lunedì 17 settembre 2018

PRIMA MONDIALE DI “BOGSIDE STORY”, il film che racconta la storia di Derry (Irlanda del Nord) e mia dalla "Domenica di sangue" a oggi alla mano dei murales che della città resistente hanno fatto una galleria d'arte e di storia.

PRIMA MONDIALE DI “BOGSIDE STORY”


Il 20 settembre al nuovo cinema Aquila, Roma, Via l’Aquila 68 (Pigneto), alle ore 20, verrà presentato il film “Bogside story”.

Verrà introdotto e commentato dal sottoscritto che nel film rappresenta una specie di filo rosso che unisce gli eventi del 31 gennaio 1972, “Bloody Sunday”, alla Derry e all’Irlanda del Nord non pacificata di oggi, anche alla mano degli splendidi murales con cui un trio di artisti di Derry , a volte riproducendo  le mie fotografie del massacro di civili manifestanti, compiuti dai parà di Sua Maestà, hanno fatto di Derry un’impressionante e affascinante galleria d’arte e di storia della lotta contro  l’occupazione britannica e la repressione unionista.

La”Domenica di Sangue”, che ha visto trucidare 14 cittadini inermi che manifestavano pacificamente per elementari diritti civili – casa, lavoro, sanità, ambiente, scuola, libertà d’espressione – da sempre negati alla popolazione autoctona repubblicana, è stata una vera svolta nella mia vita di giornalista e di essere umano grazie alla rappresentazione emblematica della ferocia  del potere, del cinismo, della capacità di uccidere innocenti e di avvolgere tutto questo nella nebbia della menzogna. Ne trassi l’occasione, essendo l’unico giornalista, insieme a un fotografo francese, riuscito a superare le barriere militari con cui il governo di Londra aveva tentato di bloccare ogni sguardo e ogni udito sulla strage programmata, per uno scoop internazionale che annichilì le versioni ufficiali dell’accaduto e ristabilì la verità, poi confermata da una serie di inchieste giudiziarie a cui le testimonianze mie e dei cittadini di Derry costrinsero il governo. Ritorno oggi in una Derry che non dimentica.

Il resto sul film ve lo dice la scheda qui sotto.

Il link in testa porta a un trailer del film.

Spero che ci vedremo al cinema Aquila il 20 settembre.

Fulvio Grimaldi

Bogside Story

Titolo originale: Bogside Story
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Bogside Story è un film di genere documentario del 2017, diretto da Rocco Forte, Pietro Laino, con Fulvio Grimaldi e Tom Kelly. Uscita al cinema il 20 settembre 2018. Durata 75 minuti. Distribuito da Distribuzione Indipendente.
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Bogside Strory, il documentario diretto da Rocco Forte e Pietro Laino, narra la storia dell'autorevole giornalista Fulvio Grimaldi, unico foto-reporter italiano a documentare la pacifica Marcia per i diritti civili del 30 Gennaio 1972 a Derry, culminata con il massacro tristemente noto con il nome di Bloody Sunday. 

Fulvio Grimaldi torna in Irlanda del Nord, 45 anni dopo, per testimoniare alla terza inchiesta sul Bloody Sunday.
A Derry scopre che sulle mura esterne delle case del Bogside, il più importante quartiere cattolico della città, sono dipinti dei murales che raccontano gli eventi più significativi della recente storia nordirlandese. Affascinato dalla potenza comunicativa dei murales, uno dei quali ispirato alla sua fotografia divenuta icona della “Domenica di Sangue”, Fulvio entra in contatto con The Bogside Artists, gli autori dei murales, e con le persone che furono coinvolte negli eventi dipinti.

Prende vita così un viaggio tra passato e presente intriso di arte, storia e profonde emozioni. Gli incontri, i ricordi e le testimonianze determinano una drammatica immersione nella realtà di quel luogo e ne raccontano la sua storia: Bogside Story.

IL CAST DI BOGSIDE STORY:


sabato 8 settembre 2018

Libia-Siria------- PER CHI TIFANO, PER CHI TIFARE



Amici, anche stavolta siamo lunghi. Perdono. Comunque per 15 giorni sono fuori e, dunque, c’è tempo per piano piano farcela. Se credete.

Diciamocelo: che bravi governanti sono quelli di Al Qaida e Isis!
Per chi tifano in Siria quelli là (non fatemeli nominare sennò Facebook mi banna e cancella il post) non è difficile saperlo: basta leggere il “New York Times”, standard aureo del giornalismo perennemente degno  dei riconoscimenti, se non di Pulitzer, di Reporters Sans Frontières (il corrispettivo mediatico di Medicins Sans Frontières e altrettanto cari a quelli là). Se pensavamo che nella provincia nord-occidentale di Idlib si fossero concentrati, accolti, nutriti e armati dai vecchi padrini turchi, tutti i tagliagole Isis e Al Qaida generosamente fatti evacuare dai territori e dalle città da loro abbellite con croci appesantite da infedeli, o con pelli di corpi scuoiati di dissidenti, la lettura del “New York Times” ci libera dall’intossicazione di simili fake news.

