martedì 13 ottobre 2026

Fulvio Grimaldi --- RITIRO USA – VINCE SADDAM --- Damnatio memoriae, come uccidere un uomo morto

 



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Un ritiro che sa di fuga

La Storia ha le sue vendette di verità e giustizia. Nei giorni scorsi si è completato il ritiro delle truppe e basi statunitensi dall’Iraq. Via anche gli italiani, che non si capisce per cosa diavolo dovessero star lì. Aspettare un’altra Nassiriya? Parzialmente il ritiro (fuga?) era già stato attuato nel 2011, sotto la pressione di una resistenza “saddamita” che aveva reso la presenza troppo costosa, nonostante la rapina del petrolio. Gli Usa si ripresentarono in armi nel 2016, col pretesto di combattere l’ISIS, o Stato Islamico, insomma la solita Al Qaida della strategia False Flag inaugurata con l’auto-attentato alle Torri. In effetti quarta forza armata imperialista, dopo quelle ufficiali di terra, aria, mare, da fingere di combattere, ma da sostenere per riprendere il controllo del paese sotto falsa bandiera.

Il fine del rientro nel 2016 era l’opposto. Si trattava di sostenere questo mercenariato rastrellato nei paesi islamici, coltivato e addestrato in Turchia, finanziato da quelli del Golfo e in evidente sintonia con Israele che, nei suoi ospedali, ne rimetteva in sesto i feriti. Era la forza d’urto proxy sia in Siria, contro il governo antimperialista e antisionista di Assad, sia in Iraq, dove veniva messa in difficoltà da una nuova resistenza nazionalista, quella delle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), eminentemente scite, ma non solo. 

In Siria sappiamo come è andata a finire: il capo terrorista, i cui tagliagole avevano seminato indicibili orrori in uno dei paesi più evoluti del Sud del mondo, è oggi l’universalmente riconosciuto e perfino celebrato presidente di un paese distrutto. Il cuore della resistenza araba squartato e ridotto a campo di contesa tra turchi e israeliani, mentre entrambi competono con il nuovo affidatario nell’eliminazione politica ed etnica di quanto rappresenta potenziali indocilità.

In Iraq non è andata così. Dopo il ritiro degli USA a Baghdad c’è un governo, come più o meno tutti quelli da vent’anni a questa parte, in bilico tra adeguamento ai termini di un controllo statunitense su economia e gestione delle risorse energetiche, e allineamento agli interessi iraniani per la salvaguardia di poli di resistenza regionale. Qui, questo polo è rappresentato dalle UMP alle quali va assegnato un ruolo decisivo nella recente decisione USA di togliersi dagli impicci.

Questa non può non essere interpretata come una delle più significative sconfitte strategiche subite nella regione. Se la combiniamo con la disfatta in Iran, abbiamo un uno-due da knock out. Ben simboleggiato dalla battaglia in cui il finto nemico ISIS, cui il Trump del primo mandato aveva commissionato la conquista di Mosul, veniva sbaragliato dalla forza congiunta dell’esercito iracheno e delle Unità di Mobilitazione Popolare. Si potrebbe argomentare che il ritiro degli USA, con inevitabili ripercussioni sul controllo delle risorse petrolifere, e il loro allontanamento strategico dai confini con l’Iran, con cui sono in guerra, abbia avuto il suo innesco nella vittoria irachena a Mosul.

Detto questo sugli accadimenti di questi giorni, ciò che mi interessa illustrare qui è una nemesi. Nemesi è una  dea greca. Rrappresenta la giustizia ineluttabile che punisce una colpa, ristabilendo l'equilibrio. E Nemesi ha operato per il ristabilimento dell’equilibrio, seppure a distanza di vent’anni (cosa sono per una dea greca?), compromesso e dissacrato dal traditore della patria che s’ingrazia il conquistatore offrendogli il massimo dei sacrifici: la testa del nemico

Nemesi, ristabilire l’equilibrio

Il 30 dicembre del 2006 il presidente legittimo dell’Iraq veniva impiccato sotto supervisione degli occupanti statunitensi, tra ingiurie e percosse degli sgherri di un capopopolo tribale, Moqtada al Sadr, buono per ogni stagione, saudita, statunitense, o iraniana che fosse.. Una sentenza dettata dalla volontà del vincitore al termine di un processo-farsa, durante il quale tre avvocati dell’imputato vennero assassinati e numerosi testimoni a difesa furono espulsi, percossi, incarcerati.

Agli invasori di Washington, arrivati a Bagdad nella marea nera della menzogna sulle armi di distruzione di massa, che gli avevano assicurato la vita e un salvacondotto per l’estero se avesse ordinato alla resistenza di arrendersi, ha opposto lo stesso rifiuto con cui “l’uomo degli americani” per trent’anni aveva risposto alle offerte, blandizie e provocazioni dei gangster del Nord. Perfino all’offerta della fine delle ostilità e di un salvacondotto se solo avesse riattivato l’oleodotto Kirkuk- Haifa

Oggi mi trovo qui, davanti a una tastiera, per rivendicare una verità che è quella che vive nella memoria e nella coscienza degli iracheni e, parzialmente, anche nella mia, visto che, dal 1977 alla caduta del 2003, sono stato cronista degli iracheni, ne ho conosciuto i valori, vi ho avuto grandi amici, ho vissuto la loro vicenda gloriosa e tragica, ne sono stato corrispondente da Roma per i quotidiani Ath Thawra (“Rivoluzione”) e Baghdad Observer.

Capitai per la prima volta in Iraq nell’autunno del 1977. Ne potei avere conoscenza approfondita grazie a un incontro fortunato. Nasif Awad era il direttore di Ath Thawra, il più importante quotidiano del paese. Palestinese scampato alla Nakba, era uno dei migliori giornalisti che abbia mai conosciuto. Di raffinata intelligenza, grande sensibilità ed empatia, vasta cultura antica e profonda conoscenza del mondo arabo in lotta per la liberazione dal colonialismo, mai del tutto vinta. Quando, nella primavera del 2003, arrivati i barbari a Bagdad, arrivò anche la fine della mia frequentazione di un quarto di secolo del paese più progredito del “Terzo Mondo”, il retaggio che mi portai via e che mi ha aiutato a tracciare un percorso sistematicamente fuori dalle deformazioni dell’ “Orientalismo”, lo devo a quel palestinese che mi aveva regalato l’Iraq.

