venerdì 27 febbraio 2026

Fulvio Grimaldi --- Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie --- QUALE RICORDO?

 

 

Fulvio Grimaldi

Giorno del Ricordo, tempo di necrofagie

QUALE RICORDO?



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Sono in ritardo rispetto al 10 febbraio 2026, ma molto in anticipo per il 10 febbraio 2027.Se facciamo la media, si può pubblicare. Del resto la ricorrenza dell’Esodo si estende dal 10 febbraio al 1. Marzo, come da programma riprodotto nella locandina.

I giorni stabiliti da qualcuno che intitola i capitoli della Storia alla memoria delle donne, dell’infanzia, delle balene, della terra, della Shoah… sono perenni e dovrebbero investire di sé tutti i giorni e tutto l’anno. A questo punto, entro il 1 marzo, avremo superato anche il Giorno del Ricordo, ricorrenza nella quale persone vere si avvolgono nella rimembranza e nella rievocazione di vita, sofferenza e amore per radici appassite. Altre, figuranti di uno spettacolo costruito sul raggiro e sulla falsificazione nell’interesse delle proprie prevaricazioni sulla verità, si illuminano di menzogna.

 Questo mio articolo è scritto in occasione di una di queste ricorrenze. A me particolarmente cara. Anche perché molto trascurata e, soprattutto, sfigurata.

 

Necrofagia

Siamo off topic alla luce di tutte le turbolenze che agitano ormai quasi ogni centimetro quadrato del pianeta? Non credo. Ciò che ci mantiene nell’attualità è la continuità necrofaga di un regime che, in discendenza da quello del quale ripropone modi, contenuti, obiettivi e cattivo gusto, non perde occasione per stabilizzarsi su strati di morti. C’è un filo nero che perpetua la necrofagia come si è manifestata alla foiba di Basovizza. Qui la premier si è impegnata a erigere sugli scheletri il falso vittimistico del mostro titino antitaliano.

Il tardivo scagliarsi su una Jugoslavia non più comunista (ma nondimeno distrutta) fa parte di un’impostazione tattica, divenuta strategica dal momento della presa del potere e dell’allineamento con chi ti dice “beautiful woman” per farti fare quello che gli pare. Anticomunismo senza comunismo, ma in netta continuità fascista dove, tra le altre cose, si ricupera una rimpianta tradizione colonialista proponendosi, in combutta con avvoltoi-guida tipo Blackrock, a racimolare quanto cade dalla tavola della ricostruzione ucraina. Ricostruzione resa possibile da milioni di caduti, milioni di sfollati, milioni che hanno perso tutto. Milioni utili a spianare la strada ai bulldozer di un saccheggio lungamente covato.

La Meloni, che alla foiba di Basovizza intossica sacrosanti ricordi, piantandoli su scheletri rubati alla verità nel nome dei suoi referenti storici, responsabili veri, è la stessa che, travestita da “osservatore”, si è proposta come sguattera ai banchetti allestiti da Trump a Gaza. Anche qui conta sullo strapuntino alla tavola della nuova Gaza dai grattacieli kushneriani solidificati, come in Ucraina, da fondamenta piantate sugli strati di ossa stesi con lungimiranza in tre anni di genocidio. Da Basovizza a Kiev a Gaza, tout se tient.

Morire, dormire, forse sognare… Affermare, negare…

Viaggiamo nei paradossi. A ogni negazionista corrispondono inevitabilmente uno o più affermazionisti. A loro volta questi, a dispetto loro, risultano negazionisti riguardo a quanto affermano i negazionisti, divenuti a loro volta affermazionisti. Ma lo Zeitgeist imperante fa sì che agli affermazionisti che si confrontano con i negazionisti vengono attribuiti a priori la ragione, il vero e il giusto, così come vengono assicurati consenso e buona ragione ai negazionisti delle affermazioni dei negazionisti. E’ tutto questione di prospettive. Determinate da interessi, più che da dati. Ma di una cosa possiamo tutti essere certi: che dei negazionisti gli affermazionisti hanno una paura fottuta. La caccia alle streghe negazioniste si spiega solo con il terrore che degli affermazionisti si possa scoprire cose gravissime.

Ricordate che cosa succedeva a certi nostri temerari antenati che, con ancora granelli di libertà classica nelle vene, mettevano in discussione, che so, la transustanziazione dal corpo di Cristo nell’ostia, o, al Concilio di Nicea I, che padre e figlio fossero della stessa sostanza, in senso aristotelico, o non piuttosto due distinti esseri divini? Anche lì la paura dei dogmatici in fieri si estrinsecava in “eretici” bruciati, o sepolti vivi, da imperatori cristiani o vescovi. Oggi col negazionista, in sempre più paesi, ci si limita alla morte civile, se non al carcere. Cosa si teme?

Giornata del ricordo…strabico

Confusione? Passiamo a un esempio, uno che in questa parte dell’anno è di tendenza: le foibe. Chi nega che in quei buchi sul Carso siano stati gettati, solo dai feroci partigiani titini, solo innocenti cittadini, solo perchè italiani e, magari, non comunisti, è un negazionista messo alla gogna dall’affermazionista che invece sancisce quella narrativa e, inesorabilmente, diventa a sua volta negazionista della versione affermata dalla controparte.

La quale versione potrebbe, supponiamo, essere fondata su documenti ineccepibili, grazie alle ricerche di storiche eminenti come Claudia Cernigoi e Alessandra Kersevan, mai contraddette e non contraddicibili perché documentate, che nelle foibe finirono per primi sloveni e croati rastrellati dai fascisti nelle loro terre. O che tra il 1941 e il 1943 il regime di Mussolini invase e si annetté vasti territori di questi due popoli, che i fascisti condussero in Istria e Dalmazia sanguinarie pulizie etniche, che i campi di concentramento in cui chiusero chi, tra tante altre disobbedienze, non rinunciava a parlare la sua lingua, non avevano niente da invidiare a quelli tedeschi, o a quelli di Graziani in Libia che dettero un cospicuo contributo, insieme a pozzi avvelenati e villaggi inceneriti, all’eliminazione di un terzo della popolazione di quel paese. O che i partigiani slavi, o anche solo i civili di quelle nazioni in lotta di liberazione dai nazifascisti sotto la guida del maresciallo Tito, catturati dagli oppressori fascisti, venivano sommariamente passati per le armi.

E che, in risposta a tutto ciò e del dato storico che nessuna rivoluzione, o guerra di liberazione, può essere un pranzo di gala, quella di Tito e degli jugoslavi, per la loro parte delle foibe, fu reazione, risposta, contrappasso rispetto a un immenso torto subito. Cosa che i patriottardi a corrente alternata, a partire dal loro capo istituzionale supremo, animato dal Sacro Fuoco del credo patriottardo-imperialista “right or wrong my country” (Giusto o sbagliato, è il mio paese), preferiscono ignorare, occultare, voltarsi dall’altra parte. Un conto è sdraiarsi ai piedi di Trump, Merz e addirittura di una tagliagole delle guarimbas venezuelane alla Machado, sostenere un traffico di merce umana sottratta alla sua terra, messa da potenti operatori a servizio di mafie e grandi distribuzioni (di cui i caporali sono i terminali) a scapito degli autoctoni; e un conto è raddrizzarsi ed ergersi fieri contro la barbarie slava, in nome della civiltà “dell’Istria e della Dalmazia italiane”. Ma che, davvero?

Chi partì, chi rimase

Di questa storia delle terre ex-irridente, me ne intendo un po’. Ci sono stato e ristato. Ci ho girato servizi e scritto articoli (che, se fossero usciti oggi nel TG3, avreste avuto modo di sentire rabbrividire l’intero Quirinale). Sono rimasti in circa trentamila, nei centri lungo le coste. In alcuni paesi, come San Gallicano, sono addirittura la maggioranza ed esprimono il sindaco. In altri, Parenzo, Rovigno, Pola, Fiume, sono ridotti al lumicino e si battono per l’identità, specie se erano rimasti perché comunisti e Tito gli andava meglio di De Gasperi o Andreotti. Anche perché Tito, con i serbi che da soli si erano liberati dal nazifascismo, andava costruendo una nazione fieramente indipendente dai vassallaggi mafio-atlantici a cui veniva destinata l’Italia. Nel rispetto di tutte le minoranze.

Erano i tempi della bella Jugoslavia. Dopo Tito, Milosevic. Al Centro Italiano di Rovigno ho conosciuto due bravissimi deputati italiani, comunisti. Nella Croazia di oggi non sono più ammessi. Gli chiudono i circoli, gli devastano i cimiteri, gli proibiscono eventi culturali, fosse anche solo un coro di vecchie canzoni. Sotto Tito e Milosevic non succedeva.

