martedì 3 marzo 2026

Guerra e bugie sorelle gemelle --- BOARD OF PEACE (WAR) PER TUTTI

 


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In guerra la verità è così preziosa che deve sempre essere difesa da una vigilanza di bugie (Winston Churchill)

Far fuori l’Iran, costi quel che costi

Al momento in cui scrivo è partito l’attacco. A trazione israeliana, con gli USA a rinforzo, ma politicamente costretti a reggere il moccolo. E’ partito proprio quando pareva che Tehran stesse rispettando l’estrema linea rossa fissata da Trump: la rinuncia al materiale da arricchire e la sua consegna all’estero. Il nodo decisivo stava nel tiro della corda tra, a un capo, Netanyahu e la sua cosca internazionale e, all’altro, Trump e la realtà MAGA, confortata da alti comandi di Pentagono e Servizi, sorretta dal voto di chi voleva dal nuovo presidente lavoro, non guerre. E’ prevalso il ricatto di Netaniahu.

Questo tiro della corda è metaforicamente rappresentata dal genocida di Tel Aviv, con i suoi 800.000 squadristi delle colonie e una buona parte di popolazione intossicata di odio anti-arabo dal momento in cui hanno guadagnato la facoltà di udire, che dice: “O mi fai fuori l’Iran (mica solo gli Ayatollah), o tiro fuori foto e carte di Epstein. E saresti fottuto”. Con l’altro che risponde: ”Ti riconosco la Cisgiordania giudaizzata, ci piazzo subito un consolato, ti ridò Gaza ripulita e kushnerizzata, ma risparmiami l’Iran. Quella è un’altra guerra che non vinceremo e allora addio Trump e ti perdi quello che dicevi fosse il migliore amico di Israele”.

Non è bastato. Ha prevalso la demenza criminale necrofaga di Netaniahu, della sua cricca dirigente, sostenuta da una parte non indifferente della popolazione. Del resto qualsiasi concessione Tehran avesse fatta, fino alla chiusura delle centrali di ricerca nucleare e allo smantellamento dell’armamento missilistico, non sarebbe bastata allo Stato sionista. L’obiettivo è sempre stato chiaro e irrinunciabile: via dal Medioriente, dopo Iraq, Siria, Libano, Palestina, la Repubblica Islamica, 90 milioni di abitanti, la seconda potenza petrolifera del mondo, 1.648 milioni di chilometri quadrati, una popolazione che, alla faccia delle rivoluzioni colorate, vanta una fortissima coesione in difesa della nazione. Con quell’Iran a due passi, un Grande Israele non si sarebbe potuto fare.

Colpo all’immagine e alla fiducia: decapitato il vertice politico e militare

 Tel Aviv

La risposta dell’Iran è stata immediata a conferma della forza e delle capacità del paese. Sono state colpite le maggiori basi USA in Medioriente e il cuore di Israele. Esattamente quanto a Washington e in tutti gli Stati Uniti e loro vassalli si temeva. E ci si poteva aspettare. Il blocco dello Stretto di Hormuz all’imboccatura del Golfo Arabopersico, decretato da Teheran, ferma il 25% dei rifornimenti petroliferi al mondo e taglia fuori le petrodittature del Golfo, Ne subiranno gli effetti, non tanto gli USA, energeticamente autosufficienti ed esportatori, quanto le popolazioni affidate ai mercenari europei, propagandisti dell’impero. Motivo di più per farli saltare, a cominciare dai nostri.

Ma sul lato delle passività per il mondo antimperialista e antisionista pesa moltissimo la ferita all’immagine di un caposaldo della resistenza come l’Iran. Pur sapendo e avendo sperimentato le diaboliche capacità tecnologiche di Peter Thiel col suo Palantir, probabilmente attivate anche qui, non ha saputo mettere in sicurezza la propria leadership. Sia che fossero riuniti, in vista dell’attacco annunciato da giorni, la Guida Suprema con proprio tutti i capi dell’apparato militare, Pasdaran, Forze Armate, Difesa. Più i più stretti congiunti di Khamenei. Sia che fossero stati colpiti uno per uno, nei rispettivi luoghi, grazie alle diaboliche tecnologie già collaudate a Gaza e nel Libano, dove dirigenti, giornalisti, operatori umanitari sono stati fatti fuori singolarmente, e per le quali non sembra sia stata trovata risposta.

Si deve sperare che questa debacle non incida sul morale e sulla determinazione della popolazione, che peraltro queste qualità le sta dimostrando nella contingenza attuale. Invece c’è da salutare la sicura, ulteriore demoralizzazione di una società israeliana che, ogni due per tre, si vede costretta a rintanarsi nei bunker e a tremare per vita e beni. Una condizione di insicurezza già sperimentata al tempo della guerra con Hezbollah e, in altri termini, con le Intifade, e che ha determinato la massiccia inversione dei flussi migratori

Ciò che avanza a valanga è quanto serve a tenere il mondo spaventato, spettatore paralizzato dall’ignavia, parzialmente connivente, come nel caso dell’osceno servilismo UE, e prono al più catastrofico degli esiti. Come in tutti casi, da che Storia è Storia, in cui si tratta di far mandare giù all’umanità bocconi indigeribili, chi vince e persuade, o induce rassegnazione, è la menzogna. Di questo dato, connaturato a coloro che detengono il potere, continuiamo a dimenticarci. E abbocchiamo. E subiamo.

Per quanto riguarda la geopolitica dell’emisfero occidentale che gli USA, con al guinzaglio l’UE, provano a determinare, viviamo in una realtà totalmente travisata ovunque si tratti di risolvere questioni e raggiungere obiettivi determinati dalle oligarchie al comando. Molti di noi ne sono perfettamente coscienti, data la brutalità e la primitività di certi rovesciamenti della realtà, ma poi è talmente compatta, corale, violenta, la diffusione della bugia, che piano piano il pensiero critico fa fatica e si acquieta.

Bugie che si autodistruggono

Esempio. Una guerra, quella lanciata, senza la minima presenza di un pretesto. O con pretesti talmente falsi – bomba fra una settimana, missili su Europa e USA, massacri della propria gente - da sembrare partoriti da un gioco d’asilo infantile. L’Iran, non minaccia nessuno da sempre, semmai ha dato una mano a Hezbollah che, al momento, non pare rappresentare una minaccia. Dal 1979, anno della rivoluzione, l’Iran si è impegnato a rifiutare l’armamento atomico e persegue lo sviluppo di energia civile tramite un modestissimo arricchimento dell’uranio che non ha mai superato il 20%, quando per la bomba occorre superare il 90%. Ha firmato il trattato di non proliferazione (Israele no e ha almeno 200 ordigni nucleari), si è fatto ispezionare regolarmente dall’AIEA, organismo ONU per questi controlli, ottenendone la conferma, ha firmato con Obama un accordo, stracciato da Trump, che confermava i suoi impegni. Avrebbe dovuto ottenere in cambio la revoca di sanzioni al limite del genocidio strisciante. Cosa mai verificatasi. Tuttavia l’assemblea generale dell’ONU resta ammutolita e passiva davanti a un capo di governo, baro e genocida, che illustra alla lavagna come l’Iran sia a un passo dalla bomba atomica. Ora Salvini gli ha fatto da pappagallo.

 

Di fronte a questa realtà incontrovertibile. tutta l’incessante aggressività di USA e Israele, condivisa propagandisticamente da una UE nel ruolo di valletta reggimicrofono, rappresentano un crimine di falsità e manipolazione dell’opinione pubblica mondiale che per trovare un precedente si deve ricorrere almeno al genocidio dei nativi d’America, preteso nel nome della loro barbarie e della nostra superiore civiltà.

Esempio. Come è possibile che coesistano, senza farci esplodere le sinapsi, due concetti rispettivamente incompatibili come: la Russia è allo stremo, la sua economia è sbrindellata, per contenerli gli oppositori vengono avvelenati, la rivolta popolare serpeggia, i soldati sopravvissuti al milione di caduti sono costretti ad avanzare di qualche metro al mese a forza di fionde e vanghe in mancanza di munizioni, non si vede più un carro armato russo operativo, da anni conquistano solo campi e casolari…

Dopodichè: dobbiamo riarmarci, doppiamo convertire l’economia di pace in economia di guerra, fuori i miliardi dalle tasche dei cittadini, volgere l’automotive in carri armati e cacciabombardieri, le fabbriche di würstel e crauti in droni, perché la Russia, al massimo fra tre anni, ci salta addosso e rischia di farci fuori tutti quanti fino all’ultimo lusitano. E se lo dicono due signore come von der Leyen e Kallas, con la nonna rapita da un russo…

Ovvio che coloro che diffondono queste bufale non ci credono. Il problema è che non ci crede quasi nessuno, ma tutti fanno finta di crederci e agire in conseguenza non al dubbio, ma alla bugia.

