mercoledì 20 novembre 2019

Da Hong Kong a La Paz, Tehran, Bagdad ----- I RAZZISTI DELL’ANTIRAZZISMO, I FASCISTI DELL’ANTIFASCISMO, GLI ODIATORI DELL’ANTI-ODIO



Enrico Mentana, informato, logorroico, a volte spiritoso mio collega in Rai degli ’80-’90 e ora, da tempo, a La7 come direttore del tg, passa per essere tra i pochi giornalisti cui andrebbe tributata la qualità di obiettivo e corretto. E’ il riconoscimento che ci si illude possa essere attribuito a quelli che, anziché ratti di fogna, sono topini di dispensa: sempre al formaggio sono attaccati. Altra metafora vede gli uni come McDonalds e gli altri come Nouvelle Cuisine, sempre di discutibile alimentazione si tratta.

Specialisti tv dell’odio anti-odio


Mentana sta in un’emittente, quella di Urbano Cairo, patron del Torino di colpo assurto a notorietà e potere con l’acquisto del Corriere della Sera. La sua rete tv si era guadagnata un certo credito tra i disperati e frustrati delle tv di regime per quella scapigliatura e quell’anticonformismo che si esprimeva in trasmissioni come quelle di Sabina Guzzanti (addirittura) e di Gianluigi Paragone (doppio addirittura). Non è più così e se oggi c’è una tv di propaganda del pensiero unico, tanto disciplinato quanto assoluto, è La7.
Pensate all’ininterrotta gragnuola di colpi con cui i bombaroli di Cairo, tutti usciti da una virtuale “Scuola delle Americhe” per giornalisti, con Master negli istituti di alta formazione a Tel Aviv, radono al suolo chi sta con i 5 Stelle (quelli di un tempo), chi non lubrifica gli scivoli per migranti, chi esprime perplessità su quanto si va facendo a Libia, Siria, Venezuela o Bolivia. Sono i Navy Seals di Cairo e dell’establishment: Gruber con l’elmetto a punta del Kaiser, Formigli alto sacerdote delle Ong, il sadico Floris con la stella fissa Fornero, il più multicolore “difensore civico” Giletti, il ridanciano, ma respingente, Diego Bianchi “Zoro”, con Marco da Milano, del fu-L’Espresso, una specie di Lilli Gruber al maschile e alla matriciana…

Un non-più mitraglietta a salve
Qualcuno diceva che il non più giovane, ma sempre riccioluto, Mentana, già “mitraglietta” e ora esitante ripetitore di intercalari da smarrimento di concentrazione – eee… eee… eee…- per imparzialità e multilateralismo si elevasse sopra questa muta di odianti denunciatori di odio. Se non altro per educazione e apparente equilibrio. L’altra sera, abbandonati gli ossessivi richiami a un antisemitismo che non c’è, ma che maschera efficacemente le malefatte di un certo Stato, e di cui si occuperà a larghissimo raggio la neo-Commissione Segrè, finalizzata a riunire nel Lager tutti gli odiatori, siano antisemiti, razzisti, xenofobi, omofobi, intolleranti, novax, laziali, o complottisti, si è esibito in un tip tap di indignazione alternata a riprovazione da far vibrare gli schermi. Era mai possibile, esclamava con espressione di chi assiste a una danza del ventre di Salvini con mojito mentre pretende i pieni poteri, che l’intera stampa e diplomazia mondiale, tv e giornali e pulpiti, taccia i crimini che la Cina va commettendo contro i “ragazzi” di Hong Kong? Un silenzio tombale, delittuoso e osceno quanto quei crimini, sospirava.

E, come non bastasse tanta riprovazione, ha chiamato a rinforzare lo sdegno la nota Gabanelli, ora impegnata in un “Data Room” che però non disdegna il soccorso ai bisognosi, in questo caso al Mentana Furioso. E a tutti coloro che detestano la Cina comunista al punto da vagheggiarne la fine già inflitta al Celeste Impero, corredata di una nuova strage di 20 milioni tra cittadini e soldati, come quella  riuscita ai britannici nelle due guerre per l’oppio. Il racconto della venerata signora del giornalismo coraggioso era talmente preciso che quasi quasi pareva fosse in mezzo alla turbolenza. Sgherri trucidi e sanguinari contro bimbetti sognanti che sui bruti non facevano che lanciare fiori. Li vedete nelle immagini, dopo aver fatto a pezzi il parlamento, l’aeroporto, la metropolitana, negozi filocinesi, banche cinesi, poliziotti honkonghesi.

