martedì 16 giugno 2026

uinte Colonne dell’imperialismo --- GLI AGITPROP DELLA DISSIDENZA --- I casi Satrapi e Navalny

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__quinte_colonne_dellimperialismo_gli_agitprop_della_dissidenza_i_casi_satrapi_e_navalny/58662_67464/

Sono i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello, il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.

Sono i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la dissidenza. 

Si potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e l’inclita hanno del reale.

I dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Doğru.

 

Coloro che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime change.

Gli esiliati nei paesi ospiti, che fisologicamente devono essere ostili ai paesi d’origine, o quanto meno ai relativi governi, assumono il compito di demonizzare la rispettiva patria, farlo sfigurare rispetto a quello ospitante, e quindi agevolare sanzioni, aggressioni, guerre.

Noi qui ci dedichiamo a due assoluti prim’attori della dissidenza nelle rispettive categorie di nativo in esilio e di nativo a casa sua: l’iraniana di Francia, Marjane Satrapi, e il russo in Russia, Aleksej Naval'nyj.

Persepolis, ritratto in nero

 

Guardate queste immagini – e altre in rete - tratte dal fumetto “Persepolis”, libro e film, della recentemente defunta scrittrice iraniana Marjane Satrapi che, prima di emergere come artista, faceva Ibrahimi. Ho girato l’Iran per il lungo e per il largo, per il sopra e il sotto e vi assicuro che, per trovare figure avvoltolate dalla radice dei capelli alla punta delle scarpe in queste funeree vesti nere dette chador, mi toccava entrare nelle moschee, neanche in tutte, in quelle più solenni e storiche, tipo a Mashad, oppure visitare qualche remoto villaggio rurale nello sprofondo del paese.

 

Per il resto che fossimo per strada a Tehran, Isfahan, Tabriz, Shiraz, vedevo ragazze e donne, sfolgoranti di colori, sciolte e sorridenti, vispe e loquaci, a volte per mano con i fidanzati, o mariti, o amici, a volte in gruppo, ciarliere e schiamazzanti e, ancora, in corteo, grandi e piccine, mescolate ai maschi, grandi e piccini, con un’idea di velo sulla nuca. A festeggiare, per esempio in un parco di Shiraz, tra giardini fioriti come noi ce li sogniamo, il giorno della protezione della natura, o, uscite dall’accademia delle Belle Arti, sedute su un muretto, a fare il ritratto a una persona che passa…

Tutto questo nel nero nerissimo di Satrapi non c’è. C’è il nero, solo quello. Nero come è nero il male, mentre il bene è bianco, si sa. E qui siamo al punto.

 

 

 

 

 

 

 

Fumettista renitente pro fumettista di leva

Per tutti i celebranti, corifei, fan, dell’iraniana transfuga in Francia, mi pare opportuno, perché paradossale, citarne uno, collega della scomparsa. Perché nel suo lamento funebre esprime quanto c’è di più allineato con la cupola suprematista, colonialista e razzista che determina il volto dell’Occidente. E lo fa sull’unico quotidiano generalista italiano che se la tira, giustamente, da “altro”, per molti versi da antagonista. Leggere nel web e riflettere:

Il disegnatore satirico Mario Natangelo ha ricordato l'artista franco-iraniana Marjane Satrapi con un toccante articolo commemorativo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, in seguito alla scomparsa dell'autrice avvenuta all'età di 56 anni. Ha celebrato Persepolis come un successo letterario mondiale e il capolavoro attraverso cui l'Occidente ha potuto scoprire il volto umano, le contraddizioni e la vita velata dell'Iran durante e dopo la rivoluzione.

Uno come Natangelo, vignettista che magari vira sul pecoreccio (vedi la Meloni con la testa infilata tra le chiappe di Trump), ma si esprime con scudisciate e sberleffi a chi li merita, potrebbe stupire quando costruisce il suo altarino a una protagonista di quello che sarebbe il campo avverso. Non sorprende, invece, come un’informazione legata per cordone ombelicale al potere, trasfiguri l’autrice iraniana dissidente in Polena della nave “Civiltà Occidentale”. Un piroscafo che, prima di inabissarsi contro un ghiacciaio che sapeva cosa stesse facendo, si era lasciata alle spalle Gaza e genocidi affini, utilizzati però come strumento per risolvere tutti i conflitti tra dominio e disobbedienza con la violazione di ogni legge, umana o divina (che non sia quella del Deuteronomio).

 

 

 

 

 

“Persepolis” e la sua funzione “orientalista”

 

Una Fanon iraniana?

L’opera dell’esiliata in Francia è già una sacra icona. Si presenta e viene diffusa come un’obiettiva critica dall’interno (absit iniuria del colonialista!) al patriarcato e alla dominazione religiosa della Repubblica Islamica. A spogliarla di questi attributi virtuosi, da lei assegnatisi e dai commentatori attribuitile, c’è la conversione dei ricordi di una bambina della diaspora iraniana in merce postcoloniale perfettamente calibrata per il mercato culturale dell’Occidente. Si tratta di una assai ben riuscita impresa, funzionale all’ecosistema narrativo mirato a preparare l’opinione pubblica a sanzioni, guerre e disumanizzazione di popoli non disposti a farsi assoggettare.

Qualcosa che già si era visto nella fabbricazione del consenso sociale alle ininterrotte aggressioni contro l’Iran a partire dalla rivoluzione islamica del 1979, ma che era stato messo in campo anche nelle precedenti guerre di restaurazione neocoloniale ad Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia.

