mercoledì 20 novembre 2019

Da Hong Kong a La Paz, Tehran, Bagdad ----- I RAZZISTI DELL’ANTIRAZZISMO, I FASCISTI DELL’ANTIFASCISMO, GLI ODIATORI DELL’ANTI-ODIO



Enrico Mentana, informato, logorroico, a volte spiritoso mio collega in Rai degli ’80-’90 e ora, da tempo, a La7 come direttore del tg, passa per essere tra i pochi giornalisti cui andrebbe tributata la qualità di obiettivo e corretto. E’ il riconoscimento che ci si illude possa essere attribuito a quelli che, anziché ratti di fogna, sono topini di dispensa: sempre al formaggio sono attaccati. Altra metafora vede gli uni come McDonalds e gli altri come Nouvelle Cuisine, sempre di discutibile alimentazione si tratta.

Specialisti tv dell’odio anti-odio


Mentana sta in un’emittente, quella di Urbano Cairo, patron del Torino di colpo assurto a notorietà e potere con l’acquisto del Corriere della Sera. La sua rete tv si era guadagnata un certo credito tra i disperati e frustrati delle tv di regime per quella scapigliatura e quell’anticonformismo che si esprimeva in trasmissioni come quelle di Sabina Guzzanti (addirittura) e di Gianluigi Paragone (doppio addirittura). Non è più così e se oggi c’è una tv di propaganda del pensiero unico, tanto disciplinato quanto assoluto, è La7.
Pensate all’ininterrotta gragnuola di colpi con cui i bombaroli di Cairo, tutti usciti da una virtuale “Scuola delle Americhe” per giornalisti, con Master negli istituti di alta formazione a Tel Aviv, radono al suolo chi sta con i 5 Stelle (quelli di un tempo), chi non lubrifica gli scivoli per migranti, chi esprime perplessità su quanto si va facendo a Libia, Siria, Venezuela o Bolivia. Sono i Navy Seals di Cairo e dell’establishment: Gruber con l’elmetto a punta del Kaiser, Formigli alto sacerdote delle Ong, il sadico Floris con la stella fissa Fornero, il più multicolore “difensore civico” Giletti, il ridanciano, ma respingente, Diego Bianchi “Zoro”, con Marco da Milano, del fu-L’Espresso, una specie di Lilli Gruber al maschile e alla matriciana…

Un non-più mitraglietta a salve
Qualcuno diceva che il non più giovane, ma sempre riccioluto, Mentana, già “mitraglietta” e ora esitante ripetitore di intercalari da smarrimento di concentrazione – eee… eee… eee…- per imparzialità e multilateralismo si elevasse sopra questa muta di odianti denunciatori di odio. Se non altro per educazione e apparente equilibrio. L’altra sera, abbandonati gli ossessivi richiami a un antisemitismo che non c’è, ma che maschera efficacemente le malefatte di un certo Stato, e di cui si occuperà a larghissimo raggio la neo-Commissione Segrè, finalizzata a riunire nel Lager tutti gli odiatori, siano antisemiti, razzisti, xenofobi, omofobi, intolleranti, novax, laziali, o complottisti, si è esibito in un tip tap di indignazione alternata a riprovazione da far vibrare gli schermi. Era mai possibile, esclamava con espressione di chi assiste a una danza del ventre di Salvini con mojito mentre pretende i pieni poteri, che l’intera stampa e diplomazia mondiale, tv e giornali e pulpiti, taccia i crimini che la Cina va commettendo contro i “ragazzi” di Hong Kong? Un silenzio tombale, delittuoso e osceno quanto quei crimini, sospirava.

E, come non bastasse tanta riprovazione, ha chiamato a rinforzare lo sdegno la nota Gabanelli, ora impegnata in un “Data Room” che però non disdegna il soccorso ai bisognosi, in questo caso al Mentana Furioso. E a tutti coloro che detestano la Cina comunista al punto da vagheggiarne la fine già inflitta al Celeste Impero, corredata di una nuova strage di 20 milioni tra cittadini e soldati, come quella  riuscita ai britannici nelle due guerre per l’oppio. Il racconto della venerata signora del giornalismo coraggioso era talmente preciso che quasi quasi pareva fosse in mezzo alla turbolenza. Sgherri trucidi e sanguinari contro bimbetti sognanti che sui bruti non facevano che lanciare fiori. Li vedete nelle immagini, dopo aver fatto a pezzi il parlamento, l’aeroporto, la metropolitana, negozi filocinesi, banche cinesi, poliziotti honkonghesi.

Hong Kong, lanciatore di frecce e colpito da freccia

Fenomenale davvero. Non so se l’equilibrato, o equilibrista, Mentana – che al contempo non ha saputo dire niente sul golpe fascio-statunitense in Bolivia e relativi eccidi di resistenti indios e impunità assicurata dalla Guaidò locale agli assassini in divisa – s’informa solo su “Topolino” o “Settimana Enigmistica” (peraltro leggermente più professionale dei main stream). Perché raramente una copertura mediatica è stata più tonitruante e unanimistica di quella dei bravi nostalgici della regina Vittoria e delle sue guerre di sterminio a favore dell’oppio. I lanciatori di frecce d’acciaio, di massi da catapulta, di ordigni incendiari, che linciano chi li rimprovera di sabotare l’isola e la sua economia, hanno avuto un coro tipo “cavalcata delle Walkirie”.



Al confronto, i Gilet gialli, al 53° evento in un anno, si sono dovuti accontentare di un rantolo svociato alla Loredana Bertè di oggi. Ci hanno assordato di peana agli eroici democratici con bandiera britannica e americana e di anatemi a poliziotti che, senza aver fatto feriti in mesi e mesi di teppismo devastatore dell’intera città, se non un manifestante che si avventava con mazza da baseball su un agente, si fossero trovati a Los Angeles (1992) vestiti da Guardia Nazionale, avrebbero già fatto 63 morti, 2.383 feriti e 12.000 arresti.

Torti e ragioni sulla bilancia tarata dai bottegai di Washington
Ma non si tratta solo di quantità. La qualità è esplicitata dalla distribuzione di torti e ragioni secondo gli standard di valutazione che vengono indicati dagli editori locali, a loro volta imbeccati dagli azionisti di maggioranza in Nato e servizi segreti. Ce lo ha insegnato, con temerarietà poi pagata duramente, il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, documentando due giornalisti europei su tre assoldati dalla Cia (ucciso nel 2017 “da un infarto”, a 56 anni e in perfetta salute, due anni dopo la pubblicazione del suo libro “Giornalisti comprati”, mai uscito negli Usa).

Non è difficile indovinare che i torti sono di pochi. Essenzialmente dei facinorosi indios boliviani, sostenitori di un caudillo indio che voleva darsi a un lusso sfrenato sfruttando, in proprio e in cooperazione con russi, cinesi e svizzeri, il più vasto giacimento di litio del mondo (cellulari, macchine elettriche, elettronica di ogni tipo). Il litio è il minerale senza il quale la quarta rivoluzione industriale, quella tecnologica, con cui i potenti pensano di sbarazzarsi definitivamente delle plebi del mondo, o almeno dei loro cervelli, fa semplicemente puff. Perché non servisse a riempire di diamanti e ville le cortigiane che affollavano i festini del corrotto Morales, per il bene del popolo l’incaricato d’affari Usa a La Paz, Bruce Williamson, aveva consegnato un milione di dollari ai capi delle varie armi e mezzo milione ai dirigenti della polizia.

Torti enormi anche e soprattutto dei Gilet Gialli, a loro volta con 11 morti, 2.448 feriti, 23 accecati e 5 mutilati, 10.000 arrestati, 3.100 condannati, 600 in galera (roba da far vergognare i poliziotti di Hong Kong), in esattamente un anno di lotta contro il buongoverno del co-imperatore europeo Macron e dei suoi predecessori.