Qualche esempio di totale mendacio, solidificato a forza di ripetizione e perpetuato come scontato perfino dai più meticolosi tra cronisti, analisti e storici?

Il falso si impersona in manipolatori, infiltrati, false flag

L’attualissimo caso del progetto israeliano che si tira dietro il ricattato Trump e i da sempre volenterosi neocon di uno Stato Profondo tutt’altro che rassegnato al MAGA, per ora ha realizzati i primi due elementi del falso. La manipolazione dei tumulti, con le sue presunte 10.000, poi 20.000, poi 30.000 vittime dei masskiller Pasdaran, mutati da forza militare in banda terrorista, che azzerano, grazie alla collaborazione del 90% dei media, i dati statistici e video forniti dal governo. Inattendibili perché di una civiltà inferiore. Dati che danno nomi, cognomi, circostanze della morte delle vittime, in maggioranza poliziotti, vigili del fuoco, esponenti delle amministrazioni, colpiti per strada, nei luoghi delle loro attività: caserme, commissariati, municipi. Impagabili,e un must collaudato in tutti i regime change, le manifestazioni di sostegno al governo fatte passare per quelle delle opposizioni.

Quanto ai manifestanti uccisi - e ce ne saranno pure vittime della repressione -personalmente mi ricordano le prime rivolte siriane a Daraa. Proliferavano i video in cui si vedevano manifestanti armati sparare, da posizioni defilate, vuoi sulla polizia, vuoi su altri manifestanti. Una costante: la necessità di una strage di civili da attribuire al governo. Che poi si specchia nelle stragi del governo da caricare sugli oppositori. Grande uso ne fecero i servizi britannici nell’Irlanda del Nord dove i pub dei lealisti fatti saltare erano, par force, terrorismo dell’IRA.

Il che ci riporta all’elemento “infiltrati”. Non sono mai mancati in Iran, e io li ho visti operare anche in occasione delle proteste contro l’esito del voto che inaugurò il secondo mandato di Ahmadinjad.

Del resto ormai i mandanti se li attribuiscono direttamente e se ne vantano, a conforto dei casinari in piazza: gruppi curdi armati provenienti dal vicino Kurdistan iracheno, separatisti beluci e gli storici MEK, Mujahedin del Popolo, gruppo terrorista ospitato da Saddam ai tempi della guerra con l’Iran, poi trasferiti a Washington e ora, sotto tutela CIA, operanti dall’Albania. Sono i responsabili dell’assassinio di scienziati iraniani e di vari attentati contro civili. Alto e forte è echeggiato dalle tv, dai giornali e dai social il messaggio indirizzato ai tumultuanti in piazza: Guardatevi attorno, noi, CIA e Mossad, siamo al vostro fianco. Si è perfino esposto Mike Pompeo, ex-segretario di Stato ed ex-capo della CIA. Più chiaro di così….

Resta sospesa su questo quadrante della bellicosità occidentale la False Flag, falsa bandiera, peraltro quasi immancabile in quasi tutte le guerre e rivoluzioni colorate allestite dagli USA dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Una per tutte: l’11 settembre attribuito ad Al Qaida e a un suo presunto capo, Osama Bin Laden. Lo realizzano piloti acrobati che sanno infilare, quasi rasoterra, quell’ago nel pagliaio che sono due torri e il Pentagono. Aerei e relativi passeggeri svaporano. I grattacieli, compreso uno manco colpito, vengono giù a piombo, con esplosioni di piano in piano, si dice perché il kerosene degli aerei avrebbe fuso, in un attimo, i 47 pilastri d’acciaio e le 236 colonne perimetrali, assicurati inincendiabili, che reggevano tutto. Da un terrazzo di fronte, già prontissimi, tre individui filmano la cosa mentre avviene e saltellano per la soddisfazione. Vengono arrestati. Poi rilasciati: sono agenti dei Servizi israeliani. E chi s’è visto s’è visto.

Morto di nefrite, ucciso dai Marines un anno dopo

Osama, ricco immobiliarista saudita nascosto in una caverna afghana, muore di insufficienza renale, attaccato agli apparecchi, in una clinica ad Islamabad nel 2002, dopo che prima, attaccato al macchinario in una clinica del Dubai, lo aveva visitato un emissario CIA. Della morte e relativo funerale parlano i giornali pakistani. Poi, ovviamente, lo riuccidono i Marines nel 2011 a Abottabad, pure Pakistan, ma - per evitare domande? - ne buttano il corpo in mare e di prove DNA non ce n’è. Una foto della sua faccia ferita risulta un falso e chi s’è visto s’è visto. Obama fa sapere che le foto della salma sono così atroci da non potersi esibire. Ognuno tragga le sue conclusioni. Ma almeno escluda le fede cieca in quanto costoro ci raccontano.

Abbiamo detto delle manipolazioni in Iran e Siria. Che dire delle fosse comuni in cui Gheddafi avrebbe stipato le vittime dei suoi bombardamenti di oppositori civili, dove non c’erano né bombardamenti, né bombardieri, né fosse comuni, ma solo le immagini delle normali buche scavate dai seppellitori del cimitero di Tripoli? O del viagra che, secondo una storiaccia inventata da una famosa Ong umanitaria, Gheddafi avrebbe distribuito ai suoi soldati perché con più foga violentassero donne libiche (casualmente elettrici del governo di Gheddafi)?

Ucraina, spariti otto anni di guerra civile

 

Della manipolazione su chi ha incominciato in Ucraina ho detto tante volte, ricordando l’episodio emblematico del mio incontro con Pierluigi Bersani a Di Martedì. Lui che imperversa contro i russi che “il 24 febbraio 2022 hanno iniziato il conflitto invadendo l’Ucraina”. Al che io gli ricordo il golpe obamiano di Kiev del 22 febbraio 2014, i massacri di piazza Maidan per opera dei battaglioni nazisti Azov, la cacciata del presidente democraticamente eletto e che voleva l’Ucraina neutrale e amica di tutti e, soprattutto i successivi 8 anni di guerra ai russi d’Ucraina che rifiutano il ritorno del nazismo e la guerra a chi li aveva liberati.

Conclusione di Bersani: “Ma questa è storia!”, corredata da spallucce. E Floris cambia argomento. Devo aggiungere l’Iraq, con la famosa fialetta del Segretario di Stato, Colin Powell, eroe di guerra, che “conteneva un campione delle armi di distruzione di massa di Saddam”? O lo yellow cake, uranio che, grazie ai servizi italiani, l’Iraq avrebbe contrabbandato dal Niger per farsi l’atomica? Quell’atomica che, a proposito di manipolazioni, il supernucleare Netaniahu ha indicato all’ONU come di imminente fabbricazione in Iran. Quella bomba i cui presupposti tecnico-scientifici Trump, al culmine grottesco delle manipolazioni, giura di aver annientato nella “guerra dei 12 giorni”, ma che ora, miracolosamente, sono tornati talmente minacciosi da dover richiedere l’intervento davanti alle coste iraniane della più grande armada aeronavale dal tempo della guerra all’Iraq.

Dobbiamo essere parecchio annebbiati, o distratti da altre incombenze (Pucci che non va al Festival di Sanremo?), per dar retta a simili patacche e alla sfrontatezza di simili pataccari. Che poi sono gli stessi, in continua escalation, di tutte le guerre maggiori dal 1945 in qua. A titolo di esempio vediamone due, la cui configurazione storica sembra ormai basata su dati incontrovertibili.

La guerra NATO, senza ONU, di D’Alema e Mattarella

Serbia. Saltiamo la manipolazione secondo cui il “dittatore” Milosevic trucidava e torturava la sua gente e gli albanesi del Kosovo e merita di essere stato fatto crepare in carcere all’Aja (tribunale messo su e pagato dall’aggressore). Saltiamo anche la False Flag Racak, gennaio 1999, località dove 45 miliziani kosovari, caduti in combattimento contro l’esercito nazionale serbo, vengono rivestiti di abiti civili, bucati da una pallottola alla nuca, e fatti passare per cittadini innocenti passati per le armi dagli sgherri di Milosevic. E’ William Walker, delegato dell’OSCE in Kosovo, che giura si sia trattato di torture ed esecuzioni a freddo. In precedenza, da ambasciatore USA, aveva coltivato gli squadroni della morte che, 1988-19992, insanguinarono il Salvador ribelle.