L’opera della Satrapi sarebbe stata un perfetto esempio dell’atteggiamento con cui, fin dalle Crociate, l’Occidente si relaziona al resto del mondo, come, nello specifico, è stata descritta in “Orientalismo”, la capitale analisi di questa problematica.dell’intellettuale palestinese Edward Said. Rispetto a quello che l’algerino di adozione, Franz Fanon, ha rappresentato nel conflitto tra colonialismo e liberazione, la fumettista iraniana rappresenta il netto rovescio. Ci dovrebbero riflettere i francesi che oggi ospitano e onorano la loro anti-Fanon. E purtroppo siamo ancora in attesa di un Gillo Pontecorvo 2.0 e di una “Battaglia di Algeri” collocata in Persia. Gli eventi che condussero alla rivoluzione del 1979 offrono la migliore sceneggiatura.

Dalla visione “orientalista” dell’orientale Satrapi escono, deformate e caricaturizzate con chiari scopi geopolitici, le società arabe, musulmane, extra-europee. Gli scritti, i disegni, le opinioni della Satrapi puntano a confermare questa visione. Dalla sua residenza in Francia ha simpatizzato con tutte le iniziative, immateriali e materiali, di attacco all’Iran, posto alla mercè di un Occidente e di un’Europa uniche democrazie e che un suo appello all’Unione Europa sollecita a definire “Stato terrorista”. Ovviamente senza sprecare mezza parola sul genocidio in corso dell’entità sionista. Non si è risparmiata anatemi contro l’alleanza tra l’Iran e la Resistenza palestinese e ha definito antisemita la sinistra francese di Jean-Luc Melenchon. Per sovrappiù, il leader della France Insoumise da lei è stato marchiato di “ammiratore di dittatori sudamericani come Hugo Chavez”.

In un’intervista del 2024, Satrapi arrivò a dichiarare: “Un Iran democratico sarebbe un bene per tutto il mondo e assesterebbe finalmente un colpo mortale alla Russia e a Hamas”.

La virtù più apprezzata nel nostro emisfero è che con la Satrapi abbiamo avuto in dono la narrazione di una nativa che riproduce, a beneficio dell’industria culturale occidentale e, dunque, del suo referente politico, l’apparato orientalista da “dentro”. Quello finalizzato a indirizzare l’opinione pubblica qualificata a tollerare, se non a sostenere, embarghi genocidi e massacri missilistici. Il ragionamento è “se lo dicono gli iraniani….” Come dire, a proposito del Venezuela, se lo dice la Machado…” O della Russia: se lo dice Navalny…Ma di questo dopo.

Trattasi, ed è un extrabonus, di donna che racconta e raffigura donne. E lo fa da donna iraniana esiliata, colta, critica dell’oppressione delle donne musulmane, con un linguaggio visivo semplice, facile da tradursi e incistarsi nella “coscienza liberale europea”. La demonizzazione dell’Iran ne è la conseguenza inevitabile e desiderata, Con tanti saluti alla condizione delle donne in paesi dalle monarchie famigliari assolute e sanguinarie, tipo Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Bahrein. Con le quali le nostre frequentazioni sono intime e redditizie.

Con oculata tempestività, è appena pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti USA e israeliani sull’Iran, la televisione francese trasmetteva il filmato “Persepolis”. E dava la stura al coro di accompagnamento alle esplosioni. Tipo quella sulla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, con le sue 180 vittime.

Chiudiamo osservando che il fatto che Satrapi abbia raccontato la sua esperienza non è il problema. Il problema è che la sua esperienza è quella della benestante famiglia di una piccola èlite urbana, laica, trovatasi classe dirigente sotto la dittatura dello Shah, al tempo del 70% di analfabeti e poveri. Un’èlite che guardava la rivoluzione da una stellare distanza di classe. E che poi risultava del tutto sconnessa dalla realtà di un paese uscito da decenni di dittatura e di dominio straniero.  

Ne è il prodotto quest’opera in bianco e nero che guarda al mondo in bianco e nero. Dove  il nero è tutto di là e il bianco tutto di qua. Sarebbe la voce della donna iraniana. Noi abbiamo constatato che non lo è. E’ una voce che armonizza con quella che si riprometteva di “distruggere la civiltà persiana in una notte”.

 

 

Dopo Solgenitsin, il vuoto

Satrapi, con il suo suprematismo culturalmente raffinato, ben mascherato da difesa dei diritti umani, da valori di emancipazione e riscatto e tutto questo nel quadro del tema vincente a prescindere, quello della liberazione delle donne, consente in parallelo eulogie di un certo spessore culturale. Ne abbiamo subito una grandinata, ben oltre l’esaltata orazione funebre di Natangelo.

In compenso, con Aleksey Navalny ci si muove più terra a terra. Il personaggio è talmente univoco, da non consentire voli pindarici e apologie che non siano apodittiche.

Un tempo a prendersela con lo zar c’erano Dostoevsky o Tolstoi o Puskin, Poi, a non apprezzare molto Stalin e suoi successori, ricordiamo Solgenitsin, Pasternak, Bulgakov. Oggi, e da qualche decennio, con forse meno pretesti a disposizione, non s’è trovato di meglio che Aleksey Navalny. Del quale, pure a forza di superlative attribuzioni di protagonismo – “leader dell’opposizione russa”, “principale oppositore di Putin”, “guida della resistenza popolare all’autocrate” – e di martirologi - condanne ingiuste, carcerazioni crudeli, avvelenamenti a gogò – non si è riusciti a decostruirne né la presunta rilevanza politica nel paese, né l’autentica identità. Sepolta sotto una lastra tombale monumentale. Ma accessibile a chi si metta a fare da cronista del percorso a tappe del personaggio nella Russia post-muro e post-Eltsin, in via di imprevisto e imperdonabile ricupero e riscatto.