Hong Kong, lanciatore di frecce e colpito da freccia

Fenomenale davvero. Non so se l’equilibrato, o equilibrista, Mentana – che al contempo non ha saputo dire niente sul golpe fascio-statunitense in Bolivia e relativi eccidi di resistenti indios e impunità assicurata dalla Guaidò locale agli assassini in divisa – s’informa solo su “Topolino” o “Settimana Enigmistica” (peraltro leggermente più professionale dei main stream). Perché raramente una copertura mediatica è stata più tonitruante e unanimistica di quella dei bravi nostalgici della regina Vittoria e delle sue guerre di sterminio a favore dell’oppio. I lanciatori di frecce d’acciaio, di massi da catapulta, di ordigni incendiari, che linciano chi li rimprovera di sabotare l’isola e la sua economia, hanno avuto un coro tipo “cavalcata delle Walkirie”.



Al confronto, i Gilet gialli, al 53° evento in un anno, si sono dovuti accontentare di un rantolo svociato alla Loredana Bertè di oggi. Ci hanno assordato di peana agli eroici democratici con bandiera britannica e americana e di anatemi a poliziotti che, senza aver fatto feriti in mesi e mesi di teppismo devastatore dell’intera città, se non un manifestante che si avventava con mazza da baseball su un agente, si fossero trovati a Los Angeles (1992) vestiti da Guardia Nazionale, avrebbero già fatto 63 morti, 2.383 feriti e 12.000 arresti.

Torti e ragioni sulla bilancia tarata dai bottegai di Washington
Ma non si tratta solo di quantità. La qualità è esplicitata dalla distribuzione di torti e ragioni secondo gli standard di valutazione che vengono indicati dagli editori locali, a loro volta imbeccati dagli azionisti di maggioranza in Nato e servizi segreti. Ce lo ha insegnato, con temerarietà poi pagata duramente, il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, documentando due giornalisti europei su tre assoldati dalla Cia (ucciso nel 2017 “da un infarto”, a 56 anni e in perfetta salute, due anni dopo la pubblicazione del suo libro “Giornalisti comprati”, mai uscito negli Usa).

Non è difficile indovinare che i torti sono di pochi. Essenzialmente dei facinorosi indios boliviani, sostenitori di un caudillo indio che voleva darsi a un lusso sfrenato sfruttando, in proprio e in cooperazione con russi, cinesi e svizzeri, il più vasto giacimento di litio del mondo (cellulari, macchine elettriche, elettronica di ogni tipo). Il litio è il minerale senza il quale la quarta rivoluzione industriale, quella tecnologica, con cui i potenti pensano di sbarazzarsi definitivamente delle plebi del mondo, o almeno dei loro cervelli, fa semplicemente puff. Perché non servisse a riempire di diamanti e ville le cortigiane che affollavano i festini del corrotto Morales, per il bene del popolo l’incaricato d’affari Usa a La Paz, Bruce Williamson, aveva consegnato un milione di dollari ai capi delle varie armi e mezzo milione ai dirigenti della polizia.

Torti enormi anche e soprattutto dei Gilet Gialli, a loro volta con 11 morti, 2.448 feriti, 23 accecati e 5 mutilati, 10.000 arrestati, 3.100 condannati, 600 in galera (roba da far vergognare i poliziotti di Hong Kong), in esattamente un anno di lotta contro il buongoverno del co-imperatore europeo Macron e dei suoi predecessori.