Sono quelli che sono rimasti, quando altri 300mila sono partiti, un po’ per paura del comunismo, ad arte indotta da voci di una madrepatria, che poi di loro, spiaggiati in Italia, nei campi, abbandonati alla cattiva o buona sorte, se ne sono fregati due volte. Un po’ per non diventare stranieri a casa loro. Non lasciavano terre italiane, quelle erano perlopiù abitate da slavi, contadini; lasciavano città italiane, quelle dove s’erano impiantate prima Roma e poi Venezia per garantire le proprie rotte. Nessun ricordo della vergogna di come fossero stati indotti all’esodo, vicenda sempre straziante, tragica, degna della massima solidarietà, cura, del massimo rimedio e della massima ricompensa all’amor patrio. Fu diversa l’accoglienza, l’assistenza riservata dalla Germania ai suoi 12 milioni (dodici) di espulsi da terre tedesche, Slesia, Pomerania, Prussia Orientale, Brandeburgo….

L’Italia si volta dall’altra parte, Simone Cristicchi no.

Del risentimento tramutatosi, nei lunghi anni dell’imbarazzo e della trascuratezza di regime, in tristezza e poi in rassegnata ma mai sopita malinconia, dell’amara dolcezza della nostalgia, qualcosa traspira nelle bellissime canzoni del polesano Sergio Endrigo. Ma chi ne ha tratto il racconto più vero, tragico e di condanna nei confronti dell’ignavia italiota, è stato Simone Cristicchi con lo spettacolo “Magazzino 18”: un accorato, sensibile, sacrosanto itinerario nelle vite dimenticate di questo esodo, mediato dagli oggetti, carte, mobili, fotografie, ammassati in un deposito triestino e mai più recuperati. Forse per evitare altro dolore.

 

Sinistre ottusità

Curiosamente mi è rimasto vivo nella memoria, tra tanti impalliditi, il ricordo di due manifestazioni di ottusità “sinistra”. Quanto un dotto esploratore dei testi sacri del marxismo-leninismo definì “coglione fascista”, il più intelligente e rivoluzionario indagatore dell’animo umano della prima metà del secolo scorso, il più spietato demolitore della borghesia italiana e della sua sclerosi, Luigi Pirandello. Per il mio interlocutore contava solo che avesse indossato la camicia nera. Il resto, cioè il tutto, non lo capiva. E poi quando, pubblicato in Facebook e nel blog il mio apprezzamento per il lavoro di Cristicchi, una canea “sinistra” mi investì con indignato biasimo per non avere denunciato la sostanziale omertà dell’autore, perché non aveva detto dei crimini fascisti. Come se la tragedia di un esodo potesse essere in qualche modo inquinata, forse addirittura ridimensionata dal fatto che tra gli esuli e in chi li accompagnava narrandoli, potevano esserci connivenze, vicinanze con le atrocità nazifasciste. Erano 300mila sradicati e dispersi, porco mondo! Come i palestinesi. Cristicchi, benevolo e paziente, aggiunse al copione una sequenza su quelle colpe.

Politeismo della libertà, monoteismo del dogma

Torniamo al fenomeno del negazionismo, anatema dei tempi che corrono. Non crimine in sé, ovviamente, dato che è una scienza inoppugnabile come la storiografia che lo giustifica. Ma crimine per colui che afferma, sostiene e impone il dogma, pensiero unico, in ciò facilitato dal pensiero unico globale partito qualche millennio fa dalla Palestina, lì poi ribadito e infine sussunto anche da altre fedi monoteiste. Colonna portante del capitalismo. Parliamo della catastrofe umana che ha posto fine alla civiltà greco-romana, quando alla molteplicità delle religioni e degli dei, tutti reciprocamente tollerati, anzi cooptati in un pluralismo che, anziché annullare le identità, le esaltava nel rispetto e nello scambio, senza livellare nulla in quello che oggi demenzialmente si auspica nel cosiddetto meticciato multiculturale. Alla filosofia sostituirono la teologica, all’umano si impose il metafisico, al corpo di terra il divino del cielo, alla dialettica il dogma.

E i negazionisti? Già allora al rogo. Massacri inauditi per secoli. Per ora, a negare qualcosa, il riscaldamento climatico, i vaccini, le foibe, la democrazia ucraina che salva il Donbass dal marxismo-leninismo e impedisce all’orso russo di divorare l’Europa fino a Lisbona, l’estinzione pianificata dei palestinesi e il terrorismo sistemico israeliano da 80 anni a oggi, fatti passare per autodifesa, si viene seppelliti dal discredito. Ma anche solo ad avanzare il dubbio, connaturato alla storiografia e alla scienza, in molti paesi si rischia l’esclusione, il dimensionamento, il carcere, la morte civile. Un euro-ente e una euro-capa non eletti si permettono di sottrarre a giornalisti, analisti, commentatori non conformi, le condizioni basilari per la vita.

 La storiografia, o è compatibile con chi dirige l’orchestra, o è cacofonia da sopprimere. La scienza, la ricerca, l’investigazione, la giustizia, ontologicamente indagine tra opzioni diverse, è diventata tavola della legge quando favorisce il sentire comune indotto da pubblicità, consensi e consumi comprati o imposti. E’ discutibile, opponibile, addirittura rigettabile, quando non lo fa. Tipo quando delude e blocca i mazzettari e speculatori del TAV, o del Ponte. O incide su miti costruiti a tavolino e strumentalizzazioni pro domo sua con rivelazioni sul blocco, storico e attuale, mafie-Stato.

Con uno sforzo immane di poche intelligenze eravamo riusciti, in felici momenti storici, a rompere il dogma e a recuperare la dignità del confronto insegnatoci dai classici. E fu l’umanesimo e il rinascimento in Italia, l’età dei lumi e della rivoluzione in Francia, quella dei filosofi in Germania, le lotte di liberazione laiche e socialiste dei colonizzati, quella d’Ottobre, quelle cubana e chavista, nel nome dell’unica verità e dell’unica civiltà, tutti i momenti alti di laicità e primato sociale dei giusti.

Momenti in cui, disobbedendo al dogma, sottraendoci a quanto altri pretendevano da noi, avevamo ritrovato l’anima. Esattamente come Vitangelo Moscarda nel Pirandello di “Uno, nessuno, centomila”, quando si libera della “verità” costruitagli addosso da coloro a cui conveniva.

Ora le tenebre tornano. E la classe dirigente non può non stare con i golpisti del pensiero unico neoliberista, diritto-umanista, globalista, oligarchico, autocratico, nel quale si avvolgono l’imperialismo, i suoi scherani, i suoi sacerdoti, i suoi sguatteri. E’ dogma, come piace ad essa e come, a chi ne sta fuori, può essere impartito di tutto, decreti Sicurezza come se piovessero cavallette. Come praticava e imponeva l’Inquisizione di Torquemada. Così il negazionismo trionfa, brandito da affermazionisti succedutisi dal Barone di Münchhausen, attraverso Odisseo, Cagliostro, Charles Ponzi, fino al falso racconto del 7 ottobre, di Maidan, delle proteste in Iran. Fino a Piantedosi, o all’agenda di Draghi e, se gradiamo il parossismo, a Trump.

FULVIO GRIMALDI in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti --- ADDIO LIBERTA’

 

FULVIO GRIMALDI in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti

ADDIO LIBERTA’

 


https://www.youtube.com/watch?v=E3Hfb8xBcto

https://youtu.be/E3Hfb8xBcto

4° anniversario della guerra in Ucraina, anzi dell’invasione russa, dicono. Lo diceva da Floris, a Di Martedì, Pierluigi Bersani, prestigioso politico di lungo corso, quando l’anniversario era il terzo. Rimase basito, l’illustre Pierluigi dalle fulminanti metafore, quando, febbraio 2025, gli risposi: Bersani, l’anniversario è l’undicesimo.

Provai a spiegarglielo. Il febbraio era quello del 2014! Lui: Come, del 2014? Io: Il colpo di Stato di Obama-Clinton-Nuland, le bande armate naziste, Kiev a ferro e fuoco, il presidente Yanukovic, democraticamente eletto, neutrale, amico di Mosca e Bruxelles, costretto alla fuga, i nuovi governi di Poroshenko e poi di Zelensky, sorretti dalle milizie naziste-banderiste Azov e dal partito nazista-banderista Settore Destro, che assaltano le regioni russe dell’Ucraina. Regioni che si opponevano al ritorno del nazismo, vengono bombardate, massacrate, vi si proibisce la lingua russa, vi si infiltrano terroristi, vi si bruciano vivi i sindacalisti a Odessa… Vanno avanti così fino a quando Mosca non interviene e li ferma…

Bersani fa spallucce e: “Ma questa è storia!” e si volta dall’altra parte. Floris capisce, irrompe e passa ad altro. Fine del dialogo. La Storia va sepolta. Insieme alla cattiva coscienza.