 

Passano un paio di mesi e io e la mia collaboratrice Sandra ci troviamo in un ospedale di Belgrado portati a vedere incubatrici vuote. Erano spariti i neonati, morti per mancanza di corrente dato che, nei primi giorni dei bombardamenti (D’Alema, Mattarella), la NATO si era premurata di bruciare l’intera rete elettrica della Serbia. Poi, per lasciare la sua orma nei secoli, venne anche con le bombe all’uranio di provato effetto iracheno. Quelle di cui mi ero già reso conto a Bagdad tra i bambini nati senza braccia, senza orecchie e con un solo occhio, tra l’altro collocato dalla parte sbagliata….

Srebrenica, regina delle False Flag?

Eppure tutti zitti e a commemorare Srebrenica. Serbi cattivissimi pensavano di mantenere serba la Serbia quando la NATO aveva deciso che diventasse Bosnia, islamica e sotto il  presidente Izetbegovich, anche un tantino fascista. Come del resto il croato Tudjman, dichiaratosi erede di Pavelic, quisling croato sotto i nazisti e, dunque, sterminatore di serbi nelle Krajine (250.000 cacciati). A Srebrenica si era combattuto e caduti c’erano da entrambe le parti. Ma i serbi persero. E una volta lontani, quei caduti bosniaci in combattimento divennero 8000 civili trucidati dai generali Mladic e Karadzic. E tali rimasero, anche se molti di loro poi miracolosamente ricomparvero, addirittura nelle liste di candidati alle elezioni.

Sembra la ripetizione di Timisoara. Il massacro nel 1989 in quella città romena, attribuita alla repressione del presidente Ceausescu, era una notizia poi provata completamente inventata. Si parlò del ritrovamento di fosse comuni contenenti fino a 12 000 civili uccisi dalle forze sicurezza. Restò credibile per il tempo che occorse per la barbara esecuzione di Ceausescu e della moglie Elena, fucilati senza l’ombra di un decente procedimento giuridico, e per la damnatio memoriae del socialismo, quanto meno nei Balcani orientali. Resistette la Serbia, a cui la fecero pagare dieci anni dopo.

Srebrenica, a eterna dannazione di una Serbia che insiste a essere serba, viene celebrata ogni anno. Una decina di inchieste effettuate e che hanno smentito, con forza di dati e testimoni, l’assunto ufficiale, non le menziona anima via. Andrebbero citati, tra questi ricercatori, lo scrittore austriaco Peter Handke, profondo conoscitore degli eventi balcanici e premio Nobel per la Letteratura, l’accademica USA Jessica Stern e perfino Mladen Grujicic, sindaco di Srebrenica.   Anche qui, ognuno è padrone delle sue conclusioni.

Ruanda, un genocidio “occidentale” che punta al Congo

Passo a quello che, per me, è l’esempio più strepitoso di falsificazione bellica in salsa neocolonialista, anche perché l’unico a non essere stato messo in discussione, se non da un accademico britannico, Christopher Black, criminologo, storico e avvocato al tribunale internazionale sul Ruanda, destinato alla damnatio memoriae, senza che nessuno mai abbia saputo negarne le conclusioni. L’indiretta conferma della sua tesi, totalmente contraria alla narrazione marmorizzata, venne dall’assoluzione, in quel tribunale, del generale ruandese Augustin Ndindiliyimana, falsamente accusato della falsa strage dei Tutsi.

La storia è lunga e complessa. In sintesi, dopo l’indipendenza nel 1962, la colonia belga del Ruanda, popolata da una maggioranza di etnia hutu, dedita ad agricoltura e pastorizia e da una minoranza di Tutsi feudatari, allevatori e fiduciari del padrone coloniale, vede la presa del potere degli hutu e l’instaurazione di un’economia parasocialista e anticoloniale. Il gruppo dirigente Tutsi si rifugia nella vicina Uganda. Da lì si susseguono, con l’appoggio di Uganda, Belgio e Francia, incursioni armate di milizie Tutsi che mirano a destabilizzare il governo. Quella del 1994, supportata dagli ex-padroni coloniali, è vincente e si risolve nella presa di potere dei Tutsi e in un bagno di sangue di…hutu. Tutto il rovescio di quanto passato a futura e perenne memoria dai gazzettieri del molto soddisfatto mondo coloniale revanscista.

Ma l’obiettivo vero di tutto questo non è tanto il piccolo e, dal punto di vista delle risorse, insignificante Ruanda. La preda sono le sconfinate e indispensabili risorse minerarie del contiguo Congo, nel quale il Ruanda penetra a cuneo. Repubblica Democratica del Congo che da decenni se la deve vedere con una guerra civile agita da varie fazioni esterne – compagnie minerarie - e in cui ci si contende cobalto, oro, rame, tungsteno, terre rare, perlopiù concentrati nella regione del Kivu. Dove, non a caso, nel 2021 ci ha lasciato le penne anche il nostro ambasciatore Luca Attanasio che, evidentemente, non ci doveva buttare l’occhio. L’operazione  neocolonialista “Strage dei Tutsi” in Ruanda, aveva nel mirino il recupero del Congo minerario.

Oggi la regione è invasa e occupata a partire dal 2021, a dispetto della resistenza dell’esercito congolese, dal Movimento 23 Marzo, formazione di tutsi in maggioranza ruandesi e quelli congolesi sono trapiantati dal Ruanda. E dietro al M23 chi ci può essere se non coloro che hanno fomentato la distruzione del Ruanda democratico per affidarlo, dal 2000, a uno dei vicerè africani più affidabili, Paul Kagame, già protagonista degli eventi sanguinari del 1994 e seguenti. E uno di quei dittatori che all’Occidente dirittoumanista vanno benissimo.

Per finire, il pensiero non può non correre alla Palestina, oggi devastata e svuotata della sua popolazione millennaria per motivi e scopi analoghi a quelli che causano i sommovimenti tra Ruanda e Congo. Solo che qui si sostituiscono le risorse minerarie congolesi con le speculazioni immobiliari in riva al mare dei palazzinari americani e con le appropriazioni fondiarie finalizzate al Grande Israele.

Il cane da guardia s’è girato dall’altra parte

Sapete quale è il fattore che ha reso possibile che ci passasse sopra come uno schiacciasassi una storia raccontata all’incontrario e spesso del tutto inventata. Diceva Humphrey Bogart “That’s the press, baby”. E’ la stampa, bellezza. Ma l’aggiunta è dimenticata e non per caso: “and there’s nothing that you can do”: E non ci puoi fare niente. E lo dice quando il famoso cane da guardia del potere, cioè a nostra protezione DAL potere, s’è girato e s’è messo di guardia DEL potere.   

L’hanno capita dopo il Vietnam. Mai più un Seymour Hersh che ti racconta della strage di donne e bambini fatta dai Marines a Mi Lay. Che poi finisce che ti spieghi come la CIA, travestita da marinai ucraini, abbia fatto saltare il Nord Stream…  

Troppa stampa, troppo diversa, troppo libera, troppi editori. Parola d’ordine: concentrazione. E negli ultimi decenni del ‘900 e nei primi di questo secolo si sono comprati tutto, Reductio ad unum. Dal latino: ricondurre molteplici fenomeni, cause o concetti diversi, a un unico principio esplicativo.

E così che, secondo gli studi degli storici del giornalismo, negli USA le fonti d’informazione considerate autorevoli si sono ridotte da 150 a 6. E noi siamo ridotti a La Stampa, il Corriere, Repubblica, Mediaset, Telemeloni. Il resto è robetta: L’intendence suivra, si assicurava Napoleone, l’Intendenza seguirà.  E campa grazie, non ai lettori, ma alla pubblicità. E chi gliela dà se non gli imprenditori che, oltre ad automobili, missili, cliniche, palazzi, farmaci, carburanti, fanno anche gli editori?                                                                                     

 

 

venerdì 27 febbraio 2026

Fulvio Grimaldi --- Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie --- QUALE RICORDO?

 

 

Fulvio Grimaldi

Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie

QUALE RICORDO?



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Sono in ritardo rispetto al 10 febbraio 2026, ma molto in anticipo per il 10 febbraio 2027.Se facciamo la media, si può pubblicare. Del resto la ricorrenza dell’Esodo si estende dal 10 febbraio al 1. Marzo, come da programma riprodotto nella locandina.

