https://drive.google.com/file/d/1sgT-D4k4NpBLNIJUP67Gc49QDP8BHyCZ
https://drive.google.com/file/d/10eaLokaPh9UFMTFp_2beS_7_KKADND0A
https://drive.google.com/file/d/1sgT-D4k4NpBLNIJUP67Gc49QDP8BHyCZ
https://drive.google.com/file/d/10eaLokaPh9UFMTFp_2beS_7_KKADND0A
“Spunti
di riflessione”, intervista a Fulvio Grimaldi di Paolo Arigotti
https://youtu.be/miNBK33-fsQ
Quello
che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola
e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per
noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della
convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per
migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della
società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello
specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre
per raggiungere uno scopo comune nel quale far vivere il principio: tutti per
uno, uno per tutti.
Oggi
lo specchio riflette un’altra cosa e la metafora è stata confiscata da abusivi,
falsari, corruttori.
Meritatamente,
avendo lasciato che quattro cacicchi cinici e arraffoni, in combutta con un
sistema politico che premia tappetari e criminali e (s)opprime chi non ci sta,
o vi si oppone, siamo per la terza volta fuori dai mondiali. Ma, a pensarci,
per come si è poi andato configurando questo mondiale delle manovre e
dell’esclusione, essendo marcio il nostro calcio, avrebbe potuto anche ben figurare
come tale in quella palude di coccodrilli e rospi velenosi.
Invece
ci dobbiamo accontentare della fiera dei balordi e ciarlatani che la RAI ha
spedito ad aggirarsi nell’assurdo triangolo USA-Canada-Messico per blaterarne
inanità e coprire, con frustrati e frustranti onanismi parolai e un’unica
partitaccia a tarda sera, il finto interesse per uno spettacolo nel quale
figuriamo meno dei raccattapalle al tennis.
A
capo del baraccone tangentizio e preordinato c’è la FIFA e a capo della FIFA,
per questi e ulteriori meriti del genere, ci sta l’italo svizzero Gianni
Infantino. Il quale è lì dal 2016 perché sta bene, oltrechè ai nostri cacicchi,
suoi lustrascarpe, ai potentati del denaro che tra Qatar, Riad e i fondi d‘investimento
USA, tutti oggi con per caporalmaggiore Trump, non avendo avuto mai niente a
che fare con il calcio, impongono al colto e all’inclita
l’accettazione/consacrazione della sua definitiva degenerazione.
Ma
quale calcio. Altro che gioco, è un fenomeno del più abbietto globalismo
oligarchico- imperiale che ha oltrepassato, come mai prima, i confini dello
sport e funziona da potente strumento geopolitico, economico, culturale. Nella
matrix di Stati, regimi, capitale, mafie, nella quale galleggiamo, il campo di
calcio è diventato l’arena in cui si esibisce il potere, si commerciano
identità e si scambiano somme miliardarie.
Con
gli armaioli, i farmaceutici, i finanzieri, gli intelligenti artificiali
(incistati persino nel pallone con i suoi sensori del fuorigioco) e i relativi
manipolatori dell’informazione, quelli del calcio sono entrati a costituire un
elemento fondante delle strutture del potere. Con tutti i connotati più
deteriori dei suoi attuali modi di imporre potere e violazione di diritti.
Il
pensierino corre alle angheriose discriminazioni inflitte alla squadra
dell’Iran, il razzismo riservato nei trattamenti e nei favori/sfavori alle
squadre del Sud globale, il visto negato a uno dei più bravi arbitri del mondo,
chissà se solo perché somalo, o non anche perchè non pende ai fili di un
Infantino.
Cosa
non poteva non uscire come simbolo, coronamento, apoteosi di tutto questo se
non il “Premio della Pace dei Mondiali” assegnato da Infantino a uno che, per
un pelo, aveva perso il Premio Nobel volutogli da Giorgia: Donald Trump.
Infantino-Trump, copia perfetta nella danza tra superprofitti azionari e da
bitcoin, a seconda del fare e disfare massacri bellici, e la valuta preziosa
arrivata agli agevolatori dell’assegnazione dei Mondiali a coloro che del
calcio aveva appena l’idea che servisse a costruire megastadi. Quelli innalzati
a Infantino col sangue e le ossa rotte di qualche migliaio di migranti schiavi.
Sport
di classe
Mondiali
2026: Militarizzazione dei confini, dei giocatori e degli spettatori, razzismo
alla ICE nei riguardi dei pubblici extra-atlantici, glorificazione imperiale
della forza sul diritto, riserva esclusiva dei ricchi: biglietto fino a 11.000
dollari per la finale. Minimo 2000 per le altre partite. Mussolini nel 1934 e
Hitler nel 1936, nel loro pervertimento dello sport in dittatura rinsaldata, erano
dei dilettanti. Pure coloro che a Londra, Rio, Qatar e ovunque nei tempi
moderni, hanno usufruito degli eventi per alterare in profondità la struttura
sociale delle città. La chiamano gentrificazione, rigenerazione. E il trionfo
dei ricchi e l’obliterazione dei non ricchi, al quale si sta lavorando come non
mai nella Storia.
Forse
dovremmo ringraziare coloro che hanno causato il nostro mancato ingresso in
questo postribolo.
Il
resto nel video.
Ma
chiudo su un’altra nota: Dicembre 1914. Da sei mesi francesi e tedeschi si
sparano e si massacrano a cannonate, bombe, fucilate, mitragliate. E’ il 25
dicembre, Natale. Senza essersi detti niente, i fanti escono dalle rispettive
trincee, non danno retta agli ordini degli ufficiali, tagliano il filo spinato,
s’incontrano, tirano fuori un pallone. Giocano e, alla fine, si abbracciano.
Non si sa chi abbia vinto. Era calcio.
Iran latinoamericano
cercasi
CUBA,
CAPITALISMO O MUERTE
La
dottrina Donroe in progress
Da
Emiliano Zapata a Raul Castro
Emiliano
Zapata: “Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Morì in piedi, il
rivoluzionario messicano, e, grazie a lui, il Messico in piedi ci visse.
Qualcuno se n’è scordato. Con tutte le attenuanti e responsabilità del caso. Le
prime dei cubani, le seconde di chi è rimasto a guardare e rischia col finire
di vivere in ginocchio anche lui. E le colpe imperdonabili e vergognose degli
incredibili giustificazionisti di professione che, davanti a una fortezza che
finisce in polvere, metafora dei socialismi cubano e venezuelano, grida
ammirato “che bella e creativa ristrutturazione”. Ci avranno le loro ragioni
questi fornitori di assist. O i loro interessi.
Cuba!
Quella Cuba! La presa nella quale inserivamo la spina da cui ci arrivava la
luce. La luce della fiducia che l’altro mondo sarebbe stato possibile, quello
vero, meglio di Mosca, meglio di Pechino, quello definitivamente dei giusti.
