martedì 17 marzo 2026

FULVIO GRIMALDI --- GUERRA ALLA BIOSFERA --- Il ruolo dei né né e dei curdi)

 

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Nè nè

Parto con una considerazione che col resto dell’articolo c’entra solo di striscio. Ma capita che a volte sia determinante.

Ci sono quelli che danno ragione a tutti e stanno comodi comodi, senza dare gran fastidio e senza essere neanche tanto infastiditi. Sono come fiocchi di neve di primavera che non fanno in tempo a esserci che spariscono, si sciolgono. Lasciano niente, solo un po’ di umido per terra.

Poi ci sono coloro, perlopiù caratterialmente tanto saccenti quanto superficiali, che danno torto a tutti e, se contendenti, a entrambi. Sono nefasti, sono i più nefasti. Fanno danno. Allignano nella sedicente e detta, incredibilmente, ancora sinistra. Sono quelli che la sanno più lunga. Spesso si definiscono dirittoumanisti, con particolare voluttà se si tratta di diritti conculcati delle donne. Si presentano in forma organizzata di ONG, quasi universalmente celebrate, alla pari da furbi e sciocchi, che si professano propugnatori dei diritti umani e denuncianti di coloro che li violano. Hanno agevolato più guerre d’aggressione, più rivoluzioni colorate e regime change, più dannanti demonizzazioni, loro, che gli stessi attori di queste operazioni. Come i missionari nei fasti del colonialismo sanno farsi, oggettivamente, apripista di armate che, nel nome delle superiori verità da loro proclamate, spazzano dalla scena popoli e civiltà. La Storia ce ne tramanda una definizione che risale alla guerra contro la Serbia: i “né né”. Né con la Nato (che da noi aveva le sue polene in D’Alema e Mattarella, che ancora parlano), né con Milosevic.

Esempio recente, che peraltro si trascina da decenni, è che tanti fenomeni analoghi perfettamente e abiettamente rappresenta, è quello di gente la cui anima è fatta di puzza al naso quando critica l’aggressore imperialsionista dell’Iran. Cosa, questa facile, anzi inevitabile, imposta dall’incontrovertibile realtà dei fatti (che ci vuole una madre cristiana della Garbatella a non vedere). Ma, prima di aver di nuovo ispirato, si adontano gravemente, fino a giustificare l’aggressione, della “repressione sanguinaria inflitta dagli ayatollah ai manifestanti”. Cultori di equidistanze ed equipollenze, rintanano la propria coscienza nell’angolo buio  della pretesa supremazia morale.

Intanto è monumentale l’ignoranza di questi inconsapevoli propagandisti della coppia genocidaria israelo-statunitense, autoconsegnatisi alla mercè della propaganda della mafia predatrice occidentale, come dell’hasbara sionista. In tutti i casi del genere, da Maidan alle primavere arabe e a tutte le situazioni in cui Washington ha preferito interventi per procura al ritorno a casa di bare avvolte nelle stelle e strisce, degli eventi non si conosce una mazza. Ma si è orgogliosi propalatori delle proprie certezze, tra bar della stampa e stampa del bar, da tranciare giudizi che non sono che l’incolla di quanto rigurgitato dai media e regimi di obbedienza Sion-USA..

Così con Sarajevo bersagliata dai cecchini serbi, con Milosevic e Gheddafi che trucidavano i propri cittadini, con gli afghani che avevano buttato giù le Torri, con Saddam che con i gas sterminava 180.000 curdi, con Assad che torturava a morte tutti i prigionieri politici, con Putin che riparava le buche delle strade di Bucha con cadaveri apparsi solo giorni dopo la partenza dei russi… e andare.

Sarebbe irriverente obiettare, sollecitare dubbi, di fronte a tanta conoscenza, coscienziosamente acquisita dai più autorevoli mainstream e condivisa pari pari da maggioranza e opposizione. Sarebbe addirittura offensivo proporre prove, informazioni altre, anche alla mano di testimonianze, documenti e video iraniani circolati nei due terzi di pianeta che non sono l’Occidente. Prove che mostrano i pogrom allestiti da elementi armati delle minoranze, in parte introdotti dall’esterno e che ora apertamente si ripropongono, ancora una volta con la garanzia dichiarata di un’assistenza sul campo di Mossad e CIA.

Curdi per procura

 

A questo proposito uno dovrebbe chiedersi, specialmente tra alcuni reduci del ’68 male inteso che si sono ringalluzziti a sentire parlare di curdi del Rojava, di democrazia, femminismo, ecologia, gender, fino a quando curdi in Iraq, Iran e Siria si faranno mobilitare, usare – e poi sacrificare – al servizio di potenze straniere imperialiste. Piuttosto che integrarsi in realtà multinazionali, multietniche, multireligiose, che assieme costituiscano coesistenza, sovranità, autodeterminazione, rispetto ai rigurgiti del colonialismo?

Ad eccezione della Turchia, dove la convivenza è stata segnata da repressione governativa e risposta armata, negli altri paesi, Iraq, Siria e Iran, i curdi vivevano rispettati, padroni della propria lingua e cultura, su territori abitati da sempre. Sarebbero stati l’invidia dei nostri sudtirolesi dell’Alto Adige. In nessuno di questi paesi le minoranze subivano quelle discriminazioni che la propaganda imperialista denuncia. In ognuno di questi paesi, dirigenze corrotte si sono messe al servizio di interessi stranieri, precipuamente israeliani e statunitensi, miranti alla disgregazione dell’unità dei paesi da sottomettere e saccheggiare. Il compenso? Appropriarsi di territori di altre componenti etniche. In Iraq l’area petrolifera di Kirkuk, archeologica di Ninive, industriale di Mosul. In Siria il Rojava fino a Raqqa e Deir Ez Zor, praticamente tutto il nordest agricolo e petrolifero. Il patriarca del clan curdo iracheno, Mustafa Barzani, è stato uno stipendiato CIA da quando si è prestato a fare da quinta colonna nell’Iraq antisionista e antimperialista. Il figlio, Massud. ne perpetua la missione.

