lunedì 6 luglio 2026

Da Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio --- EGITTO, L’OTTAVA PIAGA https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-

 


Da Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio

EGITTO, L’OTTAVA PIAGA

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__da_gaza_al_corno_e_a_suez_la_geopolitica_dellinfanticidio_egitto_lottava_piaga/58662_67880/

Infanticidi come strategia di espansione coloniale

A gettare lo sguardo sulla regione che dal Nordafrica arriva al confine afghano e che gli inglesi chiamarono Vicino Oriente e noi Medio, è difficile staccarsi da punti focali come l’aggressione israeloamericana (più israelo che americana) all’Iran e ai fronti correlati di Libano, Palestina, Yemen (gli Houthi), Iraq (le Unità di Mobilitazione Popolare), la Somalia (dove ogni due per tre Trump bombarda la resistenza islamica al regime fantoccio USA). E anche solo eticamente durissimo non soffermarsi su quanto lo Stato terrorista va compiendo di inenarrabile, a laido titolo di autodifesa, su Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, occasionalmente Yemen

Abbiamo fatto fatica, consapevoli di orrori storici che pensavamo insuperati e insuperabili, a staccare lo sguardo da quanto le recenti inchieste dell’ONU, quella di Save the Children, quella giornalistica olandese, hanno esaminato e documentato in ogni dettaglio sulla strategia impiegata dai vertici israeliani per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese: la programmata carneficina dei bambini di Gaza. A fine giugno 21.000 uccisi, 45.000 feriti e mutilati. Prove, documenti clinici, autopsie, referti, foto, diagnosi: la dimostrazione dell’inconcepibile: un esercito di cecchini addestrati e comandati a colpire in testa, o agli organi vitali, i bambini.

Una pratica che nelle ultime settimane si è estesa alla Cisgiordania. Lo denuncia in un rapporto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, precisando che tra ottobre 2023 e giugno 2026 sono stati uccisi più bambini che in tutto il periodo dal 1967.

Sono i militari di quello che viene raccontato al mondo come “l’esercito più morale del mondo”.

Non avrebbe dovuto sorprendermi. A Gaza, guerra del 2009 intitolata “Piombo Fuso”, filmai bambini che mi mostravano foto dei loro amici e fratelli morti, colpiti in mezzo alla fronte o al cuore. Ma ho anche ripreso immagini di blindati israeliani che tenevano legato sul cofano un ragazzino mentre si avvicinavano ad aree o case dalle quali ci potevano verificarsi reazioni della resistenza. Che avrebbe colpito il bambino. Erode, l’unico predecessore in simile pratica, impallidisce. Faceva uccidere solo i primogeniti.

Ma di bambini non se ne ammazzano solo in Palestina, o nel Libano. 150.000 sono le sottostimate vittime del conflitto civile in Sudan. La percentuale di bambini e donne è quella di Gaza, intorno al 60%. Altri bambini si trascinano di tenda in tenda, se va bene, in fuga dai combattimenti insieme a 9 milioni di sfollati interni. Per l’ONU sono 33,7 i milioni di sudanesi a rischio di sopravvivenza per mancanza di sostentamento di base. Quanti di loro sono bambini? Un milione ne ospita l’Egitto e ne ricava una crisi economico-sociale gravissima. Tutta da imputare al “dittatore Al Sisi”.  

Crisi che si aggiunge a quella determinata dai fratelli arabi dello Yemen che, con il loro sbarramento alle navi che hanno rapporti con Israele, hanno privato il Cairo di buona parte del pedaggio ricavato dal Canale. Eppure nessuna richiesta egiziana di smetterla con questo sostegno a Gaza è mai arrivata a Sanaa.

Tentacoli in Sudan

In questo articolo si guarda a un’ulteriore estensione strategica della piovra colonialista di Tel Aviv, con campo d’azione immediato, o programmato, Africa ed Egitto. Un’estensione che, per quanto gravida di drammatici sviluppi, resta fortemente e non innocentemente occultata da media e cancellerie. Indicativo è il dato che nella guerra civile che insanguina il Sudan dal 2023 la componente eversiva – le Forze di Supporto Rapido -  che si scontra con il governo sudanese e le sue forze armate, goda del sostegno armato e logistico degli Emirati Arabi Uniti. EAU che qui, come in altre situazioni, protagonista degli Accordi di Abramo la fa da proxy di Israele. La posta in gioco è una base militare a Port Sudan, sul Mar Rosso. Proprio di fronte al porto israeliano sul Golfo di Aqaba. Una tenaglia

E nello scontro in atto nel Corno d’Africa, tra Somalia e il Somaliland secessionista, ecco che il confronto vede gli stessi contendenti: Israele e EAU in stretti accordi politici e militari con il Somaliland, Egitto e Turchia con Mogadiscio. Ciò che i secessionisti qui offrono in cambio del riconoscimento (l’unico ottenuto a livello mondiale), è il preziosissimo Porto di Berbera, direttamente a cavallo dello Stretto di Babel Mandeb, decisivo per il controllo del più importante passaggio di merci del pianeta.

Altre presenze israeliane, con aperture di inediti rapporti diplomatici, inevitabilmente associati ad attività di intelligence e offerte di collaborazioni tecnologiche, sono state recentemente rilevate nei paesi del Sahel, appena liberatisi dal controllo militare ed economico francese.e in rapporti privilegiati con Mosca.

Libano, un “accordo” tra lupo e venditore dell’agnello

Ci lasciamo alle spalle un Libano che la sua classe dirigente, espressione della minoranza borghese cristiano-maronita filo-USA, ha consegnato su istruzione USA, quasi fosse un Deliveroo, al banchetto grandisraeliano, opportunamente cotto dal beneficiario a forza di bombe, invasioni e massacri, pronto da consumare sul suolo desertificato da dove sono stati cacciati 1,5 milioni di abitanti. Il parlamento libanese, ignorato dai negoziatori dell’accordo a Washington, non ha avuto voce in capitolo.

Ma alta si è levata la voce delle decine di migliaia di manifestanti a Beirut e in tutto il paese che sostengono il sacrosanto rifiuto di Hezbollah, espressione politico-armata della maggioranza relativa del paese martirizzato, impegnata da sempre nella sua difesa (resto ottimista, ho avuto il privilegio di assistere a due vittorie di Hezbollah e due cacciate degli israeliani dal Libano, nel 2000 e nel 2006)

Ci lasciamo alle spalle quasi 5.000 civili morti ammazzati, donne e bambini fatti passare per “terroristi” di Hezbollah e che sono solo la punta emergente di un ennesimo crimine israeliano contro l’umanità, coperto da stelle e strisce. Ennesimo oceano di sangue e macerie in cui la barbarie sionista va annegando la regione. E’ anche la distruzione, dopo quelli di Gaza e Cisgiordania, di siti del Patrimonio Mondiale Unesco, come i templi romani di Baalbek e la città fenicia di Tiro, fatti passare per le solite “roccaforti di Hezbollah”, sotto le cui macerie giacciono migliaia di corpi di civili. Si aggiungono alle decine di siti storici, chiese, moschee, castelli, rovine romane ed islamiche, obliterati ovunque mettano piede gli scarponi dell’IDF, o dei Marines, con il chiaro intento di cancellare, insieme alle testimonianze, le identità che rappresentano scheletro e anima dei popoli e delle nazioni.

Di questa vera e proprio guerra dei barbari alla civiltà diremo in dettaglio nel prossimo giro.