Due guerre e una pietra d’inciampo

Saddam Hussein? Capitolo chiuso, codificato, consegnato ai posteri, archiviato: brutale dittatore, violatore dei diritti umani (garantiscono Amnesty International e Human Rights Watch). Poi, anche peggio, finto patriota ed effettivo “uomo degli americani”, “armato dagli americani contro l’Iran di Khomeini” (è successo il contrario, tanto che col ricavato gli USA alimentarono i loro Contras in Nicaragua). Insomma un doppiogiochista, un baro.

Qui L’AntiDiplomatico mi consente di proporne una catarsi, la purificazione dalle deformazioni a cui ogni popolo e ogni umano ha diritto. Poi, inevitabilmente, ci sarà chi la contesterà con il sostegno decisivo di una pubblicistica occidentale nella quale non ha scampo qualsivoglia presenza che non condivida i nostri valori, o vi si pieghi, disobbediente a come le cose dovrebbero essere viste e raccontate. Ma questa mia andava detta. 

Marzo 2003, ho visto arrivare a Bagdad le truppe statunitensi, ed è stato un trauma per chi, come il sottoscritto, aveva condiviso, fin dalla prima visita nel 1977, l’esperienza di grande successo di una rivoluzione socialista “all’araba”, e di emancipazione dal colonialismo. Esperienza protrattasi per oltre mezzo secolo, a dispetto di complotti innescati dall’esterno, di conflittualità etniche e religiose, anche queste alimentate da fuori, di una prima guerra mossa dall’Impero nel 1991 (condotta da un’ “Alleanza dei Volenterosi”), da anni di feroci bombardamenti di Clinton su genti e strutture, di una seconda guerra, come la prima di natura genocida grazie all’impiego, devastante nei secoli, dell’uranio impoverito.

Ne ho visto i raccapriccianti effetti, una generazione di nati cancellata, altre a seguire contaminate e deformi. A partire da quella colonna di soldati iracheni in ritirata accompagnati da migliaia di civili in fuga su vetture, autobus, ambulanze, sadicamente inceneriti tra Kuweit e Bassora, sull’Autostrada 80, quella che divenne “I 100 km della morte”. Uomini, donne, famiglie, in gran parte palestinesi, sudanesi ed egiziani, sono stati sterminati senza che potessero, o volessero, opporre alcuna resistenza. Bombe a grappolo, all’uranio impoverito, incendiarie, che incenerivano togliendo l’ossigeno. Nessun giornalista o fotografo venne ammesso allo spettacolo ‘apocalittico’ della strage – così lo  definì il maggiore americano Bob Williams – prima che migliaia di cadaveri carbonizzati fossero seppelliti. E ci vollero tre giornate.

Noi sviluppati e civili, loro sottosviluppati e…

E noi, italiani, eravamo lì, “Volenterosi” dell’imperialismo genocida, comandati ad ammazzare e a farci ammazzare. A commuoverci e a indignarci solo quando qualcuno provò a difendersi e rispondere, a Nassiriya, dove per diventare eroi toccava morire. E neanche per la patria, che da quelle parti non c’era proprio. O, piuttosto, c’era stata messa, infilata dalla propaganda del nostro padrone nell’immaginario collettivo. Eroi a loro insaputa. Vittime del Grande Inganno. Oggi ce stanno a riprova’.

Nell’iconografia dei paesi del mondo che allora ci veniva rappresentata, noi dell’Occidente euroatlantico, eravamo per definizione universalmente, quelli “sviluppati”, “avanzati” e, ça va sans dire", civili. Gli altri, quelli del Sud, erano trapassati dal colonialismo civilizzatore ai regimi (mai governi), inesorabilmente autocratici, languenti nel sottosviluppo o, al meglio, in via di sviluppo, sotto l’immancabile tacco del “dittatore”. Che spesso aveva l’addizionale difetto di essere stato alla guida della lotta di liberazione anticoloniale.

Marchiarlo di dittatore rendeva implicitamente il suo popolo destinatario, vittima,  dell’importazione di diritti umani e democrazia, valori che giustificavano il ritorno, in versione neocoloniale, del “fardello dell’uomo bianco”. Poi, chi tra noi e loro, fosse il progredito, lo sviluppato, l’equo, ce lo dicono i dati sociali che qui sotto riporto.

Torniamo a Saddam. Non sono, forse, suoi seguaci, non hanno Saddam sui vessilli, coloro che oggi sono militanti di un Asse della Resistenza che, per gli strani giri che fa la Storia, fa riferimento proprio al paese e al popolo con cui l’Iraq di Saddam si scontrò? Ma, che lo sappiano o no, se l’obiettivo è la libertà e l’indipendenza, nel momento in cui al nemico vero e perenne hanno imposto di levare le tende, di Saddam sono testimoni ed eredi.

Ciò che qui ricordo del leader del paese arabo con cui, a parte la Palestina, ho avuto la maggiore intimità, credo che non verrà condiviso da molti nel nostro mondo. Se riesce a sopravvivere e a imporsi una balla di 2000 anni fa, come quella su Nerone strimpellatore pazzo incendiario, figurati se si può scalfire l’immagine impostaci per cielo, terra e mare da un’armata politico-mediatico-accademica dalla potenza di fuoco senza precedenti. In compenso, però, i miei ricordi si sposeranno con quanto di Saddam allora pensavano e oggi ricordano i cittadini di questo antico cuore della Mesopotamia, sapendo distinguere tra il grano dei fatti e il loglio dell’hasbara e sue succursali.

L’Iraq di Saddam

Saddam era l’iracheno che, dopo aver guidato due rivoluzioni contro il regime colonialista e contro la destra reazionaria, in trent’anni ha costruito la nazione più progredita, socialmente giusta, coerentemente antimperialista e antisionista dell’intero Medio Oriente. Ha fatto sì che il suo paese reggesse, anche in virtù della forza che gli veniva da un’identità millenaria - i sumeri semiti come gli achemenidi persiani e come le dinastie faraoniche - contro incessanti aggressioni, complotti filo-occidentali, attentati, rivolte istigate dai neocolonialisti, embarghi genocidi, la guerra con l’Iran scatenata su istigazione USraeliana.

