venerdì 27 marzo 2026
martedì 24 marzo 2026
L’INVINCIBILE --- Iran, tremila anni e andare
L’INVINCIBILE
Iran,
tremila anni e andare
Il
passato chi ce l’ha, chi meno
I
padri romani, ai quali non nuoce mai rifarsi a indicare come l’evoluzione ogni
tanto faccia delle inversioni a U e per capire cosa stesse succedendo o
potrebbe succedere, raccomandavano repetita juvant e, anche Historia
magistra vitae. Una raccomandazione che a forza di dar retta ai
nordamericani, che da repetere non hanno che una raccolta di scalpi
indiani, noi l’abbiamo buttata al vento dell’ovest.
Se
invece, a dispetto di tutti coloro a cui serve che ce ne liberiamo, la memoria
cui si consegnavano i romani la coltivassimo ancora, potremmo ricordare ai
collezionisti di scalpi che sono 80 anni che non vincono una guerra e, quando
non la perdono, si lasciano dietro una roba dalla quale non viene niente di
buono a nessuno, nemmeno a loro. Vale pari pari anche per Israele. Ne ha vinte
un paio, 1948 e 1967 e da una, Kippur 1973, ne è stato salvato per la
collottola dagli USA quando, soccombendo, stava già innescando le atomiche. Due
ne ha perse ignomignosamente contro una guerriglia in ciabatte, Libano 1980 e
2005 e una, la penultima, contro l’Iran nel giugno dell’anno scorso, quando, alla
faccia del soccorso USA, ne ha beccate di più di quante ne abbia date.
Immemori
di quanto è successo nel mondo prima di Wounded Knee e Gary Cooper,
inconsapevoli di quanto vi sia di preciso in questo mondo sotto Starlink e al
di là di Washington DC, quelli di Trump si sono lasciati trascinare in un’altra
partita a perdere. E proprio da coloro – ebrei polacchi, russi, moldavi,
tedeschi, inglesi, italiani, iberici e quant’altro - che, invece, rivendicando
(del tutto abusivamente) un retroterra di 2.600 anni fa, disceso dal Sinai e
esteso a tutta la Palestina, storicamente la dovrebbero sapere più lunga.
Un
dato va premesso ed è indiscutibile. Dei risultati della risposta militare
dell’Iran all’aggressione israelo-statunitense, che è devastante, dai nostri
media e circoli politici sappiamo un decimo. Questo decimo andrebbe integrato
da quanto riporta la stampa del mondo fuori dalla cupola imperial-sionista. E’
che, mentre il resto dell’umanità, cittadini di Mosca e Tehran compresi, ha
pieno accesso all’informazione occidentale, le nostre democrazia ci vietano
l’accesso alle fonti dei “cattivi”. Potremmo farci delle “illusioni”.
Andata
come doveva andare, nelle ore del giorno in cui sto compilando queste
spensierate ponderatezze, Israele stalla. Colpita, insieme alla costellazione
di suoi partner e compari del Golfo, da chi doveva soccombere tra un sabbath e
l’altro, alla terza settimana di botta e risposta, con tutto un popolo nel
bunker, prova a salvarsi la faccia andando a picchiare il Libano. Facile,
trattasi del più debole dei paesi dell’area, con il governo più imbelle e
complice. Cosa c’è di meglio che gazizzare un piccolo paese nel quale quel
governo amico e una borghesia munita di Falange collaborazionista ti tengono a
bada il proletariato nazionale che prova a difendersi?
A
essere meticolosi, comunque, non si può dire che i giochi, tra i due Stati con
gli eserciti che si dicono i più forti, rispettivamente, del mondo e della
regione, e la nazione portatrice di una delle civiltà più antiche del mondo,
siano fatti. Ciò che si può però dire è che la seconda cammina da più tempo e
su gambe più solide, sapendo tutto della sua complessità e da dove viene. Mentre
il primo degli altri due sa a malapena chi esso sia, tanto che ogni due per tre
se la prende con una delle sue componenti (vedi ICE) e il secondo tira in ballo,
a pretesto degli abomini che compie, un libro di miti su genti che tagliavano
le teste già qualche tempo fa. Saranno questi gli elementi, piuttosto che gli
F35 e lo sterminio di scolarette, che determineranno l’esito finale.
Suez
1956 = Hormuz 2026
Questo
a vedere il quadro grande e profondo, strategico. Ma la memoria ci insegna
anche meravigliosi paralleli tattici. Ricordate la Crisi di Suez del luglio
1956? Gamal Abdel Nasser, dà il calcio d’inizio alla rinascita nazionale
panaraba, nazionalizzando il Canale di Suez, sottraendolo al controllo
geostrategico e ai profitti anglofrancesi. Un’armada di questi paesi, ancora
fermi su pretese coloniali divenute illusioni, si lancia sul boccone disputato.
Sei portaerei distruggono l’aeronautica egiziana mentre gli israeliani
demoliscono le forze corazzate di Nasser nel Sinai.
L’Egitto
sembra spacciato. Ma Nasser ha in serbo un colpo maestro. Prima che gli
anglofrancesi arrivino sul Canale, affonda dozzine di navi arrugginite al
terminale nord del Canale, così recidendo il cordone ombelicale che unisce i
giacimenti petroliferi del Golfo all’Europa. Gli USA, allora senza Trump,
capiscono l’antifona e ordinano il ripiegamento. Imposto, del resto, dall’evidente
tramonto, così sancito, dell’epoca euro-coloniale.
Il
pensiero non corre agli Stretti di Hormuz, bloccati e minati da Tehran? Passano
solo i trasporti non nemici, suscitando il panico globale e riducendo lo
spaccamontagne dagli impulsi inconsulti a pietire l’aiuto dei sottoposti
europei. Che riluttano. Anzi, negano.
Sei
dissidente? Sei esperto!
Piovono
come cavallette, e dagli esiti infausti analoghi, gli “esperti” iraniani che
nutrono di sé gli schermi e le pagine della nostra strutturale informazione ad usum
delphini bellicus. Di cosa sia il loro paese non sanno nulla, essendo
fuorusciti da quasi mezzo secolo. Sono residui monarchici, nostalgici dei fasti
ultraliberisti pahleviani, quando trequarti della popolazione era analfabeta,
ma per gli arruolati nella preparazione bellica tramite calunnie e falsità sono
oro colato.
