martedì 5 maggio 2026

FULVIO GRIMALDI IL SULTANO BISCAZZIERE --- Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa

 

FULVIO GRIMALDI

IL SULTANO BISCAZZIERE

Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa

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Concorrenza? Convivenza? Connivenza?

O tutte e tre le strategie a seconda della fase?

L’ultimo pronunciamento severo di Recep Tayyip Erdogan su Israele è stato l’anno scorso una denuncia dei crimini commessi contro la popolazione di Gaza a dispetto delle tregue firmate. Ce n’era stata qualcun’altra prima, via via che le vittime salivano di decine di migliaia. Senza peraltro che questi dissapori interrompessero gli storici rifornimenti a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria) senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.

La stessa condanna, necessitata anche dai sentimenti di un elettorato musulmano filopalestinese, ci si sarebbe ora aspettata sugli analoghi crimini che lo Stato degli ebrei va compiendo in Libano, sempre a sistematica violazione di tregue firmate, e in Cisgiordania, nominalmente territorio palestinese occupato, ma in corso di annessione.  Ma Erdogan ha taciuto. Solo davanti all’assalto criminale e brutale alla nuova Flotilla in acque internazionali, a centinaia di miglia dalla Palestina occupata, e alla quale avrebbero partecipato anche barche turche, ha proferito un rimbrotto. Le cose cambiano. Vediamo come.

Anche la grottesca mistificazione democraticistica delle elezioni in Cisgiordania e in un campo profughi di Gaza, in assenza di Hamas e affidata in esclusiva al partito collaborazionista Fatah di Abu Mazen, con partecipazione tra il 22% e il 27%, che vale uno sputo in faccia dell’elettorato all’ANP, non ha suscitato una levata di sopracciglia. E neppure c’è stata l’interruzione delle storiche forniture a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria), senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.

Non pare esserci, tra Turchia e Israele, concorrenza in materia. Forse convivenza e, dunque, tolleranza, finchè si tratta di Libano e di Cisgiordania, per le quali aree non risulta, al momento, un diretto interessamento di Ankara. Che invece c’è, eccome, in molte altre parti di due continenti, Asia e Africa, tanto da non potersi evitare di parlare di un robusto sub-imperialismo ottomano. Sub, perché sempre più nettamente inserito nell’imperialismo USA, ora di stampo trumpista, dopo l’avvertimento dato da Obama, con il golpe del 2016 scopertamente originato negli USA, a un Erdogan in vena di giri di valzer.

Un imperialismo spiegato ad alleati e avversari, senza fronzoli legali o morali, da due recenti documenti USA: la Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS nell’acronimo inglese) e la Strategia per la Difesa Nazionale (NDS). Di cosa questi documenti comportino ci occupiamo più in là, quando daremo uno sguardo alla sinergia operativa Washington-Ankara per il Caucaso e l’Asia Centrale, tutt’intorno a Russia e Cina.

Tutto questo in risposta a quella nutrita schiera di analisti che, sorvolando sugli elementi strategici della geopolitica di Erdogan, preferiscono evidenziarne gli aspetti condivisibili, quali i tentativi di mediazione tra Mosca a Kiev (che tuttavia non impediscono la fornitura a Zelensky di armamenti), lo sblocco del grano ucraino da vendere in Africa, l’apparente neutralità nel conflitto sull’Iran, o. appunto, le sporadiche espressioni di biasimo nei confronti di Netanyahu.

Neottomanesimo dal Mediterraneo all’Africa

Al netto di un regime repressivo che vede l’impossibilità della società turca di darsi un’opzione alternativa a Erdogan e al suo AKP, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, al netto anche di una crisi economica endemica, la Turchia si distingue per grandi ambizioni espansionistiche. Un dinamismo che abbiamo visto materializzarsi poco dopo la distruzione della Libia e l’installazione a Tripoli, con il consenso ONU (essenzialmente USA e UE), di un regime di bande di spolpatori di risorse e di trafficanti di carne umana, ben simboleggiato dal noto Usama Almasri, di nordiana memoria. Il compito assegnato da noi e dall’Europa a questa finzione di Stato è quello di regolare, nel segno del ricatto, i flussi di migranti tra Africa Nera ed Europa.

Alla determinazione di una striscia di mare con giacimenti di gas su cui vantare una primazia, corridoio che va dalla costa Egea al mare libico, Erdogan accompagna l’invio di truppe che ne assicurino il controllo e, nell’immediato, assicurino la propria tutela alla malferma criminalità organizzata fatta passare per governo libico.

Grazie a esse, Tripoli saprà resistere all’offensiva del parlamento legittimo libico, espulso nel 2014 da Tripoli e insediatosi a Bengasi, le cui forze armate sono guidate dal generale Haftar, che controlla tutta la Libia tranne la Tripolitania e sostiene la candidatura a presidente del figlio di Gheddafi, Saif al Islam. Candidatura che il concerto Nato, che da Tripoli amministra il caos libico, ha prontamente fatto annullare.

 

Said al Islam Gheddafi

L’impresa libica del sultano precede una penetrazione nell’area più strategica dell’intera regione, il Corno d’Africa con lo Stretto di Bab el Mandeb e il Mar rosso, transito di quasi metà del commercio mondiale. E qui entriamo nella fase della concorrenza-convivenza con Israele, che, come già in Siria, assume la forma della spartizione. Israele non aveva finito di porre la ceralacca sotto il suo riconoscimento di uno dei tanti frammenti secessionisti della Somalia, il Somaliland, subito inserito negli Accordi di Abramo, che si è ritrovato faccia a faccia con i turchi. L’interesse turco, del tutto sovrapponibile a quello di Tel Aviv, ma stavolta nettamente concorrenziale, per uno sbocco sull’area di transito da Oriente a Occidente, come per una porta d’ingresso al continente, si è concretizzato con una precipitosa partnership con Mogadiscio, capitale del frammento maggiore di quel che resta dell’antica colonia italiana.

Facendosi assegnare dall’ennesimo governicchio fantoccio USA che, grazie ai bombardamenti di Trump, sopravvive all’endemica rivolta islamica degli Al Shabaab, basi militari, l’addestramento delle truppe somale, diritti – anche qui - di ricerca di idrocarburi e addirittura la sicurezza marittima, ecco che sul cruciale Golfo di Aden, a dispetto degli ostici nazionalisti yemeniti ed eritrei, si impone una determinante presenza turca. Indirettamente NATO. Introdottosi nella regione con il cappello del mediatore nelle perenni dispute territoriali grazie alle quali l’Etiopia divora fette di Somalia, Erdogan fa ancora una volta la figura, benvista dall’ipocrisia diplomatica occidentale, di una forza tranquilla e ragionevole in regioni del mondo tormentate da conflittualità.

La spartizione della Somalia tra Israele e Turchia, all’ombra della supervisione USA, richiama quanto, a partire dalle crisi arabe del 2011, le due potenze mediorientali che si vorrebbero globali, o perlomeno multiregionali, hanno combinato in Siria. Siamo sempre nelle fasi di una concorrenza moderata, pro tempore, dalla connivenza.

Siria delenda, dalla connivenza alla confliggenza?

La demolizione e frantumazione di quello che, dopo la distruzione dell’Iraq, era rimasto nel Mashreq l’ultimo grande Stato arabo in grado di contenere l’espansionismo israeliano e sostenere la causa palestinese, si potrebbe definire il capolavoro soprattutto di Erdogan. Sicuramente qualcosa di più di un Proxy, agente per procura, dell’imperialismo e del sionismo, ma assolutamente in linea con i propositi strategici di queste due espressioni del dominio globale.

Protagonista, con istruttori USA e finanziamenti sauditi, dell’aggressione del 2011 delle operazioni militari sul terreno, più indispensabili delle bombe di Obama, Trump e Netanyahu, Erdogan aveva saputo ritagliarsi un ruolo decisivo dall’inizio alla fine. 13 anni dopo, Damasco cadeva sotto l’assalto delle forze mercenarie Al Qaida-Al Nusra-Isis , rastrellate da turchi e sauditi in vari paesi musulmani, allevate, addestrate e armate nei campi turchi e giordani, curate negli ospedali israeliani sul Golan (con tanto di visita e complimenti di Netanyahu in corsìa).

Questa massa di tagliagole, le cui orripilanti nefandezze ho conosciuto attraverso i racconti di testimoni, sopravvissuti e i video che i loro autori giravano, a titolo di intimidazione, ai cellulari dei cittadini siriani in tutto il paese, è forse, insieme a quanto si va compiendo dall’IDF a Gaza, il più agghiacciante esempio di subumanità che si sia mai manifestato.

Erdogan, impadronitosi del governatorato siriano settentrionale di Idlib, vi aveva installato una parte cospicua di tale mercenariato e, mentre, sotto protezione statunitense, i curdi adottavano simili misure nel nordest siriano con la scusa di combattere l’ISIS, ne aveva fatto un pezzo di Turchia. Una popolazione di 1,5 milioni era sottoposta alla tirannia sanguinaria di un’occupazione militare che si era appropriata anche di tutte le funzioni economiche, produttive e commerciali.  