Uno Stato che noialtri ci impuntavamo a condannare perché “autocratico”, per la spocchiosa indisponibilità a comprendere imprescindibili condizioni storiche e culturali che imponevano altri percorsi verso la modernità e l’emancipazione. Ha rappresentato, con il consenso della stragrande maggioranza del suo popolo, l’estremo baluardo della resistenza laica e socialista alla rivincita imperialista, all’espansionismo israeliano, al dilagare della vandea integralista.

Ha costruito diritti umani collettivi, quelli che contano nel riscatto di un popolo dopo millenni di dominio e depredazioni di tirannie esterne, dai mongoli ai britannici: alfabetizzazione, sanità, istruzione, lavoro, casa, benessere, sviluppo industriale, emancipazione delle donne, il rispetto delle minoranze (primo paese ad aver concesso ai curdi autogoverno e autonomia istituzionale). E, di conseguenza, l’esplosione di una creatività letteraria e artistica senza pari nella regione, il sostegno incessante a popoli perseguitati, palestinesi in testa, il ruolo di polo aggregante per le forze rivoluzionarie arabe e del Sud del mondo.

 

Tu uccidi un uomo morto

Tutto questo è stato sepolto, con l’ottusa complicità delle sinistre internazionali, da una campagna di diffamazioni contro l’uomo e la sua opera, dall’intento, evidente a chiunque non si disponesse alla lobotomizzazione politica e mediatica, di impedire che all’Iraq di Saddam e del Baath, la società veramente civile, le masse private di ruolo politico, le classi sfruttate, i popoli oppressi, le avanguardie di lotta, offrissero quella solidarietà che, in altri tempi, aveva sostenuto la decolonizzazione, le guerre di liberazione nazionale, le rivoluzioni socialiste. A partire dall’altro grande esempio arabo, l’Algeria.

A un gruppo dirigente espresso dalla volontà di emancipazione del suo popolo, impegnato contro tutto e contro tutti a costruire uno spazio di benessere, sovranità e dignità, si pretendeva di imporre il modello di borghesie sedicenti democratiche. Borghesie che alle spalle non avevano solo secoli di oppressioni dispotiche, ma il Rinascimento, il riscatto illuminista, la rivoluzione francese e quella russa. Liberatosi nel 1958, a prezzi di sangue altissimi, dell’ultima e più brutale dominazione straniera, quella britannica, l’ipocrisia occidentale, cristiana, bianca, esigeva che la società irachena, quella araba in generale, maturassero nelle istituzioni, prima ancora di una coscienza collettiva con radici nel proprio passato, le forme di governo con le quali dalle nostre parti ci si vanta di essere i migliori. I migliori, come si vede meglio ogni giorno, a ingannare, sfruttare, condurre guerre, sterminare. Una pretesa antiscientifica, prima ancora che ipocrita e immorale.

Oggi con la dipartita definitiva del colonizzatore-invasore-predatore, c’è spazio per demolire la colossale muraglia di menzogne – dalle armi di distruzione di massa ai curdi gassati, dagli sciti repressi ai comunisti sterminati, dai grotteschi sadismi all’ “uomo degli americani” – con cui i mostri della guerra e del vampiraggio hanno seppellito la verità.

 E soprattutto hanno provato a farci togliere lo sguardo dagli orrori del fosforo su Fallujah, una città bruciata dal primo all’ultimo cittadino, delle torture praticate dalle SAS britanniche a Nassiriya, dagli orrori indicibili nel carcere dei militari USA di Abu Ghraib.

 US to release pictures of prisoner abuse in Iraq and Afghanistan | Torture  | The Guardian

 

 

Despota feroce, sterminatore di minoranze, utilizzatore di armi di distruzione di massa, e, per grottesco paradosso, “uomo degli americani, armato dagli americani”, per uccidere oltre al corpo, l’onore, la credibilità, l’etica. Io, come ogni cronista delle guerre in Iraq, ho potuto constatare de visu che di armi USA in Iraq non c’era neanche una pistola Smith & Wesson. Solo vecchie armi sovietiche.

Fa parte del discredito anche la vicenda della sua cattura, presentata come quella di un barbone nascosto in un buco, sotto un albero pieno di datteri quando di datteri non era il tempo. Il racconto di testimoni iracheni e di marines ci hanno restituito un combattente che, tradito e individuato in casa di amici, si è difeso armi in pugno, è stato messo in ceppi, drogato e torturato. Quindi esibito settimane dopo tra marines sghignazzanti

Al suo popolo Saddam ha saputo portare la gentilezza della dignità e della vita, anche se il prezzo da pagare era quello di non poter essere sempre gentile. Considerato a ragione il massimo ostacolo alla normalizzazione sionista e neocoloniale del Medioriente (nel ruolo oggi dell’Iran), non è stata resa facile la vita al governo (regime, ovviamente, nel caso non sia occidentale) e al suo gruppo dirigente. In prima fila figuravano, accanto a Saddam, i compagni della rivoluzione indipendentista, il suo vice Izzat Ibrahim Al Duri, poi, dopo la morte di Saddam, leader della decennale resistenza, e il cristiano Tariq Aziz, premier, ministro degli esteri, universalmente rispettato. Arrivò fino al Papa per trovare la pace. Da lui, in una mia intervista, ho potuto ascoltare gli innumerevoli, defatiganti e sistematicamente respinti, tentativi di arrivare a un’intesa con gli USA, a una mediazione che evitasse lo scontro.

Minoranze e quinte colonne

Difficile aspettarsi da costoro che conducessero il loro paese come fossero sanitari di Emergency, o un priorato francescano, quando questo loro paese era da tempi immemorabili osteggiato, assediato, calunniato, infiltrato, provocato, aggredito con mezzi diretti o indiretti (colorati), col fine di negargli ogni ruolo nella regione e ridurlo in briciole, colonia o protettorato. Difficile per un Iraq cui, da quando ha avuto l’impudenza di dichiararsi indipendente dai gassatori di Churchill e poi dalle tagliole delle multinazionali, nulla è stato risparmiato. A partire da bombe, sanzioni e dal vecchio schema colonialista di sobillare, con prebende e ricatti, minoranze convinte di essere discriminate.