Perlopiù
rozzi e ripetitivi nelle accuse da decenni, ogni tanto ne spunta uno dalla
trovata originale che supera il logorio dello stereotipo propagandistico dell’agenda
CIA-Mossad. Un mio amico, rimastone convinto, me ne ha trasmesso le
argomentazioni. Il nocciolo del mistero iraniano starebbe nel fatto che “gli
iraniani si rapporterebbero all’Occidente con tratti chiaramente morbosi, anzi
patologici”. Quali sarebbero? Ecco qua: “un attaccamento eccessivo,
un’ammirazione acritica, un amore maniacale, che impedirebbero qualsiasi
distacco epistemico”. Con questo Occidente in cui immergersi, l’Iran si
troverebbe di fronte allo “standard definitivo di razionalità, progresso,
perfino virtù”. Non aspetterebbe che farsene modello universale.
Bum!
Di colpo svaporata una civiltà trimillenaria del tutto originale, multiforme,
sincretica, zoroastriana, islamica, moderna, che ha irradiato di sé la
Mesopotamia e, da lì, mezzo mondo conosciuto. Svaporato un conflitto, questo sì
epistemologico, tra due mondi dalla visione opposta dei rapporti
inter-nazionali, interpersonali, sociali. Dissolti nel nulla le ragioni per cui
93 milioni di persone si oppongono a una normalizzazione occidentale di cui
hanno sofferto l’imposizione e di cui sanno che altererebbe in profondità
quanto esse sanno di essere. Il paradigma di un’infima minoranza di dissidenti
espatriati, nostalgici di una minuta borghesia nelle grazie dell’imperatore
torturatore e famulus degli USA, elevato a carattere identificante di un popolo
che, come pochi altri, vanta e difende la sua diversità attuale e storica.
In
ogni casa una sottile trappola cognitiva nella quale far sì che ci si rassicuri
che, se proprio dobbiamo abbattere e disgregare questa nazione, lo si dovrà
fare per farne emergere l’autentico carattere “euromaniaco”. Quello di società
e civiltà a tutti superiori.
Dell’aggressione
israelo-trumpiana all’Iran si sono dette incongruenze che rasentano l’ottusità.
Per bloccargli la bomba atomica, ma se non se l’erano mai sognata ed erano
disposti a trasferire all’estero l’uranio arricchito a scopi energetici e
medici. Per fermarne lo sviluppo di missili balistici, che potevano minacciare
gli USA, pur non superando i 2.000 km. Per salvarne (disintegrandole) le donne
velate, emarginate e represse, che però erano il 64% dei laureati, tasso più
alto del mondo, e quindi in posizioni decisionali a tutti i livelli: ricerca,
sanità, scienza, istruzione accademica, parlamento, organizzazioni civili….. Infine.
per il regime change, ma chi mettere al posto degli attuali dirigenti, visto
che, a parte l’impresentabile figlio dello Shah e pappagallini dissidenti alla
Machado, non si reperiscono interlocutori? E visto che, a parte quella
infiltrata, tanta opposizione non ci deve essere se, ogni due per tre, milioni
vanno in piazza a sostenere il governo e per le strade tra la gente passeggiano
i massimi dirigenti dello Stato.
I dirigenti e il loro popolo
Da
Ciro a Khomeini
Dalla
fondazione del regno degli Achemenidi, con Ciro il Grande, nel VI secolo a.C., gli
iraniani sono, insieme agli Abbasidi, la cultura dominante nello sconfinato
mosaico di pooli, religioni, culture, etnie, che è il Medioriente. La loro
identità è triplice, comprensiva, includente e si prolunga dall’antichità fino
alla nazione moderna, islamica dal VII secolo e scita dal XVI, multireligiosa e
multietnica. Con i persiani metà della popolazione, le minoranze più numerose
sono i curdi, 10%, i beluchi 1,5 milioni, gli azeri 14 milioni e gli ebrei.
30.000. Ho avuto modo di incontrare quest’ultima comunità a Isfahan e ricordo
il rabbino capo che definiva Israele “Stato criminale” e sottolineava la serena
convivenza con il “regime” e le altre comunità.
E
sulle diversità che compongono da secoli questo arazzo di colori distinti ma
convergenti che l’incompetenza degli strateghi e analisti occidentali fonda la
speranza di disgregazione interna del paese. Speranza dimostrata vana dagli
esiti, regolarmente fallimentari, delle varie sommosse che si è tentato di
innescare ricorrendo a queste minoranze, di solito dopo gli immancabili e
vagamente screditati “brogli elettorali”. Minoranze che, oltre a essere numericamente inadeguate a
una sollevazione generale, non sembrano neanche di averne tanta voglia, se è
vero che sono i curdi iracheni infiltrati, addestrati dalla NATO (compresi i
nostri Carabinieri) a Irbil, a rivelarsi l’elemento armato della recente
rivoluzione colorata.
Se
qualcuno dovesse preoccuparsi di una insufficiente coesione tra le componenti
della sua base sociale, sarebbe piuttosto Trump. Il suo clamoroso tradimento
delle premesse/promesse pacifiste e isolazioniste del movimento MAGA che lo ha
portato al potere, si è esplicitato in misura drammatica con le dimissioni e la
denuncia anti-Trump di uno dei suoi esponenti più prestigiosi, Joe Kent, capo
dell’Antiterrorismo USA. Le parole di Kent (seguite dalle mezze parola di Tulsi
Gabard, capa dell’Intelligence), “Non c’era nessuna minaccia dall’Iran, siamo
stati trascinati in guerra da Israele”, potrebbero preludere all’inizio della
fine della parabola del ciuffo giallo. Riflettono un dato generale: solo il 27%
dei cittadini statunitensi approva la guerra di Trump, mentre il 43% la
disapprova e gli altri non dicono.
Decapitato
l’Iran. O il petrodollaro?
A
ogni impresa di Netaniahu, massimo esperto storico di assassinio
extragiudiziale, individuale, o di massa (brevetto Peter Thiel di Palantir),
gioiscono i giornali: “Decapitato il vertice”. Che è quello, via via, di Hamas,
di Hezbollah, del Venezuela e, ora, dell’Iran. Il “manifesto”, che si duole del
velo delle donne, si sente su una pista di bowling e titola: “Una testa dopo
l’altra…”. L’abitudine dei media occidentali a facilitarsi le cose
personalizzando, trascura il dato di civiltà altre, non affette da
individualismo esasperato, che proseguono il loro cammino sapendolo di un
destino comune e, dunque, potendo ricorrere, se non a 93 milioni di “teste”, a
una loro buona percentuale.
