sabato 17 agosto 2019

Cupola: i fronti delle milizie arcobalenghe ----- MOSCA-HONGKONG-LAMPEDUSA ----- Controcanto in Argentina ----- PARTE SECONDA (SEGUE TERZA)



Basta questo

“Io sono convinto che è dovere di uno Stato proteggere i confini, espellere chi è irregolare e porre un freno all’immigrazione clandestina che puzza tanto di deportazione di massa a vantaggio del grande capitale” (Alessandro Di Battista, “Politicamente scorretto”, Paper First)

https://twitter.com/i/status/1160153238823247872  Come sottofondo a Hong Kong e Mosca suggerisco questo canto dell’inno nazionale Usa dalle vibranti gole dei manifestanti anticinesi.

Media italiani? In geopolitica stiamo dove dobbiamo stare
La parte prima di questo dittico si chiudeva con il doveroso accenno al ruolo della nostra stampa: Sappiamo tutti, quei 13 gatti spelacchiati che leggono il manifesto, ora che è diventato enigmistico e offre fumetti agli analfabeti, che nel quotidiano comunista c’è chi è deputato dall’alto a picchiare la Russia e Putin, chi a spernacchiare la Resistenza afghana, chi a scatenare la foia razzista contro Gheddafi e Assad e chi a fare della Cina il Regno di Mordor. Offrono a costoro ampi spazi di empietà giornalistica le manifestazioni di questi giorni a Mosca e a Hong Kong, epicentri della guerra globalista contro le due nazioni che viaggiano in direzione ostinata e contraria sui binari del diritto internazionale e, quanto a bottino di devastazioni e morti inflitti, stanno a chi li avversa come i blob della Solfatara stanno all’eruzione del Vesuvio nel 79 dC. Ma tant’è, su Mosca e Hong Kong dove torme di violenti armati vengono contenuti con mezzi che rispetto a quelli di Macron sui Gilet Gialli sono da esercitazione di boyscout, con pochissimi feriti (molti di più tra gli agenti) e nessun morto, ci si stracciano le vesti. Sugli oltre 300 inermi o lanciatori di sassi fucilati e gli oltre 7000 mutilati e feriti di Gaza ci si straccia la coscienza.

Il fronte nostrano: etero-schiavismo per agevolare l’auto-schiavismo
Non ci volevano i tonitruanti proclami a vuoto dell’energumeno dei “pieni poteri”, finalizzati unicamente alla rabdomanzia dell’Italia liquida dei voti, perché gli italiani capissero, più o meno lucidamente, che cosa si nascondesse dietro a questa Grande Armada che invade l’Italia con bombe umane, fornitegli da altri cooperanti all’ultima fase del colonialismo a fini di globalizzazione militar-neoliberista. Mica  hanno scritto S. Egidio in fronte a credere ai sicofanti mediatici progressisti umanitaristi che ogni due per tre c’è gente su un gommone che si sgonfia e, puntuale sul posto, just in time nell’immenso mare, ecco la potente corazzata Ong (Organizzazione Navette Governative) da trasbordo, con i suoi elicotteri, i suoi mezzi da sbarco, i suoi medici, preti, parlamentari, celebrità tibetane, agenti di Soros e, purtroppo, mai – guai! –l’ufficiale giudiziario che tra questi operatori privati della tratta voleva inserire il pazzariello Minniti.


Ci si telefona, ci si incontra, si traghetta, si celebra il salvataggio di naufraghi, si provoca, si scarica. L’Africa perde altri pezzi di sè. Campi e mafie prosperano.
Mica ai suoi potenti mezzi di comunicazione era arrivata, dalle migliaia di cellulari in mano ai migranti e ai loro tour operator, un invito all’appuntamento. Sacrilegio a solo sospettarlo! Hanno fatto a botte tra etnie nei luoghi di raccolta, si sono pestati a sangue per salire sul barcone, quelli di Open Arms (provata di Soros, se ce n’è una) ammettono che si sono scazzottati anche sul vascello umanitario. Li si tiene nel lager di bordo finchè si possono esibire stremati. Il colonialismo in tutte le sue più nefande forme, benedetto dalle Chiese di ogni setta, ha ricuperato il sistema mattatoio. Poi ci dicono che portano i segni della tortura. E chi le ha ingravidate tutte queste donne all’ottavo mese? Gli stupratori libici, ovvio, tra una battaglia e l’altra per Tripoli. Non c’erano, secondo Save the Children, anche i soldati di Gheddafi, alimentati a Viagra, a violentare le donne libiche per render loro più simpatico il Leader? Saranno quelle che si portano al naufragio sicuro i figlioletti di otto anni. Ma com’è che, se i libici della Tripolitania sono bianchi,  i bimbetti sono neri?

Qualcuno qui ha capito che, se lui non ce la fa, viziato com’è dal conforto consumista del neoliberismo, a piegarsi su pomodori 10 ore per 10 euro e una vita sotto la plastica, ecco che ci pensa l’esercito di riserva dalla Grande Distribuzione. Qualcuno, malizioso assai, pensa che per lasciare mafia, camorra e ‘ndrangheta ai grandi affari del Nord industriale e grandioperista e al narcotraffico internazionale, lo spaccio, il caporalato, la prostituzione li si potevano anche cedere a nigeriani e albanesi. Molti si sono sentiti turlupinati da un critico d’arte,Tommaso Montanari, di  manifesto acume politico (ricordate la coppietta rivoluzionaria Montanari-Falcone, per un pezzo poi confluita nel PD e per l’altro in Caravaggio?) che, con  le meglio teste d’uovo umanitarie, firma appelli alla preservazione dell’identità culturale, territoriale, comunitaria, archeologica, storica, del belpaese e poi ne firma altre che invocano ripopolazione multiculturalista tramite Hausa e Tuareg.

O cristiano o niente

Alcuni di costoro riescono perfino a capire, in parallelo, come si stia preservando il patrimonio umano, culturale, comunitario, storico, territoriale, dell’Africa e di altri paesi del Sud, deportandone le generazioni della continuità, della creazione, della difesa, dell’identità, per far imperversare al loro posto multinazionali ed eserciti stranieri. E qualcuno, riesce addirittura a intravvedere, tra le fumigazioni d’incenso che annebbiano   le parole del papa, quell’enorme croce sulla quale la di lui impresa ha inchiodato, da un millennio e mezzo, coloro che ben si facevano i fatti loro.