I giorni stabiliti da qualcuno che intitola i capitoli della Storia alla memoria delle donne, dell’infanzia, delle balene, della terra, della Shoah… sono perenni e dovrebbero investire di sé tutti i giorni e tutto l’anno. A questo punto, entro il 1 marzo, avremo superato anche il Giorno del Ricordo, ricorrenza nella quale persone vere si avvolgono nella rimembranza e nella rievocazione di vita, sofferenza e amore per radici appassite. Altre, figuranti di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, si illuminano di menzogna.

 Questo mio articolo è scritto in occasione di una di queste ricorrenze. A me particolarmente cara. Anche perché molto trascurata e, soprattutto, sfigurata.

 

Necrofagia

Siamo off topic alla luce di tutte le turbolenze che agitano ormai quasi ogni centimetro quadrato del pianeta? Non credo. Ciò che ci mantiene nell’attualità è la continuità necrofaga di un regime che, in discendenza da quello del quale ripropone modi, contenuti, obiettivi e cattivo gusto, non perde occasione per stabilizzarsi su strati di morti. C’è un filo nero che perpetua la necrofagia come si è manifestata alla foiba di Basovizza. Qui la premier si è impegnata a erigere sugli scheletri il falso vittimistico del mostro titino antitaliano.

Il tardivo scagliarsi su una Jugoslavia non più comunista (ma nondimeno distrutta) fa parte di un’impostazione tattica, divenuta strategica dal momento della presa del potere e dell’allineamento con chi ti dice “beautiful woman” per farti fare quello che gli pare. Anticomunismo senza comunismo, ma in netta continuità fascista dove, tra le altre cose, si ricupera una rimpianta tradizione colonialista proponendosi, in combutta con avvoltoi-guida tipo Blackrock, a racimolare quanto cade dalla tavola della ricostruzione ucraina. Ricostruzione resa possibile da milioni di caduti, milioni di sfollati, milioni che hanno perso tutto. Milioni utili a spianare la strada ai bulldozer di un saccheggio lungamente covato.

La Meloni, che alla foiba di Basovizza intossica sacrosanti ricordi, piantandoli su scheletri rubati alla verità nel nome dei suoi referenti storici, responsabili veri, è la stessa che, travestita da “osservatore”, si è proposta come sguattera ai banchetti allestiti da Trump a Gaza. Anche qui conta sullo strapuntino alla tavola della nuova Gaza dai grattacieli kushneriani solidificati, come in Ucraina, da fondamenta piantate sugli strati di ossa stesi con lungimiranza in tre anni di genocidio. Da Basovizza a Kiev a Gaza, tout se tient.

Morire, dormire, forse sognare… Affermare, negare…

Viaggiamo nei paradossi. A ogni negazionista corrispondono inevitabilmente uno o più affermazionisti. A loro volta questi, a dispetto loro, risultano negazionisti riguardo a quanto affermano i negazionisti, divenuti a loro volta affermazionisti. Ma lo Zeitgeist imperante fa sì che agli affermazionisti che si confrontano con i negazionisti vengono attribuiti a priori la ragione, il vero e il giusto, così come vengono assicurati consenso e buona ragione ai negazionisti delle affermazioni dei negazionisti. E’ tutto questione di prospettive. Determinate da interessi, più che da dati. Ma di una cosa possiamo tutti essere certi: che dei negazionisti gli affermazionisti hanno una paura fottuta. La caccia alle streghe negazioniste si spiega solo con il terrore che degli affermazionisti si possa scoprire cose gravissime.

Ricordate che cosa succedeva a certi nostri temerari antenati che, con ancora granelli di libertà classica nelle vene, mettevano in discussione, che so, la transustanziazione dal corpo di Cristo nell’ostia, o, al Concilio di Nicea I, che padre e figlio fossero della stessa sostanza, in senso aristotelico, o non piuttosto due distinti esseri divini? Anche lì la paura dei dogmatici in fieri si estrinsecava in “eretici” bruciati, o sepolti vivi, da imperatori cristiani o vescovi. Oggi col negazionista, in sempre più paesi, ci si limita alla morte civile, se non al carcere. Cosa si teme?

Giornata del ricordo…strabico

Confusione? Passiamo a un esempio, uno che in questa parte dell’anno è di tendenza: le foibe. Chi nega che in quei buchi sul Carso siano stati gettati, solo dai feroci partigiani titini, solo innocenti cittadini, solo perchè italiani e, magari, non comunisti, è un negazionista messo alla gogna dall’affermazionista che invece sancisce quella narrativa e, inesorabilmente, diventa a sua volta negazionista della versione affermata dalla controparte.

La quale versione potrebbe, supponiamo, essere fondata su documenti ineccepibili, grazie alle ricerche di storiche eminenti come Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, mai contraddette e non contraddicibili perché documentate, che nelle foibe finirono per primi sloveni e croati rastrellati dai fascisti nelle loro terre. O che tra il 1941 e il 1943 il regime di Mussolini invase e si annetté vasti territori di questi due popoli, che i fascisti condussero in Istria e Dalmazia sanguinarie pulizie etniche, che i campi di concentramento in cui chiusero chi, tra tante altre disobbedienze, non rinunciava a parlare la sua lingua, non avevano niente da invidiare a quelli tedeschi, o a quelli di Graziani in Libia che dettero un cospicuo contributo, insieme a pozzi avvelenati e villaggi inceneriti, all’eliminazione di un terzo della popolazione di quel paese. O che i partigiani slavi, o anche solo i civili di quelle nazioni in lotta di liberazione dai nazifascisti sotto la guida del maresciallo Tito, catturati dagli oppressori fascisti, venivano sommariamente passati per le armi.

E che, in risposta a tutto ciò e del dato storico che nessuna rivoluzione, o guerra di liberazione, può essere un pranzo di gala, quella di Tito e degli jugoslavi, per la loro parte delle foibe, fu reazione, risposta, contrappasso rispetto a un immenso torto subito. Cosa che i patriottardi a corrente alternata, a partire dal loro capo istituzionale supremo, animato dal Sacro Fuoco del credo patriottardo-imperialista “right or wrong my country” (Giusto o sbagliato, è il mio paese), preferiscono ignorare, occultare, voltarsi dall’altra parte. Un conto è sdraiarsi ai piedi di Trump, Merz e addirittura di una tagliagole delle guarimbas venezuelane alla Machado, sostenere un traffico di merce umana sottratta alla sua terra, messa da potenti operatori a servizio di mafie e grandi distribuzioni (di cui i caporali sono i terminali) a scapito degli autoctoni; e un conto è raddrizzarsi ed ergersi fieri contro la barbarie slava, in nome della civiltà “dell’Istria e della Dalmazia italiane”. Ma che, davvero?

Chi partì, chi rimase

Di questa storia delle terre ex-irridente, me ne intendo un po’. Ci sono stato e ristato. Ci ho girato servizi e scritto articoli (che, se fossero usciti oggi nel TG3, avreste avuto modo di sentire rabbrividire l’intero Quirinale). Sono rimasti in circa trentamila, nei centri lungo le coste. In alcuni paesi, come San Gallicano, sono addirittura la maggioranza ed esprimono il sindaco. In altri, Parenzo, Rovigno, Pola, Fiume, sono ridotti al lumicino e si battono per l’identità, specie se erano rimasti perché comunisti e Tito gli andava meglio di De Gasperi o Andreotti. Anche perché Tito, con i serbi che da soli si erano liberati dal nazifascismo, andava costruendo una nazione fieramente indipendente dai vassallaggi mafio-atlantici a cui veniva destinata l’Italia. Nel rispetto di tutte le minoranze.

Erano i tempi della bella Jugoslavia. Dopo Tito, Milosevic. Al Centro Italiano di Rovigno ho conosciuto due bravissimi deputati italiani, comunisti. Nella Croazia di oggi non sono più ammessi. Gli chiudono i circoli, gli devastano i cimiteri, gli proibiscono eventi culturali, fosse anche solo un coro di vecchie canzoni. Sotto Tito e Milosevic non succedeva.

Sono quelli che sono rimasti, quando altri 300mila sono partiti, un po’ per paura del comunismo, ad arte indotta da voci di una madrepatria, che poi di loro, spiaggiati in Italia, nei campi, abbandonati alla cattiva o buona sorte, se ne sono fregati due volte. Un po’ per non diventare stranieri a casa loro. Non lasciavano terre italiane, quelle erano perlopiù abitate da slavi, contadini; lasciavano città italiane, quelle dove s’erano impiantate prima Roma e poi Venezia per garantire le proprie rotte. Nessun ricordo della vergogna di come fossero stati indotti all’esodo, vicenda sempre straziante, tragica, degna della massima solidarietà, cura, del massimo rimedio e della massima ricompensa all’amor patrio. Fu diversa l’accoglienza, l’assistenza riservata dalla Germania ai suoi 12 milioni (dodici) di espulsi da terre tedesche, Slesia, Pomerania, Prussia Orientale, Brandeburgo….

