Sono
i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma
oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in
tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel
per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un
tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della
civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello,
il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che
esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist
irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e
imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.
Sono
i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la
dissidenza.
Si
potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la
finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura
si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che
troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e
l’inclita hanno del reale.
I
dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi
stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i
russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel
iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti
o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel
per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il
giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Doğru.
Coloro
che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del
sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno
visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che
lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto
esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di
altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime
change.
Gli
esiliati nei paesi ospiti, che fisologicamente devono essere ostili ai paesi
d’origine, o quanto meno ai relativi governi, assumono il compito di
demonizzare la rispettiva patria, farlo sfigurare rispetto a quello ospitante,
e quindi agevolare sanzioni, aggressioni, guerre.
Noi
qui ci dedichiamo a due assoluti prim’attori della dissidenza nelle rispettive
categorie di nativo in esilio e di nativo a casa sua: l’iraniana di Francia, Marjane
Satrapi, e il russo in Russia, Aleksej Naval'nyj.
Persepolis,
ritratto in nero
Guardate
queste immagini – e altre in rete - tratte dal fumetto “Persepolis”,
libro e film, della recentemente defunta scrittrice iraniana Marjane Satrapi
che, prima di emergere come artista, faceva Ibrahimi. Ho girato l’Iran per il
lungo e per il largo, per il sopra e il sotto e vi assicuro che, per trovare
figure avvoltolate dalla radice dei capelli alla punta delle scarpe in queste
funeree vesti nere dette chador, mi toccava entrare nelle moschee, neanche in
tutte, in quelle più solenni e storiche, tipo a Mashad, oppure visitare qualche
remoto villaggio rurale nello sprofondo del paese.
Per
il resto che fossimo per strada a Tehran, Isfahan, Tabriz, Shiraz, vedevo
ragazze e donne, sfolgoranti di colori, sciolte e sorridenti, vispe e loquaci,
a volte per mano con i fidanzati, o mariti, o amici, a volte in gruppo,
ciarliere e schiamazzanti e, ancora, in corteo, grandi e piccine, mescolate ai
maschi, grandi e piccini, con un’idea di velo sulla nuca. A festeggiare, per
esempio in un parco di Shiraz, tra giardini fioriti come noi ce li sogniamo, il
giorno della protezione della natura, o, uscite dall’accademia delle Belle
Arti, sedute su un muretto, a fare il ritratto a una persona che passa…
Tutto
questo nel nero nerissimo di Satrapi non c’è. C’è il nero, solo quello. Nero
come è nero il male, mentre il bene è bianco, si sa. E qui siamo al punto.
Fumettista
renitente pro fumettista di leva
Per
tutti i celebranti, corifei, fan, dell’iraniana transfuga in Francia, mi pare
opportuno, perché paradossale, citarne uno, collega della scomparsa. Perché nel
suo lamento funebre esprime quanto c’è di più allineato con la cupola
suprematista, colonialista e razzista che determina il volto dell’Occidente. E
lo fa sull’unico quotidiano generalista italiano che se la tira, giustamente,
da “altro”, per molti versi da antagonista. Leggere nel web e riflettere:
Il
disegnatore satirico Mario Natangelo ha ricordato l'artista franco-iraniana
Marjane Satrapi con un toccante articolo commemorativo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, in seguito alla scomparsa dell'autrice avvenuta
all'età di 56 anni. Ha celebrato Persepolis come un successo letterario
mondiale e il capolavoro attraverso cui l'Occidente ha potuto scoprire il volto
umano, le contraddizioni e la vita velata dell'Iran durante e dopo la
rivoluzione.
Uno
come Natangelo, vignettista che magari vira sul pecoreccio (vedi la Meloni con
la testa infilata tra le chiappe di Trump), ma si esprime con scudisciate e
sberleffi a chi li merita, potrebbe stupire quando costruisce il suo altarino a
una protagonista di quello che sarebbe il campo avverso. Non sorprende, invece,
come un’informazione legata per cordone ombelicale al potere, trasfiguri
l’autrice iraniana dissidente in Polena della nave “Civiltà Occidentale”. Un
piroscafo che, prima di inabissarsi contro un ghiacciaio che sapeva cosa stesse
facendo, si era lasciata alle spalle Gaza e genocidi affini, utilizzati però
come strumento per risolvere tutti i conflitti tra dominio e disobbedienza con
la violazione di ogni legge, umana o divina (che non sia quella del
Deuteronomio).