Una
variabile interessante e indubbiamente centrata su questa storia delle
decapitazioni la offre Pino Arlacchi, già vicesegretario dell’ONU, quando
quella era l’ONU, e zar della lotta al narcotraffico mondiale. Nell’ufficio ONU
di Tehran, un suo funzionario mi illustra la collaborazione nella gestione
delle tossicodipendenze e del relativo traffico che si era stabilita tra
l’unità di Arlacchi e il governo. La definisce del più alto successo
internazionale. Alle guardie di frontiera del paese era costata centinaia di
morti negli scontri con contrabbandieri afghani che, sotto un’occupazione USA che
aveva rilanciato la coltivazione dell’oppio, venivano incoraggiati a infiltrare
lo stupefacente in Iran a evidente scopo di minarne la saldezza sociale.
L’analisi
di Arlacchi, un tantino più articolata e sapiente di quella dei tanti
autonominati esperti di Iran, ha colto il segno di un equilibrio delle forze in
campo: qualsiasi distruzione che l’armamentario israelo-statunitense possa
arrecare all’Iran, non vale una percentuale di ciò che viene inflitto agli USA
dalla demolizione, tramite droni, missili o blocco di Hormuz, della sua valuta,
sempre meno riserva mondiale. La cassaforte del debito pubblico e commerciale
USA, costituita dai petrodollari accumulati dalle petrodittature, socialmente
fragilissime, davanti all’evidenza che le basi USA non sono riuscite a
proteggerla, si va aprendo all’accumulo di altre monete, in particolare dello
yuan. Chi è che sta subendo la crisi più grossa, Tehran decapitata, o
Washington, la cui massima leva del potere entra in bilico?
Chi
è teocratico?
Ahamadinejad
con Chavez e con la vedova
Tornando
all’identità dell’Iran, universalmente descritto come sottoposto alla dittatura
religiosa, teocratica, degli Ayatollah. Lo si pone a confronto con una
“democrazia israeliana” che si dichiara immune e impunita, giacchè una tribù
monoteista, fuggita dall’Egitto politeista, dal suo dio esclusivo era stata
eletta suo popolo esclusivo. Una democrazia che dichiara il suo Stato riservato
agli ebrei e in cui altre componenti sono di rango infimo e possono essere sterminate.
Poi c’è l’Iran multiculturale, multietnico, multiconfessionale, in cui tutte le
comunità sono rispettate e nessuna è discriminata. Dove regna la teocrazia,
cioè dove si dispone delle cose e delle persone, senza limitazioni di diritto o
morale, secondo un dettato valevole solo per chi se lo attribuisce?
Qualche
dubbio dovrebbe venire ai propugnatori dello scontro del bene, laico e
democratico, gli USA, con il male, oscurantista e bigotto, l’Iran e tanti
altri, dal capo del Pentagono Hegseth che termina le sue arringhe ai soldati
con la recita di salmi della Bibbia, o dal comandante in capo che si fa ungere
“eletto del Signore” nel nome di Cristo da un’accolita di pastori evangelici. Questa
ottenebrazione demenziale scende poi per li rami quando i comandanti dei
reparti spiegano alle reclute che “tutto ciò che vanno facendo le armate del
Bene, inclusa la mattanza delle 180 bambine a Minab, fa parte del piano di dio,
come da lui descritto nel Libro dell’Apocalisse, dove si annuncia il ritorno di
Cristo e la fine dei tempi”.
E,
per altri versi, nella consapevolezza della propria impotenza, si manifesta
nella distruzione mirata di ciò che costituisce il retaggio di un percorso
millennario e delle creazioni che vi sono state forgiate. Come a Palmira, in
Siria, a Niniveh, Babilonia e Baghdad, è la frustrazione dei mendicanti di
cultura e civiltà che si sfoga accanendosi su queste testimonianze.
Palazzo
Golestan a Tehran del 1500.
Forte del suo variegato passato, nel quale si è
perpetuata la fusione tra politica e religione fin dai tempi preislamici,
l’Iran ha maturato un equilibrio tra laicità e confessionalismo che attraversa
via via varie fasi, senza irrigidirsi definitivamente su nessuna. Il predominio
della Guida Spirituale Suprema, con Khomeini e Khamenei, è stato modificato da
una dialettica in cui gli indirizzi strategici preminenti erano fissati da
presidenti laici, sia radicali che moderati. La rimozione di Ali Larijani ha
tolto di mezzo (e Israele ne è ben consapevole) l’esponente di punta di questa
dialettica che, dopo la scomparsa della Guida Suprema, prometteva di assumere
tratti secolari e pragmatici, sia sul piano geopolitico, che negli spazi dati
alle varie componenti della società.
Si
ricordino i due mandati di Mahmud Ahmadinejad, sicuramente al tempo stesso il
più laico per la questione dei generi, il più impegnato sul piano sociale e il
più visionario e dinamico sul piano geopolitico, di coloro che si sono
succeduti alla presidenza. Indimenticabili le immagini del suo abbraccio con
Ugo Chavez e le sue lacrime mentre, al funerale del comandante, ne abbraccia la
moglie, comportamento inammissibile per il musulmano rigoroso. Oggi di
Ahmadinejad si dice che si trovi in dissenso con l’establishment coltivato da
Khamenei.
Va
dunque posto fine, a essere seri, alla descrizione di questo Stato repubblicano
a molti strati, tutti originati da elezioni, come “Regime dei Mullah”. Il
religioso è stato sempre presente, a vari livelli, nelle strutture del potere,
ma si allaccia alla tradizione imperiale degli Achemenidi e al suo
universalismo. E’ dal VI secolo a.C. che l’Iran è la massima potenza culturale,
politica e militare della regione, in fertile coesistenza con i califfi arabi
in Mesopotamia, dalla visione altrettanto universalista e con per rivali, più
tardi, solo i turchi dell’impero ottomano. Una visione della vita, del mondo e
della società che si distanzia dai messianesimo millenarista sia dell’ebraismo
ortodosso, sia dei cristiani evangelici che costituiscono le milizie politiche
delle dissennatezze di Trump.
Dal
popolo o dalla provetta?
Rimettendo,
letteralmente, i piedi per terra, immaginiamoci che uno come Bin Salman, o
Flavio Briatore, abbia voluto allestire un superspettacolo con un torneo dello
sport che, comunque, resta il più fedele specchio della società, della guerra,
della convivenza e collaborazione, del fine più avanzato da raggiungere. Torneo
in cui figurino, da un lato, il Manchester United, creato nel 1878 dagli
inventori del calcio, e, dall’altro, squadre di recente invenzione, come
l’Inter Miami, o il Neom, della città dei 170 km lineari ancora da costruire, o
l’Al Rayyan del Qatar (di quel paese, cioè, che corrompendo decisori dell’UE,
si è fatto assegnare i mondiali del 2022 con gli stadi costruiti da un esercito
di schiavi, molti dei quali defunti nel processo e prontamente oscurrati).