Sono tornato sull’argomento, sia perché è uno dei nodi intorno ai quali si sta svolgendo lo sculettante meretricimonio ai piedi del Colle tra chi finge di voler bloccare la degenerazione del paese in discarica umana e chi sostiene suicidariamente l’operazione nord-globalista che, oltre ai travasi di sangue dal Sud al Nord, comprende finalmente la riduzione dell’Italia alla mera espressione geografica –ma meravigliosamente papeetiana - dell’amico Metternich. E tanto è diventato consociativo umanitarista anche Di Maio che, alla vista della strizzatina d’occhio del PD, trasforma i sacrosanti “taxi del mare”, che l’anticolonialista Di Battista, uno dei pochi geopolitici del MoVimento, gli aveva fatto denunciare, in “apriamo i porti” a Soros e stracci. Del resto, che bello, come dicono tanti, dal Grillo Straparlante al vice della Raggi, Bergamo, passare da quelli verdi della “zingaraccia” a quelli dello Zingaretti verde, dell’accoglienza di migranti, UE, euro, Nato, cemento, trivelle, Grandi Opere, Tav, Tap (la “Green New Economy” di Greta) vaccini, mafie e mafiette, autonomie perché no, basta che siano all’emiliana….Chiamasi la definitiva normalizzazione, opacizzazione, delle 5 Stelle.

Sovranisti di cartone, nazionalisti coloniali

 

 
Comunque ci sarà da ridere  a vedere le facce dei vari secessionisti, Zaia, Fontana, Bonaccini & Co, poi Toti e Fedriga, ora che si ferma la locomotiva tedesca che doveva camminare  con le loro melanzane e sui loro assemblaggi. Finisce nel ridicolo il teatrino dei sovranisti cartonati e dei manichini nazionalisti di mascherare, sotto vesti patriottiche e anti-europee, la loro libidine di impinguirsi  trasferendo al servizio franco-tedesco il comparto industriale-manifatturiero italiano, da Trieste a Savona, da Torino a Bologna.  I detriti rimasti dopo l’orgia di svendite e dilapidazioni innescate da Soros-Draghi (1992) ed eseguite da Amato, Prodi, D’Alema, Bersani, Renzi. Altro che tradimento dei 5 Stelle! Alto tradimento del paese intero. Ce lo chiedeva l’Europa. O, per dirla tutta, lo compensava con qualche cadrega ai proconsoli l’imperatore finanzcapitalista. E cv’è ancora chi s’appassiona, come fosse Wimbledon, alla combine di ping-pong, tuttora produttiva di voti, del noi entriamo, voi non entrate, ma poi entrate, ma solo grazie a un magistrato simpatico alla Merkel.

ONG dal fronte piccolo al fronte grosso. Mosca, se son russi son brogli
 
 Mosca e Parigi


Tutto questo fa di noi anche un’espressione della guerra mondiale che, oltre all’intralcio dei piccoli posti di blocco, deve togliere di mezzo anche le grandi barriere. Andiamo a Mosca, dove occupa le nostre prime pagine e i nostri primi schermi gente che in libere e internazionalmente corroborate elezioni vale meno del 4%, mentre ha un presidente eletto con il 75% dei voti e dal consenso  doppio di quello di Theresa May, o Emanuel Macron, o The Donald Trump (a garanzia di qualità è rispuntato pure quel gentile arnese Cia che sono le Pussy Riot e il leader carismatico, Navalny, è un pregiudicato plurimo per malversazione e appropriazione indebita). Trovandoci in Russia, è uno scandalo che dalle prossime amministrative di settembre siano state escluse una trentina di candidature dei partiti liberisti filoccidentali, per firme false, irregolari, o non raccolte. Una trentina su 800 ammesse. Anche qui, naturalmente, manipolazioni d eliminazione per  motivi puramente politici. Zitti tutti sulle esclusioni per gli stessi motivi dei candidati dei partiti di maggioranza. In tutte le elezioni italiane, dal nuovo millennio in poi, la magistratura ha confermato l’esclusione di candidati  di tutti i partiti, sempre per firme false e irregolari. Ricordate quelle del M5S in Sicilia? Da noi, sa va sans dire, esclusioni legittime. Mica siamo nella dittatura dello Zar.

Hong Kong: il capitale, le mafie e le loro brigate
Poi andiamo a Hong Kong  dove i colorati con Croce di S.Andrea fanno le zanzare nello stormo di avvoltoi che si ingolosiscono su una Cina  che vorrebbero vedere come una tavolata di carcasse. Tipo l’America Latina d’antan. Una Cina come quella ridotta dai britannici all’imbecillimento da oppio (da cui Hong Kong), non più padrona di fare quel che fa, di essere la più grande industria manifatturiera, di esportare più di chiunque, di fare la Via della Seta, di stare a fianco di Siria, Venezuela, Pakistan,  di comprare petrolio dall’Iran, di costruire mezza Africa con gli africani, di sostenere la Corea del Nord atomica.

Le nuove Maidan
 
Fionde dei diritti umani


I segni delle rivoluzioni colorate, partite da Belgrado nel 1991 e ripetute, invano o con successo, in America Latina, Asia centrale e Medioriente, sono tutti in gloriosa evidenza. Per non vederli, come in effetti li hanno visti mai, quelli dei giornaloni in stampa o schermo, con il giornaletto-soffietto “il manifesto” venenum in cauda, hanno il permesso e plauso del loro organo sindacale e di quello di autogoverno.  E così, che manifestanti, che non vengono ostacolati quando l’iniziativa è organizzata, ma vengono bloccati e respinti a acqua e gas (i poveracci non hanno nemmeno i Taser da esecuzione elettrica, o i bonbon d’acciaio e gomma), se non autorizzata (succede così anche da noi), è l’indice di una dittatura che reprime ferocemente dimostranti, per definizione giovani inermi, pacifici , levissimi e purissimi Certo, al confronto la polizia di Macron, che da quasi un anno spara granate e mutila e acceca, non vale più neanche un trafiletto.

Qui, qualcosa non torna sempre, perché i video-operatori sul posto, con la migliore buona volontà non riescono a non riprendere quanto succede da mesi, dappertutto, negli scontri: l’assalto di manifestanti con caschi, maschere antigas  e mazze di ferro, che sparano gas urticante e bombe incendiarie, fiondano biglie grosse come arance, usano pistoloni ad aria compressa, occupano e devastano il parlamento (neanche Mussolini, neanche Hitler), sede della democrazia, distruggendone gli arredi, insozzandone finestre e pareti, spaccano tutto, occupano per giorni l’aeroporto, arteria di comunicazione per il mondo e del mondo. Decine di migliaia, tutti uniformati, identici, riforniti dalla stessa centrale. Tutta roba comprata allo spaccio?
 
