martedì 31 marzo 2026

Fulvio Grimaldi --- VENEZUELA tra materialismo dialettico (e anche storico) e ottimismo della volontà

 


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Illusioni, delusioni?

“Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico” (Bertold Brecht)

Sono consapevole, e mi dispiace, che con quanto scrivo qui mi troverò inondato di rimbrotti e rattristato dalle prese di distanza di qualche valido amico. Illuminismo, però, e suoi figliuoli come i gemelli Materialismo Dialettico e Materialismo Storico e un minimo di deontologia professionale che polvere dei tempi e battaglie mi hanno lasciato addosso, impongono che si dica ciò che si ritiene giusto dire. E anche necessario, visto che non dirlo potrebbe favorire coloro che, con l’altro polo del mio titolo, l’ottimismo della volontà, trasformano avvoltoi in innocue farfalle.

Il tema del trattamento si può riassumere in questo groviglio semantico: se pretendo che il disastro provocato a qualcuno da un malfattore, riuscito grazie alla complicità di un terzo che si finge solidale con la vittima, dal terzo sia stato invece sventato, ho bell’e che garantito il successo del malfattore e la riuscita del disastro.

Prima di rimettere i piedi sul terreno dalle parti di Caracas, ricorriamo anche alle stampelle dei due materialismi elargitici da Carlo Marx, con il non indifferente contributo di Hegel e Feuerbach. Senza dimenticare mai il lume della ragione che, grazie, appunto, al Secolo dei Lumi, ha trapassato le nebbie millenarie del mistico e dell’irrazionale.

Dialettico, grazie anche a Eraclito, significa teoria degli opposti. E, tra questi, il conflitto tra ricchi e non ricchi, è il conflitto trainante della Storia. Quanto Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela dopo che Trump gli aveva scippato il presidente e la di lui moglie, si dice d’accordo col rapitore, con il direttore della CIA, con il ministro del Tesoro USA e con quell’ dell’Energia, il conflitto rischia di evaporare e chi ha vinto ha vinto.

Storico vuol dire che come si configura una società dipende dai rapporti economici e di produzione prevalenti, storicamente assunti. Su questi si fondano le malamente dette sovrastrutture: politica, ideologia, giustizia, cultura, morale…L’origine di queste strutture dipende da come e da chi si risponde ai bisogni primari.

C’ero quando Hugo Chavez, presidente da 3 anni, fu destituito da un golpe messo in atto da militari addestrati nella vecchia Scuola delle Americhe. Era l’11 aprile 2002. Per 48 ore intorno a Miraflores, il loro Quirinale, dove ero andato a filmare lo scontro tra una teppaglia di antichiavisti su un cavalcavia e gente che presidiava il palazzo e invocava il ritorno del Comandante, fischiavano le pallottole. 48 ore durò il golpe. E costò ben 320 morti. Nel mio docufilm “Americas Reaparecidas”, racconta tutto un sopravvissuto ferito. Poi Chavez fu riportato a casa sulle spalle virtuali di tutto un popolo.

E la rivoluzione bolivariana incrementò vigore e determinazione. Le stesse con le quali seppe, tra popolo e vertice, neutralizzare i ripetuti tentativi di regime change successivi a turni elettorali vinti dal chavismo e, ovviamente, segnati da “brogli”. E seppe ridicolizzare l’altro golpe, quello del 2019 contro Maduro, con una specie di Machado al maschile, Juan Guaidò., subito riconosciuto dalla Casa Bianca e sparito dalla scena dopo una mancata invasione di quattro mercenari dalla Colombia e un appello alla sedizione cui accorsero due plotoni di soldati.

Beato il popolo che genera eroi

La rivoluzione chavista l’ho vissuta fin dai prodromi, quando fu ribadita dalla volontà collettiva di tutto un popolo che, in brevissimo volgere di anni, se non di mesi, aveva realizzato cosa differenziava l’oggi dall’ieri. Una società della libera marcia di tutti da quella dove chi procedeva erano solo i conti bancari di quei quattro grassatori che oggi restano rintanati, rancorosi e ammutoliti, dietro il filo spinato sulle mura che ne proteggono i fortini militarizzati. Non ci volle molto perché quel popolo spazzasse via, prima i golpisti e poi i petrolieri dell’azienda che, da privatizzata e yankee, Chavez aveva consegnato allo Stato e che tentava  la prosecuzione del golpe allestendo in tutto il paese una serrata del combustibile. Niente benzina o nafta per nessuno. Fermare e strangolare la società che si era ribellata.

Durò mesi. Le stazioni di rifornimento, i depositi, furono riaperti a forza dal nuovo esercito bolivariano. Si sopravvisse. E intanto già erano partite le misiones, quelle campagne che articolavano sul terreno una strategia che avrebbe concretizzato la rivoluzione in termini di risposta ai bisogni primari, e anche secondari, ignorati da secoli. Misiones che affrontavano l’analfabetismo, debellato in pochissimi anni, l’istruzione di ogni livello, nuove università, la casa, la terra, la salute, la cultura, la scienza, i giovani, gli indigeni…

Beni, opportunità, certezze sottratte all’oligarchia e consegnate a coloro cui spettavano. Incontrai ed ebbi modo di bloccare Ugo Chavez appena sbarcato al campo d’aviazione di S.Juan de los Morros. Veniva in questo grande Sud agricolo a distribuire le terre dei latifondisti, terratenientes, una delle basi del dominio prima spagnolo e poi degli agrari che, in un paese affamato. producevano per i mercati del nord del mondo. Lo seguii fin sul palco dal quale, a una folla incontenibile per numero ed entusiasmo, Chavez annunciava la nuova vita, la nuova era. Accadde lo stesso per la casa, qualche tempo dopo, in uno dei quartieri alti di Caracas, che sarebbero quelli socialmente bassi, ma stanno appesi tra le crepe della montagna che sovrasta la città, dai tempi delle dittature e dei governi oligarchici relegati fuori dalla vista e dalla comunità dei diritti, Le favelas brasiliane qui si chiamavano barrios.

Tutto era travolgente in Venezuela, andava di corsa, con impeto, mi ricordava le mie piume al vento da bersagliere. Una mobilitazione collettiva incessante, festosa, una questione, domestica, o mondiale, affrontata dopo l’altra. Il Convegno mondiale della Gioventà, quello Antimperialista, quello degli Indios, quello, oggi urgente come non mai, antifascista.

Le rivoluzioni si vincono o si perdono. Se non combatti le hai già perse.