L’autorevole giornale che, se non fosse stato per l’assist della CNN, dei media di obbedienza atlantista con, nel nostro piccolo, il “manifesto”, ci avrebbe con le sue sole penne liberato da Milosevic, Saddam, Gheddafi, Assad e dai Taliban, rettifica quella che finora e per troppo tempo, quasi otto anni, è stata un’informazione falsa, bugiarda, truffaldina. Assad, con quegli hackers e troll delle ingerenze urbi et orbi russe, con quegli spiritati di flagellanti sciti, iraniani e hezbollah, voleva farci credere, col supporto di chilometri di audiovisivi fabbricati, raffiguranti giustizieri cha spellavano vivi innocenti, li incendiavano, o li annegavano in gabbie o li crocifiggevano, o ne sposavano a ore le donne, che il suo paese era stato invaaso, non da oppositori democratici assistiti dalla “comunità internazionale”, bensì da un branco di ossessi islamisti attivati da una “comunità internazionale” in preda a psicopatia stragista. Come pretendeva fosse successo in Libia e, poi di nuovo, in Iraq.

No, no, il NYT e i Pulitzer nostrani ci gratificano del privilegio della verità: E’ da far rabbrividire il destino “di combattenti ribelli e dei loro sostenitori civili che, oltre sette anni fa, si sollevarono per chiedere un cambio regime”. Deplorato che il vice primo ministro siriano si sia permesso di definire “terroristi” questi bravi combattenti, il giornale, al quale dobbiamo molto della credibilità delle armi di distruzione di massa di Saddam e del viagra fornito da Gheddafi ai suoi soldati perché stuprassero le connazionali, passa alla descrizione di come gli ingiustamente diffamati ribelli abbiano ben governato la provincia dai turchi loro affidata: “Si sono comportati da legittima autorità di governo e pubblica amministrazione, facilitando, tra l’altro, il commercio transfrontaliero con la Turchia e organizzando forniture di aiuti alla popolazione”. Visto che bravi, si preoccupano di nutrire la popolazione. Altro che Assad, che per principio l’affama.
Bambini Isis giustizieri

Coloro che il NYT, sempre attento a distinguere buoni e cattivi, all’indomani degli attentati dell’11 settembre, ottemperando ai suggerimenti di Bush, Cheney, Rumsfeld, neocon vari, FBI e CIA, aveva individuato come terroristi di Al Qaida che avevano dichiarato guerra all’America uccidendone subito 3000 cittadini, pur dichiarandosi sempre e con orgoglio membri di Al Qaida (Al Nusra, che è lo stesso), se non dell’ancora più terroristico Isis, ora per lo stesso giornale sono diventati “ribelli, oppositori, combattenti, ribelli combattenti, forze ribelli, la più forte fazione ribelle della Siria”. E neppure un’ombra di imbarazzo per il fatto che da Washington Al Qaida-Al Nusra continua ad essere bollata di “organizzazione terroristica”. E’ il NYT, con i suoi referenti tribali, che detta la linea: l’intendance suivra.
A questi limiti, che fanno del paradosso un termine obsoleto, si sono spinti molti altri. Da noi, particolarmente impressionante “Un Ponte per”, transitato dalla denuncia del genocidio iracheno, alla piena comprensione di ogni motivazione occidentale. Idem Assopace, storica organizzazione di sostegno ai palestinesi, che mesi fa si è avventurata in un’analisi del buon governo di Al Qaida nelle zone da loro amministrate, da lasciare a bocca aperta perfino John McCain che con questi bravi amministratori condivideva il kebab. E non solo quello.

L’ennesimo “spaventoso bagno di sangue di Assad”
Lo stesso lavoro a difesa e riabilitazione dei jihadisti lo fanno a edicole e schermi unificati, in armonica sintonia sinistri sinistri e destre, adoperando però criteri più sottili: non si arriva a nobilitare chi fino a ieri era il mercenario che polverizzava Palmira e scuoiava prigionieri. La nuova linea è “la popolazione vittima”. Vittima dell’imminente carneficina di Assad e dei suoi alleati. Scompare una provincia di un milione e mezzo di siriani sottoposti al regime dell’invasore turco e alle imposizioni e  comprovate sevizie di questa soldataglia d’accatto (si calcola in 50mila, compresi i famigliari) evacuata dalle zone liberate e compare sugli schermi, tra le macerie dei primi bombardamenti russi,  una popolazione terrorizzata, Elmetti Bianchi che corrono dappertutto facendo finta di soccorrere, ricomparsi sulla scena a dispetto dello sputtanamento seguito alle paghe ricevute dai governi aggressori e alla fuga in Israele. Avete fatto caso al silenzio che accompagnò e favorì l’obliterazione totale di Raqqa, ad opera dei missili Usa e dei cannoni curdi? Avete poi visto, molto più tardi, le immagini tipo Dresda di quella che era una delle maggiori e più prospere città siriane?