Nasce il 4 giugno 1976, a Butyn' (Oblast' di Mosca) e muore il 16 febbraio nella colonia penale IK-3 di Charp, in Siberia. Una condizione che assomiglia al confino di lontana memoria. Ovviamente assassinato da Putin. O quanto meno su suo mandato, stavolta non scampato all’ennesimo avvelenamento, si è convinti.

Oggi in Russia opera un numero notevole di organi di informazione occidentali. A noi di accedere a quelle russe è inibito. Le principali testate rimaste a Mosca includono agenzie di stampa come l'americana Associated Press, la britannica Reuters e la francese Agence France-Presse. Sono presenti anche corrispondenti per emittenti e testate giornalistiche come la britannica BBC, le tedesche ARD e ZDF, l'emittente giapponese NHK e l'italiana Rai. Alcune testate occidentali sono state bandite in risposta all’analogo trattamento subito in Occidente da quelle russe. E vi possa assicurare che a perdere fonti come Russia Today (RT), o Sputnik, ci si rimette pesantemente in capacità di verificare cose ed eventi..

Di conseguenza, di cosa si dica e si sappia in Russia di questo presunto leader dell’opposizione, noi non abbiamo possibilità di avere un’idea. Informazioni russe azzerate perché false e bugiarde a prescindere. Come quelle che l’Unione Europea censura e sanziona con l’esclusione dalla società tramite negazione di mezzi di sostentamento, quando non condividono l’analisi che proclama Zelensky bello e buono, Putin brutto e cattivo.

     

Logo e attivisti di Jabloko

Studi universitari di Scienze Politiche a Yale e all’Università di Amicizia dei Popoli. Si specializza in questioni finanziarie. E’ travagliata la vicenda di politica organizzata del nostro. Esordisce nel 2000 in un partitino, “Jabloko”, con per matrice l’intelligence occidentale, vuol dire “Mela”, dalle iniziali dei suoi fondatori, ma si chiama anche “Partito Democratico Unificato Russo”. Ne viene cacciato quasi subito per “estremismo” nella sua campagna contro le minoranze etniche, tutte da relegare ai margini della società: ucraini, ceceni, tatari, armeni, kazaki, kirghisi, tedeschi, greci e tante altre.

Aderisce al movimento “Narod” (Popolo) e inizia a indossare i panni del contestatore di Putin e dell’inevitabile tema di ogni attività di regime change, la corruzione. Risulta nuovamente incompatibile per eccesso di chauvinismo e xenofobia nei confronti delle solite minoranze. Nel 2012 crea un'altra formazione, il “Partito del Progresso”, presto sciolto per inedia di consensi e sostituito dall’ennesimo microrganismo, “Russia del Futuro”, dall’assonanza oggi rilevabile con la formazione del nostro generale Vannacci. Assonanza casuale, ma che sicuramente esprime una comunanza.

L’Amerikano di Russia

 

Se la costante ideologica che caratterizza il percorso partitico di Navalny è facilmente identificabile in un retroterra che si potrebbe definire alla Zelensky, coltivato con sementi di un nazionalismo suprematista, esclusivista e razzista, i russi del Donbass sono per il presidente ucraino ciò che le minoranze etniche della Russia sono per il laureato di Yale.

Cosa che si inserisce perfettamente negli schemi strategici di chi, dal cuore dell’Impero, pianifica ingerenze, infiltrazioni, destabilizzazioni. Non è quella vagheggiata dai vaticinatori della guerra a Mosca una Russia ridotta in schegge di realtà sociali, etniche e religiose separate e, magari, reciprocamente ostili?  Nel caso di Navalny questa visione è tratta pari pari dal programma della Greenberg World Fellows Program, una comitiva di appena 16 laureati di Yale, accuratamente selezionati e impegnati, da “leader mondiali”, a diffondere nel mondo i “valori americani”. Navalny è dai tempi dei suoi studi a Yale un membro di riguardo.

Qui, dunque, un evidentissimo retroterra politico-culturale di ampio respiro e dai tempi lunghi. Quello operativo, invece, è assicurato da “Alternativa Democratica”, movimento di cui Navalny è cofondatore e che è diretta emanazione, diffusa in una novantina di paesi da “americanizzare”, della famigerata National Endowment for Democracy (NED), finta ONG ed effettiva dependance CIA creata da Reagan per le operazioni di destabilizzazioni più o meno colorate e di regime change.

Del resto, l’intero percorso politico-organizzativo di Navalny assomiglia a un giro a tappe all’insegna della stessa ideologia, con una linea d’arrivo che alla caduta di Putin vorrebbe far seguire una Russia “banderizzata”, all’ucraina. Il dato più significativo è che nessuna delle sua formazioni politiche è mai riuscita a eleggere neanche un deputato.

Grande da noi, un po’ meno in Russia

Il lungo percorso politico di Navalny è stato accompagnato da un altrettanto ininterrotto travaglio giudiziario che non ha certo contribuito a potenziarne il ruolo, da noi costruito ad arte, di massimo e purissimo esponente di una dissidenza russa democratica.