“Persepolis”
e la sua funzione “orientalista”
Una
Fanon iraniana?
L’opera
dell’esiliata in Francia è già una sacra icona. Si presenta e viene diffusa
come un’obiettiva critica dall’interno (absit iniuria del colonialista!)
al patriarcato e alla dominazione religiosa della Repubblica Islamica. A
spogliarla di questi attributi virtuosi, da lei assegnatisi e dai commentatori
attribuitile, c’è la conversione dei ricordi di una bambina della diaspora
iraniana in merce postcoloniale perfettamente calibrata per il mercato
culturale dell’Occidente. Si tratta di una assai ben riuscita impresa,
funzionale all’ecosistema narrativo mirato a preparare l’opinione pubblica a
sanzioni, guerre e disumanizzazione di popoli non disposti a farsi assoggettare.
Qualcosa
che già si era visto nella fabbricazione del consenso sociale alle ininterrotte
aggressioni contro l’Iran a partire dalla rivoluzione islamica del 1979, ma che
era stato messo in campo anche nelle precedenti guerre di restaurazione
neocoloniale ad Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia.
L’opera
della Satrapi sarebbe stata un perfetto esempio dell’atteggiamento con cui, fin
dalle Crociate, l’Occidente si relaziona al resto del mondo, come, nello
specifico, è stata descritta in “Orientalismo”, la capitale analisi di questa
problematica.dell’intellettuale palestinese Edward Said. Rispetto a quello che
l’algerino di adozione, Franz Fanon, ha rappresentato nel conflitto tra
colonialismo e liberazione, la fumettista iraniana rappresenta il netto
rovescio. Ci dovrebbero riflettere i francesi che oggi ospitano e onorano la
loro anti-Fanon. E purtroppo siamo ancora in attesa di un Gillo Pontecorvo 2.0
e di una “Battaglia di Algeri” collocata in Persia. Gli eventi che condussero
alla rivoluzione del 1979 offrono la migliore sceneggiatura.
Dalla
visione “orientalista” dell’orientale Satrapi escono, deformate e
caricaturizzate con chiari scopi geopolitici, le società arabe, musulmane, extra-europee.
Gli scritti, i disegni, le opinioni della Satrapi puntano a confermare questa
visione. Dalla sua residenza in Francia ha simpatizzato con tutte le iniziative,
immateriali e materiali, di attacco all’Iran, posto alla mercè di un Occidente
e di un’Europa uniche democrazie e che un suo appello all’Unione Europa
sollecita a definire “Stato terrorista”. Ovviamente senza sprecare mezza parola
sul genocidio in corso dell’entità sionista. Non si è risparmiata anatemi
contro l’alleanza tra l’Iran e la Resistenza palestinese e ha definito
antisemita la sinistra francese di Jean-Luc Melenchon. Per sovrappiù, il leader
della France Insoumise da lei è stato marchiato di “ammiratore
di dittatori sudamericani come Hugo Chavez”.
In
un’intervista del 2024, Satrapi arrivò a dichiarare: “Un Iran democratico
sarebbe un bene per tutto il mondo e assesterebbe finalmente un colpo mortale
alla Russia e a Hamas”.
La
virtù più apprezzata nel nostro emisfero è che con la Satrapi abbiamo avuto in
dono la narrazione di una nativa che riproduce, a beneficio dell’industria
culturale occidentale e, dunque, del suo referente politico, l’apparato
orientalista da “dentro”. Quello finalizzato a indirizzare l’opinione pubblica
qualificata a tollerare, se non a sostenere, embarghi genocidi e massacri
missilistici. Il ragionamento è “se lo dicono gli iraniani….” Come dire, a
proposito del Venezuela, se lo dice la Machado…” O della Russia: se lo dice
Navalny…Ma di questo dopo.