Anche le rivoluzioni invecchiano, perdono slancio, dal passo di corsa con “le piume al vento”, rallentano a marcia ponderata e faticosa. Succede a volte di colpo, seppure per consunzione, vedi quella sovietica, andata a sbattere contro un muro a circa 70 anni d’età. Oppure è un processo graduale, un po’ per volta, da neanche accorgersene più di tanto, spesso indotta da micidiali pietre d’inciampo buttate li dal nemico (sanzioni) e qui il pensiero corre a Cuba. Molti sono i casi, in America Latina, dove un fallo d’ostruzione dell’imperialismo di ritorno ha impedito il gol della vittoria definitiva.

Come classificare la rivoluzione bolivariana del Venezuela tra Chavez, Maduro e i fratelli  Rodriguez, è complicato. Anche perchè pare emergere una discrasia tra popolo, con un’identità di sinistra di classe consolidata nel tempo, e una direzione che, tra interessi di categoria e interessi esterni imposti da condizioni dettate, non pare possa aver difeso un’analoga coerenza.

Nel giro di pochi giorni dal rapimento di Maduro, dopochè Trump aveva definito ottimi i rapporti con la coppia al comando, Delcy Rodriguez e il fratello Jorge, si sono visti a Miraflores tutti i più importanti esponenti dell’establishment imperialista. Per primo venne il direttore della CIA, John Ratcliffe (gestore primo dell’operazione 3 gennaio. E non è stato arrestato…). Per definire nei dettagli la tabella di marcia dei nuovi rapporti tra Caracas e Washington si succedettero poi: Laura Dogu, incaricata degli affari latinoamericani nel Dipartimento di Stato; il capo del Comando Sud USA, generale Francis Donovan; una delegazione della Commissione Affari Esteri del Senato; Doug Burgum, Segretario del Dipartimento degli Interni e presidente del Consiglio Nazionale dell’Energia; Christopher Wright, Segretario per l’Energia; dirigenti del Ministero della Guerra.

La Ley Organica de Hidrocarburos, riformata alla luce delle discussioni avute con questi interlocutori è l’evento più significativo, dopo il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. E’ stata presentata a Caracas come strumento per “risolvere i disaccordi storici e rafforzare la cooperazione energetica in un contesto di sfide globali e creare le basi per nuovi contratti di forniture della PDVSA, la compagna di Stato per il petrolio.

E’ interessante, per capire come si sia andata modificando a Caracas, sotto l’effetto dei vari fattori sopra indicati, esasperati dalle nuove sanzioni del primo Trump, la gestione delle proprie risorse energetiche. E per capire anche se si tratta di una svolta strategica, o di un ripiego tattico, per salvare il salvabile (del paese, o della classe dirigente?) sotto la minaccia della famosa “pistola alla tempia”.

Il petrolio ago della bilancia, con la pistola alla tempia

La nuova legge degli idrocarburi è il frutto di una radicale modifica rispetto a quella del 2001, promulgata da Chavez in attuazione di un principio irrinunciabile sancito dalla Costituzione del 1999, che rappresentò il picco delle nazionalizzazioni venezuelane. Aveva stabilito la proprietà statale esclusiva dei fossili nel sottosuolo, il monopolio della PDVSA nella commercializzazione internazionale, il controllo di maggioranza statale in tutte le società miste, la pianificazione pubblica degli investimenti e la destinazione prioritaria del reddito allo sviluppo sociale.

Nel 2022, tempo di asfissia economica imposta dalla pandemia e dalle sanzioni, il governo promulgò una riforma che modificava 21 articoli della legge del 2001. Formalmente la proprietà di Stato era confermata, ma la si apriva in modo non irrilevante alla partecipazione privata. Le imprese miste poterono operare con maggiore autonomia grazie alla flessibilità permessa al controllo della PDVSA. Vennero autorizzati servizi petroliferi che la legge del 2001 aveva rigorosamente vietati, autorizzati arbitrati internazionali su conflitti con imprese private che violavano la giurisdizione esclusiva venezuelana stabilita da Chavez.

Così, negli anni 2019-2024, Maduro concesse licenze operative alla Chevron e ad altre imprese statunitensi per l’estrazione e la commercializzazione in certe aree, un precedente del controllo privato sulla produzione oggi alle viste. Vennero definite “eccezioni temporanee” per incrementare la produzione e alleviare l’onere delle sanzioni. La nuova riforma di Delcy le ha rese stabili. Soddisfano in tutto e per tutto le esigenze dell’Ordine Esecutivo 14373 di Trump, emanato il 9 gennaio e rappresentano un’erosione grave delle basi economiche, come rese implicite nella trasformazione sociale di Chavez.

A tutto ciò si aggiungono ampie facilitazioni fiscali, vantaggi doganali e l’eliminazione di qualsiasi ostacolo al controllo operativo pubblico. Capovolgendo la situazione precedente, la nuova legge permette a operatori privati stranieri di acquisire diritti di proprietà sulla produzione dal momento dell’estrazione e di commercializzazione diretta senza intermediazione statale. Con tanti saluti alla destinazione prioritaria di queste risorse allo sviluppo sociale. Quello che aveva garantito il successo delle “Misiones” di cui sopra.

Doveroso è rilevare però anche, in apparente contraddizione, che il Ministero del Potere Popolare degli Idrocarburi, con un comunicato ufficiale ha respinto in modo categorico le affermazioni dell’ ”estremismo venezuelano e straniero, secondo cui si sarebbe manifestata l’intenzione di privatizzare l’industria del petrolio, del gas e petrolchimica del paese”. Aggiungendo, tuttavia, che, per rafforzare la produzione, le leggi vigenti avrebbero dato impulso con attori economici privati nazionali e internazionali. Un tira e molla?

Da che parte pende la bilancia? E, comunque, grazie alle condizioni ora stabilite, si è potuto verificare il paradosso che, mentre a Cuba viene impedito di ricevere petrolio venezuelano, dalla nazione bolivariana arrivano, senza il minimo inconveniente, forniture allo Stato sionista.

Non di solo petrolio vince l’imperialismo

 NY, manifestazione per Maduro

Gli scambi sempre più stretti e di largo raggio che si vanno realizzando tra le amministrazioni di Trump e dei Rodriguez, con il presidente del Venezuela trascinato in ceppi davanti a un giudice di New York di cui è sperimentata l’obbedienza al gangster della pirateria del 3 gennaio, vanno al di là dell’estorsione delle risorse energetiche. Rappresentano una sistemazione neocoloniale mimetizzata da normalizzazione economica per riequilibrare i rapporti tra i due paesi. Un neocolonialismo che concede una sovranità formale all’ombra dell’esternalizzazione del controllo operativo. La condizione di chi è subordinato e le cui decisioni critiche dipendono dall’approvazione degli USA.