Con la presenza russa evaporata nel giro di ore, una Siria menomata da tredici anni di guerra, saccheggi, devastazioni bombarole, sanzioni, soverchiante forza militare, con il bonus di un’occupazione curdo-statunitense del Nordest che l’aveva privata delle risorse agricole e petrolifere e l’ulteriore aggravio di uno spaventoso terremoto nel 2023, l’esito era scritto.

Meloni e Al Sharaa

A Damasco viene insediato il tagliateste per eccellenza, prima Al Jolani, ora Ahmed al Sharaa, capo di una congrega mercenaria di terroristi sanguinari come raramente ne aveva visti il mondo. Di quelli che mandavano in giro le foto di soldati siriani scuoiati e appesi agli alberi. Lo riconoscono, incontrano, ricevono tutti: Trump, Putin, Netanyahu, Meloni e, naturalmente, Erdogan. La connivenza negli anni della guerra diventa partnership nella spartizione dei quarti da divorare: Turchia al Nord, Israeliani al Sud, arrivati con la scusa di difendere i drusi emarginati dall’ISIS di regime, ai tagliagole il resto. I curdi, traditori traditi, dopo qualche scaramuccia con i governativi, restano al palo, nella zona da sempre abitata. I loro combattenti vengono incorporati nel nuovo esercito detto siriano.

C’è chi vede nella spartizione della Siria e in un Israele che a tutto è disponibile fuorchè a uno status di parità con altri, il seme dell’inevitabile scontro tra un Grande Israele e una, per esso inaccettabile, Grande Turchia. Ha da venì. Per ora sono commensali. Conviventi e conniventi.

Si va nel Caucaso

Raggiunti i suoi obiettivi in Siria, in concorso con Israele e sotto tutela USA, il neosultano gioca una nuova mano di poker in Asia e, grazie al ruolo di ferro di lancia USA-NATO, garantitogli dall’obiettivo implicito dell’assedio alla Russia (alla Cina ci pensa la minoranza musulmana e turcofoni dello Xinjiang, dedita ad attentati e presuntamente repressa da Pechino) pare in grado di portarsi via piatto, mano e partita. L’apertura è di Ilham Aliyev, già governatore sovietico dell’islamico Azerbaijan, mutatosi in dittatore e fattosi partner di Erdogan, fiduciario degli USA e minaccia incombente sul confinante Iran. Densa di interrogativi, dalle facili risposte, quell’elicottero presidenziale iraniano che nel 2024, venendo da Baku, capitale azera, sorvola una base del Mossad sul confine con l’Iran, per poi precipitare con esito mortale per il presidente iraniano, Ibrahim Raisi).

 

Dotato dell’appoggio logistico del fratello musulmano di Ankara e di armamenti israeliani, nell’autunno 2020 Aliyev attacca l’enclave armena del Nagorno Karabakh, formalmente riconosciuta parte dello Stato azero, ma proclamatasi Repubblica dell’Artsakh. L’Armenia, storicamente alleata della Russia, ma dove nel 2018 una rivoluzione colorata alla CIA ha portato al potere Nicol Pashinyan, che ha subito allontanato il paese dalla sfera d’influenza russa, non s’impegna nella difesa dell’enclave. Una serpe in seno. Con l’annessione di gran parte della regione, la vittoria è azera, seppure temperata da un accordo che vede truppe russe collocate a difesa di quanto resta dell’enclave nel corridoio che la divide dall’Azerbaijan. Accordo che durerà poco. Oggi i russi della forza di peace keeping non ci sono più. Nel 2025 sono stati ritirati.

Azerbaijan, Kazakhistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan. Sono il passaggio obbligato dall’estremo Oriente all’Europa. Tutti guardano politicamente, linguisticamente e confessionalmente ad Ankara. Alla quale guarda anche la Repubblica Turca di Cipro Nord. Erano, nel Caucaso, gli Stati musulmani dell’URSS. Dal 2009 sono l’OTS, l’Organizzazione degli Stati Turcofoni, una realtà dotata di immense risorse naturali, soprattutto energetiche, internazionalmente sempre più assertiva e influente, dotata di capillari infrastrutture, in parte risalenti all’epoca sovietica, in parte creazione cinese. 

Cambia il paradigma geopolitico in Asia Centrale

 

Vi vivono 170 milioni di musulmani, hanno un PIL aggregato di 2 trilioni. I loro organi sono un Consiglio dei Capi di Stato, il Consiglio dei Ministri degli Esteri e organismi specializzati per cultura, economia, sicurezza. Sono la fonte, ad Ankara, per sogni di unità turca. Nel 2021 la Dichiarazione di Shusha, firmata con la Turchia, ha elevato le relazioni bilaterali ad alleanza formale con difesa congiunta. Russia e Cina ne sono rimasti fuori. Uno dei primi atti è stato l’apprezzamento “per gli sforzi profusi dalla Turchia in Siria”. Agli USA non potrebbe andar meglio, visto che il più potente alleato in NATO si è fatto ponte tra loro e questa realtà allineata lungo i confini meridionali della Russia. Tutti gli Stati dell’OTS hanno plaudito all’impresa turco-azero-israeliana contro l’Armenia cristiana.

Subito evidente l’interesse degli USA per questa struttura collocata a ridosso delle due potenze mondiali concorrenti, nel cuore dell’Asia dove si trovano almeno 25 dei 45 minerali essenziali per le tecnologie Big Tech. Segue l’intenzione di investirvi un significativo capitale politico, con offerte di collaborazione in materia di economia e sicurezza, come manifestate ai primi dell’anno con la visita alla regione del vice presidente, J.D.Vance, Vi si è deciso il consolidamento della cosiddetta Rotta Internazionale di Trump per la Pace e la Prosperità, il TRIPP, un corridoio  di trasporti di 43 km che unisce Turchia, Armenia, Azerbaijan e Kazakhistan e rimpiazzerebbe un analogo corridoio logistico, lo Zangezur, concordato con la Russia dopo la guerra del Nagorno Karabakh. Il monitoraggio di questa arteria strategica, sotto supervisione turca, verrebbe affidato a un gruppo multinazionale di paesi NATO, comprendente personale tecnico turco e statunitense.

Turchia, sempre meno Montreux e sempre più NATO

Per completare l’assedio della Russia, non potendosi parlare ancora di accerchiamento visto il confronto aperto sull’Artico, bisognava assicurarsi il controllo del Mar Nero, mare dai paesi rivieraschi europei, integrati dal meticcio turco, da un frammento di costa della Georgia e dalla Russia che occupa quasi per intero la costa orientale. E’ il mare che apre, e chiude, lo stretto dei Dardanelli, un passaggio non cruciale come quelli di Hormuz, o di Bab el Mandeb, ma, come s’è constatato a partire dalla guerra in Ucraina, di notevole importanza logistica e geopolitica. Chi ne detiene le chiavi possiede capacità di convinzione.

Un tempo l’assetto pacifico e neutrale della regione era assicurato dalla Convenzione di Montreux. Venne firmata il 20 luglio 1936 da TurchiaFranciaGreciaRomaniaRegno Unito e Unione Sovietica. Aveva lo scopo di regolamentare la navigazione ed il passaggio attraverso lo Stretto dei Dardanelli, il Mar di Marmara ed il Bosforo. Nella convenzione, per garantire la sicurezza agli Stati che si affacciano sul Mar Nero, è affermato il riconoscimento della piena libertà di transito delle navi mercantili di qualsiasi bandiera in tempo di pace, con la sola condizione di soddisfare i diritti di transito e le prescrizioni sanitarie. In tempo di guerra la libertà di passaggio e navigazione per i mercantili dei paesi neutrali.

Su questo assetto, reso già traballante dalle operazioni militari condotte da ucraini e russi nella guerra in corso, interviene ora la mano pesantissima della NATO, anche stavolta in versione ottomana. Lo caratterizza la strategia USA intesa a azzerare la cooperazione energetica tra Russia e UE e impedire a quest’ultima di costituirsi in rivale commerciale. A questo scopo la NATO, che paradossalmente include una maggioranza di paesi europei, serve agli USA da cavallo di Troia in Asia. L’emergere dell’Iran quale attore di primo piano nella regione e oltre, e di “competitor” in grado di paralizzare le manovre egemoniche israeliane, ha acuito l’interesse degli USA e, dunque, l’impegno della NATO.

E se tra Putin e Trump sembra esserci confluenza di intenti, almeno nel breve periodo, qui siamo alla frizione. E qui Erdogan, il biscazziere, si gioca una mano che spera di successo come quelle di Siria, Libia, Corno d’Africa. E ha fretta. Come ogni tanto eruzioni di contestazione dimostrano, la sua base sociale, perlopiù afflitta da gravi problemi economici, inflazione in testa, si rivela frammentata tra diversi segmenti - governo, opposizione, accademia, media, laici, integralisti, kemalisti – con differenti e confliggenti paradigmi. Le elezioni generali del 2028 non sono lontanissime. Le fughe in avanti geopolitiche del sultano biscazziere sono motivate anche da questa condizione. E puntano a rafforzarlo mediante l’integrazione di Ankara negli obiettivi USA, qui vestiti da NATO, mettendo a rischio la neutralità attiva imposta alla Turchia dall’articolo 19 di Montreux.