In un viaggio che finirà col dimostrarci come tutto si tenga nel Medioriente e anche oltre, ci lasciamo alle spalle, ma ce le portiamo addosso come fardelli, gli ormai quasi 4.000 morti e gli oltre 10.000 feriti di una guerra al Libano che non riuscirà, una volta di più, a debellare la Resistenza, ma vorrebbe stabilire una nuova metratura, dopo Gaza, Cisgiordania, Siria, in vista della perimetrazione definitiva In del Grande Israele.

A completare un quadro raccapricciante per dimensione di un male che sembra riuscire a superare il concepibile, c’è stato il risveglio, per la portata dello scossone inferto, perfino di un’Organizzazione delle Nazioni Unite che pareva aver deciso di estraniarsi dai fatti del mondo.

Cisgiordania, l’annessione non tollera bambini

Quella che una recentissima inchiesta dell’ONU ha rilevato è la conferma più autorevole che le istituzioni globali esistenti potevano darci del fatto che qui abbiamo a che fare con un’entità infanticida la cui strategia genocida prevede direttive specifiche ai suoi militari di colpire bambini. Eliminare un’etnia, un popolo, non solo nella sua esistenza presente, ma anche in quella che ne avrebbe preservato la specie nel futuro. Il 30% dei civili morti ammazzati nei quasi tre anni di pulizia etnica sono bambini.

E, come al solito, non si tiene conto che dei soggetti fucilati, o colpiti da bombe, missili, droni. Non di chi è sepolto sotto le macerie, né di chi si estinguerà a seguito di ferite, mutilazioni, malattie, inedia, sete, attacchi di ratti e parassiti artatamente coltivati attraverso la distruzione di fogne e acquedotti. Dell’intenzionalità di questi esiti danno testimonianza il tipo di lesioni registrate nei corpi: giorno dopo giorno, vengono ordinati ai militari, a partire dalle pratiche di tiro, diversi parti del corpo da colpire- Si succedono così bambini con buchi nella fronte, al cuore, nel basso ventre.

Tutto questo si va ora intensificando anche in Cisgiordania. Protagonisti, insieme all’IDF e alla polizia, i coloni decisi a ripetere il modello Gaza in vista dell’annessione definitiva.

Intanto, neutralizzata la tabella di marcia dettata dal Board of Peace che prevedeva il suo disarmo e al quale, segno di sfiducia, sono venuti a mancare anche i miliardi dei partecipanti, Hamas si va manifestando con crescente forza anche in Cisgiordania dove, a Hebron, nota per l’imperversare brutale dei coloni di origine statunitense, l’IDF ha subito imboscate. I dati ci dicono che in questa parte dei territori occupati, Israele ha fatto più vittime dal 2023 che nei 17 anni precedenti.

L’altro stretto, l’altra giugolare geopolitica, geomilitare e geoeconomica

Questo rullo della morte, della devastazione, della disperazione ha ora preso anche un’altra direzione. C’è un’area della stessa regione, stavolta estesa dal Mediterraneo a sud, fino all’Oceano Indiano, che promette di diventare incandescente quanto quella che ha trovato il perno della conflittualità globale nello Stretto di Hormuz. Con l’arrivo di Israele nel Corno d’Africa, poco pubblicizzato in virtù del supporto mediatico di cui gode lo Stato sionista, ma a gamba tesa, si è tracciata una linea di continuità tra Eilat, porto israeliano sul Golfo d’Aqaba, e Bab el Mandeb, l’altro stretto, ancora più cruciale per l’economia e la geopolitica globali, cancello tra sud e nord, est e ovest del globo.

 

 

Sulla strada del suo colonialismo d’insediamento e della sua espansione imperialista, Israele aveva trovato altre pietre d’intralcio. Facciamo un passo indietro, a partire da un quarto di secolo fa. 2003: seconda Guerra del Golfo, Iraq neutralizzato; 2001: in pochi mesi Libia di Gheddafi liquidata; 2011-2025 Siria frantumata e spartita tra Jihadisti, finalmente rivelatisi forza proxy delle guerre israelo-americane; 2023: colpo di Stato contro il regime antimperialista di Omar al Bashir e guerra civile che spacca e insanguina il paese. Sono referenti esterni del conflitto l’Egitto dalla parte dell’esercito governativo e la longa manus araba di Israele, gli Emirati, a supporto delle scissioniste Forze di Rapido Intervento.

Rimosse le pietre d’inciampo rappresentate da questi grandi Stati Nazione arabi, non restano che l’Algeria, troppo lontana e che si fa gli affari suoi e cerca di tenersi fuori dalle tensioni che agitano Sahel e Sahara Occidentale, e l’Egitto. 100 milioni di abitanti, oggi massima potenza industriale della regione, controllore del Canale di Suez, dirimpettaio di Israele e dell’Arabia Saudita, porta tra Mediterraneo e Africa. Riferimento, se non più essenzialmente politico come ai tempi di Nasser, storico, sentimentale e culturale per mezzo miliardo di arabi.

Per chi aspira all’egemonia nella regione più cruciale per gli equilibri militari, economici e politici mondiali, a parte l’Iran che arabo non ed è comunque già direttamente coinvolto nella contesa, non rimane che il paese dei Faraoni. Formidabile per storia antica e moderna, dimensioni, demografia. Antico, prestigioso e dotato di identità consolidata nei millenni, quanto quella dei persiani. Due civiltà, una sunnita e molto laica, l’altra appassionatamente scita, che si guardano da lontano, ma con rispetto. Gli eredi dei faraoni nutrono per quelli di Ciro il Grande una cordiale affinità. E una comune preoccupazione. Sono entrambi consapevoli dell’ombra nera che si allarga, per gli uni a ovest, per gli altri a est.

Piaghe e medici d’Egitto

 

Dalla caduta del presidente Mubarak, successore di Sadat, a sua volta erede diretto, per quanto “degenere”, di Nasser, l’Egitto ha conosciuto una storia travagliata. A partire dal 2011, con la cosiddetta Primavera Araba con cui il neocolonialismo atlantico-sionista cerca di indirizzare verso esiti a esso utili l’insofferenza di settori sociali, suffragato dall’UE e dai feudatari del Golfo. Le manovre di destabilizzazione toccano i maggiori Stati arabi. In Tunisia ed Egitto, rispettivamente con i neopresidenti Ghannushi e Morsi, si installa al potere la Fratellanza Musulmana. Un integralismo inusuale per queste società in pochissimo tempo viene rovesciato da rivolte popolari, storicamente laiche e insofferenti a fenomeni estremisti come la sharìa, la repressione violenta delle comunità cristiane, il divieto di sciopero per motivi religiosi).

Sostenuto dalla sollevazione popolare e da successive elezioni, al Cairo si impone il generale Abdelfatah Al Sisi. Gli sconfitti, che dispongono di un’ala terroristica, spesso accomunata all’ISIS, reagiscono con attentati contro esponenti delle istituzioni e con una prolungata guerra civile nel Sinai. Questo conflitto ha causato migliaia di vittime tra militari, miliziani e civili. Tra il 2014 e il 2018, i dati governativi hanno registrato oltre 4.300 morti, inclusi più di 3.000 presunti ribelli e circa 1.200 membri delle forze di sicurezza. Il numero totale esatto dei civili è difficile da calcolare. Le stime ufficiali non sono complete, ma gli attacchi hanno colpito duramente anche la popolazione

Dal canto loro, le cancellerie occidentali prendono le distanze dai nuovi gruppi dirigenti laici che manifestano un’indebita indipendenza, aprono a rapporti internazionali poco graditi, tipo Russia e Cina e, nel caso del Cairo, sostengono il governo legittimo libico di Bengasi, e che guadagnano consenso con misure sociali e opere infrastrutturali. L’Egitto che ultimamente ho conosciuto è quello che riceve e sostiene un milione e mezzo di profughi africani, ha decongestionato una capitale infernale erigendone una gemella, ha costruito un nuovo museo archeologico, è responsabile di quasi la totalità degli aiuti a Gaza da anni, bloccati in una colonna di camion che parte da Suez e si ferma a Rafah, accoglie e cura i malati e feriti, soprattutto bambini, che Israele lascia sfuggire all’inferno di Gaza.