Al netto della demonizzazione praticata dalle nostre parti con vere e proprie montature alla Srebrenica o Bucha, ci furono indubbi episodi di pesante repressione interna, sia contro la componente scita nel sud del paese, divisa tra lealtà nazionale e richiamo religioso intensamente lanciato da Tehran, sia contro i curdi. Una minoranza il cui ruolo di quinta colonna era coltivato da Israele e USA da anni, qui come in Siria e Iran. I due feudatari a capo delle maggiori tribù curde, Barzani e Talabani, rispettivamente leader del Partito Democratico Curdo e dell’Unione Patriottica Curda, non hanno mai negato la loro intesa con i servizi israeliani e statunitensi e se ne davano vanto.

Ci sono stato, in Kurdistan, quando, per la prima volta nella storia, quattro dei 20 milioni di curdi sparsi in quattro paesi e, ad eccezione di quelli siriani, sempre esclusi e decimati, ebbero riconosciuta la loro identità, un autogoverno con tanto di parlamento, un’università e la loro lingua posta al pari a quella araba. Il loro partito, PDK, era membro della coalizione di governo con baathisti e comunisti. Era la fine di un ordinamento gerarchico tribale di stampo medievale, con la tirannia assoluta di capitribù predatori e narcotrafficanti e quella dei maschi sulle donne. Furono poi un paio di questi capitribù, i Barzani e i Talibani, a vendere, in cambio di un po’ di man bassa sul petrolio iracheno, se stessi e i loro sudditi al predatore straniero.

 

Manifestazione di curdi a Irbil, Kurdistan iracheno

Mi rendo conto che molti tra i lettori di questa inadeguata orazione funebre se ne ritireranno sconcertati, se non oltraggiati nelle convinzioni coltivate in tanti anni con il concime delle calunnie arrivate da orizzonti a 360 gradi. Non mi sottraggo al rischio di perderli, questi interlocutori. Lo debbo alla verità.

Ci sono stato nell’Iraq di Saddam. Sono stato negli anni ’70, ’80, ‘90 nella Baghdad spumeggiante delle accademie d’arte, delle scuole, delle organizzazioni di donne assurte a parità con gli uomini a tutti i livelli della politica e delle professioni, dei sindacati che agli operai costruivano le case, della sanità e istruzione gratuite al pari di quelle cubane, degli ospedali visitati da pazienti da tutto i Sud del mondo, delle università frequentate gratis da milioni di studenti stranieri, di quartieri in crescita secondo i canoni di un’architettura attenta alla storia e alla qualità della vita, del milione di curdi sfuggiti alla morsa di capitribù radicati nel medioevo e spesso agenti del colonialismo. Ero tra contadini per la prima volta padroni della loro terra, tra puerpere che godevano di ferie di maternità doppie delle nostre….

Per la Palestina, nonostante tutto

Netanyahu all’ONU: “Noi siamo la terra della benedizione, questa è la terra della maledizione”

C’ero in Iraq quando l’Occidente decise di farla finita con questo modello di irriverente e pretenzioso “terzomondismo” e si scagliò contro il paese che aveva costituito il “Fronte del Rifiuto” per neutralizzare il connubio israelo-egiziano, sancito nell’accordo Begin-Sadat di Camp David. Pace tra due manipolatori di destini altrui con la quale s’intendeva abbandonare il popolo palestinese all’esito che poi avrebbe preso la forma di Gaza.

L’Iraq di questo disegno, di cui tanti segni promettevano che si sarebbe perfezionato in genocidio, è stato, accanto alla Siria, il massimo oppositore. La più concreta e temibile minaccia contro la sua riuscita. Nel crepuscolo di questo Stato, con il suo popolo ferito a morte, ma che andava raccogliendosi nella resistenza, oggi rinata nelle Forze di Mobilitazione Popolare, l’ultima iniziativa politica lanciata dalla capitale occupata aveva per oggetto e destinazione la Palestina. Un simbolo se mai ce ne è stato uno

Scampato al cannoneggiamento dei tank contro il Palestine, hotel preso di mira perché ospitava giornalisti che si sospettavano amici del paese, in uscita da Bagdad con i Marines alle calcagne, mi trovavo affiancato sul taxi in fuga verso Amman da un pullmino di Stato iracheno. A un posto di ristoro, lungo i mille chilometri di deserto, i suoi passeggeri mi si rivelarono funzionari del Ministero per gli Affari Palestinesi. Con alle spalle più nessun governo e una capitale in fiamme, stavano portando alle vittime dell’entità sionista l’ultima consegna di aiuti: come sempre, per decenni, 20mila dollari alle famiglie dei caduti, 10mila a quelle cui era stata rasa al suolo la casa. Non si sono sognati di intascarli e tornare a casa. Erano nati e cresciuti nell’Iraq di Saddam. Alle loro spalle bruciava il paese in cui non sarebbero più potuti tornare.

 

 

 

domenica 11 ottobre 2026

PRIMA DI ME? IL DILUVIO!

 

PRIMA DI ME? IL DILUVIO!

 


https://odysee.com/@PABLECIDO:b/Senza-titolo345:8

https://odysee.com/@PABLECIDO:b/Senza-titolo345:8?r=HqRbUeTJKHqVcJczZZ1JSMbNFivEPy6s

Avant moi, le deluge

L'espressione francese "après moi, le déluge" si traduce "Dopo di me, il diluvio". Tradizionalmente attribuito a Luigi XV, indica un totale disinteresse per le conseguenze future e per i problemi che colpiranno gli altri dopo la propria fine, o il proprio allontanamento. Insomma dopo di me, il nulla.

C’è chi, e sono soprattutto coloro che la storia la scrivono da posizioni di potere corrente, parafrasa Luigi XV all’incontrario: prima di me il diluvio, cioè il nulla. E fa partire lo stato delle cose dal punto che più gli conviene. Per darne una rappresentazione concreta, mi soccorre un ricordo.