Scommetto che per Bersani, a ricordarglielo, è anche Storia superata la dittatura installata a Kiev, i 12 partiti d’opposizione proibiti, tutta la stampa non filogovernativa chiusa, cinque milioni di ucraini, specie di leva, su 44, che si danno alla macchia, o all’Europa; lo sprofondo del regime nella corruzione, ruberia, appropriazione degli aiuti umanitari e rivendita di quelli militari, giovani rastrellati e mandati al fronte con due giorni di addestramento, centinaia di migliaia di morti, paese in macerie, ma cricca filo USA, filo UE e filo dollari strabordante di soddisfazioni e glorie fascio-capitaliste.

E il Nord Stream frantumato e l’Europa spacciata che, privata di energia e spedita in recessione, resta appesa al fracking USA che costa il quadruplo, arricchisce la banda Neocon, che stanno nelle retrovie, e impoverisce tutti noi, che stiamo al fronte. I quali tutti noi, in compenso, si spogliano di ogni bene perché venga trasformato in armi e grana per gli armieri.

L’Europa e l’Occidente intero accolgono e applaudono il comico che suonava il piano col pisello e ora è fatto madonna pellegrina: standing ovation per Volodymyr nei parlamenti, nelle università, nei summit, nelle sagre, nel postribolo di Ursula e Kaja Kallas. E lo colmano di miliardi, che ne faccia quello che lui e i compari sicari vogliono, purchè tengano ancora testa ai russi. Finchè l’Europa di Merz, Starmer, Macron, dei puffi zannuti baltici e di Meloni-Crosetto non avranno trasformato 900 miliardi di euro in tanti missili e droni da poter dire, non di aver mandato agli stracci la Russia (lo sanno impossibile), ma di poter contenere un mostro aggressivo che entro tre o quattro anni ci avrebbe mangiato vivi tutti quanti, fino a Lisbona e, forse, alle Canarie.

E, con il pretesto di cui sopra, imporre il risultato vero, agognato da tutte le élites da secoli e millenni, l’assoluto potere dei pochissimi sui tantissimi, la disciplina sociale, interrotta per breve spanne: Liberi Comuni, Età dei lumi e rivoluzione francese, 800 e Primavera dei Popoli, liberazione dal colonialismo e dal nazifascismo. Brevi intervalli.

Ora quelli cercano la rivincita. Che si chiama Trump, Meloni, Zelensky, Netaniahu, i capibanda UE, tutti quelli che danno del dittatore a chi governa popoli che si fanno i cazzi loro e si rifiutano di farli fare ad altri.

Se vogliamo capire cosa contengono i pacchetti-dono “Sicurezza”, o piuttosto a cosa sotto sotto ambiscono, pensiamo a Gaza. E proviamo a resistere come i palestiinesi, avanguardia dell’umanità.

martedì 17 febbraio 2026

Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa --- GUERRE DI CLASSE

 

Resilienza Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa

GUERRE DI CLASSE

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-resilienza_iran_rebus_venezuela_azienda_europa_guerre_di_classe/58662_65326/

 

Saluto all’Iran

Per incominciare, saltando di palo in frasca, cioè di emisfero in emisfero, in questo caso emisferi uniti nella resistenza al nuovo ordine delle cose come rappresentato dal sopruso della forza sul diritto, inviamo un saluto al resistente Iran. Ce la vedremo poi con l’America Latina, dove giganteggia la vexata quaestio del Venezuela decapitato, per finire nella periferia del mondo, che però insiste a pretendersene il centro, l’UE.

Dall’ambasciatore Mohamed Reza Sabouri siamo stati invitati alla Festa nazionale della Repubblica Islamica. Ma spiritualmente eravamo anche in mezzo alle folle, che tra l’altra conosciamo, frequentiamo e a cui vogliamo bene, con le quali, nelle piazze iraniane, da Tehran a Isfahan, da Mashhad a Shiraz, si è celebrata la volontà e il “destino manifesto”, questo sì, di una civiltà millenaria.

Nell’ambasciata a Roma, parecchio giornalismo, molta cultura, un florilegio di social, tanta amicizia e poca politica istituzionale, hanno condiviso una festa nazionale nel segno del riscatto nazionale dal colonialismo e dalla dittatura monarchica, eliminati dalla rivoluzione del 1979. Festa nazionale che celebra anche il prevalere, ancora una volta, della giustizia e della verità sull’ennesimo tentativo, terroristico o guerresco, di eliminare questa pietra d’inciampo che intralcia la normalizzazione imperialista e sionista del Medioriente.

Di questa verità è stato testimonianza un documentario sui giorni del recente tentativo di regime change - portato avanti, e addirittura rivendicato, dalle centrali dell’intelligence occidentale e israeliana (Mossad, CIA) - attraverso l’aggressione armata, spesso letale, a cittadini, strutture di Stato e religiose, forze dell’ordine e del soccorso civile.

Tutte cose “sfuggite” all’attenzione dei nostri media, perfino a molti di coloro che si professano dalla parte del diritto dei popoli a sovranità e autodeterminazione.

Oppositori nominali che finiscono col farsi travolgere dal metodo schiacciasassi di un apparato mediatico oligarchico, pienamente integrato nelle strutture del potere come stabilitosi negli USA e da lì diffuso. E le cui certezze non si fanno scalfire nemmeno da metodi di provocazione e intimidazione come l’assembramento della più grande flotta militare USA in faccia alle coste iraniane e l’ormai strutturale minaccia trumpiana di “tutte le opzioni rimangono sul tavolo”.

Latinoamerica a spizzichi e bocconi

Tra le quali opzioni figurano con proterva evidenza quelle messe in atto in America Latina. Che non si limitano al rapimento del capo dello Stato venezuelano e ai bombardamenti dei porti e siti produttivi. Il famigerato restauro in versione “Donroe” della dottrina Monroe, che pretende dominio e controllo USA su tutte le Americhe, ha già parzialmente modificato l’assetto del subcontinente, fin da prima dello scatenato presidente in carica. Un rapido elenco, nella scelta via via tra colpi di Stato, militari o parlamentari, e manipolazioni elettorali.

Honduras. Colpo di Stato militare nel 2009, riscattato dalla forza elettorale del popolo nel 2021, oggi rientrato nell’orbita USA mediante il ricatto di Trump con cui minaccia sfracelli se non si elegge il candidato gradito, Nasry Asfura (prima visita all’estero: Israele), del Partido Nacional di estrema destra. Per non celare nulla del proprio intento, Trump concede l’indulto al padrino e sponsor di Asfura, l’ex-presidente Juan Orlando Hernandez, in carcere a New York con una condanna a 45 anni per narcotraffico. Sia Asfura che Hernandez sono appassionati frequentatori di Tel Aviv.

Ecuador. Dopo una lunga contesa per brogli denunciati da Luisa Goinzalez, candidata di Revolucion Ciudadana, il movimento che aveva accompagnato la svolta socialista e antimperialista di Rafael Correa, si installa Daniel Noboa, rampollo della dinastia che controlla le 25 più grandi imprese del paese. Le agenzie della lotta anti-droga, compresa la DEA, classificano l’Ecuador post-Correa massimo esportatore di droga verso USA ed Europa, sulla rotta del Pacifico.

Bolivia. Termina nel 2025 la fase del riscatto boliviano iniziata con la rivoluzione del MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales nel 2006. Dopo tre mandati presidenziali e un quarto negatogli da Costituzione e da un referendum da lui imposto, viene eletto Luis Arce, validissimo ministro dell’economia di Morales, responsabile della riappropriazione delle risorse del paese, a partire dal litio. Dopo un paio di golpe tentati dalla destra filo-yankee, alle elezioni del 2025 vince al ballottaggio il democristiano Rodrigo Paz, prevalendo di misura su un altro candidato di destra. Incredibile autodafè di Evo che, spaccata in due la sinistra attraverso il boicottaggio di Arce, agevola la vittoria della destra invitando il suo seguito a non votare al ballottaggio. Strada spianata alla restaurazione.

Perù. Nel 2021 è eletto presidente Padro Castillo, indigeno, insegnante e sindacalista, di netto orientamento antimperialista. Nel dicembre del 2022 è rovesciato da un golpe parlamentare, reso possibile da una maggioranza di destra. Viene nominata Dina Boluarte, presidente dell’Assemblea, su “consiglio” di Laura Richardson, generale a capo del Comando Sud statunitense. Castillo finisce in carcere. La Boluarte, incapace di domare le rivolte popolari che si susseguono, viene sostituita nel 2025 da un protetto di Trump, Josè Jeri, coltivato da quel fujimorismo che caratterizzò la sanguinaria dittatura di Alberto Fujimori nel decennio ’90-2000.

Argentina e Cile. Più note sono le vicende di altri due paesi, tra i più importanti del Sudamerica. Dopo la catastrofe argentina del 2023, con “l’anarcocapitalista” Javier Milei, fan di Netaniahu, quello della motosega adoperata per ridurre al lumicino lo Stato, torna in Cile il pinochettismo. Per merito anche del presidente sconfitto, Gabriel Boric, presunto di sinistra, ma deludente e ligio ai poteri forti nazionali ed esteri, vince il destrissimo, Josè Antonio Kast. Il neopresidente, dichiaratosi seguace di Pinochet, è figlio di un immigrato tedesco dai trascorsi hitleriani, cresciuto nella cosiddetta “Colonia Dignidad”, insediamento di gerarchi nazisti scampati alla fine del Reich, nascosto nella precordigliera di Parral.