Le ragioni, invece, sono di tanti, quasi tutte da riconoscere ai manifestanti contro “regimi” (mai “governi”) anacronistici nel loro rifiuto di globalizzazione e Usa. Ragioni equamente distribuite tra coloro che protestano contro chi non si adegua ai valori civili, politici, economici e sociali che hanno reso felice, sereno e pacifico l’Occidente democratico-liberale. E parliamo oggi di Hong Kong, Iraq, Libano, Iran, ieri di Algeria, Egitto, Sudan, Nicaragua, Venezuela. Ci proviamo un po’ affannosamente, ma con la migliore buona volontà, con la Russia basta un fuoriditesta sulla Piazza Rossa per annunciare l’imminente fine dello “zar” Putin. Finiamo con l’esaltarci di Extinction Ribellion, fomentatori semiviolenti della New Green Economy, sacrosanti teppisti nelle patrie della democrazia e dei diritti umani e perciò messi in piedi e finanziati da protettori del clima e della salute planetaria. Ci sono tutti i trilionari del mondo: George Soros, Ted Turner, Rockefeller, Bloomberg, Getty, Kennedy, Buffet, e la Global Business Coalition finanziata da Bill Gates, più molti altri paperoni comodamente alloggiati nella parte alta della classifica “Fortune” dei miliardari.

A fiancheggiare questa nuova e più grande primavera dei colorati, o stagione arcobaleno, non può mancare il pifferaio nostrano che guida quel che resta dell’armata Brancaleone pseudo-sinistra. Va ammesso che sulla Bolivia il “manifesto” esce dal seminato ammettendo colpo di Stato e repressione, ma ci rientra subito, compensando tale audacia con gli attacchi delle femministe boliviane a un Morales diversamente fascista. La vocina del Deep State è costretta a camminare sul filo del cerchiobottismo, avendo già perso una barca di elettori per aver detto sul Nicaragua le stesse cose della Cia e dei preti che, sotto l’occhio benevolo di Bergoglio, incendiavano commissariati, poliziotti e sedi istituzionali.

Il contributo delle femministe al golpe in Bolivia

Una bella pagina del “manifesto”
Ho sott’occhio un paginone del “manifesto” del 19 novembre. Una pagina che, dalla prima all’ultima riga, non può non provocare, giubilo, brindisi e stelle filanti negli ambienti che curano le stagioni arcobaleno. E’ la sublimazione del ruolo del giornale nel farsi carico di tutte le campagne xenofobe e d’odio che il Deep State persegue, a cominciare da Russia, Cina e altri riottosi. Parte Amnesty International, Agenzia PR del Dipartimento di Stato e grande guida della claque umanitarista negli spettacoli dell’odio globalista. Dopo aver lanciato l’offensiva contro un Assad vincente con un “report” che gli attribuisce 13mila morti ammazzati nelle sue prigioni, di sua mano o quasi, al solito senza documenti e con tanto di testimoni anonimi, e uno altrettanto fasullo sul Venezuela, ora a Tehran incalza, attribuendo 106 manifestanti uccisi in 21 città e tre giorni, garantiti da testimonianze oculari di chi però sta a migliaia di chilometri dall’Iran, al sicuro nelle marche dell’Impero. Per “il manifesto” è tutto credibile, quanto lo è “l’imparziale” BBC, sostenitrice di tutte le guerre Usa-Nato, ma unica a far sapere agli iraniani cosa succede nel loro paese.


Sottotono o del tutto assenti, qui e nel resto dei nostri vangeli di verità, il riferimento alle sanzioni Usa, cui tutti a loro spese si piegano, con cui da decenni si prova a radere al suolo una società nella speranza che si ribelli ai suoi governanti. Già sotto Ahmadinejad, il migliore presidente che il paese abbia avuto e perciò rabbiosamente inviso al “manifesto”. ho visto gli iraniani decimati dalle sanzioni di Obama, gente che moriva per il bando Usa ai farmaci salvavita e oncologici, sanzioni poi decuplicate in ferocia dopo che Trump aveva disdetto l’accordo infausto inflitto da Obama a Rouhani, che privava l’Iran del diritto alla ricerca nucleare a fini pacifici. Quindi, con chi sta il giornale anticomunista?

Sta con la solita torma di manifestanti addestrati e pagati da NED, Soros e USAID, che ogni due per tre invadono qualche piazza iraniana, per poi spegnersi nel giro di qualche settimana. Sta con Pompeo, l’erede di coloro che nel 1953, con un golpe Cia, si sbarazzarono di Mossadeq, il nazionalizzatore del petrolio iraniano. Anche lui, seguendo la nobile usanza dell’ingerenza negli affari interni altrui, ha giurato ai dimostranti “per la democrazia” che gli “Usa sono con voi”. L’innesco della “rivolta”? Come in Iraq, in Siria, in Libano, in Bolivia. Stavolta un aumento del carburante di ben 11 centesimi rispetto ai precedenti 10, prezzo più basso del mondo, e la riduzione del consumo personale da 250 a 60 litri al mese. Il provvedimento, imposto dalle sanzioni che hanno ridotto la produzione iraniana da 2,4 milioni di barili al giorno a 300mila e i cui proventi servono per sussidi ai più colpiti dalle sanzioni, salvaguarda il basso consumo delle famiglie, mentre danneggia i grandi trasportatori.

Iraq. Il più odiato, l’esperimento di genocidio più insistito. 

 
La bella paginona del “manifesto” si affianca al segretario di Stato Usa anche per quanto riguarda altre due performance imperiali che meritano una claque vasta e qualificata. Hong Kong, un pezzo di quella Cina, sulla quale si esercita con non contenuta avversione il suo sinofobo di prima classe, e Iraq. Sull’equilibrio con cui Mentana e altri illustri paladini dell’indipendenza mediatica si commuovono per i pacifici dimostranti di Hong Kong, all’ombra della benevolenza dei rispettivi “editori democratici di riferimento”, s’è già detto. A me preme in particolare l’Iraq, paese a me più vicino, del cui destino insistono ad occuparsi i migliori globalisti antinazionalisti (in altri termini, colonialisti) fin da quando Churchill lo bombardò con gas venefici nel 1922.

Quello che non è mai stato perdonato all’Iraq è quel che è diventato dalle rivoluzioni anticoloniali degli anni ’60 fino alla presa del potere di Saddam Hussein. Un paese che, quanto a ricchezza (da petrolio) diffusa equamente, modernizzazione dell’apparato produttivo, infrastrutture, diritti sociali (scuola, sanità, pensioni, maternità), emancipazione delle donne, numero di studenti mandati con borse di studio a formarsi all’estero, ricchezza culturale, creatività artistica, protezione dell’immane patrimonio storico risalente ai sumeri, sostegno politico ed economico ai palestinesi e all’unità araba, difesa e promozione delle varie confessioni, cristiana in testa, autostima e orgoglio, primeggiava tra tutti i paesi della regione e superava le condizioni di parecchi del primo mondo, detti sviluppati.


Per i razzisti, xenofobi, antisemiti (ricordando che semiti sono 450 milioni di arabi), cioè per tutti gli odiatori che si sono fatti protagonisti del colonialismo d’antan, come di quello di ritorno oggi, era intollerabile che una nazione si emancipasse a tal punto da mettere in ombra nientepopòdimeno che la nostra imperfettibile civiltà. Ed è stata guerra, di tutti i generi, di diffamazione-satanizzazione, bombe, sanzioni invasione, occupazione, depredazione, genocidio da uranio. Per prima cosa l’invasore Usa ha depredato il museo nazionale, bruciato la Biblioteca Nazionale e raso al suolo con i cingoli Babilonia e altri siti millennari.  Fino al complotto imperialista estremo: l’Isis.