Si ripete il modello Aleppo, Homs, Deraa, Deir ez Zor. Ovunque uno Stato eserciti il proprio diritto, sancito dal diritto internazionale e dall’ONU (per quanto obliterato dall’attuale maggiordomo dei guerrafondai, Guterres), di liberare suoi territori invasi dall’aggressore, un coro smisurato di prefiche, di nuovo sincroniche sinistre sinistre e destre, clero ovviamente in testa, alza striduli lai e angosciate geremiadi sul genocidio che incombe sulla popolazione civile. Sembra quasi che le torme di Attila si stiano avventando su un asilo nido, anzichè l’esercito regolare di uno Stato sovrano, aggredito da mezzo mondo, che difende il proprio territorio liberando l’ultima provincia occupata da coloro che hanno sul proprio conto alcune centinaia di migliaia di civili e difensori massacrati e un paese devastato.

Una bimba, tre salvatori

Lontanissima da qualsiasi soluzione a vantaggio dell’incolumità dei siriani rinchiusi in Idlib, è per le fanfare dell’apocalisse di civili l’ovvia e unica ipotesi giusta e realistica. I governi che hanno alimentato l’assalto alla Siria reclutando in mezzo mondo briganti, Nato e Turchia in testa, se li riprendano e li rispediscano nei paesi d’origine: Tunisia, Marocco, Algeria, Egitto, Libia, Afghanistan, Qatar, Cecenia e paesi europei vari. Lo possono fare giacchè è dal loro soldo e dai loro armamenti che dipende questo mercenariato. E neanche a un bambino di Idlib verrebbe torto un capello. E agli Elmetti Bianchi la paga di  Londra gli toccherebbe spenderla alle slotmachine, anziché allestendo bimbetti verniciati di rosso. Purtroppo a questo osta la persistente volontà di Erdogan di congiungere Idlib all’altro enclave siriano occupato, Afrin, onde consolidare la sua presa sul questo territorio di confine siriano. L’altro essendo quello occupato dagli Usa con l’assistenza dei mercenari curdi.

Assad il chimico. Poteva mancare?
Immancabile, si risuscita lo screditatissimo stereotipo dell’attacco chimico da parte di un governo che di tutte le sue armi chimiche si è privato quattro anni fa, sotto sorveglianza internazionale, mentre armi chimiche in quantità si sono viste comparire tra i depositi e laboratori dei mercenari e quelle attribuite al governo sono risultate inesistenti. Attacco chimico ululato da tutte le bocche di vetriolo occidentali, alle quali si aggiunge, a rafforzamento della diabolizzazione dei russi, il rilancio della screditatissima farsa britannica dell’avvelenamento dei due Skipral, per mano di scriteriati agenti russi che l’altrettanto scriteriato Putin aveva spedito perché uccidessero vecchi spioni in pensione alla vigilia dei Mondiali di calcio in Russia. Tanto per suscitare più simpatia in Occidente.e vedersi appioppata qualche sanzione in più.

Un certo affievolimento dei latrati sui propositi chimici di Assad si è avuto quando l’intelligence siriana e russa sono riuscite ad anticipare il complotto e a documentare la fornitura di armi chimiche ai terroristi di Idlib tramite spedizioni organizzate dagli Elmetti Bianchi. Cosa che non ha scoraggiato Nicky Haley, la fuoriditesta ambasciatrice scassapaesi degli Usa all’Onu, che è andata avanti sulla minaccia chimica “indubbiamente di Assad” . Ma il più stolto e il più accanito della brigata non ha desistito. Un’eco, quella di Macron, che rimbalza tardiva e patetica, ma forse ancora funzionale alla provocazione. “Se usano le armi chimiche, interverremo” ha sparato a pancia in dentro e petto in fuori colui che “il manifesto” , gongolante per le ingiurie lanciate dal rothschildiano ai governanti italiani, ha nominato “leader del fronte progressista europeo”.


