mercoledì 19 novembre 2008

"EROINA DIMENTICATA", O ARNESE DELLA CIA?






Se continui a giustificare e condividere, alla fine dai la benedizione ai lager degli schiavi, a forze codarde, a boia organizzati, al cinismo dei grandi mostri politici. Alla fine consegni i tuoi fratelli.
Albert Camus



Riporto qui sotto un post apparso, ahinoi, nel commendevole bollettino (newsletter per chi non sa l’italiano) dell’ottimo sito di uno dei miei compagni e amici più preparati e validi, articolo dedicato al processo per l’uccisione della giornalista russa di estrema destra, Anna Politkovskaya.
Suscita amarezza una così ampia inconsapevolezza, un così clamoroso schianto della verità, un così paradossale omaggio alle mistificazioni della disinformazione imperialista. I quali, tutti, hanno un’origine: la perdita, nella sinistra che si richiama al comunismo, di un accettabile grado di coscienza e conoscenza internazionalista. In molte riunioni ho inflitto ai compagni l’invito a non trascurare la geopolitica mondiale, l’imperialismo nel suo scontro con paesi e popoli in rivolta, il modello di lotta che ce ne viene, la colonizzazione del nostro paese (guerre, Nato e basi). Non se ne è venuti a capo, come risulta anche da tutte le esternazioni, piattaforme, contenuti conflittuali, manifestazioni, che l’intera sinistra, sul modello della pseudosinistra innestatasi nel governo imperialista di Prodi, ha attuato in questi anni e mesi. Diversamente da quanto si verificò dal ’68 in poi, quando il conflitto politico, sociale e militare internazionale era un centro ispiratore e propulsore del tentativo rivoluzionario di massa, nel pure assai maturo e possente movimento studentesco di oggi, in scoperta giorno dopo giorno dell’internità della propria tematica al conflitto di classe, la realtà internazionale è presente solo nella dimensione della crisi da non pagare. La ragione sta forse proprio nella mancata attenzione e nel quasi inesistente lavoro (se si eccettuano gli sporadici singulti per la Palestina e qualche rarissimo riferimento latinoamericano) delle avanguardie politiche di questi anni, nella loro riluttanza a inserire il tema del contenitore di tutti i nostri guai nel dibattito, nella denuncia, nella proposta, nelle alleanze. Situazione ben diversa da quando tutta l'intellettualità e le forze organizzate della sinistra erano immerse fino al collo nelle lotte della prima fase anticolonialista, dall'Algeria al Vietnam a Cuba. Chi sente ancora parlare, in termini corretta della Resistenza irachena (degradata, su velina di Washington, da Giuliana Sgrena e altri in "Al Qaida") che continua a costringere gli invasori e predatori iraniano-statunitensi a fallire faticosi accordi di dominio su oceani di sangue e di macerie? Una resistenza che da sei anni, ma anche prima, è la trincea avanzata non solo della nazione araba laica e progressista, ma dell'antimperialismo mondiale. Chi analizza il conflitto antimperialista e tra Cina e Occidente per l’egemonia in Africa, giocato sull’invenzione delle stragi nel Darfur, sull’aggressione per interposti ascari al Congo, sulla polverizzazione della Somalia e sulle destabilizzazioni secessioniste ed etniche in Sudan e in tanti altri paesi? Chi mette in luce i preparativi di guerra contro i grandi Stati asiatici, Russia e Cina, dei quali sono inneschi le campagne propagandistiche contro questi governi (Es. Cecenia, Tibet e, appunto, Politkovskaya) e le nuove basi europee (Cechia, Polonia, Sigonella, Vicenza)? Chi trae lezioni dall’insurrezione di massa che in Bolivia, Ecuador, Venezuela, ha frantumato il vecchio ordine oligarchico, cacciato gli scherani degli Usa e spostato lo Stato su altri binari, come dalla controffensiva secessionista, di etnia e classe, attivata dall’imperialismo e dai suoi proconsoli (vedi da noi la Lega)? Chi parla di Cuba e della sua incrollabile resistenza? Ci ricordiamo dei Balcani, a un’ora da qui, e di come il 99% della elite politica di sinistra abbia fatto sue le balle di una sinergia mediatica sintonizzata sulla Voce del Padrone, e se ne sia fatta fottere? Chi parla del Kosovo in mano ai gangster albanesi, dal quale le criminalità organizzate nostre e alleate, di Stato e di controstato, traggono i profitti da traffico di droga, organi, donne, bambini? Pensate, ho assistito a Roma alla presentazione, con grande enfasi e grande concorso di popolo di sinistra, di un nuovo sito, giornale-on-line, per l’informazione “proletaria” su conflitti, strategie, programmi, avvenimenti, l’universo mondo, messo in piedi da ottimi compagni che ne intendono fare centro di aggregazione, informazione, comunicazione per le disperse schiere dell’ipotesi comunista. Ebbene, ne era totalmente assente, non solo il contributo tecnico-politico di qualcuno esperto di comunicazione, natura dell’informazione nell’era della crisi capitalista e relative manipolazioni, ma nemmeno il più lieve accenno a quell’incandescente brodo internazionale nel quale noi galleggiamo come un crostino.