Basta questo


Dicono che non gradissero una legge che permetteva di estradare in Cina, ma anche a Taiwan e altrove perseguiti dalla giustizia per crimini commessi in Cina e fuggiti a Hong Kong. Un centro di malaffare finanziario  da sempre, come egregiamente ci illustra l’ex-vice segretario dell’ONU e straordinario analista, Pino Arlacchi, covo della peggiore criminalità mafiosa di mezzo mondo. Lascito della colonia britannica, sottratta all’impero cinese nel 1842 grazie alla guerra dell’oppio, e che il ritorno alla Cina nel 1997, sul principio di uno Stato due sistemi, non ha saputo eliminare. Poi, congelata la legge dalla leader di HK, Carrie Lam, le richieste si sono allargate, inchiesta e condanna delle violenze della polizia, democrazia (?) e partono le vere parole d’ordine: non più autonomia nello stesso Stato, ma indipendenza. Cioè rientro nel dolce lager coloniale anglosassone. E rottura di palle alla Cina.
 
Chi li equipaggia?


Da Maidan a Hong Kong/ bastano le ONG
Si ripetono pedissequamente gli stessi moduli del regime change. Si individua un motivo di scontento di parte della popolazione, prezzi, inflazione, lavoro, se ne incaricano le Ong occidentali con le relative filiali, si reclutano o mandano organizzatori, arrivano fondi, la protesta fa contagio, fino a diventare di massa. Di massa per dire, venti-trentamila-cinquantamila su 7 milioni e mezzo, di cui migliaia pure manifestano per la Cina, ma non se ne parla. Descritta come protesta pacifica, ma via via più violenta. E manca un Decreto Sicurezza Bis di Salvini per fronteggiarli. L’obiettivo è quello di provocare il governo a intervenire con sempre maggiore durezza, tanto da far esplodere una ben mediatizzata indignazione nelle opinioni pubbliche. Poi si vedrà che fare. Magari si manda un po’ di Al Qaida.

Ma non è questo il punto. Il punto sono le prove dei magheggi Usa-Uk. Media e organi governativi a Londra e Washington appoggiano la protesta senza riserve. I manifestanti dimostrano le loro posizioni sventolando bandiere britanniche e americane, arrivando a cantare l’inno statunitense, come da link nel titolo. Al  solito,  partono le fake news video: un’esercitazione di polizia sudcoreana antiprotesta viene fatta passare per intervento dell’esercito cinese.

 Proprio come a Belgrado

E già una bella indicazione. Ma andiamo al sodo. La foto mostra l’incontro a HK tra la diplomatica Julie Eadeh, capo dell’unità politica del consolato Usa, e un gruppo di leader del movimento del partito Demosisto, legato al Partito Democratico Usa, capeggiati da Joshua Wong Chi-fung, segretario generale del partito. Uno che si è vantato con i giornali di essere stato più volte a Washington. Ricevono auguri per il capodanno cinese, o istruzioni? Indovinate. Immaginiamo cosa succederebbe se un console cinese incontrasse i capi, mettiamo, del movimento Usa Occupy Wall Street, o di manifestanti anti-Trump.
Chi paga
 
Un esercito equipaggiato


I  sediziosi di HK sono appoggiati e finanziati, come tutti i loro predecessori qua e là, da NED, USAID, National Democratic Institute (NDI). Una settantina di Ong  del complesso umanitar-spionistico hanno diffuso una lettera firmata dai direttori di Amnesty International, Human Rights Watch e dalla Ong Hong Kong Human Rights Monitor. Il NED (National Endowment for Democracy), creato dalla Cia per operazioni di cui non poteva intestarsi la paternità dopo lo scandalo Iran-Contras, ha dal 1997 due filiali attive a HK. Ma fin dal 1994 la NED finanzia i gruppi apparsi sulla scena nel 2014 nella “rivoluzione degli ombrelli”. L’anno scorso ha dato al Solidarity Center (SC) di HK $155.000, $200.000 al NDI per lavoro a HK e $90.000 alla sua branca di HK, Hong Kong Human Rights Monitor (HKHRM), a cui sono arrivati $ 1, 9 milioni tra il 1995 e il 2013. Sempre sostenuti dal NED sono nell’ex-colonia L’Associazione dei Giornalisti, il Partito Civico, il Partito Laburista e il Partito Democratico di HK. Non potevano mancare, nella panoramica che ricorda il nostro scenario, i sindacati, beneficiari in 7 anni di $540.000. Tutti operatori presenti nelle manifestazioni di queste settimane. All’emittente Voice of America, pagata anche da Soros (che sui nazi di Maidan si è vantato di aver fatto piovere 5 milioni di euro), Il dirigente NED, Greve, lamenta che gli attivisti che lavorano con il NED ora rischiano di brutto, ma che non cedono.


Serve altro per riscoprire la manina artigliata comparsa a Kiev, il Cairo, Bengasi, Beirut, Caracas, Kirghizistan, Algeri, Khartum? La stessa che, guardando bene, si può intravvedere come polena sulla prua delle navi Ong? 

Al rapimento orgasmatico con cui i media atlantisti seguono le turbolenze di Mosca e Hong Kong, svaporate quelle delle “primavere” in Algeria e Sudan e finita nel ridicolo la sollevazione in Venezuela di quattro scapestrati, tre generali in panzuta pensione, mezza assemblea parlamentare delegittimata, una dozzina di spie Usa, è seguito l’anticlimax, il down, dell’Argentina.

E anche qui si evidenzia la proterva sciatteria di una stampa che cita fonti, o anonime, o col marchio made in USA nel colletto. Impressionanti la dovizia di ignoranza faziosa nel “Fatto Quotidiano” e i trafelati tentativi del “manifesto” di democratizzare da sinistra la sedizione angloamericana di Hong Kong e  Mosca, o, in perfetto parallelo strategico, le deportazioni di cittadini africani sulle nuove navi negriere. E’ rivelatrice l’assonanza e il sincronismo col quale esattamente gli stessi reportage, tema per tema, parola pere parola, escono sui  main stream media di qua e di là dall’Atlantico. Tipo, il NYT lancia dagli Usa la candidatura presidenziale di Michelle Obama contro l’obbrobrio Trump e il giorno dopo la rilancia Guido Moltedo del “manifesto”.