Nel 2012 il colosso di cosmetici francesi, Yves Rocher, irrispettoso delle ricadute politiche negative sulla propaganda occidentale, denuncia lui e il fratello per frode e abuso di fiducia, commessi mediante trasporti, con tariffe sovrapprezzate, della loro ditta di logistica. Nel 2015 i fratelli vengono riconosciuti colpevoli di aver truffato il gruppo francese per un valore di 26 milioni di rubli. La successiva condanna e a tre anni e mezzo con la condizionale e con l’obbligo di presentarsi al commissariato di polizia due volte al mese. Dispozione a cui Navalny non ottempera.

Nel 2022 altra condanna per frode e per violazione della libertà condizionata. Stavolta a 9 anni di reclusione. Infine, nel 2023 la condanna a 19 anni di reclusione per attività criminali contro lo Stato. Finisce al confino nella colonia penale di Kharp, dove è morto il 16 febbraio. Una successione di eventi che fanno a cazzotti con la sua “Fondazione Anticorruzione”.

Il 17 marzo 2023, questa Fondazione ha inviato una lettera ufficiale al ministero degli Affari esteri italiano, chiedendo l’applicazione del regime sanzionatorio nei confronti di Sergey Matviyenko, funzionario russo che disporrebbe di un patrimonio immobiliare in Italia. Il dossier non risultava sufficientemente documentato ed è stato ignorato. Neanche Tajani se l’è sentita di avvallare l’iniziativa di Navalny.

Santo subito

Ai suoi funerali si verifica un concorso di folla superiore a quello che gli era stato riservato nelle piazze russe in vita. La grancassa sull’interamente mediatico ruolo di Navalny da capofila dell’opposizione russa smuove più gente all’estero che in patria. Ovviamente un primato spetta all’Italia di Meloni, alla quale l’ultradestro xenofobo e suprematista anti-Putin offre una gradita occasione. Qui la vediamo mobilitata a Roma e a Milano.

 

 

 

Avvelenamenti a gogò

Resta da dire del “martire”, della lotta del combattente per la democrazia, peraltro con tatuaggio nazista e ripetute foto che lo ritraggono impegnato nel saluto fascista. Foto che poi in Occidente vengono definite manipolate. Martire perché carcerato e, soprattutto, ripetutamente avvelenato dall’infame zar con l’esclusivamente russo killer nervino Novichok.

Un avvelenamento che accompagna Navalny nelle principali fasi della sua vita e si verifica con la cadenza naturale di un’influenza autunnale. Sempre, compreso quello che viene detto causa della sua morte, ordinato ovviamente da Putin. Un Putin che non vedeva l’ora di scatenare l’ennesimo uragano occidentale sul “despota del Cremlino pazzo e killer”. Uragano dal quale, per non perdere ogni residuo di credibilità, ha avuto l’acume di tirarsi fuori l’Intelligence USA: ha negato che Putin abbia ordinato la morte dell’oppositore.

 

L’avvelenamento più clamoroso si sarebbe verificato nel 2020, con l’impiego del solito Novichok, letale. Così viene proclamato ai quattro venti e ai cinque continenti, sulla base di una bottiglietta d’acqua con tracce di un agente nervino. Sarebbe stata trovata nella camera d’albergo di Navalny, a Omsk, in Siberia. Alcuni siti “insider” avevano parlato di massicci consumo di alcol da parte del dissidente, la sera prima, associata all’assunzione di antidepressivi.

Dato per certo dal coro assordante di tutta la stampa europea e, con più circospezione, da quella statunitense, la campagna si affievolisce quando le autorità russe, dando prova di sapere il fatto loro, arrivano ad affidare “l’avvelenato” al sistema sanitario tedesco, il più apprezzato d’Europa. A Berlino, nella Germania dei governi campioni di russofobia, curato per intossicazione, Navalny si riprende, smentendo l’inesorabile letalità associata al presunto Novichok. Fine della storia.

Fino al suo grande rilancio di questi giorni, ultima occasione per guadagnare al “leader dell’opposizione russa” uno sgabello nella Storia, offertagli stavolta da prefiche, elogisti di mestiere e coccodrillisti del Corriere della Sera. Su Navalny, Natangelo si è astenuto. Gli rimane pur sempre la Satrapi.

martedì 9 giugno 2026

DA GERMANIA ANNO ZERO – A GERMANIA ANNO 2.0? --- C’ero, ci risiamo, ci sono


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__da_germania_anno_zero__a_germania_anno_20_cero_ci_risiamo_ci_sono/58662_67350/

 

 Germania 1946, 12 anni

Preambolo dinastico

Non fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto motivi molto personali per scrivere questo pezzo.

Per motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del ‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.

 

Tramite mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del longobardo.

 Grimoaldo

Tutta questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il titolo a questo testo.

Premessa bombarola napoletana

E qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200 bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora, dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura, portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.

Chi allora non era convinto che quella guerra, con i blitz su Parigi, Varsavia, Tripoli (e non ancora Stalingrado), sarebbe finita in quattro e quattrotto? Almeno lo era mio padre nonostante che, già veterano della prima Guerra Mondiale, nel 1941, fosse stato richiamato, promosso Maggiore e spedito in Francia.

Che fare? Mio padre: la guerra non durerà molto, a Napoli si rischia di finire inceneriti, c’è quel bel paesino delle nostre vacanze in Baviera, dove nessuno butterebbe neanche un mortaretto, io devo partire per Marsiglia… Sù sù, fate i bagagli e andatevene nella più sicura (!!!) Germania, tanto la guerra fra un paio di mesi è finita. Prima di rivederci passarono 4 anni.