E veniamo a quella che nel pezzo riprodotto nel bollettino viene definita “eroina già dimenticata”. Una storia firmata da un Enrico Campofreda, ma che avrebbe potuto essere firmata con gran soddisfazione dall’attuale capo della Cia o del Mossad. Una nuova leggenda imperialmediatica sulla scia dello tsunami di inganni planetari che dalla Cecenia stuprata da terroristi tagliagole e sequestratori, perlopiù importati dall’Afghanistan, per mandato di petrolieri e loro burattini alla Casa Bianca, risale fino all’11 settembre dell’autoattentato alle Torri Gemelle e al Pentagono. Passando attraverso analoghe nequizie terroristiche e le varie “rivoluzioni colorate” in Serbia, Venezuela, Ucraina, Georgia, Libano, Tibet, Myanmar, Uzbekistan… E se gente come “il manifesto” queste bufale alla diossina se le è ingoiate, senza masticarle neanche un po', o guardarle in controluce, forse possiamo parlare di ignavia, incompetenza, addirittura sconoscenza dell’inglese (la lingua della migliore informazione vera), spocchia radical-chic, magnetismo dell’omologazione, quieto vivere al margine del coro. Nel caso di questa mignotteria sulla Politkovskaya si viene investiti da bagliori di malafede, aporie, furbate, depistaggi, falsità e invenzioni, al punto che cascarci dimostrerebbe un’attitudine al tafazzismo degna del…”manifesto”.

Inizia con una serie di secchiate di merda su Russia e Putin, il cuculo dall’ uovo tossico deposto in quel nido improprio: “Oltre alle indagini soffocate, (i russi) stanno cercando di restringere anche il luogo fisico dove celebrare il processo… E’ iniziato in un luogo angusto per evitare che amici e colleghi della giornalista della Novaya Gazeta, assassinata due anni fa nell’ascensore della sua abitazione, occupassero lo spazio per il pubblico…” E via con tutto uno sciacquone di affermazioni apodittiche, congetture, processi alle intenzioni, tipo “il grande assente, il mandante” che per il cuculo è ovviamente Vladimir Putin, “sospettato numero uno”, per il quale oltre alla “denuncia dei media internazionali”, ovviamente del tutto credibili nell’era della nuova guerra fredda, lo stesso cuculo ammette non esistere “prova alcuna”. Il processo è a porte aperte, diversamente da quelli di Guantanamo, Baghdad, Bagram, o Milano per il rapimento di Abu Omar e ospita tante persone quante ce ne stanno in una qualsiasi aula del tribunale di Roma. L’abbiamo visto sugli schermi della Rai, come della CNN, soggetti ben più bravi a diffondere diffamazioni e distorsioni su quanto succede sotto lo “zar” Putin degli eventuali “amici e colleghi”. Sul banco degli imputati ci sono due ceceni (!) e un ufficiale dei servizi, russo, un capo poliziotto, russo, ma mancano per il cuculo “coloro che hanno ordinato l’uccisione”. Vogliamo vedere se va a finire come a Genova per Diaz e Bolzaneto, prima di blaterare accuse per ora infondate?

