martedì 2 giugno 2026

America Latina tra tradimenti e resistenze--- BOLIVIA 2000: RIVOLUZIONE – CONTRORIVOLUZIONE - RIVOLUZIONE? --- Cosa c’è “sotto”?

 

America Latina tra tradimenti e resistenze

BOLIVIA 2000: RIVOLUZIONE – CONTRORIVOLUZIONE - RIVOLUZIONE?

Cosa c’è “sotto”?

 https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__america_latina_tra_tradimenti_e_resistenze_bolivia_2000_rivoluzione__controrivoluzione__rivoluzione_cosa_c_sotto/58662_67217/ 



La Colombia tiene?

E’ lunedì mattina e aggiungo questo capoverso in testa al pezzo per completare la piccola rassegna degli ultimi sviluppi in un continente latinoamericano dalla forte turbolenza. Al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ha prevalso, per pochissimi voti, il candidato della destra Abelardo de la Espriella (44%), “El Tigre”, personaggio su cui punta Trump. Ivàn Cepeda, il candidato della sinistra (41%), continuatore della linea antimperialista di Gustavo Petro, ha contestato i risultati dello spoglio denunciando la manipolazione di centinaia di migliaia di voti. Il ballottaggio si svolge il 21 giugno. La partita è decisiva per l’intero Cono Sud. Petro aveva estratto la Colombia da decenni di narcotirannia e di milizie paramilitari (la famigerata “Israele latinoamericana”). L’eventuale vittoria di Cepeda costituirebbe un segnale di drastica controtendenza rispetto alla strategia di restaurazione lanciata da Trump con il suo piano Donroe.

Aspettando Cuba

In attesa che, constatata non risolutrice per l’eliminazione del maxidisturbo caraibico che tiene duro da quasi 70 anni, il metodo niente energia, niente trasporti, niente cibo, niente economia, niente sanità, si materializzi l’opzione che Trump adombra quando blatera “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Di opzioni ne ha tre. 1) Invasione, ma il ricordo della Baia dei Porci la sconsiglia. 2) Bombardamento, fino ad affondare l’isola, ma il contesto internazionale gliela farebbe pagare (da decenni 187 paesi votano contro il bloqueo, 3 a favore). 3) Una compravendita alla venezuelana.

Intanto facciamo un breve giro d’orizzonte su altri punti focali dell’America Latina. E insistiamo sulla Bolivia, dove tutto sta per succedere.

 

Sul lato del passivo: Venezuela, Honduras, Ecuador, Perù

Che ci sia in atto una strategia della restaurazione yankee rinforzata è dimostrato da una serie di paesi ex-antimperialisti, già vicini allo chavismo che, in un modo o nell’altro, golpe, o malasorte elettorale (a volte manipolata), sono rientrati in un ordine tipo “Condor 2”. C’è chi si ostina, magari per le sue buone ragioni, a pretendere che in Venezuela tutto continui come prima e, così facendo, dà una più o meno consapevole mano alla decapitazione del chavismo. E questo, incredibilmente, nonostante il passaggio delle risorse in mano privata, perlopiù USA, nonostante la rivolta popolare contro i quisling installati da Trump, guidata dalla storica Coordinadora Simon Bolivar, da sempre avanguardia rivoluzionaria e ora  punta di diamante della resistenza, e nonostante la denuncia di Luis Britto Garcìa.

📸🇻🇪🤝🇺🇸 DELCY RODRÍGUEZ Y EL DIRECTOR DE LA CIA EN CARACAS La  presidenta interina de Venezuela, Delcy Rodríguez, fue captada en una  fotografía junto al director de la CIA, John Ratcliffe, durante

Lo scrittore, storico e l’intellettuale forse più rinomato e autorevole del Venezuela, fatta a pezzi tutta la narrazione giustificazionista, ha lanciato un appassionato e doloroso j’accuse alla conventicola che Trump ha sostituito al presidente rapito, senza che questa offrisse uno spicciolo di resistenza all’assalto militare. Ha denunciato una resa militare, prima ancora che politica, subita a dispetto della disponibilità di un poderoso armamento di difesa e dei cento tra cubani e venezuelani che si sono fatti uccidere nell’unica resistenza opposta all’invasore, ora virtuale occupante.

All’invettiva di Britto Garcìa si è aggiunto quella dell’ex-vicepresidente e ministro chavista, Elias Jaua. In una lettera a tutti i venezuelani invita a rompere il silenzio, a manifestare la propria opposizione “all’occupante”, a riunirsi nelle piazze, inalberare cartelli e striscioni, scrivere sui muri, intonare l’inno che Chavez cantava nelle grandi occasioni di massa: “Gloria al Bravo Pueblo” (https://www.google.com/search?q=Chavez+canta+Gloria+al+Brsavo+Puerblo&rlz=1C1KNTJ_itIT1068IT1068&oq=Chavez+canta+Gloria+al+Brsavo+Puerblo&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOTIJCAEQIRgKGKABMgkIAhAhGAoYoAHSAQozNjY4MGowajE1qAIIsAIB8Q )

 

 Pedro Carrillo

 

In Perù si va a un confronto elettorale tra esponenti della destra, tra le quali spicca l’ignominioso nome Fujimori, stavolta portato dalla figlia del dittatore, Kiki, favorita alle elezioni, mentre, a seguito di una serie di golpe parlamentari, a partire dal 2022, con un alternarsi in brevissimo tempo di vari presidenti, l’ultimo presidente democraticamente eletto, Pedro Castillo, langue in carcere. Sponsor in prima fila di questi accadimenti, la generale Laura Richardson, capo del Comando Sud del Pentagono.