L’Italia si volta dall’altra parte, Simone Cristicchi no.

Del risentimento tramutatosi, nei lunghi anni dell’imbarazzo e della trascuratezza di regime, in tristezza e poi in rassegnata ma mai sopita malinconia, dell’amara dolcezza della nostalgia, qualcosa traspira nelle bellissime canzoni del polesano Sergio Endrigo. Ma chi ne ha tratto il racconto più vero, tragico e di condanna nei confronti dell’ignavia italiota, è stato Simone Cristicchi con lo spettacolo “Magazzino 18”: un accorato, sensibile, sacrosanto itinerario nelle vite dimenticate di questo esodo, mediato dagli oggetti, carte, mobili, fotografie, ammassati in un deposito triestino e mai più recuperati. Forse per evitare altro dolore.

 

Sinistre ottusità

Curiosamente mi è rimasto vivo nella memoria, tra tanti impalliditi, il ricordo di due manifestazioni di ottusità “sinistra”. Quanto un dotto esploratore dei testi sacri del marxismo-leninismo definì “coglione fascista”, il più intelligente e rivoluzionario indagatore dell’animo umano della prima metà del secolo scorso, il più spietato demolitore della borghesia italiana e della sua sclerosi, Luigi Pirandello. Per il mio interlocutore contava solo che avesse indossato la camicia nera. Il resto, cioè il tutto, non lo capiva. E poi quando, pubblicato in Facebook e nel blog il mio apprezzamento per il lavoro di Cristicchi, una canea “sinistra” mi investì con indignato biasimo per non avere denunciato la sostanziale omertà dell’autore, perché non aveva detto dei crimini fascisti. Come se la tragedia di un esodo potesse essere in qualche modo inquinata, forse addirittura ridimensionata dal fatto che tra gli esuli e in chi li accompagnava narrandoli, potevano esserci connivenze, vicinanze con le atrocità nazifasciste. Erano 300mila sradicati e dispersi, porco mondo! Come i palestinesi. Cristicchi, benevolo e paziente, aggiunse al copione una sequenza su quelle colpe.

Politeismo della libertà, monoteismo del dogma

Torniamo al fenomeno del negazionismo, anatema dei tempi che corrono. Non crimine in sé, ovviamente, dato che è una scienza inoppugnabile come la storiografia che lo giustifica. Ma crimine per colui che afferma, sostiene e impone il dogma, pensiero unico, in ciò facilitato dal pensiero unico globale partito qualche millennio fa dalla Palestina, lì poi ribadito e infine sussunto anche da altre fedi monoteiste. Colonna portante del capitalismo. Parliamo della catastrofe umana che ha posto fine alla civiltà greco-romana, quando alla molteplicità delle religioni e degli dei, tutti reciprocamente tollerati, anzi cooptati in un pluralismo che, anziché annullare le identità, le esaltava nel rispetto e nello scambio, senza livellare nulla in quello che oggi demenzialmente si auspica nel cosiddetto meticciato multiculturale. Alla filosofia sostituirono la teologica, all’umano si impose il metafisico, al corpo di terra il divino del cielo, alla dialettica il dogma.

E i negazionisti? Già allora al rogo. Massacri inauditi per secoli. Per ora, a negare qualcosa, il riscaldamento climatico, i vaccini, le foibe, la democrazia ucraina che salva il Donbass dal marxismo-leninismo e impedisce all’orso russo di divorare l’Europa fino a Lisbona, l’estinzione pianificata dei palestinesi e il terrorismo sistemico israeliano da 80 anni a oggi, fatti passare per autodifesa, si viene seppelliti dal discredito. Ma anche solo ad avanzare il dubbio, connaturato alla storiografia e alla scienza, in molti paesi si rischia l’esclusione, il dimensionamento, il carcere, la morte civile. Un euro-ente e una euro-capa non eletti si permettono di sottrarre a giornalisti, analisti, commentatori non conformi, le condizioni basilari per la vita.

 La storiografia, o è compatibile con chi dirige l’orchestra, o è cacofonia da sopprimere. La scienza, la ricerca, l’investigazione, la giustizia, ontologicamente indagine tra opzioni diverse, è diventata tavola della legge quando favorisce il sentire comune indotto da pubblicità, consensi e consumi comprati o imposti. E’ discutibile, opponibile, addirittura rigettabile, quando non lo fa. Tipo quando delude e blocca i mazzettari e speculatori del TAV, o del Ponte. O incide su miti costruiti a tavolino e strumentalizzazioni pro domo sua con rivelazioni sul blocco, storico e attuale, mafie-Stato.

Con uno sforzo immane di poche intelligenze eravamo riusciti, in felici momenti storici, a rompere il dogma e a recuperare la dignità del confronto insegnatoci dai classici. E fu l’umanesimo e il rinascimento in Italia, l’età dei lumi e della rivoluzione in Francia, quella dei filosofi in Germania, le lotte di liberazione laiche e socialiste dei colonizzati, quella d’Ottobre, quelle cubana e chavista, nel nome dell’unica verità e dell’unica civiltà, tutti i momenti alti di laicità e primato sociale dei giusti.

Momenti in cui, disobbedendo al dogma, sottraendoci a quanto altri pretendevano da noi, avevamo ritrovato l’anima. Esattamente come Vitangelo Moscarda nel Pirandello di “Uno, nessuno, centomila”, quando si libera della “verità” costruitagli addosso da coloro a cui conveniva.

Ora le tenebre tornano. E la classe dirigente non può non stare con i golpisti del pensiero unico neoliberista, diritto-umanista, globalista, oligarchico, autocratico, nel quale si avvolgono l’imperialismo, i suoi scherani, i suoi sacerdoti, i suoi sguatteri. E’ dogma, come piace ad essa e come, a chi ne sta fuori, può essere impartito di tutto, decreti Sicurezza come se piovessero cavallette. Come praticava e imponeva l’Inquisizione di Torquemada. Così il negazionismo trionfa, brandito da affermazionisti succedutisi dal Barone di Münchhausen, attraverso Odisseo, Cagliostro, Charles Ponzi, fino al falso racconto del 7 ottobre, di Maidan, delle proteste in Iran. Fino a Piantedosi, o all’agenda di Draghi e, se gradiamo il parossismo, a Trump.

FULVIO GRIMALDI in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti --- ADDIO LIBERTA’

 

FULVIO GRIMALDI in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

ADDIO LIBERTA’

 


https://www.youtube.com/watch?v=E3Hfb8xBcto

https://youtu.be/E3Hfb8xBcto

4° anniversario della guerra in Ucraina, anzi dell’invasione russa, dicono. Lo diceva da Floris, a Di Martedì, Pierluigi Bersani, prestigioso politico di lungo corso, quando l’anniversario era il terzo. Rimase basito, l’illustre Pierluigi dalle fulminanti metafore, quando, febbraio 2025, gli risposi: Bersani, l’anniversario è l’undicesimo.

Provai a spiegarglielo. Il febbraio era quello del 2014! Lui: Come, del 2014? Io: Il colpo di Stato di Obama-Clinton-Nuland, le bande armate naziste, Kiev a ferro e fuoco, il presidente Yanukovic, democraticamente eletto, neutrale, amico di Mosca e Bruxelles, costretto alla fuga, i nuovi governi di Poroshenko e poi di Zelensky, sorretti dalle milizie naziste-banderiste Azov e dal partito nazista-banderista Settore Destro, che assaltano le regioni russe dell’Ucraina. Regioni che si opponevano al ritorno del nazismo, vengono bombardate, massacrate, vi si proibisce la lingua russa, vi si infiltrano terroristi, vi si bruciano vivi i sindacalisti a Odessa… Vanno avanti così fino a quando Mosca non interviene e li ferma…

Bersani fa spallucce e: “Ma questa è storia!” e si volta dall’altra parte. Floris capisce, irrompe e passa ad altro. Fine del dialogo. La Storia va sepolta. Insieme alla cattiva coscienza.

Scommetto che per Bersani, a ricordarglielo, è anche Storia superata la dittatura installata a Kiev, i 12 partiti d’opposizione proibiti, tutta la stampa non filogovernativa chiusa, cinque milioni di ucraini, specie di leva, su 44, che si danno alla macchia, o all’Europa; lo sprofondo del regime nella corruzione, ruberia, appropriazione degli aiuti umanitari e rivendita di quelli militari, giovani rastrellati e mandati al fronte con due giorni di addestramento, centinaia di migliaia di morti, paese in macerie, ma cricca filo USA, filo UE e filo dollari strabordante di soddisfazioni e glorie fascio-capitaliste.