Controcanto  al ritmo di tango


In Argentina niente spazio per le Ong e, dunque, controcanto al ritmo di un bellissimo tango. Ci ho girato un documentario, dopo il default e la rivolta popolare del 2001, quando  un popolo cacciato al 60% nella miseria nera, passato dalle case alle baracche nel fango , nella fame e la mortalità infantile aveva superato quella di inizio ‘900. Lì si è vista la tempra di questa gente e lo scenario era stato occupato da una danza rivoluzionaria che ha smosso l’intero paese. Mense sociali, unità di medici per i poveri, fabbriche espropriate, o da cui i padroni erano fuggite, prese e rimesse al lavoro, banche assaltate e costrette a restituire, terre requisite ai latifondisti, scuole inventate nelle bidonville spuntate ai bordi delle metropoli, milioni di giovani fattisi militanti del riscatto sociale e politico, le Madri di Plaza de Majo all’avanguardia di tutto, l’inizio della caccia ai generali della dittatura e alla banda dei vampiri di Menem, presidente che si era venduto pure i cimiteri. Mobilitazione permanente dalla terra del fuoco al confine con la Bolivia. E’ l’Argentina  in cui poi seppe istituzionalizzare la rivolta il peronismo di sinistra del Kirchnerismo, con Nestor Kirchner e, dopo la morte del marito, Cristina Fernandez.

Macrì si era preparato a queste primarie politiche. Ong, intimidazioni, repressione, terrorismo FMI. Ma né le Ong della colonizzazione Usa, nè la corazzata mediatica del regime, hanno retto contro una mobilitazione di popolo dalle radici profonde e dalla presenza quotidiana. Né è venuta il crollo del macrismo, al di là di ogni speranza, con il quasi 48% al peronismo del “Frente de Todos”, dell’accoppiata per presidenza e vicepresidenza, Alberto Fernandez e Cristina Fernandez Kirchner, contro il 33% di “Juntos por el Cambio” di Macrì. E la vittoria, per la prima volta nella provincia di Buenos Aires di un candidato nettamente di sinistra Alex Kicillof, sulla macrista storica Maria Eugenia Vidal. A Macrì resta la consolazione della capitale e di Cordoba.

Si chiamava “Americas Reaparecidas” quel documentario, seguito poi da un altro, “L’Asse del Bene” su quanto seguì in Venezuela, Bolivia, Ecuador, l’A.L.B.A. E anche stavolta la derrota, el fracaso della controffensiva imperialista potrebbe indicare un camio del vento. Fra poco si voterà in Bolivia e Uruguay. Il Venezuela resiste. Il Nicaragua ha vinto, il Messico avanza. Vedremo nella Terza Parte. 



mercoledì 14 agosto 2019

ROMA-MOSCA-HONGKONG: IN CAMPO I COLORATI (ARCOBALENGHI) ----- Controcanto argentino, dove le Ong del cortile di casa non bastano più ---- PARTE PRIMA



Le mani sul bottino

Un breve giro sul carnevale estivo nostrano, in cui tutti paiono subire gli effetti fantasmagorici della canicola regalataci dei poteri politici ed economici del Sovramondo (con l’aiuto del famoso “mondo di mezzo” di Carminati, Buzzi e Al Capone). Un brano in coda sull’armageddon 5 Stelle dal solito pezzo analitico decisivo di Mario Monforte. E fari accesi, nella seconda parte, su un’America Latina, Argentina e Venezuela, dove la controffensiva imperialista si va arenando e su Hong Kong, dove la si prova con l’ennesima Maidan nazi-colonialista, alimentata dai soliti  mezzi messi in campo da Cia, NED e, immancabile, il re dei regime change, delle deportazioni  Ong dei popoli da disperdere e delle speculazioni ammazza popoli, George Soros.

Essi – i media – vivono (Carpenter)


Quel gioiello di stampa libera, coraggiosa e sdegnata negatrice di condizionamenti esterni o interni, che sono i nostri media, risplende di luce riflessa dall’alto su tutti i fronti. Da quelli in mano a imprenditori, finanzieri, bancarottieri, cementificatori, nulla ci aspettavamo e nulla di diverso dal solito coro unanime degli scherani del sistema abbiamo visto. Dai “sinistri” neppure nulla ci aspettavamo, ma fa impressione il Fatto Quotidiano per il ciarpame degli “esteri” rispetto allo spesso discutibile, ma dignitoso “interni” di Travaglio, Scanzi, Lillo, Caporale, Daniela Ranieri, Marco Palombi, l’eterodosso taliban Massimo Fini…
 Un’invenzione Dada, alla Duchamp, è sempre più “il manifesto” con la sua testatina “comunista” su un organo della Cupola, ma il dadaismo è fuori moda da cent’anni e così la bacheca Usa in Italia si è messa a rimpinzare il magro seguito, accalappiando enigmisti da Terza elementare e fumettari semi-analfabeti dell’horror.

Fumetto pedagogico del "manifesto"

Il Manifesto: fumetti e cruciverba per chi non sopporta più gli articoli?
Sarò arrogantemente intellettualoide, ma ai miei tempi i ragazzetti, superati i libri di fiabe alla Pinocchio (mai superabile) dove, alla mano delle figure, si imparava a leggere e a ripensare, leggevano Topolino, Tex Viller, Bracciodiferro, fino ai 10 anni. Poi, nei primi turbini ormonali, passavano a Satanik e Diabolik. Dai 14 anni in poi, parlo della metà del secolo scorso, si arrivava a leggere Balzac, Dostoievsky, Svevo, Pavese, Calvino, Fenoglio, Simenon, Faulkner, Pound, Montale, T.S.Eliott. Qualcuno, non sbagliando, proseguiva sui fumetti, ma su quelli dei grandi artisti, alla Bilal., alla Pazienza, o sulle graphic novel alla Buzzati. Dagli anni ’80 in poi, sempre più libri pubblicati, sempre meno letti. Invece grande ritorno del fumetto e “il manifesto”, conscio di mercati, come dimostra nella sua esaltazione dei videogiochi più trucidi, l’ha capito. Cultura yankee, per ridurre lo sforzo, per semplificare, per semplificarci. Non ci possono essere nel fumetto più di una dozzina di parole. Come nei tweet.

Pur impegnandosi con zelo a eseguire gli ordini di servizio dello Stato Profondo Usa, fino a ventilare un governo “comunista” di Draghi, oggi ci mostra come pure una formazione così compatta di giannizzeri della Sublime Porta possa smarrirsi nell’interpretarne i voleri. La direttrice con la soluzione Renzi: sacra unità PD-5Stelle contro il buzzurro fascista, tutti gli altri più in linea con la tradizione e quindi che accada il patatrac spaventoso, ma alla urne subito. Chiunque, pure Draghi secondo l’autorevole editorialista Villone. In fondo, quel giornale ce l’ha nel DNA dalla nascita. Salvini, seppure in mutande da Trump e Netaniahu, ha brigato con i russi, cercando di spillare sostegni nientemeno che dallo zar di tutte le nequizie! Certo, c’è il paradosso, valevole per tutta la stampa imperiale, di chi solleva scandalo per gli affari Lega-Mosca, quando non starebbe in piedi, da sempre, senza i tacchi ortopedici amerikani. Come può una congrega di interconfessionali votatisi alla guerra della civiltà occidentale contro la Russia, staliniana o putiniana che sia (quella suicida di Elsin e Gorbaciov  l’arrapava), non votarsi con tutti gli strumenti del caso al compito della mostrificazione dei russi e loro alleati, da Rossanda a Macaluso a Obama ai Clinton (Epstein o non Epstein)? E al vignettista dei “naufraghi salvati” Biani?