 Juan Orlando Hernandez

In Honduras la fase antimperialista di Xiomara Castro, presidente dal 2022 al 2026, eletta dopo 13 anni di governi nominati da Washington, successivi al golpe del 2009, termina con la vittoria di Nasry Asfura, estrema destra sotto tacco yankee, propiziata dagli interventi a gamba tesa di Trump. Mentre grazia un ex-presidente honduregno, Juan Orlando Hernandez, condannato negli USA per narcotraffico a 45 anni, The Donald aveva fatto sapere agli elettori che non avrebbero più ricevuto un dollaro se non se non avessereo votato Asfura, noto come seguace e prosecutore del narcos rilasciato.

 Daniel Noboa

In Ecuador è ormai lontana nel tempo la “Revolucion Ciudadana” che nel 2007 portò al potere Rafael Correa e, fino al 2017, una politica antimperialista di autodeterminazione e riappropriazione delle risorse energetiche e ambientali del paese. Contro la candidata della Revolucion Ciudadana, Luisa Gonzales, rivince nel 2025, grazie a clamorosi brogli, Daniel Noboa, esponente di una dinastia che, titolare delle 25 imprese più importanti del paese, è da sempre la portatrice degli interessi delle multinazionali USA. Che includono il più forte flusso di stupefacenti sudamericani dalla costa ecuadoriana verso Nord e verso l’Europa e costanti provocazioni armate contro la vicina Colombia del presidente antimperialista Gustavo Petro.

Sul lato dell’attivo: Bolivia

Visitai la Bolivia nel 2000, eminentemente per andare a trovare il luogo, con il suo monumento, nel quale il Che era stato catturato e giustiziato, la Higuera, a vedere le case, le genti, i monti, i cieli, gli alberi, che lui aveva visto prima che gli chiudessero gli occhi con una pallottola. Era la visita al fondatore e leader dell’unico partito in cui mi riconosco da una vita, quello guevarista. Che non esiste. E’ una condizione dello spirito. Che però detta i tuoi pensieri e le azioni che ne scaturiscono. Il 2000 era anche l’anno della più grande lotta civile vista da quelle parti, non solo in Bolivia: la Guerra del agua.

Rivisitai la Bolivia nel 2003 e mi ritroverai nel bel mezzo di una nuova guerra, quella del gas. Entrambe queste guerre di popolo riuscirono a sottrarre beni fondamentali agli artigli delle multinazionali statunitensi, cui governi felloni li avevano concessi. Costarono centinaia di morti, ma aprirono un’epoca nuova. Quella del MAS, Movimento al Socialismo, guidato dall’indio Aymara Evo Morales. Durò vent’anni.

L’era del MAS e il suo suicidio

E fu alla vigilia dell’elezione di Evo a presidente della Repubblica, 22 gennaio 2006, quando il popolo raccolse il frutto del proprio coraggio e del proprio sacrificio, che lo incontrai e intervistai nella sede del movimento a La Paz. Personaggio molto sicuro di sé e dei suoi propositi. Anche leggermente scorbutico.

Evo si aggira ancora per le lande, i villaggi e le città dl dipartimento di Cochabamba, terra dei suoi cocaleros, ma l’aura del capopopolo rivoluzionario si è spenta, dissipata più dai suoi errori, che dalla forza reazionaria di una borghesia che da sempre prospera all’ombra di dittature, regimi reazionari e del padrinaggio USA.

Se Evo Morales e il suo personalistico micropartito “Evopueblo” ora si affannano invano a svolgere ancora un ruolo, perduto quando un presidente rivoluzionario ha provato a trasformarsi in caudillo, quel ruolo lo ha assunto in questi mesi un intero popolo. Sono mesi che il paese è in fiamme e resiste, con incredibile forza, agli strumenti di una brutale, e letale repressione messa in atto dal gruppo dirigente di estrema destra uscito dalle elezioni del 25 novembre 2025. In quell’occasione Rodrigo Paz Pereira, democristiano, prevalse al ballottaggio su un candidato ancora più di destra, Jorge Quirora, ex-presidente, abbattuto dalla rivolta popolare dei primi 2000.

Due candidati, riferibili rispettivamente ai tronconi sopravvissuti alla spaccatura del MAS, hanno ottenuto rispettivamente il 3,2% e l’8,1%. Uno scempio che non riflette se non le pratiche suicidarie adottate da Morales a partire dal 2019 quando, violando la Costituzione, dopo i suoi tre mandati si volle candidare per un quarto e fu respinto dal rifiuto popolare, espresso in un referendum. Nel novembre di quell’anno si verificò il golpe che spazzò via il governo del MAS. Mentre contro il popolo in rivolta si scatena una repressione con decine di morti, di cui furono vittime sindacalisti e politici, Morales, abbandonando i suoi compagni in trincea, se la svigna in Messico. Poi ripara in Argentina. Rientra quando un nuovo turno di elezioni, nel 2020, sancisce la vittoria del suo storico ex-ministro dell’economia, Luis Arce, uno degli esponenti più validi del MAS.

La crisi della sinistra boliviana precipita ed Evo ne è la massima causa. Mentre Arce si sforza di tenere in piedi la baracca contro il costante serpenteggiare dei golpisti, il presidente del riscatto gli si rivolta contro, gli lancia accuse infondate di connivenza e incompetenza. Finisce con lo spaccare il MAS tra evisti e arcisti e anche quel fronte delle sinistre che aveva i suoi pilastri nella COB, Central Obrera Boliviana, federazione sindacale, nei minatori, nei campesinos, negli indigeni che qui avevano conquistato il primo “Stato Plurinazionale” dell’America latino-indigena.