E il Nord Stream frantumato e l’Europa spacciata che, privata di energia e spedita in recessione, resta appesa al fracking USA che costa il quadruplo, arricchisce la banda Neocon, che stanno nelle retrovie, e impoverisce tutti noi, che stiamo al fronte. I quali tutti noi, in compenso, si spogliano di ogni bene perché venga trasformato in armi e grana per gli armieri.

L’Europa e l’Occidente intero accolgono e applaudono il comico che suonava il piano col pisello e ora è fatto madonna pellegrina: standing ovation per Volodymyr nei parlamenti, nelle università, nei summit, nelle sagre, nel postribolo di Ursula e Kaja Kallas. E lo colmano di miliardi, che ne faccia quello che lui e i compari sicari vogliono, purchè tengano ancora testa ai russi. Finchè l’Europa di Merz, Starmer, Macron, dei puffi zannuti baltici e di Meloni-Crosetto non avranno trasformato 900 miliardi di euro in tanti missili e droni da poter dire, non di aver mandato agli stracci la Russia (lo sanno impossibile), ma di poter contenere un mostro aggressivo che entro tre o quattro anni ci avrebbe mangiato vivi tutti quanti, fino a Lisbona e, forse, alle Canarie.

E, con il pretesto di cui sopra, imporre il risultato vero, agognato da tutte le élites da secoli e millenni, l’assoluto potere dei pochissimi sui tantissimi, la disciplina sociale, interrotta per breve spanne: Liberi Comuni, Età dei lumi e rivoluzione francese, 800 e Primavera dei Popoli, liberazione dal colonialismo e dal nazifascismo. Brevi intervalli.

Ora quelli cercano la rivincita. Che si chiama Trump, Meloni, Zelensky, Netaniahu, i capibanda UE, tutti quelli che danno del dittatore a chi governa popoli che si fanno i cazzi loro e si rifiutano di farli fare ad altri.

Se vogliamo capire cosa contengono i pacchetti-dono “Sicurezza”, o piuttosto a cosa sotto sotto ambiscono, pensiamo a Gaza. E proviamo a resistere come i palestiinesi, avanguardia dell’umanità.

martedì 17 febbraio 2026

Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa --- GUERRE DI CLASSE

 

Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa

GUERRE DI CLASSE

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-resilienza_iran_rebus_venezuela_azienda_europa_guerre_di_classe/58662_65326/

 

Saluto all’Iran

Per incominciare, saltando di palo in frasca, cioè di emisfero in emisfero, in questo caso emisferi uniti nella resistenza al nuovo ordine delle cose come rappresentato dal sopruso della forza sul diritto, inviamo un saluto al resistente Iran. Ce la vedremo poi con l’America Latina, dove giganteggia la vexata quaestio del Venezuela decapitato, per finire nella periferia del mondo, che però insiste a pretendersene il centro, l’UE.

Dall’ambasciatore Mohamed Reza Sabouri siamo stati invitati alla Festa nazionale della Repubblica Islamica. Ma spiritualmente eravamo anche in mezzo alle folle, che tra l’altra conosciamo, frequentiamo e a cui vogliamo bene, con le quali, nelle piazze iraniane, da Tehran a Isfahan, da Mashhad a Shiraz, si è celebrata la volontà e il “destino manifesto”, questo sì, di una civiltà millenaria.

Nell’ambasciata a Roma, parecchio giornalismo, molta cultura, un florilegio di social, tanta amicizia e poca politica istituzionale, hanno condiviso una festa nazionale nel segno del riscatto nazionale dal colonialismo e dalla dittatura monarchica, eliminati dalla rivoluzione del 1979. Festa nazionale che celebra anche il prevalere, ancora una volta, della giustizia e della verità sull’ennesimo tentativo, terroristico o guerresco, di eliminare questa pietra d’inciampo che intralcia la normalizzazione imperialista e sionista del Medioriente.

Di questa verità è stato testimonianza un documentario sui giorni del recente tentativo di regime change - portato avanti, e addirittura rivendicato, dalle centrali dell’intelligence occidentale e israeliana (Mossad, CIA) - attraverso l’aggressione armata, spesso letale, a cittadini, strutture di Stato e religiose, forze dell’ordine e del soccorso civile.

Tutte cose “sfuggite” all’attenzione dei nostri media, perfino a molti di coloro che si professano dalla parte del diritto dei popoli a sovranità e autodeterminazione.

Oppositori nominali che finiscono col farsi travolgere dal metodo schiacciasassi di un apparato mediatico oligarchico, pienamente integrato nelle strutture del potere come stabilitosi negli USA e da lì diffuso. E le cui certezze non si fanno scalfire nemmeno da metodi di provocazione e intimidazione come l’assembramento della più grande flotta militare USA in faccia alle coste iraniane e l’ormai strutturale minaccia trumpiana di “tutte le opzioni rimangono sul tavolo”.

Latinoamerica a spizzichi e bocconi

Tra le quali opzioni figurano con proterva evidenza quelle messe in atto in America Latina. Che non si limitano al rapimento del capo dello Stato venezuelano e ai bombardamenti dei porti e siti produttivi. Il famigerato restauro in versione “Donroe” della dottrina Monroe, che pretende dominio e controllo USA su tutte le Americhe, ha già parzialmente modificato l’assetto del subcontinente, fin da prima dello scatenato presidente in carica. Un rapido elenco, nella scelta via via tra colpi di Stato, militari o parlamentari, e manipolazioni elettorali.

Honduras. Colpo di Stato militare nel 2009, riscattato dalla forza elettorale del popolo nel 2021, oggi rientrato nell’orbita USA mediante il ricatto di Trump con cui minaccia sfracelli se non si elegge il candidato gradito, Nasry Asfura (prima visita all’estero: Israele), del Partido Nacional di estrema destra. Per non celare nulla del proprio intento, Trump concede l’indulto al padrino e sponsor di Asfura, l’ex-presidente Juan Orlando Hernandez, in carcere a New York con una condanna a 45 anni per narcotraffico. Sia Asfura che Hernandez sono appassionati frequentatori di Tel Aviv.

Ecuador. Dopo una lunga contesa per brogli denunciati da Luisa Goinzalez, candidata di Revolucion Ciudadana, il movimento che aveva accompagnato la svolta socialista e antimperialista di Rafael Correa, si installa Daniel Noboa, rampollo della dinastia che controlla le 25 più grandi imprese del paese. Le agenzie della lotta anti-droga, compresa la DEA, classificano l’Ecuador post-Correa massimo esportatore di droga verso USA ed Europa, sulla rotta del Pacifico.

Bolivia. Termina nel 2025 la fase del riscatto boliviano iniziata con la rivoluzione del MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales nel 2006. Dopo tre mandati presidenziali e un quarto negatogli da Costituzione e da un referendum da lui imposto, viene eletto Luis Arce, validissimo ministro dell’economia di Morales, responsabile della riappropriazione delle risorse del paese, a partire dal litio. Dopo un paio di golpe tentati dalla destra filo-yankee, alle elezioni del 2025 vince al ballottaggio il democristiano Rodrigo Paz, prevalendo di misura su un altro candidato di destra. Incredibile autodafè di Evo che, spaccata in due la sinistra attraverso il boicottaggio di Arce, agevola la vittoria della destra invitando il suo seguito a non votare al ballottaggio. Strada spianata alla restaurazione.

Perù. Nel 2021 è eletto presidente Padro Castillo, indigeno, insegnante e sindacalista, di netto orientamento antimperialista. Nel dicembre del 2022 è rovesciato da un golpe parlamentare, reso possibile da una maggioranza di destra. Viene nominata Dina Boluarte, presidente dell’Assemblea, su “consiglio” di Laura Richardson, generale a capo del Comando Sud statunitense. Castillo finisce in carcere. La Boluarte, incapace di domare le rivolte popolari che si susseguono, viene sostituita nel 2025 da un protetto di Trump, Josè Jeri, coltivato da quel fujimorismo che caratterizzò la sanguinaria dittatura di Alberto Fujimori nel decennio ’90-2000.