Escludendo
doping, o scommesse da vincere, o partite vendute, o lobby pro-Qatar, chi,
secondo voi, dovrebbe, almeno alla lunga, vincere? Chi ne avrebbe i titoli?
Storici, morali, professionali e, azzardo, escatologici?
Usciamo
dalla discutibile metafora e mettiamo su un fronte l’Iran che, da quasi tre
millenni, è tutt’uno con l’habitat del quale condivide la terra, l’andare,
venire e stare di genti da conoscere e alle quali unirsi, le idee, i progetti,
le invenzioni, alberi e cieli, dolori e felicità. E’ come il Manchester United,
espressione della città, dei suoi fumi e onori e oneri industriali e operai,
quando l’ho visto giocare e c’erano i Bobby Charlton, i George Best, i Denis
Law. E c’era Matt Busby, che guidò la squadra per 26 anni, dal 1945 al 1971 e
ne fece l’indiscusso archetipo e protagonista del calcio europeo.
Monumento
a Matt Busby
Sull’altro
fronte abbiamo i collezionisti di scalpi, i genocidi di varia matrice,
improvvisatisi dogsitters biblici di un rottweiler a Washington addestrato
all’attacco. Ai loro piedi formicolano alcune migliaia di feudatari, nominati
membri di famiglie reali, che i sovrani della metropoli, Windsor prima,
Wallstreet dopo, hanno promosso loro fiduciari a guardia delle ricchezze che
fanno andare il colonialcapitalismo. Questi ultimi senza popoli, ma con nomadi
del deserto fatti vicerè dai Windsor (e poi dai sovrani di Wall Street) perché,
sfruttando schiavi immigrati, garantiscano flussi fossili e monetari.
Tutti
questi sono predatori messi lì da altri predatori. L’Iran è come Il Manchester
United. Ha tratto la sua essenza e il suo destino, la sua anima, da quel che
c’era prima e, arricchendolo, lo va perpetuando, oltre la frivolezza,
l’effimero, il precario, il caduco dell’immediato, che caratterizza la nostra
scintillante e tragica “modernità”.
Il
Manchester United ha saputo essere tutt’uno con il territorio e le sue genti da
148 anni. Rappresenta l’essenza e l’anima del suo popolo, attraverso gli attimi
come nello svolgersi del suo destino.
Noi,
che ci spianiamo le rughe con l’acido ialuronico, ci crediamo baldanzosi e nuovi
e, grazie agli algoritmi marciamo – e pensiamo - a passo dell’oca, siamo
convinti che i bagliori del tramonto siano il crepuscolo dell’alba. L’Iran è
antichissimo ma, se c’è una fonte dell’eterna giovinezza, è il pezzo
dell’umanità che vi è più vicino.
Permettetemi
di dire che sono laico, agnostico e semmai politeista. Ma se un paese
rivoluzionato sotto la guida dei mullah produce un popolo di eroi, beato questo
popolo e ben vengano i mullah
L’Iran
potrà essere ferito. Non ucciso. Per il mondo nel quale noi siamo costretti, è
invincibile.
sabato 21 marzo 2026
🎥*TARGET IRAN* di Fulvio Grimaldi
🎥*TARGET IRAN*
di Fulvio Grimaldi
_La civiltà più antica, il popolo più giovane, il "paese canaglia"
che il mondo dei vecchi vuole liquidare. Il primo docufilm girato senza i
paraocchi di chi divide il mondo in bianco e nero, credendosi nel bianco._
*Proiezione documentario e dibattito* con la presenza dell'autore Fulvio
*GRIMALDI*
🗓️ *Ven. 27 marzo ore 18.00*
Ingresso dalle 17.45
📍Circolo Chaplin, via duca degli abruzzi, 97 -
Ladispoli (Rm)
QUALE RESISTENZA E’ LA PiU’ BELLA?
Ci sono amici e compagni che si sono giustamente impegnati
anima e corpo per l’Iran e vanno sostenendo la centralità assoluta della sua
resistenza. Avrei qualche riflessione da fare a proposito. Mi metto le terga al
sicuro, ricordando che di Iran mi occupo da una ventina d’anni, lo visito e gli
ho dedicato molto lavoro. Ma ho un paio di obiezioni da dedicare a questa nuova
passione che rischia di fare inconsapevolmente il gioco dei nemici dell’Iran.
Non ci sono dubbi che Israele e il suo manutengolo
statunitense approfittano del clamore globale suscitato dalla guerra con l’Iran
per distogliere l’attenzione da quanto stanno facendo in Palestiina, Gaza e
Cisgiordania, e Libano. E ci sarebbe pure Cuba…
Il genocidio di Gaza che, a dispetto delle tregue, prosegue
a forza di uccisioni dirette e indirette, tramite fame, mancanza di protezione
dalle intemperie, malattia da inquinamento programmato, ferite e mutilazioni
che non è più possibile curare data la distruzione di tutti i presidi sanitari.
Grazie allo sterminio dei giornalisti locali, quasi 300, si sono anche ridotte
notizie e immagini delle atrocità inflitte e della resistenza tuttora operante.
Gaza cessa di essere di moda.
In Cisgiordania, decisa dalla Knesset l’annessione sotto
forma di appropriazione dei terreni, si vanno svolgendo i pogrom dei coloni,
assistiti dall’esercito, che non risparmiano più nessun abitato, attività
produttiva, attività agricola, valori ambientali e storici, demoliscono e
uccidono a volontà. Ci avviciniamo alle dimensioni di un genocidio anche qui.
Non ci sono dubbi che sia programmato.
In Libano, sempre alla faccia della tregua firmata da un
ente che si definisce Stato tra gli Stati, grazie alla complicità di componenti
sociali e politiche di una precisa componente della società, i cristiani
maroniti, consolidatisi in forza politica di netta identità fascista e grazie
alla passività di un establishment ricattato dagli USA, il genocidio sta
diventando all’ordine del giorno. Un quinto dalla popolazione di 5 milioni è
sfollato e sopravvive senza mezzi, senza soccorso, all’addiaccio. Il mondo
tace. Noi tacciamo. I bombardamenti israeliani, detti contro roccaforti e
presidi di Hezbollah, non conoscono restrizioni civili. Anzi.
In compenso, una resistenza che si pensava debellata, date
le decapitazioni di due anni fa, si è ripresentata rigorosa, colpisce
pesantemente il nord dei territori palestinesi occupati e fornisce una
credibile opposizione all’invasione israeliana via terra. Ma non è di moda
neanche quella.