Concludiamo su Idlib, dove, al di là dell’amore litigarello tra Erdogan e Trump, si ricompongono gli interessi comuni degli sbranatori della Siria, titolari e surrogati. Nella provincia, strategicamente cruciale perchè sta a ridosso di Aleppo e Latakia, possiamo aspettarci l’ennesimo botto chimico, per poi farci lacerare il cuore dalle decine di bambini privi di vita, come quelli propinatici nel primo attacco chimico di Ghouta Est, con i bambini anche allora rapiti e sacrificati. Sarà una messinscena immonda, degna dei suoi manovali come dei mandanti, ma prima che un Ente ONU ne smascheri un’altra volta la falsità, i latrati dei bruti di guerra rischiano di essersi fatti sbranamenti e a tutti noi toccherà dire: non si poteva non farlo.

Sembrerà all’opinione pubblica  che le torme di Attila si stiano avventando su un asilo nido, anzichè l’esercito regolare di uno Stato sovrano aggredito da mezzo mondo, con l’uso della peggiore feccia terroristica rastrellata in giro, che difende il proprio territorio liberando l’ultima provincia occupata, con il sostegno di uno Stato vicino ostile, da chi ha sul proprio conto alcune centinaia di migliaia di civili e difensori massacrati e un paese devastato.
Comunque vada quella che sembra l’imminente battaglia di Idlib, e che potrebbe anche dimostrare che proprio per niente gli Usa e soci di minoranza si sono rassegnati ad abbandonare la partita per il cambio di regime e la disintegrazione dello Stato, non dovremmo dimenticare che un terzo della Siria resta sotto occupazione proprio degli Usa, facilitati  dagli invasori e pulitori etnici curdi e da quanti dell’Isis gli Usa hanno prelevato a Raqqa e rimesso in funzione contro la Siria.

Libia: o Haftar, o caos

Veniamo all’altro fronte che va riaprendosi alla grande. Quello della più riuscita applicazione della strategia imperialista del caos, adottata quando le soluzioni alla DDR, alla Honduras, alla Pinochet, o all’Ucraina, non riescono e ci si deve limitare a creare situazioni di disabilità permanente. E qui è ancora il “leader del Fronte Progressista Europeo” a dare la carte, stavolta con maggiore spazio concessogli dai fratelli maggiori, Usa e Regno Unito, come si fa col più piccolo quando pesta i piedi. Il quale, a sua volta, mette sotto quello ancora più piccolo, che neppure pesta i piedi, ma si rassegna a giocare col Lego.

Con una caterva di nomi di bande miliziane che, nella Libia lacera e insanguinata, si contendono fette di potere e territorio, ci hanno annebbiato la percezione di cosa succede nello Stato più avanzato, emancipato, prospero, giusto, dell’intero Continente (lo sancì l’ONU nel 2011, anno del risveglio dei mostri), quello di Muammar Gheddafi e della sua democrazia diretta e uguaglianza sociale. La situazione è più semplice e chiara di quanto gli sceneggiatori della crisi libica vogliano farci credere.
 
Haftar


Poker col morto
Mentre gli Usa e alleati maggiori stanno alla finestra, ma tengono pronte le proprie superiori forze d’intervento  militare ed economico, limitandosi sul terreno a operare con l’intelligence e le Forze Speciali, una formale delega alla ricolonizzazione del paese è stata data alla Francia e, come succedaneo ed eventuale strumento rivale in la minore, all’Italia. La prima, con la vera carta valida per un futuro unitario e di dignità nazionale, Egitto, governo di Tobruk e il generale Khalifa Belkasim Haftar, l’Italia con Fayez Mustafa Al Serraj e quel governo di Tripoli che assomiglia tanto al regimetto installato dagli Occidentali a Mogadiscio e il cui controllo non va al di là del cortile dei propri ministeri. Usa, Regno Unito, Francia. Tre giocatori e il morto. Noi.

Il governo di Tobruk è legittimato dall’ultimo voto popolare nell’intera Libia, quello di Tripoli dalle simpatie degli Usa e, quindi, di Onu e UE. Il primo controlla la più vasta  regione libica, la Cirenaica, con la maggioranza degli impianti e terminali petroliferi e del mare sotterraneo di acqua potabile, ed ha anche posizioni di forza nel meridione del Fezzan, dove gode dell’amicizia dei Tuareg, già sostenitori di Gheddafi, e in Tripolitani, a ovest, est e Sud di Tripoli. Intorno ad Haftar si sono raccolti coloro che non si sono rassegnati alla fine e alla demonizzazione della Libia di Gheddafi; l’ectoplasma Serraj si dice di poter contare su Fratelli Musulmani e integralisti Isis, suddivisi in bande concorrenti, che si disputano i quartieri di Tripoli e non hanno la minima prospettiva di poter avanzare pretese su territori più vasti.