Argentina e Cile. Più note sono le vicende di altri due paesi, tra i più importanti del Sudamerica. Dopo la catastrofe argentina del 2023, con “l’anarcocapitalista” Javier Milei, fan di Netaniahu, quello della motosega adoperata per ridurre al lumicino lo Stato, torna in Cile il pinochettismo. Per merito anche del presidente sconfitto, Gabriel Boric, presunto di sinistra, ma deludente e ligio ai poteri forti nazionali ed esteri, vince il destrissimo, Josè Antonio Kast. Il neopresidente, dichiaratosi seguace di Pinochet, è figlio di un immigrato tedesco dai trascorsi hitleriani, cresciuto nella cosiddetta “Colonia Dignidad”, insediamento di gerarchi nazisti scampati alla fine del Reich, nascosto nella precordigliera di Parral.

Rebus Venezuela

Difficile orientarsi e dire cose definitive sul Venezuela dopo il 3 gennaio, il trauma dell’assedio, del sequestro del presidente Nicolàs Maduro e di sua moglie Cilia Flores (arresto, secondo i cultori del diritto internazionale alla Trump), dei bombardamenti, della strage di un centinaio di difensori, cubani e venezuelani e alla vista del veloce susseguirsi di eventi, decisioni, interpretazioni divergenti. Qui si dividono garanti della coerenza chavista, interpreti problematici delle nuove misure economiche che si differenziano dall’impostazione di Ugo Chavez, assertori di un cedimento della direzione politica in contrasto con la mobilitazione popolare che, senza posa, esige continuità bolivariana, la liberazione del presidente e il suo ritorno a Palazzo Miraflores.

Sono stato testimone sul campo del primo golpe contro la rivoluzione chavista, nel 2002, e dell’immediata risposta di massa, seppure in una rivoluzione ancora giovanissima e non ancora articolata in tutti i settori, che ha imposto il ritorno del presidente Chavez al suo posto nel giro di 48 ore. Anche ora, è da quel 3 gennaio e dall’inizio della presidenza ad interim di Delcy Rodriguez, con il sostegno di coloro che sono ritenuti gli irriducibili sostenitori della rivoluzione chavista, i ministri degli Interni e della Difesa, Cabello e Padrino Lopez, il popolo si è mobilitato. Non passa giorno che Caracas e altre città non siano percorse da manifestazioni per la restituzione di Maduro e la difesa della linea politica bolivariana.

Lotta di popolo

A questa contestazione dei tentativi di imporre a due paesi del Cono Sud, Venezuela e Colombia, un radicale cambio di rotta nei termini dettati da Washington, si è aggiunta in questi giorni l’iniziativa di un vasto movimento sociale binazionale per una strategia comune di “offensiva antimperialista per la pace e la sovranità”. Ne fanno parte settori popolari colombiani, sostenitori della nuova direzione anti-yankee inaugurata dal presidente Gustavo Petro dopo decenni di una Colombia definita “l’Israele dell’America Latina”.

Il 6 febbraio queste organizzazioni colombiane si sono riunite a Cucuta con le espressioni del Poder Popular venezuelano per un “Incontro binazionale di Fratellanza in Difesa della Pace e della Sovranità”. Il giorno successivo hanno manifestato la loro unità nella lotta contro i tentativi di restaurazione imperialista nella località simbolica del Puente Internacional Simòn Bolivar, dal quale in tempi non lontani entravano in Venezuela infiltrati e provocatori.

Non ci dovrebbero essere dubbi sull’impegno di vasti settori popolari venezuelani nella difesa dei risultati politici, sociali, economici, ottenuti con la rivoluzione di Chavez. Risultati mantenuti, seppure a fatica, sotto Maduro, a dispetto dei ripetuti tentativi di golpe e destabilizzazione e dei sempre più feroci strumenti USA di sabotaggio e strangolamento. Le sanzioni, quasi trentennali, divenute ancora più spietate col regime Trump (allargandosi a “secondarie”, nei confronti di chi tratta con Caracas), hanno determinato inflazione, abbassamento degli standard generali di vita e, ovviamente, ogni possibile ostacolo all’operatività dello strumento di sussistenza del paese, il petrolio. Crisi alla quale si è reagito con misure che hanno saputo salvaguardare le più decisive conquiste dello chavismo.

Laddove l’insistenza delle escursioni propagandistiche trumpiane sulla restituzione agli USA del petrolio “sottratto”, assomiglia vagamente a quello che in artiglieria chiamano “falso scopo”, è manifesta la riluttanza delle compagnie petrolifere statunitensi a occuparsi degli idrocarburi venezuelani. Il graduale esaurimento dello shale oil, il petrolio da scisti nordamericano, glielo potrebbe imporre – ma ostano la difficoltà di estrazione, le infrastrutture invecchiate, la pesantezza del greggio.

Come nel caso di tutte le aggressività imperiali, che con Trump stanno conoscendo un, peraltro erratico, crescendo, la questione è ideologica, quindi economica, quindi sociale. Il Venezuela, per quanto in crisi, continua, al pari di Cuba, Nicaragua, Messico (Claudia Sheinbaum ha smentito la notizia attribuitale della sospensione delle forniture di petrolio a Cuba e ha annunciato un ponte aereo di aiuti), ora la Colombia, a rappresentare un fattore di contagio nei confronti dei popoli del Sudamerica e dei Caraibi (e non solo). La lezione impartita all’imperialismo autocratico e rapinatore nei decenni tra la seconda metà del secolo scorso e l’inizio del 2000, in particolare l’ALBA, coalizione che ha rappresentato la grande ondata di governi e popoli innescata dal chavismo, hanno lasciato il segno e approfondito preoccupazioni, cui ora le forze attorno a Trump vorrebbero porre rimedio.

Importanti cambi e Maduro approva

Al gruppo dirigente guidato dai fratelli Delcy e Jorge Rodriguez è intanto pervenuta l’approvazione del presidente incarcerato a New York. Esprimendo tutta la sua fiducia, Maduro ha detto: “Voi state facendo esattamente ciò che dovete fare, state compiendo i passi corretti. La nostra serenità qui è fondata sull’unita del popolo con l’Alto Comando e la mia squadra, che è la squadra della patria”.

A Delcy, Capo dello Stato a interim e ai suoi collaboratori, il presidente esprime anche il consenso alla Legge dell’Amnistia in base alla quale sono stati liberati quasi un migliaio di prigionieri, politici e non, alcuni detenuti fin dal 1999. A coloro che si sono posti la domanda se fosse comprensibile liberare persone già accusate dei peggiori crimini contro la legge e contro lo Stato, a partire da golpisti come Capriles, Gonzàles, o Guanipa e se la loro liberazione oggi non significasse che la detenzione non era sempre giustificata, Maduro risponde: “Questo provvedimento non è solo di beneficio a chi ha commesso atti violenti, ma riveste un’importanza strategica per il processo di riconciliazione”

Riconciliazione pare essere la parola chiave per la lettura delle altre misure di cambiamento adottate dal governo e che hanno suscitato interrogativi. Qualcuno ha rilevato che dalla “democrazia partecipativa e protagonista”, sancita dalla costituzione del 1999, si sarebbe tornati alla classica democrazia rappresentativa, “seguendo gli orientamenti di Washington”, come sottolineato a una conferenza stampa dell’opposizione.

Altro provvedimento di grande portata strategica è la nuova Legge sugli Idrocarburi che apre all’ingresso di imprese e capitali privati, anche stranieri (leggi USA), con licenza di controllo su tutte le fasi del processo industriale: investimenti, ricavi, estrazione, infrastrutture, commercializzazione, esportazione. Una petroliera con un primo carico ha potuto lasciare un porto venezuelano, sebbene il blocco USA non fosse ancora formalmente levato. Parallelamente, Washington ha sospeso le restrizioni ai voli da e verso il paese.

Qui non si può non constatare una svolta netta rispetto sia alla prima nazionalizzazione delle risorse petrolifere, nel 1976 e sia a quella di Chavez, del 2006, che assegnò allo Stato e all’azienda nazionale PDVSA l’integrale sfruttamento delle risorse petrolifere, rendendo possibile uno stato di benessere sociale senza precedenti. Prosperità in anni successivi minato dal calo del prezzo del petrolio e dalle sanzioni rafforzate sotto Maduro, in coincidenza col primo mandato di Trump. Volendo parlare di sovranità, in questo caso economica, e di autodeterminazione, qualche domanda si pone.

Altre misure inedite e in apparente divergenza con il passato rivestono importanza minore, o sono di più ardua interpretazione. Il ministro della Difesa, Padrino Lopez, ha annunciato una revisione profonda dei processi di gestione del personale delle FANB (Forze armate) e della struttura di comando (sanzioni, carriera, anzianità, riconoscimenti), dando maggiore rilievo agli armamenti e ai sistemi tecnologici, quelli neutralizzati da armi sconosciute nell’aggressione del 3 gennaio.

