Chi
era e a chi serviva Regeni
L’hanno
detto George Orwell e, prima di lui, Antonio Gramsci e l’ha pagato con la vita
Giacomo Matteotti. E, oggi, 75mila palestinesi.
Comincio
da Giulio Regeni, caso esemplare del quale mi sono occupato più volte per
aggiungere elementi cognitivi che venivano ostinatamente ignorati dal racconto
mainstream, dalla magistratura, dall’intero quadrante politico. Uno sforzo
compiuto in splendido isolamento, non fosse che, all’inizio della vicenda,
2016, anno del ritrovamento al Cairo del corpo di Regeni, qualche foglio osò
rettificare, con qualche pur innegabile notizia, la versione sacralizzata da
media e politica.
La
vicenda è tornata di attualità in occasione di uno stanziamento rifiutato - cosa
giudicata vergognosa - a chi ne intendeva trarre un documentario. Naturalmente
un dettagliato documentario, al quale anch’io, il generale Tricarico, politici
italiani, avevamo dato un contributo, è rimasto innominato: lo avevano fatto
gli egiziani.
Emblematica
è stata la risposta dei rinomati “fact checkers” del giornale online “Open” di
Mentana. All’elenco dei motivi e fatti per cui legittimamente giudicavo quanto
meno opinabile la versione ufficiale sulla morte di Regeni, si era risposto
sbrigativamente con il concetto dannante di “complottismo”. I dati oggettivi
citati non meritavano menzione. Li riassumo, a beneficio di chi voglia farsi
un’idea, sia della rinnovata denuncia di un assassinio attribuito ai servizi
del presidente egiziano Al Sisi, sia delle basi di un processo romano,
ovviamente stagnante, contro alcuni imputati scelti tra quanti dei discutibili
e molto approssimativi testimoni hanno suggerito al tribunale.
Il
corpo di Regeni, con segni di tortura, viene ritrovato su uno stradone, non
lontano dal centro del Cairo. Esattamente nel giorno e nelle ore in cui una
delegazione politico-industriale italiana si incontra con i vertici egiziani
per discutere di investimenti e, in particolare, del ruolo dell’ENI nel
giacimento di gas prospiciente le coste egiziane. Un siluro all’intesa. Di
conseguenza l’incontro viene sospeso. Non verrà mai più ripreso. Sul giacimento
si affacceranno le compagnie petrolifere angloamericane.
Regeni
ha alle spalle una vasta famigliarità con Israele e il Medioriente e anni di
lavoro per Oxford Analytica, impresa di spionaggio industriale e politico
capeggiata da John Negroponte, gestore di squadroni della morte in
Centroamerica e Iraq, da Colin McColl, ex-capo del MI6, servizio segreto
britannico e da David Young, l’organizzatore per Nixon dello scandalo
Watergate.
Un
progetto eversivo
Il
giovane ricercatore di Cambridge, in partenza per una missione al Cairo, da una
sua tutor, Maha Abdel Rahman rappresentante dei Fratelli Musulmani (il
movimento di cui faceva parte il presidente Mohammed Al Sisi, spodestato da una
rivoluzione popolare), viene indirizzato a una sua omologa dell’Università
Americana al Cairo, Rabab El Mahdi. La
Rahman si sottrarrà agli inquirenti italiani e non sarà più infastidita. Qui
Regeni individua un interlocutore nella figura di Mohammed Abdallah, capo
dell’importante sindacato del commercio informale.
In
un video, ampiamente circolato, gli prospetta un affare da 10.000 dollari che
Abdallah vorrebbe utilizzare per le cure della madre, malata di cancro. Regeni
glielo nega chiedendogli invece un “progetto tipo 25 gennaio”. Il 25 gennaio
2011 il presidente Mubaraq viene rovesciato dalla sollevazione popolare. Abdallah
si insospettisce e riferisce tutto a un commissariato di polizia. Se la
missione di Regeni era quella di trovare chi rinnovasse un tentativo di
destabilizzazione del governo, l’opera era fallita e il suo protagonista
risultava bruciato. Poteva servire a eventuali mandanti se delle sue torture ed
esecuzione fossero state accusate le autorità egiziane. Con conseguente
inevitabile crisi nei rapporti italo-egiziani.