Tocca al Mar Nero

 

Gli attacchi ucraini all’infrastruttura energetica turca del Blue Stream e del Turkish Stream che, col TAP, alimentano anche l’Italia, non hanno dissuaso Erdogan dall’aderire nel 2025 alla “Coalizione dei Volontari Ucraini”, estensione operativa della NATO, mossa che viola la Convenzione di Montreux, ha irritato Mosca e ha trasformato una neutralità tattica in allineamento strategico.

Incirlik in Turchia è, dopo Rammstein in Germania, la più grande base USA-NATO e ospita 100 bombe atomiche. Nessun Sanchez, qui, ha mai contestato il suo uso per le aggressioni ai paesi vicini da obliterare (con non marginali guadagni anche per la Turchia).  Adana fa il paio con Incirlik. E’ una delle principali città turche e, dalle coste dell’Egeo, vede Cipro e le coste libanesi e della Palestina occupata. Prima degli eventi del 7 ottobre 2023, la Turchia era già membro della Combined Joint Task Force – Operazione Inherent Resolve, una formazione militare multinazionale, e della NATO Response Force, forza di risposta rapida della NATO. Ora, con l’installazione ad Adana del Quartier Generale del Corpo Multinazionale NATO (MNC-TUR), fatto passare per risposta alla “minaccia iraniana”, ma realizzato a seguito dell’operazione “Alluvione di Al Aqsa” del 7 ottobre 23, si perfeziona il processo di integrazione turca nella strategia di guerra a 360 gradi di Israele.

Di questo Quartier Generale è programmata nello Stretto dei Dardanelli, ad Anadolu Kavagi Beykoz, località all’imboccatura del Mar Nero, una componente del Comando Marittimo della NATO. Per questa violazione NATO della Convenzione di Montreux i turchi avevano presentato il pretesto delle mine vaganti seminate dalla guerra in Ucraina, ignorando il precedente provvedimento, del 1.luglio 2024, concordato tra Turchia, Romania, Bulgaria, per una soluzione regionale del problema.

Si tratta di un cambiamento storico. La creazione di una Forza Congiunta d’Intervento nel Mar Nero assicura alla NATO una continuità istituzionale e operativa dal Mediterraneo ai confini russi e al Mare di Azov, minando un equilibrio che la Convenzione di Montreux aveva assicurato per quasi un secolo. Il Nulla Osta di Ankara trasforma la Turchia in una struttura avanzata per il confronto con la Russia.

Resta da chiedersi dove si fermeranno i tentacoli della piovra neo-ottomana, oggi braccio armato della Coalizione Epstein. Secondo alcuni l’esito non potrà che comportare l’eliminazione di uno dei due galli nel pollaio mediorientale, Grande Israele e neo-ottomanesimo, da concorrenza-convivenza-connivenza, alla confliggenza. E qui la partita vedrebbe al tavolo un altro giocatore, quello a stelle e strisce, con in mano le carte migliori.

Come finirà la partita sta in grembo a Giove. Ma almeno conosciamo giocatori e posta..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 29 aprile 2026

Regeni, Venezuela, Cuba --- E’ LA VERITA’ CHE E’ RIVOLUZIONARIA --- Su certi assist alla narrazione del nemico

 

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Chi era e a chi serviva Regeni

L’hanno detto George Orwell e, prima di lui, Antonio Gramsci e l’ha pagato con la vita Giacomo Matteotti. E, oggi, 75mila palestinesi.

Comincio da Giulio Regeni, caso esemplare del quale mi sono occupato più volte per aggiungere elementi cognitivi che venivano ostinatamente ignorati dal racconto mainstream, dalla magistratura, dall’intero quadrante politico. Uno sforzo compiuto in splendido isolamento, non fosse che, all’inizio della vicenda, 2016, anno del ritrovamento al Cairo del corpo di Regeni, qualche foglio osò rettificare, con qualche pur innegabile notizia, la versione sacralizzata da media e politica.

La vicenda è tornata di attualità in occasione di uno stanziamento rifiutato - cosa giudicata vergognosa - a chi ne intendeva trarre un documentario. Naturalmente un dettagliato documentario, al quale anch’io, il generale Tricarico, politici italiani, avevamo dato un contributo, è rimasto innominato: lo avevano fatto gli egiziani.

Emblematica è stata la risposta dei rinomati “fact checkers” del giornale online “Open” di Mentana. All’elenco dei motivi e fatti per cui legittimamente giudicavo quanto meno opinabile la versione ufficiale sulla morte di Regeni, si era risposto sbrigativamente con il concetto dannante di “complottismo”. I dati oggettivi citati non meritavano menzione. Li riassumo, a beneficio di chi voglia farsi un’idea, sia della rinnovata denuncia di un assassinio attribuito ai servizi del presidente egiziano Al Sisi, sia delle basi di un processo romano, ovviamente stagnante, contro alcuni imputati scelti tra quanti dei discutibili e molto approssimativi testimoni hanno suggerito al tribunale.

Il corpo di Regeni, con segni di tortura, viene ritrovato su uno stradone, non lontano dal centro del Cairo. Esattamente nel giorno e nelle ore in cui una delegazione politico-industriale italiana si incontra con i vertici egiziani per discutere di investimenti e, in particolare, del ruolo dell’ENI nel giacimento di gas prospiciente le coste egiziane. Un siluro all’intesa. Di conseguenza l’incontro viene sospeso. Non verrà mai più ripreso. Sul giacimento si affacceranno le compagnie petrolifere angloamericane.

 

Regeni ha alle spalle una vasta famigliarità con Israele e il Medioriente e anni di lavoro per Oxford Analytica, impresa di spionaggio industriale e politico capeggiata da John Negroponte, gestore di squadroni della morte in Centroamerica e Iraq, da Colin McColl, ex-capo del MI6, servizio segreto britannico e da David Young, l’organizzatore per Nixon dello scandalo Watergate.

Un progetto eversivo

Il giovane ricercatore di Cambridge, in partenza per una missione al Cairo, da una sua tutor, Maha Abdel Rahman rappresentante dei Fratelli Musulmani (il movimento di cui faceva parte il presidente Mohammed Al Sisi, spodestato da una rivoluzione popolare), viene indirizzato a una sua omologa dell’Università Americana al Cairo, Rabab El Mahdi.  La Rahman si sottrarrà agli inquirenti italiani e non sarà più infastidita. Qui Regeni individua un interlocutore nella figura di Mohammed Abdallah, capo dell’importante sindacato del commercio informale.

In un video, ampiamente circolato, gli prospetta un affare da 10.000 dollari che Abdallah vorrebbe utilizzare per le cure della madre, malata di cancro. Regeni glielo nega chiedendogli invece un “progetto tipo 25 gennaio”. Il 25 gennaio 2011 il presidente Mubaraq viene rovesciato dalla sollevazione popolare. Abdallah si insospettisce e riferisce tutto a un commissariato di polizia. Se la missione di Regeni era quella di trovare chi rinnovasse un tentativo di destabilizzazione del governo, l’opera era fallita e il suo protagonista risultava bruciato. Poteva servire a eventuali mandanti se delle sue torture ed esecuzione fossero state accusate le autorità egiziane. Con conseguente inevitabile crisi nei rapporti italo-egiziani.

Formazione d’élite

Riveste un certo significato la formazione di Giulio Regeni. I vari gradi d’istruzione si svolsero in un istituto a Trieste della catena dei costosissimi “Collegi del Mondo Unito”, fondati dal tedesco Kurt Hahn e destinati alla formazione delle élite europee. Nella sua filiale di Edimburgo si sono diplomati perfino i membri della Casa Reale britannica. Resta agli atti un documento firmato da Hahn e indirizzato ad Allen Dulles, direttore della CIA, in cui ai servizi USA si offriva una collaborazione per il reclutamento e la formazione di giovani leve “utilizzabili per la destabilizzazione dell’Unione Sovietica”.

Cosa c’entra l’Egitto di Al Sisi?

L’Egitto, oltre 100 milioni di abitanti, posizione strategica di porta tra Africa-Medioriente e Mediterraneo, controllore del Canale di Suez dal quale passa un 40% del commercio globale, partner ambito da vari paesi europei per le opportunità di investimento in infrastrutture e per forniture energetiche offerte dallo scoprimento di vasti giacimenti, è l’ultimo grande paese sopravvissuto alla frantumazione del mondo arabo: Iraq, Siria, Libia, Libano. Non rappresenta una minaccia al colonialismo ed espansionismo israeliano e USA, nel conflitto palestinese persegue una funzione di mediazione, ha buoni rapporti con Washington, da cui riceve armamenti.

Ha dovuto combattere, dopo la cacciata del presidente Fratello Musulmano Mohammed Morsi, che aveva imposto la Sharìa, proibito gli scioperi e assistito all’incendio delle chiese cristiane ad opera dei propri seguaci, una feroce ondata di terrorismo ISIS, culminata in una guerra civile nel Sinai.