Di questi 4000 feriti, alcuni li ho visto uscire dall’inferno al valico di Rafah, essere accolti in ambulanze egiziane (c’erano solo quelle) e trasportati, nei casi di urgenza, al centro d’emergenza della vicina El Arish. Gli altri li ho trovati negli ospedali del Cairo, strutture paragonabili alle nostre migliori eccellenze cliniche, curati con enorme impegno da sanitari egiziani. Qualcosa significherà.

Tutto questo non riduce il risentimento dell’opinione politico-mediatica occidentale per la rimozione del precedente regime, sebbene islamista, molto più allineato con gli interessi che preferiscono limitare l’importanza e l’influenza di questo Stato, forte di suo e di una delle maggiori e più antiche civiltà della storia umana. La visione che dell’Egitto è proiettata all’estero contiene ogni possibile sfumatura di negatività, dal carattere dittatoriale del regime, alla violenta repressione del dissenso, alle carceri disumane, all’emarginazione di ceti disagiati. A prescindere dalle discutibili fonti delle accuse, mai giornalisti occidentali indipendenti, quasi sempre i soliti “dissidenti”, nulla di altrettanto e anche più negativo viene sollevato  per regimi, come quelli del Golfo, imputabili di ben peggiori condizioni sociali e democratiche, ma fornitori di risorse e amici, E qui, insieme ai due pesi e alle due misure, entra in gioco la vicenda Regeni.

La piaga Regeni

L’Egitto è diventato in Italia soprattutto quello di Giulio Regeni. Un giovane ricercatore formatosi in scuole dell’élite internazionale (Collegi del Mondo Unito), il cui fondatore tedesco vantava rapporti operativi con Allen Dulles (Direttore CIA), e laureatosi nelle università britanniche sotto tutoraggio di esponenti della Fratellanza Musulmana. Ha prestato la sua opera a una impresa internazionale di spionaggio industriale (Oxford Analytica) diretta da ex-responsabili dell’Intelligence angloamericana e organizzatori di squadroni della morte usati in America Centrale e Iraq (John Negropone, Colin McColl, David Young). E’ stato fatto ritrovare morto e torturato al Cairo nel momento in cui una delegazione governativa e imprenditoriale italiana discuteva di investimenti miliardari con il presidente egiziano.

Di questa vicenda ho già detto quanto è possibile e giusto dire - ma che in Italia non va detto - in una precedente puntata di questa rubrica. Adesso a Roma se ne è tratto anche un processo, con tanto di condanne all’ergastolo, ma in assenza di imputati e di prove.

Ovviamente la questione su chi fosse e cosa facesse Regeni e su chi ne avesse determinato quella orrenda fine, può restare aperta a dubbi e interpretazioni divergenti. Ciò che per un caso di tale rilievo umano, penale e geopolitico, non mi pare ammissibile è che della vicenda ci si ostini da sempre a oscurare una parte che non può non essere considerata determinante. Dimmi con chi va e ti dirò chi sei.

Quanto all’Egitto, qui nessuno pensa di santificarlo. Ma doveroso è pretendere che non ci si prepari l’imboscata dei due pesi e due misure ove si tratta di anatemizzare la “dittatura di Al Sisi” e mantenere convenevoli e redditizi rapporti d’affari con i rispettabili partner a fronte dei quali l’Egitto figura un tantino più rispettabile.

L’Egitto sta fermo, Israele si muove

Aliyev con Netanyahu e Erdogan

Pur pressato da molti lati, l’Egitto di Al Sisi ha seguito in questi 13 anni una linea di estrema prudenza che qualcuno potrebbe anche definire, misurando il peso del paese, rinunciataria rispetto ai conflitti in Medioriente. Le sue posizioni confliggono con quelli dell’Occidente e dei suoi alleati nella regione, Israele e Golfo, in maniera attenuata, solo indiretta, e che il Cairo prova a temperare ulteriormente proponendosi, insieme al Qatar, nel ruolo di mediatore.

A questo apparente immobilismo, determinato dalla consapevolezza che in Medioriente l’arabo che si muove muore, o rischia comunque di pagarla, Israele risponde muovendosi con determinazione e celerità. Ho già fatto riferimento su questa piattaforma alla strategia dell’unificazione dei due fronti, mediorientale ed euroasiatico-occidentale fino a Kiev, che Tel Aviv ha realizzato proiettandosi nel cuore del Caucaso. Lo ha potuto fare inserendosi nelle guerre dell’Azerbaijan del dittatore Aliyev all’Armenia, armate e vinte in virtù di intelligence, tecnologie, forze speciali e armamenti forniti da Israele, grazie anche ai buoni uffici della Turchia del sultano doppiogiochista.

Non è più un segreto per nessuno che nell’Azerbaijan del sodale di Erdogan, Aliyev, si sono acquartierati, in una serie di grandi basi strutturate, unità militari e dell’Intelligence israeliane, con presenza particolarmente attiva sul confine con l’Iran, utile già oggi, ma soprattutto per quando si riuscirà a trascinare gli USA in una nuova aggressione.

 

Meno risaputa e pubblicizzata è la presa che Israele esercita, sempre in funzione antiraniana, sul Kurdistan iracheno. E’ una storia che ha radici lontane, fin da quando, al sorgere dell’Iraq indipendente, sovrano, antimperialista e antisionista, il patriarca curdo, Mustafà Barzani, si prestò a collaborare col Mossad contro il nascente nazionalismo panarabo di Bagdad. Tuttoggi le sorti politiche della regione sono sotto il controllo della dinastia Barzani. Protetta dal Mossad ma, a Irbil, anche dai nostri carabinieri che addestrano i peshmerga curdi che vedete nelle’immagine.

Tra Irbil e il confine con l’Iran sono state installate due grandi basi segrete, servono a proteggere i massicci investimenti israeliani, a garantire il flusso del petrolio da Kirkuk a Haifa e ad addestrare e armare peshmerga curdi destinati a infiltrarsi in Iran ogni volta che all’opinione pubblica occidentale debba essere presentato il piattino dell’insurrezione popolare contro gli Ayatollah.

Il baratto Stretto per Stretto

 

Nell’immagine, scuola distrutta dai coloni in Cisgiordania.

Si potrebbe argomentare, alla luce di sviluppi recenti che vedono Israele impegnato, oltrechè a Nord, anche, e questa è una novità, a Sud, che si stia di fronte a un tacito, ma molto evidente baratto tra Trump e Netanyahu. Che potrebbe essere formulato così: tu mi, e ti, blocchi in quella che avrebbe dovuto essere la soluzione finale per l’Iran, ma oltre a lasciarmi mano libera – dicesi annessione irreversibile - sui territori occupati della Palestina, mi lasci prendermi quella fetta di Libano e mi sostieni e mi accompagni nella campagna di espansione africana, “dal Corno a Suez”. Mi fai mollare lo Stretto di Hormuz, ma mi fai prendere quello di Bab el Mandeb.