Quattromila anni di civiltà da bruciare viva.
Ci sono arrivato, da inviato di “The Middle East”, nel 1978, e ci sono tornato molte volte, riuscendo a conoscerlo tutto abbastanza bene, da Mosul e Niniveh, da Ur a Bassora. Ho fatto il corrispondente da Roma per il quotidiano arabo “Al Thaura”, con un grande direttore, il palestinese Nasif Awad, e del giornale in lingua inglese “Baghdad Observer”, diretto da un amico, Naji al Hadithi, conosciuto quando era il direttore del Centro Culturale iracheno a Londra, poi ultimo ministro degli Esteri con Saddam. Da Iraq, Siria e Libia, mi sono arrivati doni di consolazione per la sofferenza condivisa con i palestinesi. Ho visto il popolo e la sua dirigenza resistere in maniera eroica allo strangolamento tra le due guerre d’aggressione, 1991 e 2003: sanzioni micidiali e bombe di Clinton su tutto quanto permetteva la vita. 1,5 milioni di morti, di cui i 500mila bambini, rivendicati dalla neocon clintoniana Madeleine Albright. Poi l’Iraq, contro il sabotaggio dei prezzi del petrolio ordinato all’emiro dagli Usa per strangolare l’Iraq, Saddam si è ripreso il Kuweit, provincia che i britannici avevano separato dalla grande Nazione per garantirsi, con un satrapo fantoccio, uno dei più vasti giacimenti di petrolio del mondo.
 
 Bagdad ieri e l'altro ieri
Ai tre milioni di morti, il 15% della popolazione, Usa e Nato arrivano con la guerra di conquista del 2003. Dalla mia finestra al Mansour Hotel, poi dal Palestine, sempre per un pelo scampato ai missili con gli altri colleghi, a noi che secondo Bush non dovevamo stare lì, poi girando la città, ho filmato gli accecanti bagliori, i tremendi impatti, poi le macerie, il fosforo su Fallujah, i pianti di un paese in stracci ma in piedi, che l’invasore non riusciva a sottomettere. La forza di resistere per anni. Doveva subito essere squartato in tre pezzi, scita, sunnita, iracheno. Non ci sono riusciti. L’Iran poteva prendersi il suo pezzo scita, ha dato una mano in difesa dell’unità, a dispetto del collaborazionismo dei contrabbandieri e narcotrafficanti curdi sostenuti da Cia e Israele.



Un Iraq che, a forza di proconsoli e vicerè Usa, di distruzione di ogni struttura statale e del disfacimento dell’esercito, della pugnalata alle spalle dei turchi che gli hanno tagliato il Tigri e l’Eufrate, della rapina del suo massimo bene, gli idrocarburi, miracolosamente era riuscito a contrastare l’assalto dello Stato islamico, inventato e scatenato dai nemici di sempre. Perfino ha sconfitto la sua presa del territorio, grazie anche all’enorme valore delle milizie popolari, “Unità di Mobilitazione”, di cui gli amanti del mercenariato Usa attribuiscono il merito ai peshmerga curdi, interessati unicamente a strappare agli arabi Kirkuk e il suo petrolio. Resta, come in Siria, la strategia del terrorismo, anche quella sempre della stessa matrice, per impedire ogni normalizzazione. Il ricordo dell’Iraq di prima, la paura che suscita ancora la coesione, l’irriducibilità, la vitalità di un popolo martirizzato come nessun altro, alimentano anche questa nuova congiura anti-irachena. La si attribuisce al malgoverno, alla corruzione. Certamente vera per i fantocci installati dagli occupanti negli anni passati. Ma si occulta spudoratamente la demolizione sistematica, da trent’anni, di una nazione. Senza i proventi di un petrolio rubato dalle multinazionali, non c’è ricostruzione. Le reti idrica, fognaria ed elettrica, l’apparato industriale, agroindustriale, sanitario (un tempo tra i più efficienti del mondo), dell’istruzione, restano a pezzi. Due generazioni sono state distrutte.

   
 
Nimrud quando l’ho visitata io, Nimrud quando l’hanno visitata gli americani


Facile dare del corrotto al premier Abdul Mahdi. Facile dire, con il Fatto Quotidiano, giornale assolutamente impresentabile per la sua poltiica esteera, quanto “il manifesto”, che l’Iran tiene in ostaggio l’Iraq. Facile incolpare Baghdad di affidarsi alle sue milizie Ashd al Shabi, al mitico generale dei Pasdaran Qassem Soleimani che le ha guidate e ne ha accompagnato la vittoria. L’Iraq deve ancora pagare. Perché c’era Saddam (senza il quale non ci sarebbe stato quell’Iraq). Perché c’è la malapianta Iran (senza la quale non ci sarebbe nemmeno l’Iraq di oggi).

Nel quale si è andata accendendo una “primavera araba” dei soliti colori nel preciso momento in cui il parlamento, non smentito dal primo ministro, ha chiesto agli Usa di ritirare i suoi militari, le milizie popolari hanno denunciato e documentato le complicità Usa-Isis e la massima autorità spirituale del paese, l’Ayatollah Al Sistani, ha protestato contro le  responsabilità “di certi paesi” per i mali dell’Iraq. Forse il titolo del mio ultimo documentario sull’Iraq non era sbagliato.


venerdì 15 novembre 2019

Internazionale fascista e Quarto Potere ------- BOLIVIA, CHI, COME, PERCHE’ ------ Quelli che gridano “al lupo fasciorazzista” e non lo vedono quando c’è.




“Una stampa cinica, mercenaria, demagogica produrrà nel corso del tempo una società altrettanto spregevole”. (Joseph Pulitzer)

Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, sono come quelli che vorrebbero mangiare vitello senza uccidere il vitello” (Berthold Brecht)

Lo strabismo autoindotto dei media
La manipolazione-mistificazione-falsificazione dei media di regime, che ciarlano, a proposito di Bolivia, di un paese rivoltatosi in nome della democrazia contro il caudillo che non vuole mollare il potere, è scontata. Come lo è la demagogia e retorica progressisto-cerchiobottista che celebra la Bolivia di Evo Morales, ma con la riserva che era estrattivista e lui si ostinava a fare il presidente a vita. Sono gli stessi sedicenti progressisti che rimpiangono gli Usa multilateralisti di Obama e Hillary. Che poi sarebbero i due protagonisti delle sette guerre di sterminio, dei colpi di Stato in Honduras, Paraguay e Ucraina e di varie rivoluzioni colorate. Tra l’altro utilizzando le stesse manovalanze: terroristi islamici o pseudo-islamici in Oriente, ancora quelli, più lo squadrismo neonazista, in Europa, squadristi fascisti in America Latina dove islamisti non ce ne sono. Con la particolarità asiatica degli squadristi neocolonialisti, fascioteppisti quanto altri mai, sotto le bandiere britannica e statunitense a Hong Kong. E dunque amati dal “manifesto”.

Di queste manovalanze il nostro paese sa tutto, sulla base di dati processuali e d’inchiesta, fin da De Lorenzo, paragolpe Borghese, Piazza Fontana, terrorismo mafiostatale. Sa anche tutto, ma alla Pasolini, sui relativi mandanti, interni ed esteri. E’ assordante il coro dei chierichetti dell’establishment che, ogni due per tre, gridano al lupo, vale a dire alla minaccia del fascismo risorgente, sotto forma di Salvini, Casa Pound, o Le Pen, Orban, AFD tedesca. O dell’antisemitismo, o del bullismo, o dell’odio dilagante da ogni poro. Per poi vedere nei golpisti boliviani il bisogno di democrazia.