 Putin e Al Sisi

Intrattiene, a partire dalla presidenza Al Sisi anche buoni rapporti con Mosca; in Libia sostiene la riunificazione del paese perseguita dal governo dell’uomo forte Haftar contro il regime dei trafficanti di carne umana installato dai turchi a Tripoli; in Sudan è schierato dalla parte del Governo di Transizione, in contrasto con gli Emirati Arabi Uniti, punta di lancia degli Accordi di Abramo con Israele, che sostengono le Forze d’Intervento Rapido; ha un contenzioso con l’Etiopia filo-occidentale che, con la nuova diga del Rinascimento, gli ha ridotto il flusso vitale del Nilo.

Insomma, la sua è una posizione al tempo stesso moderata, ma anche fastidiosa per interessati vari. E rimane, al di là delle scelte politiche contingenti, una grande paese arabo di enorme rilievo strategico.

Venezuela e Cuba, casi gemelli?

La verità in quanto rivoluzionaria non può essere sopraffatta da qualsiasi altra considerazione che, comunque, la tradirebbe. Il discorso è tornato di grande e grave attualità con il Venezuela e va preso in esame anche per Cuba, di cui parleremo poi.

Di Venezuela e di quello che è davvero successo a partire dal rapimento del presidente Maduro e di Celia Flores e dai bombardamenti USA senza risposta, mi sono parecchio dilungato su L’Antidiplomatico. Ci sono state reazioni che, diversamente da quanto i fatti, da me minuziosamente elencati, dimostrano inequivocabilmente, valutano il comportamento del vertice venezuelano, quello dei fratelli Delcy e Jorge Rodriguez e loro squadra, come una necessaria, per quanto imposta, “ritirata strategica”. Per evitare che la ritirata “strategica” non si risolva in resa, come con Napoleone in Russia, o connivenza, sarebbe stato il caso di parlare di ritirata “tattica”.

Si insiste su una presunta similitudine tra il golpe contro Chavez del 2002, risolto dalla rivolta di popolo nel giro di 48 ore e dalla conseguente continuità, anzi da un rafforzamento del processo rivoluzionario, e gli eventi del 3 gennaio di quest’anno. Sono passati quasi 4 mesi è Maduro e moglie restano in carcere a New York. In Venezuela a tumultuare per la loro liberazione è il popolo.

Il dopo-Maduro e i nuovi rapporti con Washington

Molti dei fatti che hanno definito la fisionomia di questa vicenda sono ancora da individuare, ma molti, incontrovertibili, sono stati identificati ed elencati nel mio precedente intervento. In breve sintesi, si tratta dell’immediato arrivo a Caracas dei dirigenti massimi dell’apparato militare, di intelligence, energetico, economico, degli USA, con relativi diktat sugli indirizzi da adottare. Ne sono seguiti il rilascio di tutti i prigionieri, improvvisamente divenuti politici, la decapitazione dei vertici militari venezuelani, l’apprezzamento di Trump per la nuova direzione, l’adozione di misure che hanno completamente stravolto l’impostazione gestionale e sociale bolivariana, già monopolio dello Stato, delle risorse petrolifere, la cessazione delle vitali forniture a Cuba. Con tanto di compartecipazione di compagnie private, eminentemente statunitensi, all’intero processo relativo a queste risorse, dall’estrazione alla commercializzazione. Alcune proprietà sottoterra sono state cedute.

Per il Venezuela, come per Cuba, per l’Iran, per la Palestina, per la Russia e la Cina e per qualsiasi realtà che, oggettivamente o soggettivamente, si ponga in opposizione dichiarata, o, quanto meno, di intralcio all’imperialismo e al colonialismo, vale su tutto un principio: una difesa senza “se”.

Principio che non può non avere valore incondizionato e vincolante se si parla di difesa dal popolo, del paese. Ma riferendo il principio a governo e classe dirigente, ci si aspetta che sia fisiologico e imperativo rinunciare anche a ogni “ma”? Qui si apre la contraddizione. Che nasce dal carattere rivoluzionario insito nella verità. Senza la quale ogni inganno, doppiezza, finzione, ipocrisia, calcolo, trovano modo di svicolare. Da essere pensante e volenteroso, per quanto inadeguato, antagonista dell’esistente, qualche “ma” va mantenuto.

In Venezuela un popolo quasi intero, cosciente della sua identità e della natura del nemico, sono mesi che è mobilitato contro quanto gli è stato tolto e quanto gli è stato imposto. Lo fa, a sentire i miei amici di quell’autentica avanguardia nella storica difesa del chavismo che è il quartiere “23 de Jenero” con la sua Coordinadora Simon Bolivar, perché crede ciò che la presidente “ad interim”, Delcy Rodriguez, garantisce: continuità della rivoluzione. Visti i fatti, che dimostrano come si tratti di una continuità ampiamente incrinata, la posizione di queste masse irrequiete si potrebbe interpretare come sforzo di condizionamento nei confronti del nuovo governo. Anche di messa in guardia.

In tutto questo, posso sbagliare. Non per quanto il governo, con la “pistola puntata alla tempia”, come si usa ricordare, ho riferito abbia fatto in questi mesi, ottenendo, non la restituzione del presidente rapito, ma l’approvazione alla propria sopravvivenza. Fisica e al potere. Nella dichiarata continuità e nella sostanziale rottura rispetto al cammino tracciato da Ugo Chavez. Ho ogni comprensione per chi si ostina a oscurare i lati drammaticamente negativi di questo spodestamento, per illuminare quelli di una necessità che imporrebbe solo ripieghi temporanei. Tante delle nostre vite si sono intrecciate a quelle del Venezuela e rimane difficile districarsene.

Onestà intellettuale, ma più ancora rispetto per questa storia e il suo popolo, impongono, però, che, negandolo, non si dia copertura a un crimine dell’imperialismo e a chi gli ha fatto da basista e palo.

Cuba, hasta siempre?

Le afflizioni da Trump imposte a Cuba con il totale blocco energetico che annulla la lieve attenuazione del bloqueo concessa da Obama e intensifica lo strangolamento già adottato nel suo primo mandato, sono di una portata inimmaginabile. Come chiudere qualcuno in una stanza e aspirarne l’ossigeno. Le spedizioni di solidarietà giunte nell’isola hanno ampiamente documentato gli esiti di questa asfissia di tutto un popolo: non funziona più niente, né i trasporti, né la produzione, né l’agricoltura, né gli ospedali, né le scuole.  I capisaldi della rivoluzione, sanità e istruzione, un dono al mondo, vivono la paralisi dei medicamenti e delle attrezzature. E la società che si è mantenuta salda, coesa, determinata e autodeterminata per oltre sei decenni, rischia di sfaldarsi e cadere a pezzi. Sarebbe stato inimmaginabile, qualche anno fa, vedere il poco carburante venduto ufficialmente per bisogni collettivi, rivenduto sottobanco a prezzo decuplicato.

Il dato innegabile è che i cubani non ce la fanno più. Difficile trovarne di quelli che sarebbero disposti a rinunciare alla sovranità del loro Stato, all’impostazione socialista, e che non sarebbero pronti a opporsi con le unghie e i denti a un’eventuale invasione. Che non ci sarà, se non con i codardi bombardamenti già sperimentati in tutte le aggressioni trumpiane. La memoria della disfatta della Baia dei Porci è ben presente ai comandi USA, a dispetto del cubano, gusano, Marco Rubio, storico capo della mafia cubana di Miami e determinato a radere al suolo Cuba per appropriarsene e “offrirla in dono a Trump”, come ha detto con la tipica fraseologia del presidente e dei suoi scherani.

Qui, però, si evidenziano le solite divaricazioni all’interno dell’establishment. Proprio quelle che la propaganda trumpiana attribuisce ai gruppi dirigenti dei paesi aggrediti, Iran, Venezuela, Libano, dove gioca propagandisticamente sulla solita spaccatura tra ultraconservatori, irrimediabilmente cattivi, e pragmatici degni di considerazione. E che, se proprio esistono, non sono che l’espressione di una fisiologica dialettica che si sviluppa in situazioni d’emergenza

A Washington, però, indirizzi strategicamente divergenti si erano già manifestati in occasione dell’assalto al Venezuela dove, sulla volontà di spazzare via tutto, era prevalsa la linea di Trump e della sua Intelligence di provare a condizionare il gruppo dirigente, imponendogli, consentendo l’apparenza della formale continuità bolivariana, un drastico cambio di direzione da stravolgere, se non la fisionomia, la sostanza delle istituzioni.

Luci e ombre

Ci sono le premesse per un esito simile a Cuba? Si sceglierà l’opzione Rubio, condivisa dal sionista cristiano ministro di Guerra, Pete Hegseth, che punta a una rivolta di massa determinata dalla disperazione e all’installazione di un regime fantoccio tipo siriano? O si privilegerà la soluzione della cooptazione mascherata, alla venezuelana?