Carabinieri e proxy curdi

 Meloni a Irbil  

A proposito di curdi, perpetua le sue missioni al servizio del colonialismo occidentale il governo Meloni-Crosetto, la cui base militare a Irbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, è stata colpita da droni iraniani. O forse delle Unità di Mobilitazione Popolare irachene, quelle che liberarono Mosul dall’ISIS. Non molto tempo fa la visita qui del premier Meloni e di Crosetto aveva rallegrato i militari della base italiana (come da immagine) installata, chissà perché, in questa regione. Il perché non è molto pubblicizzato. Carabinieri vi addestrano i Peshmerga, milizia protagonista storica del separatismo curdo, che da tempo è stata chiamata dalla israelo-statunitense “Coalizione Epstein” a infiltrare sue unità in Iran per azioni terroristiche finalizzate al regime change.

Nell’attuale fase di aggressione aperta all’Iran, queste milizie sono state sollecitate a svolgere il ruolo di proxy, visto che i “boots on the ground” Trump non se li può permettere. E poi Meloni riferisce in parlamento che “noi non siamo in guerra”. Non le sono bastati i 28 militari italiani morti a Nasiriyya nel 2003, mentre erano impegnati ad assistere USA e NATO a sfasciare l’Iraq. La chiamarono “Operazione Antica Babilonia” (antica Babilonia i cui reperti e testi furono razziati dalla soldataglia USA dai siti e dai musei iracheni, vecchia usanza anglosassone)

Pazzo, ma con metodo

Tutto questo ambaradan (giusto riferimento colonialista) ha un capo. Recentemente consacrato Unto del Signore, come da foto. E’ psicotico, schizofrenico, paranoico, bugiardo, ma di quelli patologici che credono alle loro bugie, narcisista, megalomane, dalla moralità secca come una prugna secca dimenticata in dispensa dal 1952, dall’eloquio infantil-senile esprimente concetti della stessa maturità.

Dietro al cartonato folle c’è però del metodo. Che, date il suo Q.I., non può essere il suo. Lui va a ruota libera. Il metodo è quello che dietro all’incredibilità del figurante, che lascia tutti passivi e a bocca aperta, ce l’hanno, poco visibile, i manovratori. Che sono quelli che lo tengono per le palle in virtù dei suoi giri sulla giostra di Epstein-Maxwell-Barak-Mossad. Ma anche quelli che, a forza di dobloni, lo hanno fatto arrivare alla presidenza, gli permettono di continuare a giocare dicendo tutto e il contrario di tutto e mutando la Casa Bianca in sala da ballo chilometrica. Sono poi sempre gli stessi che hanno messo in mano a Epstein una rete da pesca fatta di qualche centinaio di acerbe fanciulle. A lui il compito di epater les bourgeois, straparlare al popolino di MAGA,  a loro quello di far continuare a funzionare il Deep State

 L’Unto del Signore

Sicari e loro opere

E gli altri? Tipo i commensali al banchetto del Board of Peace, fondato sulle ossa sbriciolate di qualche centinaio di migliaia di palestinesi e con vista sul mare grazie alle vetrate strappate al Palazzo di Vetro dell’ONU che fu? I valletti e le passeggiatrici della corte europea? Più o meno della stessa risma, con uno spartito dalle varianti solo leggere. Hanno seminato bene gli architetti dell’11 settembre, di quel cenobio sion-millenarista che è il Deep State, quando hanno provato a ricucire con il PNAC (Progetto per un Nuovo Secolo Americano), un impero sbrindellato dalla propria prosopopea, ottusità, incompetenza.

Facciamo una passeggiatina nella memoria fragile di un giornalista molto attempato. Cosa incontriamo sotto gli occhi di tutto il mondo con coloro che se ne dicono responsabili a stare a guardare? Un genocidio in diretta che dura da due anni e mezzo e si va estendendo e moltiplicando; sanzioni unilaterali di un’entità senza limiti di diritto che affamano e devastano una quarantina di paesi; il rapimento e sequestro del capo di Stato di una nazione sovrana e pacifica e di sua moglie; un’orrenda guerra dai milioni di morti e feriti provocata con un colpo di Stato e il massacro della minoranza russa; un Occidente democratico e civile che sostiene la guerra di sterminio contro un pacifico e inerme Yemen, condotta dalla più retrograda dittatura del mondo; la vaiolizzazione del pianeta mediante un migliaio di basi militari adibiti a guerre, regime change, saccheggi di paesi sovrani; il presidente del più potente paese del mondo, detto la più grande democrazia, comprato, ricattato e posseduto da un piccolo Stato guerrafondaio, razzista e genocidario, fondata su una leggenda.

 

Le armi proibite di Israele

Potrei andare avanti per ore e pagine. Chiudo con il fenomeno che suscita meno attenzione ed è il più grave: il saccheggio e la distruzione delle risorse attraverso l’ecocidio della biosfera dalla quale dipende la vita di 7 miliardi di umani e incalcolabili altre creature. Davanti a questo crimine contro il pianeta e chi lo abita, la passività degli astanti e la complicità dei gestori è il delitto più grave dopo quello compiuto da qualcuno nell’alto dei cieli con l’invio del diluvio.

L’ultima non poteva che essere quella di Trump: “Il glifosato è essenziale per la sicurezza nazionale”. Fa il paio con la sicurezza nazionale di Israele garantita da centinaia di migliaia di palestinesi (e libanesi, e siriani e iraniani) morti ammazzati. Essenziale per la sicurezza USA sarebbe la falcidie da cancro di innumerevoli umani in tutto il mondo ad opera di uno dei più potenti veleni mai utilizzati in agricoltura (Monsanto-Bayer), a scopo di incrementare produzione e profitti delle multinazionali del cibo. Il proclama trumpiano che legittima la strage è successivo alla denuncia del governo libanese alle Nazioni Unite per il criminale spargimento dell’erbicida glifosato da parte di Israele nelle zone fatte evacuare da 800.000 abitanti, allo scopo di renderle sterili e inabitabili.