Fascismo operetta e fascismo che opera
Minacce inventate, o gonfiate all’inverosimile, o solo potenziali, o perfino supposte, che stanno a quanto davvero ci viene inflitto dal capitalismo, come i razzi di Gaza stanno ai missili di Israele, o come l’% della ricchezza planetaria in mano al 50% degli umani sta al 45% dell’1% degli umani. O come le buggerature della mia locale Cassa di risparmio stanno agli interventi del Fondo Monetario Internazionale. Chi è più fascista, l’ungherese Orban, che ha la migliore distribuzione della ricchezza di tutti i paesi dell’UE, o la famiglia Walton che, con i suoi supermarket Walmart, guadagna 70.000 dollari al minuto grazie alla dabbenaggine di consumatori decerebrati e il lavoro schiavistico degli addetti?
Quando parliamo di manovalanza fascista parliamo di delinquenza pura e semplice, o di cretinotti  nostalgici di quanto non conoscono. Ma che indossano roboanti “valori” e simboli detti fascisti, valori che, rispetto a quelli imposti oggi dall’élite, valgono quelli di un Carminati a paragone di Jack lo Squartatore. Delinquenza teppista che indossa la camicia nera, mentre persegue obiettivi che gli vengono dettati da razzisti molto in alto nella scala sociale e geopolitica, perlopiù attraverso i centri nevralgici del capitalismo imperialista, servizi segreti e Ong. Questo nella fase della propaganda eversiva e del reclutamento di inclini alla violenza. Quando poi si tratta di venire alla luce del sole, nella battaglia risolutiva, ecco che si tramutano in attivisti dei diritti umani e della democrazia contro un dittatore…. fascista.

Cosa vi ricorda questa immagine?

Così è in Bolivia, in Ucraina, Venezuela, Honduras. Questo serpeggia nelle “rivolte popolari” finalizzate al cambio di regime in Stati che non si fanno riassorbire dal colonialismo. Il colpo di Stato in Bolivia parte da lontano, con una prima fase nel 2008 e quella attuale attivata nel 2016, in occasione del referendum per un terzo mandato di Evo Morales. Ha subito un’accelerazione quest’anno, alla vista del vento contrario al revanscismo neoliberale e fascistoide di Duque in Colombia, Pinera in Cile, Bolsonaro in Brasile, Hernàndez in Honduras: la sollevazione di un intero popolo in Cile, la vittoria del peronismo di sinistra con Cristina Kirchner e Alberto Fernàndez, le proteste di massa in Honduras e Haiti, la vittoria di Obrador in Messico, la resistenza vittoriosa di Maduro in Venezuela e Ortega in Nicaragua.

La preda del capitalismo del terzo millennio: litio
E, sul piano strettamente economico, la messa in opera, con due società tedesche e una svizzera, dell’immensa ricchezza mineraria della Bolivia, paese che, insieme all’Argentina, vanta i più vasti giacimenti di litio nel mondo, il minerale necessaria alla terza rivoluzione industriale, quella degli smartphone, dei tablet, delle vetture elettriche, eccetera. 


Hai visto mai che Morales avrebbe nazionalizzato quel popò di roba, indispensabile alla ripresa del profitto capitalista nel nome di Greta e con la supervisione delle piattaforme di Silicon Valley. Indispensabile anche alla prevalenza su Cina e Russia, come al controllo sugli esseri umani tutti? Molti, negli States, ricordano, con brividi lungo la schiena, la “Guerra del gas”  e poi quella dell’acqua in Bolivia, quando un intero popolo si ribellò alla svendita dei suoi beni maggiori alle multinazionali Usa e, guidato da Evo e dal partito Movimento al Socialismo (MAS), si liberò dell’ultimo dei suoi caudilli, Sanchez De Lozada. Costui, dopo aver massacrato 70 cittadini, se ne dovette fuggire. Dove? Indovinate un po’. Lo sostituì il suo vice, Carlos Mesa, poi sepolto, nel 2006, da una valanga di voti per Morales, a dispetto della sedizione dei separatisti fascisti di Santa Cruz, emersi in quell’occasione. Avevo intervistato Evo poche settimane prima. Potete vederlo nel mio “L’Asse del bene”.


Come falsare un referendum
In occasione del referendum sulla rielezione di Morales si è riattivata la piaga purulenta dei feudatari secessionisti di Santa Cruz, provincia del Sud, che Morales non è riuscito, nei suoi 13 anni, a ridurre alla ragione di un’equa distribuzione delle terre, fuori dalla logica del contadino indigeno servo della gleba e relegato ai margini della società da un razzismo più virulento di quello nostro, al quale dobbiamo lo sradicamento dei migranti africani, asiatici e mediorientali. Non mi riferisco alla vittoria di misura di Evo nelle ultime elezioni presidenziali, verificata da osservatori indipendenti, ma non dall’Organizzazione degli Stati Americani che, con il lacchè amerikano Luis Almagro, già sperimentato su Venezuela e Honduras, ha insinuato la probabilità di “inesattezze”.

Rivolta di un popolo, o pogrom di manovali fascioteppisti?

Abbiamo tutti potuto vedere il pogrom anti-indigeni di questi giorni che ha visto l’uscita di scena di Evo e del suo vice Linera e l’ingresso nel palazzo presidenziale dell’autoproclamata presidente Jeanine Anez, la Guaidò boliviana, subito riconosciuta da Washington, e del tribuno fascista dei Comitati di Santa Cruz, Luis Camacho. Entrambi hanno fatto ingresso in parlamento con in mano la bibbia e sulle labbra la maledizione alla pachamama, divinità degli indios Aymara e Quechua (“la pachamama non tornerà mai in questo palazzo, la Bolivia appartiene a Cristo”, così la signora presidente) e con sotto alle scarpe la wiphala, la loro bandiera, quella che, con l’indio Morales, sventolava insieme alla nazionale. Quando si parla di razzisti e fascisti a proposito. E di odio.

Parlo invece del 2016, referendum sulla rielezione di Morales, sancita dalla Corte Costituzionale e inizio della corsa al golpe. In un’atmosfera di pesantissime accuse di immoralità, irresponsabilità, frode e menzogna, Morales, che aveva trionfato con larghissimo margine in tutte le elezioni, perse il referendum per pochi voti. Sulla stampa che, come evidentemente l’esercito e la polizia, diversamente da Hugo Chavez in Venezuela, Evo non era riuscito a bonificare dal controllo dell’oligarchia della destra bianca, da sempre golpista e connessa agli Usa, si scatenò un urgano di atroci calunnie: Evo avrebbe avuto un figlio segreto da una relazione extraconiugale e poi avrebbe rinnegato il bambino e ripudiato la donna. Di cui, tuttavia, avrebbe favorito  una vertiginosa ascesa sociale e istituzionale.

Il presidente non negò la relazione e neanche la nascita del figlio, che però sarebbe quasi subito morto. Mentre della donna, convolata ad altri rapporti, non si sarebbe più occupato. Quella che una prestigiosa femminista aymara, Adriana Guzmàn, definisce una “élite bianca, razzista, patriarcale, clericale e padronale”, non si diede per vinta e, alla vigilia del voto, produsse un ragazzo di cui la presunta madre, passata all’opposizione, affermava essere il figlio di cui Evo si sarebbe disinteressato. Fu il fattore che probabilmente determinò disgusto e delusione in settori dell’elettorato e, quindi, determinò l’esito del voto in tal modo manipolato. Troppo tardi gli architetti del complotto rivelarono l’inganno, rifiutandosi di fare il confronto del DNA. Da allora il presunto figlio è svaporato nel nulla.

 13 anni di indipendenza ed emancipazione


Tuttavia, l’uomo che aveva cacciato l’FMI e le Ong colonialiste, che aveva ridotto la povertà dei boliviani dal 40 al 15%, garantito a tutti istruzione e sanità, aumentato l’aspettativa di vita dai 56 ai 72 anni, ridotto la disoccupazione al 4%, risultato migliore del subcontinente, ed elevato il tasso di crescita al quasi 7%, anche questo il più alto dell’America Latina, solidificato l’asse antimperialista ed emancipatorio, da quella campagna rimase indebolito. Al punto che a dargli la maggioranza di 10 punti alle recenti elezioni, evitando il ballottaggio, ci vollero i 600mila voti arrivati nelle ultime ore dai distretti più lontani, indigeni e contadini. Coloro sui quali in queste ore si abbatte la furia genocida degli squadristi del multimilionario Luis Camacho, detto, per la gioia di Adriana Guzmàn, “el macho Camacho”.