   
Al governo tecnico, di unità nazionale, di scopo, di accozzaglia, di salute, di Alzheimer, con Briatore, di Al Capone, di chi ci sa fare, di chi sa disfare, neocrispino, bergogliano, del presidente (e qui siamo fritti)

A questo punto non siamo più alla battaglia delle idee, di quelle poche emerse dai 5 Stelle (vedi Monforte in calce) e di quelle porche che frullano in testa a tutti gli altri che di stelle ne portano tante, insieme a strisce e con una stella polare a sei punte, ma corsa per o contro il tempo. Chi vuole raccogliere subito le mele bacate, prima che marcino del tutto e chi vuole che cadano a terra e se le pappino le cornacchie. Tutte le ipotesi messe in campo, ognuna che si pretende favorita dall’oracolo sul Colle che, peraltro, medita solo su chi eleverebbe le migliori preci nel tempio Nato-UE, fanno davvero schifo. Far ammazzare i 5 Stelle dal plebiscito pro-Salvini, auspicio di chi nel sistema si occupa più di interessi nei caveau che di poltrone nella giostra del “calcio in culo” parlamentare, dalla Banca d’Italia alla Confindustria, dai furbetti del quartierino ai furboni del quartierone, a quelli che si affidano al sovranista di pongo per succhiare il sangue al Sud e poi godersi il morso sul collo dai tedeschi, fino al Vaticano da sempre fedele al sistema che accoppia i  “pieni poteri” di Salvini ai propri pieni poteri spirituali (non solo) e che funziona al meglio dopo la messa di mezzanotte.

L’Union Sacrée di tutti contro Salvini, oltre che dalle appendici locali dei liberal clintoniani e sorosiani, è propugnata dal settore che, quanto ad affidabilità si fida più del PD e codazzo sinistro, politico, mediatico, sindacale, per quel che riguarda un neoliberismo meno spocchiosamente arraffone e trasparente, ma più turbofinanziario, di maggiore tenuta grazie a modi più opachi e urbani e con l’indisturbato apporto degli schiavi da tratta, deportati dai paesi delle risorse da recuperare. Ha per riferimento i guerrafondai e ricolonizzatori del Partito Democratico americano. E qui potrebbe rispuntare un Giuseppe Conte di transizione, uno che ha già dato buona prova di sé con Washington, Bruxelles, Guaidò e Nato e che si trascinerebbe qualcuno della non sempre limpida miscellanea eletta, un po’ per celia e un po’ per non morire, nelle ultime politiche.

C’è poi la soluzione Monti, pardon Draghi che, dopo aver fatto per le banche tedesche e francesi quanto è culminato con il matricidio della Grecia, ora potrebbe sistemare definitivamente al carretto italiano il traino dei più belli spiriti animali del capitalismo neocarolingio. Ha dietro Goldman Sachs, come si sa, il che comporta anche la benevolenza di Rothschild, IOR, banche private tutte e Federal Usa, nonché l’operatività discreta del già citato mondo di mezzo, ormai globalizzato.

Lucia Annunziata, la mia ex-direttrice, respinta da una redazione TG3 non ancora normalizzata da suor Paterniti, ci comunica invece i desiderata dello spicchio atlantosionista della Cupola: tutto fuorchè i 5 Stelle, in qualsiasi combinazione. Stessa matrice per Stampubblica di DeBenedetti-Elkan, che arriva a suggerire all’amico sul Colle, alla cui giacchetta, del resto, si appendono tutti, compreso lex-impeachmentista Di Maio, colossi della modernità progressista e verde, come Sabino Cassese, Walter Veltroni o Enrico Letta. E Andreotti, non lo potremmo clonare a partire da un po’ di DNA dalle orecchie?

E quelli della palingenesi?


In tutto questo, dove si pongono i portatori della grandi speranze di riscatto e catarsi della parte sana del nostro popolo? Anche qui c’è grande marasma con chi ne vuole una di quelle elencate sopra e chi l’altra. Tutti uniti, però, nel giurare che se ne esce unicamente facendo passare il taglio dei 345 parlamentari. Con il quale cambierebbe tutto, perfino il firmamento, altro che solo cinque di stelle. Un trucchetto clamorosamente demagogico, col quale si vorrebbe rapire a Salvini il primato della cazzata che portavoti. Non so se il taglio sia giusto, cosa cambi di sostanziale tra 1000 e 500, se sia meglio tagliare gli emolumenti,  so che 60 milioni non ci stanno nell’agorà di Atene, ma so che la democrazia migliora con la proporzionale e i referendum. So anche che se è a questa ciambella di salvataggio che si affidano, rischiano di trovarsela al collo piena di piombo. Piombo messoci dai nuovi soci, Zingaretti o Renzi che siano, più bravi di Salvini a rubare, sotto coperta mediatica, suolo ai viventi, futuro a giovani e vecchi, salute e beni a tutti e a vendere pace e sovranità agli istruttori che li tengono in sella.

L’intelligente Andrea Scanzi (FQ) parla di governicchio Zinga-Maio, invece da tempo il sogno del suo direttore, come di “un orrore inaudito e un regalo al Salvini, infatti è l’ennesima idea abbietta dello sciagurato Renzi”. Ha ragione.  Ragione di più per dimenticare Di Maio. O ora, o mai più. Lo si mandi alle serali a leggere un po’ di geografia, storia, Aristotele, Schopenhauer, Hegel, Kant, Balzac, Gramsci, Calvino. E figuriamoci se non almeno “Il Manifesto”, quello con la M maiuscola.….  Di Battista, Paragone, Morra,Taverna, Bugani, Ruocco,  base dalle idee chiare, non siete bolscevichi, ma un colpo lo potete battere. Sul tema dice meglio il molto severo Mario Monforte, qui in fondo.