 

Il dato mi riporta alla guerra libanese vinta da Hezbollah nel 2006 contro gli aggressori israeliani. Negli ospedali incontravo feriti i cui organi venivano divorati inarrestabilmente da proiettili che contenevano sostanze chimiche proibite. Nelle campagne del sud liberato era altrettanto inarrestabile e irrimediabile la sequenza, che perdura, di bambini e contadini mutilati, o uccisi dalle bombe a grappolo, ugualmente proibite, lanciate dagli F-35 israeliani e rimaste sepolte nel terreno. L’uranio impoverito mi si era invece manifestato, in Iraq e Serbia, sotto forma di cancro pandemico e deformazioni nei neonati, tali da impedirne la sopravvivenza. Il fosforo bianco lanciato da Israele sul Libano l’ho poi ritrovato a Gaza, nell’aggressione di “Piombo Fuso”. Bastavano poche gocce e il corpo prendeva fuoco e si carbonizzava in pochi minuti, lasciando sull’asfalto l’impronta nera dell’essere umano che fu.

Guerra alla biosfera

Se il cambiamento climatico sia determinato da comportamenti umani delle cui conseguenze non si stia tenendo conto, o non sia ciclicamente provocato dalle attività eruttive del sole, dei cui effetti non sia possibile tener conto, nè tanto meno impedirli, resta, al di là delle tifoserie, questione scientificamente aperta. Invece è da tempo del tutto chiuso, tanto nella certezza scientifica, quanto nell’inconsapevolezza del volgo, che sia l’attività dell’uomo a fare del suo habitat la più fetida e tossica delle discariche. E che sia la guerra, raramente inserita nella classifica dei cattivi, il massimo alimentatore di tale accumulo di rifiuti ed inquinanti, presto o tardi letali.

Ci stiamo armando all’impazzata e i millenaristi che puntano all’Armageddon, alla venuta del messia e alla fine di tutto - ed, in attesa, a sempre più denaro - sanno che tale riarmo inevitabilmente porterà alle guerre. Non sanno, o non vogliono sapere, o far sapere, che nessun crimine ambientale compiuto con disboscamenti, veleni, miniere, cementificazione, G5 e G6, caccia e anticrittogamici, sarà mai tanto efficace nell’accelerare quell’esito quanto la guerra.

Lo sversamento, dalle nostre tasche all’industria delle armi, di incommensurabili quantità di denaro – 6,5 trilioni di dollari a livello mondiale nel 2035, primato su qualsiasi altra attività - è in diretta proporzione con il deterioramento della qualità della vita sul pianeta. Si tratta in prima istanza di impoverimento di massa. Basterebbe un terzo di quella somma per liberare da povertà estrema, cioè fame, 1,1 miliardo di persone.

Poi ci sono i danni. Le guerre distruggono: case, strade, infrastrutture energetiche e idriche. Poi distruggono quanto servirebbe per la ricostruzione: metalli, materiali sintetici, minerali, idrocarburi, lubrificanti, esplosivi che vengono usati – sprecati – dal militare. Le sole forze armate USA consumano, nelle loro circa 1000 basi sparse nel mondo, 320.000 barili di petrolio al giorno. Lo avete sentito menzionare nei summit sul clima?

Per un solo aereo F-35 si devono utilizzare 450 kg di terre rare. Per una fregata F125 1.920, per un sommergibile più di 3.100. Alle quali terre rare devono essere aggiunti rame, acciaio, esplosivi per i proiettili, lubrificanti per le macchine, carburanti per i movimenti. E relativi scarichi. Senza calcolare cosa comporti l’estrazione di tali materie in termini di devastazione di territori circostanti e relative vite. E, pensando al Congo o all’Amazzonia, anche in termini sociali.

La chiamano “Sicurezza”

L’estrazione del litio, minerale indispensabile per le tecnologie digitali dei militari, comporta residui velenosi che contaminano le acque più profonde e provocano l’abbassamento della falda freatica, con conseguente desertificazione del suolo.

L’Uranio, di cui si va ora agitando l’uso sotto forma di bomba, ma anche tanto ambito nella sua forma impoverita, per gli effetti che ho visto nelle guerre e raccontato sopra, e che, a livello civile, viene destinato alla produzione di energia (vedi Iran) e comporta processi d’estrazione particolarmente dannosi. Il 99 % di quanto si ricava è scoria, resta appena uno 0,1% di uranio. Il minerale, venendo macinato, produce polveri velenose e radon. Poi lo si lavora con ammoniaca e quanto resta finisce in fanghi che vengono scaricati in vasche di raccolta. Da dove continuano a irradiare radioattività in eterno. In Niger, dove si scavava uranio per le centrali e bombe francesi, prima che i suoi guardiani militari venissero cacciati dal paese, si è scoperto che ne sono rimaste contaminate, e uccise, migliaia di persone e bestie. Nel silenzio dell’OMS. 

Vogliamo parlare del Napalm e dei 45 milioni di litri di Agente Orange alla diossina, che in Vietnam hanno eliminato, rispettivamente, vegetazione e vite umane?  Ancora anni dopo ho visto e filmato ragazzini che rimuovevano metri di superficie del suolo per poter piantare qualcosa che non venisse contaminato. E non dimentico, in braccia a madri senza speranza negli occhi, bambini nati deformi e senza guarigione mai.

Per assicurarsi i suoi soldi e l’indiscusso uso della sua forza, il capitalismo dipende da materie, prodotti, rotte di merci e genti passivizzate dai consumi. E oggi anche dalla paura. Per garantirsene il controllo ha bisogno del militare e di lanciare guerre. Ma ogni giorno di attività dei militari, in pace o in guerra, intensifica la distruzione dell’habitat dei viventi. E, di conseguenza, la disponibilità dell’uso positivo da parte dell’uomo – e degli altri viventi! - della superficie terrestre. Con ogni operazione bellica – ed esercitazione prodromica - aumenta la dimensione dei veleni e scarichi liberati dai militari.