Lasciando da parte le sedicenti brigate facenti capo a signorotti della guerra e boss locali, lo scontro in atto, al momento interrotto da una volatile tregua, è tra la Settima Brigata che avanza da Tahoura, area che personalmente constatammo essere, come Bani  Walid,  a Sud, roccaforte delle tribù maggioritarie in Libia, da sempre fedeli a Gheddafi, la Warfalla, e la Brigata Rivoluzionaria, definita Guardia Nazionale del governicchio di Serraj. Al soccorso di  questa, nelle ambasce per un’imminente presa di Tripoli da parte della Settima, Al Serraj, chiamò la Brigata di Misurata, unica forza militarmente credibile, composta dai capiclan della città che, nel dopoguerra, si rese responsabile delle peggiori atrocità contro i membri del precedente Stato e, soprattutto, contro la popolazione libica nera  e gli immigrati. I sopravvissuti alla caccia misuratina dei 2,5 milioni di lavoratori africani ospitati da Gheddafi, sono quelli che in gran parte stanno ora nei campi di raccolta, o ce l’hanno fatta ad arrivare da noi.

Il governo di Roma si ostina a voler apparire sostenitore di Serraj. Pare che al premier Conte Trump abbia promesso che, così facendo, l’Italia sarà sostenuta nella “speranza” di non dover cedere proprio tutto il petrolio ENI all’arrembante francese Total. Quella per il cui dominio sulle risorse del paese e, dunque, sulle sue istituzioni, due criminali di guerra, Sarkozy e Hollande scatenarono l’inferno. Confortati subito dalla vicina di casa e di salotto parigina, Rossana Rossanda, con la sua invocazione di una “guerra santa” “alla spagnola”, contro Gheddafi. Guerra santa poi allietata dallo sghignazzo della mancata (purtroppo per il “manifesto”) presidenta degli Usa, Hillary Clinton.


Fortunatamente non tutti sono creduloni a Roma e nei Cinque Stelle, specificamente con il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, si manovra discretamente anche in direzione di Tobruk, Haftar e dell’Egitto. A noi, per “tifare” l’unica forza che registri un vasto consenso popolare, che le elezioni  di dicembre vorranno sancire (se non sabotate dagli islamisti di Tripoli e loro sostenitori “progressisti” e ONU) basta il dato che tra le file di Haftar ci siano anche i gheddafiani, quelli dal parlamento di Tobruk riabilitati e da Tripoli condannati a morte e che si parli del figlio maggiore di Gheddafi, Saif al Islam, come possibile candidato alla presidenza. Ipotesi terrorizzante per i colonialisti, da cui il tentativo di rinviare le elezioni.

 
Macron in Mali


E non ci importa che Tobruk e Haftar siano anche tra le opzioni  di colui che il “manifesto”, di solito sostenitore di tutte le campagne lanciate dal Deep State Usa (Cia, FBI, Pentagono, Soros, neocon, media di guerra), definisce “leader del fronte progressista europeo”. Il “manifesto” sta con ciò che emana da Washington e liscia il pelo di Macron solo perché, alla luce dello scambio di contumelie tra Salvini e il rothschildiano di Parigi, lo individua come vero antagonista dei nostrani populisti xenofobi e fasciorazzisti. Lui, Macron, che sta mettendo a ferro e fuoco l’intera Africa settentrionale e subsahariana a forza di invasioni militari, innesto di terroristi da pretesto, depredazioni di risorse e impoverimento generale di milioni di africani; lui che con il CFA, la valuta coloniale grazie alla quale metà degli introiti di 14 paesi africani sono automaticamente trasferiti a Parigi, è riuscito a incrementare il flusso dei migranti per la maggiore soddisfazione di Ong, cooperative e mondialisti del meticciato. Migranti, peraltro, che il “leader del Fronte Progressista Europeo”, immobilizza a Ventimiglia e Calais, solo perché gli si eviti lo squallore dei fratelli nelle banlieu.

Lui, Macron, no. Lui non è né xenofobo, né fasciorazzista.

giovedì 6 settembre 2018

MASSIMO FINI REPLICA ----- Un uomo dalle forti convinzioni e dalle convinte cantonate

Scopro con piacere che il Fatto Quotidiano di oggi, 6 settembre 2018, ha avuto la correttezza deontologica di pubblicare la mia lunga risposta a un articolo di Massimo Fini sul tema di Als Sisi, migranti, Fratelli Musulmani, Regeni, Isis, che ho diffuso a suo tempo a tutti i miei contatti e che potete ritrovare sia nel blog, sia su Facebook (se non ancora rimosso).

Grida al cielo il conflitto, da un lato, tra l’arte demistificatoria delle manipolazioni, falsità, servi encomii e codardi oltraggi, praticati da giornaloni e televisionone di regime in favore dei propri editori di riferimento, che va riconosciuta al direttore Marco Travaglio, e, sull’altro versante, la sua complicità con un trattamento della politica estera nel FQ che dei difetti, peccati, vergogne, menzogne, superficialità, da Travaglio attribuiti agli altri, rappresenta la più turpe convalida e ripetizione. Tanto più apprezzo la disponibilità a pubblicare una critica forte, ma documentata,a una delle firme che il giornale considera tra le sue più prestigiose.