Formazione
d’élite
Riveste
un certo significato la formazione di Giulio Regeni. I vari gradi d’istruzione
si svolsero in un istituto a Trieste della catena dei costosissimi “Collegi del
Mondo Unito”, fondati dal tedesco Kurt Hahn e destinati alla formazione delle
élite europee. Nella sua filiale di Edimburgo si sono diplomati perfino i
membri della Casa Reale britannica. Resta agli atti un documento firmato da
Hahn e indirizzato ad Allen Dulles, direttore della CIA, in cui ai servizi USA
si offriva una collaborazione per il reclutamento e la formazione di giovani
leve “utilizzabili per la destabilizzazione dell’Unione Sovietica”.
Cosa
c’entra l’Egitto di Al Sisi?
L’Egitto,
oltre 100 milioni di abitanti, posizione strategica di porta tra
Africa-Medioriente e Mediterraneo, controllore del Canale di Suez dal quale
passa un 40% del commercio globale, partner ambito da vari paesi europei per le
opportunità di investimento in infrastrutture e per forniture energetiche
offerte dallo scoprimento di vasti giacimenti, è l’ultimo grande paese
sopravvissuto alla frantumazione del mondo arabo: Iraq, Siria, Libia, Libano.
Non rappresenta una minaccia al colonialismo ed espansionismo israeliano e USA,
nel conflitto palestinese persegue una funzione di mediazione, ha buoni
rapporti con Washington, da cui riceve armamenti.
Ha
dovuto combattere, dopo la cacciata del presidente Fratello Musulmano Mohammed
Morsi, che aveva imposto la Sharìa, proibito gli scioperi e assistito
all’incendio delle chiese cristiane ad opera dei propri seguaci, una feroce
ondata di terrorismo ISIS, culminata in una guerra civile nel Sinai.
Putin e Al Sisi
Intrattiene,
a partire dalla presidenza Al Sisi anche buoni rapporti con Mosca; in Libia
sostiene la riunificazione del paese perseguita dal governo dell’uomo forte
Haftar contro il regime dei trafficanti di carne umana installato dai turchi a
Tripoli; in Sudan è schierato dalla parte del Governo di Transizione, in
contrasto con gli Emirati Arabi Uniti, punta di lancia degli Accordi di Abramo
con Israele, che sostengono le Forze d’Intervento Rapido; ha un contenzioso con
l’Etiopia filo-occidentale che, con la nuova diga del Rinascimento, gli ha
ridotto il flusso vitale del Nilo.
Insomma,
la sua è una posizione al tempo stesso moderata, ma anche fastidiosa per
interessati vari. E rimane, al di là delle scelte politiche contingenti, una
grande paese arabo di enorme rilievo strategico.
Venezuela
e Cuba, casi gemelli?
La
verità in quanto rivoluzionaria non può essere sopraffatta da qualsiasi altra
considerazione che, comunque, la tradirebbe. Il discorso è tornato di grande e
grave attualità con il Venezuela e va preso in esame anche per Cuba, di cui
parleremo poi.
Di
Venezuela e di quello che è davvero successo a partire dal rapimento del
presidente Maduro e di Celia Flores e dai bombardamenti USA senza risposta, mi
sono parecchio dilungato su L’Antidiplomatico. Ci sono state reazioni che,
diversamente da quanto i fatti, da me minuziosamente elencati, dimostrano
inequivocabilmente, valutano il comportamento del vertice venezuelano, quello
dei fratelli Delcy e Jorge Rodriguez e loro squadra, come una necessaria, per
quanto imposta, “ritirata strategica”. Per evitare che la ritirata “strategica”
non si risolva in resa, come con Napoleone in Russia, o connivenza, sarebbe
stato il caso di parlare di ritirata “tattica”.
Si
insiste su una presunta similitudine tra il golpe contro Chavez del 2002,
risolto dalla rivolta di popolo nel giro di 48 ore e dalla conseguente
continuità, anzi da un rafforzamento del processo rivoluzionario, e gli eventi
del 3 gennaio di quest’anno. Sono passati quasi 4 mesi è Maduro e moglie
restano in carcere a New York. In Venezuela a tumultuare per la loro
liberazione è il popolo.