Ma leggete voi stessi e ritroverete la prosa tutta intera di chi, in assenza totale di elementi probativi, ricorre al classico repertorio del giornalista ignorante, succube o provocatore. O, quanto meno, alla Astrit Dakli del “manifesto”, di colui che, sotto una viscerale slavofobia, nasconde l’accanita quanto incongrua identificazione tra la detestata Unione Sovietica e il nuovo Stato, operazione che, a sua volta, mimetizza un mai sopito anticomunismo. “Si parla di processo farsa”. Si parla? Chi parla? Lui parla. E non poteva sfuggirgli l’occasione per rinnovare l’anatema contro “i crimini di guerra perpetrati dalle truppe d’occupazione in Cecenia”. Un’”occupazione” in cui un esercito regolare della Federazione libera il proprio territorio, obiettivo delle sanguisughe occidentali per i condotti energetici, da terroristi infiltrati e prezzolati. Esercito confortato da un popolo che vota e rivota contro una secessione invocata da briganti. E non mi parli di elezioni inattendibili chi ha accreditato le elezioni di Bush, o quelle serbe sottratte all’ultimo Milosevic, o quelle del vassallo messicano. Sono cose da lasciare a burattini di Wall Street come Kasparov, o ai nostrani Svendinotti, discepoli del guru Massimo Fagioli e del Dalai Lama.

Seguono contumelie di marca nazifascista o natzingheriana contro un regime “grondante di sangue e criminale crudeltà”, nonchè riferimenti obliqui al noto agente provocatore Alexander Litvinenko, ucciso con il polonio a Londra nel momento in cui gli Usa preparavano l’atmosfera per l’installazione di apparati “stellari” di aggressione alla Russia: “Avvelenamenti, investimenti, morti accidentali e misteriosissime come trame di intrighi internazionali…” . Tutti da caricare sul vecchio spione KGB Vladimir Putin. Che ha evidentemente la colpa di aver tirato fuori il suo paese, in termini democratici come gli Usa del Patriot Act e delle extraordinary renditions non potrebbero sognarsi, dall’abisso di corruzione, servilismo, ruberie, automutilazione, degrado, irrilevanza internazionale in cui lo aveva precipitato il capomafia Eltsin. E l’ulteriore colpa di aver ristabilito in un mondo schiacciato sotto lo stivale Usa un minimo equilibrio, una minima deterrenza alla bulimia genocida dell’imperialismo. E’ proprio il fatto che la Russia di Medvedev e Putin, con la forza di un consenso popolare che nessun paese occidentale può vantare, si muova con assennata risolutezza, che abbia saputo, contro ogni intossicazione mediatica, ristabilire la verità sulla delinquenziale aggressione del fantoccio-gangster della Georgia al popolo osseto, che, soprattutto, faccia dipendere l’intera Europa e altre parti del mondo dai suoi rifornimenti energetici e dai suoi mercati, con relativi possibili slittamenti europei verso salvifiche equidistanze, a dirigere la mano dell’orda di pennivendoli sbucati per la bisogna. E qui il mandante sappiamo benissimo chi è.