Arriva ad allestire posti di blocco, nelle zone del suo seguito, che sabotano i trasporti e, quindi, l’economia del paese e si scontra addirittura a pistolettate con la polizia che aveva provato a fermarlo. All’avvicinarsi delle elezioni, nelle quali Luis Arce risulta ancora favorito, crea un nuovo partito a lui intitolato, Evopueblo. Che, però, per mancanza dei requisiti giuridici, non verrà ammesso alla consultazione. Arce, dal canto suo, per non esasperare ulteriormente lo scontro, rinuncia a candidarsi. L’esito di tanto sfacelo era predeterminato.

 

Quando le urne non contano

Torniamo a oggi. Quanto al popolo tradito e abbandonato, questo si è impegnato autonomamente a riunificarsi e sta da mesi dimostrando la determinazione a riprendere in mano il proprio destino. Il governo in carica, di cui le masse chiedono le dimissioni, tra scioperi generali a tempo indeterminato, marce, assedi ai palazzi governativi, blocchi stradali in tutto il paese che ne impediscono il funzionamento, il controllo del governo si limita ormai a poco più del dipartimento della capitale. Dove è minacciato dalla città gemella di El Alto, storicamente roccaforte dello schieramento socialista e antimperialista e punta avanzata dell’assalto alla presidenza Rodrigo Paz. A fine maggio il parlamento assegna al presidente i poteri speciali della legge dell’emergenza e pere l’impiego dell’esercito nella repressione.

L’innesco immediato della sollevazione è un decreto del 18 dicembre che, con la scusa di un deficit fiscale, elimina quei sussidi al costo dei carburanti che facevano funzionare i trasporti e quindi l’economia. Prezzi raddoppiati. Inoltre, viene acquistato e venduto dallo Stato un diesel di pessima qualità che inizia a danneggiare i veicoli. Subito dopo, altra sferzata: la piccola proprietà terriera viene riclassificata come media, misura che viene interpretata da indigeni e sindacati agricoli come un attacco diretto alla piccola proprietà della terra. Seguono altre misure di austerità.

La reazione si manifesta con una protesta degli autotrasportatori che blocca i maggiori centri urbani. Parte in tutto il paese una serie di scioperi selvaggi. Ne prende la guida la COB e il suo segretario generale, Mario Argollo, ora in clandestinità, ne assume la leadership. Lo sciopero diventa generale e a tempo indeterminato con, per avanguardie i minatori che, muniti di dinamite, marciano sulla capitale, assieme ai cocaleros e agli insegnanti. Arrivano a oltre 150 in tutto il paese i posti di blocco allestiti dagli insorti. Il paese è paralizzato. Non circola più un litro di carburante. Il regime reagisce con ulteriore violenza.

Contadini, insegnanti, operai… La saldatura delle lotte blocca la Bolivia |  il manifesto

Accordi di Abramo a sostegno del regime

Al sesto mese di ultraliberismo e austerità, con conseguente vera e propria sollevazione la richiesta di ritiro dei provvedimenti antipopolari si evolve in richiesta di dimissioni tout court del presidente Rodrigo Paz. Le chiedono addirittura reparti dell’esercito. Grande impressione, suscita, alla fine del mese, un’enorme marcia delle donne sui palazzi del potere nella capitale. Le forze della repressione assistono paralizzate.  

 

La prospettiva è la caduta del governo, nuove elezioni, o una prolungata e sanguinosa guerra civile. Molto dipende dalla misura che assumeranno, rispettivamente, la forza degli insorti e il grado di sostegno che al malfermo regime vorranno dare i suoi sponsor del Nord. Armi e gendarmi a sostegno della repressione sono già inviati a La Paz dall’affine argentino Javier Milei. Si prospetta anche l’entrata in campo della destra evangelico-sionista, qui presente con tanto di bande armate, sebbene con meno consenso che altrove, impegnata nell’includere la Bolivia (che aveva aderito ai BRICS) negli Accordi di Abramo. Quelli per l’ingresso nei quali Israele già sta trattando con Costa Rica, Panama, Uruguay, Salvador.

A chi il litio?

In tutto questo c’è un non detto dai media , che però esercita un peso decisivo sugli sviluppi della crisi.

 Rodrigo Paz

Non c’è pensiero, non c’è proposito, non c’è mossa, non c’è obiettivo, non c’è motivazione, di Donald Trump, che non scaturiscano dal biglietto verde con i simboli massonici. Guerra, negoziato, pace, trombonate, ripiegamenti, botta e controbotta, tutto nel quadro di un meraviglioso e impunito insider trading, sono cose che producono soldi, movimenti di borsa, dividendi. Per sé, l’ormai immune per legge da ogni seccatura fiscale, passata e futura, come per i compari, coriferi, sicofanti, domestici e, soprattutto, i famigliari formatisi a Tel Aviv.

Come poteva sfuggire al meccanismo quello che è il massimo produttore della ricchezza che sostiene il potere, ormai quasi assoluto, delle cibertecnologie, il litio? E, assieme al più vasto giacimento di questa terra rara (parzialmente condiviso da Cile e Argentina, già cooptati), nel sottosuolo boliviano gli altri bei minerali necessari a quelle: antimonio, bismuto, stagno. argento, zinco, germanio, manganese, tantalio. Trattasi di 31 su 38 minerali cruciali e terre rare indispensabili all’innovazione tecnologica: batterie, intelligenza artificiale, strumenti militari di altissima precisione

Prima del golpe, nell’estrazione e nel trattamento del litio boliviano erano coinvolti i cinesi. Non si sa se il passaggio di questa giugolare del potere nelle grinfie delle multinazionali USA sia stato discusso a Pechino nell’incontro Xi-Trump. Ma indubbiamente a dar man forte al regime di La Paz, scaturito dalla disfatta delle sinistre e oggi impegnato a domare una vera rivoluzione, non poteva mancare, con occhio su quei giacimenti, il contributo del tycoon.