Il
dopo-Maduro e i nuovi rapporti con Washington
Molti
dei fatti che hanno definito la fisionomia di questa vicenda sono ancora da
individuare, ma molti, incontrovertibili, sono stati identificati ed elencati
nel mio precedente intervento. In breve sintesi, si tratta dell’immediato
arrivo a Caracas dei dirigenti massimi dell’apparato militare, di intelligence,
energetico, economico, degli USA, con relativi diktat sugli indirizzi da
adottare. Ne sono seguiti il rilascio di tutti i prigionieri, improvvisamente
divenuti politici, la decapitazione dei vertici militari venezuelani,
l’apprezzamento di Trump per la nuova direzione, l’adozione di misure che hanno
completamente stravolto l’impostazione gestionale e sociale bolivariana, già
monopolio dello Stato, delle risorse petrolifere, la cessazione delle vitali
forniture a Cuba. Con tanto di compartecipazione di compagnie private,
eminentemente statunitensi, all’intero processo relativo a queste risorse, dall’estrazione
alla commercializzazione. Alcune proprietà sottoterra sono state cedute.
Per
il Venezuela, come per Cuba, per l’Iran, per la Palestina, per la Russia e la
Cina e per qualsiasi realtà che, oggettivamente o soggettivamente, si ponga in
opposizione dichiarata, o, quanto meno, di intralcio all’imperialismo e al
colonialismo, vale su tutto un principio: una difesa senza “se”.
Principio
che non può non avere valore incondizionato e vincolante se si parla di difesa
dal popolo, del paese. Ma riferendo il principio a governo e classe dirigente,
ci si aspetta che sia fisiologico e imperativo rinunciare anche a ogni “ma”?
Qui si apre la contraddizione. Che nasce dal carattere rivoluzionario insito
nella verità. Senza la quale ogni inganno, doppiezza, finzione, ipocrisia,
calcolo, trovano modo di svicolare. Da essere pensante e volenteroso, per
quanto inadeguato, antagonista dell’esistente, qualche “ma” va mantenuto.
In
Venezuela un popolo quasi intero, cosciente della sua identità e della natura
del nemico, sono mesi che è mobilitato contro quanto gli è stato tolto e quanto
gli è stato imposto. Lo fa, a sentire i miei amici di quell’autentica
avanguardia nella storica difesa del chavismo che è il quartiere “23 de Jenero”
con la sua Coordinadora Simon Bolivar, perché crede ciò che la presidente “ad
interim”, Delcy Rodriguez, garantisce: continuità della rivoluzione. Visti i
fatti, che dimostrano come si tratti di una continuità ampiamente incrinata, la
posizione di queste masse irrequiete si potrebbe interpretare come sforzo di
condizionamento nei confronti del nuovo governo. Anche di messa in guardia.
In
tutto questo, posso sbagliare. Non per quanto il governo, con la “pistola
puntata alla tempia”, come si usa ricordare, ho riferito abbia fatto in questi
mesi, ottenendo, non la restituzione del presidente rapito, ma l’approvazione
alla propria sopravvivenza. Fisica e al potere. Nella dichiarata continuità e
nella sostanziale rottura rispetto al cammino tracciato da Ugo Chavez. Ho ogni
comprensione per chi si ostina a oscurare i lati drammaticamente negativi di
questo spodestamento, per illuminare quelli di una necessità che imporrebbe
solo ripieghi temporanei. Tante delle nostre vite si sono intrecciate a quelle
del Venezuela e rimane difficile districarsene.
Onestà
intellettuale, ma più ancora rispetto per questa storia e il suo popolo,
impongono, però, che, negandolo, non si dia copertura a un crimine
dell’imperialismo e a chi gli ha fatto da basista e palo.
Cuba,
hasta siempre?
Le
afflizioni da Trump imposte a Cuba con il totale blocco energetico che annulla
la lieve attenuazione del bloqueo concessa da Obama e intensifica lo
strangolamento già adottato nel suo primo mandato, sono di una portata
inimmaginabile. Come chiudere qualcuno in una stanza e aspirarne l’ossigeno. Le
spedizioni di solidarietà giunte nell’isola hanno ampiamente documentato gli
esiti di questa asfissia di tutto un popolo: non funziona più niente, né i
trasporti, né la produzione, né l’agricoltura, né gli ospedali, né le scuole. I capisaldi della rivoluzione, sanità e
istruzione, un dono al mondo, vivono la paralisi dei medicamenti e delle
attrezzature. E la società che si è mantenuta salda, coesa, determinata e
autodeterminata per oltre sei decenni, rischia di sfaldarsi e cadere a pezzi. Sarebbe
stato inimmaginabile, qualche anno fa, vedere il poco carburante venduto
ufficialmente per bisogni collettivi, rivenduto sottobanco a prezzo
decuplicato.