Cosa credete perché l’argomento che, dopo AIDS, terrorismo, Covid, ci ha mandato tutti in tilt da paura, sia sparito dal proscenio sul quale la ancora immatura Greta Thunberg, confortata da tutti i Grandi del pianeta, imperversava? Al punto che i vari vertici, di Rio, Parigi, Belèm, hanno lasciato meno traccia della lumachina sul gazebo? Ovvio, no? Perché a parlare di catastrofe ambientale, come fa a non comparire un carro armato che, giracchiando per un giorno in un km2 per l’Ucraina, consuma più nafta di cento automobili da  Amsterdam a Parigi?

Quando poi ci parlano di “sicurezza” usano un’altra arma, quella della distrazione di massa. Ogni impiego del militare, con la costante, frenetica ricerca di nuovi metodi e tecnologie di avvelenamento e morte, comporta esattamente il contrario. Vale perlopiù anche per gli strumenti dell’ordine interno. Vogliamo dirlo alla premier, che di trumpismo militante e militare campa, al lobbista degli armieri che fa il ministro e a quella beffa del contrario dell’assunto dichiarato, che fa il ministro dell’ambiente?

giovedì 12 marzo 2026

“NON SIAMO IN GUERRA!” NON SIAMO IN GUERRA?

 

“NON SIAMO IN GUERRA!”

NON SIAMO IN GUERRA?

A profittando della vocazione mercenaria dei curdi, manifestatasi in Siria e Iran, ma soprattutto da sempre in Iraq, al servizio dei disgregatori sion-imperialisti delle nazioni, grazie alla sua base militare a Irbil nel Kurdistan iracheno, il regime Meloni-Crosetto è entrato, anche ufficialmente, in guerra. E, logicamente, è stata punito dall’aggredito iraniano.

Cosa cazzo ci fanno i carabinieri a Irbil, aggiungendo altre motivazioni al nostro sputtanamento internazionale e al nostro impoverimento collettivo, favorito dall’arricchimento degli armaioli garantito dal loro lobbista Crosetto?

Spieghiamo quanto deve essere mantenuto inspiegato. Perpetua le sue missioni al servizio del colonialismo occidentale il governo Meloni-Crosetto, la cui base militare a Irbil, capoluogo del Kurdistan iracheno, è stata colpita da missili iraniani. Non molto tempo fa la visita qui del premier Meloni e di Crosetto aveva rallegrato i militari della base italiana (come si può constatare nell’immagine) installata, chissà perché, in questa regione. Il perché non è molto pubblicizzato.

Carabinieri vi addestrano i Peshmerga, milizia protagonista storica del separatismo curdo, che da tempo è stata chiamata dalla israelo-statunitense “Coalizione Epstein” a infiltrare sue unità in Iran per azioni terroristiche finalizzate al regime change. Comandante supremo della milizia, come autocrazia assoluta del Kurdistan, è dal secolo scorso la dinastia Barzani, ieri Mustafa, oggi Massud. Entrambi a libro paga della CIA e foraggiati in armi da Israele.

Nell’attuale fase di aggressione aperta all’Iran, queste milizie sono state sollecitate a svolgere il ruolo di proxy, visto che i “boots on the ground” Trump non se li può permettere. A Meloni non sono bastati i 28 militari italiani morti a Nasiriyya nel 2003, mentre erano impegnati ad assistere USA e NATO a sfasciare l’Iraq. La chiamarono “Operazione Antica Babilonia” (antica Babilonia i cui reperti e testi furono razziati dalla soldataglia USA dai siti e dai musei iracheni, vecchia usanza anglosassone).

Noblesse oblige.

mercoledì 11 marzo 2026

SCONTRO DI MONOTEISMI

 

SCONTRO DI MONOTEISMI

INTERVISTA A FULVIO GRIMALDI

a cura di Domenico D'Amico

Radio Gamma 5



 Israele ha chiamato l’aggressione all’Iran “Ruggito del leone”, rifacendosi al simbolo della dinastia dei Pahlavi, cacciata dalla rivoluzione del 1789

https://t.me/debitoedemocrazia/4783

Qui in video l'intervista di ieri mattina, andata in diretta su Radio Gamma 5, a Fulvio Grimaldi: abbiamo parlato di Iran, degli attacchi criminali di Usa e Israele, abbiamo parlato dei vari aspetti geopolitici, della Turchia, di Gaza, del Libano, della situazione del popolo curdo e di altro. Collegando il tutto anche con la questione dei file Epstein e con la evidente volontà di distruggere il sistema finanziario islamico - a Beirut sono state bombardate le 6 sedi principali della banca islamica di Hezbollah - da parte degli angloamericani e dei sionisti.

Dopo la presentazione di Domenico D’Amico, aggiungo un aspetto interessante e poco considerato del conflitto con l’Iran aperto da Israele e Stati Uniti.

Non è inedito, anzi è Storia millenaria, che conflitti di potere per il controllo di popoli e risorse, venga avvolto in coltri ideologiche o religiose, con relativi aspetti sociali, o mistici.

Si va affermando di questi tempi, strumentalmente è ovvio, che le ideologie sono scomparse. Affermazione superficiale e infondata dal momento che senza idee, i.e. ideologia, non si realizza una visione delle società, dei rapporti fra esseri umani, del mondo, del materiale e dell’immateriale.

Di certo non sono scomparse le motivazioni religiose ad accompagnare (coprire?) quelle materiali, economiche, finanziarie, di dominio, furto e saccheggio.

Nell’aggressione all’Iran l’aspetto inedito è lo scontro tra i tre monoteismi che hanno segnato, per molti con effetti infausti, la storia di gran parte del mondo. Il monoteismo islamico, nella sua forma, meno integralista, dello Sciismo, in Iran; il monoteismo ebraico che si è fatto Stato con Israele; il monoteismo cristiano nell’ espressione delle sette evangeliche presenti nelle Americhe.