Qui gli attori sono tre, in parte concorrenti, in parte confliggenti, ma soprattutto conniventi in funzione anti-Egitto. Parliamo di Israele, protagonista assoluto, del suo socio di minoranza in Abramo, Emirati Arabi Uniti, suo proxy nella guerra civile in Sudan e della Turchia di Erdogan. Si ritrovano tutti nel progetto di destabilizzare il quadro geopolitico che abbraccia la regione del Mar rosso, dal Golfo di Aden allo Stretto di Bab el Mandeb e al canale di Suez. Nell’equazione entrano poi anche attori locali, dall’Etiopia alla Somalia dalle varie componenti. Chi da queste manovre si sente giustamente minacciato è, appunto, l’ultimo grande Stato arabo.

 

E’ di lunga data la minaccia esistenziale dell’Etiopia di Abiy Ahmed che, con il completamento della “Grande Diga della Rinascita” sul Nilo, non si è assicurata solo un enorme surplus di energia da esportare nei paesi africani, ma ha preso il controllo del rubinetto dalla cui apertura e chiusura dipende l’esistenza stessa dell’Egitto, con effetti nefasti anche sul Sudan. Che, però, data la sua lacerazione tra le due fazioni che hanno scatenato la guerra civile, non ha la forza e l’autorità per reagire. Ogni tentativo egiziano di addivenire a una regolamentazione dei flussi è stato respinto da Addis Abeba; Il Nilo è mio e voi…

L’Etiopia, però, è il grande escluso dal nodo cruciale del passaggio da est a ovest e da sud a nord. L’accesso al mare le è negato dall’Eritrea, fieramente indipendente dal 1993, da Gibuti, un complesso di basi militari di potenze varie, e dal mosaico somalo, costituito dall’originale troncone dell’ex-colonia italiana con capitale Mogadiscio, e dai due feudi secessionisti Somaliland e Puntland, ora alleati di Israele.

Un cuneo sionista nel Corno

Accanto a Mogadiscio, dal tempo della caduta di Siad Barre governata da burattini installati sotto supervisione statunitense, che ne garantisce la sopravvivenza bombardando ogni due per tre la resistenza costituita dagli islamici di Al Shabaab, resta la maggiore delle due aree staccatesi dalla Somalia vera e propria. Il Somaliland, con capitale Hargeisa, ha per presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi, uomo caro all’Occidente e a Israele, che ha recentemente aperto una sua ambasciata a Gerusalemme. Ed è qui che ha colpito Israele.

Con l’Etiopia che vuole il mare, il Somaliland che vuole il riconoscimento e Israele che vuole mettere le zampe sul Mar Rosso, abbiamo l’incontro tra un gigante africano che tiene sotto scacco l’Egitto misurandogli la quantità indispensabile d’acqua, un’entità secessionista che si offre ad affittuari come balcone sul Golfo di Aden e sullo Stretto e una potenza coloniale che vuole controllare i passaggi marittimi che portano al Canale di Suez.

Parte il Fronte Sud e punta all’Egitto

 

Corno e porto di Berbera

 Il 1. gennaio 2024 Addis Abeba firma con il Somaliland un memorandum che, colme dichiara la CNN, le permette di utilizzare il porto di Berbera e accedere al mare tramite il controllo su una ventina di chilometri di costa, con tanto di installazione di basi e unità militari. Intanto arriva Michael Lotem, primo ambasciatore di Israele a Hargeisa. Tutto questo a seguito di quella che il ministro della Difesa di Tel Aviv, Yisrael Katz, ha rivelato essere stata una collaborazione segreta tra Israele e i secessionisti somali, protrattasi per molti anni ed esplicatasi anche in “operazioni coperte”.

Mogadiscio lo denuncia come violazione della sua sovranità e integrità territoriale, e ritrova al suo fianco Egitto e Turchia. L’Egitto ha tutti i motivi per preoccuparsi.

Ma l’ingegnerizzazione di un nuovo equilibrio di potere nell’area non finisce qui. Il 26 dicembre 2025 Israele si affianca all’Etiopia nel riconoscere lo Stato del Somaliland. L’accordo, subito contrastato da Somalia, Unione Africana, Turchia, Gibuti ed Egitto, prevede un riconoscimento reciproco dei due Stati e l’ingresso di Hargeisa negli Accordi di Abramo. E comprende una presenza militare, dell’Intelligence, accordi per l’uso delle strutture portuali, l’installazione di una rete di sorveglianza tecnologica. Insomma quanto serve per poter intervenire su vari piani nell’area che unisce l’un capo del Mar Rosso all’altro e al Canale di Suez.

Al Cairo sono perfettamente coscienti che restare più o meno sospesi sul conflitto centrale del Medioriente non li ha salvaguardati dalle mire egemoniche ed espansioniste di Israele. E soprattutto da ciò che il sionismo percepisce come sua condizione esistenziale per il Grande Israele: la rimozione dalla regione di ogni altro rilevante Stato Nazione, tanto più se di imponente retroterra storico, identità fortemente percepita, rilievo geopolitico, coesione sociale.

Il quartetto Etiopia, Somaliland, Israele, UEA non ha dichiarato guerra al Cairo, ma sta riorganizzando i suoi dintorni e qualsiasi posizionamento ostile, o competitivo, che parta da Bab el Mandeb deve essere letto dall’Egitto con riferimento diretto alla propria sicurezza nazionale. Il Mar Rosso e il Canale di Suez non sono soltanto una via navigabile. Ne va dell’economia dell’Egitto e del suo peso nel sistema strategico mondiale.

 

La Storia ci dimostra che nessuna architettura politica, economica, o di sicurezza può essere vista come accettabile e compatibile finchè persiste il progetto coloniale sionista con la sua base in Palestina e i suoi tentacoli che ora si allungano dal Caucaso al Mar Rosso, al Corno d’Africa, al Sudan.

 

Saluto All'Assemblea Nazionale del Coordinamento Nazionale No NATO. Prima parte.

 https://drive.google.com/file/d/1sgT-D4k4NpBLNIJUP67Gc49QDP8BHyCZ  

https://drive.google.com/file/d/10eaLokaPh9UFMTFp_2beS_7_KKADND0A 

venerdì 3 luglio 2026

FULVIO GRIMALDI--- MONDIALI, UN CALCIO AL CALCIO - --- A cosa e a chi serve il baraccone imperialista

 


“Spunti di riflessione”, intervista a Fulvio Grimaldi di Paolo Arigotti
https://youtu.be/miNBK33-fsQ  

Quello che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre per raggiungere uno scopo comune nel quale far vivere il principio: tutti per uno, uno per tutti.

Oggi lo specchio riflette un’altra cosa e la metafora è stata confiscata da abusivi, falsari, corruttori.

Meritatamente, avendo lasciato che quattro cacicchi cinici e arraffoni, in combutta con un sistema politico che premia tappetari e criminali e (s)opprime chi non ci sta, o vi si oppone, siamo per la terza volta fuori dai mondiali. Ma, a pensarci, per come si è poi andato configurando questo mondiale delle manovre e dell’esclusione, essendo marcio il nostro calcio, avrebbe potuto anche ben figurare come tale in quella palude di coccodrilli e rospi velenosi.

Invece ci dobbiamo accontentare della fiera dei balordi e ciarlatani che la RAI ha spedito ad aggirarsi nell’assurdo triangolo USA-Canada-Messico per blaterarne inanità e coprire, con frustrati e frustranti onanismi parolai e un’unica partitaccia a tarda sera, il finto interesse per uno spettacolo nel quale figuriamo meno dei raccattapalle al tennis.