Trattasi,
ed è un extrabonus, di donna che racconta e raffigura donne. E lo fa da donna
iraniana esiliata, colta, critica dell’oppressione delle donne musulmane, con
un linguaggio visivo semplice, facile da tradursi e incistarsi nella “coscienza
liberale europea”. La demonizzazione dell’Iran ne è la conseguenza inevitabile
e desiderata, Con tanti saluti alla condizione delle donne in paesi dalle
monarchie famigliari assolute e sanguinarie, tipo Arabia Saudita, Qatar,
Emirati, Bahrein. Con le quali le nostre frequentazioni sono intime e
redditizie.
Con
oculata tempestività, è appena pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti USA
e israeliani sull’Iran, la televisione francese trasmetteva il filmato “Persepolis”.
E dava la stura al coro di accompagnamento alle esplosioni. Tipo quella sulla
scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, con le sue 180 vittime.
Chiudiamo
osservando che il fatto che Satrapi abbia raccontato la sua esperienza non è il
problema. Il problema è che la sua esperienza è quella della benestante famiglia
di una piccola èlite urbana, laica, trovatasi classe dirigente sotto la
dittatura dello Shah, al tempo del 70% di analfabeti e poveri. Un’èlite che
guardava la rivoluzione da una stellare distanza di classe. E che poi risultava
del tutto sconnessa dalla realtà di un paese uscito da decenni di dittatura e
di dominio straniero.
Ne
è il prodotto quest’opera in bianco e nero che guarda al mondo in bianco e
nero. Dove il nero è tutto di là e il
bianco tutto di qua. Sarebbe la voce della donna iraniana. Noi abbiamo
constatato che non lo è. E’ una voce che armonizza con quella che si riprometteva
di “distruggere la civiltà persiana in una notte”.
Dopo
Solgenitsin, il vuoto
Satrapi,
con il suo suprematismo culturalmente raffinato, ben mascherato da difesa dei
diritti umani, da valori di emancipazione e riscatto e tutto questo nel quadro
del tema vincente a prescindere, quello della liberazione delle donne, consente
in parallelo eulogie di un certo spessore culturale. Ne abbiamo subito una
grandinata, ben oltre l’esaltata orazione funebre di Natangelo.
In
compenso, con Aleksey Navalny ci si muove più terra a terra. Il personaggio è
talmente univoco, da non consentire voli pindarici e apologie che non siano
apodittiche.
Un
tempo a prendersela con lo zar c’erano Dostoevsky o Tolstoi o Puskin, Poi, a
non apprezzare molto Stalin e suoi successori, ricordiamo Solgenitsin,
Pasternak, Bulgakov. Oggi, e da qualche decennio, con forse meno pretesti a
disposizione, non s’è trovato di meglio che Aleksey Navalny. Del quale, pure a
forza di superlative attribuzioni di protagonismo – “leader dell’opposizione
russa”, “principale oppositore di Putin”, “guida della resistenza popolare
all’autocrate” – e di martirologi - condanne ingiuste, carcerazioni crudeli,
avvelenamenti a gogò – non si è riusciti a decostruirne né la presunta
rilevanza politica nel paese, né l’autentica identità. Sepolta sotto una lastra
tombale monumentale. Ma accessibile a chi si metta a fare da cronista del
percorso a tappe del personaggio nella Russia post-muro e post-Eltsin, in via
di imprevisto e imperdonabile ricupero e riscatto.
Nasce
il 4 giugno 1976, a Butyn' (Oblast' di Mosca) e muore il 16 febbraio nella
colonia penale IK-3 di Charp, in Siberia. Una condizione che assomiglia al
confino di lontana memoria. Ovviamente assassinato da Putin. O quanto meno su
suo mandato, stavolta non scampato all’ennesimo avvelenamento, si è convinti.
Oggi
in Russia opera un numero notevole di organi di informazione occidentali. A noi
di accedere a quelle russe è inibito. Le principali testate rimaste a Mosca
includono agenzie di stampa come l'americana Associated Press, la britannica
Reuters e la francese Agence France-Presse. Sono presenti anche corrispondenti
per emittenti e testate giornalistiche come la britannica BBC, le tedesche ARD
e ZDF, l'emittente giapponese NHK e l'italiana Rai. Alcune testate occidentali sono state
bandite in risposta all’analogo trattamento subito in Occidente da quelle
russe. E vi possa assicurare che a perdere fonti come Russia Today (RT), o
Sputnik, ci si rimette pesantemente in capacità di verificare cose ed eventi..