Basterebbero già stile e argomenti del cuculo, ma la pietra tombale su menzogne, rovesciamenti, illazioni e allusioni la mette la stessa Anja Politkovskaya. Intima del giro e delle bisbocce di delinquenti e rinnegati del giro malavitoso di Boris Eltsin, anche al tempo della prima guerra di Cecenia, questa Emilio Fede della lobby ebraica russa passa a un martellante lavoro contro Putin proprio nella fase della ricostruzione del paese depredato e umiliato e della progressiva pacificazione della Cecenia, sottratta al destino di non-Stato-colonia della Exxon e della Nato. Non scrive solo per media nazionali sponsorizzati dagli ex-oligarchi, in parte fuggiti all’estero con i miliardi rubati e sospettati – questi con qualche sostanza – di ordinare la serie di assassini e attentati che puntano a demonizzare il governo russo. Lavora soprattutto per Radio Liberty e Radio Free Europe, organi della Cia allestiti ai primordi della guerra fredda per sparare propaganda contro l’Urss e addirittura potenziati al momento in cui le armate occidentali, attraversando e normalizzando la Jugoslavia, si accingevano a stringere d’assedio l’Oriente. Datore di lavoro la Cia, ufficiali pagatori la NED (National Endowment for Democracy), affiancata da Reagan alla Cia negli anni’80, e il bandito della speculazione e destabilizzazione internazionale e agente sionista George Soros. Non per nulla la Politkovskaya è cara oltre ogni misura a quella congrega di agitprop dell’imperialismo, finanziata dallo stesso Soros e dalla mafia cubana di Miami, che sono gli strasputtanati Reporters Sans Frontieres. Basterebbe questo e basterebbe, infine, il metodo cartesiano che collega la causa all’effetto e apre la strada alla logica del cui prodest, a chi conviene. A chi conveniva l’assassinio della giornalista anti-Putin, a chi quella dell’agente rinnegato Litvinenko, a chi la destabilizzazione della Cecenia? A chi gli attentati dell’11/9 e tutta l’osamabinladeria? Chi ne ha tratto frutto? E, badate, qui nessuno nega che la Russia oggi sia un paese a capitalismo di libero mercato, seppure con una crescente spinta all’intervento di recupero pubblico nelle aree strategiche dello Stato. Non c’è, purtroppo niente di ideologico da difendere. C’è, però, qualche verità da ristabilire, qualche correttezza professionale da ricuperare, qualche strategia imperialista della satanizzazione dei soggetti non domi da smascherare. Diciamo solo che oggi ci sia la Russia giova alla sopravvivenza dell’umanità.

Questa era l’eroina cara al solito schieramento furbo-umanitario il cui perimetro include tutti e, di conseguenza, è un perimetro tracciato dal nemico di classe, questo faceva. E questo era e faceva, a dimostrazione che la madre dei boccaloni è sempre incinta, l’altro specchietto delle allodole presentato a tanta sinistra italiana da Belgrado. La negli anni ‘90 venerata, soprattutto dai Disobbedienti di Casarini (l’avete visto nell’Onda degli studenti?), radio B-92, detta dei “giovani alternativi” serbi, ma da dirsi soprattutto di Soros e della NED, visto che anch’essa faceva parte del circuito di Radio Liberty e con le bande di suoi fan chiamate Otpor, addestrate a Budapest da generali Usa, fu voce della prima “rivoluzione colorata” e animatrice del golpe contro Slobodan Milosevic (poi assassinato in carcere, come capita agli intralci all’imperialismo, da Arafat a Saddam, da Malcolm X a John Lennon). Indimenticabile il mio caporedattore di allora a “Liberazione”, Salvatore Cannavò, oggi leader dell’ennesimo gruppetto trotzkista, che, cestinate alcune mie corrispondenze da Belgrado, che contenevano gli inni agli Usa dei dirigenti Otpor, invitava questi “compagni”, grumo fascista agli ordini della Cia, alle manifestazioni del movimento no-global. Così stiamo messi a sinistra come conoscenza, analisi, perspicacia internazionali! Basta riflettere sulle pinze che questa sinistra usa nei confronti di Hamas o Hezbollah, o di come caccia la testa sotto la sabbia quando qualcuno osa rivendicare un’altra verità, la verità, su Milosevic o Saddam. Intanto lo struzzo viene preso da dietro…

Concludendo, una sinistra, non dico di quelli che ci marciano o si adeguano, ma quella che conserva in seno una scintilla di consapevolezza delle mastodontiche manovre di decerebrazione e disarmo mentale di cui da sempre, ma oggi con più mezzi, arte e complici che mai, si avvalgono i poteri nemici, dovrebbe muovere lo sguardo dal proprio caminetto all’incendio generale. E se non riesce a mettere a fuoco, potrebbe ricorrere alle lenti fabbricate nella Premiata Ditta Ottica Marx & Co. Senza quelle non si va da nessuna parte.