Nella mia lettera avevo riconosciuto a Fini esperienza e libertà. Non gli nego la seconda, non avendo elementi per farlo e riconoscendo però la sua direzione spesso ostinata e contraria nei confronti dei colleghi che si occupano di questioni internazionali. Mi vengono invece fondati dubbi sulla prima, l’esperienza, dato che ciò che si può dare davvero per storicamente dimostrato – i Fratelli Musulmani fondati dai britannici negli anni ’20 del secolo scorso e carta di ricambio colonialista contro la risorgenza araba, e l’Isis dimostrato ricettore di guida, finanziamento, armamento e obiettivi delle potenze occidentali, del Golfo e della Turchia per liquidare Stati arabi sovrani – al giornalista Massimo Fini risultano “espressione di una mentalità complottista”. Peccato che un giornalista di lungo corso come il nostro abbia dovuto ricorrere allo stereotipo più logoro di tutti coloro che devono coprire malefatte di cospiratori. Quelle sì.

Ecco la replica di Massimo Fini alla mia risposta:

“Che i Fratelli Musulmani siano al servizio degli inglesi mi pare espressione di una mentalità complottista che ho sempre rifiutato. E che l’Isis sia al soldo dell’Occidente mi pare far parte della stessa mentalità”.

Osservo che è già molto che Fini non abbia avuto nulla da ridire a proposito della mia descrizione dei trascorsi e del ruolo di Giulio Regeni. Che qui si stia aprendo finalmente uno spiraglio di sconcerto e dubbio sulle tante panzane raccontate dai martirologhi di occidentali a prescindere, giustizieri di professione degli arabi quando non obbediscono?

domenica 2 settembre 2018

PARTE SECONDA----- Sullo sfondo del Corno d’Africa normalizzato----- ORRORI ERITREI O ORRORI COLONIALISTI ?



Provo a postare su Facebook la seconda parte dell'articolo su Eritrea e cambiamenti strategici nel Corno d'Africa, con ripercussioni tragiche sullo Yemen. Vediamo se la rimuovono o se mi bannano. In ogni caso tutti questi materiali sono visibili su www.vk.com e su fulviogrimaldi.blogspot.com. I commenti si possono fare sia qui che sul blog.

Vedere cammello
L’Eritrea, come l’ho conosciuta io, frequentandola fin dalla trentennale lotta di liberazione dall’Etiopia e fino a oggi, non è questa. L’Eritrea per i colonialisti di ritorno ha gravi colpe che forse oggi va emendando. L’Eritrea era l’unico paese dei 52 africani che non ha mai accettato un presidio militare straniero, tantomeno statunitense o Nato. Sotto sanzioni, precisamente per questo, dall’inizio del secolo, ha dovuto cavarsela da sola, ma non ha mai chiesto l’assistenza del FMI o di altri organismi sovranazionali, ontologicamente ricattatori e giugulatori. Ripetutamente e in due guerre maggiori è stata aggredita dall’Etiopia (100 milioni di abitanti contro 4) su mandato delle sue potenze madrine: Usa e Regno Unito. Ha adottato un sistema a partito unico, che è quello che l’ha guidata nella lotta rivoluzionaria, Il Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea (FPLP). Sotto assedio economico, politico e militare del colonialismo di ritorno, ha saputo rendersi autosufficiente sul piano alimentare. Quella della spaventosa carestia, denunciata da “L’Avvenire”, è una bufala-pretesto per sollecitare un “intervento umanitario”. Con un sistema di dighe e bacini che raccolgono l’acqua piovana, l’Eritrea ha potuto salvarsi dalle ricorrenti siccità che affamano i popoli del Corno.

In ogni città eritrea, dove abbiamo visto vivere e lavorare una popolazione serena, libera di comunicare con lo straniero, di andare per le sue faccende, senza che vi si veda mai uno solo dei mille e mille poliziotti e soldati che presidiano le nostre democratiche strade, vi sono caffè internet aperti a tutti, frequentati anche da noi quando filmavamo per il nostro documentario. In ogni locale pubblico o albergo le menzogne dell’Avvenire sono smentite da televisori che trasmettono la BBC, la CNN, la CBS e altre emittenti delle presstitute occidentali. Quanto al famigerato servizio militare “a vita” , dura 18 mesi. I magliari dell’informazione includono in quel servizio perenne coloro che scelgono il militare come professione, che vengono richiamati per l’emergenza di una minaccia etiopica (per 25 anni l’Eritrea ha dovuto vivere in uno stato di no pace-no guerra) e che svolgono dopo il militare un servizio civile di alcuni mesi a sostegno dello sviluppo nazionale (scuole, edilizia, agricoltura, costruzione di infrastrutture, terrazzamenti, sistemi idrici).