Forse dipenderà dagli interlocutori. Lo sfascio delle condizioni di vita dei cubani, come esemplificato dall’ininterrotto degrado del centro storico dell’Avana e dei suoi abitanti, non lo riesce a riscattare nessun artificio retorico, di quelli che accompagnano, estenuandole, le visite di delegazioni e gruppi stranieri. E’ stato abbandonato anni fa, fortunatamente, lo strumento di ricostituzione delle classi sociali che era la doppia valuta del peso. Uno convertibile, pari al dollaro, per ricchi e turisti, da spendere nei negozi riservati all’élite locale e forestiera, l’altro, che non valeva il suo peso cartaceo. per il resto della popolazione e le sue botteghe della penuria. Ma ha lasciato le sue tracce sotto forma di ville tra viali alberati che, dalle alture, chiudono gli occhi sui fatiscenti palazzi del centro. E non si tratta di edilizia popolare.

Fame e hotel a 5 stelle

I partecipanti alla “Flotilla” che ai cubani hanno voluto portare amore e coraggio, più che le simboliche quantità di soccorsi, sono stati alloggiati negli hotel a cinque stelle, per i quali i flussi di turisti si sono disseccati come quelli dei combustibili. Procedura che ha suscitato qualche perplessità, sia tra gli ospiti, che tra coloro nell’isola alla cui disperazione s’era venuto a porre un modesto sollievo. Quando per le brigate di lavoro dei solidali venimmo a Cuba in anni non troppo lontani, la nostra adeguatissima sistemazione era in appositi studentati, strutture di partito, militari, o dell’ICAP. Ma probabilmente questi alberghi di lusso si giustificano per essere rimaste le uniche strutture che potessero garantire agli ospiti un minimo di rifornimenti e condizioni vivibili.

Nella mezza dozzina di visite che, da solo o in delegazione, ho compiuto nell’isola, tutto questo non c’era. Ma incominciava a delinearsi. Con la scomparsa dell’URSS, braccio che sosteneva un corpo incapacitato dall’embargo a camminare da solo, non sono scomparsi il socialismo, né la coesione sociale, né la coscienza politica. E soprattutto non è mai emersa l’idea che, per stare magari meglio, conveniva accettare un po’ meno socialismo e un po’ più yankee. Però dilagava una demagogia rivoluzionaria, che ripeteva agli ospiti, a ogni incontro, la stessa solfa dei trionfi rivoluzionari.

Uno stereotipo che confliggeva con fenomeni di privilegio già evidenti, implicitamente di corruzione, di una classe che viaggiava sul consenso acritico e sulle donazioni della solidarietà internazionale e sulle forniture sovietiche di quasi tutto, senza darsi troppo da fare per costruire un’economia di produzione. Ricordo che, nel corso di una conferenza, sollevai la questione degli ondulati di amianto che coprivano quasi tutte le case di campagna. L’isola è straricca di argilla, sarebbe bastato uno schiocco di dita per sostituire il minerale tossico con tegole. Dopo anni, l’amianto era ancora lì.

Resta quella che, secondo alcuni osservatori di inclinazione “riformista”, sarebbe una distinzione tra posizioni all’interno dell’establishment cubano. E’, per la verità, una condizione che tutti attribuiscono a tutti, a volte sotto forma di wishful thinking, di auspicio. Come quando si fantastica, per occultare la propria indisposizione alla mediazione, sui pasdaran, più cattivi degli altri iraniani, che alle altre istituzioni avrebbero sottratto la direzione delle cose e impedito il dialogo con gli USA. E come è invece del tutto palese a Washington, dove la conventicola di millenaristi attorno all’”eletto” Trump ha invece effettivamente decimato i vertici militari che dubitavano dell’oculatezza delle analisi iraniane del guru e dove a un Rubio, determinato a sradicare da Cuba ogni traccia dei 60 anni trascorsi, Trump sembra contrapporre il metodo detto alla venezuelana. Quello soft della cooptazione di elementi risolutivi della dirigenza che, mantenendo le forme, eviti l’incazzatura del popolo e agevoli il trapasso all’estinzione della rivoluzione. Si tratterebbe di individuare a Cuba qualcosa di analogo alla coppia Rodriguez di Caracas.

Dinastie e geriatrie

Di Cuba si dice che non tutto sia omogeneo tra la squadra che fa capo al presidente Miguel Diaz-Canel, ai vertici del partito, all’intellettualità dell’isola, da un lato, e la dinastia dei Castro dall’altro. E qui qualche fattore deve essere preso in considerazione, sempre per amore della verità rivoluzionaria e per rispetto del popolo.

Il 94enne, ma tuttora decisivo, Raul Castro, successore del fratello Fidel da capo dello Stato dal 2008 al 2018 e poi da segretario del Partito, è stato colui che, rompendo una fondatissima tradizione di valutazione dei capi della Casa Bianca, ha accolto Obama all’Avana con le sorprendenti parole “Lei è una persona onesta”. Seguendo l’esempio di Fidel con Wojtiya, ha anche ospitato i papi del suo tempo, con il risultato che a Cuba sono tornate ad affollarsi le chiese, nelle cui prediche non è che si esortasse molto alla rivoluzione socialista. Iniziative che vennero interpretate come legittimi tentativi di passare dal rapporto unilaterale con il mondo socialista, esauritosi per estinzione, a una più aperta dialettica con un mondo multipolare.

Ma i frutti delle misure di Obama furono eminentemente formali: riapertura delle ambasciate, agevolazione per viaggi, visti e rimesse della diaspora. L’embargo rimase in piedi pari pari. Insieme alle discrepanze sociali che erano già andate manifestandosi a partire dall’adozione dal peso per una neo-élite di ricchi, turisti, imprenditori stranieri, o burocrati, di cui sopra.

Il rampollo della dinastia Castro più in vista oggi è il nipote 33enne di Fidel, Sandro, proprietario all’Avana di un locale notturno chic che da noi si definirebbe da “gauche al caviale”. In una sua intervista alla CNN ha lasciato storditi gli spettatori per come  si era infervorato per lo stile di vita dei giovani nella Quinta Strada. I cubani lo hanno presente alla guida di lussuose macchine Mercedes, “prestate da amici” e per altre provocazioni che ne segnano la lontananza dallo stile di vita imposto ai cubani, tipo l’avere a disposizione quel generatore elettrico che è il sogno di 10 milioni di cubani.

Un cronista, storico sostenitore della rivoluzione, a cui devo molt di questi dettagli sulla dinastia Castro, riferisce dello sconcerto, peraltro muto, provato dai circoli dirigenti, davanti a immagini in cui il giovane, travestito da vampiro, versa l’introvabile birra Cristal, da 1000 pesos l’una (mezzo stipendio di povertà), nelle gole di avvenenti cubane, dichiarando che la politica del presidente Diaz-Canel non vale una Cristal e che i cubani vogliono il capitalismo. Il suo locale è sempre aperto e affollato e lui continua a versare Cristal.

 Raùl e Raulito

Ad affrontare il futuro di Cuba con il segretario di Stato killer, Marco Rubio, non ci è andato il settantenne Bruno Rodriguez, ministro degli Esteri dal 2009 (18 anni), ma un altro Castro, Raùl Guillermo Castro, Raulito, considerato il nipote preferito di Raùl. Affarista di professione e privo di formazione diplomatica, eppure nell’Ufficio Politico del PCC, ha sostenuto la necessità di trattare con gli USA.

Di un gruppo dirigente aperto al familismo testimonia anche Alejandro Castro Espin, figlio di Raùl e alto funzionario del Ministero degli Interni, a suo tempo con responsabilità della sicurezza e dell’intelligence. Sarebbe molto attivo nel consorzio militare Gaesa che controlla gran parte dell’economia cubana. Avrebbe appena compiuto una missione in Messico per incontrarsi con inviati di Rubio. Si inserisce nella distribuzione di incarichi al clan Castro anche una delle sorelle di Raùl, titolare occulta di “Casa Linda”, l’enorme centro commerciale, questo sì illuminato al neon, che vende prodotti alimentari importati e casalinghi vari. A rievocazione dei tempi d‘oro della doppia valuta, vi si paga solo in dollari.

Un altro nipote sia di Raul che di Fidel, Oscar Pérez Oliva Fraga, da Ministro del Commercio Estero e vice-premier, svolge funzioni di alto livello nei rapporti commerciali con l’estero. Di questi si è augurato che possano ora svilupparsi con gli USA e l’Occidente in termini “riformati”, ma anche con la Russia e altri paesi ricchi di materie prime.

A tirare le fila, il ruolo di questo clan dei Castro sembra funzionale a quella “normalizzazione” dei rapporti con l’amministrazione USA che ci si augura possa spuntare l’arma delle iper-sanzioni con la quale Trump si è ripromesso di volerla fare finita con quella che, in un Ordine Esecutivo, ha bollato come “una minaccia insolita e straordinaria” alla sicurezza degli Stati Uniti. Un canale con l’amministrazione Trump, parallelo alla diplomazia ufficiale, sarebbe stato aperto proprio da questo nipote preferito di Raul.