In parallelo, Delcy Rodriguez, nell’occasione del congresso del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela), ha lanciato un’inchiesta nazionale tra i lavoratori per raccoglierne le opinioni e la valutazione sulle condizioni di lavoro, con in vista la creazione di una Costituente del Lavoro che consenta l’ottimizzazione delle condizioni, la garanzia di un salario adeguato e il rafforzamento della sicurezza sociale. Misura che sembra comportare un qualcosa di rilevante da correggere.

Sono provvedimenti che sono indirizzati anche a sanare le ferite inflitte dall’aggressione trumpiana, il cui dolore risulta già efficacemente elaborato dalla mobilitazione di massa, ma anche a salvaguardare una situazione difficilissima, sotto occhiuto controllo USA, con letteralmente una pistola puntata alla tempia. Pistola che assume la fisionomia di Laura Dogu, appena nominata da Trump ambasciatrice a Caracas. Una scelta “oculata”. La Dogu è quell’arnese del Dipartimento di Stato, specializzato in destabilizzazioni e che ha già operato efficacemente in Honduras e Nicaragua al tempo dei golpe realizzati o tentati.

Un americano a Caracas

Non solo questa collaudata golpista. A Palazzo Miraflores è stato accolto anche Chris Wright, Ministro USA dell’Energia, che con Delcy e i suoi collaboratori ha elaborato quelle che sono state descritte come le tre fasi indicate da Washington: stabilizzazione, recupero e riconciliazione, transizione. Fasi che dovrebbero concretizzare l’auspicio di Trump “per la prosperità e la sicurezza del Venezuela”. Il ministro statunitense ha poi visitato, con funzionari della PDVSA, vari giacimenti petroliferi del paese. Si vedrà presto cosa comporta quella che figura come “un’agenda costruttiva e benefica per entrambe le nazioni”.

Corollario di questi sviluppi potrebbero essere considerate “le pratiche sleali” cui, secondo l’ambasciatore russo, Serghei Melik-Bagdasarov, gli USA stanno ricorrendo “utilizzando sanzioni e limitazioni economico-finanziarie per espellere dal Venezuele le imprese russe e internazionali”

Con l’appena istituita Commissione di Pace e Riconciliazione si vorrebbero inglobare nella conduzione della nazione quei settori dell’opposizione politica che ci si augura siano disposti alla partecipazione democratica e a una difesa di sovranità e autodeterminazione. Una comunità d’intenti basilare che possa costituire un baluardo rispetto a ulteriori intenzioni aggressive del guardiano a stelle e strisce. Si tratta del ceto medio urbano, borghesia fortemente conservatrice e tendente al golpismo che, alle ultime elezioni, ha registrato un dato significativo per la valutazione del governo Maduro: un considerevole 43,18%, contro il 51,95% che ha confermato il presidente.

Draghi: One Europe, one market

Il nostro giro del mondo in 6 cartelle si conclude con “l’eurofederalismo delle imprese” su cui la celebrata, o famigerata, agenda Draghi batte, almeno pubblicamente, da 34 anni, giugno 1992. Allora, potentissimo direttore del Tesoro, con un retroterra Goldman Sachs, sul “Britannia” panfilo reale con la creme de la creme mondiale, predicò il vangelo della privatizzazione di tutto il privatizzabile a un florilegio di magnati della finanza mondiale. Tutti più o meno o Trilateral, o Bilderberg, o Davos. Oggi ambirebbero al Board of Peace di Gaza.

Vangelo le cui pagine vennero poi sfogliate e trasformate in potere costituente da, bene o male, tutti i successivi premier della nostra repubblica, con protagonista assoluto Romano Prodi, l’uomo-ulivo dall’immotivato merito della distruzione dell’IRI, con discendenti minori quali Monti, Draghi, Letta, Gentiloni. Sono seguiti i vari incoronamenti del magister privatizatiorum: da presidente della Banca Centrale Europea, poi presidente del Consiglio in Italia e, dopo l’inciampo del mancato Quirinale, in buona prospettiva presidente della Commissione Europea (se non del Consiglio).

Tutto all’insegna della deregulation – eufemizzata in “semplificazione” - a fini di oligarchia dei ricchi e di uscita di scena del pubblico, in quanto popolo. Anzi, popolino. Il lubrificante del rullo compressore è una legge apriti-Sesamo. Si chiama “silenzio-assenso”. E l’hanno usata in via sperimentale tutti i malfattori della nostra burocrazia nazionale, regionale, comunale, parrocchiale, liberati dall’odioso guinzaglio dell’abuso d’ufficio.

Se pensavate che un lobbista delle armi – poi ministro delle armi, o il dispositivo dell’antemarcia Salvini per la liberalizzazione deregolata degli appalti, che ci stanno offrendo il primato europeo della corruzione, integrata da quello dei morti sul lavoro, fosse un punto d’arrivo nell’aberrazione del reddito su tutto, avete sottovalutato i famosi istinti animali. Istinti ormai cannibaleschi della casta pietrificatasi al potere e che ora definisce questa nuova UE “28° regime”. E’ la modalità di gestione interamente digitale delle imprese europee, fiscale, giuridica, retributiva, delle condizioni di lavoro, nella quale le legislazioni nazionali sono state fatte passare per il trituratore.

Basta barriere al reddito

Libera competitività tra privati è la parola d’ordine. Un free for all, purchè si tratti di incondizionata libera impresa. Libera da “limiti strutturali e burocratici”, lacci e lacciuoli normativi sul piano dei rapporti di lavoro, della sicurezza dei prodotti, alimentari e non, della protezione ambientale, in un mercato unico pienamente integrato e che assume dimensioni e dignità cosmiche. “Vogliamo tagliare i vincoli che ancora ci trattengono”, ha minacciato von der Leyen. Meno oneri, più libertà, più produzione. Amministrazioni e interessi privati perfettamente integrati. Noi italiani possiamo vantarci di avere dettato la linea con Mario Draghi ed Enrico letta e con i loro rapporti presentati alla Commissione nel 2024.

Tutta questa trasformazione epocale rispetto all’illusione politico-mercantista di Maastricht verrà tradotta in decisioni ufficiali al Consiglio d’Europa del prossimo mese. Con conseguenti minori costi per le aziende, tempi più rapidi di espansione e inevitabile riduzione delle competenze nazionali.

Il taumaturgo Draghi ha chiamato questo libero e incondizionato formicolare di mercanti in libera uscita, pomposamente, “sfida esistenziale”. L’esistenza è quella di chi vorrebbe competere alla pari con gli “altri grandi attori globali”. Non la nostra che, oltre a tutto ce la dobbiamo vedere con un establishment post-piduista che nuota nella corruzione supportata dall’amichettismo (leggi: cameratismo). Ora grazie all’Europa mercatizzata, praticherà anche l’esplorazione subacquea dei fondali. Dove già si sono portati avanti col lavoro i nostri banchieri. In cambio di quattro spiccioli di tasse, per altro molto sofferti, nel 2025 hanno registrato l’ennesimo anno-record dei profitti, il 16,2% in più rispetto all’anno prima per un totale di 50 miliardi. L’85% di questi a chi va? Al paese dal quale viene? Sì, quello rappresentato dagli azionisti. Si chiamano dividendi. La divisione è quella tra chi sta in vetta e chi in palude.

Chi pagherà qualcosa per questo, se non tutto? Ma il lavoro, no? Ce lo dice Isabel Schnabel (BCE) commentando il “28°regime”: “Un dipendente negli USA lavora 40 giorni in più all’anno. Se gli europei lavorassero tante ore così… il PIL reale dell’area Euro sarebbe più alto del 21%.  Capito, mi hai?

Bentornato Roberto

Di ritorno da TOkio e dallo sposalizio ideologico con la signora Sanae Takaichi, coniugata Yamamoto, neo premier giapponese, Giorgia Meloni non vedeva l’ora. Appena messo piede a terra a ROma, accolta e festeggiata da un plotone di camicie nere, s’è re-involata ad annunciare la lieta novella a BErlino, al Kamerad Friedrich Merz, che l’ha accolta in mezzo, a sua volta, a un nugolo festante di camicie, stavolta brune: “Daje, Fritz – ha annunciato Giorgia all’emozionatissimo virgulto Blackrock - avemo n’altra vota l’Asse: RO-BER-TO.

E noi che ci chiedevamo a cosa servissero tutti questi pacchetti Sicurezza, da noi, e il più forte esercito d’Europa, in Germania…..