 

 

 

 

 

 

 

Escalation germanica

Quattro anni di guerra e di bombardamenti che quelli di Napoli erano il carnevale. Di fame, di rovine, di solidarietà tra bombardati e affamati. Siccome alla franco-prussiana pareva opportuno distrarre i figlioli dagli orrori della guerra, ogni tanto si facevano lunghe gite in bici, o si saliva su qualche residuato di autobus pubblico, o di treno, magari merci, e si andava a sfidare i Lancaster e gli Spitfire di Churchill, a Francoforte, Colonia, Monaco, Wuerzburg (dove non risparmiarono nemmeno il Tiepolo della Reggia). Di macerie ce ne siamo risparmiate poche. E di cibo quasi tutto. Si andava per fossi a tagliare ortiche da far passare per spinaci, conditi con i resti del surrogato di caffè. Qualcuno rimediava un pesce dal grande fiume. Conigli a ruba, su nutrivano d’erba. Polli pochi, mancava il mangime. Caccia zero. I fucili sarebbero serviti ad altro.

Il posto era bello. Il fiume si attraversava a nuoto, la foresta era grande e ci si andava con il professore (lì ho fatto le tre medie inferiori) a dare i nomi agli alberi e agli animali e a cercare cocci romani tra i massi del Vallo di Adriano che passava per la foresta sopra di noi.

Un bombardamento squarciò l’insediamento di sfollati dalla Colonia in macerie (della più bella cattedrale gotica della Germania erano state messe al sicuro le vetrate colorate). Poi passarono gli Spitfire a mitragliare ciò che ancora si muoveva. Gli uomini validi erano tutti partiti “per l’estrema difesa”. Toccava a noi ragazzini fare da “soccorso civile”, spegnere incendi, raccogliere feriti.. Mi ricordo attempate pance in giacchetta e cravatta, dallo sguardo smarrito, con in spalla una vanga, partire a fare il “Volkssturm” (“Tempesta di popolo”) contro gli Alleati per l’ultima offensiva nelle Fiandre, quando i sovietici già vedevano Berlino.

E ricordo, parola per parola, pochissimo tempo dopo, uscire dalla Volksradio, apparecchio nero di bachelite con sopra la svastichetta, una sola stazione parlante e poi musica, questo comunicato: “Unser Fuehrer, Adolf Hitler” ist heute im Kampf um Berlin gefallen”. Hitler è caduto combattendo nella difesa di Berlino. Era il 30 aprile.

Uno sparo sbagliato e fine di tutto

Quel mitragliamento – credo di averlo già raccontato – mi scolpì negli occhi un’immagine che, da allora, non si cancella: un mio compagno di seconda media, steso raggricciato, colpito da una raffica davanti alla sua baracca di sfollato. Colpito al ventre, con le pupille fisse nel cielo. E’ stato un incentivo per quando, qualche mese dopo, trovata una mitragliatrice abbandonata da soldati in fuga, con due compagni più grandi, io 11, loro 12 e 14, ci appostammo nel bosco sulla collina e sparammo una sventagliata sul primo carro armato della prima colonna americana che sferragliava verso il paese.

Ho sparato dalla parte sbagliata su obiettivi sbagliati? Chissà. Comunque non ci prendemmo e scappammo prima che quelli potessero centrare noi. Gli dei mi punirono quando, a un anno e mezzo dalla fine della guerra, novembre 1946, gli occupanti USA ci permisero finalmente di rientrare in Italia (ricordo il colonello americano che abbaiava a mia madre: “Potevate restarvene in Italia, siete nazisti!). Su quel carro merci, tra quell’ammasso di gente a brandelli, o da quei pentoloni di brodaglia sui marciapiedi delle stazioni, rimediai il tifo. Un’epidemia che, assistita da fame e maltrattamenti, aveva già sfoltito i campi di concentramento e tutti i centri abitati. In Italia le cose andavano meglio, ma per qualche anno mica tanto.

Almeno fino al 1948 i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti da sarti virtuosisti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre, quattro volte. I libri di scuola me li passava mia sorella, tre anni avanti, scarabocchiati e unti e bisunti, neanche sempre quelli giusti, ma si lasciavano adattare. L’equazione e Giambattista Vico quelli sono ed è sempre stato Bruto a uccidere Cesare.

 Lo sfacelo aveva tante facce. Io ricordo quella di migliaia di prigionieri tedeschi, coscritti, in colonna e con uniformi in stracci, che si trascinavano, puntati dai mitra degli americani. E poi altre colonne, stavolta di milioni, gente con fagotti e carretti che andava via da dove i loro avevano vissuto per secoli. 3,5 milioni di tedeschi, incolpevoli, via dalla Slesia diventata Polonia. Con addosso quello che potevano portare. E, almeno fino al 1948, i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre quattro volte.

 

E Merz, cosa ne sa?

Questo è quanto ricordiamo noi, vegliardi, roba che si è sedimentata nelle cellule. Roba di cui non ha idea Fredrich Merz.

Friederich Merz, a dispetto dal nomignolo “Testa di Pera” già uomo per l’Europa del più grosso fondo di rapina del mondo, Blackrock, aveva raccolto il bastone di maresciallo da Goering, via Merkel e via Scholz. Quella degli accordi di pace di Minsk che l’ex-cancelliera così ricorda: “li abbiamo fatti solo per guadagnare tempo e armare Zelenskyi”. E quello dei 1000 miliardi di euro per la Difesa tedesca voluti da Scholz e poi messi sul piatto da Merz.