Media italiani? In geopolitica stiamo dove dobbiamo stare
Sappiamo tutti, quei 13 gatti spelacchiati che leggono il manifesto, ora che è diventato enigmistico e offre fumetti agli analfabeti, che nel quotidiano comunista c’è chi è deputato dall’alto a picchiare la Russia e Putin, chi a spernacchiare la Resistenza afghana, chi a scatenare la foia razzista contro Gheddafi e Assad e chi a fare della Cina il Regno di Mordor. Offrono a costoro ampi spazi di empietà giornalistica le manifestazioni di questi giorni a Mosca e a Hong Kong, epicentri della guerra globalista contro le due nazioni che viaggiano in direzione ostinata e contraria sui binari del diritto internazionale e, quanto a bottino di devastazioni e morti inflitti, stanno a chi li avversa come i blob della Solfatara stanno all’eruzione del Vesuvio nel 79 dC. Nella SECONDA PARTE il seguito.

Hong Kong, nostalgie

****************************************************************************************************

MARIO MONFORTE, estratto da “Salvezza dai nuovi barbari?
E i 5S? Anche loro hanno tradito, come Salvini-Lega, e nei fatti, ciò era primario. Non era nella loro testa, né propositi, per mancanza di analisi, di progetto conseguente, di strategia e tattica adeguate. L’“impianto” resta quello loro consueto: con onestà (è solo un pre-requisito, mentre con le regole e con il loro rispetto va sempre insieme la tendenza alla violazione, organica all’oligarchia e alle regole liberali, né la «legge spazzacorrotti» impedisce di escogitare altre forme di violazione) porre correzioni o misure specifiche dove occorre, e cosí far “andare bene” le “cose”. Ma proprio questo è impossibile! Il “sistema” non è “neutro”, né l’apparato statual-burocratico è astratto: è funzionale alla perpetuazione dei rapporti di produzione e sociali vigenti (ossia al capitalismo), mantenendoli nelle sue fasi successive.
Tradimento, dunque, oggettivo: delle possibilità, delle potenzialità. Della Lega, del M5S, del governo giallo-verde – e dell’ulteriore interno gravame del cuneo inserito da Mattarella, Tria, Moavero e poi lo stesso Conte, a difesa del mantenimento della fase in crisi, ma sempre in atto, della globalizzazione. Esaminando gli “impianti” della Lega e del M5S, in fondo e infine era difficile attendersi esiti altri. Si può solo aggiungere che, mentre la Lega è sicuramente poco penetrabile da idee, analisi e prospettive di “altro” e “oltre” (è forza “di sistema” e di qualche mutamento, ma nel e per il “sistema”), cosí lo sono stati anche i 5S (con le lodevoli eccezioni di coloro che sono molto critici o perfino in rottura – bisognerà però vedere se, al momento opportuno, seguiranno o meno il richiamo a stringersi nella “casa comune”). E, nel loro “grosso” e nei loro esponenti, appaiono attestati su poche convinzioni parziali e, al piú, analisi settoriali – le idee dominanti sono quelle dei dominanti, nella generale penetrazione dell’ideologia dominante, il liberalismo (e i 5S non affermano “siamo non-ideologici e post-ideologici”? Come si vuole il liberalismo per escludere ogni visione e comprensione del mondo “altra”).
Anche se i 5S danno la colpa a Salvini, al “sistema”, etc. - e ci manca solo il «destino cinico baro -, l’iter della loro opera nel governo e la sua fine ingloriosa è una dimostrazione inconfutabile (ma già lo era la perdita delle gestioni comunali nella scadenza seguente all’averle conquistate) che intendere e dare a intendere che si possa attuare il «cambiamento» senza comprendere il “sistema” e mirare a romperlo significa solo illudere e auto-illudersi – e fallire. In questo contesto è avvenuto qualcosa di imperdonabile: invece di spingere avanti, formare una comprensione di massa della realtà e degli ostacoli da superare, potenziare il movimento popolare e costruire – appunto – un blocco sociale effettivo e soggettivo, si è determinato l’opposto, ossia lo scoraggiamento, il riflusso di quel movimento che, pur confusamente, si era levato, alimentando la convinzione che non si può fare niente di decisivo, che bisogna rassegnarsi e accettare “ciò che c’è”, al piú puntare sul “meno peggio” – che fa comunque parte del peggio.
E ora? Io non intervengo oltre su ciò che ho scritto e detto in vari interventi, ribadendo solo che è necessario ostacolare il riflusso, costruire il movimento democratico popolare diretto a riprendere in mano il paese, perciò mirante a riacquisire indipendenza e autonomia, il che può procedere solo in intreccio con comprensione e la messa in atto, volta all’imposizione, della vera democrazia. Certo, questo è ancora piú arduo nelle condizioni presenti, perché ha di fronte davvero tanti, troppi ostacoli. Ma dovrebbe essere ancora tentato. Nonostante quanto non vuol capire o fuorvia, o nega, e blocca.
Mario Monforte

sabato 10 agosto 2019

Qualcuno era 5 Stelle…. FERMARE SALVINI, DIMENTICARE DI MAIO..... Panoramica su quello che è e che è stato



 
Notte senza stelle


Qualcuno era 5 Stelle perché erano per l’ambiente. Qualcuno era 5 Stelle perché erano onesti in un mondo di ladri. Qualcuno era 5 Stelle perchè tutti gli altri mentivano. Perché sul territorio a lottare c’erano rimasti solo loro. Perché Grillo era matto come un cavallo e saggio come un oracolo greco. Perché Di Battista assomigliava al Che Guevara in forma e contenuto. Perché tutti coloro con i quali aveva sperato, o addirittura combattuto, erano tornati a casa o si erano fatti lacchè dei signori. Perchè gli argomenti di Di Maio, Taverna, Bonafede, Di Battista, radevano al suolo quelli di Repubblica. Qualcuno era 5 Stelle perché ci avrebbero fatto uscire dalla caserma e strappato di dosso la divisa Nato. Perché avrebbero tagliato gli artigli agli avvoltoi che ci avevano rinchiuso nella gabbia UE e strozzato con l’euro. Qualcuno era 5 Stelle perché a sinistra non c’erano che detriti spiaggiati, al centro una bolla di nulla e a destra tutti gli altri.

Qualcuno era 5 Stelle perché, scavando una via di fuga dalla discarica, aveva visto qualcosa di integro e di pulito da farci la casa per i suoi figli.

Decreto Sicurezza Bis, contro la tratta o contro l’Italia?
A scanso di equivoci, mettiamo subito in chiaro una cosa: a me il decreto Sicurezza Bis va benissimo per quanto riguarda, con rispetto e a dispetto del guru sul Colle, ogni singolo provvedimento punitivo nei confronti di coloro, al soldo e nell’interesse dei dominanti che rubano all’Africa la sua gente per farne schiavi loro e mine vaganti tra noi. Ne avessi avuto modo, siccome l’Africa e altri Sud li conosco e chi da secoli li depreda pure, avrei previsto lo ius soli per tutti i partecipi della tratta, dopo averli collocati e naturalizzati nel deserto del Sahara: chi sradica, chi spedisce, chi riceve su appuntamento ciarlando di “salvataggio” e chi accoglie e ci fa la grana..