La foto ci dice che la manovalanza di partenza è già sul posto. Mancano il giusto direttore dei lavori, i suoi stabilimenti, le sue tecnologie e la sua banca. Ad aprile il governo boliviano e gli Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa relativo a tutti i minerali cruciali. Con in testa il litio. L’accelerazione è stata impulsata dalla guerra con l’Iran che ha costretto gli USA a rafforzare le sue catene di rifornimento di minerali strategici. La Bolivia, con questa enorme richezza sotto la sua superficie, non poteva essere lasciata a margine degli aggiornamenti strategici del Pentagono e in generale dei Big Tech impegnati a non lasciarsi superare dalla Cina . Che ha di suo l’altra grande estensione del litio. Quello di cui l’Occidente politico decisamente scarseggia.

Così il 28 aprile, a La Paz, Caleb Orr, vicesegretario USA per l’economia e il ministro delle miniere boliviano, Calderon de la Barca, firmarono quello che il presidente Rodrigo Paz annunciò come un evento storico per lo sviluppo della Bolivia e che, invece, è la sua totale resa agli interessi USA. Il memorandum non contempla la minima prospettiva di industrializzazione in territorio boliviano e tantomeno impegna le imprese statunitensi a costruirvi impianti di trasformazione, con relativa occupazione, o ad assicurare un minimo di trasferimenti di tecnologie.

Alla privatizzazione di tutto quello che nel ventennio del MAS era considerato pubblico e gestito nel nome del popolo, si aggiunge un altro, parallelo elemento di rottura: un prestito del FMI, di quelli che gli Stati progressisti del Cono Sud hanno da sempre rifiutato, ben sapendo a quali condizioni fossero legati. Così ora a La Paz arriveranno 3,3 miliardi di dollari, ovviamente non gratuiti, ma accompagnati dall’impegno di cedere al privato, insieme al litio, quanto rimane dell’economia pubblica boliviana, accompagnato dall’adozione di misure che assicurino la flessibilizzazione del mercato del lavoro.  

El Che vive!

Come andrà a finire questo che è diventato un conflitto di portata strategica, con riflessi su tutto il continente, sta per ora in grembo a Giove. Di sicuro è l’inizio di un movimento in controtendenza alla dottrina Donroe lanciata da Washington.

Lo spirito di Evo si è spento. Ma quello che si respira nella vera e propria insurrezione di un popolo, nella sua forza, nella sua coscienza, è uno spirito che non muore. E’ quello del Che Guevara, che vive e lotta insieme a tutti noi, in Bolivia, a Cuba, in Palestina, ovunque noi siamo.

martedì 26 maggio 2026

FULVIO GRIMALDI --- BOMBE, TRIBUNALI, TORTURE E MESSIA --- Grazie Flotilla per aver mostrato al mondo la peste fatta Stato

 



https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__bombe_tribunali_torture_e_messia_grazie_flotilla_per_aver_mostrato_al_mondo_la_peste_fatta_stato/58662_67059/

Sassolini nelle scarpe

Siccome in ognuno di noi alberga una salutare dose di malizia, prima di centrare l’esaltante argomento epocale della Flotilla, eroica e vincitrice, invio un pensierino a coloro con i quali ci siamo spettinati al tempo dell’altra Flotilla. C’era chi, addirittura all’interno del nostro giro di valori, aveva inarcato le sopracciglia e quei veri e propri eroi li aveva mordicchiati così: “E’ solo simbolico, non serve a niente, esibizionismo inutile, meglio mandare soldi, molte perplessità...”

C’era anche chi aveva ritenuto opportuno (o opportunista), seccatosi anche il bacino no vax, archiviare l’ormai logora questione palestinese e saltare su un cavallo più visibile e glamour, l’Iran. Magari lo avrebbe portato più lontano e ne avrebbe fatto risuscitare vecchi e ormai logori fasti….

Sono ormai tre volte che quell’ “inutile esercizio simbolico” costringe la parte migliore di oltre 7 miliardi di viventi pensanti a prendere atto che la Palestina è l’ombelico del mondo, che la guerra all’Iran è un altro fronte palestinese e che lo Stato sionista è un’irrimediabile patologia dell’umanità. E se è vero, come tutti i sondaggi confermano, che l’80% degli israeliani ebrei sostengono questo regime e che, addirittura, la diffusione del video del torturatore Ben Gvir ne ha rafforzato il consenso, vuol dire che la mente collettiva di questa società è profondamente deteriorata.

Un esperimento, come esercitato sui palestinesi, dalla pulizia etnica a Gaza agli orrori irrepetibili delle carceri, che farebbe la gelosia di coloro cui si imputano Auschwitz e Buchenwald. La Flotilla e i suoi eroi sono quanto ci voleva per condannare questa entità, se non alla fine dei tempi (che intanto, in attesa del Messia, essa intendeva riservare ai palestinesi e a molti altri), alla fine del suo spettacolo di manipolazione illusionista, con tanti Jack lo Squartatore travestiti da orfanelli. Tragedia eseguita su un palcoscenico il cui assito è fatto di corpi, torturati e mutilati, con la kefiah. Dei quali corpi si è voluto dare ai benefattori dell’umanità imbarcati sulla Flotilla un senso di affinità.