La differenza tra il primo e il secondo è che il monoteismo iraniano ha per retroterra una civiltà che supera i due millenni, con fedi varie, ed è stata irradiazione di conoscenza e cultura e, sincreticamente, tale civiltà perpetua. Quello ebraico, fa leva sulla parte più totalitaria, suprematista, elitaria, di una tradizione biblica fondata su storie delle origini perlopiù trasferite da altre tradizioni e ne perpetua, senza nessunissimo riferimento storico o etnico, le componenti più brutali e sanguinarie. Non per nulla il monoteismo dei fanatici evangelici americani, che hanno un apostolo nell’attuale ministro della Guerra Hegseth e un unto del Signore nel presidente, assumono, in chiave cristologica, il millenarismo escatologico che impregna di sé le politiche imperialiste e genocidarie israeliane.

Tutto questo per dire che, nel caso dimostrato dei sionisti e dei supporter evangelici di Trump, si tratta di fanfaluche grottesche a paragone della civiltà dell’oggetto del loro culto di morte. Fanfaluche che giustificano il falso rispetto al vero, l’ingiusto rispetto al giusto, l’aggressione rispetto alla convivenza, l’umanità rispetto al disumano e, così, non mascherano nient’altro che la cara, vecchia lotta – in questo caso guerra – di classe, qui nella sua articolazione colonialista.

martedì 10 marzo 2026

Dopo Palestina, Libano, Siria, Venezuela e Iran, l’Eritrea? --- TRUMP E NETANIAHU: E ORA IL CORNO

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__dopo_palestina_libano_siria_venezuela_e_iran_leritrea_trump_e_netaniahu_e_ora_il_corno/58662_65710/

 

Grande Israele e raggio d’intervento

Guarda lontano e in tempo il Grande Israele in fieri. Priorità prima: prendersi ciò che l’ONU, nel 1948 ti aveva dato per poco più di metà. Poi prendersi tutta la Palestina. Poi del Libano un pezzo, quello con l’acqua, e la subalternità, poi della Siria il Golan e buona parte del sud del paese frantumato con il concorso di partner come USA (questo sempre), Turchia dei Fratelli Musulmani (organicamente dalla parte di chi rifiuta identità e sovranità arabe) con rispettiva milizia terroristica ISIS e Curdi. Infine l’Iran in quanto cadavere o, almeno morituro.

Infine, per modo di dire. Stabiliti rapporti di reciproco riconoscimento e di collaborazione con Stati in posizioni strategiche come Marocco, Kenia, Costa d’Avorio, è nel Ruanda come in Uganda, due sottoposti dell’imperialismo che servono a depredare il Congo a vantaggio delle compagnie minerarie occidentali,  che Israele rinnova il suo ruolo di occhio onnipresente, di consulente Mossad, di agevolatore di affari che si avvalgano delle sue tecnologie militari e di sorveglianza e siano ricambiati con cobalto e terre rare. Non mancano i mercenari di Academy (già Blackwater) di Eric Prince da sempre in stretta collaborazione politico-operativa con gli analoghi elementi israeliani. Un ruolo praticato con alterno successo in America Latina, a partire dalla base di Bogotà, in quella Colombia che era chiamata l’Israele del subcontinente e che ora Gustavo Petro se l’è portata via (ce ne sarà anche per lui, come per il Venezuela moderatizzato e per l’Honduras da Trump restituito al narcotraffico).

Infine per modo di dire anche per l’Africa, dove la Menorah, il candelabro a sette braccia in arrivo dal tempio di Salomone sta illuminando di colonialismo sionista larghe lande del continente. Ne scegliamo una, forse la più significativa per gli obiettivi strategici formulati da Herzl e ribaditi con assoluta coerenza da un secolo e un quarto a questa parte: il Corno d’Africa, area di turbolenze croniche e potenzialmente più devastanti perfino degli attuali casini in Medioriente.

Sta sullo stretto di Bab el Mandeb che divide l’Oriente dall’Occidente e controlla il Mar Rosso e, a seguire, il Canale di Suez, da dove passa metà del commercio mondiale e tantissimi idrocarburi. E su cui incombono sia gli yemeniti, tornati padroni della parte cruciale del proprio paese, a dispetto di USA, Israele, Arabia Saudita ed Emirati, sia gli eritrei, unici dell’area non obbedienti a nessuno, sovrani dal 1992, dopo una lotta di liberazione di trent’anni (cui per lunghi tratti ho partecipato e che ho documentato).

Israele incistato nel Corno, a ridosso dell’esecrabile Eritrea, a controllo delle rotte di comunicazione ombelico del mondo, a ridosso dell’Etiopia, gigante africano fatto di frammenti etnici che si azzannano in sintonia con danti causa esterni, in testa alla Somalia propriamente detta, affidata al fantoccio coloniale Hassan Sheilh Mohamud, contrastato dalla guerriglia islamista degli Al-Shabaab che Trump bombarda da quando è tornato presidente.

Dalla rete: A fine dicembre 2025/inizio 2026, battendo tutti sul tempo, Israele ha riconosciuto formalmente il Somaliland come Stato indipendente e sovrano, diventando il primo paese al mondo a compiere questo passo. Il riconoscimento, annunciato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Esteri Gideon Saar, mira a rafforzare la presenza israeliana nel Corno d'Africa e contrastare l'influenza turca nella regione.

Turca, ma anche egiziana, ma anche degli Emirati, ma anche cinese (limitatamente a investimenti e infrastrutture). Gli italiani sono fuori gioco, dai tempi della mia brava collega al TG3 Ilaria Alpi, tolta di mezzo perché troppo curiosa sui traffici tra Spezia e Somalia di armi a Mogadiscio insieme a rifiuti tossici da seppellire sotto le strade che imprese italiane costruivano (rifiuti che poi determinarono una strage del bestiame di cui i somali allevatori campavano).