Ricordiamoci che quella palestinese e, per contiguità
politico-territoriale, quella libanese sono questioni al centro di tutto il
confronto geopolitico, economico, morale mondiale. Accanto a quella iraniana. Vale
per le relative resistenze, delle quali nessuna, perché al momento più glamour,
deve essere privilegiata a scapito delle altre. Tanto meno se, magari, si è
tentati di sceglierne quella che appare vincente.
venerdì 20 marzo 2026
Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti --- NE’ NE’, PER TENERSI IL CULO AL CALDO
Fulvio
Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti
NE’
NE’, PER TENERSI IL CULO AL CALDO
Nè nè, per tenere le terga al caldo -
Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=g8VYhSBPyms
“Senza infamia e senza lode”, il contrapasso
Simmetricamente all’avanzare del mostro di un conflitto che
gli aggressori, nel loro delirio criminale millenarista, vogliono sempre più
globale, esplode il festival del neneismo, fenomeno che, dai tempi dei tempi, è
andato esprimendo uno dei lati deteriori dello spirito umano. Ne ha dato
testimonianza padre Dante. Quelli del né né, gli ignavi, coloro che non si
schierano, per viltà o complicità, li ha confinati, indegni di una sistemazione
chiaramente definita, nell’anti-inferno, prima della traversata dell’Acheronte.
Gente condannata a correre in perpetuo, intellettualmente accecata, dietro a un
simbolo roteante, mentre insetti velenosi ne suscitano ferite il cui sangue si
mescola a vermi e fango.
Peggio di così non li si poteva immaginare, i né né, quelli
che non stanno né con gli uni né con gli altri, come coloro che stanno con gli
uni e con gli altri, immergendosi nella pace dei sensi e dello spirito,
assicurata dalla cancellazione della dialettica e della logica degli opposti.
Quella di Eraclito, il primo e il più grande.
Andiamo sul concreto. Una lucida percezione di cosa sia il
neneismo, con l’occasione di contribuire a crearne il neologismo né né, mi
capitò quando, inviato di “Liberazione” alla guerra del 1999 contro la Serbia,
in un servizio da Belgrado annichilita dalle bombe, deplorai l’atteggiamento
dei famigerati “pellegrini di pace” convogliati da preti, dirittoumanisti e
benpensanti vari nella Sarajevo bosniaca e antiserba. La Nato, con protagonisti
i nostri governanti, D’Alema e Mattarella (tanto per non fare nomi. E questi
ancora parlano!), stava maciullando la Serbia, democratica, pacifica e
socialista, a forza di uranio impoverito e c’era chi proclamava, a petto in
fuori e col culo al caldo, “né con la Nato, né con Milosevic”.
Denunciai nei miei dispacci questo vero e proprio assist
agli aggressori che si vantavano di schierarsi né con gli
aggressori, che tutto avevano iniziato per i loro criminali fini, né
con gli aggrediti, che tutto stavano subendo. Tra cui la fine della vita.
Dimostrandosi un perfetto esemplare di quell’apparato
mediatico che, a forza di né né, ha lubrificato i cingoli di tutti i carri
armati posti sulle vie d’accesso alla distruzione di governi, Stati, popoli, il
caporedattore del mio giornale cestinò – senza farmelo sapere – i miei
articoli. Addirittura quello, di vero rilievo storico, che conteneva l’ultima
intervista a Slobodan Milosevic prima del suo arresto e della sua morte
programmata dal tribunale yankee dell’Aja: “Pubblicando questa intervista ci
appiatteremmo su Milosevic”, fu la spiegazione. Quelle ultime dichiarazioni
del presidente jugoslavo e serbo, che tracciavano un quadro accurato e
complesso di quanto fatto ai Balcani nel decennio dei ’90, furono poi
pubblicati dal Corriere della Sera, allora ancora dotato di professionalità.
Che quello del né né sia un costume diffuso particolarmente
in una sinistra che, come suol dirsi, tira a campa’ nell’esistente senza porsi
il problema di cambiarlo ab imo pectore, è immancabilmente confermato da
tutti i conflitti che abbiamo attraversato dal Vietnam in poi. Dal Vietnam,
perché quella era un’ultima guerra coloniale in un tempo in cui proprio tutti
avevano realizzato, illuminati dalla sollevazione dei popoli, che il
colonialismo era irrimediabilmente uno schifo. E i né né finirono nel ridicolo.
Poi vennero i né con Saddam né con Bush, né con Assad né con
l’ISIS-NATO, né con Zelensky e UE né con Putin, nè con Israele né con Hamas.
Un’equipollenza, equidistanza, quest’ultima, voluttuosamente giustificata dall’appropriazione
della falsa narrazione sionista dell’evento: “Orrendo il genocidio a Gaza,
però quelli del 7 ottobre!, che ha messo al sicuro dalle rappresaglie la créme
de la créme degli analisti di sinistra.
L’episodio, che era facile interpretare in maniera
nettamente univoca, come massimo crimine contro l’umanità sancito dal tribunale
di Norimberga, la nostra guerra contro una pacificissima, amica e prospera
Libia, produsse un né con la Nato né con Gheddafi, che mi capitò tra i piedi a
Trento due anni fa.
Ero relatore a un bel convegno sull’informazione altra. Tra
gli ospiti, applaudito e empatizzato, il bravo vignettista Vauro. Uno dei
politicamente e umanamente più giusti . Forse il migliore. Ma aveva fatto un
capitombolo gravissimo: al tempo dell’assalto alla Libia, una vignetta che
ripeteva ed esaltava l’infame falsità sulla base della quale si è voluto
distruggere quel paese: vi aveva raffigurato un trucido Gheddafi vestito da
macellaio, con tanto di mannaia e il grembiule inondato di sangue.
Affrontai Vauro e gli chiesi se quella vignetta potesse
conciliarsi con un convegno dedicato all’informazione corretta. Non rispose.
Forse non aveva capito.
Oggi siamo a una forma di né né particolarmentre depravata,
epsteiniana, che ci piove addosso come fosforo bianco israeliano: né con
l’Iran, né con Israele e USA. Adottata immancabilmente dai fascisti di Palazzo
Chigi a conferma del loro stare con Trump e Netaniahu e, ahimè, riassunto con
questo titolo dal Fatto Quotidiano: “Dopo i raid, riecco i pasadaran:
Teheran sotto il doppio assedio”.
Chiudo precisando che in questo tumore del né né, dove
peggio è quello che “sto con nessuno”, vero disarmo unilaterale, quinta colonna
dell’associazione a delinquere, che l’altro, inane e grottesco, dello “sto con
tutti”, bisogna distinguere tra due categorie. Gli inquinati, anche solo di striscio, ma
comunque perniciosamente, come Vauro, e gli inquinatori, come quel Padre
Zanotelli, non per nulla missionario che, di un’Africa sotto attacco
neocolonialista, si impegna a denunciare i “dittatori”. A partire da quello
dell’Eritrea, paese sotto embargo micidiale dall’indipendenza, conquistata in
trent’anni di lotta, e unico africano all’ONU che non abbia votato le sanzioni
alla Russia.
martedì 17 marzo 2026
FULVIO GRIMALDI --- GUERRA ALLA BIOSFERA --- Il ruolo dei né né e dei curdi)
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Nè
nè
Parto
con una considerazione che col resto dell’articolo c’entra solo di striscio. Ma
capita che a volte sia determinante.