Passaggi oscuri e luce fioca

Ciò che non viene detto, ma che si sa essere connaturato alla situazione interna descritta, è il processo avviato nei colloqui con Washington che riguarda riforme economiche strutturali, facilitate dall’ingresso di capitali nordamericani che stabilizzino la situazione sotto controllo USA, per poi costruirci sopra un’alternativa politica.

Passando oltre il fideismo autoconsolatorio di chi sospetta la verità complice del nemico, noi la sappiamo rivoluzionaria. C’eravamo quando l’esistenza di Cuba è stata la miccia che ha incendiato il subcontinente e i Caraibi: la Bolivia di Morales, il Cile di Allende, l’Ecuador di Correa, il Brasile di Lula, il Venezuela di Chavez, l’Honduras di Zelaya, L’Haiti di Aristide, il Messico di Obrador, il Nicaragua di Ortega, l’Argentina dei Kirchner, il Perù di Castillo, fino, oggi, alla Colombia di Petro. Grazie a Cuba, a Fidel, al Che, al suo popolo irriducibile, l’equilibrio delle forze da questi eroi imposto, ha cambiato il mondo e lo ha indirizzato verso un destino migliore.

Oggi gran parte delle pagine di quel capitolo del libro della Storia sono state lacerate, strappate, imbrattate. Non è colpa dei cubani. Semmai siamo co-colpevoli noi.

Toccherebbe di nuovo ai cubani, i più tosti di tutti, tenere alta la torcia e far luce. Se l’annebbiamento della vista e delle forze, determinato dall’inedia, glielo consentirà.

Fuor da retorica: Hasta la victoria siempre.

 

 

 

martedì 21 aprile 2026

FULVIO GRIMALDI --- IL LIBANO DA VICINO --- Dimenticare Gaza, moltiplicare Gaza

 


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__il_libano_da_vicino_dimenticare_gaza_moltiplicare_gaza/58662_66427/

L’Iran vince anche in Libano

Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare, regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….

Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.

Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.

Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al 20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto Libano gli si è spappolato tra le mani.

Tregue all’israeliana

 

Mentre scrivo, dei 10 giorni di tregua imposti dall’Iran, da Israele ne sono stati sgretolati quattro. Cosa ne resterà dopo l’ukase di Trump a Netaniahu, sta in grembo a Giove. Anzi a Netanyahu. E visto il ruolo non secondario svolto anche dallo psicolabile col botto, il contrario di tutto quanto proclamato ieri, sarà all’ordine del giorno domani. Godiamoci il giorno di mezzo. Quello in cui The Donald ha ordinato a Bibì di smetterla con le bombe.

Godimento durato poco. Ci ha pensato Bibì a farlo svaporare. La sua risposta al divieto di Trump è stato l’ennesimo attacco ai caschi blù dell’Unifil, stavolta francesi, Un morto e tre feriti gravi. Qualche cabarettista dei media scrive che sono stati gli Hezbollah. Proprio quelli che in un quarto di secolo di Unifil non hanno mai avuto un attrito con i caschi blù. Imvece, chi è che da due anni non smette di attaccare, danneggiare, sparare, ferire e, ora, ammazzare quei fastidiosi caschi blu che pretendono di far rispettare le risoluzioni dell’ONU? Chi è che ha sfondate i muri delle caserme a forza di bombe? Chi è che ha speronato con i carri armati blindati italiani? Ovvio, sempre gli Hezbollah. Peccato che sono di quelli che hanno la stella di David sul bavero e ancora odorano del sangue di bambini gazawi.

Come sta buttando? Voltandosi indietro, essendo la Historia Magistra Vitae, si vede benissimo cosa succederà più avanti con Netanyahu, Trump, Iran, Libano. Al peggio per i primi due finirà come è finita a Ho Ci Minh City, a Phnom Penh, a Kabul, in Donbass, alla Baia dei Porci (in caso di sbarco). Al meglio, sempre per loro, come è finita in Iraq, Siria, Libia, dove non hanno perso, ma non hanno vinto e non hanno cavato un ragno dal buco. Di sicuro, con Iran e Palestina, non finisce come in Venezuela, un inedito.

1967, dalla mattanza in Israele al luccichio di Beirut

Giugno 1967. Mi chiama, a Londra, Paese Sera, irriverente quotidiano romano di sinistra del quale, lavorando alla BBC, ero corrispondente: “Salta sul primo aereo e vai a Tel Aviv, da Roma non parte più niente, c’è la guerra. Ti mandiamo i soldi a una banca lì…”

MI ritrovo a Heathrow, schiacciato tra energumeni vociferanti su un aereo stipato di ebrei che vanno a combattere nella guerra di Israele contro gli arabi.

Battesimo da inviato di guerra, stigmate che non mi abbandonerano più, anche perchè nella guerra, quella del 1940-45 c’ero cresciuto e finì col diventare il mio habitat naturale. Mia madre, rifuggendo dai bunker “dove si muore come topi”, aveva fatto dei bombardamenti un gioco: da una torretta sul tetto di casa a Napoli, ci faceva fare a gara, a me e mia sorella, a chi scoprisse per primo un aereo britannico abbattuto dalla contraerea. Fece della paura uno sconosciuto.

Battesimo di una patria d’adozione, la Palestina. Battesimo di un nemico ontologico, il Sionismo colonialista d’insediamento. Battesimo arabo, patria d’adozione.

Espulsione da Israele e per vent’anni persona non grata per essermi azzuffato con un capitano dell’IDF che, da ufficiale dell’ ”esercito più morale del mondo” aveva sbeffeggiato i cadaveri dei soldati egiziani lasciati marcire nel deserto, sentenziando che “l’unico arabo buono è l’arabo morto”. Espressione etica che avrei poi ritrovato sulle pareti delle case diroccate di Gaza, al passaggio dell’IDF di Piombo Fuso.

Penso che, a guardar bene, la si possa ritrovare anche oggi, su qualche muro di quel che resta del Libano del Sud, quello del milione e mezzo di sfollati vagolanti per il paesuccolo dei 10.450 km2 e 6 milioni di abitanti. A edificazione dell’esercito più morale del mondo li puoi vedere attorcigliati in una nuova metropoli di minuscole tende buttate a casaccio sulla “Corniche”, lo storico lungomare dei lussi e piaceri dei tanti fuggitivi da qualche giustizia.

Paese Sera telefona: visto che ci sei, facci anche un giro a vedere come sono messi i paesi arabi. Dunque Egitto del nazionalista panarabo Nasser, Siria di Atassi, un quasi bolscevico, il Libano delle banche. Banche dagli standard laschi, rimpinzate di petrodollari dagli emiri del Golfo, ma anche accogliente refugium peccatorum alla Felicino Riva, o Marcello Dell’Utri, o mafiosi, o fascisti di Salò…

Dalle stelle agli stracci

 

Come Ernesto Brivio, bancarottiere fascistissimo, presidente della Lazio, autoproclamatosi “L’ultima raffica di Salò” per avere ribadito la sua fede incrollabile in Mussolini sparando, il 27 aprile 1945, una raffica di mitra contro lo stabilimento di panettoni Motta. Lo incrociai latitante, filmando qua e là, in uno di quei hotel a cinque stelle e più che, alternandosi con banche gonfie come vampiri a mezzanotte, sfolgoravano sul lungomare di Beirut, la Corniche appunto.

Era la Beirut chiamata “Parigi del Medioriente”, dei sogni proibiti di speculatori, grassatori, bancarottieri, biscazzieri, malviventi d’alto bordo, che dall’Europa, e dall’Italia pre-Nordio, vi si rifugiavano inseguiti da qualche magistrato. Serviva da dependance per i servizi meno onorevoli della City di Londra e da paradiso fiscale per coloro che del giro finanziario erano finiti in periferia. Siccome, presto o tardi, poteva far comodo a chiunque, non ci si sognava di esigere estradizioni.

Non è stato l’unico contributo italiano allo scintillìo epigonale delll’ex-colonia francese, sapientemente recisa dalla madre Siria perché, antisionista e socialista, già sospettata di veleggiare verso il nazionalismo antimperialista e panarabo inaugurato da Nasser in Egitto. Come non ricordare malandrini fuggitivi come l’oggi riabilitato Dell’Utri, o Felice Riva, ex re del cotone e presidente del Milan, o  Amedeo Matacena, boss dei traghetti, mafiosi e ndranghetistti e altri della créme internazionale del crimine finanziario.

Tutto questo spettegolìo per dire cosa fosse questa Beirut, prima di una serie di tregende di cui si fece carico eminentemente il possente vicino con la stella di David. Vera e propria nemesi. Ai piedi di quegli alberghi, quali dalle recenti bombe israeliane svuotati e ridotti a mura con buchi neri al posto delle finestre, quali finiti in polvere sui marciapiedi, oggi si vede formicolare, tra tende a cartoni, parte di quel quinto di popolazione libanese che Israele ha liberato dei suoi alloggi, campi, orti, scuole, ospedali, chiese e moschee. Dalle stelle agli stracci. Dalla Parigi del Medioriente alla nuova Gaza.