Eravamo, io e Pierluigi Bersani da Floris, a “di Martedì”. Tema, l’invasione-aggressione della Russia all’Ucraina, tema immortale, imprescindibile, roccia su cui erigere la verità nei secoli dei secoli. Una delle vicende più complesse del nostro tempo veniva codificata, pietrificata, nella formula ineluttabile “un aggressore e un aggredito”. Da lì non si scappa, ne va della riuscita di ciò che il destino, la giustizia, la morale e, soprattutto il mercato, ci impone: Russia delenda est.

Fidando nell’immagine che veniva data di un Bersani virtuoso delle metafore bovine, prospettiva un tantino più radicale della comitiva portata a passeggio dalla Schlein e, soprattutto, insignito di una laurea in Storia e Filosofia, al già segretario del Grande Partito mi rivolsi per un aiutino contro il deluge dell’”aggressore e aggredito” che alluvionava pubblico presente e audience.

Ero certo che lui, il laureato nella materia, non l’avrebbe lasciata finire così, col rudimentale “aggressore e aggredito”, anche se da lui, forse distratto, lì per lì condiviso. E così mi gli rivolsi: “Ma prima non erano successe delle cose?...”  “Quali cose?”, reagì, leggermente perplesso, il laureato in Storia. E io: “Ma, per esempio, un colpo di Stato americano, la cacciata di un premier neutralista, l’installazione di un regime retto da forze politiche e militari di dichiarata fede nazista, che poi iniziarono subito un attacco alle popolazioni delle regioni russofone, alle quali il golpe e il regime all’insegna di rune e svastiche non andava bene. E intanto la NATO… “

A questo punto mi interruppe una mano, quella di Bersani, che pareva spazzar via una fastidiosa mosca, accompagnata da un altrettanto vigoroso colpo di scopa verbale: “Ma questa è storia!”, come dire con Totò: quisquiglie, pinzillacchere. E si voltò verso Floris che, vegliando premuroso su rischi di uscita dal seminato dell’aggressore e aggredito, con prontezza passò ad altro.

Questa estenuata pappardella su un fattarello che si protrasse per non più di un minuto serve a introdurre un metodo, molto poco sportivo, del piazzare i blocchi di partenza nel bel mezzo della pista, anziché al suo inizio. Uscendo di metafora: l’11 settembre, il 7 ottobre, il 22 febbraio (aggressione russa), la Nakba (magari partissero da quella).

Il “prima”

Nell’intervista che mi ha fatto Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione” il nocciolo è questo: Ma, e prima? Dovrebbe servire a mettere qualche sassolino d’inciampo a coloro che fanno partire tutto da quei blocchi di partenza piazzati a metà pista, obliterando così montagne di responsabilità e malfatti accumulati. Al cui proposito vanno sciolti elogi e ringraziamenti alla regista Annemarie Jasir che, con “Palestina 36”, ha sistemato la questione palestinese nel suo arco storico completo. Quello di un popolo che ha subito negazione ed esproprio fin dagli anni ’30 del secolo scorso, in parallelo con la maturazione e l’affermazione di un’identità nazionale e di una coscienza anticoloniale per le quali sta pagando con l’attuale genocidio.

I mistificatori interessati e i loro sicofanti, indicando il punto dove la Storia avrebbe subito un salto qualitativo, sancendo l’irrimediabile e connaturato carattere terrorista del popolo palestinese, talmente onnicomprensivo da richiedere la sua eliminazione totale, hanno collocato i blocchi di partenza nel giorno del “massacro”, 7 ottobre (massacro di cui Netanyahu era stato avvertito e che ha lasciato succedere, con vittime sacrificate principalmente per mano dei suoi militari). Quello che c’era prima era stato assorbito interamente da quell’evento: terroristi quel giorno, terroristi da sempre.

Pulizia etnica, praticata da quasi un secolo, prima dai britannici a sostegno degli espropri a vantaggio dell’immigrazione ebraica, contrastata da una sollevazione di popolo – la Grande Rivolta araba” dal 1936 al 1939 - che precede di vent’anni quella algerina, considerata a torto il vero inizio della decolonizzazione. Pulizia etnica poi ripresa dai coloni invasori, legittimati dall’ONU nel 1948, la Nakba. Terrorismo Irgun e Haganah, 500 villaggi palestinesi bruciati, 700.000 autoctoni espulsi, altri 300.000 nella Guerra dei Sei Giorni. I palestinesi sopravvissuti rinchiusi in riserve indiane, incessantemente aggredite e devastate.

Genocidio strisciante, già sperimentato negli anni ’30. Ma se ne parla solo a partire da dopo il 7 ottobre 2023, quando il mondo dei poteri assiste, passivo o complice, al tentativo di rimuovere dalla faccia della Terra chi quella terra l’ha vissuta e l’ha fatta vivere da millenni.

In questo video si spostano le date, procedendo dal 7 ottobre in qua, ma anche dal 7 ottobre all’indietro, dove tutto è già successo e il dopo è stato fatto succedere. Tra gli strumenti che l’umanità possiede per valutare il trionfo delle ragioni palestinesi, e l’abisso dell’ignomia israeliana, non solo di Netanyahu, di tutti i suoi predecessori e di chi li ha voluti e accettati, ci deve essere tutto il dopo il 7 ottobre, quando un popolo è evaso dal carcere e si è ripresentato al mondo, e tutto il prima, quando si era cercato di sorvolare: “Ma questa è Storia…”

Altro che Bersani.

martedì 6 ottobre 2026

YEMEN, STAVOLTA DAVID E’ ARABO --- Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugolare

 

YEMEN, STAVOLTA DAVID E’ ARABO

Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugolare

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi_yemen_stavolta_david_e_arabo_bab_el_mandeb_e_corno_dafrica_lotta_per_una_vena_giugulare/58662_69275/

 

 


Andare da Damasco a Sanaa, 2.872 km, significa fare un viaggio accompagnato dai millenni. Percorso tra due facce di un’unica civiltà dalle mille espressioni, quella della moschea degli Omayyadi in Siria e quella, in Yemen, del mercato storico di Bab el Yaman, vegliato da piccoli grattacieli di fango (scarseggiava il piano in cima a quelle vette sollevatesi dal Mar Rosso), decorati a calce. Per compierlo, tanti anni fa, ci avevo messo due giorni e una notte, tra fuori strada, autobus, un trattino in carovana e taxi finale.