C’è solo da aggiungere la reazione di Trump, dopo che Netanyahu ha dato uno strattone al guinzaglio. Ha guaito totale condivisione, precisando trattarsi di terroristi e, quindi, validando ciò che ai palestinesi viene inflitto nell’inferno israeliano dello stupro e della sodomia tramite cani. Ne sarà lieta la picciotta di tanto padrino.

7 ottobre come 11 settembre

Tutto parte dal 7 ottobre 2023, come tutto era partito dall’11 settembre 2001. Nel secondo caso prende l’avvio la cosiddetta “guerra al terrorismo” neocon. Una guerra, però, che piuttosto che “al”, sarebbe stata diffusa al mondo “dal”, terrorismo e avrebbe inaugurato un’era, già vaticinata da Fukuyama con “La fine della storia e l'ultimo uomo” (1992), che, nella visione dei millenaristi di cui diremo, sarebbe destinata ad estendersi su tutto il futuro, fino alla venuta del Messia, ad Armageddon, alla battaglia risolutiva tra Bene e Male, e alla fine dei tempi. Intanto si è cominciato benissimo: Afghanistan, Iraq, Palestina, Siria, Libia, Libano, Iran e golpe e guerricciole varie connesse

Nel primo caso, dal nostro balcone sul Mediterraneo, guardando neppure tanto lontano, ci siamo affacciati su una guerra ai diritti umani che riduce le violazioni del passato ad avanspettacolo, nel senso letterario del termine. L’innesco è stata l’evasione dal carcere, dopo quasi ottant’anni di detenzione, di un gruppo di prigionieri che, per ottenere la liberazione dei loro compagni, hanno fatto irruzione nei locali dei carcerieri e, di questi, ne hanno portato via alcuni.

 Gaza

Al che si sono susseguiti, in aggiunta ai menzionati quasi ottant’anni nei quali un territorio altrui veniva trasformato in campo di concentramento, 34 mesi in cui a un migliaio di vittime da fuoco incrociato, in parte fatte passare per stuprate (ma nessuno le ha mai viste né vive, né morte), si è risposto con 75.000 morti ammazzati (qualcuno calcola 200.000 tra morti dirette e indirette, 70% donne e bambini), 60km per 12 e 360 kmq ridotti a terra bruciata, con sopra 2 milioni di persone, delle quali qualcuno, “chiamato terrorista” ha provato a difendersi. E sorvoliamo sui particolari: bambini sparati sui genitali o in fronte, morti di fame che vengono attirati da pentoloni fumanti e gli si spara in faccia nel nome di un’assistenza yankee, fogne scoperchiate e ratti mandati a mangiarsi i bambini prima che li colga la peste, giornalisti bloccati fuori e quelli indigeni azzerati con le loro famiglie…

Il pretesto del 7 ottobre per l’immane olocausto di Gaza, che viene ora ripetuto in Cisgiordania e Libano, era già stato svuotato dalle inchieste ONU, di Al Jazeera, degli stessi media israeliani (Haaretz, Canale 12) e da testimoni.  Sono state demolite le accuse più luride, come quella degli stupri individuali e di massa. O dei 40 neonati decapitati o dei bambini cotti nei forni. Nessuna accusa di stupri su viventi o deceduti ha retto alla prova dei fatti (tutto riassunto in un dossier della piattaforma The Electronic Intifada).

Gazizzare tutto

E, saltando un altro pezzo di terra rubata, magari con uno di quei parapendii del 7 ottobre, arrivare sugli ultimi pezzetti di terra non colonizzata, non annessa, non stuprata da coloni dotati di licenza di tutto, a Hebron, a Gerusalemme, a Nablus e vedere cose che voi umani…

 Cisgiordania

Un cane palestinese che guaisce sempre più piano, bastonato a morte da un colono, un agnello pugnalato, pecore rubate, emblema e sintesi di infinito altro. Come: un filo spinato e venti sgherri in uniforme che bloccano bambini delle elementari mentre vorrebbero raggiungere la loro scuola, che nel frattempo va a fuoco; l’acquedotto fatto saltare con l’acqua del bere e cuocere e coltivare, che va a farsi palude là dove le pecore – quelle non rubate, o uccise - dovrebbero brucare; ulivi che, secondo gli umori del momento dei coloni, vengono sradicati e lasciati a seccare, o bruciati; gente, sparata, o  falciata da automobili, perché finita su strade che un tempo erano sue e ora sono vietate. E se capiti su quelle dei coloni, esclusive, sulla tua di terra, ti mettono sotto.

E, a completare la rapina di proprietà millenarie altrui, la finta biblizzazione, mediante autodistruzione coatta, delle case storicamente palestinesi di Gerusalemme Est, e mediante l’appropriazione dell’intero patrimonio storico archeologico palestinese in Cisgiordania e Gaza.

Ora sparisca il Libano

Poi, sempre un pezzo di terra rubata più in là ancora, dove si spacca la testa a un Cristo di gesso, o si prova a dissacrare una Madonna infilandole una Marlboro in bocca. E questo, mica tanto per sfottere un papa che intima allo sponsor di tutto questo di dire la verità quando straparla di atomiche iraniane. Non c’è dietro qualcosa di più grosso. Tipo, se la fine dei tempi sia annunciata dalla venuta di Cristo, o non piuttosto dal Terzo Tempio. Ne parliamo dopo.