Di
conseguenza, di cosa si dica e si sappia in Russia di questo presunto leader
dell’opposizione, noi non abbiamo possibilità di avere un’idea. Informazioni
russe azzerate perché false e bugiarde a prescindere. Come quelle che l’Unione
Europea censura e sanziona con l’esclusione dalla società tramite negazione di
mezzi di sostentamento, quando non condividono l’analisi che proclama Zelensky
bello e buono, Putin brutto e cattivo.
Logo e
attivisti di Jabloko
Studi
universitari di Scienze Politiche a Yale e all’Università di Amicizia dei
Popoli. Si specializza in questioni finanziarie. E’ travagliata la vicenda di politica
organizzata del nostro. Esordisce nel 2000 in un partitino, “Jabloko”, con per
matrice l’intelligence occidentale, vuol dire “Mela”, dalle iniziali dei suoi
fondatori, ma si chiama anche “Partito Democratico Unificato Russo”. Ne viene
cacciato quasi subito per “estremismo” nella sua campagna contro le minoranze
etniche, tutte da relegare ai margini della società: ucraini, ceceni, tatari,
armeni, kazaki, kirghisi, tedeschi, greci e tante altre.
Aderisce
al movimento “Narod” (Popolo) e inizia a indossare i panni del contestatore di
Putin e dell’inevitabile tema di ogni attività di regime change, la corruzione.
Risulta nuovamente incompatibile per eccesso di chauvinismo e xenofobia nei
confronti delle solite minoranze. Nel 2012 crea un'altra formazione, il “Partito
del Progresso”, presto sciolto per inedia di consensi e sostituito dall’ennesimo
microrganismo, “Russia del Futuro”, dall’assonanza oggi rilevabile con la
formazione del nostro generale Vannacci. Assonanza casuale, ma che sicuramente
esprime una comunanza.
L’Amerikano
di Russia
Se
la costante ideologica che caratterizza il percorso partitico di Navalny è
facilmente identificabile in un retroterra che si potrebbe definire alla
Zelensky, coltivato con sementi di un nazionalismo suprematista, esclusivista e
razzista, i russi del Donbass sono per il presidente ucraino ciò che le
minoranze etniche della Russia sono per il laureato di Yale.
Cosa
che si inserisce perfettamente negli schemi strategici di chi, dal cuore
dell’Impero, pianifica ingerenze, infiltrazioni, destabilizzazioni. Non è
quella vagheggiata dai vaticinatori della guerra a Mosca una Russia ridotta in
schegge di realtà sociali, etniche e religiose separate e, magari,
reciprocamente ostili? Nel caso di
Navalny questa visione è tratta pari pari dal programma della Greenberg
World Fellows Program, una comitiva di appena 16 laureati di Yale, accuratamente
selezionati e impegnati, da “leader mondiali”, a diffondere nel mondo i “valori
americani”. Navalny è dai tempi dei suoi studi a Yale un membro di riguardo.
Qui,
dunque, un evidentissimo retroterra politico-culturale di ampio respiro e dai
tempi lunghi. Quello operativo, invece, è assicurato da “Alternativa
Democratica”, movimento di cui Navalny è cofondatore e che è diretta
emanazione, diffusa in una novantina di paesi da “americanizzare”, della
famigerata National Endowment for Democracy (NED), finta ONG ed
effettiva dependance CIA creata da Reagan per le operazioni di destabilizzazioni
più o meno colorate e di regime change.
Del
resto, l’intero percorso politico-organizzativo di Navalny assomiglia a un giro
a tappe all’insegna della stessa ideologia, con una linea d’arrivo che alla
caduta di Putin vorrebbe far seguire una Russia “banderizzata”, all’ucraina. Il
dato più significativo è che nessuna delle sua formazioni politiche è mai
riuscita a eleggere neanche un deputato.
Grande
da noi, un po’ meno in Russia
Il
lungo percorso politico di Navalny è stato accompagnato da un altrettanto
ininterrotto travaglio giudiziario che non ha certo contribuito a potenziarne
il ruolo, da noi costruito ad arte, di massimo e purissimo esponente di una
dissidenza russa democratica.