Il
dato innegabile è che i cubani non ce la fanno più. Difficile trovarne di
quelli che sarebbero disposti a rinunciare alla sovranità del loro Stato,
all’impostazione socialista, e che non sarebbero pronti a opporsi con le unghie
e i denti a un’eventuale invasione. Che non ci sarà, se non con i codardi bombardamenti
già sperimentati in tutte le aggressioni trumpiane. La memoria della disfatta
della Baia dei Porci è ben presente ai comandi USA, a dispetto del cubano, gusano,
Marco Rubio, storico capo della mafia cubana di Miami e determinato a radere al
suolo Cuba per appropriarsene e “offrirla in dono a Trump”, come ha detto con
la tipica fraseologia del presidente e dei suoi scherani.
Qui,
però, si evidenziano le solite divaricazioni all’interno dell’establishment.
Proprio quelle che la propaganda trumpiana attribuisce ai gruppi dirigenti dei
paesi aggrediti, Iran, Venezuela, Libano, dove gioca propagandisticamente sulla
solita spaccatura tra ultraconservatori, irrimediabilmente cattivi, e
pragmatici degni di considerazione. E che, se proprio esistono, non sono che
l’espressione di una fisiologica dialettica che si sviluppa in situazioni
d’emergenza
A
Washington, però, indirizzi strategicamente divergenti si erano già manifestati
in occasione dell’assalto al Venezuela dove, sulla volontà di spazzare via
tutto, era prevalsa la linea di Trump e della sua Intelligence di provare a
condizionare il gruppo dirigente, imponendogli, consentendo l’apparenza della
formale continuità bolivariana, un drastico cambio di direzione da stravolgere,
se non la fisionomia, la sostanza delle istituzioni.
Luci
e ombre
Ci
sono le premesse per un esito simile a Cuba? Si sceglierà l’opzione Rubio,
condivisa dal sionista cristiano ministro di Guerra, Pete Hegseth, che punta a
una rivolta di massa determinata dalla disperazione e all’installazione di un
regime fantoccio tipo siriano? O si privilegerà la soluzione della cooptazione
mascherata, alla venezuelana?
Forse
dipenderà dagli interlocutori. Lo sfascio delle condizioni di vita dei cubani,
come esemplificato dall’ininterrotto degrado del centro storico dell’Avana e
dei suoi abitanti, non lo riesce a riscattare nessun artificio retorico, di
quelli che accompagnano, estenuandole, le visite di delegazioni e gruppi
stranieri. E’ stato abbandonato anni fa, fortunatamente, lo strumento di
ricostituzione delle classi sociali che era la doppia valuta del peso. Uno
convertibile, pari al dollaro, per ricchi e turisti, da spendere nei negozi
riservati all’élite locale e forestiera, l’altro, che non valeva il suo peso
cartaceo. per il resto della popolazione e le sue botteghe della penuria. Ma ha
lasciato le sue tracce sotto forma di ville tra viali alberati che, dalle alture,
chiudono gli occhi sui fatiscenti palazzi del centro. E non si tratta di
edilizia popolare.
Fame
e hotel a 5 stelle
I
partecipanti alla “Flotilla” che ai cubani hanno voluto portare amore e
coraggio, più che le simboliche quantità di soccorsi, sono stati alloggiati
negli hotel a cinque stelle, per i quali i flussi di turisti si sono disseccati
come quelli dei combustibili. Procedura che ha suscitato qualche perplessità,
sia tra gli ospiti, che tra coloro nell’isola alla cui disperazione s’era
venuto a porre un modesto sollievo. Quando per le brigate di lavoro dei
solidali venimmo a Cuba in anni non troppo lontani, la nostra adeguatissima
sistemazione era in appositi studentati, strutture di partito, militari, o
dell’ICAP. Ma probabilmente questi alberghi di lusso si giustificano per essere
rimaste le uniche strutture che potessero garantire agli ospiti un minimo di
rifornimenti e condizioni vivibili.
Nella
mezza dozzina di visite che, da solo o in delegazione, ho compiuto nell’isola,
tutto questo non c’era. Ma incominciava a delinearsi. Con la scomparsa
dell’URSS, braccio che sosteneva un corpo incapacitato dall’embargo a camminare
da solo, non sono scomparsi il socialismo, né la coesione sociale, né la
coscienza politica. E soprattutto non è mai emersa l’idea che, per stare magari
meglio, conveniva accettare un po’ meno socialismo e un po’ più yankee. Però
dilagava una demagogia rivoluzionaria, che ripeteva agli ospiti, a ogni
incontro, la stessa solfa dei trionfi rivoluzionari.