Era quando, raccontato a Paese Sera ciò che avevo visto nella Guerra dei Sei Giorni e il giornale mi disse di vedere che effetto ne era venuto ai paesi arabi della regione, arrivai a Sanaa. Poi, sempre da Damasco, ma stavolta in due ore da aeroporto ad aeroporto, vi capitai in fuga dalla mattanza allestita dai “falchi” di Cossiga, ministro degli Interni e nel quale, a qualche decina di metri da noi in trincea sul Ponte Garibaldi, un suo sgherro aveva ucciso Giorgiana Masi, 16 anni, colpendola alla schiena. 12 maggio 1977.

 

Colpito anch’io da un candelotto, con un ginocchio mezzo spappolato, perlopiù marchiato di Lotta Continua, su suggerimento di Giorgio Alpi, papà della collega Ilaria e chirurgo, giunto via Roma-Damasco-Sanaa in Yemen, ci feci la mia seconda latitanza (da ordine di cattura per reati di stampa!). Ci rimasi per due bellissimi anni che mi permisero di fraternizzare con la regione, dall’Eritrea all’Iraq.

Oggi la distanza politica tra queste due capitali di un unico e millenario aggregato di civiltà è come quella tra la nazionalizzazione di Nasser del Canale di Suez, che il colonialismo ha dovuto subire, e l’insediamento del capo di Al Qaida nel palazzo presidenziale di Damasco con tanto di legittimazione nientemeno che del segretario dell’ONU. Un Guterres che si è adeguato al colonialismo 2.0 dalle unghie limate, trascinando la comunità delle nazioni, da statuto impegnata per pace e democrazia, a inchinarsi alla titolarità sul paese del tagliateste che, uccidendolo, ha eseguito il mandato commissionatogli.

Lontani i tempi in cui l’ONU aveva dei veri segretari: Waldheim, Boutros Ghali, Hammarskjöld (ammazzato, probabilmente dagli stessi che uccisero il primo premier congolese, Lumumba)

Due Yemen

A Sanaa mi aveva chiesto di farle da corrispondente dal Mashrek, Golfo e Corno d’Africa, una pubblicazione arabo-britannica, The Middle East. Il paese aveva ereditato dal passato coloniale la divisione tra Nord e Sud, che però si è perpetuata perfino dopo che si era potuto liberare degli ultimi scampoli di un colonialismo britannico abbarbicato ad Aden.Una divisione stavolta affidata ai proconsoli imperiali di Riad, spalleggiati dall’imperialismo tutto, con un regime scissionista a sud, capitale Aden, a guardia dell’omonimo golfo, dello stretto di Bab el Mandeb e dei giacimenti di idrocarburi nell’ovest. Governo fantoccio, ovviamente riconosciuto dalla sedicente “comunità internazionale”, con tanto di ONU, perché organico agli interessi messi al sicuro dal transito di un 40% del commercio tra Est e Ovest.

Per buona parte della sua storia moderna, lo Yemen di Sanaa, demograficamente e culturalmente il più significativo, appeso in cima ai 2.300 metri che da Hodeida sul Mar Rosso, lo proiettano letteralmente nel cielo, era riuscito a difendere la sua scelta panaraba, socialista, repubblicana, nasseriana. Era quello Yemen che trovai nel 1977, con presidente Ibrahim Al Hamdi, con ancora il popolo più povero e privo di risorse della regione, ma ospitale fino a eccessi di generosità, orgoglioso, vispo di intelligenza, fiero della sua ininterrotta coltivazione di civiltà e indipendenza, con molti burka che ora si sono andati diradando.

A inizio settembre. In rosa lo Yemen controllato da Sanaa, in grigio Aden e le aree largamente disabitate in mano alle forze sostenute dai sauditi, o dagli Emirati, in nero organizzazioni tribali di dubbio allineamento

Ai monarchi sauditi, freschi di petrolio e capitali e antichi di sabbia e oasi, intrecciati all’Occidente dal doppio ruolo di fornitori e beneficiari e di conseguenza obbligati alla funzione di subcolonialisti, lo Yemen, nella sua fierezza e cultura antica, ha sempre fatto ombra. Inconcepibile che la penisola arabica dovesse avere i piedi nell’Oceano indiano bloccati da questi esseri minuscoli (altezza media 154 donne, 160 uomini).

In queste ore, a fronte dell’avanzata degli yemeniti di Ansar Allah, prossimi a conquistare le due maggiori città ancora in mano agli invasori, Taiz e Aden, ultime roccaforti del governo fantoccio e delle forze saudite ed emiratine che lo sostengono l’Arabia Saudita, priva di capacità strategica sul terreno, ha scatenato l’inferno dall’aria. I bombardamenti si succedono ininterrotti, al ritmo di una dozzina nelle 24 ore, con l’evidente prospettiva, in mancanza di una presa del territorio, di rendere il paese un deserto.

Quello di Riad si può definire genocidio strisciante. Golpe dopo golpe, sabotaggio dopo sabotaggio e guerra dopo guerra. Quella che ora è ripresa e si sta volgendo in vittoria definitiva dello Yemen, aveva visto una prima conclusione nel 2011, con la cacciata del fiduciario dei sauditi, Ali Abdallah Saleh, è stato primo ministro a partire dagli anni 80, quando, per i miei reportage sugli eventi, fui dichiarato persona non grata nel paese. Successivamente si nominò presidente, fu ferito nella sollevazione del 2011, si rifugiò a Riad e, rientrato nel 2017, venne ucciso nel corso della sollevazione popolare che liberò definitivamente la Capitale e il Nord del paese. Fu sostituito dai sauditi con un altro burattino, Abd Rabbih Manṣūr Hādī, messo a capo del governicchio rintanatosi ad Aden.