Nel
2012 il colosso di cosmetici francesi, Yves Rocher, irrispettoso delle ricadute
politiche negative sulla propaganda occidentale, denuncia lui e il fratello per
frode e abuso di fiducia, commessi mediante trasporti, con tariffe sovrapprezzate,
della loro ditta di logistica. Nel 2015 i fratelli vengono riconosciuti
colpevoli di aver truffato il gruppo francese per un valore di 26 milioni di
rubli. La successiva condanna e a tre anni e mezzo con la condizionale e con l’obbligo
di presentarsi al commissariato di polizia due volte al mese. Dispozione a cui
Navalny non ottempera.
Nel
2022 altra condanna per frode e per violazione della libertà condizionata.
Stavolta a 9 anni di reclusione. Infine, nel 2023 la condanna a 19 anni di
reclusione per attività criminali contro lo Stato. Finisce al confino nella
colonia penale di Kharp, dove è morto il 16 febbraio. Una successione di eventi
che fanno a cazzotti con la sua “Fondazione Anticorruzione”.
Il
17 marzo 2023, questa Fondazione ha inviato una lettera ufficiale al ministero
degli Affari esteri italiano, chiedendo l’applicazione del regime sanzionatorio
nei confronti di Sergey Matviyenko, funzionario russo che disporrebbe di un
patrimonio immobiliare in Italia. Il dossier non risultava sufficientemente
documentato ed è stato ignorato. Neanche Tajani se l’è sentita di avvallare
l’iniziativa di Navalny.
Santo
subito
Ai
suoi funerali si verifica un concorso di folla superiore a quello che gli era
stato riservato nelle piazze russe in vita. La grancassa sull’interamente
mediatico ruolo di Navalny da capofila dell’opposizione russa smuove più gente
all’estero che in patria. Ovviamente un primato spetta all’Italia di Meloni,
alla quale l’ultradestro xenofobo e suprematista anti-Putin offre una gradita
occasione. Qui la vediamo mobilitata a Roma e a Milano.
Avvelenamenti
a gogò
Resta
da dire del “martire”, della lotta del combattente per la democrazia, peraltro
con tatuaggio nazista e ripetute foto che lo ritraggono impegnato nel saluto
fascista. Foto che poi in Occidente vengono definite manipolate. Martire perché
carcerato e, soprattutto, ripetutamente avvelenato dall’infame zar con
l’esclusivamente russo killer nervino Novichok.
Un
avvelenamento che accompagna Navalny nelle principali fasi della sua vita e si
verifica con la cadenza naturale di un’influenza autunnale. Sempre, compreso
quello che viene detto causa della sua morte, ordinato ovviamente da Putin. Un
Putin che non vedeva l’ora di scatenare l’ennesimo uragano occidentale sul “despota
del Cremlino pazzo e killer”. Uragano dal quale, per non perdere ogni residuo
di credibilità, ha avuto l’acume di tirarsi fuori l’Intelligence USA: ha negato
che Putin abbia ordinato la morte dell’oppositore.
L’avvelenamento
più clamoroso si sarebbe verificato nel 2020, con l’impiego del solito
Novichok, letale. Così viene proclamato ai quattro venti e ai cinque continenti,
sulla base di una bottiglietta d’acqua con tracce di un agente nervino. Sarebbe
stata trovata nella camera d’albergo di Navalny, a Omsk, in Siberia. Alcuni
siti “insider” avevano parlato di massicci consumo di alcol da parte del
dissidente, la sera prima, associata all’assunzione di antidepressivi.
Dato
per certo dal coro assordante di tutta la stampa europea e, con più
circospezione, da quella statunitense, la campagna si affievolisce quando le
autorità russe, dando prova di sapere il fatto loro, arrivano ad affidare “l’avvelenato”
al sistema sanitario tedesco, il più apprezzato d’Europa. A Berlino, nella
Germania dei governi campioni di russofobia, curato per intossicazione, Navalny
si riprende, smentendo l’inesorabile letalità associata al presunto Novichok.
Fine della storia.
Fino
al suo grande rilancio di questi giorni, ultima occasione per guadagnare al
“leader dell’opposizione russa” uno sgabello nella Storia, offertagli stavolta
da prefiche, elogisti di mestiere e coccodrillisti del Corriere della Sera. Su
Navalny, Natangelo si è astenuto. Gli rimane pur sempre la Satrapi.