Se il cosiddetto Quarto Potere, quello che è passato da “cane da guardia contro il Potere” a “cane da guardia contro il popolo”, non fa trasparire, neanche fra le righe la definizione “colpo di Stato”, e si guarda bene di dare del fascista al carcinoma che punta a rimangiarsi la Bolivia, “el macho Camacho”, è il classico prodotto coltivato dalle Ong e dai servizi  di quei paesi che hanno dato vita all’orda Al Qaida e Isis, come a Ordine Nuovo e  succedanei da noi. Se noi abbiamo avuto Delle Chiaie (e poi, più raffinatamente, le finte BR), loro hanno Luis Fernando Camacho. El Macho era, fino a ieri, un oscuro squadrista di una famiglia arricchitasi col gas, poi nazionalizzato da Morales, a capo della fascistissima Uniòn Juvenil Crucenista, di Santa Cruz, affratellata al battaglione nazista Azov di Kiev, ai suprematisti indù della RSS e a quanto resta della Falange spagnola. Fino adesso si era fatta le ossa nei pestaggi di indigeni, contadini Semterra che lottano contro il latifondo, giornalisti non conformi, sostenitori di Evo, tv di Stato. Grazie alla benevolenza della CNN, del New York Times e dell’agenzia britannica Reuter, è assurta a popolarità internazionale e a vindice della democrazia boliviana. Ci fosse ancora Delle Chiaie, sarebbe lì.

 
Camacho con il presidente colombiano Duque


Sempre facenti parte della manovalanza fascio-teppista per i regime change imperiali, che poi diventano gli organizzatori del sostegno fascio-teppista ai regimi tirannici, grazie a loro dagli Usa installati ovunque possibile, sono i consiglieri ideologico-organizzativi della dimensione fascio-teppista internazionale, stavolta senza Otpor e pugno chiuso, ma con tanto di logo simil-SS e saluti romani.
 Fascisti della Unione Juvenil Crucenista

Washington e l’Internazionale nera
Padrino e maestro di Camacho è il fascistissimo oligarca e terrateniente croato Branko Markovic, erede di una famiglia legata agli Ustasha di Ante Pavelic, oggi fervente sostenitore di Bolsonaro e del terrorista venzuelano Leopoldo Lopez. Nel 2008 fu accusato di un tentativo di assassinio di Morales in combutta con elementi croati e ungheresi e un neofascista irlandese, Michael Dwyer. Ai cospiratori aveva fatto avere 200.000 dollari. In fuga, aveva ottenuto asilo politico negli Usa. Rientrato,  avendo avuto parte delle sue terre espropriate da Morales, ha creato e presieduto il Comitato Santa Cruz, punta di lancia di un separatismo che, adesso, punta al paese intero. La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, pur tenera nei confronti degli abusi Usa, ha stigmatizzato il Comitato come “attore e promotore di razzismo e violenza in Bolivia”. Quella che si vede ora per le strade del paese, nella caccia all’indio e all’evista (fenomeno di cui i nostri media invertono cacciatori e prede). Il Comitato è il successore della Falange Socialista Boliviana, gruppo fascista, stavolta con precisa ideologia, che ospitò molti gerarchi nazisti, compreso Klaus Barbie.

Squadrismo internazionale: Dwyer e Rosza

Altro esponente dell’internazionale squadrista a disposizione del terrorismo Usa, protagonista della campagna golpista era Eduardo Rosza-Flores, che combinava la sua iscrizione all’Opus Dei, organizzazione cattolica cara al franchismo, con la maschera del giornalista sinistrorso. Protagonista del tentativo di assassinare il primo presidente indio dell’America Latina (Chavez era meticcio), aveva combattuto contro la Jugoslavia unita nella formazione neo-ustasha croata, “Primo Plotone Internazionale (PIV)”, un reparto tracimante elementi criminali, fascisti e nazisti, tedeschi e irlandesi. Rientrato in Bolivia, fu ucciso in un hotel di lusso di Santa Cruz. Il governo boliviano pubblicò una serie di messaggi email tra il terrorista e l’agente Cia ungherese Istvan Beloval.




Altro collegamento tra Washington e i cospiratori era costituito da Hugo Acha Melgar, fondatore della filiale boliviana dell’americana “Human Rights Foundation”, Ong che ospita una “Scuola della rivoluzione” per fascioteppisti disposti a impegnarsi in rivoluzioni colorate e regime change. Una dirigente di questa Ong, finanziata anche da Amnesty International, Jhanisse Vaca Daza, contribuì al lancio del Golpe, diffondendo accuse a Morales per gli incendi nell’Amazzonia boliviana. Un gruppo, questo, che si vanta di essere attivo anche nei pogrom di Hong Kong.


Verso la resistenza
Su questa manovalanza squadrista internazionale ci sarebbe ancora parecchio da aggiungere, tra nomi e fatti. Ora conta osservare cosa succede. Se la forza maggioritaria del popolo, che sono i sostenitori di Morales e del MAS, riesce a prevalere sulla sanguinaria repressione di polizia, militari e relative orde fascioteppisti. Se finisce in uno stallo, comunque fallimentare per i golpisti, come in Venezuela. O se i i feudatari razzisti bianchi, con la loro manovalanza, riescono a consolidarsi. Forse Evo Morales ha fatto un errore a rifugiarsi nel lontano Messico dell’ottimo Obrador. Semmai era più vicina la confinante Argentina, dove Kirchner e Fernandez stanno subentrando al virgulto Usa Macri. Forse avrebbe potuto restare tra i suoi sostenitori che, privati del leader, potrebbero sentirsi senza guida, addirittura abbandonati. Vai a sapere. Un grosso errore il presidente l’aveva già commesso, quando ha invitato l’OAS, ambasciata degli Usa pe l’America Latina, con il fantoccio dello Stato Profondo Almagro, a verificare i risultati elettorali. L’avevo definita, nel pezzo precedente, un’ ingenuità incomprensibile.



Tocca chiudere. E finisco con un riferimento alla recente votazione delle Nazioni Unite sulla condanna del nazismo e del fascismo. Una risoluzione presentata dalla Russia (oltre 20 milioni di morti nella guerra contro il nazismo) e votata da 121 Stati contro 2. Il resto, Italia compresa, ha ritenuto non valesse la pena pronunciarsi. A favore, oltre a Russia, Bielorussia, Cina, Cuba, La Repubblica Popolare di Corea, Nicaragua, Venezuela, Siria, Zimbabwe, tutti paesi sotto sanzioni decretate dagli Usa o dall’ONU. Contro, Stati Uniti e Ucraina. C’è coerenza tra quel voto degli Usa e quanto succede in Bolivia. E non solo in Bolivia.


lunedì 11 novembre 2019

Iraq, forse Kurdistan, forse Isis, forse no. ----- RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A SPIEGARCI COSA FANNO LI’? E PERCHE’?


Iraq, forse Kurdistan, forse Isis, forse no.
RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A SPIEGARCI COSA FANNO LI’? E PERCHE’?

Chi ne ha mai sentito parlare? Quando mai la questione è stata affrontata in parlamento. Quali giornali o telegiornali ne hanno dato conto al loro pubblico? Chi ne ha deciso l'invio in Iraq, nel Kurdistan iracheno, per addestrare miliziani Peshmerga? Incredibile. Ogni volta che si ha a che fare con il militare vengono fuori comportamenti opachi, coperti da segreto del tutto indebito e strumentale. In particolare riguardo cosa succede nelle nostre missioni all’estero, quali sono i veri compiti di quelle dette grottescamente “di pace”, seppure, guardacaso, sempre nel quadro di qualche aggressione o ingerenza di nostri alleati e sottratte alle decisione sovrana del popolo di partenza, come di quello di destinazione.