Rebus Venezuela

Difficile orientarsi e dire cose definitive sul Venezuela dopo il 3 gennaio, il trauma dell’assedio, del sequestro del presidente Nicolàs Maduro e di sua moglie Cilia Flores (arresto, secondo i cultori del diritto internazionale alla Trump), dei bombardamenti, della strage di un centinaio di difensori, cubani e venezuelani e alla vista del veloce susseguirsi di eventi, decisioni, interpretazioni divergenti. Qui si dividono garanti della coerenza chavista, interpreti problematici delle nuove misure economiche che si differenziano dall’impostazione di Ugo Chavez, assertori di un cedimento della direzione politica in contrasto con la mobilitazione popolare che, senza posa, esige continuità bolivariana, la liberazione del presidente e il suo ritorno a Palazzo Miraflores.

Sono stato testimone sul campo del primo golpe contro la rivoluzione chavista, nel 2002, e dell’immediata risposta di massa, seppure in una rivoluzione ancora giovanissima e non ancora articolata in tutti i settori, che ha imposto il ritorno del presidente Chavez al suo posto nel giro di 48 ore. Anche ora, è da quel 3 gennaio e dall’inizio della presidenza ad interim di Delcy Rodriguez, con il sostegno di coloro che sono ritenuti gli irriducibili sostenitori della rivoluzione chavista, i ministri degli Interni e della Difesa, Cabello e Padrino Lopez, il popolo si è mobilitato. Non passa giorno che Caracas e altre città non siano percorse da manifestazioni per la restituzione di Maduro e la difesa della linea politica bolivariana.

Lotta di popolo

A questa contestazione dei tentativi di imporre a due paesi del Cono Sud, Venezuela e Colombia, un radicale cambio di rotta nei termini dettati da Washington, si è aggiunta in questi giorni l’iniziativa di un vasto movimento sociale binazionale per una strategia comune di “offensiva antimperialista per la pace e la sovranità”. Ne fanno parte settori popolari colombiani, sostenitori della nuova direzione anti-yankee inaugurata dal presidente Gustavo Petro dopo decenni di una Colombia definita “l’Israele dell’America Latina”.

Il 6 febbraio queste organizzazioni colombiane si sono riunite a Cucuta con le espressioni del Poder Popular venezuelano per un “Incontro binazionale di Fratellanza in Difesa della Pace e della Sovranità”. Il giorno successivo hanno manifestato la loro unità nella lotta contro i tentativi di restaurazione imperialista nella località simbolica del Puente Internacional Simòn Bolivar, dal quale in tempi non lontani entravano in Venezuela infiltrati e provocatori.

Non ci dovrebbero essere dubbi sull’impegno di vasti settori popolari venezuelani nella difesa dei risultati politici, sociali, economici, ottenuti con la rivoluzione di Chavez. Risultati mantenuti, seppure a fatica, sotto Maduro, a dispetto dei ripetuti tentativi di golpe e destabilizzazione e dei sempre più feroci strumenti USA di sabotaggio e strangolamento. Le sanzioni, quasi trentennali, divenute ancora più spietate col regime Trump (allargandosi a “secondarie”, nei confronti di chi tratta con Caracas), hanno determinato inflazione, abbassamento degli standard generali di vita e, ovviamente, ogni possibile ostacolo all’operatività dello strumento di sussistenza del paese, il petrolio. Crisi alla quale si è reagito con misure che hanno saputo salvaguardare le più decisive conquiste dello chavismo.

Laddove l’insistenza delle escursioni propagandistiche trumpiane sulla restituzione agli USA del petrolio “sottratto”, assomiglia vagamente a quello che in artiglieria chiamano “falso scopo”, è manifesta la riluttanza delle compagnie petrolifere statunitensi a occuparsi degli idrocarburi venezuelani. Il graduale esaurimento dello shale oil, il petrolio da scisti nordamericano, glielo potrebbe imporre – ma ostano la difficoltà di estrazione, le infrastrutture invecchiate, la pesantezza del greggio.

Come nel caso di tutte le aggressività imperiali, che con Trump stanno conoscendo un, peraltro erratico, crescendo, la questione è ideologica, quindi economica, quindi sociale. Il Venezuela, per quanto in crisi, continua, al pari di Cuba, Nicaragua, Messico (Claudia Sheinbaum ha smentito la notizia attribuitale della sospensione delle forniture di petrolio a Cuba e ha annunciato un ponte aereo di aiuti), ora la Colombia, a rappresentare un fattore di contagio nei confronti dei popoli del Sudamerica e dei Caraibi (e non solo). La lezione impartita all’imperialismo autocratico e rapinatore nei decenni tra la seconda metà del secolo scorso e l’inizio del 2000, in particolare l’ALBA, coalizione che ha rappresentato la grande ondata di governi e popoli innescata dal chavismo, hanno lasciato il segno e approfondito preoccupazioni, cui ora le forze attorno a Trump vorrebbero porre rimedio.

Importanti cambi e Maduro approva

Al gruppo dirigente guidato dai fratelli Delcy e Jorge Rodriguez è intanto pervenuta l’approvazione del presidente incarcerato a New York. Esprimendo tutta la sua fiducia, Maduro ha detto: “Voi state facendo esattamente ciò che dovete fare, state compiendo i passi corretti. La nostra serenità qui è fondata sull’unita del popolo con l’Alto Comando e la mia squadra, che è la squadra della patria”.

A Delcy, Capo dello Stato a interim e ai suoi collaboratori, il presidente esprime anche il consenso alla Legge dell’Amnistia in base alla quale sono stati liberati quasi un migliaio di prigionieri, politici e non, alcuni detenuti fin dal 1999. A coloro che si sono posti la domanda se fosse comprensibile liberare persone già accusate dei peggiori crimini contro la legge e contro lo Stato, a partire da golpisti come Capriles, Gonzàles, o Guanipa e se la loro liberazione oggi non significasse che la detenzione non era sempre giustificata, Maduro risponde: “Questo provvedimento non è solo di beneficio a chi ha commesso atti violenti, ma riveste un’importanza strategica per il processo di riconciliazione”

Riconciliazione pare essere la parola chiave per la lettura delle altre misure di cambiamento adottate dal governo e che hanno suscitato interrogativi. Qualcuno ha rilevato che dalla “democrazia partecipativa e protagonista”, sancita dalla costituzione del 1999, si sarebbe tornati alla classica democrazia rappresentativa, “seguendo gli orientamenti di Washington”, come sottolineato a una conferenza stampa dell’opposizione.

Altro provvedimento di grande portata strategica è la nuova Legge sugli Idrocarburi che apre all’ingresso di imprese e capitali privati, anche stranieri (leggi USA), con licenza di controllo su tutte le fasi del processo industriale: investimenti, ricavi, estrazione, infrastrutture, commercializzazione, esportazione. Una petroliera con un primo carico ha potuto lasciare un porto venezuelano, sebbene il blocco USA non fosse ancora formalmente levato. Parallelamente, Washington ha sospeso le restrizioni ai voli da e verso il paese.

Qui non si può non constatare una svolta netta rispetto sia alla prima nazionalizzazione delle risorse petrolifere, nel 1976 e sia a quella di Chavez, del 2006, che assegnò allo Stato e all’azienda nazionale PDVSA l’integrale sfruttamento delle risorse petrolifere, rendendo possibile uno stato di benessere sociale senza precedenti. Prosperità in anni successivi minato dal calo del prezzo del petrolio e dalle sanzioni rafforzate sotto Maduro, in coincidenza col primo mandato di Trump. Volendo parlare di sovranità, in questo caso economica, e di autodeterminazione, qualche domanda si pone.

Altre misure inedite e in apparente divergenza con il passato rivestono importanza minore, o sono di più ardua interpretazione. Il ministro della Difesa, Padrino Lopez, ha annunciato una revisione profonda dei processi di gestione del personale delle FANB (Forze armate) e della struttura di comando (sanzioni, carriera, anzianità, riconoscimenti), dando maggiore rilievo agli armamenti e ai sistemi tecnologici, quelli neutralizzati da armi sconosciute nell’aggressione del 3 gennaio.

In parallelo, Delcy Rodriguez, nell’occasione del congresso del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela), ha lanciato un’inchiesta nazionale tra i lavoratori per raccoglierne le opinioni e la valutazione sulle condizioni di lavoro, con in vista la creazione di una Costituente del Lavoro che consenta l’ottimizzazione delle condizioni, la garanzia di un salario adeguato e il rafforzamento della sicurezza sociale. Misura che sembra comportare un qualcosa di rilevante da correggere.