Nei giorni scorsi Delcy Rodriguer, presidente “ad interim”, ha partecipato alla quarta edizione del convegno “Priorità e iniziative per investimenti futuri”, foro internazionale che riuniva a Miami Beach, regno di Marco Rubio, 1.500 investitori, dirigenti economici e politici, il fior fiore del capitalismo liberista internazionale. Da remoto, per la sessione intitolata “Capitale in movimento”, Delcy ha assicurato che la strategia del suo governo è orientata a “riposizionare il Venezuela come destinazione del capitale internazionale, nel quadro di un contesto generale di riconfigurazione economica e del riequilibrio del sistema finanziario internazionale”. Assicurò che il Venezuela è “in grado di guidare la crescita economica in America Latina, grazie a 19 trimestri consecutivi di espansione promossa da settori strategici come petrolio, miniera, costruzione e finanza”. Ricordò anche che il paese offre vantaggi strutturali per attirare investimenti (le già menzionate agevolazioni fiscali), come l’appena approvata Legge Organica degli Idrocarburi e i suoi “flessibili” meccanismi di investimento.

 

Ricordate l’immagine commovente dell’abbraccio tra Hugo Chavez e Mahmud Ahmadinejad, il grande presidente che più di tutti, in Iran, ha saputo salvaguardare il ruolo di avanguardia antimperialista, di riscatto sociale, laicità e di motore internazionalista della Repubblica islamica? Un asse che trascendeva identità religiose, ideologiche, culturali, per un comune schieramento antimperialista che già prefigurava i BRICS.

Dopo l’attacco israelo-statunitense all’Iran del 28 febbraio, a Caracas ci furono lunghi attimi di silenzio. Nell’aria, mentre mobilitazioni popolari si dichiaravano solidali con Tehran, aleggiava l’abbandono di quella splendida alleanza creata da due rivoluzionari, Chavez e Ahmadinejad. Poi, il 1 marzo, ecco il bilanciatissimo comunicato del governo che metteva sullo stesso piano l’aggressione imperialista, con già il costo delle 180 bambine trucidate nella scuola di Minab, e la risposta del paese attaccato. Il più classico e penoso caso di né né. A Tehran si attribuì - cito, per non farci dimenticare parola per parola – “le ingiustificate e condannabili rappresaglie militari iraniane contro obiettivi collocati in diversi paesi della regione”. Che poi sono le basi militari USA nelle petrodittature del Golfo dalle quali sono partiti gli attacchi all’Iran, compreso lo sterminio di civili.

Il cerchio si chiude

Delcy Rodriguez riceve a Carcas il direttore della CIA John Ratcliffe. Si suol dire, nei manuali, che una rivoluzione viene tradita quando i ceti dirigenti, borghesi, preservano la propria esistenza di classe, le proprie posizioni di privilegio, grazie alla subordinazione all’imperialismo. Ciò che abbiamo visto nelle piazze del Venezuela in questi mesi non sembra dimostrare un’identificazione tra popolo e direzione. Da un lato ininterrotta resistenza e disponibilità alla lotta, dall’altro negoziati per garantirsi la sopravvivenza col nemico.

Le analisi e valutazioni divergono sugli sviluppi che stanno prendendo i rapporti tra Venezuela e USA e sulla coerenza tra quanto oggi si persegue a Miraflores e quanto resta del legato di Chavez. Un’eredità mantenuta, anche se tra difficoltà economiche crescenti (le sanzioni) e minore coesione tra vertici e base, nell’era Maduro.

Molti comprensibilmente, anche perchè hanno fatto coincidere gran parte della propria vita e attività con la rivoluzione bolivariana, avanzano spiegazioni: “Pistola alla tempia”, “pragmatismo”, “realismo”, “tattica”, “salvare il salvabile”? Il risultato sul campo, però, è sempre quello: dal pubblico al privato, dal primato della sovranità a connubi spuri con interessi predatori, dipendenza strutturale e blocco del progetto emancipatorio finalizzato a indipendenza e sovranità.

Al momento l’allineamento delle iniziative adottate da Miraflores con i desiderata espressi dalla metropoli imperiale pare procedere senza grandi scossoni. Andrebbe verificato se nella popolazione si stia insinuando il dubbio che l’assicurazione dei vertici sulla continuità rivoluzionaria, a proposito della quale Trump fa buon viso a buon gioco, possa servire a occultare un cambio di rotta. Addirittura un’inversione a U rispetto a tutto ciò per cui un popolo ha lottato e, in tempi più vicini, sofferto, per impedirla. Qualche riflessione ci viene offerta dal mitico quartiere proletario del barrio “23 de Enero”, vero termometro degli umori della gente. Ne parliamo dopo.

Sorvoliamo su quanto descritto dal britannico Guardian, organo ambiguo di una sinistra che merita lo stesso aggettivo, su presunti contatti, nei mesi precedenti all’aggressione, tra membri dell’establishment e l’amministrazione USA. Colloqui nei quali si sarebbe trattata l’uscita di scena del presidente Maduro e un ritorno alla gestione delle risorse venezuelane nei termini “amichevoli” del pre-Chavez. L’operazione “Absolute resolve” del 3 gennaio sarebbe stata decisa dopo che Maduro, con quei 50 milioni di taglia trumpiana sulla testa, aveva rifiutato di cedere alla pressione di Trump.

Da quei contatti telefonici sarebbe uscita una soluzione che avrebbe determinato l’accettazione da parte del nuovo vertice venezuelano di una ”compartecipazione” USA e di imprese private al controllo (estrazione, produzione, commercializzazione) del petrolio, con relativa nuova configurazione anche della posizione geopolitica del Venezuela in materia di rapporti tra Washington e il resto del mondo, non solo latinoamericano. Le dichiarazioni di Caracas sul conflitto con l’Iran ne hanno dato prova. Quanto alla propria sovranità economica, attendiamo di vedere come questa si manifesta alla luce della nuova legge sugli idrocarburi.

L’esperienza, oltre ai “testi sacri”, ci conferma che quando uno strato dirigente negozia la propria sopravvivenza corporativa con il nemico, rischia di trasformarsi in borghesia compradora. Non è detto che questa mutazione debba essere esplicita, sicuramente sarà cosciente. Si possono trovare tanti termini per dare al processo una veste di necessità imprescindibile, ma il risultato sarà sempre quello: la dipendenza strutturale e la sospensione di un vero progetto di emancipazione che risulti in autentica indipendenza sovrana.