Politkovskaya, eroina già dimenticata?
Scritto da Enrico Campofreda
martedì 18 novembre 2008



Oltre alle indagini soffocate stanno cercando di restringere anche il luogo fisico dove celebrare il processo per l’assassinio di Anja Politkovskaya che è comunque iniziato oggi a Mosca. E’ iniziato in un luogo angusto per evitare che amici e colleghi della giornalista della Novaya Gazeta, assassinata due anni fa nell’ascensore della sua abitazione, occupassero lo spazio per il pubblico. Di fatto un processo a porte chiuse sul quale aleggia il fantasma del grande assente, il mandante di quello come di oltre duecento morti violente o misteriose di giornalisti. La Russia infatti è seconda solo all’Iraq – dove c’è una guerra aperta – per l’uccisione di reporter, dal 1992 al 2007 ne sono state contate 218 e il numero continua a salire.

Il Gotha del Cremlino con in testa l’ex presidente Putin è il sospettato numero uno, ma al di là della denuncia dei media internazionali non c’è prova alcuna che possa incastrare il politico, gli uomini del suo staff e gli stessi agenti degli attivissimi servizi segreti. Non c’è per il modo in cui sono state condotte le indagini anche per il caso Politkovskaya, come ha denunciato un’altra importante firma della stampa russa: Grigory Pasko. Che all’odierna apertura del processo ne ha evidenziato l’anomalia “Come si può dire che le indagini sono state completate se nessuno di coloro che hanno ordinato l’uccisione siede sul banco degli imputati?”.

Unici accusati sono i due fratelli Ibragin e Dzhabrail Makhmudov e l’ex poliziotto Sergey Khadzhikurbanov che, esecutori materiali o meno, hanno tutta l’aria di non voler o poter svelare il mistero dell’assassinio. Così si parla di processo farsa, ne sono già stati celebrati altri senza che lo stillicidio delle esecuzione non solo si fermasse ma trovasse indizi per inchiodare i responsabili. E’ chiaro che accanto all’eliminazione di figure scomode - e la libera informazione in Russia come ovunque ha sempre rappresentato un nemico giurato per il potere dei satrapi – si cerca di diffondere nella popolazione una paura generalizzata tanto che a Mosca e altrove tira un’aria d’indifferenza.

E’ indicativo come un’inchiesta di qualche mese fa condotta fra i giovani della capitale trovasse molti di loro impreparati alla domanda su chi fosse Anja Politkovskaya. Non sapevano e non volevano sapere, quasi tutti erano all’oscuro sul suo lavoro di denuncia dei crimini di guerra perpetrati dalle truppe d’occupazione in Cecenia. Accanto all’oblio subentrava il discredito: altra iniziativa del mondo politico è stata quella di dipingere i drammatici racconti della giornalista come una campagna antipatriottica rivolta contro la grande madre Russia.

Una matrigna la Russia putiniana che, sin dal primo incarico dell’ex agente del Kgb al Cremino nel 1999, ha dichiarato una guerra privata alla vita dei liberi giornalisti per stroncarne la professionalità posta al servizio del mondo intero. Ne sono scaturiti decessi d’ogni tipo: colpi d’arma da fuoco, avvelenamenti, investimenti, morti accidentali e misteriosissime come trame d’intrighi internazionali ben antecedenti alla stessa “Guerra fredda”.