Sono provvedimenti che sono indirizzati anche a sanare le ferite inflitte dall’aggressione trumpiana, il cui dolore risulta già efficacemente elaborato dalla mobilitazione di massa, ma anche a salvaguardare una situazione difficilissima, sotto occhiuto controllo USA, con letteralmente una pistola puntata alla tempia. Pistola che assume la fisionomia di Laura Dogu, appena nominata da Trump ambasciatrice a Caracas. Una scelta “oculata”. La Dogu è quell’arnese del Dipartimento di Stato, specializzato in destabilizzazioni e che ha già operato efficacemente in Honduras e Nicaragua al tempo dei golpe realizzati o tentati.

Un americano a Caracas

Non solo questa collaudata golpista. A Palazzo Miraflores è stato accolto anche Chris Wright, Ministro USA dell’Energia, che con Delcy e i suoi collaboratori ha elaborato quelle che sono state descritte come le tre fasi indicate da Washington: stabilizzazione, recupero e riconciliazione, transizione. Fasi che dovrebbero concretizzare l’auspicio di Trump “per la prosperità e la sicurezza del Venezuela”. Il ministro statunitense ha poi visitato, con funzionari della PDVSA, vari giacimenti petroliferi del paese. Si vedrà presto cosa comporta quella che figura come “un’agenda costruttiva e benefica per entrambe le nazioni”.

Corollario di questi sviluppi potrebbero essere considerate “le pratiche sleali” cui, secondo l’ambasciatore russo, Serghei Melik-Bagdasarov, gli USA stanno ricorrendo “utilizzando sanzioni e limitazioni economico-finanziarie per espellere dal Venezuele le imprese russe e internazionali”

Con l’appena istituita Commissione di Pace e Riconciliazione si vorrebbero inglobare nella conduzione della nazione quei settori dell’opposizione politica che ci si augura siano disposti alla partecipazione democratica e a una difesa di sovranità e autodeterminazione. Una comunità d’intenti basilare che possa costituire un baluardo rispetto a ulteriori intenzioni aggressive del guardiano a stelle e strisce. Si tratta del ceto medio urbano, borghesia fortemente conservatrice e tendente al golpismo che, alle ultime elezioni, ha registrato un dato significativo per la valutazione del governo Maduro: un considerevole 43,18%, contro il 51,95% che ha confermato il presidente.

Draghi: One Europe, one market

Il nostro giro del mondo in 6 cartelle si conclude con “l’eurofederalismo delle imprese” su cui la celebrata, o famigerata, agenda Draghi batte, almeno pubblicamente, da 34 anni, giugno 1992. Allora, potentissimo direttore del Tesoro, con un retroterra Goldman Sachs, sul “Britannia” panfilo reale con la creme de la creme mondiale, predicò il vangelo della privatizzazione di tutto il privatizzabile a un florilegio di magnati della finanza mondiale. Tutti più o meno o Trilateral, o Bilderberg, o Davos. Oggi ambirebbero al Board of Peace di Gaza.

Vangelo le cui pagine vennero poi sfogliate e trasformate in potere costituente da, bene o male, tutti i successivi premier della nostra repubblica, con protagonista assoluto Romano Prodi, l’uomo-ulivo dall’immotivato merito della distruzione dell’IRI, con discendenti minori quali Monti, Draghi, Letta, Gentiloni. Sono seguiti i vari incoronamenti del magister privatizatiorum: da presidente della Banca Centrale Europea, poi presidente del Consiglio in Italia e, dopo l’inciampo del mancato Quirinale, in buona prospettiva presidente della Commissione Europea (se non del Consiglio).

Tutto all’insegna della deregulation – eufemizzata in “semplificazione” - a fini di oligarchia dei ricchi e di uscita di scena del pubblico, in quanto popolo. Anzi, popolino. Il lubrificante del rullo compressore è una legge apriti-Sesamo. Si chiama “silenzio-assenso”. E l’hanno usata in via sperimentale tutti i malfattori della nostra burocrazia nazionale, regionale, comunale, parrocchiale, liberati dall’odioso guinzaglio dell’abuso d’ufficio.

Se pensavate che un lobbista delle armi – poi ministro delle armi, o il dispositivo dell’antemarcia Salvini per la liberalizzazione deregolata degli appalti, che ci stanno offrendo il primato europeo della corruzione, integrata da quello dei morti sul lavoro, fosse un punto d’arrivo nell’aberrazione del reddito su tutto, avete sottovalutato i famosi istinti animali. Istinti ormai cannibaleschi della casta pietrificatasi al potere e che ora definisce questa nuova UE “28° regime”. E’ la modalità di gestione interamente digitale delle imprese europee, fiscale, giuridica, retributiva, delle condizioni di lavoro, nella quale le legislazioni nazionali sono state fatte passare per il trituratore.

Basta barriere al reddito

Libera competitività tra privati è la parola d’ordine. Un free for all, purchè si tratti di incondizionata libera impresa. Libera da “limiti strutturali e burocratici”, lacci e lacciuoli normativi sul piano dei rapporti di lavoro, della sicurezza dei prodotti, alimentari e non, della protezione ambientale, in un mercato unico pienamente integrato e che assume dimensioni e dignità cosmiche. “Vogliamo tagliare i vincoli che ancora ci trattengono”, ha minacciato von der Leyen. Meno oneri, più libertà, più produzione. Amministrazioni e interessi privati perfettamente integrati. Noi italiani possiamo vantarci di avere dettato la linea con Mario Draghi ed Enrico letta e con i loro rapporti presentati alla Commissione nel 2024.

Tutta questa trasformazione epocale rispetto all’illusione politico-mercantista di Maastricht verrà tradotta in decisioni ufficiali al Consiglio d’Europa del prossimo mese. Con conseguenti minori costi per le aziende, tempi più rapidi di espansione e inevitabile riduzione delle competenze nazionali.

Il taumaturgo Draghi ha chiamato questo libero e incondizionato formicolare di mercanti in libera uscita, pomposamente, “sfida esistenziale”. L’esistenza è quella di chi vorrebbe competere alla pari con gli “altri grandi attori globali”. Non la nostra che, oltre a tutto ce la dobbiamo vedere con un establishment post-piduista che nuota nella corruzione supportata dall’amichettismo (leggi: cameratismo). Ora grazie all’Europa mercatizzata, praticherà anche l’esplorazione subacquea dei fondali. Dove già si sono portati avanti col lavoro i nostri banchieri. In cambio di quattro spiccioli di tasse, per altro molto sofferti, nel 2025 hanno registrato l’ennesimo anno-record dei profitti, il 16,2% in più rispetto all’anno prima per un totale di 50 miliardi. L’85% di questi a chi va? Al paese dal quale viene? Sì, quello rappresentato dagli azionisti. Si chiamano dividendi. La divisione è quella tra chi sta in vetta e chi in palude.

Chi pagherà qualcosa per questo, se non tutto? Ma il lavoro, no? Ce lo dice Isabel Schnabel (BCE) commentando il “28°regime”: “Un dipendente negli USA lavora 40 giorni in più all’anno. Se gli europei lavorassero tante ore così… il PIL reale dell’area Euro sarebbe più alto del 21%.  Capito, mi hai?

Bentornato Roberto

Di ritorno da TOkio e dallo sposalizio ideologico con la signora Sanae Takaichi, coniugata Yamamoto, neo premier giapponese, Giorgia Meloni non vedeva l’ora. Appena messo piede a terra a ROma, accolta e festeggiata da un plotone di camicie nere, s’è re-involata ad annunciare la lieta novella a BErlino, al Kamerad Friedrich Merz, che l’ha accolta in mezzo, a sua volta, a un nugolo festante di camicie, stavolta brune: “Daje, Fritz – ha annunciato Giorgia all’emozionatissimo virgulto Blackrock - avemo n’altra vota l’Asse: RO-BER-TO.

E noi che ci chiedevamo a cosa servissero tutti questi pacchetti Sicurezza, da noi, e il più forte esercito d’Europa, in Germania…..

martedì 10 febbraio 2026

 


Sanzioni: sentenze fuorilegge L’ALTRO GENOCIDIO

 

Sanzioni: sentenze fuorilegge

L’ALTRO GENOCIDIO

Guerre dentro, guerre fuori

Marciano in sinergico parallelo le due guerre: quella ai nove decimi della propria popolazione che prova a scrollarsi di dosso il morso alla carotide del decimo supremo, e quella di regimi che si sanno decrepiti e senza futuro e danno colpi all’impazzata a chi sanno che gli sopravviverà.

Partiamo dalla prima di queste guerre, sempre d’aggressione (le altre si chiamano resistenza e, se va bene, rivoluzione). A forza di tre anni e mezzo di ruberie al basso per arricchire i danti causa in alto, scelleratezze morali, incompetenze sesquipedali, bugie e volgarità che neanche Berlusconi, siamo finalmente al piattino a lungo preparato e testè coronato a Torino. Lo chiamano pacchetto sicurezza (a furia di stringere le regole e aumentare i reati, se ne è perso il conto). Meglio chiamarlo pacco, il classico pacco rifilato al colto e all’inclita.