Ciò che la persistente mobilitazione popolare sembra dimostrare è che la lotta di classe continua durante gli alti e bassi del processo rivoluzionario e che la contraddizione principale, oltre a essere tra il popolo e il colonialismo imperialista, può anche essere tra il popolo e la sua direzione politica quando questa, pur avvolta nella retorica della continuità bolivariana, con i fatti dimostra di preferire la sopravvivenza allo scontro che potrebbe determinarne la fine.

A questo proposito, mantenendoci nell’ambito dei due materialismi citati nel titolo, va valutato fino a che punto nel corso del processo rivoluzionario si sia potuta formare una borghesia burocratica che ha acquisito reti di potere autonomo. Della sua presenza si è avuta la percezione da molti anni a Cuba e ciò non è stato tra le ragioni minori per l’implosione dell’URSS.

Ci si trova imprigionati tra le certezze di chi assicura che il Venezuela è sempre quello e i sospetti che i cambiamenti al vertice dello Stato venezuelano possano essere stati progettati e poi definiti d’intesa con Washington, con licenza di preservare le formule e la simbolistica del chavismo. Ma si è costretti a constatare che quanto va verificandosi in tema di autodeterminazione è accompagnato dalla rottura delle alleanze storiche con l’Iran, condannato per aver risposto all’aggressione, e Cuba, verso la quale non è partita neanche un’imbarcazione di aiuti, come minimo ci si deve rassegnare al principio di Bertold Brecht: “Tra le cose sicure, la più sicura è il dubbio”.

 

 

 

 

Poder Popular e senza dubbi

Tra le frasi famose di Bertold Brecht, a quella in apertura ne aggiungo un’altra: “Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso”. Ci sono coloro, in Venezuela, che di questa verità hanno fatto la loro anima. Visitiamo il “23 de Enero”, quartiere proletario e incorrottamente rivoluzionario di Caracas, che guarda la città dall’alto. E’ di quelli bombardati da Trump la notte del 3 gennaio. Barrio con 13mila abitanti, un tempo emarginato sulle alture sopra la Caracas dei ricchi ed escludenti, che si è voluto dare quel nome a ricordo della data del 1958 quando il dittatore Marco Pérez Jimenez venne rovesciato. Fu in prima fila nella rivolta popolare che fece fallire i successivi tentativi USA di regime change, o di golpe, come quelli del 2002 e del 2019.

Guadalupe, giovane militante della Coordinadora Simon Bolivar, la Comune che amministra il quartiere, ci parla del loro successo nell’alfabetizzazione, passata dal 22% al 98% e di come spirito, coesione e coscienza di quella collettività siano stati modificati nella partecipazione al processo decisionale che la riguarda.

Juan Contreras, da 27 anni portavoce della Coordinadora, ci illustra il lavoro politico, sociale, culturale, di addestramento militare, a promozione e in difesa del Poder Popular. Visitiamo il “Nucleo di Sviluppo Endogeno” diretto da un operaio fattosi docente, Vilfredo Roche, con la sua fabbrica di calzature e le sue “Clinicas populares”. Tutto nel segno di un potere decisionale diffuso, di una “democrazia partecipativa”, parola d’ordine di Chavez.

Sulla questione della sovranità, Contreras commenta: “La negoziazione è con le imprese petrolifere nordamericane e dell’Occidente, ma non si dovrebbero avere rapporti con l’Iran, la Russia, la Cina e neanche una goccia di petrolio deve arrivare a Cuba. Capisco che, in una condizione di guerra, le trattative debbano essere fatte, ma non a queste condizioni. La mobilitazione delle masse è da vedere in questo contesto. Chi è marciato contro gli USA? I settori popolari, il popolo venezuelano. Non si è vista una sola manifestazione dell’opposizione. Sono ottimista, avendo un popolo munito di coscienza che si mobilita giorno dopo giorno, che si organizza per affrontare la situazione e ottenere la liberazione del presidente Maduro. Sovranità e dignità sono la bandiera oggi più che mai necessaria per affrontare la crisi”.

 

Desde las trinchereas de lucha de 23 de Enero, bastion historico de la resistencia popular, la Coordinadora Simon Bolivar alza la su voz de fuego y dignidad para denunciar ante la conciencia universal…”

Nel giorno in cui Maduro si è dovuto presentare alla seconda udienza davanti al giudice di New York, la Coordinadora Bolivariana ha diffuso un documento indirizzato al popolo del Venezuela e alle forze rivoluzionarie e internazionaliste del mondo. Vi si esprime una durissima condanna dell’intervento imperialista e la richiesta di restituzione di Maduro e moglie, con forza decisamente superiore a quella espressa nelle esternazioni della nuova presidenza. Ne sintetizzo alcuni passaggi.

“Il presidente Maduro non viene processato in base a un atto giudiziario, ma a seguito di un vile atto di guerra, a un assalto all’autodeterminazione dei popoli che viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale. Il presidente Maduro è un prigioniero di guerra, un ostaggio del capitale internazionale e di una élite bianca suprematista che non accetta che una nazione abbia deciso di essere padrona del suo destino…. La farsa di New York, intesa a giustificare l’invasione, i bombardamenti e l’assassinio di 100 compatrioti venezuelani e di 32 fratelli cubani, ci presenta un tribunale coloniale dell’inquisizione con questi obiettivi: distruzione della rivoluzione bolivariana, saccheggio illimitato delle nostre risorse, restauro della Dottrina Monroe per ridurre la nostra patria a cortile degli USA.”

Con riferimento alla nuova Ley organica de hidrocarburos, il documento è esplicito: “Rifiutiamo che il reddito della vendita del nostro greggio venga confiscato per finanziare la macchina di guerra che oggi aggredisce i popoli liberi. Fedeli al legato del Libertador e del comandante Hugo Chavez, affermiamo che il Venezuela è sovrano e non riconosce potenze straniere, tantomeno le loro rapine a mano armata.”

“Basta con i ricatti coloniali! Libertà immediata per Nicolàs Maduro e Cilia Flores! Fuori gli artigli dell’impero dalla terra di Bolivar e Chavez. Quando la tirannia si fa legge, la ribellione è il diritto. Coordinadora Simon Boilivar, 25 marzo 2026, Caracas”.

C’è solo un modo per chiudere questo pezzo: Viva la Coordinadora Simon Bolivar!