Uno
stereotipo che confliggeva con fenomeni di privilegio già evidenti,
implicitamente di corruzione, di una classe che viaggiava sul consenso acritico
e sulle donazioni della solidarietà internazionale e sulle forniture sovietiche
di quasi tutto, senza darsi troppo da fare per costruire un’economia di
produzione. Ricordo che, nel corso di una conferenza, sollevai la questione
degli ondulati di amianto che coprivano quasi tutte le case di campagna. L’isola
è straricca di argilla, sarebbe bastato uno schiocco di dita per sostituire il
minerale tossico con tegole. Dopo anni, l’amianto era ancora lì.
Resta
quella che, secondo alcuni osservatori di inclinazione “riformista”, sarebbe
una distinzione tra posizioni all’interno dell’establishment cubano. E’, per la
verità, una condizione che tutti attribuiscono a tutti, a volte sotto forma di wishful
thinking, di auspicio. Come quando si fantastica, per occultare la propria
indisposizione alla mediazione, sui pasdaran, più cattivi degli altri iraniani,
che alle altre istituzioni avrebbero sottratto la direzione delle cose e
impedito il dialogo con gli USA. E come è invece del tutto palese a Washington,
dove la conventicola di millenaristi attorno all’”eletto” Trump ha invece
effettivamente decimato i vertici militari che dubitavano dell’oculatezza delle
analisi iraniane del guru e dove a un Rubio, determinato a sradicare da Cuba
ogni traccia dei 60 anni trascorsi, Trump sembra contrapporre il metodo detto
alla venezuelana. Quello soft della cooptazione di elementi risolutivi della
dirigenza che, mantenendo le forme, eviti l’incazzatura del popolo e agevoli il
trapasso all’estinzione della rivoluzione. Si tratterebbe di individuare a Cuba
qualcosa di analogo alla coppia Rodriguez di Caracas.
Dinastie
e geriatrie
Di
Cuba si dice che non tutto sia omogeneo tra la squadra che fa capo al
presidente Miguel Diaz-Canel, ai vertici del partito, all’intellettualità
dell’isola, da un lato, e la dinastia dei Castro dall’altro. E qui qualche
fattore deve essere preso in considerazione, sempre per amore della verità
rivoluzionaria e per rispetto del popolo.
Il
94enne, ma tuttora decisivo, Raul Castro, successore del fratello Fidel da capo
dello Stato dal 2008 al 2018 e poi da segretario del Partito, è stato colui
che, rompendo una fondatissima tradizione di valutazione dei capi della Casa
Bianca, ha accolto Obama all’Avana con le sorprendenti parole “Lei è una
persona onesta”. Seguendo l’esempio di Fidel con Wojtiya, ha anche ospitato i
papi del suo tempo, con il risultato che a Cuba sono tornate ad affollarsi le
chiese, nelle cui prediche non è che si esortasse molto alla rivoluzione
socialista. Iniziative che vennero interpretate come legittimi tentativi di
passare dal rapporto unilaterale con il mondo socialista, esauritosi per
estinzione, a una più aperta dialettica con un mondo multipolare.
Ma
i frutti delle misure di Obama furono eminentemente formali: riapertura delle
ambasciate, agevolazione per viaggi, visti e rimesse della diaspora. L’embargo
rimase in piedi pari pari. Insieme alle discrepanze sociali che erano già
andate manifestandosi a partire dall’adozione dal peso per una neo-élite di
ricchi, turisti, imprenditori stranieri, o burocrati, di cui sopra.
Il
rampollo della dinastia Castro più in vista oggi è il nipote 33enne di Fidel,
Sandro, proprietario all’Avana di un locale notturno chic che da noi si
definirebbe da “gauche al caviale”. In una sua intervista alla CNN ha lasciato
storditi gli spettatori per come si era
infervorato per lo stile di vita dei giovani nella Quinta Strada. I cubani lo
hanno presente alla guida di lussuose macchine Mercedes, “prestate da amici” e per
altre provocazioni che ne segnano la lontananza dallo stile di vita imposto ai
cubani, tipo l’avere a disposizione quel generatore elettrico che è il sogno di
10 milioni di cubani.