 Lui, Merz, è quello che “Israele a Gaza e in Iran sta facendo il lavoro sporco per noi”. Anche quello che “la Germania avrà l’esercito più potente d’Europa e assumerà la guida dell’UE”. Pure quello che “introduciamo la leva militare, volontaria per ora; ma chi vuole allontanarsi dal paese non potrà farlo per più di qualche settimana e dovrà impegnarvisi ufficialmente”. E infine quello, con cinturone Wehrmacht e la fibbia “Gott mit uns” (Dio con noi) che, all’unisono coll’evangelico sionista Pete Hegseth, che alle truppe recita salmi del “dio degli eserciti”, peraltro cinematografico, impone al popolo tedesco di farsi kriegstüchtig.

Kriegstüchtig

 

Joseph Goebbels, Friedrich Merz

Vocabolari e media, forse prede di riserve mentali, traducono malissimo il termine coniato da Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich alla vigilia della Guerra che finì come descritto sopra. Sarebbe “agguerrito, “idoneo alla guerra”, “bene armato” e altri eufemismi del genere. Ciò su cui si sorvola – oggi mica ce l’abbiamo a che fare con i nazisti – è che quella parola non è tecnica, implica un valore. Krieg è guerra. Ma tüchtig, non vuol dire solo idoneo, o armato. Vuol dire idoneo perché “buono, bravo, in gamba”, soprattutto “volenteroso”.

E, dunque, cosa proclamano ogni due per tre ai quattro venti, Merz e il suo Feldmaresciallo in borghese Boris Pistorius, Ministro della Guerra, se non che la Germania, i tedeschi, quelli della leva “per ora” volontaria (ma intanto ti devi presentare al distretto della Bundeswehr), devono essere bravi, buoni, capaci, volenterosi, PER LA GUERRA. E per finire così (vedi foto). O peggio.

Cosa che diverge un tantino dall’impegno di pace perenne e dal rifiuto di riarmo inciso nella Costituzione. Cosa che ha visto l’8 maggio scorso, data della fine della Seconda guerra Mondiale e della bandiera rossa sulla cancelleria di Berlino, uno sciopero generale degli studenti in tutto il paese contro la riforma del reclutamento adottata a gennaio dal governo. Riforma pro tempore che non impone ancora il servizio, ma richiede la visita di leva e la compilazione di un questionario, che ti starà addosso per sempre, sulle tue motivazioni pro o contro il servizio. Se risulti kriegstüchtig, per farti carne di porco nella prevista invasione russa del 2029, vai benissimo. Sei di quei cittadini consapevoli e onorevoli che amano, come si è tornati a dire nei cerchi magici dei nuovi patrioti alla Trump, Netanyahu, Crosetto e Pistorius, “combattere e morire per la patria”. In caso contrario ti teniamo d’occhio. Il “fermo preventivo” della Meloni è un’ottima idea.

Vero è che nessun russo, da Putin agli altri 150 milioni di russi, più i 6,5 del Donbass, che qualcuno insiste a volere ucraini a forza di stragi, si è mai sognato di invadere chicchessia (in Donbass si difende l’autodeterminazione dei russi), tanto meno la Germania. Ma se le cose stanno così, che ci vuole per un altro 11 settembre che provi come i russi stiano lì lì, anzi, a essere tedescamente precisi, nel 2029, unica incertezza marzo o settembre, per scatenare la guerra all’Occidente via Berlino. Ha funzionato tanto bene per Israele e per i nostri armieri e la nostra I.A., vuoi che non funzioni per noi?

Ah, la rivincita!

 

Arrendevoli, rinunciatari, divanisti, anche un bel po’ cagasotto, questi Willy Brand, Helmuth Schmidt, Gerhard Schroeder, cancellieri della Ostpolitik che col nemico russo addirittura ci flirtavano, ci facevano affari, sul suo gas costruivano la più produttiva industria europea e lo Stato sociale più avanzato. Lussi che rammolliscono. Non rendono kriegstüchtig. La Bundeswehr, con quei quattro sfigati di volontari che, come da noi, non erano risultati tüchtig per null’altro.

C’è un libro che andrebbe tradotto. E’ di tre autori, Luft, Opielka e Werner, e s’intitola “Con la Russia per un cambio politico”. In grande dettaglio vi si illustra come tutto in Germania – politica, media, industria delle armi, istruzione, accademia, intrattenimento – sia impegnato nel “Piano Operativo Germania”. Vale a dire in preparativi di guerra che coinvolga ogni ambito della società a tutti i livelli della vita. La guerra è diventata un calcolo costi-benefici alla cui testa si è posto l’apparato politico-militare, come viene descritto nei dossier dell’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

E’ il pensatoio che raccoglie i più duri sostenitori di una NATO dalla strategia muscolare ed espansiva, a partire della spinta a superare ogni limitazione alla fornitura di armi all’Ucraina, nell’intento di proseguire la guerra senza prospettiva di una fine, se non quella del disfacimento della Russia in inoffensive e ridotte entità territoriali etnico-linguistiche. Che poi sarebbe la silenziosamente agognata “rivincita” di certi circoli di cui nessuno avrebbe sognato, ancora poco tempo fa, il riemergere. Solo per quel momento è ipotizzabile la fine della guerra.