 

lunedì 30 marzo 2026

Fulvio Grimaldi --- GUERRA CHE FAI, RESISTENZA CHE TROVI

 

Fulvio Grimaldi

GUERRA CHE FAI, RESISTENZA CHE TROVI

Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

https://youtu.be/6xMaWppSb8M

Dimenticare Gaza, il genocidio che continua e che si estende alla Cisgiordania, all’Iraq, allo Yemen e al Libano? Non far caso a quanto restava, in Cisgiordania, della Palestina mutilata e agonizzante, con coloni nazisti sostenuti da un esercito di tagliagole che uccidono, incendiano, distruggono, rubano, fanno deserto? Sorvolare su uno Stato criminale che impazza in Medioriente, si mangia fette di territorio per costruire il suo mostruoso Grande Israele, caccia e abbandona in strada un milione di cittadini di un paese inoffensivo, già massacrato altre volte, dopo avergli polverizzato le case?

Non dare ininterrotto conto dell’eroica resistenza di chi rifiuta di farsi destinare a una disumanizzazione finalizzata all’estinzione? Di chi in un paese inerme, con un governo imbelle, ma complice dell’aggressore, solleva la bandiera della resistenza e riesce a battere il più potente e “morale” esercito della regione? Di chi, memore e conscio di un internazionalismo svaporato in gran parte del mondo, dal suo lontano Yemen, sopravvissuto alla mattanza dei colonialisti vecchi e nuovi, sapendo di subire dure rappresaglie, si schiera in armi a sostegno dei genocidati? E ancora, non onorare e rendere riconoscenza a chi, tra i genocidati, da sempre e non solo dal 7 ottobre, non si arrende e lotta e, a costo di tutto, sa che tutto si può perdere, mai la dignità?

Nell’assalto all’Iran, cuore dell’Asse di questa Resistenza, è implicito proprio questo effetto per niente secondario: farci dimenticare l’orrore e l’onore di coloro che sono all’origine e all’arrivo di tutto ciò. La distrazione Iran è anche una grande manovra di depistaggio. Scontro tra potenze regionali e globali, boccone commerciale grosso e di glamour giornalistico per i media e per chi, anche tra i critici, se ne fa trascinare. Evento centrale che, però, inesorabilmente andrà a perdere protagonismo quando in una non vittoria per tutti, l’Iran sarà ancora lì. E intanto il mondo dovrà occuparsi del dilemma se Cuba debba ancora esserci. Intanto si sarà usato occasione e tempo per finire il lavoro in Medioriente.

C’è chi dà una mano anche presentandosi come quello, davvero bravo, che ha capito e denunciato tutto dei crimini dell’imperialista, colonialista, millenarista, sionista, guerrafondaio, unipolarista. E poi azzera tutto buttando giù, allo stesso livello di questo, l’altro piatto della bilancia. Quello dove stanno Hamas, Hezbollah, le Unità di Mobilitazione Popolare irachene che schiaffeggiano le basi USA, e gli yemeniti (chiamati “Houthi”, nome di una loro tribù, tanto per svalutarne lo Stato riscattato). Lode azzerata dall’infamia.

Non era Trump che indicava nell’Iran il centro del terrorismo internazionale? Appunto, i fiori dell’onore e della dignità germogliati dalle resistenze di un Medioriente non rassegnato? Eccolo servito. Ennesimo e particolarmente sciagurato né né.

Altra arma di distrazione di massa dai crimini mediorientali e dal senso di tutto, sono i clangori di sciabola fatti risuonare tra Caucaso e Golfo. Chi sospetterebbe mai che si tratta di clangori che silenziano i sussurri che passano di borsa in borsa, di consiglio d’amministrazione in consiglio d’amministrazione, di banca in banca, a ogni proclama del finto mentecatto e supremo speculatore della Casa Bianca? Escalation contro l’Iran? Prezzi vertiginosi, grandi profitti per chi vende. De-escalation, indici giù? E’ il momento di comprare. Non è naso. E’ orecchio. Quello a cui arrivano i preavvisi di Trump. Si chiama insider trading e Trump ne è il pontefice. La Terza Guerra Mondiale di cui tanti favoleggiano è questa.  Alla faccia e per la rovina di tutti noi.

Il resto nel video.

martedì 24 marzo 2026

L’INVINCIBILE --- Iran, tremila anni e andare

 

L’INVINCIBILE

Iran, tremila anni e andare

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__linvincibile_iran_tremila_anni_e_andare/58662_65950/

Il passato chi ce l’ha, chi meno

I padri romani, ai quali non nuoce mai rifarsi a indicare come l’evoluzione ogni tanto faccia delle inversioni a U e per capire cosa stesse succedendo o potrebbe succedere, raccomandavano repetita juvant e, anche Historia magistra vitae. Una raccomandazione che a forza di dar retta ai nordamericani, che da repetere non hanno che una raccolta di scalpi indiani, noi l’abbiamo buttata al vento dell’ovest.

Se invece, a dispetto di tutti coloro a cui serve che ce ne liberiamo, la memoria cui si consegnavano i romani la coltivassimo ancora, potremmo ricordare ai collezionisti di scalpi che sono 80 anni che non vincono una guerra e, quando non la perdono, si lasciano dietro una roba dalla quale non viene niente di buono a nessuno, nemmeno a loro. Vale pari pari anche per Israele. Ne ha vinte un paio, 1948 e 1967 e da una, Kippur 1973, ne è stato salvato per la collottola dagli USA quando, soccombendo, stava già innescando le atomiche. Due ne ha perse ignomignosamente contro una guerriglia in ciabatte, Libano 1980 e 2005 e una, la penultima, contro l’Iran nel giugno dell’anno scorso, quando, alla faccia del soccorso USA, ne ha beccate di più di quante ne abbia date.

Immemori di quanto è successo nel mondo prima di Wounded Knee e Gary Cooper, inconsapevoli di quanto vi sia di preciso in questo mondo sotto Starlink e al di là di Washington DC, quelli di Trump si sono lasciati trascinare in un’altra partita a perdere. E proprio da coloro – ebrei polacchi, russi, moldavi, tedeschi, inglesi, italiani, iberici e quant’altro - che, invece, rivendicando (del tutto abusivamente) un retroterra di 2.600 anni fa, disceso dal Sinai e esteso a tutta la Palestina, storicamente la dovrebbero sapere più lunga.

Un dato va premesso ed è indiscutibile. Dei risultati della risposta militare dell’Iran all’aggressione israelo-statunitense, che è devastante, dai nostri media e circoli politici sappiamo un decimo. Questo decimo andrebbe integrato da quanto riporta la stampa del mondo fuori dalla cupola imperial-sionista. E’ che, mentre il resto dell’umanità, cittadini di Mosca e Tehran compresi, ha pieno accesso all’informazione occidentale, le nostre democrazia ci vietano l’accesso alle fonti dei “cattivi”. Potremmo farci delle “illusioni”.