Come si vede, una regione ben bene incasinata, da quando il despota Siad Barre, prima filo URSS e poi filo-USA, è stato rovesciato da una rivolta popolare guidata dal Generale Farah Aidid, un nazionalista antimperialista che ebbi l’opportunità di intervistare. Aidid rappresentava le aspirazioni del popolo per libertà sovranità, democrazia. Il neocolonialismo occidentale gli mise contro tale Ali Mahdi, presidente dal 1991 al 1997. Aidi morì combattendo contro le milizie di questo primo promotore del caos somalo allestito dagli USA incapaci di venire a capo dell’opposizione armata.

Il progetto somalo: caos e disgregazione

 

I suoi successori, perlopiù selezionati e nominati nella base USA di Gibuti, si sono limitati ad amministrare Mogadiscio, vedendosi ogni due per tre attaccati dall’Etiopia famelica di sbocco al mare, e frantumati nell’unità etnica e territoriale con la secessione di Somaliland e Puntland, non casualmente collocati a nord, verso lo Stretto.

L’area dello Stretto e del Mar Rosso è il più importante crocevia strategico e commerciale del pianeta. 25.000 navi all’anno, il 40% del commercio mondiale. Lì c’è l’Etiopia dilaniata da conflitti interetnici, dopo la caduta del regime tigrino filo-yankee di Meles Zenawi e, a dispetto dell’arrivo dell’unitario Abiy Ahmed, promotore di una breve pace con l’Eritrea di Isaias Afeworki. C’è lo Yemen dei rivoluzionari Houthi che hanno vinto la guerra portatagli dai sauditi in nome degli USA e che controllano con la capitale Sanaa il centronord, ma hanno dovuto lasciare il resto, sul Golfo di Aden, a secessionisti contesi da Emirati e Sauditi, che li chiamano “governo”. C’è la Somalia nelle condizioni dette sopra. Resta da dire dell’Eritrea.

Israele a guardia del Mar Rosso

Tiran e Sanafir sono due piccole isole del mar Rosso sulla barriera corallina, a sud del Sinai, tra Egitto e Arabia Saudita. La sovranità è da sempre disputata tra sauditi ed egiziani Della confusione approfitta Israele nei postumi della guerra del 1967 per occuparle e costruirvi una base. Grazie a questa lo Stato sionista controlla il Nord del Mar Rosso, Egitto, Sudan, Penisola arabica.

Nella zona meridionale del corridoio marino, di fronte all’Eritrea e di sua sovranità c’è l’arcipelago corallino delle isole Dahlak. Anche qui, in tempi mai quantificati, si è installata una base israeliana, la più grande del paese all’estero. Da qui esercita il controllo sulla parte meridionale del Mar Rosso, con particolare attenzione ai paesi ostili: Eritrea e Yemen.

In passato si sono verificate oscuri e poco riportati attacchi a questa base, più dagli yemeniti, sembra, che dagli eritrei. Questi ultimi sembrano avere poco interesse a pubblicizzare tensioni del genere, dato che per loro le isole sono una delle turisticamente più redditizie fonti di valuta preziosa. Da qualche tempo si vocifera addirittura di una tacita  intesa tra Asmara, Riad e Tel Aviv per evitare ogni scossone alla situazione strategica così conformata. In questo quadro, che si discosterebbe da quello storico per il quale l’irriducibile Eritrea è per l’Occidente politico la pecora nera della regione, si inserisce la concessione agli Emirati, anche essi in forte espansione africana, una base nel porto di Assab.

Un’idea che contrasta con l’ormai quasi secolare ostilità di cui l’Eritrea,  è oggetto da parte degli Stati Uniti. E dall’indipendenza conquistata nel 1993, con enormi sacrifici umani e trent’anni di lotta, che  gli USA, fallito il tentativo di mantenerla colonia dell’Etiopia, allora suo proxy, infliggono all’Eritrea le più pesanti sanzioni del loro repertorio di genocidi striscianti.

Eritrea, il boccone più ambito

L’Eritrea non è solo un caposaldo della resistenza all’imperialismo nel Mar Rosso. E’ anche il terminale orientale della fascia del Sahel subsahariano che parte dal Senegal sull’Atlantico e termina qui, sul Mar Rosso, in faccia all’Asia, Una fascia che, con le rivoluzioni nel corso degli anni recenti, si è tramutata in cintura anticoloniale del continente. In Mali, Niger, Burkina Faso sollevazioni popolari contro il dominio e il saccheggio di Parigi sono state tradotte in istituzioni nazionali da giunte militari progressiste. Le truppe francesi, che si erano fatte forti della necessità di combattere terrorismi ISIS da esse stesse fomentate, hanno dovuto abbandonare questi paesi.

Un analogo processo di liberazione dal controllo francese e del suo franco coloniale si è verificato in Senegal, questa volta sul piano politico ed elettorale con l’elezione alla guida del paese di politici ostili alla manomorta francese, mentre nel Chad ci si è per ora limitati a chiudere l’ultima base francese nella regione. Immancabile, in tutti questi paesi, è in atto il tentativo di rivincita di Parigi, con l’impiego, ancora una volta, del mercenariato terrorista islamista. Sono già tre i tentativi falliti di assassinio del leader del Burkina Faso, Ibrahim Traorè, erede di Thomas Sankara, uno dei grandi protagonisti del riscatto africano, assassinato nel 1987.

 

Missionari apripista

Permettetemi di approfondire il discorso sull’Eritrea con una risposta a padre Alex Zanotelli, missionario e giornalista di grande fama, già visto dalla parte di chi assaltava la Serbia. L’Eritrea e il paese le cui vicende ho seguito passo passo per vent’anni, a fianco dei guerriglieri dei due Fronti di Liberazione (uno marxista, l’altro nazionalista), con nel cielo i bombardieri, prima di Haile Selassiè e poi del colonello Mengistu, e davanti al naso, al risveglio nella cunetta di sabbia, le pinze letali della scolopendra cingulata.