A capo del baraccone tangentizio e preordinato c’è la FIFA e a capo della FIFA, per questi e ulteriori meriti del genere, ci sta l’italo svizzero Gianni Infantino. Il quale è lì dal 2016 perché sta bene, oltrechè ai nostri cacicchi, suoi lustrascarpe, ai potentati del denaro che tra Qatar, Riad e i fondi d‘investimento USA, tutti oggi con per caporalmaggiore Trump, non avendo avuto mai niente a che fare con il calcio, impongono al colto e all’inclita l’accettazione/consacrazione della sua definitiva degenerazione.

Ma quale calcio. Altro che gioco, è un fenomeno del più abbietto globalismo oligarchico- imperiale che ha oltrepassato, come mai prima, i confini dello sport e funziona da potente strumento geopolitico, economico, culturale. Nella matrix di Stati, regimi, capitale, mafie, nella quale galleggiamo, il campo di calcio è diventato l’arena in cui si esibisce il potere, si commerciano identità e si scambiano somme miliardarie.

Con gli armaioli, i farmaceutici, i finanzieri, gli intelligenti artificiali (incistati persino nel pallone con i suoi sensori del fuorigioco) e i relativi manipolatori dell’informazione, quelli del calcio sono entrati a costituire un elemento fondante delle strutture del potere. Con tutti i connotati più deteriori dei suoi attuali modi di imporre potere e violazione di diritti.

Il pensierino corre alle angheriose discriminazioni inflitte alla squadra dell’Iran, il razzismo riservato nei trattamenti e nei favori/sfavori alle squadre del Sud globale, il visto negato a uno dei più bravi arbitri del mondo, chissà se solo perché somalo, o non anche perchè non pende ai fili di un Infantino.

Cosa non poteva non uscire come simbolo, coronamento, apoteosi di tutto questo se non il “Premio della Pace dei Mondiali” assegnato da Infantino a uno che, per un pelo, aveva perso il Premio Nobel volutogli da Giorgia: Donald Trump. Infantino-Trump, copia perfetta nella danza tra superprofitti azionari e da bitcoin, a seconda del fare e disfare massacri bellici, e la valuta preziosa arrivata agli agevolatori dell’assegnazione dei Mondiali a coloro che del calcio aveva appena l’idea che servisse a costruire megastadi. Quelli innalzati a Infantino col sangue e le ossa rotte di qualche migliaio di migranti schiavi.

Sport di classe

Mondiali 2026: Militarizzazione dei confini, dei giocatori e degli spettatori, razzismo alla ICE nei riguardi dei pubblici extra-atlantici, glorificazione imperiale della forza sul diritto, riserva esclusiva dei ricchi: biglietto fino a 11.000 dollari per la finale. Minimo 2000 per le altre partite. Mussolini nel 1934 e Hitler nel 1936, nel loro pervertimento dello sport in dittatura rinsaldata, erano dei dilettanti. Pure coloro che a Londra, Rio, Qatar e ovunque nei tempi moderni, hanno usufruito degli eventi per alterare in profondità la struttura sociale delle città. La chiamano gentrificazione, rigenerazione. E il trionfo dei ricchi e l’obliterazione dei non ricchi, al quale si sta lavorando come non mai nella Storia.

Forse dovremmo ringraziare coloro che hanno causato il nostro mancato ingresso in questo postribolo.

Il resto nel video.

Ma chiudo su un’altra nota: Dicembre 1914. Da sei mesi francesi e tedeschi si sparano e si massacrano a cannonate, bombe, fucilate, mitragliate. E’ il 25 dicembre, Natale. Senza essersi detti niente, i fanti escono dalle rispettive trincee, non danno retta agli ordini degli ufficiali, tagliano il filo spinato, s’incontrano, tirano fuori un pallone. Giocano e, alla fine, si abbracciano. Non si sa chi abbia vinto. Era calcio.

 

martedì 30 giugno 2026

ran latinoamericano cercasi - CUBA, CAPITALISMO O MUERTE - La dottrina Donroe in progress

 

Iran latinoamericano cercasi

CUBA, CAPITALISMO O MUERTE

La dottrina Donroe in progress

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__iran_latinoamericano_cercasi_cuba_capitalismo_o_muerte_la_dottrina_donroe_in_progress/58662_67751/

 

Da Emiliano Zapata a Raul Castro

Emiliano Zapata: “Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Morì in piedi, il rivoluzionario messicano, e, grazie a lui, il Messico in piedi ci visse. Qualcuno se n’è scordato. Con tutte le attenuanti e responsabilità del caso. Le prime dei cubani, le seconde di chi è rimasto a guardare e rischia col finire di vivere in ginocchio anche lui. E le colpe imperdonabili e vergognose degli incredibili giustificazionisti di professione che, davanti a una fortezza che finisce in polvere, metafora dei socialismi cubano e venezuelano, grida ammirato “che bella e creativa ristrutturazione”. Ci avranno le loro ragioni questi fornitori di assist. O i loro interessi.

Cuba! Quella Cuba! La presa nella quale inserivamo la spina da cui ci arrivava la luce. La luce della fiducia che l’altro mondo sarebbe stato possibile, quello vero, meglio di Mosca, meglio di Pechino, quello definitivamente dei giusti. Giusti e belli come il Che, il vero uomo nuovo, come Fidel, come Camilo, come tutti i cubani che incontravamo, sorridenti, militanti, allegri, coscienti. E ci impegnavamo a sostenerli manifestando, parlando ai convegni, Yankee go home, Cuba libre, facendo parte di Italia-Cuba, sventolando la bandiera. Riempiendo per anni, decenni, container e navi. Chissà chi cavalca laggiù a quest’ora la mia adorata Yamaha 600 Enduro.

E le vacanze, anche quelle dell’ICAP, Istituto Cubano per l’Amicizia dei Popoli, generose per molti fiduciari dell’estero, e le brigate di lavoro, a costruire qualcosa, a coltivare, a potare, a ripulire. E quei medici che ci ritrovavamo in giro per il mondo a rimediare dove della sanità pubblica ai padroni non importava un frego, tipo in Calabria. E quegli insegnanti, che te li ritrovavi nelle foreste, nei deserti, nelle metropoli, nei villaggi, a rimediare a chi le sue genti preferiva tenerle incolte, inconsapevoli, neanche padrone dei propri linguaggi e, quindi, pensieri. E la musica e la cultura, anche alta, ma popolare, per tutti.

Anche le rivoluzioni invecchiano

Piano piano, le cose un po’ si ossificarono, dalla spontaneità al rito, processo inevitabile, indulgibile, serviva anche quello a tener duro e a farci tener duro. I viaggi organizzati, le inevitabili tappe, la performance dei bimbetti in divisa, i predicozzi dei titolati, in ogni municipio il funzionario del partito che ci faceva il pistolotto, sempre quello, su cosa fosse successo tra Fulgencio Batista e i suoi casinò e Fidel sulla Sierra e le sue campagne della "caña de azúcar", l’imperialismo, i sabotaggi, le legnate ai gringos alla Baia dei Porci.

Poi “il periodo especial”, quando, sparita l’URSS, non si capiva bene da dove incominciare a darsi da fare, là dove le cose per decenni erano arrivate già fatte. Personalmente ricordo come, durante una di quelle lezioni di rivoluzione che si facevano durante le Brigate di lavoro, chiesi al relatore come mai quasi tutti i tetti delle case e capanne di campagna fossero di amianto quando l’isola trasudava di ricca argilla per ottime tegole. Una dozzina d’anni dopo, erano ancora di amianto quei tetti. Oggi non so.