Intanto si va perfezionando la gazizzazione anche del Libano, a dispetto di tutte le tregue, che per lo Stato fuorilegge funzionano da sollecitazione al genocidio. Ci stiamo avvicinando a 5000 morti ammazzati, 11.000 feriti, ovviamente tutti Hezbollah, in un paese quasi interamente desertificato, avvelenato, poiché sempre di roccaforti di Hezbollah si tratta, con 1,3 milioni cacciati dai loro villaggi millenari che vagolano in un mare di macerie, ma se lo meritano perché sono tutti terroristi che vorrebbero spazzare via Israele (che è la terza volta, dal 1978, che questo cronista li ha visto invasi, devastati, uccisi, occupati da Israele). E se lo meritano anche di essere spazzati via - pratica generale israeliana – coloro che, per mestiere e vocazione, accorrono per salvare il salvabile di quanto un attimo prima le bombe hanno massacrato (sette sanitari il 22 maggio).

Che invece per diventare il Grande Israele, come concesso da Dio e sancito nella bibbia, deve frantumare tutto quello che lo circonda. Sparite le grandi nazioni arabe, con la loro blasfemica pretesa di essere Stati al pari dell’unico titolato dalle Scritture, ci sarà una variopinta, divertente e innocua mescolanza di tribù, clan, etnie, sette, comunità, conventicole, che in comune avranno al massimo la Fratellanza Musulmana, con la quale si può convivere e che non ha mai tenuto molto alle nazioni.

Questo Stato fuorilegge, nato nell’assoluta illegittimità violando ogni principio di autodeterminazione dei popoli e dei diritti umani, dotato di un tasso di criminalità senza pari nella Storia recente, ha goduto, dall’atto del concepimento e poi della fondazione, di una totale e ontologica impunità garantitagli dalla comunità internazionale. Ora questo “Iron dome” giuridico-morale a protezione dei suoi delitti e della sua costante predazione di vite, risorse e territori, si è infranto. E, di nuovo, è alla Flotilla che dobbiamo se, tirata per i capelli, la nostra fascistica – e perciò affine – premier e tutto il suo cialtronesco e complice governo sono stati costretti, dopo anni di ignavia e sicariato collaterale, ad azzardare qualche rampogna contro i camerati.

 

Resta la consolazione, a rischio di accusa di terrorismo, del successo di Hezbollah, del tutto inatteso dopo la decimazione del 2024, nel contenere l’avanzata dell’IOF. Sono gli stessi media israeliani a dichiarare che droni e missili della Resistenza libanese sono a riusciti a ridurre dell’80% le operazioni militari programmate nel Sud del Libano. Con un retroterra nella Galilea occupata, parzialmente svuotata dei suoi abitanti in fuga da missili e costanti allarmi, l’esercito israeliano si è visto costretto a limitare le sue attività alle ore notturne, quando i droni, che di giorno sfuggono ai radar grazie ai loro cavi di fibra ottica finissima, non volano.

“Un altro genocidio dietro le mura”

 

Sarebbero dovuto bastare le innumerevoli testimonianze di sopravvissuti nei centri di detenzione israeliane, di medici e operatori umanitari che li hanno visitati, ma anche solo le agghiaccianti immagini di centinaia di corpi ammassati nudi, bendati, raggomitolati e in ginocchio, esibiti su camion e nelle strade di Gaza. Non sono bastate, Ora però si è arrivati a una scossa che, forse, continuerà a non turbare le cancellerie occidentali e l’immunità concessa allo Stato ebraico, ma che ha smosso qualcosa di drastico in quello stesso Stato. Tanto da farlo ricorrere a misure che si vorrebbero risolutrici, ma che non faranno che rendere definitivo il giudizio dell’opinione pubblica ancora umana.

Lo Euromed Human Rights Monitor, il più autorevole organismo europeo per l’osservazione del rispetto dei diritti umani da parte degli Stati, ha pubblicato un rapporto sulle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi, Un altro genocidio dietro le mura”, sulla violenza sessuale come strumento di tortura nelle strutture di detenzione israeliane. E queste sono state ribadite in ogni orripilante dettaglio da organizzazioni difficilmente accusabili di antisemitismo, come Amnesty International, l’israeliana Physicians for Human Rights, Palestinian Center for Human Right. Che, tra l’altro, documentano casi di prigionieri morti sotto tortura. 94 solo tra ottobre 2023 e settembre 2025.

E, sorprendentemente, il più prestigioso quotidiano statunitense, il New York Times, storicamente sostenitore delle ragioni di Israele e megafono della sua propaganda, ne ha condiviso e avallato le accuse. Confermando quelle del Monitor e di numerose Ong, pubblica le testimonianze sui detenuti palestinesi vittime di sistematici abusi sessuali nelle strutture carcerarie dello Stato ebraico. Dandosi, come ormai suole, la zappa sui piedi, il primo ministro Benyamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gideon Sàar hanno ordinato l’avvio di un’azione legale per diffamazione contro il “loro” giornale

Ecco i punti principali del rapporto:

  • Pratiche documentate: Il documento descrive stupri, aggressioni con strumenti, torture mirate agli organi genitali e l'utilizzo di cani militari per gli stupri.
  • Natura sistematica: Secondo l'organizzazione con sede a Ginevra, tali abusi non sarebbero casi isolati, ma farebbero parte di una politica statale organizzata mirata a distruggere la volontà fisica e psicologica dei prigionieri.
  • Metodologia: Le denunce sono basate su centinaia di interviste condotte negli ultimi due anni a prigionieri palestinesi rilasciati dalla Striscia di Gaza.
  • Impunità: Il rapporto evidenzia come i centri di detenzione siano diventati "zone di immunità", dove le violenze avvengono senza reali controlli indipendenti o meccanismi di responsabilità.