Sorprende, anche alla luce delle ben definite posizioni assunte da Leone XIV, che a questa corsa del riarmo e verso la guerra non trova opposizione, o critica, né dalla Conferenza Episcopale Tedesca, né dalla Chiesa Evangelica della Germania.

False Flag e libertà d’opinione

Per tutto questo, occorrono ovviamente motivi credibili. Che, in loro manifesta assenza, si creano. O, se capitano, si sfruttano. Nel secondo caso sono droni russi assolutamente innocui che si sono persi qualche metro oltre i confini della Polonia, o della Romania, che poi risultano ucraini, o deviati dagli ucraini, come tutti quelli sconfinati nei paesuccoli baltici, ma servono al grande schiamazzo bellicista.  Nel primo caso, provocazioni come quella sull’autorevole “Zeit”, nel dicembre del 2024, in cui si affermava che potevano essere documentate ben 72 azioni di sabotaggio russe in Germania nel corso di quell’anno. La successiva e tardiva smentita delle autorità tedesche e la totale assenza di prove, non hanno ridotto l’impatto.

Del resto non c’è preparazione alla guerra che non sia accompagnata da propaganda e limitazioni alla libertà d’opinione e d’espressione, che però è decretata irrinunciabile. Ma che diventa difficilissimo riunire sotto uno stesso tetto con una programmazione bellica. E di queste settimane una campagna UE che cammina su tre altisonanti parole d’ordine: “Libera Stampa”, “Libera opinione” e “Libera Scienza” (s’è vista col Covid). Formuletta accattivante, inventata da un’idra a tre teste (vedi foto): tre personaggi che si trovano a capo di tutto, pur senza la minima legittimazione democratica. Che i diritti umani fondamentali e la libertà d’opinione siano pesantemente minacciati nell’UE, a dispetto di queste depistanti campagne sulla loro difesa, lo dimostrano, tra gli altri, le assolutamente fascistiche sanzioni inflitte a giornalisti e analisti blasfemi rispetto alla versione ammessa su Iran, Ucraina, Libano, Israele…

Lo dimostrano anche i decreti sicurezza grandinatici addosso in Italia. Accompagnati da quei vertici di ipocrisia che si manifestano nelle campagne governative “contro la disinformazione”. Con la quale “disinformazione” si intende ogni espressione che possa porre in dubbio quanto su Gaza, guerra in Ucraina, Iran, il forsennato riarmo e le relative cadute welfare, deve essere creduto.

Ne portano drammatica testimonianza personaggi, come l’analista militare e geopolitico svizzero, Jacques Baud, o il giornalista tedesco Huseyin Dogru, uno dei 28 sostenitori di una libertà d’opinione che Bruxelles ha sanzionato con il consenso dei rispettivi governi (da noi, su iniziativa USA, Francesca Albanese), imponendo l’esclusione dalla società civile con il blocco di ogni mezzo di sostentamento e le sanzioni estese a chi offre soccorso.

Ma anche gli ormai esemplari “Cinque di Ulm”, attivisti antiguerra di “Palestine Action” accusati di aver danneggiato apparecchiature e imbrattato muri, dalle parti di Stoccarda, dello stabilimento israeliano Elbit System, produttore di armamenti (la Germania è il secondo fornitore mondiale di armi a Israele). Il processo è in corso, manette e catene, restando rinchiusi da settembre nel famigerato carcere d massima sicurezza di Stammheim, riservato ai “terroristi. E’ lì che membri della Rote Armee Fraktion (anche Banda Baader-Meinhof), nel corso del loro processo, vennero trovati “suicidati” nel 1975.

Ucraina con la Svastica nell’Europa di Ursula e Merz

Statua al nazista Stepan Bandera

Tutto questo, dunque, ha un formidabile retroterra: l’Unione Europea germanizzata e balticizzata. Tra la germanica baronessa Ursula von der Leyen, la baltica Kaja Kallas che, con 1,3 milioni di concittadini (in buona parte dissidenti russi), pretende di rappresentare 450 milioni di europei, e il portoghese bla-bla-bla con elmetto, Antonio Costa, che porta il caffè alle altre due, la retrovia per la conflagrazione che vendichi Stalingrado è assicurata. Tre autocrati di un’oligarchia che, privi di vaglio elettorale, si vantano di quello concesso ai pupazzetti dell’Europarlamento. I quali ai richiami della triade reagiscono come l’orsetto del tirassegno.

Vuoi che una simile conventicola chiuda le porte a uno Zelensky che, da sette anni, fa il vicerè per NATO e UE e si presenta come membro ideale per frenesia bellica, disponibilità a dissanguare le ultime tre generazioni del suo paese, campione mondiale di corruzione, modello di regime autocratico con 11 partiti proibiti e tutte le tv d’opposizione chiuse? Ecco dunque, sollecitata dai droni “russi” e nel momento in cui Putin rilancia colloqui di pace, l’improvvisa accelerazione della corsa a un’Ucraina in qualche modo dentro l’UE, a dispetto dell’assenza di proprio tutti i requisiti politici, giuridici, democratici, che si pretendono essere propri dell’UE.