 

Il governo “riconosciuto” di Hadi, se la deve però vedere con altre presenze, in un vero caos di bande armate. Di queste la principale pare essere il secessionista Consiglio di Transizione Meridionale che recentemente è riuscito ad occupare il palazzo presidenziale di Aden. Mentre chiara è la loro ostilità al governo di Sanaa, oscuri e cangianti appaiono i rapporti interni tra gli autoctoni del Consiglio di Transizione e le milizie controllate rispettivamente da Emirati e sauditi e a loro volta in competizione armata tra loro. Una situazione caotica la cui conflittualità è ormai endemica e dovrebbe portare a un’agevole disfatta collettiva nel caso che le forze di Sanaa riuscissero a conquistare gli interi sud e ovest.

Non cambia il rapporto di forze e la situazione sul terreno l’offensiva aerea lanciata nel 2015 dai sauditi, con il sostegno di Trump Primo e poi di Trump Secondo, brevemente sospesa dall’ONU nel 2022. Tregua non osservata dagli aggressori sauditi, USA e del Regno Unito. Anche perché dovranno poi confrontarsi, in risposta al genocidio a Gaza, con il blocco yemenita del traffico di mare che coinvolge interessi israeliani. Puntualmente, da bravi ascari dell’Impero, l’Italia si presenta sul posto, in armi e navi, per la missione UE “Aspide”.

Una svolta decisiva si verifica con la guerra israelo-statunitense all’Iran, del quale lo Yemen è alleato, ma non subordinato. Siamo ai giorni nostri. Il più grande dei paesi del Medioriente chiude lo Stretto di Hormuz e manda in tilt l’approvvigionamento mondiale di energia.

Perché Houthi?

Precisiamo subito che chiamare gli yemeniti Houthi, anzi “ribelli Houthi”, è come chiamare gli italiani garibaldini, carbonari, grimaldini, o milanisti. E’ arma di distrazione di massa intesa a impedire che ci si renda conto che non è una banda di miliziani irregolari a porre un freno a chi nella regione vorrebbe riprendersi il boccone sottratto. Soprattutto fare carne di porco di quella civiltà millenaria e dei suoi importuni protagonisti. Quella che governa la capitale e la rappresentanza dell’essenziale demografico e geostrategico dello Yemen e si chiama Governo del Cambio e della Costruzione dello Yemen. Sta lì dal 2014, a dispetto della guerra che gli ha mosso l’eterno padrino predatore saudita.

L’appellativo Houthi risale alla rivolta antisaudita culminata nella cacciata del presidente Ali Abdallah Saleh nel 2012. Fu innescata da una delle grandi, secolari, famiglie scite del ramo zaydita, oggi capeggiata da Abdul-Malik Badr al-Din al-Houthi, 40 anni, fratello e successore di Hussein che aveva dato vita alla formazione combattente indipendentista e antisionista Ansar Allah. Sono entrati nella cronaca del conflitto in corso dando prova di notevole perizia quanto ad armamenti. Con droni e missili, oltre a obiettivi sauditi, in solidarietà per i palestinesi, hanno colpito Eilath, la città portuale di Israele nel Golfo di Akaba e altri bersagli militari israeliani.

                                                                                                                                     Sauditi solo bombe

Lo Yemen, lo Stato più piccolo della regione (tenuto conto che le monarchie del Golfo Stati non sono, ma lager e mercati di schiavi con sul collo una famiglia reale), decide che è giunto il momento di eliminare la ciste del sud occupato e conteso da governi fantoccio, rispettivamente di obbedienza saudita ed emiratina. E intanto, nel settembre di quest’anno, con un’irresistibile e fulminea iniziativa, si prende l’intera linea costale di 150 km, compresi il porto strategico di Mokha e le isole immerse nello Stretto, la “Porta delle lacrime”, bloccando ogni transito da e per l’Arabia Saudita. Riesce perfino a far saltare in aria l’oleodotto tra Golfo e Mar Rosso, con il quale Riad pensava di rimediare alla chiusura di Hormuz, e a colpire il porto d’arrivo di Yanbu. E alla richiesta di una mano militare del come mai inguaiato Bin Salman, Trump risponde forte e chiaro لا (lā), che in arabo vuol dire no.

Privo di una forza di terra che possa tener testa all’esercito yemenita, l’Arabia saudita da oltre dieci anni martella il vicino con le bombe. La devastazione dell’architettura urbana più originale e antica del mondo, è “merito” suo. Sono decine di migliaia, senza calcolare le morti indirette causate dalla distruzione delle infrastrutture e dal blocco delle forniture, gli yemeniti uccisi dai bombardamenti sauditi negli oltre 10 anni di aggressione. Ma alto è il costo a sua volta pagato dal regime che con i proventi del petrolio pensava di poter fare un grande salto nella modernità tecnologica. Basta pensare alla sospensione della costruzione della città che doveva proiettare Riad nel futuro, The Line, una mostruosità  lunga 170 km, alta 500 e larga 200.

Le esportazioni attraverso il Mar Rosso, che avrebbero dovuto sostenere questo come altri progetti, sono calate da 3,8 milioni di barili al giorno del marzo scorso, ai 1,5 ad agosto, quando Ansar Allah iniziò gli attacchi ai trasporti marittimi sauditi. Complessivamente, includendo la chiusura dei due stretti, Riad ha dovuto ridurre la produzione per l’esportazione dai 5,1 milioni di barili a luglio, già il livello più basso da 2013, ai 2,44 di settembre.

Se poi i sauditi, rispedito al mittente dagli USA la richiesta di aiuto, vista la malapartita in Yemen, avessero pensato che un soccorso sarebbe dovuto arrivargli da Pakistan e Turchia, quelli del trattato di mutua difesa appena firmato, con la clausola, tipo NATO, che prevede l’aiuto reciproco in caso di attacco, anche qui sono finiti contro un diniego.

Con lo Yemen che conta in mano a un governo in controllo della parte significativa del paese, Stretto e Mar Rosso compresi, forte e legittimato dal volere della sua maggioranza, cresce l’apprensione di coloro che, a forza di Accordi di Abramo, puntavano all’egemonia nella regione, a partire dalla rimozione di tutte le pietre d’inciampo antisioniste e antimperialiste.