Ma è un altro il punto del decreto di colui che, a scapito di ogni tentativo di imitazione, sta a Mussolini come la sua pancia sta a quella del Duce. E’ quello di cui i media, capeggiati dalla bacheca italiana dello Stato Profondo Usa - quella che ottunde i sensi di qualche residuo lettore con la testatina “quotidiano comunista”  - non hanno esalato una parola (Il “manifesto”, pifferaio ancora di qualche sorcetto, ha dovuto ricuperare tre giorni dopo con un colonnino). E neppure il declamatore dal Colle, che, alla giaculatoria sui deportati da “salvare” (reclutare) in mare, si è limitato ad aggiungere che non è carino sbattere in galera un signore che al funzionario pubblico ricordi “Lei non sa chi sono io!”. E figuratevi se il missionario in saio, Zanotelli, o sua Santità in bianco, o Ciotti, o Strada, insomma le eccellenze della bontà, impegnati come sono a cospargere di cenere le teste degli italiani razzisti e xenofobi e a cingere di aureole le Carole e i Casarini, potevano sprecare attimi a occuparsi di un paese in procinto di passare da carcere neoliberista a cielo aperto a carcere salviniano a cielo chiuso.

Cosa ci hanno nascosto, i sinistri, del decreto bis?


Salvini ha aperto la crisi una volta avviato nei sondaggi  al 40% e sicuro di farcela per un governo pseudosovranista assieme alla signora che invoca il blocco navale alla Libia (non male, eviterebbe i rifornimenti di Erdogan ai jihadisti di Tripoli e Misurata, lì sostenuti dai nostri 500 militari). L’ha aperta – e giuro che non è un caso – immediatamente dopo essersi messo in tasca il Sicurezza Bis. Un decreto che, nella parte con discrezione occultata dal “manifesto” e altri, dopo aver finto di prendersela con i negrieri, fa fare al nostro paese il  taglio del nastro dello Stato di Polizia.

Quella che se manifesti e protesti vali una rapina a mano armata. Quella che se ti “travisi” con un fazzoletto su naso e bocca per non farti stendere dal gas bellico CS, finisci al gabbio fino a 4 anni. Se con uno striscione di tela ti proteggi da mazze di ferro coperte di gomma, sei violento, minaccioso e resistente a pubblico ufficiale. Hai il casco in testa per non fartelo fracassare, ti becchi 3 anni e una multa da 6.000 euro, se tiri un fumogeno per non farti travolgere dal blindato, sono 4 anni. Se minacci un corpo politico pittando “merda” su un suo manifesto, o facendo la linguaccia in un selfie con Salvini, la pena aumenta. Se spacchi una finestra ai bravi banchieri di Etruria che ti hanno fottuto i risparmi di una vita, sempre 5 anni possono essere. Sia Netaniahu, sia Obama che aveva fatto della polizia Usa un corpo da ridicolizzare non si sa se più i Marines o la Gestapo, sia la salma del guardasigilli fascista Rocco,  si contorcono di invidia.

Crisi a Ferragosto? Come vincere la lotteria di capodanno
Dice, ma come, una crisi ad agosto? Sconcerto, disorientamento, parlamentari che rischiano di tornare a casa senza la pensione d’oro, opinione pubblica perplessa e magari anche un po’ stufa di dover mobilitare opinioni e scelte quando il pedalò, la gita a Londra, la polenta al capriolo, o la deantropizzazione delle grandi città, l’avevano fatta sprofondare in una dolce atarassia?

Vuoi mettere con quello che la Lega, i suoi soci, i finti oppositori, i pupari a Washington, Wall Street, Francoforte,Bruxelles e, nel loro piccolo, al 30 di Viale Astronomia (Confindustria) e al 25 di Corso d’Italia (Landini), incamerano con la rottura del famoso “argine” che i 5 Stelle dicevano di essere rispetto alle esondazioni dai bassifondi con cui i soci di governo alluvionavano l’Italia? Tav, Tap, Ilva immune, cantieri sbloccati, trivelle onda su onda e zolla su zolla, Grandi Opere tra una voragine e l’altra della penisola, Confindustria amica, sindacati complici, Nato, Usa e Israele garanti (hanno voglia, i concorrenti al ruolo di sguatteri del padrone, di inventarsi un Russiagate alla cassouela!), e, last but not least, le autonomie salvate in tutta la loro nefandezza: la frantumazione dell’Italia, con il Nord che si arricchisce succhiando soldi al Sud e pulendo la bottega ai tedeschi e le menti e braccia del Sud che vanno ad arricchire coloro cui il Nord pulisce la bottega.


Il tutto nella splendida cornice della Flat Tax che ci permetterà di correggere una diseguaglianza sociale troppo equa, tanto che oggi vede il 20% più povero con ben lo 0,09% della ricchezza nazionale e il 20% più ricco con appena il 67%.

Il bottino dei padroni
E poi, ancora più appetitoso, ciò che verrà sventato! 350 poltrone, nel parlamento più affollato e costoso del mondo, salvate. Salario minimo rimesso al consociativismo sindacato-padroni, soldi  e diritti che erano finiti al basso (reddito di cittadinanza, decreto dignità) che ritornano in alto, legge spazzacorrotti rivisitata a favore dei corrotti, riforma della giustizia, a partire dalla prescrizione bloccata, a protezione dei colletti bianchi, una magistratura già ampiamente corrotta messa al servizio dell’esecutivo, un capo dello Stato scelto tra Siri e Borghezio, una TV, già bell’e infettata, in cui Salvini passi dal 30% dello spazio all’80%, l’eredità morale, estetica, giuridica, culturale di Berlusconi vernacolizzata in sagra leopoldina da Renzi, sublimata da Salvini in gnam gnam di nutella, panzoni allietati da cubiste in spiaggia, lacrimucce  di commozione sul figlioletto in acquamoto della polizia. E, soprattutto, fuori dallo stagno melmoso del mafiastato  quegli ircocervi a 5 stelle che, conoscendo Fabrizio De Andrè, vi avevano fatto fiorire candide ninfee: i ministri 5 Stelle dell’Ambiente, della Giustizia, della Salute, dei rapporti col parlamento e, al netto dei traccheggi, quello dei Trasporti, almeno nella prima fase. E pure la Trenta, se pensiamo alla Pinotti, o a La Russa.