Andata come doveva andare, nelle ore del giorno in cui sto compilando queste spensierate ponderatezze, Israele stalla. Colpita, insieme alla costellazione di suoi partner e compari del Golfo, da chi doveva soccombere tra un sabbath e l’altro, alla terza settimana di botta e risposta, con tutto un popolo nel bunker, prova a salvarsi la faccia andando a picchiare il Libano. Facile, trattasi del più debole dei paesi dell’area, con il governo più imbelle e complice. Cosa c’è di meglio che gazizzare un piccolo paese nel quale quel governo amico e una borghesia munita di Falange collaborazionista ti tengono a bada il proletariato nazionale che prova a difendersi?

A essere meticolosi, comunque, non si può dire che i giochi, tra i due Stati con gli eserciti che si dicono i più forti, rispettivamente, del mondo e della regione, e la nazione portatrice di una delle civiltà più antiche del mondo, siano fatti. Ciò che si può però dire è che la seconda cammina da più tempo e su gambe più solide, sapendo tutto della sua complessità e da dove viene. Mentre il primo degli altri due sa a malapena chi esso sia, tanto che ogni due per tre se la prende con una delle sue componenti (vedi ICE) e il secondo tira in ballo, a pretesto degli abomini che compie, un libro di miti su genti che tagliavano le teste già qualche tempo fa. Saranno questi gli elementi, piuttosto che gli F35 e lo sterminio di scolarette, che determineranno l’esito finale.

Suez 1956 = Hormuz 2026

 

Questo a vedere il quadro grande e profondo, strategico. Ma la memoria ci insegna anche meravigliosi paralleli tattici. Ricordate la Crisi di Suez del luglio 1956? Gamal Abdel Nasser, dà il calcio d’inizio alla rinascita nazionale panaraba, nazionalizzando il Canale di Suez, sottraendolo al controllo geostrategico e ai profitti anglofrancesi. Un’armada di questi paesi, ancora fermi su pretese coloniali divenute illusioni, si lancia sul boccone disputato. Sei portaerei distruggono l’aeronautica egiziana mentre gli israeliani demoliscono le forze corazzate di Nasser nel Sinai.

L’Egitto sembra spacciato. Ma Nasser ha in serbo un colpo maestro. Prima che gli anglofrancesi arrivino sul Canale, affonda dozzine di navi arrugginite al terminale nord del Canale, così recidendo il cordone ombelicale che unisce i giacimenti petroliferi del Golfo all’Europa. Gli USA, allora senza Trump, capiscono l’antifona e ordinano il ripiegamento. Imposto, del resto, dall’evidente tramonto, così sancito, dell’epoca euro-coloniale.

Il pensiero non corre agli Stretti di Hormuz, bloccati e minati da Tehran? Passano solo i trasporti non nemici, suscitando il panico globale e riducendo lo spaccamontagne dagli impulsi inconsulti a pietire l’aiuto dei sottoposti europei. Che riluttano. Anzi, negano.

Sei dissidente? Sei esperto!

 

Piovono come cavallette, e dagli esiti infausti analoghi, gli “esperti” iraniani che nutrono di sé gli schermi e le pagine della nostra strutturale informazione ad usum delphini bellicus. Di cosa sia il loro paese non sanno nulla, essendo fuorusciti da quasi mezzo secolo. Sono residui monarchici, nostalgici dei fasti ultraliberisti pahleviani, quando trequarti della popolazione era analfabeta, ma per gli arruolati nella preparazione bellica tramite calunnie e falsità sono oro colato.

Perlopiù rozzi e ripetitivi nelle accuse da decenni, ogni tanto ne spunta uno dalla trovata originale che supera il logorio dello stereotipo propagandistico dell’agenda CIA-Mossad. Un mio amico, rimastone convinto, me ne ha trasmesso le argomentazioni. Il nocciolo del mistero iraniano starebbe nel fatto che “gli iraniani si rapporterebbero all’Occidente con tratti chiaramente morbosi, anzi patologici”. Quali sarebbero? Ecco qua: “un attaccamento eccessivo, un’ammirazione acritica, un amore maniacale, che impedirebbero qualsiasi distacco epistemico”. Con questo Occidente in cui immergersi, l’Iran si troverebbe di fronte allo “standard definitivo di razionalità, progresso, perfino virtù”. Non aspetterebbe che farsene modello universale.

Bum! Di colpo svaporata una civiltà trimillenaria del tutto originale, multiforme, sincretica, zoroastriana, islamica, moderna, che ha irradiato di sé la Mesopotamia e, da lì, mezzo mondo conosciuto. Svaporato un conflitto, questo sì epistemologico, tra due mondi dalla visione opposta dei rapporti inter-nazionali, interpersonali, sociali. Dissolti nel nulla le ragioni per cui 93 milioni di persone si oppongono a una normalizzazione occidentale di cui hanno sofferto l’imposizione e di cui sanno che altererebbe in profondità quanto esse sanno di essere. Il paradigma di un’infima minoranza di dissidenti espatriati, nostalgici di una minuta borghesia nelle grazie dell’imperatore torturatore e famulus degli USA, elevato a carattere identificante di un popolo che, come pochi altri, vanta e difende la sua diversità attuale e storica.

In ogni casa una sottile trappola cognitiva nella quale far sì che ci si rassicuri che, se proprio dobbiamo abbattere e disgregare questa nazione, lo si dovrà fare per farne emergere l’autentico carattere “euromaniaco”. Quello di società e civiltà a tutti superiori.

Dell’aggressione israelo-trumpiana all’Iran si sono dette incongruenze che rasentano l’ottusità. Per bloccargli la bomba atomica, ma se non se l’erano mai sognata ed erano disposti a trasferire all’estero l’uranio arricchito a scopi energetici e medici. Per fermarne lo sviluppo di missili balistici, che potevano minacciare gli USA, pur non superando i 2.000 km. Per salvarne (disintegrandole) le donne velate, emarginate e represse, che però erano il 64% dei laureati, tasso più alto del mondo, e quindi in posizioni decisionali a tutti i livelli: ricerca, sanità, scienza, istruzione accademica, parlamento, organizzazioni civili….. Infine. per il regime change, ma chi mettere al posto degli attuali dirigenti, visto che, a parte l’impresentabile figlio dello Shah e pappagallini dissidenti alla Machado, non si reperiscono interlocutori? E visto che, a parte quella infiltrata, tanta opposizione non ci deve essere se, ogni due per tre, milioni vanno in piazza a sostenere il governo e per le strade tra la gente passeggiano i massimi dirigenti dello Stato.