Caro Zanotelli, reduce dalla condivisione dei motivi degli assalitori della Serbia, ti sei lanciato, qualche mese fà, in uno dei tuoi gravi e appassionati appelli. Quella volta era a tutti i giornalisti italiani perché bombardassero i regimi africani, verbalmente s’intende, visto che tu le armi le detesti, specialmente quelle dei “dittatori” ostili agli Usa. Imprecavi contro la “dittatura eritrea”, enumerando fattacci di solito dal neocolonialismo occidentale attribuiti a quell’unico paese che non ospita basi né Usa né israeliane e perciò sta sotto sanzioni da trent'anni Fatti che io so del tutto falsi per aver percorso e ripercorso l’Eritrea in lotta contro chi la voleva e vuole far fuori, dal 1971 a oggi. E per frequentare anche tutta la diaspora eritrea in Italia ed Europa.

Ecco, quando un missionario, pure benemerito e ben intenzionato, si dimostra apripista, come ai tempi degli aztechi o Zulu, di “valori occidentali” da sempre in navigazione su oceani di sangue, si deve sospettare che qualcosa in questo storia delle conversioni non corrisponde proprio a dei “valori”. Cito un episodio secondario, perché emblematico. Vale oggi “Il regime fascio-islamista che massacra i suoi cittadini”. Poi arrivano i missili israeliani, deviati da Gaza.

L’Eritrea a occhio nudo

 

Decido di andare a vedere sul campo come sta messo il paese che avevo accompagnato per savane, deserti, oasi, villaggi, città, battaglie, nella conquista della sua libertà, che si era permesso di votare con la Cina contro le sanzioni alla Russia, e addirittura contro le armi all’Ucraina golpista di Zelensky, esponendosi a ulteriori rappresaglie.

Con Sandra partiamo, giriamo il paese, incontriamo, discutiamo, scopriamo, e realizziamo un docufilm: Eritrea, una stella nella notte dell’Africa. Notte, a simboleggiare la situazione difficile del continente africano, dove però, tra le luci di Sudafrica e Algeria, passando per il Sahel che si è liberato della colonizzazione francese, ritroviamo il paese che, a dispetto di tante rivoluzioni colorate, riesce a mantenersi orgogliosamente autonomo e autodeterminato.

 Asmara

Percorriamo l’Eritrea in lungo e in largo, dal mare agli altopiani e alla depressione semidesertica verso il Sudan. Dalla luminosa Massaua sul Mar Rosso, ad Asmara, Keren, Agordat, tutte città valorizzate dall’architettura del razionalismo italiano anni Trenta, ai villaggi del bassopiano. Cristiane le città, islamiche le campagne. Le ricchezze naturali sono sempre scarse, ma l’impegno del paese e delle sue giovani generazioni è generoso e di qualità, con tanto di mano cinese per sviluppo industriale e infrastrutture. Gli abissi di povertà che conoscevamo dai tempi dell’occupazione etiopica e in cui sprofonda ancora gran parte del continente, sono stati colmati.

Da queste parti è ricorrente, se non endemica, la siccità, con conseguenti carestie. In tutto il paese si allargano quei bacini di raccolta delle piogge, che da noi, nell’evoluta Italia, vengono evocati per rimediare a un sistema idraulico fatiscente e non sono mai realizzati. Il bassopiano occidentale, verso il Sudan, largamente desertico, popolato parzialmente da nomadi appare stanzializzato e ampiamente coltivato, cittadine bombardate dai Phantom etiopici, come Agordat e Tesseney, sono ricostruite, ricche di mercati, scuole. Vitalità. Risalendo verso l’altopiano con al centro un altro gioiello dell’urbanistica razionalista, Keren, si costeggiano colline terrazzate e la rimessa in sesto delle grandi aziende ortofrutticole un tempo di latifondisti italiani e nelle quali agli autoctoni era concesso di fornire la manodopera

Nonostante gli italiani fossero padroni colonialisti convinti di un’apartheid razziale e territoriale netto, non messo in discussione dai pur numerosi matrimoni misti, con la separazione blindata tra autoctoni e coloni italiani in quartieri di cui la diversa qualità si può immaginare, le città eritree furono costruite – ovviamente per i coloni -  con eccezionale perizia e un’estetica ammirabile. I centri urbani hanno lasciato un segno di italianità che caratterizza l’Eritrea più di qualsiasi altro paese colonizzato dall’Italia e che gli eritrei hanno saggiamente fatto proprio, integrando così positivamente una loro identità

Dell’Eritrea ricordo all’istante, come per altri paesi del Sud in cui si pensava di dover portare la democrazia, gli ospedali gratuiti con i tanti medici e infermieri formati anche in Italia, oltre che in Russia, Germania, Svezia. E, assieme ai presidi sanitari, le scuole di ogni grado, altrettanto gratuite dall’asilo all’università, alle quali ci siamo dedicati con particolare attenzione e soddisfazione, tra giovani che parevano contenti di stare in questo loro paese e di dedicarci le forze, l’intelligenza, la vita.

 

 Il docufilm ripercorre la trentennale, epica lotta di liberazione del popolo eritreo dal dominio etiopico appoggiato in varie fasi prima dagli Stati Uniti, poi dall'URSS. Lotta di cui l'autore è stato testimone e cronista sul campo fin dagli anni '70. Viene poi raccontata la vicenda eritrea dall'indipendenza, sancita con referendum nel 1993, ai nostri giorni, il retaggio dell'Italia, di cui l'Eritrea è diventata  la prima colonia africana a fine '800, l'attuale campagna di demonizzazione del paese e della sua leadership basata su menzogne totalmente smentite dalla realtà, ma che hanno consentito che l'Eritrea venisse colpita da pesanti sanzioni ONU, Usa e UE.