Molte cose del dopo non le so, ho smesso di andare a Cuba perché andavo in Palestina e da quelle parti, o in Irlanda del Nord, o in altri paesi dell’America Latina dove ci si provava, o dove si resisteva: Venezuela, Honduras, Nicaragua, Ecuador, Bolivia, Messico… (è rimasto il Messico). Ma anche perché la ripetizione delle formule, la mancanza di varianti e cambiamenti viene un po’ a noia, le ville con giardino nei viali ombrosi sulla collina che, all’Avana, guardavano dall’alto e dalla forza del peso=dollaro dei privilegiati (serviva valuta pesante per comprare ciò che una volta arrivava gratis) un centro storico fatiscente, dove formicolava una massa diseredata condannata al peso=peso. E sul Malecòn incontravi tanta disponibilità per distrazioni e affarucci…

 

Nulla di tutto questo ci avrebbe mai portato ad abbandonare Cuba, a perdere fiducia nei suoi cittadini, tutti eroi per oltre sessant’anni, come pochi nella Storia umana, davanti a un orco genocida che non ha smesso un giorno di stringere il cappio. E poi chi siamo noi per giudicare? E neanche oggi, quando tocca abbandonare un gruppo dirigente che, come quello venezuelano, ha preferito sopravvivere, lui, in ginocchio. Facendo morire, lui, un intero popolo e un futuro senza capitalismo per tutti noi. Attenuanti? Eccome.

Cuba, la Gaza degli USA

Per 67 anni il bloqueo USA, rafforzato da molti altri paesi vassalli, ha costituito il principale ostacolo allo sviluppo economico e sociale del paese. Che, a dispetto di questo mostruoso strangolamento, si è dato la migliore sanità, la migliore istruzione, la più bassa mortalità infantile, la maggiore aspettativa di vita di tutto il continente. E ci ha rimesso vite, sofferenza, carenze di mezzi essenziali. L’80% dei cubani hanno vissuto tutta un’esistenza sotto gli effetti genocidi dell’embargo. E chi se l’è presa per questo con il proprio governo è una minoranza infima e di dubbie motivazioni.

Ora i due Ordini Esecutivi firmati da Trump il 29 gennaio e 1.maggio, hanno esasperato l’asfissia di una punizione collettiva il cui carattere criminale avrebbe dovuto suscitare interventi ben oltre gli sparuti rifornimenti di combustibile, o di aiuti umanitari, di qualche paese che si dice amico e osservante della legalità internazionale. E qui entra in gioco il discorso sull’abbandono di Cuba di cui tutti siamo responsabili, ma soprattutto coloro che si definiscono grandi potenze, multipolari, avverse a colonialismo e imperialismo. Dove sono? Dove sono i BRICS? Hanno esibito un ripiegamento in difesa del cui carattere autolesionista avrebbero dovuto rendersi conto.

I 1.400 MW che servono a illuminare, far funzionare e camminare Cuba non possono essere distribuiti perchè il carburante richiesto dai generatori è negato dal blocco. Le 20 ore di blackout al giorno riducono l’illuminazione, la confezione di cibo, l’accesso all’acqua potabile, le comunicazioni digitali, i servizi di TLC e TV, tutti i servizi di base.

Non solo Gaza: infanticidio

Al 15 giugno gli Ordini Esecutivi hanno contribuito a privare del diritto alla vita almeno 1.800 bambini, risultato del raddoppio del tasso di mortalità infantile. Si è passati da 4,0 per 1000 nati vivi a 9,9. Dall’85% di sopravvivenza di bambini affetti da cancro si è scesi al 65%. 100mila cubani restano in lista d’attesa per interventi chirurgici salvavita o ricostruttivi, di cui 12.000 bambini. 2.900 cubani, affetti da insufficienza renale cronica, hanno dovuto rinunciare al trattamento emodialitico.

Più di 100.000 bambini cubani non ricevono più il litro di latte quotidiano sovvenzionato dallo Stato, perché la mancanza di carburante ne impedisce il trasporto. Ai territori arriva appena il 50% del bisogno di farina e il peso del pane razionato, distribuito ai cittadini ogni giorno, è sceso da 80 a 60 grammi.

170 container con prodotti di base per 6,3 milioni di dollari e 11.000 tonnellate di viveri del Programma Alimentare Mondiale non vengono distribuiti per mancanza di carburante e relativi trasporti.

Solidarietà internazionalista? Non usa più.

Quanto all’allineamento internazionale al bloqueo USA, sotto minaccia di sanzioni secondarie, che sicuramente non sono state violate da sparute spedizioni di petrolio, ne risentono produzioni, come le minerarie ed energetiche, e soprattutto quello che in questi decenni è stata il pilastro dell’economia cubana, il turismo. Le principali compagnie di navigazione, come la francese CMACGM, o la tedesca Hapag-Lloyd, non accettano più destinazioni cubane. Numerose compagnie aeree, come Turkish Airlines, Air France, Iberia, Air Canada e tutte le statunitensi, hanno cancellato i propri voli per Cuba. Così alcune delle maggiori catene alberghiere internazionali tipo la Blue Diamond, con i suoi 60 hotel, la Melià e l’Iberostar con i loro 27.

La banca internazionale che processava le operazioni con Cuba utilizzando VISA e Mastercard, ha sospeso ogni rapporto. Vale anche per tutte le società minerarie che estraevano minerali, zinco e nichel, una delle rare fonti cubane di valuta estera. Sanzioni sono previste contro chi insiste a intrattenere rapporti operativi con AMISTUR, l’agenzia di viaggi di Stato cubana.

Al di là dell’immaginabile la criminalizzazione, sancita nell’Ordine Esecutivo del 1.maggio, delle donazioni di individui o imprese. Oggi sarei suscettibile di provvedimenti punitivi per aver donato ai cubani la mia moto. Provvedimenti che sono già stati presi per associazioni USA come Code Pink, People’s Forum, ANSWER, o la Trilateral.

Il diritto internazionale giace frantumato al suolo. Prima di scandalizzarsi dell’incredibile, e nelle sue dimensioni totalizzanti del tutto imprevisto, testacoda della dirigenza cubana, con conseguente paralizzante attonimento di un intero mondo, teniamo conto di questi 66 anni di strisciante strangolamento, culminati con la definitiva condanna a morte pronunciata da Trump con i suoi Ordini Esecutivi. Con un’umanità ammirata e solidale che però, alla fine, è rimasta a guardare.

Da quando, con una rivoluzione di avanguardie e di popolo, si è scrollata di dosso la servitù coloniale yankee, Cuba se l’è dovuta vedere con una manica di farabutti eletti presidenti USA, di cui neanche uno le ha lasciato un attimo di respiro. Una combriccola maniacalmente guerrafondaia, eletta sempre dallo stesso gruppo di potere oligarchico-imperiale, composto da gente mediamente sottocolta, rozza, psicolabile, profondamente ignorante. Da Kennedy, quello meno peggio, che ha azzardato l’invasione, ma poi è stato l’unico ad aver capito che era meglio lasciar correre (e l’ha pagata), attraverso Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush Sr, Clinton, Bush Jr, Obama, Trump, Biden, Trump. Personaggi per i quali ci vuole un assembramento di zeri spaccati in coscienza ed etica, come quello della Meloni, per sfigurare.

Dal giusto punto di vista di Cuba, trattasi di un’associazione a delinquere e una banda di torturatori, come simboleggiata dall’innesto nell’isola del tumore Guantanamo, senza pari nella storia. A cui ha saputo resistere. Grazie anche a grandi paesi e tanti popoli che ne sostenevano la marcia. Una presenza, una solidarietà che, pur avendo riconosciuto l’isola bandiera di un mondo altro, multipolare, sovrano, hanno ora risolto di ripiegare su se stesse, contaminandola di rinunce e portandola a desistere.