Giusti e belli come il Che, il vero uomo nuovo, come Fidel, come Camilo, come
tutti i cubani che incontravamo, sorridenti, militanti, allegri, coscienti. E
ci impegnavamo a sostenerli manifestando, parlando ai convegni, Yankee go home,
Cuba libre, facendo parte di Italia-Cuba, sventolando la bandiera. Riempiendo
per anni, decenni, container e navi. Chissà chi cavalca laggiù a quest’ora la
mia adorata Yamaha 600 Enduro.
E
le vacanze, anche quelle dell’ICAP, Istituto Cubano per l’Amicizia dei Popoli,
generose per molti fiduciari dell’estero, e le brigate di lavoro, a costruire
qualcosa, a coltivare, a potare, a ripulire. E quei medici che ci ritrovavamo
in giro per il mondo a rimediare dove della sanità pubblica ai padroni non
importava un frego, tipo in Calabria. E quegli insegnanti, che te li ritrovavi
nelle foreste, nei deserti, nelle metropoli, nei villaggi, a rimediare a chi le
sue genti preferiva tenerle incolte, inconsapevoli, neanche padrone dei propri
linguaggi e, quindi, pensieri. E la musica e la cultura, anche alta, ma
popolare, per tutti.
Anche
le rivoluzioni invecchiano
Piano
piano, le cose un po’ si ossificarono, dalla spontaneità al rito, processo
inevitabile, indulgibile, serviva anche quello a tener duro e a farci tener
duro. I viaggi organizzati, le inevitabili tappe, la performance dei bimbetti
in divisa, i predicozzi dei titolati, in ogni municipio il funzionario del
partito che ci faceva il pistolotto, sempre quello, su cosa fosse successo tra
Fulgencio Batista e i suoi casinò e Fidel sulla Sierra e le sue campagne della "caña
de azúcar", l’imperialismo, i sabotaggi, le legnate ai gringos alla Baia
dei Porci.
Poi
“il periodo especial”, quando, sparita l’URSS, non si capiva bene da
dove incominciare a darsi da fare, là dove le cose per decenni erano arrivate
già fatte. Personalmente ricordo come, durante una di quelle lezioni di
rivoluzione che si facevano durante le Brigate di lavoro, chiesi al relatore
come mai quasi tutti i tetti delle case e capanne di campagna fossero di
amianto quando l’isola trasudava di ricca argilla per ottime tegole. Una
dozzina d’anni dopo, erano ancora di amianto quei tetti. Oggi non so.
Molte
cose del dopo non le so, ho smesso di andare a Cuba perché andavo in Palestina
e da quelle parti, o in Irlanda del Nord, o in altri paesi dell’America Latina
dove ci si provava, o dove si resisteva: Venezuela, Honduras, Nicaragua,
Ecuador, Bolivia, Messico… (è rimasto il Messico). Ma anche perché la
ripetizione delle formule, la mancanza di varianti e cambiamenti viene un po’ a
noia, le ville con giardino nei viali ombrosi sulla collina che, all’Avana,
guardavano dall’alto e dalla forza del peso=dollaro dei privilegiati (serviva valuta
pesante per comprare ciò che una volta arrivava gratis) un centro storico
fatiscente, dove formicolava una massa diseredata condannata al peso=peso. E
sul Malecòn incontravi tanta disponibilità per distrazioni e affarucci…
Nulla
di tutto questo ci avrebbe mai portato ad abbandonare Cuba, a perdere fiducia
nei suoi cittadini, tutti eroi per oltre sessant’anni, come pochi nella Storia
umana, davanti a un orco genocida che non ha smesso un giorno di stringere il
cappio. E poi chi siamo noi per giudicare? E neanche oggi, quando tocca
abbandonare un gruppo dirigente che, come quello venezuelano, ha preferito
sopravvivere, lui, in ginocchio. Facendo morire, lui, un intero popolo e un
futuro senza capitalismo per tutti noi. Attenuanti? Eccome.
Cuba,
la Gaza degli USA
Per
67 anni il bloqueo USA, rafforzato da molti altri paesi vassalli, ha costituito
il principale ostacolo allo sviluppo economico e sociale del paese. Che, a
dispetto di questo mostruoso strangolamento, si è dato la migliore sanità, la
migliore istruzione, la più bassa mortalità infantile, la maggiore aspettativa
di vita di tutto il continente. E ci ha rimesso vite, sofferenza, carenze di
mezzi essenziali. L’80% dei cubani hanno vissuto tutta un’esistenza sotto gli
effetti genocidi dell’embargo. E chi se l’è presa per questo con il proprio
governo è una minoranza infima e di dubbie motivazioni.
Ora
i due Ordini Esecutivi firmati da Trump il 29 gennaio e 1.maggio, hanno
esasperato l’asfissia di una punizione collettiva il cui carattere criminale
avrebbe dovuto suscitare interventi ben oltre gli sparuti rifornimenti di
combustibile, o di aiuti umanitari, di qualche paese che si dice amico e
osservante della legalità internazionale. E qui entra in gioco il discorso
sull’abbandono di Cuba di cui tutti siamo responsabili, ma soprattutto coloro
che si definiscono grandi potenze, multipolari, avverse a colonialismo e
imperialismo. Dove sono? Dove sono i BRICS? Hanno esibito un ripiegamento in
difesa del cui carattere autolesionista avrebbero dovuto rendersi conto.
I
1.400 MW che servono a illuminare, far funzionare e camminare Cuba non possono
essere distribuiti perchè il carburante richiesto dai generatori è negato dal
blocco. Le 20 ore di blackout al giorno riducono l’illuminazione, la confezione
di cibo, l’accesso all’acqua potabile, le comunicazioni digitali, i servizi di
TLC e TV, tutti i servizi di base.
Non
solo Gaza: infanticidio
Al
15 giugno gli Ordini Esecutivi hanno contribuito a privare del diritto alla
vita almeno 1.800 bambini, risultato del raddoppio del tasso di mortalità
infantile. Si è passati da 4,0 per 1000 nati vivi a 9,9. Dall’85% di
sopravvivenza di bambini affetti da cancro si è scesi al 65%. 100mila cubani
restano in lista d’attesa per interventi chirurgici salvavita o ricostruttivi,
di cui 12.000 bambini. 2.900 cubani, affetti da insufficienza renale cronica,
hanno dovuto rinunciare al trattamento emodialitico.
Più
di 100.000 bambini cubani non ricevono più il litro di latte quotidiano
sovvenzionato dallo Stato, perché la mancanza di carburante ne impedisce il
trasporto. Ai territori arriva appena il 50% del bisogno di farina e il peso
del pane razionato, distribuito ai cittadini ogni giorno, è sceso da 80 a 60
grammi.
170
container con prodotti di base per 6,3 milioni di dollari e 11.000 tonnellate
di viveri del Programma Alimentare Mondiale non vengono distribuiti per
mancanza di carburante e relativi trasporti.
Solidarietà
internazionalista? Non usa più.
Quanto
all’allineamento internazionale al bloqueo USA, sotto minaccia di sanzioni
secondarie, che sicuramente non sono state violate da sparute spedizioni di
petrolio, ne risentono produzioni, come le minerarie ed energetiche, e
soprattutto quello che in questi decenni è stata il pilastro dell’economia
cubana, il turismo. Le principali compagnie di navigazione, come la francese
CMACGM, o la tedesca Hapag-Lloyd, non accettano più destinazioni cubane.
