, ha guadagnato conoscenza, consapevolezza e, hai visto mai, perfino coscienza e capacità di giudicare.

Personalmente, in tempi recenti, ho rappresentato uno di due poli, il negativo o il positivo fate voi, di un circuito elettrico dal cui passaggio di corrente sono indubbiamente scaturiti dei lumi. Mi riferisco alla profonda divergenza tra me e Michelangelo Severgnini su come valutare il ruolo della Turchia e, specificamente, di Erdogan, nella contingenza geopolitica della fase. Io, a dannarlo colme protagonista NATO di una strategia di espansione atlanto-islamica, sostanzialmente antirussa; lui a difenderlo come abile tessitore di costruttive mediazioni.

La disputa ha poi trovato coronamento, su suggerimento intelligente dell’AntiDiplomatico, in un confronto televisivo condotto dall’amico Paolo Arigotti, dove dati incontrovertibili hanno determinato quella che ritengo sia una convincente conclusione.

Conquista ibrida del Venezuela

Per uscire dal discorso criptico, parliamo di chi, a oltre sette mesi dalla data del rapimento del presidente Maduro e dell’attacco di Trump al Venezuela, prova ancora a salvaguardare la buona fede e la continuità bolivariana e chavista del gruppo dirigente di Caracas e di chi, superati iniziali dubbi, dà per dimostrata e acquisita la complicità della presidente “ad interim”, Delcy Rodriguez, e di tutto il gruppo dirigente lasciato in piedi dagli USA e addirittura considerato la migliore della soluzioni.

Perfino la giusta cautela che inizialmente esibivano le analisi di Resumen, testata argentina, cartacea e digitale, considerata una delle più autorevoli e informate voci latinoamericane, si è andata in giorni recenti evolvendo in certezza su ciò che il movimento di massa chavista va denunciando da quasi subito: il Venezuela è stato venduto agli interessi imperialisti e monopolisti USA.

Inserisco un inciso personale relativo a uno sgradevole tentativo di diffamazione nei miei confronti attuato da chi si ostina, a dispetto di tutto, nella difesa della buona fede e delle buone ragioni “tattiche” dell’attuale gruppo dirigente venezuelano, presieduto da Delcy Rodriguez. Una mia precisa riproduzione in Whatsapp di un testo di Resumen che riferiva del plauso tributato da Maduro, dal carcere di New York, al nuovo dialogo del governo venezuelano con l’opposizione di destra e filo-yankee, è stato riferito ai responsabili della testata come una mia maliziosa manipolazione. Il tentativo si è disintegrato nell’ espace d’un matin. Piccole miserie.

Veniamo alla questione di fondo. Che è grossa e di portata storica e internazionale. Cosa è davvero successo a Caracas a partire dal 3 gennaio, giorno del rapimento, dell’eccidio di 100 difensori di Maduro, tra cui una trentina di cubani, e dei bombardamenti incontrastati su città e porti del Venezuela? Che si disse siano stati possibili grazie alla neutralizzazione supertecnologica dei dispositivi di sorveglianza. Giustificazione poi cassata.

A perlomeno sospettare che gatta ci covava inducevano già solo i ripetuti affondamenti al largo delle coste venezuelane di pescatori fatti passare per narcotrafficanti, come poi lo stesso Maduro, senza che Caracas avesse reagito. Dell’ipotesi di una sospetta passività del governo scrissi nell’immediato su Whatsapp, ne parlai in videointerviste quattro giorni dopo il 3 gennaio, e poi su L’AntiDiplomatico, in termini non equivocabili e risolutamente “colpevolisti” per quanto atteneva al comportamento della dirigenza carachegna, con l’ampia ricostruzione di quasi cinque mesi fa.

Oggi e da un po’ mi trovo in buona compagnia nel constatare l’evidenza della capitolazione-sottomissione dell’attuale direzione venezuelana all’operazione neocolonialista di Trump. 

L’ultima giapponese?

Delcy Rodriguez accoglie John Ratcliffe, capo della CIA a 11 giorni dal rapimento di Maduro

Quella dell’ultimo soldato giapponese, perso nella giungla che pensa che la guerra sia ancora in corso, anni dopo la sua fine, è una figura tra compassionevole e surreale, metafora di chi non sa aggiustarsi con la realtà e insiste a volersi vivere in un mondo solo da lui configurato.