Lì abbiamo un poliziotto, ottusamente picchiato, dimesso dopo 24 ore, dopo un collarone messo a sghimbescio per la foto-opportunity e una visita strappacore della premier che lo dice scampato a un “tentativo di omicidio” Quanto occorreva per fargli assumere dimensioni mediatiche tali da far sparire, come attori alla chiusura del sipario, qualche centinaio di teste inermi rotte, indifesi picchiati o torturati a morte (Cucchi, Aldovrandi, ecc.), detenuti massacrati, mezza dozzina e passa ammazzati col Taser, che infiorettano anni di meticolosa e sistematica restaurazione.

Restaurazione di che?  Ce lo dice il primattore della sequenza, aggiungendo all’affresco dell’orrore che, a sua detta, da Torino minaccia di fare inorridire tutto il paese, quando annuncia alla società, illusa di vivere avvolta nella calda coperta della Costituzione antifascista, che, per salvarci dall’orda dei barbari terroristi, è compulsivo tornare al “fermo di polizia in attesa di ipotetico, possibile reato”. Basta il sospetto e la buona volontà di chi il sospetto lo coltiva nel suo pensiero.

 

Non hai fatto niente. Ma avresti potuto fare

Arresto preventivo di 18, no 24, magari 48 ore e poi chissà. Per ora 12. Esattamente la legge fascista che ti prelevava in pigiama da casa perchè l’indomani, forse, probabilmente, chissà, potresti partecipare a qualche adunata sediziosa. Infatti, lo avevi già fatto. Quanto meno lo avevi desiderato. Pretendi una valutazione e una disposizione del magistrato? Scherzi, ma se quello sta dalla tua parte organicamente! Semmai gliela faremo fare dopo. Fenomenale come questi si portano avanti col lavoro: una misura di contenimento prima ancora che ci sia stato qualcosa da contenere. E poi non andate in giro a dire che questo governo manca di creatività.

E non scordiamoci dei precedenti, i decreti sicurezza con questo governo sono come le ciliegie, non se ne perde una. Tipo quella regalata ai carcerati, che stanno come si sa che stanno a forza di suicidi: pena moltiplicata per quella che chiamano “rivolta”, ma è solo resistenza passiva. E chi capita tra i piedi di Salvini e delle sue grandi opere osando contestarne la natura ottusa, speculativa e devastante? Fino a vent’anni di carcere. Poi fine del rinvio della pena per le donne incinte o con neonati. Eccetera eccetera. E come non approfittare delle Olimpiadi, sciagura nazionale e trionfo di regime e di Quirinale? Chi è contro “è nemico dell’Italia”, ha sentenziato la garbatelliana che veste un Armani diverso a ogni apparizione. Tranquilli, se ne parlerà nel prossimo pacchetto sicurezza,

Leggete in rete:

Durante il regime fascista, il fermo di polizia fu potenziato per reprimere il dissenso, basandosi su un ampio potere discrezionale delle forze dell'ordine e su misure di prevenzione. Il T.U.P.S. del 1926 (Regio Decreto 1848), arricchito successivamente, introduceva il confino di polizia da 1 a 5 anni per il "sospetto" di antifascismo e il fermo per identificazione (Art. 185).

Va precisato, a onor di storia, che il nero regimetto Meloni non è il primo ad esercitarsi in restaurazioni. Maggio 1975: Legge Reale, Fermo di polizia. Governo Moro di Centrosinistra. Vecchio vizio che percorre le vene di tutte le maggioranze una volta assurte a maggioranza. Solo che stavolta fanno più sul serio che mai, li favorisce il clima dell’emisfero. Che, come controcanto al sospetto a prescindere, offre l’immunità del poliziotto a prescindere. Si chiama scudo penale, dice che vale per tutti i cittadini? Magari per quelli che, messo in fuga un ladro, gli sparano alle spalle in strada. Fattispecie meno diffusa rispetto a quella che si verifica negli incontri tra cittadini e poliziotti in assetto di guerra. Comunque, è lo strumento che, con lo scudato, esime il magistrato da qualsiasi fatica. Corrisponde a quello riservato ai militari USA in Italia, specie quando, per fare i fenomeni, i topgun tagliano i cavi della filovia del Cermis.

Sarà così anche per il riconoscimento facciale, previsto dal nuovo pacco? Pure qui si dice che vale per gli stadi, per individuare i tifosi smodati. Avendo questo strumento della sorveglianza totale e della conseguente schedatura incontrollata, vuoi che si fermino lì? Se ti inventi un’arma, presto o tardi la usi.

Ricordate il Daspo, il Divieto di Accesso alle Aree Urbane, con il quale ti fanno assaggiare un anticipo della sorveglianza totale. Qui non devi venirci più, raus! Inventato per i tifosi irrequieti, ha trovato subito applicazione per i manifestanti sconvenienti, tipo Palestina. Sarà così anche per il riconoscimento facciale, previsto dal nuovo pacco? Pure qui si dice che vale per gli stadi, per individuare i tifosi smodati. Avendo questo strumento della sorveglianza totale e della conseguente schedatura incontrollata, vuoi che si fermino lì? Se ti inventi un’arma, presto o tardi la usi.

A Mohammed Hannoun, Segretario dell’Associazione Palestinesi in Italia, l’hanno applicato il Daspo a Milano. Motivazione? Aveva manifestato, addirittura parlato. Da lì all’arresto, magari su timido suggerimento israeliano, il passo è stato breve. Infatti, Hannoun sta nel carcere di massima sicurezza di Terni. Gli israeliani hanno fatto sapere che mandare cibo e medicine alle vittime del loro olocausto è sostegno al terrorismo.

Trump come se piovesse

 

Il clima non è solo quello creato, a forza di ICE e di rapimenti di capi di Stato, dalla micidiale macchietta sparacazzate e sparabombe, agitata dai superpoteri del dollaro a estrema difesa di un impero al tramonto. Sotto il sole dell’emisfero, mai nulla di nuovo. Ricordare l’ultrà liberal Obama, quella che aveva la Schlein tra le sue groupies. Da presidente, ogni settimana firmava l’ordine di esecuzione extragiudiziale di quei sospetti dei quali la CIA, magistratura suprema come la sogna Nordio, gli forniva l’elenco. Altro che fermo di polizia ante fatto.

E ora aspettiamoci con ansiogena sicurezza che questo fermo piantadosiano faccia contagio. Vuoi vedere che lo trovino necessario anche per chi possa essere sospettato di votare no al referendum sull’incorporazione dei magistrati nel Ministero degli Interni? Qui, peraltro, se si vota la domenica e mezzo lunedì, occorrono, sì, le 24 ore di fermo volute da Salvini.

Abbiamo, tra le guerre che ci concernono tutti, ahinoi, classe e popoli, parlato della prima in corso a casa nostra (ma un po’ ovunque nell’UE comandata dai non eletti). E ci siamo generosamente limitati a quel vezzo del florilegio di polizia che è il, terzo o quarto, decreto, o DdL, di sicurezza. Ma venendo io considerato un inviato di guerra e di geopolitica, come non entrare in automatico nella similitudine, davvero abbagliante, tra quanto va apparecchiandoci Meloni, con nel taschino Piantedosi ed entrambi nel taschino di Trump, e quanto vanno facendo qua e là lo stesso Trump e il suo compare israeliano (che lo tiene per le palle grazie ai lavoretti di Epstein per il Mossad).

Il rapimento di Maduro e moglie, del quale poco si parla, come della sua liberazione, se non tra le folle incazzate e incontaminate venezuelane ancora impegnate ad agitare le acque che Trump si augurava placate, ha avuto per corollario il divieto a Caracas di mantenere in vita Cuba col suo petrolio. A sostituire quello ci ha provato la presidente messicana Claudia Sheinbaum che, come Gustavo Petro della Colombia, pare restare refrattaria a minacce e intimidazione, a dispetto della flotta USA assemblata nei Caraibi.

Sanzioni, l’altro genocidio

Del pugno dello zotico patacca alla gola del Venezuela almeno si è parlato. Non si parla invece, come si dovrebbe con altrettanta ragione e morale indignate, di un terzo del mondo sotto sanzioni, tra una sessantina degli USA e cinquantadue dell’UE. In maggioranza contro l’Africa. Nera, appunto. Avete mai sentito di sanzioni inflitte dalla Russia? Dalla Cina? Dall’India? Dal Brasile? Dal Bangladesh?

 Lasciando perdere gli ormai velleitari pronunciamenti ONU delle Corti di Giustizia e Penale, che pilatescamente mettono insieme aggressori genocidi e vittime che si difendono (o, come nel caso della Russia, difendono altri), non c’è neanche l’ombra di una parvenza di tentativo di dare veste legale a questi provvedimenti. Tutti indistintamente determinati da autoassegnate prerogative politiche, fondate sulla potenza nei confronti di chi ne ha di meno, o non ne ha.