Tra quel prima e questo dopo c’è però tanta storia. Ne ha fatto le spese non solo quella criminalità dorée che i coltivatori della valle della Bekaa rifornivano di ineguagliabile erba e coca, ma tutto un popolo di onesti esseri umani, contadini, operai, ristoratori, insegnanti, artisti. Proprio quelli che oggi si vedono vagolare per lande e abitati, lungo i marciapiedi della Corniche, con addosso fagotti, bimbetti e quel che rimane di una vita. Sempre più a nord, in fuga dalla fregola di uccidere del sempiterno aggressore, senza che uno Stato, imbelle e assente, addirittura connivente col nemico, sappia offrire riparo, protezione, futuro.

Libano come Gaza

 

Un racconto scritto e uno video

Dei conflitti in Libano, invasioni israeliane e guerra civile, sono stato frequentatore nell’arco di trent’anni, dandone conto su pubblicazioni come “Paese Sera”, “Giorni Vie Nuove”, il quotidiano “Lotta Continua”, che mi sfruttava a gratis sia come direttore che come inviato, “Sette Giorni”, “L’Astrolabio” di Ferruccio Parri, il periodico “The Middle East” di Londra, il quotidiano iracheno “Baghdad Observer” il “Nouvel Observateur” e, perdonatemi, occasionalmente anche il “manifesto”. Penso che fogli ingialliti, pudicamente celati, se ne trovino nell’Archivio di Stato

Il primo colpo israeliano è del 1978. Come tutti i successivi, sta iscritto nel programma strategico del fondatore Herzl e di tutti i prosecutori, attraverso Ben Gurion, Weizmann, Golda Mair, fino a Netanyahu. Col quale ora non si parla più tanto di olocausto da non far ripetere, quanto di Grande Israele da finalmente erigere, a forza di forza e basta, visto che lo scudo morale dell’olocausto l’hai ridotto in frantumi.

Verso il Grande Israele

E c’è ancora chi crede alla barzelletta della “zona cuscinetto” fino al Litani, con cui Israele, presidiandola, pretenderebbe di proteggere i suoi coloni dai razzi di Hezbollah. Come devono stare le cose lo hanno fatto capire Chaim Weizmann e David Ben Gurion nel 1919 alla Conferenza di Pace di Parigi, quando presentarono una mappa della “Patria Nazionale Ebraica”, abusivamente fatta discendere dai regni biblici. Mentre gli interlocutori europei pensavano a un Israele limitato alla Palestina mandataria, questa mappa estendeva il territorio a nord, a includere il Libano meridionale fino al Litani, con estensioni a sud oltre Damasco, il Sinai e la Giordania orientale. Tutto attentamente calcolato, guardando meno ai conclamati confini biblici, quanto alle risorse naturali e agli sbocchi idrici.

Da “Parigi del Medioriente”a lager dei palestinesi

Io ero arrivato prima. Giugno 1976. Brivio c’era ancora, ma rintanato da qualche parte. La Guerra dei Sei Giorni aveva cambiato il vento. Non era più tempo da esibirsi ai tavolini della Corniche attorniato da belle donne ammaliate dal racconto delle “ultime raffiche”.  Alle spalle degli Hotel e delle banche si allargava una nuova Beirut, dove gli spazi venivano occupati da case addosso a case, dai fili elettrici di finestra in finestra, dai rifiuti che si autogestivano, dalle fogne formate da canaletti che si limitavano a fare un giro largo intorno ai portoni.

Man mano che la Corniche, o Al Hamra, l’arteria sfavillante dei bei negozi e caffè e saloni, si svuotavano, lì dietro lo spazio si animava, si affollava, tracimava: buona parte degli 800.000 palestinesi della Nakba e quasi tutti i 300.000 cacciati nella Guerra dei Sei Giorni vi si erano fatti insediare. Uno Stato abituato alla generosità verso i malviventi e i possenti, non ne conosceva l’uso verso gli onesti e le vittime: niente cittadinanza, niente mercato del lavoro, niente case fatevele voi, per l’istruzione c’è l’UNRWA. Tanto avete detto che volete tornare in Palestina, no?

Al mosaico etnico e soprattutto confessionale che la Francia aveva composto nel segno del divide et impera - drusi (5%) e arabi (95%), cristiani maroniti (poco meno del 30%) musulmani sunniti (20%) e musulmani sciti (la maggioranza, verso il 40%) - si aggiunge questo elemento. Che, suscitando preoccupazione e speranze, nell’esilio si era portato dietro le armi e un fortissimo senso della propria identità.  Lo accolgono gli sciti, che ne vedono rafforzata l’istanza di uscita dalla minorità politica e marginalizzazione sociale. Li vedono di buon occhio i drusi del grande e illuminato leader, Kamal Jumblatt.

Samir Geagea e Amin Gemayel

Conseguentemente sono considerati spina nel fianco dei cristiani maroniti, borghesia banchiera, immobiliarista e imprenditoriale, privilegiata nei territori e nella gerarchia politica: fornisce il capo dello Stato (ai sunniti il premier, agli sciti il presidente dell’Assemblea). Ci sono le premesse per una rivoluzione, o, male che vada, per una guerra civile. Si armano i fascisti della Falange di Amin Gemayel e delle tuttoggi attive “Forze Libanesi” capeggiate da un altro squadrista, intimo di Tel Aviv, Samir Geagea.

Di invasione in invasione

Il Libano per Herzl & Co, se in prospettiva figura tutto nel Grande Israele, per una fase transitoria doveva cedere territorio. Perlomeno quella ventina di chilometri che vanno dal confine, mai definito da Israele, al fiume Litani. Terra fertile, ricchezza agricola e alimentare del paese, fino a pochi mesi fa popolatissima, costellata di città storiche come Tiro, Sidone, Nabatieh, oggi custodi impotenti di patrimoni archeologici ridotti in macerie, e di una galassia di villaggi. Popolazione al 90% scita e dunque base popolare e retroterra strategico, come altre aree scite nel nord e nell’est del paese, di Hezbollah. Quel milione e passa cacciato – “evacuato” – al momento dell’assalto, finito sui marciapiedi di Beirut, ma che giovedì 16 aprile, tempo cinque minuti dall’annuncio della tregua, sfidando ciò che ormai ogni arabo sa gli potrebbe fare Israele, si è rimesso in spalla, in moto, in furgone quanto gli era rimasto, per tornare al Sud e ricongiungersi alle radici.

Acqua e gas per il Grande Israele

L’annessione di territori, in questo caso, assume un interesse secondario, collocato nel tempo. Per lo Stato sionista contano le due risorse che dovrebbero sopperire a un deficit del territorio occupato nel 1948: acqua e idrocarburi. Questi ultimi riccamente presenti in giacimenti prospicienti il Libano del Sud.

Con l’ “Operazione Litani” del 1978, Israele interviene in Libano per sostenere nella guerra civile libanese, innescata dall’arrivo dei profughi palestinesi e dalla loro partecipazione alle lotte di riscatto della maggioranza scita, la componente cristiano maronita, sua alleata dai giorni della costituzione dello Stato sionista, organizzata in milizia armata. Attraversando fasi alterne, il conflitto si protrarrà fino agli anni 90 e si concluderà con un nulla di fatto rispetto agli equilibri costituiti. Con però una novità decisiva: nel 1985 sorgerà un nuovo protagonista del contesto libanese e mediorientale: Hezbollah.

L’invasione del 1978 si limiterà alla fascia sud del Libano, dove Israele pretende di costruire una zona di sicurezza. Diventerà lo stereotipo a giustificare tutte le future invasioni.  Si lascerà alle spalle un paio di migliaia di morti, tra caduti palestinesi e civili.

L’invasione del 1982 è invece quella che si traduce in occupazione di gran parte del Libano, fino alla capitale. Mira a porre fine alla presenza militare palestinese e a quella della Siria, storicamente “protettrice” della parte che le è stata tolta, con il presidente marxista-leninista Nureddin al Atassi e poi con Assad padre. L’invasione si lascia dietro la strage del campo profughi palestinese di Sabra e Shatila, 4000 civili massacrati, donne bambini, vecchi, compiuta dai falangisti con licenza e sotto supervisione del generale Ariel Sharon, futuro premier d’Israele. Si conclude nel 2000 con il ritiro israeliano sotto pressione delle milizie Hezbollah.  Non sarà l’ultima disfatta subita da Israele in Libano per mano di Hezbollah.

Hezbollah, unica difesa della sovranità e libertà del Libano

Naim Qassem e Hassan Nasrallah

Il “Partito di Dio”, nasce nel 1985 come formazione politica e parlamentare per dare una rappresentanza più robusta alla comunità scita rispetto a quella di Amal, storico partito scita al cui capo spetta la presidenza dell’assemblea parlamentare. Da allora quella carica è detenuta da Nabih Berri. Le forze combinate di Amal e Hezbollah che, alleate, produrranno un contrappeso efficace alle milizie maronite filoisraeliane della Falange, sostenute da Francia e USA. Sarà l’uccisione di Amin Gemayel, nel settembre del 1982, attribuita ai siriani, a offrire il pretesto per una nuova invasione israeliana.