Numerose compagnie aeree, come Turkish Airlines, Air France, Iberia, Air Canada
e tutte le statunitensi, hanno cancellato i propri voli per Cuba. Così alcune
delle maggiori catene alberghiere internazionali tipo la Blue Diamond, con i
suoi 60 hotel, la Melià e l’Iberostar con i loro 27.
La
banca internazionale che processava le operazioni con Cuba utilizzando VISA e
Mastercard, ha sospeso ogni rapporto. Vale anche per tutte le società minerarie
che estraevano minerali, zinco e nichel, una delle rare fonti cubane di valuta
estera. Sanzioni sono previste contro chi insiste a intrattenere rapporti
operativi con AMISTUR, l’agenzia di viaggi di Stato cubana.
Al
di là dell’immaginabile la criminalizzazione, sancita nell’Ordine Esecutivo del
1.maggio, delle donazioni di individui o imprese. Oggi sarei suscettibile di
provvedimenti punitivi per aver donato ai cubani la mia moto. Provvedimenti che
sono già stati presi per associazioni USA come Code Pink, People’s Forum,
ANSWER, o la Trilateral.
Il
diritto internazionale giace frantumato al suolo. Prima di scandalizzarsi
dell’incredibile, e nelle sue dimensioni totalizzanti del tutto imprevisto,
testacoda della dirigenza cubana, con conseguente paralizzante attonimento di
un intero mondo, teniamo conto di questi 66 anni di strisciante strangolamento,
culminati con la definitiva condanna a morte pronunciata da Trump con i suoi
Ordini Esecutivi. Con un’umanità ammirata e solidale che però, alla fine, è
rimasta a guardare.
Da
quando, con una rivoluzione di avanguardie e di popolo, si è scrollata di dosso
la servitù coloniale yankee, Cuba se l’è dovuta vedere con una manica di
farabutti eletti presidenti USA, di cui neanche uno le ha lasciato un attimo di
respiro. Una combriccola maniacalmente guerrafondaia, eletta sempre dallo
stesso gruppo di potere oligarchico-imperiale, composto da gente mediamente
sottocolta, rozza, psicolabile, profondamente ignorante. Da Kennedy, quello
meno peggio, che ha azzardato l’invasione, ma poi è stato l’unico ad aver
capito che era meglio lasciar correre (e l’ha pagata), attraverso Johnson,
Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush Sr, Clinton, Bush Jr, Obama, Trump, Biden,
Trump. Personaggi per i quali ci vuole un assembramento di zeri spaccati in
coscienza ed etica, come quello della Meloni, per sfigurare.
Dal
giusto punto di vista di Cuba, trattasi di un’associazione a delinquere e una
banda di torturatori, come simboleggiata dall’innesto nell’isola del tumore
Guantanamo, senza pari nella storia. A cui ha saputo resistere. Grazie anche a
grandi paesi e tanti popoli che ne sostenevano la marcia. Una presenza, una
solidarietà che, pur avendo riconosciuto l’isola bandiera di un mondo altro,
multipolare, sovrano, hanno ora risolto di ripiegare su se stesse,
contaminandola di rinunce e portandola a desistere.
Forse
questa vicenda ha un’origine lontana: quando Krusciov ritirò i suoi missili da
Cuba e poi tutti i dintorni della Russia si affollarono di missili USA.
176
chiodi nella bara della rivoluzione cubana
La
via l’ha aperta il gruppo dirigente venezuelano che, in un colpo solo s’è
venduto il presidente con moglie e l’intero paese con la sua storia, il suo
futuro, la sua lotta. E, a proposito di quanto andrò scrivendo ora sul processo
di involuzione cubano, addirittura più estremo e senza scrupoli di quello
venezuelano (che lasciamo in coda), voglio precisare ancora una volta che a
essere rivoluzionaria è la verità. Non l’affannosa, e spesso interessata,
difesa di qualcosa che non è difendibile perché chi si pretende di difendere a
ogni difesa ha rinunciato. Far finta che un colpo mortale sia una ferita per la
quale basta il cerotto, un po’ di fisioterapia, significa fornire un assist
all’autore del colpo mortale. Significa diffondere mistificazione e impedire un
processo cognitivo liberatorio. Significa colpire alle spalle chi prova a
opporsi. E rischia la rappresaglia del traditore.
Quella
comunicata dal governo cubano non è una mediazione, un compromesso, una
parziale attenuazione della luce come i difensori dagli interessi consolidati
ci vogliono far credere che sia la svendita venezuelana. Non è la sostituzione
di una boa luminosa al faro che dissipava il buio e indicava ai naviganti il
raggiungimento della meta. E’ lo spegnimento completo, l’oscurità totale, non
più il salvifico faro, ma lo scoglio contro cui si frantuma e affonda la nave.
Ci
vorrebbe un volume per elencare e illustrare le 176 misure e le relative
ricadute. Limitiamoci all’essenziale, quanto basta per introdurre nell’isola
del Che e di Fidel un quanto più fedele modello di antisocialismo. Se
Washington ha vissuto sei decenni nel timore di un contagio cubano nel
subcontinente e nei Caraibi, oggi se lo può augurare.
Dal
1. Gennaio 1959 al 17 giugno 2026, dallo Stato al privato
Il
17 giugno 2026 non lo dimenticherà nessuno. Come non si è mai dimenticato il 1.
Gennaio 1959, festa della rivoluzione cubana. 67 anni, se non tutti di
rivoluzione, tutti di resistenza. Poi 176 riforme presentate la settimana
scorsa dal presidente Miguel Díaz-Canel a nome del Plenum del Comitato centrale
del Pcc, riunito mercoledì in sessione straordinaria. Vediamo le più
strategiche, quelle che nella loro presentazione, il presidente Diaz-Canel e
Raul Castro hanno definito “trasformazioni che mirano a preservare il
socialismo”. A noi richiamano, oltra ad Adam Smith, certe misure di
Cottarelli, Monti, Draghi, Renzi, il Jobs Act, con le quali anche noi ci
saremmo avvicinati al socialismo.
L’apertura
ai meccanismi di mercato è totale e non se ne scorgono eventuali ammortizzatori
socialdemocratici: capitale privato, investimenti stranieri, sistema bancario
privato, azionariato e dividendi, dollarizzazione, decentramento economico in
mani private fine della pianificazione.
Un
mercato mal temperato
Aziende
statali che si possono muovere sul mercato colme imprese private, con relativa
flessibilità salariale che si intravede dipendere più dal rapporto
costi-benefici come valutati dalle imprese più che dal lavoro e dai bisogni del
lavoratore, la produzione agroalimentare, fondamentale per garantire
l’eguaglianza sociale e il soddisfacimento degli interessi istituzionalmente
garantiti, affidata a imprese private, così come forniture e filiere produttive
varie.
Partecipazione
all’economia di attori privati stranieri e di cubani emigrati (la famelica
“mafia di Miami”, Rubio in testa!). Meno assegnazione pubblica di risorse e
maggiore utilizzo delle condizionalità di mercato. Combustibili affidati a
capitale privato e straniero (vedi la ley de hidrocarburos venezuelana).