  I dirigenti e il loro popolo

Da Ciro a Khomeini

Dalla fondazione del regno degli Achemenidi, con Ciro il Grande, nel VI secolo a.C., gli iraniani sono, insieme agli Abbasidi, la cultura dominante nello sconfinato mosaico di pooli, religioni, culture, etnie, che è il Medioriente. La loro identità è triplice, comprensiva, includente e si prolunga dall’antichità fino alla nazione moderna, islamica dal VII secolo e scita dal XVI, multireligiosa e multietnica. Con i persiani metà della popolazione, le minoranze più numerose sono i curdi, 10%, i beluchi 1,5 milioni, gli azeri 14 milioni e gli ebrei. 30.000. Ho avuto modo di incontrare quest’ultima comunità a Isfahan e ricordo il rabbino capo che definiva Israele “Stato criminale” e sottolineava la serena convivenza con il “regime” e le altre comunità.

E sulle diversità che compongono da secoli questo arazzo di colori distinti ma convergenti che l’incompetenza degli strateghi e analisti occidentali fonda la speranza di disgregazione interna del paese. Speranza dimostrata vana dagli esiti, regolarmente fallimentari, delle varie sommosse che si è tentato di innescare ricorrendo a queste minoranze, di solito dopo gli immancabili e vagamente screditati “brogli elettorali”. Minoranze  che, oltre a essere numericamente inadeguate a una sollevazione generale, non sembrano neanche di averne tanta voglia, se è vero che sono i curdi iracheni infiltrati, addestrati dalla NATO (compresi i nostri Carabinieri) a Irbil, a rivelarsi l’elemento armato della recente rivoluzione colorata.

Se qualcuno dovesse preoccuparsi di una insufficiente coesione tra le componenti della sua base sociale, sarebbe piuttosto Trump. Il suo clamoroso tradimento delle premesse/promesse pacifiste e isolazioniste del movimento MAGA che lo ha portato al potere, si è esplicitato in misura drammatica con le dimissioni e la denuncia anti-Trump di uno dei suoi esponenti più prestigiosi, Joe Kent, capo dell’Antiterrorismo USA. Le parole di Kent (seguite dalle mezze parola di Tulsi Gabard, capa dell’Intelligence), “Non c’era nessuna minaccia dall’Iran, siamo stati trascinati in guerra da Israele”, potrebbero preludere all’inizio della fine della parabola del ciuffo giallo. Riflettono un dato generale: solo il 27% dei cittadini statunitensi approva la guerra di Trump, mentre il 43% la disapprova e gli altri non dicono.

Decapitato l’Iran. O il petrodollaro?

A ogni impresa di Netaniahu, massimo esperto storico di assassinio extragiudiziale, individuale, o di massa (brevetto Peter Thiel di Palantir), gioiscono i giornali: “Decapitato il vertice”. Che è quello, via via, di Hamas, di Hezbollah, del Venezuela e, ora, dell’Iran. Il “manifesto”, che si duole del velo delle donne, si sente su una pista di bowling e titola: “Una testa dopo l’altra…”. L’abitudine dei media occidentali a facilitarsi le cose personalizzando, trascura il dato di civiltà altre, non affette da individualismo esasperato, che proseguono il loro cammino sapendolo di un destino comune e, dunque, potendo ricorrere, se non a 93 milioni di “teste”, a una loro buona percentuale.

Una variabile interessante e indubbiamente centrata su questa storia delle decapitazioni la offre Pino Arlacchi, già vicesegretario dell’ONU, quando quella era l’ONU, e zar della lotta al narcotraffico mondiale. Nell’ufficio ONU di Tehran, un suo funzionario mi illustra la collaborazione nella gestione delle tossicodipendenze e del relativo traffico che si era stabilita tra l’unità di Arlacchi e il governo. La definisce del più alto successo internazionale. Alle guardie di frontiera del paese era costata centinaia di morti negli scontri con contrabbandieri afghani che, sotto un’occupazione USA che aveva rilanciato la coltivazione dell’oppio, venivano incoraggiati a infiltrare lo stupefacente in Iran a evidente scopo di minarne la saldezza sociale.

L’analisi di Arlacchi, un tantino più articolata e sapiente di quella dei tanti autonominati esperti di Iran, ha colto il segno di un equilibrio delle forze in campo: qualsiasi distruzione che l’armamentario israelo-statunitense possa arrecare all’Iran, non vale una percentuale di ciò che viene inflitto agli USA dalla demolizione, tramite droni, missili o blocco di Hormuz, della sua valuta, sempre meno riserva mondiale. La cassaforte del debito pubblico e commerciale USA, costituita dai petrodollari accumulati dalle petrodittature, socialmente fragilissime, davanti all’evidenza che le basi USA non sono riuscite a proteggerla, si va aprendo all’accumulo di altre monete, in particolare dello yuan. Chi è che sta subendo la crisi più grossa, Tehran decapitata, o Washington, la cui massima leva del potere entra in bilico?  

Chi è teocratico?     

 

Ahamadinejad con Chavez e con la vedova

Tornando all’identità dell’Iran, universalmente descritto come sottoposto alla dittatura religiosa, teocratica, degli Ayatollah. Lo si pone a confronto con una “democrazia israeliana” che si dichiara immune e impunita, giacchè una tribù monoteista, fuggita dall’Egitto politeista, dal suo dio esclusivo era stata eletta suo popolo esclusivo. Una democrazia che dichiara il suo Stato riservato agli ebrei e in cui altre componenti sono di rango infimo e possono essere sterminate. Poi c’è l’Iran multiculturale, multietnico, multiconfessionale, in cui tutte le comunità sono rispettate e nessuna è discriminata. Dove regna la teocrazia, cioè dove si dispone delle cose e delle persone, senza limitazioni di diritto o morale, secondo un dettato valevole solo per chi se lo attribuisce?

Qualche dubbio dovrebbe venire ai propugnatori dello scontro del bene, laico e democratico, gli USA, con il male, oscurantista e bigotto, l’Iran e tanti altri, dal capo del Pentagono Hegseth che termina le sue arringhe ai soldati con la recita di salmi della Bibbia, o dal comandante in capo che si fa ungere “eletto del Signore” nel nome di Cristo da un’accolita di pastori evangelici. Questa ottenebrazione demenziale scende poi per li rami quando i comandanti dei reparti spiegano alle reclute che “tutto ciò che vanno facendo le armate del Bene, inclusa la mattanza delle 180 bambine a Minab, fa parte del piano di dio, come da lui descritto nel Libro dell’Apocalisse, dove si annuncia il ritorno di Cristo e la fine dei tempi”.