Ci
sono quelli che danno ragione a tutti e stanno comodi comodi, senza dare gran
fastidio e senza essere neanche tanto infastiditi. Sono come fiocchi di neve di
primavera che non fanno in tempo a esserci che spariscono, si sciolgono.
Lasciano niente, solo un po’ di umido per terra.
Poi
ci sono coloro, perlopiù caratterialmente tanto saccenti quanto superficiali,
che danno torto a tutti e, se contendenti, a entrambi. Sono nefasti, sono i più
nefasti. Fanno danno. Allignano nella sedicente e detta, incredibilmente,
ancora sinistra. Sono quelli che la sanno più lunga. Spesso si definiscono
dirittoumanisti, con particolare voluttà se si tratta di diritti conculcati
delle donne. Si presentano in forma organizzata di ONG, quasi universalmente
celebrate, alla pari da furbi e sciocchi, che si professano propugnatori dei
diritti umani e denuncianti di coloro che li violano. Hanno agevolato più
guerre d’aggressione, più rivoluzioni colorate e regime change, più dannanti demonizzazioni,
loro, che gli stessi attori di queste operazioni. Come i missionari nei fasti
del colonialismo sanno farsi, oggettivamente, apripista di armate che, nel nome
delle superiori verità da loro proclamate, spazzano dalla scena popoli e
civiltà. La Storia ce ne tramanda una definizione che risale alla guerra contro
la Serbia: i “né né”. Né con la Nato (che da noi aveva le sue polene in D’Alema
e Mattarella, che ancora parlano), né con Milosevic.
Esempio
recente, che peraltro si trascina da decenni, è che tanti fenomeni analoghi
perfettamente e abiettamente rappresenta, è quello di gente la cui anima è
fatta di puzza al naso quando critica l’aggressore imperialsionista dell’Iran.
Cosa, questa facile, anzi inevitabile, imposta dall’incontrovertibile realtà
dei fatti (che ci vuole una madre cristiana della Garbatella a non vedere). Ma,
prima di aver di nuovo ispirato, si adontano gravemente, fino a giustificare
l’aggressione, della “repressione sanguinaria inflitta dagli ayatollah ai
manifestanti”. Cultori di equidistanze ed equipollenze, rintanano la propria
coscienza nell’angolo buio della pretesa
supremazia morale.
Intanto
è monumentale l’ignoranza di questi inconsapevoli propagandisti della coppia
genocidaria israelo-statunitense, autoconsegnatisi alla mercè della propaganda
della mafia predatrice occidentale, come dell’hasbara sionista. In tutti i casi
del genere, da Maidan alle primavere arabe e a tutte le situazioni in cui
Washington ha preferito interventi per procura al ritorno a casa di bare
avvolte nelle stelle e strisce, degli eventi non si conosce una mazza. Ma si è
orgogliosi propalatori delle proprie certezze, tra bar della stampa e stampa
del bar, da tranciare giudizi che non sono che l’incolla di quanto rigurgitato
dai media e regimi di obbedienza Sion-USA..
Così
con Sarajevo bersagliata dai cecchini serbi, con Milosevic e Gheddafi che
trucidavano i propri cittadini, con gli afghani che avevano buttato giù le
Torri, con Saddam che con i gas sterminava 180.000 curdi, con Assad che
torturava a morte tutti i prigionieri politici, con Putin che riparava le buche
delle strade di Bucha con cadaveri apparsi solo giorni dopo la partenza dei
russi… e andare.
Sarebbe
irriverente obiettare, sollecitare dubbi, di fronte a tanta conoscenza,
coscienziosamente acquisita dai più autorevoli mainstream e condivisa pari pari
da maggioranza e opposizione. Sarebbe addirittura offensivo proporre prove,
informazioni altre, anche alla mano di testimonianze, documenti e video
iraniani circolati nei due terzi di pianeta che non sono l’Occidente. Prove che
mostrano i pogrom allestiti da elementi armati delle minoranze, in parte
introdotti dall’esterno e che ora apertamente si ripropongono, ancora una volta
con la garanzia dichiarata di un’assistenza sul campo di Mossad e CIA.
Curdi
per procura
A
questo proposito uno dovrebbe chiedersi, specialmente tra alcuni reduci del ’68
male inteso che si sono ringalluzziti a sentire parlare di curdi del Rojava, di
democrazia, femminismo, ecologia, gender, fino a quando curdi in Iraq, Iran e
Siria si faranno mobilitare, usare – e poi sacrificare – al servizio di potenze
straniere imperialiste. Piuttosto che integrarsi in realtà multinazionali,
multietniche, multireligiose, che assieme costituiscano coesistenza, sovranità,
autodeterminazione, rispetto ai rigurgiti del colonialismo?
Ad
eccezione della Turchia, dove la convivenza è stata segnata da repressione
governativa e risposta armata, negli altri paesi, Iraq, Siria e Iran, i curdi
vivevano rispettati, padroni della propria lingua e cultura, su territori
abitati da sempre. Sarebbero stati l’invidia dei nostri sudtirolesi dell’Alto
Adige. In nessuno di questi paesi le minoranze subivano quelle discriminazioni
che la propaganda imperialista denuncia. In ognuno di questi paesi, dirigenze
corrotte si sono messe al servizio di interessi stranieri, precipuamente
israeliani e statunitensi, miranti alla disgregazione dell’unità dei paesi da
sottomettere e saccheggiare. Il compenso? Appropriarsi di territori di altre
componenti etniche. In Iraq l’area petrolifera di Kirkuk, archeologica di
Ninive, industriale di Mosul. In Siria il Rojava fino a Raqqa e Deir Ez Zor,
praticamente tutto il nordest agricolo e petrolifero. Il patriarca del clan
curdo iracheno, Mustafa Barzani, è stato uno stipendiato CIA da quando si è
prestato a fare da quinta colonna nell’Iraq antisionista e antimperialista. Il
figlio, Massud. ne perpetua la missione.