Al cittadino era stato comunicato tempo fa solo l'invio di un centinaio di soldati a protezione contro l’Isis della diga di Mosul. Violando la sovranità dell'Iraq, il diritto internazionale e la trasparenza democratica, il governo ha spedito forze speciali da combattimento a sostegno di una milizia regionale separatista, perfino dopo il fallimento del referendum per l'indipendenza, per cui se sostegno doveva esserci, non doveva che essere da nazione sovrana a nazione sovrana, mica a bande di guerriglieri.
Ci sono contraddizioni e versioni diverse nei riferimenti alle dichiarazioni delle autorità militari e politiche che le cronache della stampa fanno all’interno della solita glorificazione del nostro ruolo militare nel mondo, “che ci dà credibilità e rispettabilità all’estero” (sì, specialmente tra coloro cui “andiamo a dare una mano” e che ne subiscono gli effetti). 

Un po’ sembra che stessimo accompagnando unità di Bagdad nel rastrellamento di cellule Isis. Un po’ eravamo lì solo per addestrare le milizie feudali dei capiclan Barzani e Talabani, dette Peshmerga, cui si farebbe risalire il trionfo sull’Isis, come in Siria ai curdi dell’YPG, mentre coloro che hanno lottato, sanguinato, sono morti e hanno  sconfitto, sia la congiura imperialista, sia i suoi mercenari, in Iraq e Siria, sono stati al 90% gli eserciti lealisti e le milizie popolari (il resto l’hanno fatto le bombe Usa-Nato, mirate essenzialmente a distruggere la gente e le infrastrutture dei due paesi arabi). Senza addestramento o compagnia del Col. Moschin, o di altre teste di cuoio italiane.


 
 Barzani con Netaniahu, Talabani con Hillary Clinton

Oltre tutto il Kurdistan iracheno è retto da una banda di  feudatari e narcotrafficanti facenti capo a vecchi fiduciari della Cia e del Mossad, Masud Barzani, il cui clan si chiama Partito Democratico del Kurdistan, e Jalal Talabani, padrone dell’Unione Patriottica del Kurdistan, morto due anni fa. La regione è una colonia di Israele, suo massimo proprietario immobiliare e terriero, suo cliente petrolifero, suo bancomat. A chi il governo italiano ha fatto illegalmente un favore anti-iracheno? È ovvio, visto che, con perfetto sincronismo, si affianca alla rivolta da mesi in atto in Iraq, e di cui la massima autorità irachena, religiosa, ma anche autorità in assoluto, l’ayatollah Al Sistani, ha attribuito l’innesco e la gestione nell’ombra ai soliti esperti di regime change statunitensi e sauditi. Si tratta di punire un Iraq che, negli anni, si è troppo avvicinato al moloch Iran e, sulle basi oggettive delle sue vittorie sulla congiura jihadista-imperialista-sionista, ha riacquistato autostima e una volontà di autodeterminazione. Tanto più che andava insistendo sul ritiro delle forze Usa dal paese.

Andava ricondotto alle condizioni in cui l’aveva lasciato il vicerè americano, Paul Bremer, all’indomani dell’occupazione del 2003. L’occasione l’aveva fornita il diffuso malcontento popolare per le gravose condizioni di vita, le carenze di tutti i servizi, la mancanza di lavoro, l’insicurezza, tutti attribuiti a una dirigenza incapace e corrotta, ma in massima parte lascito della devastazione totale di un paese che, nelle intenzioni di Israele e dell’Occidente, spaccato in tre cantoni etnico-confessionali, non avrebbe mai più dovuto risorgere come nazione. Né tantomeno rivendicare i proventi del suo petrolio (tutto sotto controllo delle multinazionali angloamericane) per un minimo di ricostruzione.

Ora, arriva il bel risultato di cinque soldati italiani sacrificati e della cui vita rovinata ci dispiace sinceramente. Ragazzi, almeno quelli non motivati da fremiti guerreschi, probabilmente hanno scelto quella professione – che non richiede, né mai richiederà, la difesa di una patria che nessuno aggredisce, né da vicino, né da lontano, se non i suoi stessi alleati – per le condizioni che il “mercato” del lavoro offre ai giovani italiani disoccupati al 35% almeno. Con questi giovani messi fuori combattimento, feriti, e mutilati a vita, abbiamo fatto un figurone internazionale (secondo Repubblica e tutti gli altri) e saremmo vigliacchi, indegni di ogni considerazione internazionale (da parte di chi???), se ora ripiegassimo e permettessimo che si rivedesse il nostro impegno all’estero. Di pace.

E torna l’Isis, alla grande, e ha rivendicato la paternità dell’ordigno che ha fatto saltare in aria i nostri connazionali. E’ tornato come già in Siria, di colpo, quando Trump annunciò la ritirata, poi rimangiata. E allora come non chiedersi se non sia dovere delle democrazie intensificare il proprio impegno a contrasto del terrore?  Ma siccome in Siria e in Iraq, ma anche a Washington e Tel Aviv, tutti sanno chi è che alleva e sparge Isis e Al Qaida là dove occorre qualche cambio di assetto, chi è che ha davvero colpito i soldati italiani?


La Repubblica, nella sua fregola bellicista, elenca con orgoglio le 23 missioni militari italiane nell’universo mondo. Ovunque a difendere il paese e libertà e democrazia. E ne fornisce la mappa. Chissà, alla luce della trasparenza e della prolificità di informazioni fornite al parlamento dalle gerarchie, quanti italiani, dopo quelli in Afghanistan, Somalia, Iraq, dovranno immolarsi per la pax amerikana e accrescere il credito di cui godiamo all’estero. Magari dopo aver compiuto qualche risolutiva operazione da forze speciali nel paese ospitante.

Non avevano, i Cinquestelle, rumoreggiato vigorosamente contro il rinnovo della spedizione in Afghanistan e contro le missioni militari tutte? Ora che sono alleati con la sinistra pacifista, progressista e anti-odio, non sarebbe il caso di ricordarsene? Nel frattempo, noi aspettiamo impazientemente di sapere dai nostri generali cosa diavolo ci fanno i nostri commandos in Niger, o in Mali. o in Lettonia. Alt, lì lo sappiamo: impediscono all’orso russo di sbranare l’Italia con tutto l’Occidente. Hai visto mai che un domani, magari su suggerimento di Manlio Di Stefano, vanno a difendere pace e libertà contro il golpe Usa in Bolivia….



domenica 10 novembre 2019

40 ANNI DAL MURO, 40 ANNI DI ILVA----- Gorbaciov per 100 milioni dice sì alla Nato. Per quanto il governo dice sì all’ILVA?




Qui si parla di muri e fumi che si abbattono sui viventi. Dei fumi (ILVA) ci occupiamo dopo in fondo, con un contributo, al solito problematico e illuminante, di Mario Monforte, al quale precedono alcune mie osservazioni. Partiamo dai muri, crollati.

Ondate d’odio
Scampati a malapena vivi, ma ancora abbastanza lucidi, in grado di distinguere tra verità e fake news, realtà e finzione, tra odio e lotta dei subalterni; scampati per un pelo alle ultime ondate di odio rovesciateci addosso da certe commissioni parlamentari, a certi sradicatori di popoli, certe ragazzine che incolpano dello sfascio del clima chiunque abbia più di trent’anni, certi euroboia, certi dirittoumanisti che non vedono l’ora di farci scannare con i russi e i cinesi e, soprattutto, scampati allo tsunami di odio per i comunisti, recentemente carburato dagli eunuchi nell’harem satrapesco dell’Europarlamento… Mi sono fatto prendere la mano. Riprendo.