Forse questa vicenda ha un’origine lontana: quando Krusciov ritirò i suoi missili da Cuba e poi tutti i dintorni della Russia si affollarono di missili USA.

176 chiodi nella bara della rivoluzione cubana

La via l’ha aperta il gruppo dirigente venezuelano che, in un colpo solo s’è venduto il presidente con moglie e l’intero paese con la sua storia, il suo futuro, la sua lotta. E, a proposito di quanto andrò scrivendo ora sul processo di involuzione cubano, addirittura più estremo e senza scrupoli di quello venezuelano (che lasciamo in coda), voglio precisare ancora una volta che a essere rivoluzionaria è la verità. Non l’affannosa, e spesso interessata, difesa di qualcosa che non è difendibile perché chi si pretende di difendere a ogni difesa ha rinunciato. Far finta che un colpo mortale sia una ferita per la quale basta il cerotto, un po’ di fisioterapia, significa fornire un assist all’autore del colpo mortale. Significa diffondere mistificazione e impedire un processo cognitivo liberatorio. Significa colpire alle spalle chi prova a opporsi. E rischia la rappresaglia del traditore.

Quella comunicata dal governo cubano non è una mediazione, un compromesso, una parziale attenuazione della luce come i difensori dagli interessi consolidati ci vogliono far credere che sia la svendita venezuelana. Non è la sostituzione di una boa luminosa al faro che dissipava il buio e indicava ai naviganti il raggiungimento della meta. E’ lo spegnimento completo, l’oscurità totale, non più il salvifico faro, ma lo scoglio contro cui si frantuma e affonda la nave.

Ci vorrebbe un volume per elencare e illustrare le 176 misure e le relative ricadute. Limitiamoci all’essenziale, quanto basta per introdurre nell’isola del Che e di Fidel un quanto più fedele modello di antisocialismo. Se Washington ha vissuto sei decenni nel timore di un contagio cubano nel subcontinente e nei Caraibi, oggi se lo può augurare.

Dal 1. Gennaio 1959 al 17 giugno 2026, dallo Stato al privato

Il 17 giugno 2026 non lo dimenticherà nessuno. Come non si è mai dimenticato il 1. Gennaio 1959, festa della rivoluzione cubana. 67 anni, se non tutti di rivoluzione, tutti di resistenza. Poi 176 riforme presentate la settimana scorsa dal presidente Miguel Díaz-Canel a nome del Plenum del Comitato centrale del Pcc, riunito mercoledì in sessione straordinaria. Vediamo le più strategiche, quelle che nella loro presentazione, il presidente Diaz-Canel e Raul Castro hanno definito “trasformazioni che mirano a preservare il socialismo”. A noi richiamano, oltra ad Adam Smith, certe misure di Cottarelli, Monti, Draghi, Renzi, il Jobs Act, con le quali anche noi ci saremmo avvicinati al socialismo.

L’apertura ai meccanismi di mercato è totale e non se ne scorgono eventuali ammortizzatori socialdemocratici: capitale privato, investimenti stranieri, sistema bancario privato, azionariato e dividendi, dollarizzazione, decentramento economico in mani private fine della pianificazione.

Un mercato mal temperato

Aziende statali che si possono muovere sul mercato colme imprese private, con relativa flessibilità salariale che si intravede dipendere più dal rapporto costi-benefici come valutati dalle imprese più che dal lavoro e dai bisogni del lavoratore, la produzione agroalimentare, fondamentale per garantire l’eguaglianza sociale e il soddisfacimento degli interessi istituzionalmente garantiti, affidata a imprese private, così come forniture e filiere produttive varie.

Partecipazione all’economia di attori privati stranieri e di cubani emigrati (la famelica “mafia di Miami”, Rubio in testa!). Meno assegnazione pubblica di risorse e maggiore utilizzo delle condizionalità di mercato. Combustibili affidati a capitale privato e straniero (vedi la ley de hidrocarburos venezuelana). Prezzi liberalizzati, riforma salariale e pensionistica (in che direzione?). Import ed export affidati in buona misura a privati. Come gli affari immobiliari, le attività turistiche, i porti. Protagonismo privato nel commercio, nell’ospitalità, nelle TLC, nel digitale e nei servizi.

E’ sancito che qualsiasi attività economica è lecita, come lo sono le fusioni, liquidazioni e ristrutturazioni. La scala salariale di Stato è eliminata e viene lasciata alla libera determinazione di ciascuna azienda secondo le proprie capacità economiche. Fine dei sussidi permanenti, possibilità di affittare beni statali, imprese statali trasformate in società per azioni che possono gareggiare alla pari con quelle private ed essere vendute ad aziende private e a persone fisiche.

Quando i terremoti vengono opportuni

Non tutto è finito. La Storia non prende mai un vicolo cieco. Partendo da Cuba e dal Venezuela, è difficile, nel quadro latinoamericano segnato da questi sviluppi, trovare spiragli che facciano entrare aria respirabile. Siamo di fronte a un processo di restaurazione capitalista ed imperialista che in pochi anni ha spazzato via molto di quanto aveva fatto del continente un protagonista del Sud globale.

A tutto questo processo di vera e propria disgregazione della comunità nazionale si è ora aggiunta, a Caracas, la spaventosa mazzata del terremoto. Fa riflettere, comunque, una coincidenza tra sisma e aggressione imperialista che fa il paio con quella della Siria, dove il terremoto del 2023 colpì proprio quando gli sbranatori turco-israelo-curdo-statunitensi stavano allestendo la soluzione finale per il grande e nobile paese arabo. Magari fa riflettere sul potenziale della geoingegneria a fini di sistemazione geopolitica. Ma fa soprattutto riflettere sull’altezzoso giudizio degli “esperti” di come sia stata possibile che la Siria di Assad, dopo 14 anni di guerra, fame determinata dalla sottrazione delle zone di produzione (i curdi con gli USA e Israele) e un terremoto spaventoso, sia “crollata così miseramente”.

 

Il crollo del caposaldo rivoluzionario e del riscatto anticolonialista è stato preceduto da chi, quasi tre decenni fa, ne aveva colto, adottato e adattato il messaggio. Prima della Cuba del Che e di Fidel, il Venezuela di Chavez e di Maduro. Mentre nel primo caso abbiamo dovuto assistere alla demolizione di tutto l’edificio politico, sociale e culturale, nel secondo si è tentato di mantenere in piedi la facciata, a copertura di un edificio dall’arredamento sostituito. Ma all’interno del quale coscienza e volontà del popolo non hanno potuto essere soffocate.

Nel Venezuela c’è un quisling e c’è un popolo

Da mezzo mondo giungono a Caracas soccorsi per rimediare agli effetti più immediati del terremoto. A coloro, che tra le giravolte dialettiche gli impongono le evidenze della resa del nuovo vertice venezuelano, consiglio di documentarsi su quanto la “presidente a interim”, Delcy Rodríguez, con il presidente rapito tuttora incarcerato a New York, dedica a Donald Trump. E non la fa in un formale messaggio diplomatico, né in un sussurro a porta socchiusa. No, lo ha esclamato a voce piena, a microfono aperto sul suo paese violentato e sul mondo. con tutta la solennità di chi firma un documento di capitolazione, se non di complicità: “Venezuela non dimenticherà mai la mano che hai teso al nostro popolo in queste ore così dure”. Destinatario: Donald Trump, il rapitore e carceriere del presidente e uccisore dei cento che provarono a difenderlo.