E, di nuovo, è alla Flotilla che dobbiamo se, tirata per i capelli, la nostra fascistica – e perciò affine – premier e tutto il suo cialtronesco e complice governo sono stati costretti, dopo anni di ignavia e sicariato collaterale, ad azzardare qualche rampogna contro i camerati. Si sono offerti inermi, gli eroi della Flotilla, ai carnefici hanno accettato di subire su di sé le spaventose atrocità che questi mostri vanno infliggendo da decenni alle centinaia di migliaia di vittime nelle loro carceri. Ma che, finchè erano riservate ai soli palestinesi, avevano turbato meno del colletto sbottonato dell poliziotto di guardia a Palazzo Chigi. 

Esordio dei cani carcerieri ad Abu Ghraib, Iraq

E come se tutto questo non bastasse, ecco che dallo stesso Israele, tramite uno dei suoi media non del tutto normalizzati, Canale 12, emerge il dato di una violenza sessuale, specchio di quella globale, praticata all’interno delle stesse strutture delle famose “forze armate più morali del mondo”. Ai comandi sono pervenute, durante il solo 2025, 2.500 denunce di abusi e aggressioni sessuali praticati nelle fila dell’esercito. Di queste, oltre 700 furono trattate soltanto all’interno delle stesse strutture e 21 si conclusero con meri provvedimenti disciplinari. Solo il 5% dei casi fu rinviato a un “organo esterno”, senza specificare quale.

Tribunali Speciali Militari

“Dal dì che nozze e tribunali ed are / Dier alle umane belve esser pietose / Di sè stesse e d’altrui…” Così Ugo Foscolo nei “Sepolcri”, pensando a come i tribunali, la legge uguale per tutti, la sentenza solo dopo regolare processo, fossero segni di civiltà conquistata.

E’ un proposito un po’ diverso quello che ha determinato la Knesset a emanare in gran fretta, senza voto contrario, due leggi che rovesciano l’assunto del Foscolo e sono l’immediata, affannosa, risposta alla demolizione delle ragioni israeliane come espresse nella narrazione del 7 ottobre e nei successivi genocidi praticati qua e là nella regione.

Legge 1: Condanna a morte per impiccagione di palestinesi per “attentati alla sicurezza dello Stato”. Che, nel concetto dei legislatori, è il palestinese che esercita il suo diritto a resistere all’occupazione, peggio, a fare il palestinese su terra palestinese. Una figura giuridica che, semmai, nel diritto internazionale sarebbe un “prigioniero di guerra” da rispettare. Basterà una scritta sul muro, una resistenza passiva alla demolizione della propria casa, un passo troppo vicino a una colonia.

Legge 2: Creazione di un Tribunale Speciale Militare che vorrà processare 300 presunti autori di presunti atti di terrorismo perpetrati in territorio palestinese occupato da coloni militarizzati il 7 ottobre 2023. Sono l’esatta replica di quello creato dalla legge fascista 2008, del 25 novembre 1926.

 Tribunale Speciale fascista, 1926

Dalla conferma, tramite condanna e impiccagione, del carattere terroristico dei palestinesi, catturati chissà come, dove, quando, e dall’esibizione in diretta mondiale delle udienze dei processi, alla maniera di Norimberga o di quello ad Adolf Eichmann, gli israeliani si ripromettono di neutralizzare la catastrofe comunicativa determinata, oltrechè dalla Flotilla, dai documenti sulle torture e dalle impiccagioni.

Guerre sante, un po’ con la Mezzaluna, un po’ con la Croce (e la Stella di David)

 

La profezia di Gog, governante nella terra di Magog, appare nell’Antico Testamento, capitoli 38 e 39, del Libro di Ezechiele. La Bibbia vi narra come Gog dirigesse una grande coalizione militare di nazioni nell’attacco a Israele appena riunificata. Nella contesa interviene direttamente Dio provocando terremoti, alluvioni, piogge di fuoco e zolfo, che consentono che l’esercito invasore finisca disfatto “tra i monti di Israele”. Le armi del nemico, di legno, si legge, alimentarono per 7 anni i focolai israeliani e ci vollero sette mesi per seppellire i morti. Si tratta, simbolicamente, forse neanche tanto, dello scontro finale tra le forze del Male e Dio, detto Armageddon e, a volte sì, a volte no, della Fine dei Tempi. Tutto questo lo trovate anche in Apocalisse 20:8.

Elucubrazioni fantastiche di tempi lontani e intellettualmente non troppo vispi (ci vorrà qualche millennio per arrivare al Secolo dei Lumi), ma che stanno riguadagnando importanza addirittura strategica, politica e militare, tra quanti di questi tempi ci prospettano una fine dei tempi molto meno simbolica. I monoteismi che, per definizione, escludono altri credi o non-credi, finiscono a volte con l’impadronirsi della geopolitica e farne una questione, appunto religiosa. Le crociate, le invasioni ottomane, non sono neanche tanto lontane, specie nella visione millenaristica di certe sette, oggi in grande spolvero, se è vero che sulle fibbie dei centuroni della Wehrmacht c’era scritto “Gott mit uns” e oggi la parola d’ordine di Netanyahu, come di Trump, dei sionisti ebrei come di quelli evangelici, suona Deus vult: Dio è con noi, Dio lo vuole. Lo proclama il capo del Pentagono. Fine del discorso.