Scampati vivi a questi e altri diluvi d’odio, come al solito scrosciati con particolare dovizia dal giornale New Age-Deep State del gruppo che, fin dal 1969, in odio ai russi si separò dalla casa madre (PCI), nell’anniversario di quando tutto questo iniziò, Berlino, novembre 1989, abbiamo celebrato, che dico, ricordato, anzi, deprecato, quella data e quell’evento a San Lorenzo di Roma. Locale angusto per contenere quella gran folla, ma allargato oltre ogni orizzonte da una donna sulla parete, con un’enorme bandiera rossa e ulteriormente nobilitato da Vladimiro Giacchè. Laureato in filosofia e prestigioso economista, alle miserabilia della vulgata reazionaria di destra e “sinistra” sulla “riunificazione” tedesca, ha risposto con una slavina di dati e analisi da sotterrare tutta intera la torma dei celebranti dell’uccisione della DDR, Deutsche Demokratische Republik, del suo mandante Usa, del suo sicario, Kohl, e del suo palo, Gorbaciov. I due libri che ci ha illustrato la dicono tutta: il suo “Anschluss-Annessione” (Ed. Diarkos) e “La Perestroika e la fine della DDR” (Ed. Mimesi) di Hans Modrow, dirigente SED (Partito dell’Unità Socialista) e ultimo premier della DDR.

Di Vladimiro Giacchè su euro, Grecia, migranti e affini, potete trovare una bellissima intervista nel mio docufilm “O la Troika o la vita”, mentre una sua prefazione, che vale tutto il libro, mi è stata regalata per il libro “Un Sessantotto lungo una vita”.



Colonizzati e spogliati dai fratelli
Se vi capita l’occasione di confrontarvi con coloro che blaterano di una “caduta del muro” che avrebbe fatto esultare gli insqualliditi cittadini della DDR, agonizzanti sotto il regime Stasi – un servizio di sicurezza che sta a quelli occidentali come i vigili urbani del mio borgo stanno ai Navy Seals e ai sistemi occidentali di controllo biopolitico - e inaugurato l’era dell’uguaglianza tra tedeschi e di pace e libertà nel mondo, prendete una balestra e sparategli questi dati.

Unificazione o  annessione?
Al tempo del crollo di un muro che era stato eretto per impedire che spie, provocatori, infiltrati stillassero veleni capitalisti e imperialisti nella Germania Orientale (tipo come succede oggi più che mai in 193 pasi del mondo), l’85% dei tedeschi dell’Est affermava la volontà di restare indipendente. Le riforme, non verso il modello di Bonn, ma per un socialismo democratico, di grandi figure come Hans Modrow e Christa Wolf, vantavano  il sostegno della maggioranza della popolazione. Non era difficile intravvedere cosa sarebbe successo nel fervore di destre e sinistre già allora unite: una Germania socialista in tutte le sue componenti sociali ed economiche, privata della sua visione e del suo ruolo geopolitici, depredata dei beni che, essendo dello Stato, erano dei cittadini. Così fu. E anche peggio.

Il muro cadde in testa non solo ai cittadini dell’Est, ma a mezzo mondo. L’era di pace si tramutò, con Bush, Clinton, l’altro Bush, Obama, in era di guerre e terrorismi, senza limiti di spazio e tempo, tutti della stessa matrice. Il potenziale industriale, una specie di mega-IRI, fu svenduto, saccheggiato, o spianato. I nostri Draghi, Andreatta, Prodi, Amato, Ciampi, impararono la lezione e procedettero in maniera analoga nel segno speculativo, stavolta, di George Soros, già allora messaggero degli dei di Wall Street. Ci ha pensato un ente unilateralmente gestito da Bonn, la Treuhand Anstalt, per fare la parte del rottweiler che spolpa l’osso, una roba a metà tra un mini-FMI e la camorra di Cutolo. Suo compito realizzato fu di passare ai grossi gruppi tedeschi quanto valeva e poteva far concorrenza e, il resto, a farabutti dello stampo dei nostri furbetti del quarterino, però all’ennesima potenza.
 I terreni su cui sorgevano le fabbriche erano dello Stato, ma furono ceduti ai manager degli stabilimenti che se li vendettero e al posto di una fabbrica di scarpe, con mille operai, sorse magari un centro commerciale, o un hotel di lusso, con quaranta addetti.  Disoccupazione di massa, emigrazione di massa. Cambio da marco a marco, dall’illusorio 1 a 1 dei primi giorni, a 1 a 350. Un popolo cui i pochi marchi ovest iniziali avevano bucato le tasche, lasciandole vuote per decenni.

L’Opera Magna di Gorbaciov
 Il mandante e il palo

Sei mesi dopo il muro, la produzione industriale era ridotta del 35%, dal 1989 al 1991 il PIL, ora misurato alla capitalista, si ridusse del 45%. Ottenuto dal cancelliere Kohl un prestito di 100 milioni all’URSS in sfacelo, Gorbaciov diede via libera all’ingresso della Germania unita nella Nato. Di conseguenza, non si sognò di chiedere ciò che la Germania doveva all’Unione Sovietica: 500 miliardi di riparazioni per i danni dell’invasione. Giacchè si chiede se fosse semplicemente scemo, o altro. Noi non abbiamo dubbi: tutto il seguito e la scomposta passione del “manifesto”, e di altri tentacoli e foruncoli dello Stato guerrafondaio USA, per il demolitore dell’URSS e del suo alleato dalla migliore riuscita, avvalorano “l’altro”.

Alexanderplatz prima e dopo

A Berlino, giorni prima
Poche settimane prima della fine del muro, attraversai la DDR con mio figlio Oliviero. Naturalmente ci fermammo in un albergo di Berlino Est, sull’Alexanderplatz, con in fondo le solenni statue di Marx ed Engels, addolcite dagli alberi che le ombreggiavano, da gente che ci si fotografava e bambini che vi si arrampicavano. Era quanto restava, dopo la guerra, della meravigliosa Berlino del barocco, del neoclassico, del guglielmino, in parte ricostruiti. Piena di caldi locali e localini, frequentati da poeti, musicisti, studenti, spumeggianti di discussioni. Niente boutique di stilisti, niente “wellness”, quella roba che sostituisce il sano vivere. Fighettume zero. La riunificazione travolse tutto questo, ci diede la modernità urbanistico-architettonica che vedete nel confronto delle immagini.

E’ lecito passare dall’antico al nuovo. Ma senza rompere, insultare. Qui siamo passati al kitsch e a una volgare pacchianeria da Disneyland, alla paccottiglia urbanistica che scimmiotta una Times Square, mille volte più vera, e insulta la storia di una città e della sua cittadinanza. Ne cancella l’anima. Al generale degrado, alla diseducazione urbanistica, al verticalismo da parvenu ha dato una mano anche Renzo Piano. C’è da stupirsi se, oggi, nella ex-DDR avanzano i movimenti politici che maggiormente ce l’hanno con questa Germania? Costruita sul più spietato colonialismo inflitto a una parte della propria popolazione. Quella fatta prima a pezzi dai bombardamenti di Churchill e Roosevelt, poi privata di un terzo dalla Polonia e infine ridotta in ginocchio dagli sprezzanti “fratelli” democratici all’ovest.

Potsdamer Platz, prima e dopo


Un crollo che ha liberato i cavalieri dell’Apocalisse
Ho parlato di dati, quelli inconfutabili fornitici e, in parte, rivelatici, da Vladimiro Giacchè. Ne aggiungo uno, neanche tanto mio, poiché semplicemente lapalissiano. Fatto cadere il muro, a forza di trucchi, bugie, promesse, illusioni, tradimenti, corruzione, quello che è caduto è anche un muro infinitamente più alto, lungo, robusto, che nel cuore e nella mente di gran parte dell’umanità, la difendeva dalla retrocessione a tempi, scintillanti per pochi, bui per molti, da cui il lavoro, l’intelligenza, il coraggio e poi il sangue di milioni di uomini e donne, l’avevano riscattata. E questo a prescindere dalla qualità che possa aver avuto, o non avuto, l’URSS di Stalin o Brezhnev.