Prezzi liberalizzati, riforma salariale e pensionistica (in che direzione?).
Import ed export affidati in buona misura a privati. Come gli affari
immobiliari, le attività turistiche, i porti. Protagonismo privato nel
commercio, nell’ospitalità, nelle TLC, nel digitale e nei servizi.
E’
sancito che qualsiasi attività economica è lecita, come lo sono le fusioni,
liquidazioni e ristrutturazioni. La scala salariale di Stato è eliminata e
viene lasciata alla libera determinazione di ciascuna azienda secondo le proprie
capacità economiche. Fine dei sussidi permanenti, possibilità di affittare beni
statali, imprese statali trasformate in società per azioni che possono
gareggiare alla pari con quelle private ed essere vendute ad aziende private e
a persone fisiche.
Quando
i terremoti vengono opportuni
Non
tutto è finito. La Storia non prende mai un vicolo cieco. Partendo da Cuba e
dal Venezuela, è difficile, nel quadro latinoamericano segnato da questi
sviluppi, trovare spiragli che facciano entrare aria respirabile. Siamo di
fronte a un processo di restaurazione capitalista ed imperialista che in pochi
anni ha spazzato via molto di quanto aveva fatto del continente un protagonista
del Sud globale.
A
tutto questo processo di vera e propria disgregazione della comunità nazionale
si è ora aggiunta, a Caracas, la spaventosa mazzata del terremoto. Fa
riflettere, comunque, una coincidenza tra sisma e aggressione imperialista che
fa il paio con quella della Siria, dove il terremoto del 2023 colpì proprio
quando gli sbranatori turco-israelo-curdo-statunitensi stavano allestendo la
soluzione finale per il grande e nobile paese arabo. Magari fa riflettere sul
potenziale della geoingegneria a fini di sistemazione geopolitica. Ma fa
soprattutto riflettere sull’altezzoso giudizio degli “esperti” di come sia
stata possibile che la Siria di Assad, dopo 14 anni di guerra, fame determinata
dalla sottrazione delle zone di produzione (i curdi con gli USA e Israele) e un
terremoto spaventoso, sia “crollata così miseramente”.
Il
crollo del caposaldo rivoluzionario e del riscatto anticolonialista è stato
preceduto da chi, quasi tre decenni fa, ne aveva colto, adottato e adattato il
messaggio. Prima della Cuba del Che e di Fidel, il Venezuela di Chavez e di
Maduro. Mentre nel primo caso abbiamo dovuto assistere alla demolizione di
tutto l’edificio politico, sociale e culturale, nel secondo si è tentato di
mantenere in piedi la facciata, a copertura di un edificio dall’arredamento
sostituito. Ma all’interno del quale coscienza e volontà del popolo non hanno
potuto essere soffocate.
Nel
Venezuela c’è un quisling e c’è un popolo
Da
mezzo mondo giungono a Caracas soccorsi per rimediare agli effetti più
immediati del terremoto. A coloro, che tra le giravolte dialettiche gli
impongono le evidenze della resa del nuovo vertice venezuelano, consiglio di
documentarsi su quanto la “presidente a interim”, Delcy Rodríguez, con il
presidente rapito tuttora incarcerato a New York, dedica a Donald Trump. E non
la fa in un formale messaggio diplomatico, né in un sussurro a porta socchiusa.
No, lo ha esclamato a voce piena, a microfono aperto sul suo paese violentato e
sul mondo. con tutta la solennità di chi firma un documento di capitolazione,
se non di complicità: “Venezuela non dimenticherà mai la mano che hai teso
al nostro popolo in queste ore così dure”. Destinatario: Donald Trump, il
rapitore e carceriere del presidente e uccisore dei cento che provarono a
difenderlo.
L’uomo
nella foto è Juan Contreras, portavoce, nel distretto proletario della capitale
“23 de Enero”, della Coordinadora Simon Bolivar. Lo incontrai una decina d’anni
fa e da lui mi feci mostrare cosa fossero le Comuni, la gestione territoriale
autonoma, l’autosviluppo, l’autosufficienza, l’autodeterminazione, integrati
nel quadro nazionale. E’ un attacco senza remore e una severa lezione a chi si
ostina a trovare ragioni e attenuanti per Delcy e Jorge Rodriguez e la
transizione, da loro imposta, dallo Stato al potere privato, interno ed
esterno.
Da
Contreras è stato diffuso il 15 giugno scorso un documento in cui quello che,
fin dalla rivolta contro la dittatura di Jimenez nel 1958 e poi, nel cuore del
processo bolivariano, è stata la punta avanzata delle trasformazioni
rivoluzionarie venezuelane, si lancia una sfida al vertice “riformista”.
Ribadendo la determinazione alla difesa delle conquiste sociali e politiche da
parte di quello che Contreras ribadisce essere un popolo cosciente e mobilitato,
nel documento vengono denunciate operazioni repressive congiunte, in atto tra
polizia e unità militari della DEA, l’ente anti-narcotraffico degli USA da
sempre complice in America Latina sia dei narcos, sia delle operazion
controrivoluzionarie.
Si
tratterebbe di interventi in realtà sociali fatti passare per operazioni contro
organizzazioni criminali, secondo la mistificazione di un Trump che rapisce
Maduro perché narcotrafficante e attacca Petro, presidente di sinistra della
Colombia, per lo stesso motivo. Sono operazioni combinate tra nuovo governo e
USA, denuncia Contreras, che mirano alla decapitazione fisica dei centri di
resistenza popolare e alla neutralizzazione di ogni opposizione al processo di
cessione a interessi privati e stranieri delle risorse del paese. Viene
significativamente ricordato che fu il segretario di Stato Rubio a pretendere
che in Venezuela si disarmassero i collettivi della mobilitazione popolare.
Colombia,
torna “l’Israele dell’America Latina”
Dopo
quella, amarissima, di Cuba e del suo rientro a passo di corsa nel capitalismo
come dettato da Washington e terroristicamente perseguito da Miami per sei
decenni, la notizia peggiore del momento è l’altro rientro nel cortile di casa
dettato dalla dottrina Monroe, ora Donroe.
Col
Venezuela e con la vicina Colombia (i paesi che Bolivar aveva voluto uniti) da
Gustavo Petro riscattata alla sovranità e all’antimperialismo, il Cono Sud
aveva costituito, prima dell’episodio Maduro, una testa di ponte che, a nord,
si collegava, al Messico, passando per il corridoio rosso di Cuba, Nicaragua e
Honduras; e, a sud, a Perù, Bolivia, Ecuador, Brasile. Di quest’ultima “zona di
conforto” non resta che il Brasile rosé di Lula, se non altro un eminente
esponente dei BRICS che ogni tanto si fa sentire a Washington e non rinnega i
rapporti fattivi con la Cina. Negli altri tre paesi, prede di convulsioni tra
veri e propri golpe e manomissioni elettorali, al momento regnano i personaggi
prescelti da Donroe
Uno
Zelensky a Bogotà
Per
l’Intelligence israeliana, che oggi è accusata di aver svolto con i suoi hacker
un ruolo nei conteggi delle elezioni che hanno sancito la vittoria del
candidato trumpista Abelardo de la Espriella, con un vantaggio dello 0,95% sul
rivale di sinistra, Ivàn Cepeda, la Colombia era l’occhio puntato sull’intera
America Latina. Fondamentale fu, nel golpe contro l’Honduras di Mele Zelaya,
che seguii nel 2009, l’intervento del capostazione del Mossad in Colombia. Per gli USA che, nei lunghi decenni,
2002-2022, del regime di Alvaro Uribe (vedi foto) e dei successori da lui
coltivati, avevano qui stabilito sei delle maggiori basi militari nel
continente, il paese andino era un prezioso centro di irradiazione di
influenze, pressioni, operazioni, contro i ricorrenti processi “eversivi”.