 
visionando@virgilio.it


Tutto questo, con tante visite, tanti percorsi, tanti incontri, tante interviste, sempre liberi di parlare con chicchessia, studenti, operai, donne, intellettuali, artisti, baristi… Sandra Paganini e io lo abbiamo raccontato e fatto vedere nel nostro documentario: “Eritrea, una stella nella notte dell’Africa”. Una stella che il nuovo colonialismo, in sinergia con solidarismi buonisti degli accoglitori impegnati nella spoliazione dell’Africa, ha costantemente tentato di oscurare. Oggi non sappiamo se vi è riuscito. Ciò che pasolinianamente sappiamo è che la coordinata operazione Diciotti, eritrei, manifestazione milanese, orrori libici e relativo tsunami mediatico, sono l’ennesima offensiva delle forze colonialiste con le loro armi di distruzione di massa. Colonialisti che si trascinano dietro un sacco di gente in buonafede e ansiosa di compensare profondi sensi di colpa coloniali e razzisti, innestatagli dalla storia dei “valori euroccidentali”. Colonialisti che vedono crescere un fronte avverso che non solo conta di salvaguardare la propria sopravvivenza materiale e culturale, ma che inizia a rendersi conto come quegli africani in ininterrotto esodo sono destinati, insieme ai loro paesi d’origine che, prima di noi, con la loro agricoltura di sussistenza erano autosufficienti grazie ad autoproduzione e autoconsumo, a costituire con la propria manodopera schiavistica, la garanzia delle utilissime disoccupazione e povertà domestiche in Europa.

 
Caffè ad Asmara

 
Giro d’Eritrea internazionale con squadra italiana


Corno normalizzato. A vantaggio di chi?
Resta da dire dei clamorosi sviluppi che stanno cambiando la configurazione del Corno d’Africa e la sua collocazione geopolitica in una delle zone strategicamente più cruciali, militarmente ed economicamente, del pianeta, con tragici effetti sul vicino Yemen. C’è stata la sbalorditiva riconciliazione tra Etiopia ed Eritrea dopo quasi un secolo di conflitti intermittenti. E’ seguita nei giorni scorsi, l’altrettanto sorprendente accordo tra Asmara e il governo somalo, insediato dagli Usa, riconosciuto dall’ONU, ma non dalla popolazione somala, la cui resistenza (oggi sostenuta dagli islamisti di Shabaab) ne ha ristretto il potere su una ridotta parte della capitale Mogadiscio, mentre le aree staccatesi dal corpo centrale del paese, il Puntland  e il Somaliland, sono governate da autonominati autocrati di stretta osservanza occidentale.


Difficile dire in che direzione si muova il giovane premier etiope Abiy Ahmed. Ma osservatori esperti, come Finian Cunningham, danno meno peso ai suoi atti “liberali”, la scarcerazione dei prigionieri politici, la pacificazione delle tante minoranze, Oromo in testa, la pace, appunto, con Asmara, quanto a un apparente ritorno nella zona di influenza occidentale, in fattispecie americana. Non è che i suoi predecessori l’avessero antagonizzata, l’Etiopia era infestata da basi Usa e israeliane, ma poi ci sarebbe stato un rapporto sempre più stretto con la Cina, grande investitrice nelle infrastrutture e nell’agricoltura dell’immenso paese., soprattutto col precedente premier, Desalegn. Cosa sgraditissima a Usa e alleati europei e del Golfo, di cui avrebbe tenuto conto Abiy Ahmed raffreddando i rapporti con Pechino e tornando all’ovile. La situazione si chiarirà presto. Nel frattempo, però, a dispetto di quella che viene detta pacificazione interna, appaiono moti di rivolta sia in Tigray, il cui Fronte Popolare di Liberazione (FPLT) era al potere da decenni e si oppone alla pace con l’Eritrea, sia in Ogaden, regione al confine della Somalia, popolata da etnie somale e sottratta alla madrepatria da Menelik II nel 1897.

Nessun dubbio, invece, sul gradimento occidentale e dei paesi africani clienti, come Kenia, Uganda, Sud Sudan, per le recenti mosse del presidente eritreo Isaias Afewerki. Se si ricorda come le sanzioni all’Eritrea fossero state inflitte con il pretesto del suo appoggio alle milizie somale degli Shabaab, fa colpo, dopo la ricomposizione con Addis Abeba, anche l’amicizia tra Eritrea e regimetto somalo, sancito il 28 luglio scorso ad Asmara, dagli abbracci tra Isaias e il presidente-fantoccio somalo Mohamed Abdullah detto “Formajo”.