Eritrea e Yemen uniti nella lotta

 

Fino a qualche anno fa, nel loro perenne contrasto con i sauditi e mandanti neocoloniali, lo Yemen aveva una valida sponda sul lato opposto del Mar Rosso. Eritrea e Yemen, tra i porti yemeniti di Hodeida e Mokha e quelli eritrei di Assab e Massawa, si parlavano, assistevano e accompagnavano in una comune lotta contro intrusioni imperialiste e neocoloniali. Mi capitò, quando la poi trentennale lotta degli eritrei per l’indipendenza dall’Etiopia era al suo culmine, di sbarcare in Dancalia, la rocciosa costa eritrea che confina con Gibuti.

Sfilando di notte, a motore spento e a remi, sotto le gigantesche masse delle navi da guerre etiopiche in agguato, con una barca da pesca avevamo superato i 125 km tra Mokha e il villaggio di Barasole, nella Dancalia appena liberata dal Fronte di Liberazione Eritreo. Con a bordo un quantitativo di armi leggere e munizioni, mi trovavo, cronista, tra militari e sanitari eritrei venuti a dare una mano e alcune famiglie eritree che rientravano in patria dall’esilio nel paese amico. Dalla costa, con zoppicanti fuoristrada, ci arrampicammo tra montagne che hanno i piedi nel mare e le vette tra le stelle e nelle cui grotte gli eritrei avevano allestito ospedali da campo per combattenti feriti e le necessità sanitarie della popolazione.

Ridiscendendo, dopo un paio di giorni, il villaggio di Barasole, di frasche e paglia, si era trasformato in tizzoni e cenere, vagavano alcune capre tra carogne di animali: erano passati i Phantom etiopi.

Oggi l’Eritrea è sempre lì, dal 1993 indipendente e con presidente lo stesso leader della battaglia di liberazione, Isaias Afeworki, e le stesse sanzioni statunitensi, implacabili per chi non si pente e non rientra nei ranghi imperiali. L’Etiopia, invece, con Haile Selassiè protettorato USA e UK, poi, col colonello Menghistu, caro a Mosca, oggi con Abiy Ahmed di nuovo allineata all’Occidente (in funzione anti-Somalia anti-Egitto), si trova in frizione sia con la Somalia, a cui aveva sottratto il grande e fertile Ogaden, sia con una sua componente etnica interna, i tigrini, sia con l’Eritrea, che i tigrini li sostengono.

Un chiodo israeliano nel Corno d’Africa

Abdirahman Mohamed Abdullahi (Irro) presidente del Somaliland e Netanyahu

Il Corno d’Africa, posizione strategica tra le più rilevanti del mondo, si presenta in pieno trambusto, tutti contro tutti o quasi. Addis Abeba, lacerata al suo interno, cerca uno sbocco al mare che verrebbe sottratto ai paesi rivieraschi; Mogadiscio destabilizzata, sia da successive secessioni tribali, che dall’annosa rivolta islamica interna degli Shabaab; i due frammenti scissionisti del Puntland e del Somaliland che pongono sul piatto della loro sopravvivenza, al migliore offerente, il controllo sulla costa del Mar Rosso.

Che, nel caso in esame, non poteva non essere un Israele dallo sguardo puntato a est sullo Yemen e, a nord, su Sudan (dove nella guerra civile agiscono i suoi proxi degli Emirati Arabi Uniti) ed Egitto.

Da Internet: Il 26 dicembre 2025, Israele ha riconosciuto ufficialmente il Somaliland come Stato indipendente e sovrano, diventando il primo paese membro delle Nazioni Unite a compiere questo passo nei confronti della repubblica autoproclamata separatasi dalla Somalia nel 1991. L'intesa è stata siglata dai leader israeliani e dal Presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi (Irro), segnando una svolta epocale contro l'isolamento diplomatico di Hargeisa.

Con l’ingresso del Somaliland negli Accordi di Abramo, Israele si è assicurato una significativa presenza militare nel Corno, mascherata da forniture logistiche e tecnologiche finalizzate a formazione e addestramento delle forze locali. Ma soprattutto si è installato sul Golfo di Aden, ingresso al Mar Rosso, nel preziosissimo porto di Berbera, uno dei più importanti di quel mare, in vista dello Stretto di Bab el Mandeb e dirimpetto a uno Yemen che, al momento, è la forza più dinamica dell’Asse della Resistenza. Così se l’Egitto, ultimo grande Stato arabo rimasto in piedi (a parte la lontana Algeria che poco s’impiccia dovendosi guardare da ricorrenti rivoluzioni colorate ispirate da Parigi), controlla la testa del braccio di mare più strategico della regione, ora Israele ne contende allo Yemen la coda.

Stella di David sul Continente Nero

Detto del Corno, detto del Sudan più grande Stato africano-arabo, fatto a pezzi col contributo degli Emirati, sodale arabo di Israele, c’è ancora da dire sulla penetrazione israeliana nel continente nero: il Congo. A Gerusalemme si è presentato ai primi di settembre Felix Tshisekedi, presidente della Repubblica Democratica del Congo. Risultato, un accordo di cooperazione bilaterale di sicurezza, difesa ed economia. Non manca nulla per una pervasività israeliana a 360 gradi. Israele fornirà appoggio tecnico e strategico alle forze armate della RDC in tema di intelligence, cibersicurezza, addestramento e utilizzo di droni, infrastrutture, tecnologia, formazione diplomatica. Non si era asciugato l’inchiostro dell’accordo e arrivò la ratifica della decisione della RDC di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, mentre Tel Aviv apriva la sua a Kinshasa.

Nell’immediato e sul piano concreto, consiglieri israeliani stanno preparando forze congolesi allo scontro contro i ribelli Tutsi del Movimento 23, penetrati dal Ruanda nel nordest del Congo, eterno mandatario euro-atlantico per i soliti interessi minerari. Qui i militari dell’IDF si trovano affiancati dai miliziani di Eric Prince, ricordate? Il fondatore delle bande mercenarie Blackwater, onusto di onori coloniali. Tout se tient, come suol dirsi.

Dove appare Israele le condizioni per un grande botto, o per una serie di fragori diffusi, ci sono tutte.