Un
cronista, storico sostenitore della rivoluzione, a cui devo molt di questi
dettagli sulla dinastia Castro, riferisce dello sconcerto, peraltro muto,
provato dai circoli dirigenti, davanti a immagini in cui il giovane, travestito
da vampiro, versa l’introvabile birra Cristal, da 1000 pesos l’una (mezzo
stipendio di povertà), nelle gole di avvenenti cubane, dichiarando che la
politica del presidente Diaz-Canel non vale una Cristal e che i cubani vogliono
il capitalismo. Il suo locale è sempre aperto e affollato e lui continua a
versare Cristal.
Raùl e
Raulito
Ad
affrontare il futuro di Cuba con il segretario di Stato killer, Marco Rubio,
non ci è andato il settantenne Bruno Rodriguez, ministro degli Esteri dal 2009
(18 anni), ma un altro Castro, Raùl Guillermo Castro, Raulito, considerato
il nipote preferito di Raùl. Affarista di professione e privo di formazione
diplomatica, eppure nell’Ufficio Politico del PCC, ha sostenuto la necessità di
trattare con gli USA.
Di
un gruppo dirigente aperto al familismo testimonia anche Alejandro Castro
Espin, figlio di Raùl e alto funzionario del Ministero degli Interni, a suo
tempo con responsabilità della sicurezza e dell’intelligence. Sarebbe molto
attivo nel consorzio militare Gaesa che controlla gran parte dell’economia
cubana. Avrebbe appena compiuto una missione in Messico per incontrarsi con
inviati di Rubio. Si inserisce nella distribuzione di incarichi al clan Castro
anche una delle sorelle di Raùl, titolare occulta di “Casa Linda”, l’enorme
centro commerciale, questo sì illuminato al neon, che vende prodotti alimentari
importati e casalinghi vari. A rievocazione dei tempi d‘oro della doppia
valuta, vi si paga solo in dollari.
Un
altro nipote sia di Raul che di Fidel, Oscar Pérez Oliva Fraga, da Ministro del
Commercio Estero e vice-premier, svolge funzioni di alto livello nei rapporti
commerciali con l’estero. Di questi si è augurato che possano ora svilupparsi
con gli USA e l’Occidente in termini “riformati”, ma anche con la Russia e
altri paesi ricchi di materie prime.
A
tirare le fila, il ruolo di questo clan dei Castro sembra funzionale a quella
“normalizzazione” dei rapporti con l’amministrazione USA che ci si augura possa
spuntare l’arma delle iper-sanzioni con la quale Trump si è ripromesso di
volerla fare finita con quella che, in un Ordine Esecutivo, ha bollato come
“una minaccia insolita e straordinaria” alla sicurezza degli Stati Uniti. Un
canale con l’amministrazione Trump, parallelo alla diplomazia ufficiale,
sarebbe stato aperto proprio da questo nipote preferito di Raul.
Passaggi
oscuri e luce fioca
Ciò
che non viene detto, ma che si sa essere connaturato alla situazione interna
descritta, è il processo avviato nei colloqui con Washington che riguarda
riforme economiche strutturali, facilitate dall’ingresso di capitali
nordamericani che stabilizzino la situazione sotto controllo USA, per poi costruirci
sopra un’alternativa politica.
Passando
oltre il fideismo autoconsolatorio di chi sospetta la verità complice del
nemico, noi la sappiamo rivoluzionaria. C’eravamo quando l’esistenza di Cuba è
stata la miccia che ha incendiato il subcontinente e i Caraibi: la Bolivia di
Morales, il Cile di Allende, l’Ecuador di Correa, il Brasile di Lula, il
Venezuela di Chavez, l’Honduras di Zelaya, L’Haiti di Aristide, il Messico di
Obrador, il Nicaragua di Ortega, l’Argentina dei Kirchner, il Perù di Castillo,
fino, oggi, alla Colombia di Petro. Grazie a Cuba, a Fidel, al Che, al suo
popolo irriducibile, l’equilibrio delle forze da questi eroi imposto, ha
cambiato il mondo e lo ha indirizzato verso un destino migliore.
Oggi
gran parte delle pagine di quel capitolo del libro della Storia sono state
lacerate, strappate, imbrattate. Non è colpa dei cubani. Semmai siamo
co-colpevoli noi.
Toccherebbe
di nuovo ai cubani, i più tosti di tutti, tenere alta la torcia e far luce. Se
l’annebbiamento della vista e delle forze, determinato dall’inedia, glielo
consentirà.
Fuor
da retorica: Hasta la victoria siempre.