Come coloro che seguono le questioni del mondo e, specificamente, sia L’AntiDiplomatico, sia Sinistrainrete, sia la chat Mondocane da me amministrata, la giornalista Geraldina Colotti, nel suo ostinato isolamento, rimanda a questa figura. Autorevole esperta di America Latina, è la protagonista assoluta e ormai quasi unica, della linea  secondo cui Caracas avrebbe mantenuto in piedi la rivoluzione bolivariana di Chavez, a dispetto di un’aggressione statunitense che avrebbe imposto “una ritirata” strategica” per salvare il retaggio del Comandante”. Insomma: buona fede e quanto di meglio nelle circostanze - pistola alla tempia, salvare il salvabile, evitare l’occupazione - era dato di fare. Niente svendita, niente tradimento, niente resa.

Su chi abbia colto nel segno nell’interpretare questi accadimenti epocali è detto esaurientemente dalle immagini che ho inserito in questo scritto. E che fanno giustizia delle accuse di calunnia, se non di disfattismo, che venivano mosse a chi provava a guardare in faccia la realtà. Realtà di una cascata torrenziale di eventi dal carattere talmente univoco, da lasciare dubbi solo in chi doveva avere motivi davvero saldi per non vedere.

A tre giorni dal rapimento di Maduro e del massacro delle sue guardie, la neo presidente riceve John Ratcliffe, direttore della CIA, il capo dell’intelligence e delle operazioni sporche del governo che ha eseguito il crimine.

Delcy Rodriguez accoglie Doug Burgum, Ministro degli Interni USA

Nel giro di pochi giorni vengono accolti al Palazzo Miraflores il Ministro degli Interni USA, Doug Burgum e, l’11 febbraio, il Ministro dell’Energia Chris Wright. Ne consegue la riforma della Ley de los Hidrocarburos che modifica la legge organica sulle risorse energetiche venezuelana proclamata da Ugo Chavez nel 2006 e che aveva imposto la proprietà pubblica e popolare di tali risorse per tutte le fasi di estrazione, produzione, commercializzazione, con destinazione dei proventi a fini di promozione sociale.

La nuova legge, adottata in seguito alle consultazioni con gli interlocutori di Washington, è orientata a permettere e facilitare che imprese private nazionali e straniere (sono specificamente menzionati ENI, Repsol, Chevron e Fondo Monetario Internazionale) partecipino alla produzione petrolifera nelle forme legalmente inibite da mezzo secolo, da quando, con Chavez, ne era stata proclamata la nazionalizzazione. Non si menzionano più finalità sociali.

Scrive su X Josè Hernàndez, avvocato venezuelano esperto di diritto costituzionale e amministrativo, consulente di diverse compagnie energetiche internazionali: “Oggi si scrive la parola fine alla criminale politica di espropriazioni portata avanti dal governo di Chavez”.

Delcy Rodriguez accoglie Chris Wright, Ministro USA dell’Energia

Terremoto e occupazione

Lo spaventoso terremoto del 24 giugno colpisce un paese completamente destabilizzato. Il terribile numero delle vittime e la dimensione delle distruzioni, provocano la sospensione delle manifestazioni dei movimenti bolivariani contro gli indirizzi adottati dal regime e per la liberazione e il ritorno di Maduro. Di queste espressioni di volontà popolare organizzata, che riprenderanno con vigore alla vista della progressiva demolizione della sovranità del paese, ho potuto avere conoscenza diretta da Juan Contreras, deputato e leader del movimento chavista “Coordinadora Bolivariana”. Si tratta della storica organizzazione militante nata nel quartiere “23 de Enero” di Caracas al tempo della dittatura di Jimenez ed estesasi a tutto il paese  Un’ intervista a Contreras c’è nel mio docufilm “L’Asse del bene”.