Negli anni successivi Hezbollah, guidato da Hassan Nasrallah, forma, in risposta all’aggressione e all’incapacità, o piuttosto non disponibilità, del governo libanese ad affrontare l’invasore, le sue milizie armate, poi componente fondamentale dell’Asse della Resistenza ispirata da Tehran. Il bilancio di 18 anni di occupazione e conflitto furono una prima distruzione di buona parte del Sud e di Beirut e migliaia di morti, mai precisamente calcolati. Rappresentano una nuova e più agguerrita fase della resistenza arabo-musulmana, di popolo più che di Stato, alla strategia israelo-statunitense che ha per perno la cancellazione di ogni ipotesi di statualità palestinese, fino all’eliminazione fisica di quel popolo.

Con Stefano Charini, carissimo amico, grande conoscitore del Medioriente e prestigioso inviato del “manifesto”, visitammo in quegli anni ripetutamente il Libano, i campi profughi dei palestinesi, il Sud devastato, gli Hezbollah, le periferie scite della miseria e coscienza. Incontrammo Naim Qassem che oggi, dopo l’assassinio di Hassan Nasrallah, è il segretario di Hezbollah. Accompagnati da militanti di Hezbollah visitammo il Sud fino alla famigerata “linea blu” che si suppone possa essere il confine, peraltro mai dichiarato, dello Stato sionista.

 

Khiam, l’orrore che precede Gaza

Notorio in tutto il Medioriente era il carcere allestito dagli occupanti israeliani in vicinanza del confine, nella località di Khiam. Le condizioni in cui venivano lì detenuti i “terroristi” fatti prigionieri e civili sospettati di appoggiare Hezbollah, erano state ripetutamente denunciate da organizzazioni dei Diritti Umani, dalle stesse autorità libanesi e anche dalla non sempre affidabile Amnesty International. Mi vennero mostrate le orripilanti condizioni del centro di detenzione. La sistemazione più vivibile erano gabbie in cui di 8 metri per 5 in cui finivano ammassati fino a 40 prigionieri. Poi celle prive di finestre e servizi igienici, perennemente al buio, delle dimensioni di un armadio e altre, “di punizione”, scatoloni in cui si era costretti, per giorni, a stare raggomitolati. A chi ha letto le relazioni sui centri di detenzione oggi gestiti da Israele nel Sinai e in Cisgiordania, basate su testimonianze dirette di medici, detenuti rilasciati, operatori umanitari e della stessa Francesca Albanese, le mostruosità disumane di Khiam non rappresentano una novità.

Presentato come l’esito di una risoluzione delle Nazioni Unite, la 425, e della creazione dell’UNIFIL, caschi blù incaricati di garantire sicurezza e fine delle ostilità, il ritiro di Israele fu determinato dall’azione militare di Hezbollah. Con il sostegno fattivo, logistico e umano, della popolazione, la conoscenza capillare di un territorio funzionale alle operazioni di guerriglia, la pur soverchiante potenza di fuoco israeliana non era risultata decisiva. Se Israele si acconciò ad accettare il dispositivo ONU e a ritirarsi completamente dal Libano, non fu certo per osservanza di un dettato del Consiglio di Sicurezza le cui risoluzioni dallo Stato ebraico erano state sistematicamente ignorate.

Protagonista di questa vera e propria disfatta della conclamata superpotenza militare israeliana, che anche in questa nuova aggressione sta dando notevole filo da torcere ai nuovi invasori israeliani. Sia sul terreno, sia con il martellamento degli insediamenti colonici nella Galilea occupata che ne ha determinato il parziale svuotamento.  

2006, un mese per costringere il più potente esercito del Medioriente ad abbandonare il Libano

Il 14 luglio del 2006 Israele invade per l’ennesima volta il Libano. E’ costretto a ritirarsi nel giro di un mese. La mia telecamera arriva in tempo per vedersi realizzare la sconfitta simbolicamente più grave mai subita dallo Stato ebraico: la battaglia vinta da Hezbollah a Bint Jbeil, seconda città del distretto di Nabatieh, nell’estremo sud del paese. Echeggiano gli spari dell’esercito più potente della regione costretto a coprirsi la ritirata.  La conoscenza del terreno, l’intelligence sui movimenti del nemico assicurata dalla popolazione, la maggiore agilità manovriera e, probabilmente, anche la maggiore motivazione, determinano il rapporto di forze. Faccio in tempo a vedere partire dalle case diroccate della Bint Jbeil le salve dei razzi che inseguono un esercito in ritirata. Le serate successive vedranno un susseguirsi di festeggiamenti, a volte tra le macerie, di una popolazione che si manifesta unita a quello che, in assenza di una forza istituzionale, considera il suo esercito, la sua difesa. Al quale fornisce combattenti e mezzi.

Quando, giovedì 16 aprile, è stata proclamata la tregua dei 10 giorni, era in pieno svolgimento quella che prometteva di essere la riedizione della mitica battaglia di Jint Beil nel luglio 2006. E non è improbabile che la possibile ripetizione di quell’evento possa aver contribuire all’accettazione del cessate il fuoco da parte di Israele.

Armi proibite

Come con Piombo Fuso a Gaza, ho potuto essere testimone dell’uso, senza scrupoli e senza rispetto per norme e convenzioni internazionali, di strumenti di morte formalmente vietati. Centri e campi del Sud del Libano disseminati di bombe a grappolo a tempo. Oggi gli abitanti espulsi dalle loro terre parlano di sostanze tossiche disseminate sui campi da coltivare per farne terra inquinata, bruciata. Allora, provando a tornare al lavoro su quei campi dopo il ritiro israeliano, bambini e adulti saltavano per aria, uccisi e mutilati dalle mine lanciate dagli aerei e destinate a restare inerti e invisibili fino al momento dell’innesco provocato da un piede umano, da una pecora, da un cane.

E negli ospedali i medici si disperavano su feriti inguaribili, penetrati da pallottole che non uccidevano, ma lavoravano all’interno del corpo, sugli organi vitali, provocando emorragie e necrosi incontenibili. Un sovrappiù di sofferenza, prima di morire.

Ho ricordato come, in questi giorni, la battaglia fosse di nuovo quella di Bint Jbeil. Quella di un popolo che si arma per difendersi. La decimazione della dirigenza Hezbollah con i famigerati cercapersone, o la distruzioni senza precedenti causate in tutto il Libano dai bombardamenti sulle presunte roccaforti della guerriglia (che non hanno risparmiato nessuna delle componenti etniche e confessionali, né, come al solito, quartieri residenziali, ospedali e scuole), non sembrano aver ridotto la tenuta di questa componente dell’Asse della Resistenza.

 

La ritirata degli invincibili

Trump annuncia per il Libano una tregua di 10 giorni e colloqui telefonici, persino alla Casa Bianca, tra Netanyahu e il generale Joseph Hanoun, il presidente maronita che, d’intesa con il premier Nawaf Salam, aveva obbedito all’inviato di Trump, Tom Barrack, che, l’anno scorso, gli aveva intimato di disarmare Hezbollah. Nulla di tutto questo è avvenuto. Un conto è annunciare quel riarmo e un altro è riuscire a farlo eseguire su una forza armata, sostenuta dalla maggioranza della popolazione, utilizzando un esercito mai impiegato in guerra e composto in buona parte da membri della stessa comunità dei disarmandi.

Trump, nel disdoro universale, sta precipitando di crisi incontrollabile in crisi catastrofiche. Netanyahu che, approfittando del proprio potere ricattatorio e dello squilibrio di un partner che, pure, potrebbe determinarne la caduta con una sola mossa del Pentagono, reagisce al fallimento iraniano provando a ripetere in Libano. i “successi” genocidari di Gaza e Cisgiordania.

Il troppo stroppia, lo dice la Storia. E il troppo si è materializzato in Iran, nell’Asse della Resistenza, in tanti milioni per la Palestina e contro i King in tutto il mondo. Tanto da costringere i più cari amici e compari a salvarsi il culo elettorale facendo qualche passetto di lato rispetto al sodalizio. E, un frammento di quello stroppio deve essere penetrato perfino tra le circonvoluzioni cerebrali del baracconista di Washington, quando ha sbattuto dietro la lavagna quello che, con ingiustificata indulgenza, chiameremo  il Franti di Tel Aviv..

Potrebbe essere l’inizio della fine. Di una lunga fine. Se affonderanno, vorranno farlo in un oceano di sangue. In stile messiannico-millenarista.

Ci disse Naim Qassem, segretario di Hezbollah: “Noi non cederemo, non ci arrenderemo, nessuno ci disarmerà. Sarà il campo di battaglia a parlare. I negoziati annunciati saranno vani, senza la cessione totale dell’aggressione, il ritiro da tutti i territori occupati, la liberazione dei prigionieri, il ritorno in sicurezza degli abitanti ai loro abitati, fino all’ultima casa vicino alla frontiera, e con la ricostruzione decisa a livello ufficiale, interno e internazionale”.

Condizioni come quella stabilite nell’accordo per il cessate il fuoco del novembre 2024. Firmato anche da Israele.