Somalia libera? Mai!
Sono stato testimone, per il TG3, prima della collega Ilaria Alpi, del tentativo degli Usa di rimettere le mani sulla Somalia, subito dopo che, nel 1991, una rivolta di popolo, guidata dal generale Mohamed Farah Aidid, aveva posto fine al trentennale potere assoluto di Siad Barre, grande amico di Craxi e grande protagonista del criminale traffico armi-contro rifiuti tossici allestito con l’Italia che costò la vita a Ilaria e a Miran Hrovatin. Intervistai sia Aidid, proclamato presidente, sia Ali Mahdi, un contropresidente inventato da Italia e Nato, da opporre ad Aidid che puntava a una Somalia unita e libera di vincoli capestro con l’Occidente. Il Tg3 pubblicò l’intervista con il fidato Mahdi, non quella dell’incontrollabile Aidid. A proposito, da che parte pensate io abbia trovato il presidio di Medici Senza Frontiere a Mogadiscio? Da quella del burattino dei neocolonialisti, ovvio no?.

Ci fu poi il fallito tentativo di Restore Hope, brigantesca spedizione ONU, di riprendersi la Somalia con la forza, culminato nella fuga degli Usa e dei suoi ascari, anche italiani. Aidid cadde in combattimento, una forza popolare di islamisti moderati, chiamata  Unione delle Corti Islamiche, riuscì nel 2006 a interrompere la devastazione del paese per mano di capiclan di una fazione filoccidentale e l’altra e a ricomporre nella pace l’unità della Somalia. Gli fu lanciata contro un’altra offensiva imperialista, prima utilizzando truppe etiopiche e poi una spedizione ONU, Amisom, che fece nuovamente strame del martoriato paese.


Accompagnati da continui bombardamenti Usa, truppe dei paesi vassalli, Uganda, Kenia, Ruanda, imperversano da allora, a forza di ogni sorta di violenza, contro la popolazione civile, in gran parte sostenitrice della resistenza degli eredi delle Corti Islamiche, gli Shabaab, detti parte di Al Qaida, sebbene, diversamente da questa e dall’Isis, non siano certo stati creati e finanziati da Usa e Golfo. Intanto in un albergo di Mogadiscio si pretende governo della Somalia una successione di pseudo-presidenti e pseudo- parlamenti nominati a Gibuti da Washington, Parigi e Londra. Ultimo questo Formajo. Tutti del tutto incapaci di evitare che gran parte del paese resti sotto controllo o esposto alle operazioni, anche contro i nemici della Somalia a casa loro, dei “terroristi” Shabaab.

 
Al Shabaab


Dimmi con chi vai…
E’ evidente il segno che si può dare alla disponibilità dell’Asmara di stringere amicizia e accordi vari con una simile entità. Come altrettanto drammaticamente evidente è il significato di una scelta come quella che, aperti i porti eritrei al lungamente agognato accesso al mare dell’Etiopia, ha concesso agli Emirati Arabi Uniti una base militare nella città portuale dancala di Assab, di fronte allo Yemen. Base che, come riferiscono fonti ormai non più smentibili, da chi sta compiendo genocidi in Yemen, insieme ai sauditi e sotto madrinaggio Usa e Nato, viene utilizzata per gli attacchi navali e aerei contro l’opposta riva del Mar Rosso, dove 22 milioni di civili, donne, bambini sono esposti a un blocco alimentare e di farmaci di una ferocia senza precedenti nella storia delle cosiddette democrazie. La vergogna di tale sudditanza agli interessi imperialistici di satrapi del Golfo e bellicisti occidentali è esaltata dal ricordo che fu lo Yemen a sostenere la lotta di liberazione eritrea e ad accoglierne combattenti e profughi civili in fuga dalla repressione etiopica.

 
Yemen


Resta qualche spiraglio di incertezza nell’interpretazione da dare alla pacificazione tra la piccola Eritrea e il gigante etiope. Nessuno spiraglio, invece, per quanto riguarda il sostegno ai necrofori di un genocidio. Il che, beninteso, nulla toglie al carattere razzista e colonialista di coloro che infamano l’Eritrea per ragioni false.

Ma adesso che l’Eritrea promette di entrare nel giro dei nostri amici e alleati, come la mettiamo con “gli orrori della dittatura”, cari “manifesto”, “Nigrizia”, “L’Avvenire”, Ong e umanitari vari? Niente più asilo politico automatico? Tutti clandestini?

https://www.youtube.com/watch?v=PUupPymm-Y8&feature=youtu.be (documentario sulla guerra allo Yemen)