 Il momento centrale del lungometraggio è dedicato  all'Eritrea che si offre oggi al visitatore e al potenziale amico e partner. Un paese giovane, di giovani, di straordinaria bellezza naturale, un vero paradiso turistico tra spiagge sul Mar Rosso, vertiginose montagne, altopiani e bassopiani che si estendono verso la savana e il semideserto occidentali. non ricco, ma socialmente equo e impegnato in uno sviluppo fondato sui bisogni della popolazione: istruzione, sanità, ecologia, lavoro.

In un continente in cui i grandi movimenti di liberazione anticoloniali del secolo scorso hanno tradito le aspettative dei propri popoli e hanno perlopiù prodotto classi dirigenti predatrici all'interno e clientelari nei confronti dell'imperialismo, l'Eritrea costituisce un modello di autonomia, autosufficienza, dignità, giustizia sociale. Un modello di cui poderosi interessi temono il contagio. La campagna di calunnie, le sanzioni, come le ripetute aggressioni etiopiche, sono espressione di tale timore. Se si vogliono fare paragoni, l'Eritrea di Isaias Afewerki ha risollevato la fiaccola strappata dalle mani di grandi liberatori come Lumumba, Cabral, Sankara, Nasser, Gheddafi. Per il continente africano è quello che era Cuba rivoluzionaria per l'America Latina.  

La rivoluzione eritrea nel segno di Lumumba, Sankara, Gramsci

Elias Amarè è un protagonista della nuova Eritrea fin dalla guerra di liberazione guidata dall’attuale presidente Isaias Afeworki. Intellettuale, giornalista e docente universitario, è il  dirigente del Centro per la Pace nel Corno d’Africa. Vive Tra California ed Asmara. Elias è stato il preziosissimo “capo gita” del nostro viaggio. Così ci ha parlato del suo paese.

IL Corno d’Africa è un crocevia tra Africa e Medioriente , ma anche tra Sud e Nord del mondo. Le potenze coloniali europee e poi le superpotenze hanno sempre cercato di dominare la regione. Promuovono Stati neocoloniali che stiano al loro servizio, suscitano conflitti etnici, marginalizzano popolazioni, saccheggiano territori.  Nei 50-60 anni del periodo postcoloniale questa parte dell’Africa è stata ininterrotta scena di conflitti, di cicli di guerre, con il risultato di uno spaventoso impoverimento delle popolazioni. Si tratta di una delle aree di maggiore importanza strategica  del mondo: Mar Rosso, Bab el Mandeb, l’Oceano Indiano, il Golfo Arabo-Persico. L’interesse della grandi potenze, specie di quelle imperialiste, si concentra su questa zona alla luce di una strategia di dominio globale che presume il controllo su tutte le cruciali vie di comunicazione. Senza contare che l’’Africa è tutta sotto attacco. Ai grandi predatori non sfugge che possiede circa il 50% delle risorse naturali del mondo e gran parte della sua biodiversità”.

L’Eritrea non gode di buona stampa in Occidente.

“Le grandi potenze imperialiste vogliono imporci l’isolamento. Ma non ci sono riuscite, nonostante grandi manovre politiche e propagandistiche, calunnie, menzogne. L’Eritrea ha rotto questo isolamento e ha ora significativi rapporti di cooperazione con vari paesi che hanno apprezzato le scelte del paese e hanno compreso i benefici reciproci che se ne possono trarre. In Africa, è vero, sono pochi i paesi realmente indipendenti. Ma i popoli in Africa stanno iniziando a risvegliarsi. Dopo un trentennio di vicoli ciechi, di neocolonialismo rampante, dopo quanto è stato fatto alla Libia e alla Somalia, i popoli si pongono domande e, tra le altre cose, guardano al modello eritreo”.

Il riconoscimento dei secessionisti del Somaliland da parte di Israele è motivo di preoccupazione per i popoli del Corno?

“Corrompere le classi dirigenti, renderle ricattabili, dipendenti, è altrettanto pericoloso dei complotti di destabilizzazione e degli interventi militari per procura. La corruzione è uno degli strumenti utilizzati dalle potenze straniere per ridurre le nazioni in schiavitù. Leader corrotti sono facili da manipolare e come regola essi fanno davvero poco per la propria gente, ma tutto per la propria famiglia, le proprie clientele e per l’Impero. Le grandi potenze non vogliono che l’esempio eritreo venga replicato in Africa. Lo ripeto, l’Africa ha vaste risorse naturali. Le grandi potenze vogliono provare ad appropriarsi di queste risorse. Cosa accadrebbe se altre nazioni in Africa provassero a seguire l’esempio eritreo? Ai colonialisti di certo non converrebbe”.

Cosa ti auguri per il tuo paese?

“L’Eritrea è una nazione relativamente piccola, con risorse limitate, ma sta andando bene in termini di autosufficienza e progresso. La nostra parola d’ordine è resilienza, che significa tante cose: resistenza, autosufficienza, fiducia in se stessi, tenuta nelle difficoltà. Sono qualità che, se si diffondono, credo possano darci speranza per il futuro del continente africano. Sono convinto che questo tipo di rete tra popoli e movimenti alla fine dei conti risulterà decisivo. In fondo, quel che conta quando si parla di democrazia, è la partecipazione popolare. Non la democrazia che viene imposta dall’Occidente, ma una democrazia vera, genuina, partecipatoria. Questa si deve espandere e realizzare”.

Nella tua vita hai avuto punti di riferimento?

A citarli tutti verrebbe fuori un bel mosaico: Franz Fanon, Amilcar Cabral, Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Hugo Chavez, Che Guevara, Fidel Castro …. Un bel po’ di gente, come vedi, di cui la Terra ci è stata prodiga. E nel tuo paese un’altra grande personalità che ammiro è Antonio Gramsci. Spero di essere in grado, un giorno, di tradurre estratti dei suoi Quaderni dal Carcere e vedere come il suo concetto di egemonia possa essere espresso nella nostra lingua e adattato alla nostra vita”.