Piccolo inciso velenoso. Non sarà mica per questo revival che ai monoteisti statunitensi, come a quelli ebrei, come a quelli turchi, è risultato naturale affidarsi, nella prima fase della conflagrazione universale (Torri Gemelle, Siria, Iraq, Libia, attentati in Europa), a una forza per procura, di altra fede, ma affine per fondamentalismo e fanatismo religioso? Una forza convinta quanto altri mai dell’identificazione di Dio con le proprie prepotenze e atrocità: l’ISIS, o Al Qaida, o Daesh-Stato Islamico, o come s’è fatta chiamare? Una forza proxy finta nemica, utilizzata per non sputtanarsi in prima persona. Scrupolo oggi caduto visto che l’eliminazione di paesi e popoli ormai si può fare anche senza ricorrere a sottoforze mercenarie. Incombenza assegnata a Netanyahu e a Trump. Con appresso, in corteo, i sicofanti europei

Millenarismi messianici e non, sinergia o scontro?

Nasce dai tratti puritani di fine XVI secolo il sionismo evangelico, codificato poi nel 1841 in un libro del sacerdote evangelico inglese Edward Bickeersteth: “La restaurazione del popolo giudeo nella propria terra”. L’idea su cui si regge il proposito è che solo la creazione del Regno di Israele avrebbe fatto tornare in Terra il figlio di Dio e raggiungere la completa cristianizzazione del mondo. Idea modificata da un correttivo di alcuni aristocratici inglesi, capeggiati da Lord Shaftesbury, secondo i quali quella “restaurazione” in Medioriente potrebbe farla finita con la fede giudea e facilitare la redenzione cristiana del mondo.

Negli USA vi si dedicò anima e corpo il presidente Reagan e, contribuendo nei suoi due mandati alla fioritura della famigerata “Moral Majority”, si impegnò a diffondere il sionismo evangelico predicato da capostipite dei predicatori evangelici Jerry Falwell. A questo succede poi, nel terzo millennio, il pastore Johyn Hagee, con i suoi “Cristiani Uniti per Israele” che vantano un seguito di 60 milioni in 50 Stati dell’Unione. Tutta gente che vota Trump. Gran parte della forza finanziaria dei coloni, oggi impegnati in una ripetizione di Gaza in Cisgiordania, origina da questa comunità. Oltre che dal clan ebreo degli Adelson che, con i loro miliardi, hanno costruito la vittoria elettorale di Trump.

Mentre i clamorosi termini di questa contraddizione tra visione ebraica, giudiocentrica, e visione evangelica, cristianocentrica, su cosa debba succedere in Terra Santa, sono destinati a escludersi a vicenda, la marcia d’avvicinamento all’esito finale vede le due visioni tatticamente appaiate, impegnate in una comune militanza. Quella per la radicale eliminazione dalla faccia della Terra di chiunque e qualunque cosa si opponga all’uno e all’altro progetto.

Si marcia uniti, nella sintesi militaristica garantita da Trump, entrambi sul percorso storico determinato dai patti tra dio e uomo, fino a quando il ritorno degli ebrei a quella che è sancito essere la loro terra non coincide con il ritorno di Gesù e il trionfo della sua dottrina.

 

 

Si tratta di millenarismi basati sulla Bibbia, con Armageddon e fine dei tempi in entrambi i casi (e il più illustre teologo gesuita, Antonio Spadaro, gli dà il suo contributo risolvendo a puntate il vangelo in sceneggiatura hollywoodiana, con titoli come “Andate, battezzate i popoli, io sarò con voi fino alla fine del mondo”. Contributo che, generosamente, tralascia quella che un tempo era la chiosa: “ed eviterete di finire sul rogo”). Ma l’unità dii intenti regge fino a quando si giunga all’erezione del “Terzo Tempio”, quello che sorgerà dove si vuole ci fosse il tempio di Salomone (e Itamar Ben Gvir, con le periodiche incursioni sulla spianata di Al Aqsa, ci sta lavorando).

Qui inizia la divaricazione. Terzo Tempio, per Netanyahu e gli altri della setta, vuole dire il cuore del Grande Israele, quello che si allargherebbe dal Nilo all’Eufrate (e l’ambasciatore USA a Gerusalemme, Mike Huckabee, a nome di Trump conferma). Solo dopo si potrà parlare, eventualmente, di guerra risolutiva tra Bene e Male e Fine dei Tempi. Ed è proprio qui che si inserisce il cuneo del sionismo evangelico: senza il ritorno di Gesù e la conversione di tutti, ebrei compresi, non se ne parla.

Dalla connivenza alla confliggenza, gli uni e gli altri fondamentalisti che darebbero la biada ai tagliagole dell’ISIS. Agli esseri umani rimasti tali nei cinque continenti si offre però la prospettiva che, accapigliandosi tra loro, questi avanzi di cannibalismo si neutralizzino a vicenda, lasciando in pace il mondo.

P.S.

Ora che con questi residui di medievale muffa intrisa di sangue il gioco si è fatto duro, sembra che sia arrivata l’ora dei duri che cominciano a giocare, Sono quelli del Big Tech. Google/Alphabet, Apple, Meta, Amazon, Microsoft, Palantir, Nvidia e Tesla. Tutti figli di Abramo. Con quegli altri hanno in comune radici e intenti. Ma Mosè non scende più dalla montagna con dieci comandamenti. Chiunque ora dovesse discenderne, sulle tavole ha scritto “Algoritmo e Intelligenza Artificiale”. E di alternative tra inferno e paradiso ce n’è solo una.