 

Alla rimozione di alcuni esponenti del governo e a quella del capo delle Forze Armate, si accompagna l’arrivo in Venezuela di truppe statunitense, già prima del terremoto, e poi israeliane. Queste, venute offrendo di contribuire ai soccorsi. Per i quali, però, si presentano come esperti alti ufficiali dell’IDF, assolutamente privi di specifica esperienza in merito, ma fortissimi nel lavoro di infiltrazione nelle vicende interne dei paesi latinoamericani, a partire dall’intelligence e da operazioni di destabilizzazione. Giorni prima si erano ristabiliti i rapporti diplomatici che Caracas aveva rotto nel 2009, in protesta contro la pulizia etnica dei palestinesi e l’operazione “Piombo Fuso” del 2009, che potete rivedere in questo docufilm:

 

 

Delcy Rodriguez e ufficiali israeliani

Dalle esercitazioni e dai pattugliamenti svolti dagli statunitensi in piena Caracas e in altre città, si passa a qualcosa che i movimenti delle Comuni in rinnovata mobilitazione definiscono la “decimazione” dei nuclei di resistenza, con riferimento all’intervento di unità congiunte di militari USA e polizia venezuelana contro focolai di “insubordinazione”. Incomincia a echeggiare da un capo all’altro del paese la parola d’ordine fuera los yanquis.

Militari USA pattugliano Caracas

Via la vecchia opposizione, Va bene Delcy

Quelli citati sono come, dimostra l’evidenza dei fatti, dimostrazione di una strategia lineare e coerente di adeguamento alle direttive di un presidente che, in un solo fiato, detta a Delcy ciò che deve fare, assicura alle compagnie statunitense il controllo sul petrolio venezuelano e vaticina, con tanto di mappa, il “Venezuela 51° Stato degli Stati Uniti”.

Nell’analisi di chi certifica la buonafede degli attuali governanti, si occulta questa successione di passaggi che, al confronto storico tra Venezuela chavista e USA, sostituiscono una concordanza globale di scelte e obiettivi. Il discorso giustificazionista si riveste di nobili addobbi: “Il rifiuto del genocidio palestinese è il cuore pulsante del discorso di insediamento di Delcy Rodriguez, pilastro irrinunciabile e storico il governo bolivariano a Caracas, Cuba-Venezuela una sola bandiera, braccio asimmetrico con Washington, anche Lenin firmò la pace di Brest-Litovsk, Delcy e il PSUV non sono stati paracadutati da un esercito straniero di occupazione, sottovalutata la maturità del popolo venezuelano, el pueblo en la calle e la Milizia Bolivariana…”

Già, el pueblo en la calle, che ormai ininterrottamente denuncia la frode e i cedimenti, in sempre più netta opposizione al gruppo dirigente e agli ospiti a stelle e strisce e con stella di David, soccorritori per gli uni, invasori e occupanti per gli altri.

  

Arrampicarsi sugli specchi, o sul palazzo di Miraflores?

Partiamo da un Venezuela dove dal pubblico siamo passati al privato, dalla sovranità all’occupazione coloniale e all’intervento di “soccorritori” statunitensi e israeliani, per arrivare al dunque: è mai possibile, alla luce degli sviluppi elencati e che non sono neanche tutti dello stesso indirizzo, sostenere quanto Geraldina Colotti afferma nel suo intervento?

E’ davvero plausibile che “tutto è rimasto in mano a una direzione bolivariana in virtù della sua capacità di mediazione, costruzione di alleanza e di fare politica”? Che “i dirigenti venezuelani hanno seguito il consiglio di Fidel e non si sono sacrificati come Allende”? Che “non si sono fatti schiacciare dal giogo dell’ideologismo dogmatico” ? Che, dopotutto, se ora “il Venezuela è alleato degli USA, è pur sempre rimasto alleato di Russia e Cina”? E che, a dimostrazione della sovranità salvaguardata, “ancora esistono le rappresentanze diplomatiche dell’Iran e della Palestina a Caracas”?

E perfino che “anche Chavez si arrese ai generali che lo avevano imprigionato a Miraflores”. Dove si arriva a precipitare nel falso pro domo sua. In quei giorni dell’aprile 2002, ero a Caracas (il golpe è testimoniato nel mio docufilm “Americas Reaparecidas”) e milioni di venezuelani sanno che Chavez non si è mai sognato di arrendersi. Fu prelevato con la forza dagli ufficiali felloni e trasportato, in catene, nella caserma di Fuerte Tiuna e poi liberato dalla mobilitazione popolare entro 48 ore. Quello della “resa” è un insulto che Chavez non merita.