Le ragioni, invece, sono di tanti, quasi tutte da riconoscere ai manifestanti contro “regimi” (mai “governi”) anacronistici nel loro rifiuto di globalizzazione e Usa. Ragioni equamente distribuite tra coloro che protestano contro chi non si adegua ai valori civili, politici, economici e sociali che hanno reso felice, sereno e pacifico l’Occidente democratico-liberale. E parliamo oggi di Hong Kong, Iraq, Libano, Iran, ieri di Algeria, Egitto, Sudan, Nicaragua, Venezuela. Ci proviamo un po’ affannosamente, ma con la migliore buona volontà, con la Russia basta un fuoriditesta sulla Piazza Rossa per annunciare l’imminente fine dello “zar” Putin. Finiamo con l’esaltarci di Extinction Ribellion, fomentatori semiviolenti della New Green Economy, sacrosanti teppisti nelle patrie della democrazia e dei diritti umani e perciò messi in piedi e finanziati da protettori del clima e della salute planetaria. Ci sono tutti i trilionari del mondo: George Soros, Ted Turner, Rockefeller, Bloomberg, Getty, Kennedy, Buffet, e la Global Business Coalition finanziata da Bill Gates, più molti altri paperoni comodamente alloggiati nella parte alta della classifica “Fortune” dei miliardari.

A fiancheggiare questa nuova e più grande primavera dei colorati, o stagione arcobaleno, non può mancare il pifferaio nostrano che guida quel che resta dell’armata Brancaleone pseudo-sinistra. Va ammesso che sulla Bolivia il “manifesto” esce dal seminato ammettendo colpo di Stato e repressione, ma ci rientra subito, compensando tale audacia con gli attacchi delle femministe boliviane a un Morales diversamente fascista. La vocina del Deep State è costretta a camminare sul filo del cerchiobottismo, avendo già perso una barca di elettori per aver detto sul Nicaragua le stesse cose della Cia e dei preti che, sotto l’occhio benevolo di Bergoglio, incendiavano commissariati, poliziotti e sedi istituzionali.

Il contributo delle femministe al golpe in Bolivia

Una bella pagina del “manifesto”
Ho sott’occhio un paginone del “manifesto” del 19 novembre. Una pagina che, dalla prima all’ultima riga, non può non provocare, giubilo, brindisi e stelle filanti negli ambienti che curano le stagioni arcobaleno. E’ la sublimazione del ruolo del giornale nel farsi carico di tutte le campagne xenofobe e d’odio che il Deep State persegue, a cominciare da Russia, Cina e altri riottosi. Parte Amnesty International, Agenzia PR del Dipartimento di Stato e grande guida della claque umanitarista negli spettacoli dell’odio globalista. Dopo aver lanciato l’offensiva contro un Assad vincente con un “report” che gli attribuisce 13mila morti ammazzati nelle sue prigioni, di sua mano o quasi, al solito senza documenti e con tanto di testimoni anonimi, e uno altrettanto fasullo sul Venezuela, ora a Tehran incalza, attribuendo 106 manifestanti uccisi in 21 città e tre giorni, garantiti da testimonianze oculari di chi però sta a migliaia di chilometri dall’Iran, al sicuro nelle marche dell’Impero. Per “il manifesto” è tutto credibile, quanto lo è “l’imparziale” BBC, sostenitrice di tutte le guerre Usa-Nato, ma unica a far sapere agli iraniani cosa succede nel loro paese.


Sottotono o del tutto assenti, qui e nel resto dei nostri vangeli di verità, il riferimento alle sanzioni Usa, cui tutti a loro spese si piegano, con cui da decenni si prova a radere al suolo una società nella speranza che si ribelli ai suoi governanti. Già sotto Ahmadinejad, il migliore presidente che il paese abbia avuto e perciò rabbiosamente inviso al “manifesto”. ho visto gli iraniani decimati dalle sanzioni di Obama, gente che moriva per il bando Usa ai farmaci salvavita e oncologici, sanzioni poi decuplicate in ferocia dopo che Trump aveva disdetto l’accordo infausto inflitto da Obama a Rouhani, che privava l’Iran del diritto alla ricerca nucleare a fini pacifici. Quindi, con chi sta il giornale anticomunista?