Carabinieri
e proxy curdi
Meloni a Irbil
A
proposito di curdi, perpetua le sue missioni al servizio del colonialismo
occidentale il governo Meloni-Crosetto, la cui base militare a Irbil, capoluogo
del Kurdistan iracheno, è stata colpita da droni iraniani. O forse delle Unità
di Mobilitazione Popolare irachene, quelle che liberarono Mosul dall’ISIS. Non
molto tempo fa la visita qui del premier Meloni e di Crosetto aveva rallegrato
i militari della base italiana (come da immagine) installata, chissà perché, in
questa regione. Il perché non è molto pubblicizzato. Carabinieri vi addestrano
i Peshmerga, milizia protagonista storica del separatismo curdo, che da tempo è
stata chiamata dalla israelo-statunitense “Coalizione Epstein” a infiltrare sue
unità in Iran per azioni terroristiche finalizzate al regime change.
Nell’attuale
fase di aggressione aperta all’Iran, queste milizie sono state sollecitate a
svolgere il ruolo di proxy, visto che i “boots on the ground” Trump non
se li può permettere. E poi Meloni riferisce in parlamento che “noi non siamo
in guerra”. Non le sono bastati i 28 militari italiani morti a Nasiriyya nel
2003, mentre erano impegnati ad assistere USA e NATO a sfasciare l’Iraq. La
chiamarono “Operazione Antica Babilonia” (antica Babilonia i cui reperti e
testi furono razziati dalla soldataglia USA dai siti e dai musei iracheni,
vecchia usanza anglosassone)
Pazzo,
ma con metodo
Tutto
questo ambaradan (giusto riferimento colonialista) ha un capo. Recentemente
consacrato Unto del Signore, come da foto. E’ psicotico, schizofrenico,
paranoico, bugiardo, ma di quelli patologici che credono alle loro bugie, narcisista,
megalomane, dalla moralità secca come una prugna secca dimenticata in dispensa dal
1952, dall’eloquio infantil-senile esprimente concetti della stessa maturità.
Dietro
al cartonato folle c’è però del metodo. Che, date il suo Q.I., non può essere
il suo. Lui va a ruota libera. Il metodo è quello che dietro all’incredibilità
del figurante, che lascia tutti passivi e a bocca aperta, ce l’hanno, poco
visibile, i manovratori. Che sono quelli che lo tengono per le palle in virtù
dei suoi giri sulla giostra di Epstein-Maxwell-Barak-Mossad. Ma anche quelli
che, a forza di dobloni, lo hanno fatto arrivare alla presidenza, gli
permettono di continuare a giocare dicendo tutto e il contrario di tutto e
mutando la Casa Bianca in sala da ballo chilometrica. Sono poi sempre gli
stessi che hanno messo in mano a Epstein una rete da pesca fatta di qualche
centinaio di acerbe fanciulle. A lui il compito di epater les bourgeois, straparlare
al popolino di MAGA, a loro
quello di far continuare a funzionare il Deep State
L’Unto del Signore
Sicari
e loro opere
E
gli altri? Tipo i commensali al banchetto del Board of Peace, fondato sulle
ossa sbriciolate di qualche centinaio di migliaia di palestinesi e con vista
sul mare grazie alle vetrate strappate al Palazzo di Vetro dell’ONU che fu? I
valletti e le passeggiatrici della corte europea? Più o meno della stessa
risma, con uno spartito dalle varianti solo leggere. Hanno seminato bene gli
architetti dell’11 settembre, di quel cenobio sion-millenarista che è il Deep
State, quando hanno provato a ricucire con il PNAC (Progetto per un Nuovo
Secolo Americano), un impero sbrindellato dalla propria prosopopea, ottusità,
incompetenza.
Facciamo
una passeggiatina nella memoria fragile di un giornalista molto attempato. Cosa
incontriamo sotto gli occhi di tutto il mondo con coloro che se ne dicono
responsabili a stare a guardare? Un genocidio in diretta che dura da due anni e
mezzo e si va estendendo e moltiplicando; sanzioni unilaterali di un’entità
senza limiti di diritto che affamano e devastano una quarantina di paesi; il
rapimento e sequestro del capo di Stato di una nazione sovrana e pacifica e di
sua moglie; un’orrenda guerra dai milioni di morti e feriti provocata con un
colpo di Stato e il massacro della minoranza russa; un Occidente democratico e
civile che sostiene la guerra di sterminio contro un pacifico e inerme Yemen,
condotta dalla più retrograda dittatura del mondo; la vaiolizzazione del
pianeta mediante un migliaio di basi militari adibiti a guerre, regime change,
saccheggi di paesi sovrani; il presidente del più potente paese del mondo,
detto la più grande democrazia, comprato, ricattato e posseduto da un piccolo
Stato guerrafondaio, razzista e genocidario, fondata su una leggenda.
Le
armi proibite di Israele
Potrei
andare avanti per ore e pagine. Chiudo con il fenomeno che suscita meno
attenzione ed è il più grave: il saccheggio e la distruzione delle risorse
attraverso l’ecocidio della biosfera dalla quale dipende la vita di 7 miliardi
di umani e incalcolabili altre creature. Davanti a questo crimine contro il
pianeta e chi lo abita, la passività degli astanti e la complicità dei gestori
è il delitto più grave dopo quello compiuto da qualcuno nell’alto dei cieli con
l’invio del diluvio.
L’ultima
non poteva che essere quella di Trump: “Il glifosato è essenziale per la
sicurezza nazionale”. Fa il paio con la sicurezza nazionale di Israele
garantita da centinaia di migliaia di palestinesi (e libanesi, e siriani e
iraniani) morti ammazzati. Essenziale per la sicurezza USA sarebbe la falcidie
da cancro di innumerevoli umani in tutto il mondo ad opera di uno dei più
potenti veleni mai utilizzati in agricoltura (Monsanto-Bayer), a scopo di
incrementare produzione e profitti delle multinazionali del cibo. Il proclama
trumpiano che legittima la strage è successivo alla denuncia del governo
libanese alle Nazioni Unite per il criminale spargimento dell’erbicida
glifosato da parte di Israele nelle zone fatte evacuare da 800.000 abitanti,
allo scopo di renderle sterili e inabitabili.
Il
dato mi riporta alla guerra libanese vinta da Hezbollah nel 2006 contro gli
aggressori israeliani. Negli ospedali incontravo feriti i cui organi venivano
divorati inarrestabilmente da proiettili che contenevano sostanze chimiche
proibite. Nelle campagne del sud liberato era altrettanto inarrestabile e
irrimediabile la sequenza, che perdura, di bambini e contadini mutilati, o
uccisi dalle bombe a grappolo, ugualmente proibite, lanciate dagli F-35
israeliani e rimaste sepolte nel terreno. L’uranio impoverito mi si era invece
manifestato, in Iraq e Serbia, sotto forma di cancro pandemico e deformazioni
nei neonati, tali da impedirne la sopravvivenza. Il fosforo bianco lanciato da
Israele sul Libano l’ho poi ritrovato a Gaza, nell’aggressione di “Piombo
Fuso”. Bastavano poche gocce e il corpo prendeva fuoco e si carbonizzava in
pochi minuti, lasciando sull’asfalto l’impronta nera dell’essere umano che fu.
