lunedì 11 novembre 2019

Iraq, forse Kurdistan, forse Isis, forse no. ----- RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A SPIEGARCI COSA FANNO LI’? E PERCHE’?


Iraq, forse Kurdistan, forse Isis, forse no.
RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A SPIEGARCI COSA FANNO LI’? E PERCHE’?

Chi ne ha mai sentito parlare? Quando mai la questione è stata affrontata in parlamento. Quali giornali o telegiornali ne hanno dato conto al loro pubblico? Chi ne ha deciso l'invio in Iraq, nel Kurdistan iracheno, per addestrare miliziani Peshmerga? Incredibile. Ogni volta che si ha a che fare con il militare vengono fuori comportamenti opachi, coperti da segreto del tutto indebito e strumentale. In particolare riguardo cosa succede nelle nostre missioni all’estero, quali sono i veri compiti di quelle dette grottescamente “di pace”, seppure, guardacaso, sempre nel quadro di qualche aggressione o ingerenza di nostri alleati e sottratte alle decisione sovrana del popolo di partenza, come di quello di destinazione.

Al cittadino era stato comunicato tempo fa solo l'invio di un centinaio di soldati a protezione contro l’Isis della diga di Mosul. Violando la sovranità dell'Iraq, il diritto internazionale e la trasparenza democratica, il governo ha spedito forze speciali da combattimento a sostegno di una milizia regionale separatista, perfino dopo il fallimento del referendum per l'indipendenza, per cui se sostegno doveva esserci, non doveva che essere da nazione sovrana a nazione sovrana, mica a bande di guerriglieri.
Ci sono contraddizioni e versioni diverse nei riferimenti alle dichiarazioni delle autorità militari e politiche che le cronache della stampa fanno all’interno della solita glorificazione del nostro ruolo militare nel mondo, “che ci dà credibilità e rispettabilità all’estero” (sì, specialmente tra coloro cui “andiamo a dare una mano” e che ne subiscono gli effetti). 

Un po’ sembra che stessimo accompagnando unità di Bagdad nel rastrellamento di cellule Isis. Un po’ eravamo lì solo per addestrare le milizie feudali dei capiclan Barzani e Talabani, dette Peshmerga, cui si farebbe risalire il trionfo sull’Isis, come in Siria ai curdi dell’YPG, mentre coloro che hanno lottato, sanguinato, sono morti e hanno  sconfitto, sia la congiura imperialista, sia i suoi mercenari, in Iraq e Siria, sono stati al 90% gli eserciti lealisti e le milizie popolari (il resto l’hanno fatto le bombe Usa-Nato, mirate essenzialmente a distruggere la gente e le infrastrutture dei due paesi arabi). Senza addestramento o compagnia del Col. Moschin, o di altre teste di cuoio italiane.


 
 Barzani con Netaniahu, Talabani con Hillary Clinton

Oltre tutto il Kurdistan iracheno è retto da una banda di  feudatari e narcotrafficanti facenti capo a vecchi fiduciari della Cia e del Mossad, Masud Barzani, il cui clan si chiama Partito Democratico del Kurdistan, e Jalal Talabani, padrone dell’Unione Patriottica del Kurdistan, morto due anni fa. La regione è una colonia di Israele, suo massimo proprietario immobiliare e terriero, suo cliente petrolifero, suo bancomat. A chi il governo italiano ha fatto illegalmente un favore anti-iracheno? È ovvio, visto che, con perfetto sincronismo, si affianca alla rivolta da mesi in atto in Iraq, e di cui la massima autorità irachena, religiosa, ma anche autorità in assoluto, l’ayatollah Al Sistani, ha attribuito l’innesco e la gestione nell’ombra ai soliti esperti di regime change statunitensi e sauditi. Si tratta di punire un Iraq che, negli anni, si è troppo avvicinato al moloch Iran e, sulle basi oggettive delle sue vittorie sulla congiura jihadista-imperialista-sionista, ha riacquistato autostima e una volontà di autodeterminazione. Tanto più che andava insistendo sul ritiro delle forze Usa dal paese.

Andava ricondotto alle condizioni in cui l’aveva lasciato il vicerè americano, Paul Bremer, all’indomani dell’occupazione del 2003. L’occasione l’aveva fornita il diffuso malcontento popolare per le gravose condizioni di vita, le carenze di tutti i servizi, la mancanza di lavoro, l’insicurezza, tutti attribuiti a una dirigenza incapace e corrotta, ma in massima parte lascito della devastazione totale di un paese che, nelle intenzioni di Israele e dell’Occidente, spaccato in tre cantoni etnico-confessionali, non avrebbe mai più dovuto risorgere come nazione. Né tantomeno rivendicare i proventi del suo petrolio (tutto sotto controllo delle multinazionali angloamericane) per un minimo di ricostruzione.

Ora, arriva il bel risultato di cinque soldati italiani sacrificati e della cui vita rovinata ci dispiace sinceramente. Ragazzi, almeno quelli non motivati da fremiti guerreschi, probabilmente hanno scelto quella professione – che non richiede, né mai richiederà, la difesa di una patria che nessuno aggredisce, né da vicino, né da lontano, se non i suoi stessi alleati – per le condizioni che il “mercato” del lavoro offre ai giovani italiani disoccupati al 35% almeno. Con questi giovani messi fuori combattimento, feriti, e mutilati a vita, abbiamo fatto un figurone internazionale (secondo Repubblica e tutti gli altri) e saremmo vigliacchi, indegni di ogni considerazione internazionale (da parte di chi???), se ora ripiegassimo e permettessimo che si rivedesse il nostro impegno all’estero. Di pace.

E torna l’Isis, alla grande, e ha rivendicato la paternità dell’ordigno che ha fatto saltare in aria i nostri connazionali. E’ tornato come già in Siria, di colpo, quando Trump annunciò la ritirata, poi rimangiata. E allora come non chiedersi se non sia dovere delle democrazie intensificare il proprio impegno a contrasto del terrore?  Ma siccome in Siria e in Iraq, ma anche a Washington e Tel Aviv, tutti sanno chi è che alleva e sparge Isis e Al Qaida là dove occorre qualche cambio di assetto, chi è che ha davvero colpito i soldati italiani?


La Repubblica, nella sua fregola bellicista, elenca con orgoglio le 23 missioni militari italiane nell’universo mondo. Ovunque a difendere il paese e libertà e democrazia. E ne fornisce la mappa. Chissà, alla luce della trasparenza e della prolificità di informazioni fornite al parlamento dalle gerarchie, quanti italiani, dopo quelli in Afghanistan, Somalia, Iraq, dovranno immolarsi per la pax amerikana e accrescere il credito di cui godiamo all’estero. Magari dopo aver compiuto qualche risolutiva operazione da forze speciali nel paese ospitante.

Non avevano, i Cinquestelle, rumoreggiato vigorosamente contro il rinnovo della spedizione in Afghanistan e contro le missioni militari tutte? Ora che sono alleati con la sinistra pacifista, progressista e anti-odio, non sarebbe il caso di ricordarsene? Nel frattempo, noi aspettiamo impazientemente di sapere dai nostri generali cosa diavolo ci fanno i nostri commandos in Niger, o in Mali. o in Lettonia. Alt, lì lo sappiamo: impediscono all’orso russo di sbranare l’Italia con tutto l’Occidente. Hai visto mai che un domani, magari su suggerimento di Manlio Di Stefano, vanno a difendere pace e libertà contro il golpe Usa in Bolivia….



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