Capitale
mondiale della coltivazione e del traffico di stupefacenti, dai beneficiari
bancari negli USA e nei paradisi fiscali, con i famigerati narcosovrani alla
Escobar, i cartelli di Calì e Medellin, milizie paramilitari manovrate da
governi amici a fine di stabilizzazione degli assetti voluti, era l’insostituibile
presidio imperialista regionale, quanto lo è Israele nel Medioriente.
Tutto
questo entrò in crisi il 7 agosto 2022. Crisi determinata vuoi dal contagio
venezuelano, vuoi dalla crescente insofferenza della popolazione extraurbana,
anche dotata di una forte opposizione armata, le FARC. Popolazione
eminentemente agraria, spesso espulsa dalle sue terre a vantaggio dei narcos,
il 7 agosto 2022. Quel giorno le elezioni consacrarono presidente Gustavo Petro
(vedi foto), già sindaco apprezzatissimo di Bogotà, leader della coalizione di
sinistra “Pacto Historico”.
La Colombia
non fu rovesciata come un guanto, difficile in un unico mandato di 4 anni, i
cartelli non furono del tutto debellati, la redistribuzione della ricchezza
nazionale era ai primordi. Ma intanto non erano più il Pentagono e la CIA a
dettare gli ordini del giorno e le provocazioni verso il vicino Venezuela e il
sostegno ai caudilli di Ecuador e Perù erano cessati. Ai “suggerimenti” di
Washington si rispondeva “la sovranità è nostra”.
In
Colombia, perduti nella fase che sembra prevalere i paesi minori, ma resistendo
il Messico di Claudia Sheinbaum alle pesanti pressioni di Trump, si è giocata
una partita fondamentale per il futuro del continente. Gustavo Petro,
presidente in carica fino all’8 agosto, aveva denunciato brogli e messo in
discussione i risultati del ballottaggio. Si dichiarava in attesa degli esiti
definitivi, quando comunicati dallo scrutinio ufficiale, e aveva chiesto ai
cittadini di evitare atti di violenza.
Con
ragioni particolarmente buone erano stati contestati i 170.000 voti a favore di
Abelardo, raccolti nei seggi allestiti negli USA, vietati al controllo dei
consoli onorari nominati da Bogotà e più o meno equivalenti al vantaggio
percentuale conseguito da Espriella (analoga anomalia viene denunciata un Perù,
dove i voti nei seggi all’estero sono tutti per Kiki Fujimori, la candidata di
Trump). Ma il 25 giugno, Ivan Cepeda
poneva fine a ogni incertezza riconoscendo la vittoria di Espriella, detto “El Trigre”.
Si torna alla “normalità”.
Onda
su onda
Normalità
tragica per un paese dalle diseguaglianze abissali, con un presidente organico
alla tradizione sanguinaria del narcofascismo, garantito dal paramilitarismo e
dall’ombrello israelo-statunitense.
L’orizzonte
è buio e avanza. Dopo Milei a Palazzo Chigi e naturale che tocchi a Espriella.
E’ la tendenza generale. I suoi promotori non desisteranno fino a quando la
guerra, che ne costituisce la ragion d’essere, non la seppellirà. Come nel
1918, come nel 1945.
Ma
abbiamo un bagliore che squarcia il buio: la vittoria dell’Iran, la resistenza
della Palestina. Che è quella di Zapata che muore in piedi per far vivere il
suo popolo. A quando un Iran latinoamericano? Non c’è continente più ricco di
sorprese dell’America Latina.
COSA
DIRE DI AGORA’, COSA DIRE AD AGORA’
Pensierini
a margine all’assemblea nazionale dei bravi e meno bravi
Fulvio Grimaldi nell’intervista fuoritema di Francesco
Fotone per TAG24: Un progetto, delle intelligenze, cosa occorre. E la Nato?
Nato USA, o Nato UE? E la Germania verso un nuovo anno zero? Damose ‘na mossa….
https://youtu.be/ni1KWX5LYz0?is=I2E7Yqx1841Jbqzj
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FULVIO
GRIMALDI: IL SUD AMERICA, CUBA E LA DOTTRINA DONROE
https://t.me/debitoedemocrazia/4888
a cura di
Domenico D'Amico con la regia di Luciano Signorini - Radio Gamma 5
Abbiamo parlato con Fulvio principalmente di Sud America, spesso trascurato dal
mainstream e dalla controinformazione.
La dottrina Donroe di Trump - triste riedizione della dottrina Monroe,
sempre targata Usa, che vuole il Sud America come proprio cortile di
casa - si dispiega con estrema violenza, in tutto il continente
sudamericano.
Sempre di più gli Usa condizionano, quando va bene, le elezioni favorendo il
loro candidato oppure intervengono direttamente, con minacce aperte o con il
rapimento dei presidenti loro avversi, come in Venezuela.
Nell'intervista si è messa particolarmente a fuoco la situazione a Cuba: in
queste settimane sembra veramente finire il sogno di una società socialista in
uno dei più bei posti del mondo.
Fulvio ci spiega la genesi storica di quanto va avvenendo in questi giorni,
sottolineando anche le responsabilità del tardo regime castrista.
In
questi video ci sono due appelli contro il biocidio deciso dalla maggioranza di
questo governo di patrioti e difensori della Nazione. Una delle componenti della
cittadinanza di questa Nazione, quella bipede che viene impegnata nelle
missioni e guerre NATO, è già stata programmata a uccidere e farsi uccidere in
operazioni di messa a tacere di altri popoli. Soluzione welfare ai problemi
esistenziali dei 6 milioni di poveri, del 25,4% della cittadinanza a rischio di
povertà e dei sei milioni che non hanno neanche i soldi per il ticket.
Esentate
da una brutale patrimoniale, le 50.000 persone più ricche del paese, il cui
patrimonio è soltanto raddoppiata dal 1995, contribuiranno con le loro tasse
all’adeguato armamento di coloro che saranno sfuggiti alla povertà assoluta grazie
all’ufficio di collocamento NATO. A
questa bisogna li sta già preparando l’alternanza scuola-Forze Arnate
predisposta dal ministro Valditara. L’altra, quella che garantisce la
sopravvivenza e il futuro di tutto il resto, l’hanno sistemata con due leggi: una
sulle terre da abbandonare e l’altra, un ddl, sulla caccia.