Sopra le macerie di quel muro, e di quest’altro muro nostro, sono passati i quattro cavalieri dell’apocalisse, quelli dell’odio ontologico che danno dell’odiatore a chi resiste: capitalismo, colonialismo, imperialismo, scienza e tecnologia anti-vita, le armate della controrivoluzione. L’Europa, a tirannia euro-carolingia, fondata sul totalitarismo sorveglianza-punizione, punta a ricuperare i suoi fasti colonial-stragisti e, a forza di odii e discriminazioni per chi non si sottopone al pensiero unico politicamente corretto, consegna all’Africa depredata il Sudeuropa da svuotare di sé. Oggi costoro, danzando sulle rovine della parte migliore della Germania, festeggiano. Festeggiano anche molti berlinesi qualunque. Chissà se sanno cosa festeggiano.

 ILVA, quod non fecerunt Sacra Corona Unita…


Alcune mie osservazioni molto rozze sull’Ilva, qualche ricordo e poi estratti dall’analisi più approfondita di Monforte, anche più realistica – nella fase attuale - dell’idea mia che, però, ritengo irrinunciabile sul piano morale, sanitario, urbanistico, civile, e in vista di un futuro che le innovazioni buone ci prospettano diverso.

Vivi a Tamburi e poi muori

Nel documentario “L’Italia al tempo della peste” racconto Taranto al tempo dell’Ilva, gli incontri, le vittime, i combattenti, i criminali, gli indifferenti. Madri, padri, bambini, medici, militanti, Alessandro Marescotti, l’attivista e scienziato di Peacelink che, più di ogni altro, con passione e competenza, da decenni scrive, parla, documenta, denuncia, grida. Pochi lo ascoltano. Nessuno di coloro che hanno preso le decisioni. Semmai i giudici che ce l’hanno messa tutta a bloccare la strage, potere indipendente dello Stato, sabotato dall’altro potere. Marescotti mi ha accompagnato per Tamburi, il quartiere dove le strade sono frequentate solo da polvere nera, residui di metalli pesanti, ossidi. Dove a lottare contro le polveri di carbone ci sono solo i murales. Mi ha indicato i quattro o cinque pezzetti di prato, tossici, recintati perché i bambini non si azzardino a giocarci a pallone. Non si gioca per le strade di Tamburi. Si gioca poco per le strade di tutta la città, visto che all’Ilva si aggiungono cementifici, raffinerie, depositi di carburanti, le navi Usa.


Poi sono salito nelle case dove, lungo la tromba delle scale, panni appesi ad asciugare provavano a ridurre al minimo l’anneramento. Negli appartamenti le donne, tutte con qualche parente ammalato o morto di cancro e altre patologie da Ilva, mi facevano strisciare il dito lungo le pareti per ritirarlo nero. E non era neanche una di quelle giornate del vento da nord o nord-ovest, che il nero te lo spara fin nelle viscere, quando le scuole chiudono per far vivere un altro po’ i bambini. Donne che mi chiedevano, mortificate, di non riprenderle perché, hai visto mai, qualcuno in fabbrica potrebbe prendersela col marito a causa di qualche verità, qualche pianto. Poi, a faccia voltata, ululavano.


Basta!

Rientrando, con alcuni attivisti dell’organizzazione “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti”, quelli che da decenni chiedono la chiusura della “più grande acciaieria d’Europa” (così qualcuno, a petto in fuori, glorifica il killer), ho deciso che non la si può pensare che come loro. Il mostro va ucciso, punto. L’hanno tenuto in vita i complici, da Vendola a Renzi e a tutti i governi fino ad oggi, con scudi e Salva-Ilva di un cinismo complice, pari a quello di chi impicca o crocifigge prigionieri siriani, o bombarda matrimoni afghani, o stupra manifestanti a Santiago. Poi ci sono coloro che pensano che senza l’industria pesante, senza acciaio, in crisi ovunque e ovunque nemico dell’ambiente e dei viventi, non si va avanti, resta senza lavoro una comunità. Forse hanno ragione oggi, con questo modello di sviluppo, dell’1% straricco e del resto che si dibatte tra fame e veleni. Sicuramente non domani, visto che si parla di riconversione ecologica. Perché alimentare i forni col gas, anziché col carbone e la truffaldina e letale truffa che vuole l’Italia hub del gas (purchè non russo), è come i pannicelli caldi che i Cinquestelle applicano al bubbone PD.


Taranto ha pagato. Ora basta. Hanno pagato tutti i luoghi sui quali, con virulento odio cristiano-capitalista per la bellezza e per chi l’aveva coltivata e ne godeva, si è abbattuto il fuoco velenoso del drago, cancellando civiltà antiche, vite di ogni specie, incanti prodotti in faticosi secoli dalla Natura, da Trapani a Capo Passero in mare, da Siracusa ad Augusta, a Cornigliano, fiore avvizzito della Riviera di Ponente, alle spalle di Venezia che sulla faccia viene schiaffeggiata da Grandi Navi e Mose, in tutto lo Ionio e l’Adriatico, vietato a Ulisse e ai suoi marinai. E, per sempre, a Omero, che sarebbe davvero il male assoluto. Sono scomparsi gli ulivi, la civiltà che alitava tra i suoi rami e i suoi uomini, si sono mangiati il mare e le coste. A forza di industrie pesanti, le potenze si sono gonfiate come rane. Ora scoppiano. Ma scoppiano su cimiteri zeppi di gente che è morta di lavoro sotto quella pioggia di rane, o non ce l’ha fatta neanche ad arrivare al lavoro, spesso neppure alla scuola. Anche per un solo bambino divorato dal mostro, l’Ilva deve scomparire come tale. Non mi si dica che la settima potenza del mondo non saprebbe sistemare dieci, quindici, ventimila lavoratori. Già solo a riaggiustare la Puglia. E poi l’Italia.

Qualcuno ghignerà: “Bravo, la decrescita felice”… Non lo so. Ma l’ILVA ha da morì. Questo sì.   


Sullaffaire acciaieria di Taranto … di Mario Monforte
…..E allora? La promessa dei “grillini” in campagna elettorale del ’18 era di chiudere, sic et simpliciter, lo stabilimento, assumendo cosí la piú che comprensibile rivolta contro inquinamento-malattie-decessi (e ricevendo il 47% dei consensi in città). Però il “nodo” sopra delineato dell’occupazione e delle sorti per Taranto in particolare, e dell’importanza dell’acciaieria per l’Italia in generale, rimane (certo, lo stabilimento è fatto male e situato peggio fin dall’inizio, etc.: tuttavia, c’è ed è lí). E le soluzioni “grillesche” come l’“alternativa” dell’«allevamento di cozze pelose» e l’uso dello stabilimento come «archeologia industriale» per turisti e per scalatori (delle ciminiere), se si vuole essere comprensivi, non costituiscono molto piú che battute di spirito - che adesso fanno anche poco ridere. Da parte sua, il governo Conte-bis ha dimostrato, e dimostra, sempre sic et simpliciter - senza stare qui a fare troppi discorsi, inutili, e “distinguo”, fuorvianti -, e ancora se si vuole essere comprensivi, la sua incapacità, la sua inettitudine, la sua dannosità.

Che si dovrebbe fare? Ma quanto andava fatto da tempo: assumere a carico statale il risanamento ambientale (dello stabilimento e dell’intera area) e statalizzare l’acciaieria, onde preservare non soltanto le condizioni dei lavoratori e impiegati (diretti e indiretti) nonché l’economia della città e dell’area, ma anche per mantenere, e anzi supportare, la nostra produzione di acciaio. E questo dovrebbe apparire piuttosto evidente. Solo che … solo che ciò significa sia andare contro il liberalismo economico scatenato, e imperativo (per il nostro paese …) dell’Ue (è quello che viene chiamato con il nomignolo storpiato, e riduttivo, di «neoliberismo»), sia dover ricorrere almeno all’uso (keynesiano) della «spesa in deficit» (per investimenti produttivi): ossia sostenere la “bestia nera” dell’Ue, e scontrarsi con l’Ue - contrastando le immancabili interne “voci” (stolte) ostili: “oddio! Interventismo pubblico! Sovranismo!”. Ma il governo Conte-bis è la “centrale” di queste “voci”, ed è precisamente il “pupillo” e il “commesso” dell’Ue …..