 

Secondo Colotti, “dal momento che Chavez, nel 2007, accettò la sconfitta al referendum sulle nazionalizzazioni, evitando lo scontro con l’opposizione”, bene farebbero a mediare i governanti venezuelani “di fronte all’occasione di premere più a fondo sul pedale della rivoluzione a rischio di uno scontro armato e di una guerra civile”. Meglio farsi dettare la politica e l’economia da Washington e farsi “dare una mano” dai genocidi israeliani e dall’autocrate assassino Trump. Meglio, scrive Colotti, “cedere il petrolio cercando di non cedere la sovranità”. Come se non fosse la stessa cosa.

Tutto questo, per la brava giornalista, comporta “riconoscere l’autorità dell’esecutivo nominato. il che significa difendere il filo della continuità costituzionale contro ogni tentativo di imposizione coloniale esterna”. Salvati capra e cavoli.

Va riconosciuto a Geraldina Colotti una inesausta capacità di compiere prodigi di funambolismo dialettico, al limite e oltre della spregiudicatezza. Qualcuno ha parlato, nella stessa edizione, di arrampicata sugli specchi, della quale ci si dovrebbe stupire alla luce delle lunghe e approfondite frequentazioni della materia latinoamericana che, con notevoli meriti, la collega vanta.

 

E ciò va comunque rispettato. Anche se l’insistere sull’integrità assoluta, per quanto “mediatrice”, del gruppo dirigente venezuelano, sotto tiro perfino del movimento di massa bolivariano, rappresenta oggettivamente un assist all’operazione – e agli operatori - che ha portato alla fine del Venezuela chavista.

Non c’è dubbio che l’attuale governo a Caracas si sentirà confortato dai riconoscimenti e sostegni fornitigli da supporter di vario genere. Meno encomiabile dal punto di vista deontologico ed etico apparirebbero i termini con i quali vengono qualificati, peraltro con indirizzi precisi per quanto non nominati, coloro che non concordano con l’analisi di Colotti. Termini dispregiativi che, così, forniscono con l’inficiare la persuasività e dignità dell’argomentazione. 

Qui si parte dalla definizione di una gerarchia di valori, attribuita alla propria parte (quando non alla propria persona), nella quale si ritrovano coloro “che hanno attraversato il fuoco della militanza rivoluzionaria”, che “conoscono il peso materiale della lotta di classe, con i suoi costi umani, le sue carceri…” E si arriva all’elegante e rispettosa descrizione del pensiero altrui in quanto espresso con “ragli digitali”, “invettive sterili di chi confonde il marxismo con un catechismo morale” (?), “una mefitica logica da tifoseria”, a “un rumore di fondo prodotto da tarantolati che giudicano i processi storici da seduti, a distanza di sicurezza, senza avere mai conosciuto né la morsa stritolante di una guerra asimmetrica, né quindi i costi della sconfitta…”

So che Geraldina parla di me, ma, incidentalmente, ho fatto l’inviato in quasi tutte le guerre, a partire da quella nordirlandese e a finire con quella palestinese. Da seduto mi si è visto di rado. E anche tra chi, su L’AntiDiplomatico, ritiene che il Venezuela sia stato venduto, non trovo tarantolati seduti a distanza di sicurezza. Anzi.

Per valutare nei suoi contenuti fattuali l’excursus della collega basta e avanza quanto si è verificato tra Washington e Caracas a partire dal 3 gennaio (e sicuramente da prima, ce lo diranno gli storici) e, passando per la privatizzazione istituzionalizzata delle proprie risorse a favore di interessi multinazionali e per l’intervento sul territorio di militari USA e israeliani, quanto non si è ancora concluso. E quanto quotidianamente viene denunciato da movimenti di massa che si trovano di fronte repressori anch’essi multinazionali.

Per giudicare il tenore etico e deontologico di questo scambio, è sufficiente lo stile con il quale si rappresenta chi dà un’interpretazione diversa di quegli eventi e dei loro protagonisti. Mi sono limitato a un breve resumee.

Per dirla tutta, rispetto a certe scelte di vita che scambiano il nemico con l’amico, l’infiltrato col compagno, vale sempre la massima di Sant’Agostino: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

 

Nessun commento:

Posta un commento