Una volta conseguito questo obiettivo, ecco che la difesa dell’Ucraina, da fornitura di armamenti, intelligence, forze speciali travestite e quant’altro fatto passare sotto coperta, si trasforma in partecipazione attiva e obbligatoria alla guerra del proprio neo-associato. Lo impongono i diritti umani e democratici come cesellati nella costituzione dell’Unione e come si riscontrano nella nuova Ucraina, magari senza opposizione, ma del massimo rispetto, a forza di stragi fin dal colpo di Stato del 2014, per le proprie minoranze russe. Alla stregua di una tradizione di tale rispetto, come venne praticata nei confronti di ebrei e polacchi dai modelli storici, Stepan Bandera o Andriv Melnyk, oggi onorati dalla politica e dall’esercito con statue e reparti con svastica,

 

Uno Zelensky e un suo milite Azov

Corsi e ricorsi: 2.0

Torniamo e concludiamo da dove siamo partiti e poi ci lasciamo, atterriti dalla prospettiva di una Germania Anno Zero 2.0, di cui abbiamo illustrato tanti progettatori e preparatori in azione. Al punto di averci fatto capire che c’è chi ci sta trascinando fuori dall’era nella quale ci eravamo abbastanza confortevolmente accomodati, tra i resti della carneficina 1939-1945, non sembra per ora incontrare grossi intralci. Nemmeno quelli che, pure, sono stati opposti al genocidio dei palestinesi. E la Germania è di nuovo in prima linea e noi siamo di nuovo al traino. In più c’è, stavolta, una superpotenza di cui però non si sa se quello che dice, o fa, all’ora di pranzo valga ancora al tempo della merenda.

 “Tutta tua”

 

83 anni dopo l’articolo di Goebbels sulla “Kriegstüchtigkeit” nella pubblicazione “Das Reich”, Boris Pistorius e l’Ispettore Generale della Bundeswehr, Carsten Breuen, pubblicano “Direttive di Politica della Difesa 2023” che, secondo alcuni critici, dovrebbero essere visti come “Modello per una guerra totale”, con al suo interno gli elementi per la mobilitazione di tutti i settori di economia, cultura, società. ”La nostra capacità di difesa richiede una Bundeswehr abilitata alla guerra... Il che esige una costante prontezza al combattimento con l’impegno alla vittoria in ambiente ad alta intensità…“ Alta intensità e il termine in codice per “perdite di massa”. Significa che si debba essere ideologicamente preparati a morire “per la nostra democrazia”. In parole serie: per gli interessi geopolitici e finanziari delle Elite al potere.

Ci risiamo. Come, nel 1933, Hitler prese lo spunto dall’ “umiliazione di Versailles” per giustificare un riarmo della Germania finalizzato a rettificare i torti subiti da quel trattato e andare anche oltre, così Merz trae dalla spoliazione della Germania di ogni velleità di potenza imposta e autoimposta, il pretesto per riscattare la nazione trasformando lo Stato Sociale in Economia di guerra, con l’esercito più forte d’Europa. Una sua chiosa a tutto questo si ritrova in un documento dell’Ufficio Informazioni dell’Esercito: “Cannoni e burro, sarebbe bello se funzionasse. Ma quello sarebbe il paese del latte e miele. Non va. Lo Stato sociale come l’abbiamo avuto non è più finanziabile con il tipo di economia nazionale che dobbiamo adottare”.

Non vi ci si trova una vaga eco con quanto dichiarato alla radio dal Maresciallo del Reich per l’Industria e l’Aeronautica, Hermann Goering: “I cannoni ci rendono forti, il burro ci fa solo grassi”? E i tedeschi si ritrovarono pieni di cannoni e con un drastico calo di benessere e di servizi essenziali. Servivano quelli non essenziali, ma che sarebbero risultati tali per la distruzione di mezza Europa e 55 milioni di morti, di cui 27 sovietici.

 

Ma che, davvero?

Non lo fu esplicitamente pacifista neppure quella copia europea degli USA inventata dai santoni di Ventotene. Poco rimane oggi della storica mobilitazione del 2005 contro la Costituzione UE, lontanissima dai propositi firmati dai paesi fondatori, Germania, Francia, Benelux e Italia, e vista come la negazione di un’Europa sociale, pacifica e democratica. Se ne denunciava la programmazione di un costante riarmo dei paesi membri in direzione di una “capacità di guerra di portata mondiale”.

Quel trattato venne respinto dalla netta contrarietà delle società europee e da referendum in Francia e Paesi Bassi. Ma poco se ne tenne conto: le parti essenziali vennero incluse nei trattati di Lisbona del 2009, col quale gli Stati si impegnarono a potenziare gradualmente la propria capacità militare (detta di Difesa). Moriva così anche il celebrato Trattato di Maastricht, del 1993, con tutta la sua promessa di riservare ogni impegno al mantenimento della pace.

Ci risiamo con la leva, per ora in versione soft. E a prepararla, ecco che si danno da fare tutti, a partire dal lobbista delle armi che, a garanzia della separazione tra interesse pubblico e interessi privati, fa da noi il ministro della Guerra. E a continuare con i bonzi stellati che vengono a scuola a far prendere l’indirizzo giusto, culturale, morale e di carriera, ai ragazzi futuri uccisori e morituri. E a finire nell’orgia militaristica, che sputa in faccia a una Repubblica fondata su una certa Costituzione e su un suo certo articolo 11, con l’oscenità di una parata di guerra applaudita dal massimo difensore di quella Costituzione e di quell’articolo.

Ciò che andrebbe detto ai ragazzi convocati a misurarsi con questa prospettiva è che, se vivete in Occidente ed entrate nel militare, non sarete mai chiamati a difendere il vostro paese. Vi manderanno a uccidere gente che prova a difendere il suo, di paese. Lo farete allo scopo di arricchire persone già ricche, di dare più potere ai già potenti e di piegare il mondo all’ordine dei tiranni.