Sta con la solita torma di manifestanti addestrati e pagati da NED, Soros e USAID, che ogni due per tre invadono qualche piazza iraniana, per poi spegnersi nel giro di qualche settimana. Sta con Pompeo, l’erede di coloro che nel 1953, con un golpe Cia, si sbarazzarono di Mossadeq, il nazionalizzatore del petrolio iraniano. Anche lui, seguendo la nobile usanza dell’ingerenza negli affari interni altrui, ha giurato ai dimostranti “per la democrazia” che gli “Usa sono con voi”. L’innesco della “rivolta”? Come in Iraq, in Siria, in Libano, in Bolivia. Stavolta un aumento del carburante di ben 11 centesimi rispetto ai precedenti 10, prezzo più basso del mondo, e la riduzione del consumo personale da 250 a 60 litri al mese. Il provvedimento, imposto dalle sanzioni che hanno ridotto la produzione iraniana da 2,4 milioni di barili al giorno a 300mila e i cui proventi servono per sussidi ai più colpiti dalle sanzioni, salvaguarda il basso consumo delle famiglie, mentre danneggia i grandi trasportatori.

Iraq. Il più odiato, l’esperimento di genocidio più insistito. 

 
La bella paginona del “manifesto” si affianca al segretario di Stato Usa anche per quanto riguarda altre due performance imperiali che meritano una claque vasta e qualificata. Hong Kong, un pezzo di quella Cina, sulla quale si esercita con non contenuta avversione il suo sinofobo di prima classe, e Iraq. Sull’equilibrio con cui Mentana e altri illustri paladini dell’indipendenza mediatica si commuovono per i pacifici dimostranti di Hong Kong, all’ombra della benevolenza dei rispettivi “editori democratici di riferimento”, s’è già detto. A me preme in particolare l’Iraq, paese a me più vicino, del cui destino insistono ad occuparsi i migliori globalisti antinazionalisti (in altri termini, colonialisti) fin da quando Churchill lo bombardò con gas venefici nel 1922.

Quello che non è mai stato perdonato all’Iraq è quel che è diventato dalle rivoluzioni anticoloniali degli anni ’60 fino alla presa del potere di Saddam Hussein. Un paese che, quanto a ricchezza (da petrolio) diffusa equamente, modernizzazione dell’apparato produttivo, infrastrutture, diritti sociali (scuola, sanità, pensioni, maternità), emancipazione delle donne, numero di studenti mandati con borse di studio a formarsi all’estero, ricchezza culturale, creatività artistica, protezione dell’immane patrimonio storico risalente ai sumeri, sostegno politico ed economico ai palestinesi e all’unità araba, difesa e promozione delle varie confessioni, cristiana in testa, autostima e orgoglio, primeggiava tra tutti i paesi della regione e superava le condizioni di parecchi del primo mondo, detti sviluppati.


Per i razzisti, xenofobi, antisemiti (ricordando che semiti sono 450 milioni di arabi), cioè per tutti gli odiatori che si sono fatti protagonisti del colonialismo d’antan, come di quello di ritorno oggi, era intollerabile che una nazione si emancipasse a tal punto da mettere in ombra nientepopòdimeno che la nostra imperfettibile civiltà. Ed è stata guerra, di tutti i generi, di diffamazione-satanizzazione, bombe, sanzioni invasione, occupazione, depredazione, genocidio da uranio. Per prima cosa l’invasore Usa ha depredato il museo nazionale, bruciato la Biblioteca Nazionale e raso al suolo con i cingoli Babilonia e altri siti millennari.  Fino al complotto imperialista estremo: l’Isis.

Quattromila anni di civiltà da bruciare viva.
Ci sono arrivato, da inviato di “The Middle East”, nel 1978, e ci sono tornato molte volte, riuscendo a conoscerlo tutto abbastanza bene, da Mosul e Niniveh, da Ur a Bassora. Ho fatto il corrispondente da Roma per il quotidiano arabo “Al Thaura”, con un grande direttore, il palestinese Nasif Awad, e del giornale in lingua inglese “Baghdad Observer”, diretto da un amico, Naji al Hadithi, conosciuto quando era il direttore del Centro Culturale iracheno a Londra, poi ultimo ministro degli Esteri con Saddam. Da Iraq, Siria e Libia, mi sono arrivati doni di consolazione per la sofferenza condivisa con i palestinesi. Ho visto il popolo e la sua dirigenza resistere in maniera eroica allo strangolamento tra le due guerre d’aggressione, 1991 e 2003: sanzioni micidiali e bombe di Clinton su tutto quanto permetteva la vita. 1,5 milioni di morti, di cui i 500mila bambini, rivendicati dalla neocon clintoniana Madeleine Albright. Poi l’Iraq, contro il sabotaggio dei prezzi del petrolio ordinato all’emiro dagli Usa per strangolare l’Iraq, Saddam si è ripreso il Kuweit, provincia che i britannici avevano separato dalla grande Nazione per garantirsi, con un satrapo fantoccio, uno dei più vasti giacimenti di petrolio del mondo.
 