E, per altri versi, nella consapevolezza della propria impotenza, si manifesta nella distruzione mirata di ciò che costituisce il retaggio di un percorso millennario e delle creazioni che vi sono state forgiate. Come a Palmira, in Siria, a Niniveh, Babilonia e Baghdad, è la frustrazione dei mendicanti di cultura e civiltà che si sfoga accanendosi su queste testimonianze.

 

Palazzo Golestan a Tehran del 1500.

Forte del suo variegato passato, nel quale si è perpetuata la fusione tra politica e religione fin dai tempi preislamici, l’Iran ha maturato un equilibrio tra laicità e confessionalismo che attraversa via via varie fasi, senza irrigidirsi definitivamente su nessuna. Il predominio della Guida Spirituale Suprema, con Khomeini e Khamenei, è stato modificato da una dialettica in cui gli indirizzi strategici preminenti erano fissati da presidenti laici, sia radicali che moderati. La rimozione di Ali Larijani ha tolto di mezzo (e Israele ne è ben consapevole) l’esponente di punta di questa dialettica che, dopo la scomparsa della Guida Suprema, prometteva di assumere tratti secolari e pragmatici, sia sul piano geopolitico, che negli spazi dati alle varie componenti della società.

Si ricordino i due mandati di Mahmud Ahmadinejad, sicuramente al tempo stesso il più laico per la questione dei generi, il più impegnato sul piano sociale e il più visionario e dinamico sul piano geopolitico, di coloro che si sono succeduti alla presidenza. Indimenticabili le immagini del suo abbraccio con Ugo Chavez e le sue lacrime mentre, al funerale del comandante, ne abbraccia la moglie, comportamento inammissibile per il musulmano rigoroso. Oggi di Ahmadinejad si dice che si trovi in dissenso con l’establishment coltivato da Khamenei.

Va dunque posto fine, a essere seri, alla descrizione di questo Stato repubblicano a molti strati, tutti originati da elezioni, come “Regime dei Mullah”. Il religioso è stato sempre presente, a vari livelli, nelle strutture del potere, ma si allaccia alla tradizione imperiale degli Achemenidi e al suo universalismo. E’ dal VI secolo a.C. che l’Iran è la massima potenza culturale, politica e militare della regione, in fertile coesistenza con i califfi arabi in Mesopotamia, dalla visione altrettanto universalista e con per rivali, più tardi, solo i turchi dell’impero ottomano. Una visione della vita, del mondo e della società che si distanzia dai messianesimo millenarista sia dell’ebraismo ortodosso, sia dei cristiani evangelici che costituiscono le milizie politiche delle dissennatezze di Trump.

Dal popolo o dalla provetta?

Rimettendo, letteralmente, i piedi per terra, immaginiamoci che uno come Bin Salman, o Flavio Briatore, abbia voluto allestire un superspettacolo con un torneo dello sport che, comunque, resta il più fedele specchio della società, della guerra, della convivenza e collaborazione, del fine più avanzato da raggiungere. Torneo in cui figurino, da un lato, il Manchester United, creato nel 1878 dagli inventori del calcio, e, dall’altro, squadre di recente invenzione, come l’Inter Miami, o il Neom, della città dei 170 km lineari ancora da costruire, o l’Al Rayyan del Qatar (di quel paese, cioè, che corrompendo decisori dell’UE, si è fatto assegnare i mondiali del 2022 con gli stadi costruiti da un esercito di schiavi, molti dei quali defunti nel processo e prontamente oscurrati).

Escludendo doping, o scommesse da vincere, o partite vendute, o lobby pro-Qatar, chi, secondo voi, dovrebbe, almeno alla lunga, vincere? Chi ne avrebbe i titoli? Storici, morali, professionali e, azzardo, escatologici?

Usciamo dalla discutibile metafora e mettiamo su un fronte l’Iran che, da quasi tre millenni, è tutt’uno con l’habitat del quale condivide la terra, l’andare, venire e stare di genti da conoscere e alle quali unirsi, le idee, i progetti, le invenzioni, alberi e cieli, dolori e felicità. E’ come il Manchester United, espressione della città, dei suoi fumi e onori e oneri industriali e operai, quando l’ho visto giocare e c’erano i Bobby Charlton, i George Best, i Denis Law. E c’era Matt Busby, che guidò la squadra per 26 anni, dal 1945 al 1971 e ne fece l’indiscusso archetipo e protagonista del calcio europeo.

 

Monumento a Matt Busby

Sull’altro fronte abbiamo i collezionisti di scalpi, i genocidi di varia matrice, improvvisatisi dogsitters biblici di un rottweiler a Washington addestrato all’attacco. Ai loro piedi formicolano alcune migliaia di feudatari, nominati membri di famiglie reali, che i sovrani della metropoli, Windsor prima, Wallstreet dopo, hanno promosso loro fiduciari a guardia delle ricchezze che fanno andare il colonialcapitalismo. Questi ultimi senza popoli, ma con nomadi del deserto fatti vicerè dai Windsor (e poi dai sovrani di Wall Street) perché, sfruttando schiavi immigrati, garantiscano flussi fossili e monetari.

Tutti questi sono predatori messi lì da altri predatori. L’Iran è come Il Manchester United. Ha tratto la sua essenza e il suo destino, la sua anima, da quel che c’era prima e, arricchendolo, lo va perpetuando, oltre la frivolezza, l’effimero, il precario, il caduco dell’immediato, che caratterizza la nostra scintillante e tragica “modernità”.

Il Manchester United ha saputo essere tutt’uno con il territorio e le sue genti da 148 anni. Rappresenta l’essenza e l’anima del suo popolo, attraverso gli attimi come nello svolgersi  del suo destino.

Noi, che ci spianiamo le rughe con l’acido ialuronico, ci crediamo baldanzosi e nuovi e, grazie agli algoritmi marciamo – e pensiamo - a passo dell’oca, siamo convinti che i bagliori del tramonto siano il crepuscolo dell’alba. L’Iran è antichissimo ma, se c’è una fonte dell’eterna giovinezza, è il pezzo dell’umanità che vi è più vicino.

Permettetemi di dire che sono laico, agnostico e semmai politeista. Ma se un paese rivoluzionato sotto la guida dei mullah produce un popolo di eroi, beato questo popolo e ben vengano i mullah

L’Iran potrà essere ferito. Non ucciso. Per il mondo nel quale noi siamo costretti, è invincibile.