Per
inciso, va detto che a quest’ultimo ha voluto subito plaudire, anticipandone il
risultato, nientemeno che Donald Trump jr, confermatosi degno figlio del
trombone bombarolo. Lo si è visto sulla laguna veneta mentre, in mimetica,
stivaloni e carabina, con altri yankees dava la caccia ad anatre e specie
avicole rare, di cui, come poi dichiarava ai microfoni, manco sapeva cosa
fossero. Che confluenza di amorosi intenti tra la nostra capa legislatrice e il
pargolo di colui che suole…implorare!
Il
“Liberi tutti”
Di
quest’ultima vi cito un riassunto come l’ha proposto, in un drammatico e
lacerante video, Giovanni Storti del trio Aldo Giovanni e Giacomo.
“La
caccia diventa pratica che, per legge, concorre alla tutela della biodiversità
e dell’ecosistema. Si estendono le aree cacciabili. Le Regioni sono obbligate a
ridurre le aree protette, se ritenute eccessive. Vengono riaperte gli impianti
di cattura di richiami vivi. Le specie che possono essere catturate passano da
7 a 47. Si potrà tenere qualsiasi uccello da richiamo in gabbia. Viene
consentita la caccia nelle aree demaniali, spiagge, foreste, praterie, boschi.
Cancellato ogni limite alla costruzione di nuovi appostamenti fissi di caccia.
Le gare di caccia sono consentite anche di notte e nei periodi di
nidificazione. Nelle aree private la caccia può essere consentita senza regole.
Si aumentano i tempi di caccia, anche nei periodi di migrazione e nidificazione.
La caccia sarà consentita anche dopo il tramonto. Sono previste sanzioni fino a
900 euro per chi protesta contro le uccisioni di animali durante le attività di
controllo”,
Nulla
è detto sui fenomeni criminali del bracconaggio e del traffico di animali.
Il
regime Meloni ha colto la palla al balzo. In un mondo dove la violenza
sopraffatrice la fa da padrona su diritto, leggi, etica, fin dal momento in cui
ai pargoli si mette davanti uno schermo su cui giocare a chi brucia, distrugge,
fa saltare, uccide di più e poi lo si passa da quello del gioco allo schermo
del vero come è a Gaza e nei meandri cerebrali di Netanyahu e Trump, Merz,
Macron, Crosetto, Meloni. A questo punto tutte le premesse per una buona legge
sulla caccia sono predisposte. E siccome le disgrazie non vengono mai da sole,
c’è anche una bella legge propedeutica al trionfo dei killer della biodiversità.
Quella che farà del nostro entroterra, cioè degli organi interni del nostro
corpo nazionale, il deserto del Gobi.
Non
si uccide così anche la terra?
Siamo
una nazione in evidente declino, politico, economico, culturale, sociale. Non
ci piove. Ma siamo anche una nazione, un paese, in disfacimento. E non mi
riferisco solo all’aberrante strategia contro-risorgimentale e anti-unitaria
dell’autonomia differenziata, con il ritorno ai contadi, baronie, ducati e
feudi, Stato della Chiesa, stavolta non governati da sangue blù, ma dal sangue
da vampiri cavato dalla terra, dai suoi frutti, dai suoi abitanti. Tutte cose
che un processo rivoluzionario di tanti anni fa era riuscito, con istituzioni
pubbliche impegnate per l’interesse collettivo, quanto meno a temperare.
Il
nostro destino è segnato in misura crescente dalle diseguaglianze. Ne abbiamo
visione e coscienza ogni momento. Ciò che c’è di nuovo in questo fenomeno è una
diseguaglianza, sì storicamente determinata, ma ora programmata, decisa.
Portata avanti fino all’estinzione di
sue parti, di territorio e di vita.
Non
mi ricordo più dove, ma da qualche parte ho letto una frase che centra il
nocciolo: “Mentre l’Italia in uniforme NATO destina il 5% al riarmo, l’Italia
profonda, rurale e montana, i tre quarti del territorio nazionale, è destinata
al disarmo”. Civile e deliberatamente strategico. Ed è qui che si congiungono
due crimini antinazionali in un unico progetto: terre disantropizzate che
muoiono, occasione per una disordinata proliferazione di vita animale e,
dunque, per il trionfo di quanto si ripromette la legge per la caccia.
Legge-regalo a mezzo milione di elettori con fucile, di età superiore ai 65
anni e spesso degli 80, detestati dall’85% degli italiani e che, nel solo 23,
hanno fatto 79 vittime di pallottole, di cui 19 morti. Poi c’è da lisciare il
pelo all’indotto di produzione di armi e munizioni, reso incontinente dalle
prospettive belliche.
Taglio
e butto
Dove
c’è blù non c’è più paese
Si
chiama Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI). E’ stato
approvato dal governo Meloni nel 2023, è il più micidiale attentato al paese
mai concepito, ma non se ne parla. E quindi non c’è opposizione. Per aree
interne si intende qualcosa come 4.000 comuni, il 60% del territorio nazionale
su cui insistono a vivere 13 milioni di persone, circa un quarto di una
popolazione già di suo in difetto di riproduzione.
Sono
cittadini a pieno titolo, spesso tra i migliori, dei più “nostri”, ma che non
hanno treno, autobus, ospedale, farmacia, scuola, fabbrica, tribunale,
copertura digitale, stazione dei Carabinieri, dei Vigili del Fuoco. E vi si
arriva per strade dissestate, mai rattoppate, piene di buchi e incidenti. Destinati
a una desertificazione pianificata. Lo Stato si fa dare una mano dai privati
nella cosiddetta razionalizzazione, ossia nel taglio dei punti d’appoggio della
socialità minima. Tra il 2022 e il 2023 fuggendo dai propri luoghi, hanno
celebrato l’arrivo del regime nostalgico 214.000 persone.
C’è
un 5% del PIL da investire di cui si parla molto, ma non deve andare a fornire
questi elementi costitutivi della vita collettiva come prescritta da decenza e
Costituzione. Deve andare al riarmo. Investimenti su un capillare reticolo
ferroviario, come un tempo spesso c’era? Con Salvini? Col Ponte da 13,5
miliardi?
Sono
dichiarate zone depresse, a rischio di povertà, ovviamente inevitabile, con un
futuro di spopolamento, ovviamente irreversibile. Lo PSNAI è il “piano mirato
che accompagni queste zone depresse in un percorso di cronicizzato declino e
invecchiamento”. In altre circostanze, si chiama eutanasia ed è procedura
avversata dalla Chiesa e dalla sua rappresentanza politica, stavolta perfino
fascista.
Qualche
frammento di questa dimissione, avente una presenza compensatoria, per esempio
di immigrati, ha una piccola chance di essere rilanciato. Qualche ugandese
coltiverà ancora un campo di patate. Era la terra della nostra fondamentale
ricchezza agricola, della piccola e media proprietà rurale dalla quale il
popolo traeva il suo sostentamento alimentare. Quello sano, integro. Prima di
una Grande Distribuzione che si rifornisce altrove e alla quale sta bene, oltre
alla nostra, la desertificazione dei paesi d’emigrazione purchè produca quello spurgo
di schiavi sul nostro territorio.