Sorvolo sulle sanzioni che a tutti noi sono state martellate in testa come necessarie a fermare “l’aggressione” russa all’Ucraina. Difficile tenerne il conto. Quando le due euro-arpie, Ursula e Kaja, ovviamente nessuna eletta, ma perciò entrambe dotate di potere decisionale su 449 milioni di persone, hanno annunciato il, credo, 21° pacchetto di sanzioni alla Russia (i pacchetti sono diventati misura di democrazia, come dimostra Piantedosi) non ci si è più fatti un granchè caso. Anche perché ai russi, grandi, grossi e forti, fanno un po’ l’effetto della spazzolata contropelo al mio bassotto Ernesto. Solleva un sacco di pelo, che poi ritorna al suo posto.

“Assassinio In difesa dei diritti umani”

Qua parliamo dell’assoluta ignominia etica del bullo che picchia il debole, magari disabile. Da inviato di guerra, di solito collocato da un lato della battaglia, ho fatto qualche conoscenza con la pratica delle sanzioni, esclusivo privilegio di due entità, USA e UE, che se lo sono autoassegnate. Ha preso il posto di provvedimenti millenari, come la scomunica, la sospensione a divinis, la chiusura a vita in convento, a Roma l’esilio, nella Roma successiva il confino. Sono queste due entità occidentali che dispongono dei meccanismi decisivi con i quali si rendono effettivi gli scopi delle sanzioni: il dollaro e l’euro come valute di riserva universale e l’egemonia sul sistema bancario internazionali e sugli strumenti di scambi e transazioni (SWIFT).

Sanzioni unilaterali inflitte da questa Idra a due teste hanno provocato negli ultimi 10 anni 560.000 morti all’anno (Calcolo di The Lancet). Complessivamente 5 milioni. Nello stesso periodo le guerre guerreggiate hanno prodotto 100.000 vittime all’anno, nel totale 1 milione. Tra il 2010 e il 2021, poi, sempre secondo la ricerca di The Lancet, sono state causate dalle sanzioni in media oltre 700.000 vittime, complessivamente 7 milioni, il 3% delle popolazioni dei paesi colpiti, di cui il 77% nei gruppi da 0 a 15 e da 60 a 80 anni. Si calcola anche che le perdite provocate all’economia mondiale siano salite dal 5,4% negli anni ’60 del secolo scorso al 24,7% tra il 2010 e il 2022.

Più morti di quelle delle guerre nello stesso periodo. Poi ci sono i milioni che a stento ancora sopravvivono senza cibo, medicine, alloggi. La frequenza e durata delle sanzioni sono aumentate incessantemente dal 1950, con conseguente raggiungimento degli obiettivi fissati in termini di cadute dello standard di vita, di circa il 30%. Un dato che fa anche capire quanto dalle sanzioni  venga sabotata la sicurezza economica e lo stato sociale della popolazione.

Si pretende di giustificare le sanzioni “occidentali” con la difesa dei diritti umani. Una spudorata rivendicazione demagogica che vorrebbe coprire gli effetti letali che ricadono soprattutto su bambini, donne e i settori più emarginati della popolazione.

Tutto questo per ottenere che l’agonia di un popolo lo porti a rovesciare il proprio legittimo governo, perché poi sia sostituito da uno più disposto a subire i diktat, di solito il saccheggio e l’ordine geopolitico, dell’egemonia occidentale.

Cuba, un’altra Gaza?

 

A Cuba si fa da tempo fatica, combustibile venezuelano o meno, a mettere insieme pranzo e cena. Spesso ci si deve accontentare della colazione. La rivoluzione è ancora nei murales e nelle adunate, ma dà mostra di stanchezza. C’è molta burocrazia e meno popolo. E tanto bloqueo, per quanto 188 paesi su 191 all’ONU gli votino sistematicamente contro.

L’ho visitata tante volte, con entusiasmo, a volte con qualche domanda di troppo. Un esempio per tutte: la questione dell’amianto. E qui l’embargo non c’entra. Girando l’isola, molto anche nelle campagne, si scoprono villaggi, case, spesso con tetti d’amianto, neanche in tanto buon stato dopo decenni. L’isola è zeppa di argilla. Materia di mattoni e tegole. In svariati incontri, partecipando alle squadre di lavoro internazionali, ho chiesto agli interlocutori di partito e amministrazione: perché non prendete l’argilla e cuocete tegole da mettere al posto delle fibre d’amianto, dalle quali rimediate uno dei tassi più alti di cancro dei Caraibi, alla faccia del migliore sistema sanitario, forse del mondo?

Di cento cose buone, di poche meno buone e segnate da passività e da un eccessivo affidamento sugli aiuti esteri, a volte variabili e volubili, è segnata la vicenda cubana. Alla quale, al di là di tutto, va riconosciuto, come all’Iran, ai palestinesi, allo Yemen, al popolo venezuelano, al Messico, ai popoli del Sahel, l’impareggiabile merito del contributo alla resistenza mondiale all’imperialismo e alla legge della forza. Dai miei percorsi cubani ho tratto due documentari: “El camino del sol” e “L’Asse del bene”.

Il 29 gennaio 2026 l’amministrazione Trump, con l’inqualificabile Segretario di Stato Rubio, capo della mafia cubana di Miami, trasforma la storica campagna di pressione tramite embargo in strumento di asfissia. Un Ordine Esecutivo (degli oltre 500 emanati dal gennaio 2025, alla faccia del Congresso) converte il sistema dei dazi in arma contro chiunque diverga dagli indirizzi della Casa Bianca, compresi paesi come il Messico di Claudia Sheinbaum che, con atteggiamento dignitoso di sfida, insiste a rifornire a Cuba petrolio a pezzi scontati. Petrolio arriva anche dalla Russia.

Trattasi di una strategia deliberata di soffocamento economico totale, qualcosa di paragonabile a un genocidio strisciante.

Senza il soccorso energetico a Cuba, si paralizza tutto, si azzera la rete elettrica, si fermano le pompe dell’acqua, il trasporto pubblico, gli ospedali con incubatrici, le scuole, le fabbriche, le miniere, gli allevamenti, le barche da pesca, i trattori, l’intero metabolismo della nazione. Con Trump il risultato dell’embargo datato dalla rivoluzione, 1960, alleviato di poco durante il mandato di Obama, diventa punizione collettiva, sul modello del demoniaco maestro di queste cose, Israele. Una violazione di ogni più fondamentale norma del diritto internazionale che vieta l’utilizzo della fame, del buio e della malattia come arma politica per spezzare la volontà di un popolo.

E non è una novità. Gli Usa non si smentiscono mai, si tratta solo di minore e maggiore spudoratezza. Eisenhower 1960, primo bloqueo per aver Cuba nazionalizzato le raffinerie. Kennedy 1961, invasione fallita della Baia dei Porci e Operazione Mangusta, programma segreto di assassinii di leader cubani. Clinton 1992-96, leggi Torricelli e Helms-Burton che estendono il bloqueo a dimensioni extraterritoriali castigando imprese straniere che commerciano con Cuba. Trump 2917-2026, reinserisce Cuba nell’elenco degli “Stati patrocinatori del Terrorismo” e decreta 243 nuove sanzioni, compresa la privazione totale di energia.

Tutto questo perché “Cuba e’ una minaccia grave ed imminente alla sicurezza degli Stati Uniti”.

Sono orribili le conseguenze di queste misure. Cuba è passata dalla carenza di cibo, alla fame nera. I suoi medici, tra i migliori del mondo (da noi attivi anche in Calabria, tanto da farci capire chi è “primo mondo”) non hanno di che curare tubercolosi, cancro, malaria, dengue, polmoniti. E non solo Cuba.

 

Come ti uccido paesi

Da inviato di guerra, di solito collocato da un lato della battaglia, ho potuto constatare gli effetti di come s’intendano e si esportano, nell’ emisfero che gli USA affermano loro, democrazia e diritti umani. M’è capitato a Cuba, ovviamente, ma poi in Venezuela, in Honduras, che ha avuto il capriccio di rovesciare un golpe di Obama in democrazia antimperialista; in Iran, in Bolivia ed Ecuador nei tempi del riscatto; in Eritrea che, dopo trent’anni di guerra di liberazione insiste a volersi indipendente; nel Vietnam delle generazioni mutilate del post Napalm e Agente Orange; in Libia, nostra massima vergogna di Stato, un paese amico aggredito e disintegrato perché chi ci comanda non tollera paesi che siano esempi di indipendenza e giustizia sociale; stessa colpa della Siria; per non parlare dell’Iraq, su cui  le sanzioni del mondo civile si sono accanite fin dalla rivoluzione antimonarchica del 1958, guidata dal generale Abd al-Karim Qasim con il giovane Saddam Hussein, perchè priva di connotati neocoloniali;

Poi in Serbia, di cui non potei narrare di come si coltivasse la dialettica con l’opposizione e come venissero trattati con rispetto, case e lavoro i rom e sinti, dato che il caporedattore del mio giornale cestinava queste corrispondenze perché “troppo appiattite sul macellaio Milosevic” (è ancora in attività, lui, non Milosevic che, per eccesso di democrazia e antimperialismo, è stato fatto morire in carcere all’Aja). Perfino in Nord Irlanda dove il fairplay britannico non ammette sanzioni, ma da un secolo tratta gli indigeni (ricordare la strage, a metà 800, per fame programmata dagli inglesi) appena un po’ meno cruentemente di come gli spagnoli hanno fatto con gli aztechi, o una serie di presidente USA con gli Apache o Sioux (emblema di tutto il Bloody Sunday, la strage dei Parà di Sua Maestà a Derry, dove c’ero e ho potuto raccontarla a dispetto del muro di bugie eretto da Londra. Questa è una delle mie foto).