Guerra
alla biosfera
Se
il cambiamento climatico sia determinato da comportamenti umani delle cui
conseguenze non si stia tenendo conto, o non sia ciclicamente provocato dalle
attività eruttive del sole, dei cui effetti non sia possibile tener conto, nè
tanto meno impedirli, resta, al di là delle tifoserie, questione
scientificamente aperta. Invece è da tempo del tutto chiuso, tanto nella certezza
scientifica, quanto nell’inconsapevolezza del volgo, che sia l’attività
dell’uomo a fare del suo habitat la più fetida e tossica delle discariche. E
che sia la guerra, raramente inserita nella classifica dei cattivi, il massimo
alimentatore di tale accumulo di rifiuti ed inquinanti, presto o tardi letali.
Ci
stiamo armando all’impazzata e i millenaristi che puntano all’Armageddon, alla
venuta del messia e alla fine di tutto - ed, in attesa, a sempre più denaro - sanno
che tale riarmo inevitabilmente porterà alle guerre. Non sanno, o non vogliono
sapere, o far sapere, che nessun crimine ambientale compiuto con disboscamenti,
veleni, miniere, cementificazione, G5 e G6, caccia e anticrittogamici, sarà mai
tanto efficace nell’accelerare quell’esito quanto la guerra.
Lo
sversamento, dalle nostre tasche all’industria delle armi, di incommensurabili
quantità di denaro – 6,5 trilioni di dollari a livello mondiale nel 2035,
primato su qualsiasi altra attività - è in diretta proporzione con il
deterioramento della qualità della vita sul pianeta. Si tratta in prima istanza
di impoverimento di massa. Basterebbe un terzo di quella somma per liberare da
povertà estrema, cioè fame, 1,1 miliardo di persone.
Poi
ci sono i danni. Le guerre distruggono: case, strade, infrastrutture
energetiche e idriche. Poi distruggono quanto servirebbe per la ricostruzione:
metalli, materiali sintetici, minerali, idrocarburi, lubrificanti, esplosivi
che vengono usati – sprecati – dal militare. Le sole forze armate USA consumano,
nelle loro circa 1000 basi sparse nel mondo, 320.000 barili di petrolio al
giorno. Lo avete sentito menzionare nei summit sul clima?
Per
un solo aereo F-35 si devono utilizzare 450 kg di terre rare. Per una fregata
F125 1.920, per un sommergibile più di 3.100. Alle quali terre rare devono
essere aggiunti rame, acciaio, esplosivi per i proiettili, lubrificanti per le
macchine, carburanti per i movimenti. E relativi scarichi. Senza calcolare cosa
comporti l’estrazione di tali materie in termini di devastazione di territori
circostanti e relative vite. E, pensando al Congo o all’Amazzonia, anche in
termini sociali.
La
chiamano “Sicurezza”
L’estrazione
del litio, minerale indispensabile per le tecnologie digitali dei militari, comporta
residui velenosi che contaminano le acque più profonde e provocano
l’abbassamento della falda freatica, con conseguente desertificazione del
suolo.
L’Uranio,
di cui si va ora agitando l’uso sotto forma di bomba, ma anche tanto ambito
nella sua forma impoverita, per gli effetti che ho visto nelle guerre e
raccontato sopra, e che, a livello civile, viene destinato alla produzione di
energia (vedi Iran) e comporta processi d’estrazione particolarmente dannosi.
Il 99 % di quanto si ricava è scoria, resta appena uno 0,1% di uranio. Il
minerale, venendo macinato, produce polveri velenose e radon. Poi lo si lavora
con ammoniaca e quanto resta finisce in fanghi che vengono scaricati in vasche
di raccolta. Da dove continuano a irradiare radioattività in eterno. In Niger,
dove si scavava uranio per le centrali e bombe francesi, prima che i suoi
guardiani militari venissero cacciati dal paese, si è scoperto che ne sono
rimaste contaminate, e uccise, migliaia di persone e bestie. Nel silenzio
dell’OMS.
Vogliamo
parlare del Napalm e dei 45 milioni di litri di Agente Orange alla diossina,
che in Vietnam hanno eliminato, rispettivamente, vegetazione e vite umane? Ancora anni dopo ho visto e filmato ragazzini
che rimuovevano metri di superficie del suolo per poter piantare qualcosa che
non venisse contaminato. E non dimentico, in braccia a madri senza speranza
negli occhi, bambini nati deformi e senza guarigione mai.
Per
assicurarsi i suoi soldi e l’indiscusso uso della sua forza, il capitalismo
dipende da materie, prodotti, rotte di merci e genti passivizzate dai consumi.
E oggi anche dalla paura. Per garantirsene il controllo ha bisogno del militare
e di lanciare guerre. Ma ogni giorno di attività dei militari, in pace o in guerra,
intensifica la distruzione dell’habitat dei viventi. E, di conseguenza, la
disponibilità dell’uso positivo da parte dell’uomo – e degli altri viventi! -
della superficie terrestre. Con ogni operazione bellica – ed esercitazione
prodromica - aumenta la dimensione dei veleni e scarichi liberati dai militari.
Cosa
credete perché l’argomento che, dopo AIDS, terrorismo, Covid, ci ha mandato
tutti in tilt da paura, sia sparito dal proscenio sul quale la ancora immatura
Greta Thunberg, confortata da tutti i Grandi del pianeta, imperversava? Al
punto che i vari vertici, di Rio, Parigi, Belèm, hanno lasciato meno traccia
della lumachina sul gazebo? Ovvio, no? Perché a parlare di catastrofe
ambientale, come fa a non comparire un carro armato che, giracchiando per un
giorno in un km2 per l’Ucraina, consuma più nafta di cento automobili da Amsterdam a Parigi?
Quando
poi ci parlano di “sicurezza” usano un’altra arma, quella della distrazione di
massa. Ogni impiego del militare, con la costante, frenetica ricerca di nuovi
metodi e tecnologie di avvelenamento e morte, comporta esattamente il
contrario. Vale perlopiù anche per gli strumenti dell’ordine interno. Vogliamo
dirlo alla premier, che di trumpismo militante e militare campa, al lobbista
degli armieri che fa il ministro e a quella beffa del contrario dell’assunto
dichiarato, che fa il ministro dell’ambiente?