Resta
da vedere cose ne pensa del rilancio di territori agonizzanti il bilancio
statale del 5% alla guerra, quando questa di guerra, al proprio corpo tuttora
vivo, non costa e non rende niente. Tutto il rimanente esalterà ulteriormente
l’incuria che già tutti i governi di questo paese, quale più quale meno, gli
hanno riservato e diventerà Italia fantasma.
Alla
classe che esprime e favorisce i gruppi dirigenti e ne è protetta, tutto questo
importa poco e, del resto, costerebbe troppo e renderebbe poco. Si considera
irreversibile il dato strategico dei giovani che se ne vanno a cercare lavoro
lontano da casa, dei vecchi che finiscono col togliere il disturbo, del
superamento della necessità di mettere a fare qualcosa di davvero patriottico
un Lollobrigida, o un Urso. Se proprio si vuole insistere a salvare certi
comuni, ci pensino loro, i comuni. E il loro pensiero si avvalga
dell’ininterrotto definanziamento subito da questo governo e da quelli prima, compreso
quello del PNRR dedicato al welfare.
Italia
in discarica
Quello
che il Piano definisce “accompagnamento in un percorso di spopolamento
irreversibile”, visto che ogni inversione di tendenza è esclusa a priori, è un
accompagnamento in discarica di luoghi della nostra anima collettiva: Gran
Sasso, Sila, Irpinia, Cilento, Vallo di Diana, Appennino Emiliano bassa
ferrarese, colli di Parma e Piacenza, Garfagnana, Simbruini, Monti reatini.
Alta Tuscia, Alta Valtellina, Alto Lago di Como, Valli del Lario, Delta del Po,
Val di Sole, Vali Piemontesi Bormida, Ossola, Lanzo, bassa Valle d’Aosta,
Appennino di Pesaro e Ancona, Piceno, Valnerina, il Sannio, il Matese, il Gennargentu,
Nebrodi e Madonie, Salento…
Ho
citato, alla rinfusa, appena metà dei territori a perdere.
Una
mano data da tanti, anche dal terremoto
Tutta
farina del sacco tossico del regime patriottico? Ho girato un documentario,
“O la Troika o la vita”, che illustra l’imperversare di ciò che era, e oggi
è, al comando in Europa e in Italia, con particolare attenzione a cosa è stato
fatto nei territori del terremoto del 2016. Tre anni dopo non erano state
rimosse tutte le macerie. Otto anni dopo la ricostruzione non è lontanamente
completata, false promesse, false partenze, grandi parate di presidenti e
ministri. Ma nessuno ha fermato l’abbandono per venir meno delle condizioni di
vivere e produrre. Molti paesi sono diventati paesi da cartolina antica. La
riparazione economica e sociale non è mai stata completata. Opere strategiche,
strade, viadotti, sono ferme. Partito è invece lo spopolamento.
Prima
si temeva un cambiamento d’uso di territorio e abitati finalizzato a un diverso
sviluppo, non più fondato su attività che nascono dal legame
abitanti-territorio, ma finalizzato al turismo ecologico e di lusso. Grandi
alberghi, parchi a tema, collegamenti collina-mare, cottage. E, l’attrattiva di
quanto è rimasto in piedi come patrimonio da ammirare. Una cattedrale
diroccata, una pavimentazione romana, il palazzo del Signore.
Noi
e gli altri animali
C’è
qualcuno che si frega le mani per l’abbandono delle terre interne. Tutto spazio
da rivendicare a doppiette e vita da colpire e trasformare in trofeo della
propria perizia e disposizione a uccidere. Pensavo che con certi energumeni
dell’animalicidio leghisti si fosse raggiunto un limite. Anche con il
tristemente confermato presidente della Regione Trentino, Maurizio Fugatti, che
alla carica deve essere arrivato camminando, anziché su un tappeto rosso, su
una serie di pelli di orsi da lui fatti ammazzare. Giustiziati, anziché
spostati nei santuari indicati dalle associazioni, perché “incutono paura”, si
avvicinano alle case e in uno scontro tra uomo e orso per una volta ci aveva
rimesso l’uomo.
O eliminati
da un bracconaggio ben poco perseguito e che torna a minacciare l’estinzione
del progenitore del mio bassotto Ernesto, discendente nobilissimo di uno degli
animali più utili alla preservazione della biodiversità, maestro di vita nella
solidarietà e collaborazione di branco, il lupo. Lupo caratteristicamente
inviso anche alla baronessa Ursula von der Leyen che ne ha auspicato lo
sterminio (subito attuato dai neo-NATOI svedesi), insieme a quello dei russi.
Umani.
Anni
fa, per la RAI mi sono ritrovato ripetutamente nelle vali bergamasche e
bresciane, o anche nei boschi sulle colline di Ischia, o della Sila,
accompagnato da generose e sagge guardie zoofile (quando c’era ancora una
meraviglia delle nostre polizie, il Corpo Forestale dello Stato). Si cercava,
denunciava e reprimeva quanto oggi è consentito e incoraggiato per legge da un
governo che, coerentemente, solidarizza con le stragi compiute da suoi alleati
e a volte vi collabora. Sapendo benissimo che nelle guerre che approva, o a cui
partecipa, il genocidio visibile è accompagnato dal biocidio, cioè dalla
distruzione della biodiversità, ogni indispensabile specie di animale, dall’ape
alla rondine, dallo scoiattolo alla lepre, compreso.
Si
rimuovevano gli orribili richiami vivi con i quali, uccelli legati ai rami, o
chiusi in gabbia, i cui disperati squittii richiamano altri uccelli da
abbattere a fucilate, o da imprigionare in trappole dalla lenta e dolorosa
agonia.
Caccia
per una soddisfazione che non serve a nutrirti, o a vestirti, non compensa le
tue inadeguatezze e, di conseguenza, richiede una ripetizione, l’escalation.
Nasce dalla voluttà, del tutto sterile, di sopraffare, fino all’uccisione, e
compensare gli inevitabili sensi di inferiorità determinati da varie cause:
rapporti umani, impotenza, frustrazione sociale, mancata considerazione,
carenza affettiva, sessuale, solitudine, esclusione. Il fucile protesi del
pene. La socialità della caccia di gara che sostituisce la fratellanza.
L’uccisione a compensare la mancanza d’amore.
Abominii
non solo venatori
Rifarsi
una credibilità a spese degli animali non è solo del cacciatore. L’indulgenza
del potere che non tollera atti di solidarietà per Gaza, è tutta per chi esercita,
al pari di esso, una vantata supremazia sui deboli, si impone ai sottoposti per
riaffermare un diritto che si fa derivare dalla natura e, a te omuncolo, dà la
sensazione di essere protagonista. E il forte che alleva e destina a mattatoi,
chiamati laboratori, migliaia di Beagle, per vedere “l’effetto che farebbe”
sull’umano un avvelenamento, una lesione del rene, un glaucoma, o un arto disarticolato, una scossa elettrica,
una dermatite, inflitti all’animale fatto cavia (ricordate lo scandalo del
commercio dei Beagle nell’inferno di Green Hill a Montichiari e degli
esprimenti della multinazionale farmaceutica Aptuit di Verona?). Vuoi testare
qualcosa destinata all’umano? Sei un testa di cazzo vigliacco che approfitta di
chi non si difende, anche perché si fida. Testalo sull’umano, punto e basta!