 Bagdad ieri e l'altro ieri
Ai tre milioni di morti, il 15% della popolazione, Usa e Nato arrivano con la guerra di conquista del 2003. Dalla mia finestra al Mansour Hotel, poi dal Palestine, sempre per un pelo scampato ai missili con gli altri colleghi, a noi che secondo Bush non dovevamo stare lì, poi girando la città, ho filmato gli accecanti bagliori, i tremendi impatti, poi le macerie, il fosforo su Fallujah, i pianti di un paese in stracci ma in piedi, che l’invasore non riusciva a sottomettere. La forza di resistere per anni. Doveva subito essere squartato in tre pezzi, scita, sunnita, iracheno. Non ci sono riusciti. L’Iran poteva prendersi il suo pezzo scita, ha dato una mano in difesa dell’unità, a dispetto del collaborazionismo dei contrabbandieri e narcotrafficanti curdi sostenuti da Cia e Israele.



Un Iraq che, a forza di proconsoli e vicerè Usa, di distruzione di ogni struttura statale e del disfacimento dell’esercito, della pugnalata alle spalle dei turchi che gli hanno tagliato il Tigri e l’Eufrate, della rapina del suo massimo bene, gli idrocarburi, miracolosamente era riuscito a contrastare l’assalto dello Stato islamico, inventato e scatenato dai nemici di sempre. Perfino ha sconfitto la sua presa del territorio, grazie anche all’enorme valore delle milizie popolari, “Unità di Mobilitazione”, di cui gli amanti del mercenariato Usa attribuiscono il merito ai peshmerga curdi, interessati unicamente a strappare agli arabi Kirkuk e il suo petrolio. Resta, come in Siria, la strategia del terrorismo, anche quella sempre della stessa matrice, per impedire ogni normalizzazione. Il ricordo dell’Iraq di prima, la paura che suscita ancora la coesione, l’irriducibilità, la vitalità di un popolo martirizzato come nessun altro, alimentano anche questa nuova congiura anti-irachena. La si attribuisce al malgoverno, alla corruzione. Certamente vera per i fantocci installati dagli occupanti negli anni passati. Ma si occulta spudoratamente la demolizione sistematica, da trent’anni, di una nazione. Senza i proventi di un petrolio rubato dalle multinazionali, non c’è ricostruzione. Le reti idrica, fognaria ed elettrica, l’apparato industriale, agroindustriale, sanitario (un tempo tra i più efficienti del mondo), dell’istruzione, restano a pezzi. Due generazioni sono state distrutte.

   
 
Nimrud quando l’ho visitata io, Nimrud quando l’hanno visitata gli americani


Facile dare del corrotto al premier Abdul Mahdi. Facile dire, con il Fatto Quotidiano, giornale assolutamente impresentabile per la sua poltiica esteera, quanto “il manifesto”, che l’Iran tiene in ostaggio l’Iraq. Facile incolpare Baghdad di affidarsi alle sue milizie Ashd al Shabi, al mitico generale dei Pasdaran Qassem Soleimani che le ha guidate e ne ha accompagnato la vittoria. L’Iraq deve ancora pagare. Perché c’era Saddam (senza il quale non ci sarebbe stato quell’Iraq). Perché c’è la malapianta Iran (senza la quale non ci sarebbe nemmeno l’Iraq di oggi).

Nel quale si è andata accendendo una “primavera araba” dei soliti colori nel preciso momento in cui il parlamento, non smentito dal primo ministro, ha chiesto agli Usa di ritirare i suoi militari, le milizie popolari hanno denunciato e documentato le complicità Usa-Isis e la massima autorità spirituale del paese, l’Ayatollah Al Sistani, ha protestato contro le  responsabilità “di certi paesi” per i mali dell’Iraq. Forse il titolo del mio ultimo documentario sull’Iraq non era sbagliato.


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