L’uomo nella foto è Juan Contreras, portavoce, nel distretto proletario della capitale “23 de Enero”, della Coordinadora Simon Bolivar. Lo incontrai una decina d’anni fa e da lui mi feci mostrare cosa fossero le Comuni, la gestione territoriale autonoma, l’autosviluppo, l’autosufficienza, l’autodeterminazione, integrati nel quadro nazionale. E’ un attacco senza remore e una severa lezione a chi si ostina a trovare ragioni e attenuanti per Delcy e Jorge Rodriguez e la transizione, da loro imposta, dallo Stato al potere privato, interno ed esterno.

Da Contreras è stato diffuso il 15 giugno scorso un documento in cui quello che, fin dalla rivolta contro la dittatura di Jimenez nel 1958 e poi, nel cuore del processo bolivariano, è stata la punta avanzata delle trasformazioni rivoluzionarie venezuelane, si lancia una sfida al vertice “riformista”. Ribadendo la determinazione alla difesa delle conquiste sociali e politiche da parte di quello che Contreras ribadisce essere un popolo cosciente e mobilitato, nel documento vengono denunciate operazioni repressive congiunte, in atto tra polizia e unità militari della DEA, l’ente anti-narcotraffico degli USA da sempre complice in America Latina sia dei narcos, sia delle operazion controrivoluzionarie.

Si tratterebbe di interventi in realtà sociali fatti passare per operazioni contro organizzazioni criminali, secondo la mistificazione di un Trump che rapisce Maduro perché narcotrafficante e attacca Petro, presidente di sinistra della Colombia, per lo stesso motivo. Sono operazioni combinate tra nuovo governo e USA, denuncia Contreras, che mirano alla decapitazione fisica dei centri di resistenza popolare e alla neutralizzazione di ogni opposizione al processo di cessione a interessi privati e stranieri delle risorse del paese. Viene significativamente ricordato che fu il segretario di Stato Rubio a pretendere che in Venezuela si disarmassero i collettivi della mobilitazione popolare.

Colombia, torna “l’Israele dell’America Latina”

 

Dopo quella, amarissima, di Cuba e del suo rientro a passo di corsa nel capitalismo come dettato da Washington e terroristicamente perseguito da Miami per sei decenni, la notizia peggiore del momento è l’altro rientro nel cortile di casa dettato dalla dottrina Monroe, ora Donroe.

Col Venezuela e con la vicina Colombia (i paesi che Bolivar aveva voluto uniti) da Gustavo Petro riscattata alla sovranità e all’antimperialismo, il Cono Sud aveva costituito, prima dell’episodio Maduro, una testa di ponte che, a nord, si collegava, al Messico, passando per il corridoio rosso di Cuba, Nicaragua e Honduras; e, a sud, a Perù, Bolivia, Ecuador, Brasile. Di quest’ultima “zona di conforto” non resta che il Brasile rosé di Lula, se non altro un eminente esponente dei BRICS che ogni tanto si fa sentire a Washington e non rinnega i rapporti fattivi con la Cina. Negli altri tre paesi, prede di convulsioni tra veri e propri golpe e manomissioni elettorali, al momento regnano i personaggi prescelti da Donroe

Uno Zelensky a Bogotà

Per l’Intelligence israeliana, che oggi è accusata di aver svolto con i suoi hacker un ruolo nei conteggi delle elezioni che hanno sancito la vittoria del candidato trumpista Abelardo de la Espriella, con un vantaggio dello 0,95% sul rivale di sinistra, Ivàn Cepeda, la Colombia era l’occhio puntato sull’intera America Latina. Fondamentale fu, nel golpe contro l’Honduras di Mele Zelaya, che seguii nel 2009, l’intervento del capostazione del Mossad in Colombia.  Per gli USA che, nei lunghi decenni, 2002-2022, del regime di Alvaro Uribe (vedi foto) e dei successori da lui coltivati, avevano qui stabilito sei delle maggiori basi militari nel continente, il paese andino era un prezioso centro di irradiazione di influenze, pressioni, operazioni, contro i ricorrenti processi “eversivi”.

Capitale mondiale della coltivazione e del traffico di stupefacenti, dai beneficiari bancari negli USA e nei paradisi fiscali, con i famigerati narcosovrani alla Escobar, i cartelli di Calì e Medellin, milizie paramilitari manovrate da governi amici a fine di stabilizzazione degli assetti voluti, era l’insostituibile presidio imperialista regionale, quanto lo è Israele nel Medioriente.

Tutto questo entrò in crisi il 7 agosto 2022. Crisi determinata vuoi dal contagio venezuelano, vuoi dalla crescente insofferenza della popolazione extraurbana, anche dotata di una forte opposizione armata, le FARC. Popolazione eminentemente agraria, spesso espulsa dalle sue terre a vantaggio dei narcos, il 7 agosto 2022. Quel giorno le elezioni consacrarono presidente Gustavo Petro (vedi foto), già sindaco apprezzatissimo di Bogotà, leader della coalizione di sinistra “Pacto Historico”.

La Colombia non fu rovesciata come un guanto, difficile in un unico mandato di 4 anni, i cartelli non furono del tutto debellati, la redistribuzione della ricchezza nazionale era ai primordi. Ma intanto non erano più il Pentagono e la CIA a dettare gli ordini del giorno e le provocazioni verso il vicino Venezuela e il sostegno ai caudilli di Ecuador e Perù erano cessati. Ai “suggerimenti” di Washington si rispondeva “la sovranità è nostra”.

 

In Colombia, perduti nella fase che sembra prevalere i paesi minori, ma resistendo il Messico di Claudia Sheinbaum alle pesanti pressioni di Trump, si è giocata una partita fondamentale per il futuro del continente. Gustavo Petro, presidente in carica fino all’8 agosto, aveva denunciato brogli e messo in discussione i risultati del ballottaggio. Si dichiarava in attesa degli esiti definitivi, quando comunicati dallo scrutinio ufficiale, e aveva chiesto ai cittadini di evitare atti di violenza.

Con ragioni particolarmente buone erano stati contestati i 170.000 voti a favore di Abelardo, raccolti nei seggi allestiti negli USA, vietati al controllo dei consoli onorari nominati da Bogotà e più o meno equivalenti al vantaggio percentuale conseguito da Espriella (analoga anomalia viene denunciata un Perù, dove i voti nei seggi all’estero sono tutti per Kiki Fujimori, la candidata di Trump).  Ma il 25 giugno, Ivan Cepeda poneva fine a ogni incertezza riconoscendo la vittoria di Espriella, detto “El Trigre”. Si torna alla “normalità”.

 

 

 

Onda su onda

 

Normalità tragica per un paese dalle diseguaglianze abissali, con un presidente organico alla tradizione sanguinaria del narcofascismo, garantito dal paramilitarismo e dall’ombrello israelo-statunitense.

L’orizzonte è buio e avanza. Dopo Milei a Palazzo Chigi e naturale che tocchi a Espriella. E’ la tendenza generale. I suoi promotori non desisteranno fino a quando la guerra, che ne costituisce la ragion d’essere, non la seppellirà. Come nel 1918, come nel 1945.

Ma abbiamo un bagliore che squarcia il buio: la vittoria dell’Iran, la resistenza della Palestina. Che è quella di Zapata che muore in piedi per far vivere il suo popolo. A quando un Iran latinoamericano? Non c’è continente più ricco di sorprese dell’America Latina.