Analoga similitudine vale per i palestinesi, per i quali, però, passare dal genocidio, strisciante o immediato, alle sanzioni, sarebbe addirittura una manosanta. Pensate un po'!

Si è calcolato che gli USA, tra guerre, colpi di Stato e altre manfrine umanitarie abbiano ucciso, dal 1945, una ventina di milioni di persone, quasi tutte civili. The Lancet, la  rivista scientifica inglese, ci ha documentato la probabilità di almeno 150.000 morti indirette a Gaza, tra decine di migliaia sepolte sotto le macerie e date per disperse, uccise da malattie, decessi di massa che passano per naturali, ma sono prematuri. migliaia di casi di patologie incurabili a Gaza, a partire da cancro e tubercolosi. Pensate che tra i paesi sanzionati per guerre d’aggressione, occupazione, razzismo, pulizia etnica, punizioni collettive, incarcerazioni amministrative senza limiti di tempo, torture sistematiche e, per finirla, genocidio, ci debba essere Israele? State sognando. Vi tocca ripensare a come è messo il mondo.

L’Iran è il paese più pacifico da secoli, e perciò oggi il più diffamato, il più aggredito da infiltrati armati che agiscono per le potenze al cui dominio ha avuto il torto di sottrarsi. E’ anche il più sanzionato perché, a parte la cacciata di un dittatore etero-imposto, specialista di torture (di 3000 prigionieri politici, attestati dalla Croce Rossa) e di travaso di sangue popolare e ricchezza nazionale alla sua élite e agli anglo-sponsor, insiste a essere in Medioriente l’argine al dominio unipolare del mondo. Sua, nel 1979, è stata la rivoluzione più partecipata della storia contemporanea.

Non ricordo se l’ho già raccontato, ma vale la pena ripetere. E’ l’Iran che ha subito un trattamento analogo a quello di Cuba con ora, grazie a Trump, le stesse sanzioni secondarie a chi si azzarda di intrattenere scambi, condurre transazioni finanziarie, o fornire un minimo di quanto servirebbe per mantenere a galla un paese. Il cappio strangolatore è la negazione dell’accesso al sistema bancario internazionale di messaggistica (SWIFT), di cui ho detto sopra e senza il quale non puoi vendere o scambiare alcunchè di quanto disponi e acquistare niente di ciò che non riesci a produrre in casa per mancanza di materie prima e tecnologia.

Il pretesto è falso: arma atomica. Mai neppure lontanamente avvicinata, neppure considerata, addirittura bandita con la firma del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (non firmato dal nuclearissimo Israele). Energia nucleare prodotta per energia e sanità con l’arricchimento dell’uranio al 6% e, dopo la rottura trumpiana dell’accordo firmato con Obama, per rivalsa portato al 20% (per la bomba occorrerebbe il 90%, per quanto strombazzi bugie Netaniahu all’ONU).

Oggi a Teheran

Ma c’è anche il pretesto vero: i missili di media e lunga gittata, di cui l’istinto di sopravvivenza iraniano si è dotato, e il sostegno alle forze di difesa antisionista e antimperialista in Iraq, Libano e Yemen. Sostegno  che dimostra una virtù internazionalista che il resto del mondo ha da tempo abbandonato. Un’esperienza emblematica di cosa vuol dire stare sotto sanzioni è questa. Ambulatorio ONG per emofiliaci messo su da medici volontari a Teheran. Gli emofiliaci sono milioni e aumentano grazie alla mancanza di farmaci. Non è consentito comprarli, salvo sanzioni secondarie a chi te li vende. Non è possibile pagarli perché la tua valuta è bandita e i dollari ti sono negati. La sala è piena di gente in attesa di vedere se possono evitare di dissanguarsi a morte. Tra atroci dolori. Un ragazzo, pallido come un lenzuolo, ha una flebo nel braccio. Medici si occupano di altri.

Fuck Europe

Ricordiamo i pacchetti di sanzioni alla Russia, dei cui risultati la geopolitica mondiale non sembra accorgersi e che tutto hanno fatto fuorchè ridurre Mosca all’accettazione del diktat occidentale originato dal colpo di Stato nazista a Kiev. Golpe ordinato da Obama e perpetuato da Zelensky, allestito dalla sottosegretaria Victoria Nuland tramite l’utilizzo di bande terroristiche che, cacciato il governo legittimo, si sono poi avventate per otto anni, fino all’intervento di Mosca, contro la popolazione russa dell’est ucraino.

 

Ma la dimensione economia forse più storicamente rilevante, anche se meno illustrata, ma decisiva per noi europei, è quella che è diventata il motore di una riconversione industriale dell’Europa. E non solo di quella unita. Ha riguardato, energia (della quale, russa a basso costo, siamo stati privati in cambio di quella americana a prezzo quadruplo), materie prime critiche, bilanci pubblici, spostamenti enormi di investimenti dalla produzione industriale di pace a quella di guerra. Con le ricadute occupazioni, e sociali in generale, di cui tutti siamo testimoni. E vittime.

Ci azzanniamo anche tra noi, sempre secondo la scala della gerarchia umana nel capitalismo: i pochi che determinano, i tanti che subiscono e i pochi che divergono. Niente cibo, niente alloggio, niente medici, niente avvocati. Pene pecuniarie e prigione per chi prova a darti una mano. Non ci sono solo Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, così sanzionata da Washington (e Guterres, il figurante lusitano segretario generale dell’ONU, zitto) e neppure solo Jacques Baud, prestigioso analista svizzero, collaboratore dell’ONU, accusato di essere portavoce del Cremlino e propagatore di teorie complottiste.

Sono stati espulsi dalla società umana e, potenzialmente, dalla vita. Senza accesso a denaro, possibilità di spostamento, trattamento medico, a qualsiasi contratto, per esempio di affitto o compravendita, privati dell’utilizzo degli strumenti per un’elementare sussistenza. Non possono provvedere al mantenimento dei propri figli. Potenzialmente chi gli fornisce assistenza, in Germania rischia il carcere.

Con le motivazioni più varie e arzigogolate e, in posizione di preminenza, quella delle “Minacce ibride russe”, sono state colpite dalla UE, senza il minimo procedimento giurisdizionale, senza fornire prove, complessivamente 59 persone e 17 organizzazioni. In prima linea giornalisti e agenzie. Ai così puniti senza preoccuparsi di fondarsi sulla legge o fornire prove, è negato il diritto alla difesa e addirittura la possibilità di far ascoltare le proprie ragioni. Zitto e dietro la lavagna! Senza termini di tempo. Quanto ai loro dati personali, né è concessa libera circolazione. Se li può giocare il peggiore malintenzionato. Ne va della “sicurezza”.,

L’obiettivo è la rovina finanziaria e l’isolamento. E l’intimidazione a largo raggio. Nel 17° pacchetto di sanzioni UE sono appunto i professionisti dell’informazione i destinatari della riduzione all’inattività professionale e all’incapacità esistenziale .

Il concetto sulla base del quale sono adottati questi provvedimenti è di una indefinitezza e arbitrarietà assolute: “disinformazione” (di solito sancita ad libitum (volgo: a capocchia) ed, eventualmente, con il soccorso di “tecnici” reclutati per la bisogna, detti “factcheckers”. Ne sa qualcosa Mentana, direttore di “Open”, dove questi sicari imperversano. Di “Open” ho modestamente fatto esperienza anch’io. Mi ero azzardato di dare della vicenda Giulio Regeni, dopo dettagliati e approfonditi studi, da nessuno neppure tentati, una versione opposta a quella ufficiale, ma fondata su fatti e dati che ai factcheckers non interessavano).

Tutto questo per la decisione di un’entità UE, la Commissione della baronessa von der Leyen, che nessuno ha legittimato mediante elezioni. Con tanti saluti a tutte una serie di diritti e libertà, pure sancita dai sacri statuti.

Ricordate quel Josep Borrell, già capo della diplomazia UE, che vaneggiava di una “Europa giardino del mondo, mentre fuori è la giungla”? Ricordate anche gli Adamiti, setta cristiana del IV secolo? Aspiravano al giardino dell’Eden e finirono in rovina. E noi ci lamentiamo dei pacchi di Piantedosi….