La testimonianza sempre più diffusa che la deregulation del mestiere dell’informazione vede un crescente numero di free lance presenti nei luoghi più ostici e difficili per scrivere, fotografare, filmare è diventata negli ultimi anni una spina nel fianco di quel potere che non vuole mostrare la faccia lugubre della propria ferocia, l’illegalità di tante azioni, immacolate a parole e di fatto grondanti di sangue e di criminale crudeltà.

Accadeva anche cinquant’anni or sono però gli strumenti di comunicazione erano meno sofisticati. Naturalmente non basta la tecnologia, che pure viene incontro al mestiere, la differenza la fanno sempre coscienza e coraggio, e in questo Anja era l’esempio illuminante che le è valso il ricordo di “eroina della libertà di stampa nel mondo” datole dall’Istituto Internazionale di Vienna. Certo a costo della vita perché lei non patteggiava carriere, raccontava quel che vedeva come in questo passo “… Perché metto la parola terrorismo tra virgolette? Perché la stragrande maggioranza di queste persone sono definite terroristi. E questa pratica di “definizione dei terroristi” non ha semplicemente soppiantato, all’alba del 2006, tutte le altre forme di lotta contro il terrorismo, ma ha anche cominciato a creare un numero abbastanza ampio di persone che vogliono vendicarsi, quindi dei potenziali terroristi. Quando i magistrati e i tribunali lavorano non sotto l’egida della legge, ma agli ordini della politica, con l’obiettivo di compiacere la volontà del Cremlino in materia di antiterrorismo, i crimini spuntano come funghi”.

Enrico Campofreda, 17 novembre 2008

5 commenti:

davide ha detto...

per fortuna che cisei tu,fulvio!
Impossibile manifestare distacco e critiche per gli idoli che fabbricano certi dabbenisti dell'ovvia a sinistra.
La tua analisi su questa giornalista e tutto il ciarpame mediatico , è come sempre lucida e tagliente.
La sinistra è messa male, si è suicidata e delega tutto a qualche leaderino o leaderuccio.Straparlano di accordi o di rivoluzioni,ma il punto di caduta è lo stesso:pare di assistere a un dialogo tra ubriachi al bar!
ciao,davide

Attila ha detto...

Ieri i rotocalchi scandalistici,cioè i cosiddetti "mezzi d'informazione", hanno dato ampio risalto al video del TettoCulista Awar al Zawhiri, cioè di quel lurido e schifoso tagliagole, presunto "nemico degli Usa". L' ultima di Tette&Culi: gli arabi musulmani-loro stessi quasi neri- sono razzisti contro i "negri"!!(e comunque per inciso, la maggior parte dei musulmani sono presenti in Africa..cioè "negri"!!).Il Popolo Bue cosa fa? dubita di questo video? no, annuisce e dice:"Tette e Culi". Comunque qualcuno dica ai Telegiornali Tette&Culi,a Repubblica e al Corriere della Sera che la parola "negro" è un neologismo entrato nel gergo delle lingue occidentali per definire con disprezzo gli uomini di colore....sono ancora curioso di sapere come si dice "negro" in arabo!!!!

Anonimo ha detto...

bello sentire qlc1 che le canta e le suona di santa ragione a questa mandria di stupidi bugiardi, che se son di sx fanno ancora più schifo e pena.

Anonimo ha detto...

...articoli molto interessantie perchè basati sui fatti.
ciao Giovanni
www.lamiacaverna.splinder.com

Daniele ha detto...

Davvero non c'è più limite al servilismo mediatico della sinistra. E dire che la recente aggressione della Gerogia all'Ossezia del Sud avrebbe dovuto scuotere gli animi. Sembra di vedere in diretta la realizzazione del principale obiettivo eversivo della destra italiana: "disarticolare" e frantumare il blocco dei comunisti e dei socialisti. Con l'aiuto di leader compiacenti hanno trasformato la sinistra in un babele; davvero aveva ragione Prodi quando disse che "i comunisti in Italia ormai sono folklore" (vale almeno per i dirigenti nazionali).