Il
riprecipitare in forme di neonazismo travestito da tecno-oligarchia e nel
graduale sopravvento della forza sul diritto, umano o di legge, ce l’ha
documentato, con coraggio e agghiacciante evidenza, su Report, Giulia Innocenzi
con le sue inchieste sugli allevamenti di maiali, polli, anatre. Il totale
disprezzo di imprenditori, addetti, ispettori, per un minimo di rispetto per la
vita, il dolore, in un ambiente di totale setticità, tra animali trattati come
barattoli da scalciare e carogne che marciscono tra vivi appiccicati a migliaia
negli spazi dell’immobilità gli uni agli altri.
E
pensare che siamo andati precipitando fin da quando, negli anni’80 in Rai, ero
impegnato a denunciare questo abominio, girando per gli allevamenti di animali
“da consumo”. Dai falansteri a quattro piani, senza sole e senza cielo, dei
polli di Amadori, ai cubicoli piemontesi, nei quali i vitelli dovevano maturare
in pochi mesi senza potersi muovere, al massimo accasciarsi. Bovini per rapida
crescita e rapido consumo, di grande avevano solo gli occhi disperati, senza
luce naturale, ma con ricche dosi di antibiotici e ormoni. Praticaccia
avvelenatrice contro la quale si batteva un coraggioso quanto impotente Mario
Valpreda, direttore generale della Sanità in Piemonte. Le cose sono peggiorate,
di pari passo con la spietatezza del neoliberismo e il ritorno
dell’imperialismo militare.
Un
Netanyahu per la biodiversità
Per
chi è sodale, solidale e socio di uno che fa sparare in fronte ai bambini, al ventre
delle donne e istruisce i cani a stuprare uomini incarcerati, il ddl Caccia,
approvato il 13 maggio 2026 dalla Commissione Ambiente e Industria e ora in
discussione alle Camere, è il meno che ci si poteva aspettare da chi anela a
mettersi all’altezza. Era stato tolto di mezzo, da Renzi (da chi se no?), il
Corpo Forestale dello Stato (depotenziato e incorporato nei CC) che, composto
da gente eccezionalmente appassionata e competente, non teneva conto della
faccia di nessuno. Me lo sono trovato accanto, assist formidabile, in parecchie
battaglie, a partire dai traffici di rifiuti tra La Spezia e la Somalia. Ora è
toccato all’ultima salvaguardia.
La
legge sulla caccia prevede anche la riduzione dei poteri, storicamente salvici,
dell’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, ISPRA. Erano
vincolanti, a protezione di natura e animali, ora se ne può tener conto quanto
di un pronostico sulla partita al bar. Chi pensate ne verrà messo spudoratamente
a capo dagli amichettisti? Il candidato è Ettore de Conciliis de Iorio,
cacciatore e lobbista del mondo venatorio.
L’aspetto
più indecentemente autoritario della legge, compilata dal senatore Lucio Malan,
non sta solo nelle nuove regole che il bravo e scandalizzato Giovanni ci ha
elencato. Ci sono le competenze regionali, nel Nord da sempre impegnate alla
morte per la…morte degli animali, che vengono ampliate e rafforzate sul
calendario, sugli ambiti territoriali, sulle deroghe e sulla gestione della
fauna. Rafforzate in misura addirittura anticostituzionale - e qui sta la
soppressione fascistica della libertà di manifestare – anche ”sanzionando le
azioni atte ad ostacolare i piani di controllo” (controllo sta per caccia).
Si tratta in parole chiare del divieto di impedire, ostacolare o rallentare le
attività previste dal citato Piano straordinario di gestione della fauna
selvatica.
Forse,
avessimo saputo meglio impedire, ostacolare o rallentare le attività ora
rilanciate all’ennesima potenza, avremmo ancora lo storione, la quaglia, la
gru, il pipistrello di Blasius e non rischieremmo ora di perdere anche l’orso
marsicano, il capovaccaio, la pernice bianca, lo stambecco, le farfalle…
Canis
Lupus
Quanto
al soprannominato antenato del bassotto Ernesto e origine e simbolo della
convivenza e amicizia tra umani e canini, il lupo (Canis lupus) esce dal
novero delle specie “particolarmente protette, anche sotto il profilo
sanzionatorio”, come del resto anticipato dallo sciagurato declassamento UE del
lupo, subito seguito da uno sterminio di esemplari in Svezia e in Abruzzo, dove
sono stati avvelenati 18 esemplari, nientemeno che all’interno del Parco
Nazionale. Parco a suo tempo salvato e potenziato da un grande direttore,
Franco Tassi, di cui ho avuto il
privilegio di essere amico e che era riuscito a sconfiggere un coacervo di
interessi devastatori, edili e commerciali.
Tutta
questa licenza del liberi tutti contro tutti, lubrificata dalla pretesa che le
modifiche previste “sono funzionali a contrastare il fenomeno della
proliferazione delle specie invasive, che continua ad arrecare danno alle
attività produttive e a esporre a pericolo l’incolumità dei singoli”
(immaginare gli orgasmi del presidente trentino Fugatti). L’immagine qui sotto
è per chi di tutto questo è pronto a farsene una ragione.
ELENCO DELLE associazioni che lottano contro questo
abominio, per CHI VOLESSE DARE UNA MANO
AFNI –
ALTRITALIA AMBIENTE – ALLEANZA ANTISPECISTA – ALTURA – AMICI DELLA TERRA –
ANIMAL AID ITALIA – ANIMALISTI ITALIANI – ANIMAL LAW ITALIA – ANIMAL VOICES
UNITED – ASOIM – ASSOCIAZIONE CARETTA CARETTA -ASSOCIAZIONE IO NON HO PAURA DEL
LUPO – ATTIVISTI GRUPPO RANDAGIO – CERM – CIRF – CISO – EARTH – EBN – ENPA –
ESSERE ANIMALI – ETICOSCIENZA – FEDER TREK – FEDERAZIONE PRO NATURA –
FONDAZIONE CAPELLINO – FONDAZIONE CAVE CANEM – FONDAZIONE MAREVIVO – GAIA
ANIMALI&AMBIENTE – GAROL – GREEN IMPACT – GREENPEACE – GRIG – GRUPPO
INSUBRICO DI ORNITOLOGIA – GYBN ITALY – HUMANE WORLD FOR ANIMALS – ISDE – LAC –
LAV – LEAL – LEGAMBIENTE – LEIDAA – LIMAV – LIPU – LNDC – MAN – MOUNTAIN
WILDERNESS – NAHR – OASICOSTIERA ODV – OIPA – RETE DEI SANTUARI – REWILDING
APPENINES – SALVIAMO L’ORSO – SOCIETÀ ORNITOLOGICA ITALIANA – SOS GAIA – SROPU
– SRSN – VAS- WALDRAPPTEAM – WWF ITALIA