Abbiamo detto delle mirabilia di una Lega al governo che, oltre a picconare legalità, linguaggio, territori, buona educazione, non ha combinato assolutamente nulla, salvo sbraitare panzane votogeniche, come quelle Cinquecento che, dagli altoparlanti sul tetto, chiamano a vedere i saltimbanchi  e le capre a due teste del Circo di Rotolino: venghino, signori, venghino. Dei 20 provvedimenti passati, 18 sono di paternità 5 Stelle. E sono  quelli di valenza sociale, ambientale, legale che hanno fatto avere al governo Conte un consenso che non si ricorda  dagli anni ’70. Gli anni in cui fabbrica, scuola, università, sanità, casa, territorio, morale cambiarono in meglio sotto la pressione dei caschi, delle bandiere e rispettive aste, delle bocce, del pensiero, degli scioperi, delle occupazioni sui salvinisti e finti sinistri di allora.

Costi benefici
E allora facciamolo anche qui, molto sommariamente, il calcolo costi-benefici dei pentastellati al governo. E che possa essere, mica come quello sul Tav, fatto e buttato, un riferimento-avvertimento granitico per tutti coloro che ancora credono che dal letame italiota dal quale sono fioriti i 5 Stelle, scendano nel terreno sano e fertile radici non estirpabili. Radici di una nuova fioritura, più robusta.

Benefici: tutte le misure prese sul piano sociale, giuridico e ambientale, mai viste in passato. L’integrità morale e legale a fronte di partner e oppositori inquinati peggio del Golfo del Messico all’epoca dell’esplosione della piattaforma BP. La qualità della maggior parte dei suoi ministri, eccelsi rispetto alla cialtroneria che li ha preceduti.

Costi, eminentemente attribuibili a un Di Maio inadeguato all’onere e onore della pletora di cariche assunte. Succube dell’energumeno paraculo e guitto col quale qualsiasi persona perbene non prenderebbe neanche un caffè, privo di cultura generale e dell’intelligenza che ne discende, ignaro di geopolitica, perenne mediatore al ribasso, copione perfino delle peggiori volgarità opportunistiche (bacio a San Gennaro, fotoservizio con la fidanzata sull’orrendo “Chi”, invocazione di ergastoli, acconciatura alla Nainggolan), verticismo sterilizzante la creatività del MoVimento (io, io, io…) e relativa arroganza insipiente nei confronti di dissidenti e divergenti. Poi, alla faccia di una stramaggioranza parlamentare, cedimenti al fronte unito della devastazione affaristica malavitosa, falsamente giustificati come indispensabili, su Tav, Tap, Ilva, passante di Bologna, sottopassante di Firenze, Brescia-Padova, il rientro scandaloso dei Benetton in Alitalia, una politica estera dalle grandi promesse di alternativa, ripiegata sulle più logore e perniciose posizioni euro-atlanto-sioniste. E, peccato mortale imperdonabile nei secoli: il voto che ha salvato dalla spinta dalla torre la dama Bilderberg, falco dell’austerity, vergine di Norimberga per la Grecia, turbo militarista neoliberista globalista, Ursula von der Leyen.   

 
neanche un caffè…


Vorrei sapere in quale paese, Stato, condominio, bocciofila, uno che ha ridotto il consenso a metà in 18 mesi (nel caso 6, dico sei, milioni di voti), resterebbe al suo posto, confermato da uno 0,000 1% dei suoi iscritti ed elettori.

Ma c’è di peggio. C’è chi al cazzaro verde vorrebbe opporre ora, in sostituzione del cravattino di Pomigliano, il cazzaro rosa, quello che l’abito lo porta meglio, fa l’avvocato ed è Si Tav, Si Guaidò, Si UE, Sì neoliberismo, magari con un bel sì anche a Zingaretti e Renzi. Chi è che diceva “piove sul bagnato”?

Con tutto ciò, il M5S esce da questo anno e mezzo di governo, meglio, non solo dell’ennesimo ciarlatano sbruffone, ma di almeno una dozzina di governi precedenti. E anche il da me bistrattato Di Maio ci ha messo del suo. Rimarrebbe da chiedersi come sarebbe stato questo rapporto costi-benefici se le sedicenti forze centrosinistre, di sinistra, di sinistra radicale, che ora ululano alla minaccia di un Salvini nazifascista, pompato fino a ieri a discapito dei 5 Stelle, avessero rafforzato il famoso “argine” giallo contro la deriva verde, anziché fare di tutto per demolirlo?

Quello che ora si prospetta, al di là di tutti gli arzigogoli messi in campo da analisti, commentatori, svisceratori di scenari, non è altro che l’istituzionalizzazione di quanto il sistema, l’élite, l’establishment, Bilderberg, perseguono nella loro corsa alla normalizzazione mondiale. L’antipasto l’abbiamo consumato nel voto sul Tav, chiave di volta emblematica di un futuro o dell’altro, quando hanno votato tutti insieme contro i soli 5 Stelle, Lega, PD, FI, FdI. E’ l’unità di base che, domani sul palcoscenico della democrazia capitalista, si affronteranno come Orlando e Rinaldo nel teatrino dei pupi, rimimando il caro bipolarismo PD-Lega, nel quale i dominanti controllano entrambi i finti contendenti, impegnati a spartirsi le spoglie e tenere fuori chi non gioca quella partita.

 
Alberto Perino


Il Grillo fuori dal vaso
Qualcuno era No Tav perché aveva una certa storia alle spalle. Qualcuno era No Tav perché No Tav significa vita, giustizia, umanità, libertà, sovranità, patria. Qualcuno era No Tav prima di essere 5 Stelle ed è diventato 5 Stelle perché erano No Tav. Qualcuno è ancora No Tav.


Se Grillo si limita a palcoscenici da cui inveire contro la plastica e non si permette mai più di insultare Alberto Perino, il migliore dei migliori della Val di Susa, un signore di una certa età, ma che non ne subisce le conseguenze come il guru di S.Ilario, e che sulle barricate ci vive da trent’anni a questa parte; se Di Maio fa un passo di lato, che so, a fare il sindaco di Pomigliano d’Arco e il MoVimento riesce a ricuperare la sua identità, a darsi un’organizzazione e una strategia, conseguenze possibili solo di una dialettica orizzontale, a valorizzare le capacità e le qualità di figure fin qui tenute fuori dal cono di luce sul “capo”, questa prospettiva da “tramonto dell’Occidente” potrebbe anche cambiare. Se non subito, dopo un po’ della vecchia opposizione. Altro non c’è, a meno di dar retta ai solipsismi di Fratoianni e a credere in un PD veltronizzato che si pitta di verde. Quel Veltroni che nell’ultima notte da sindaco regalò un milione di metri cubi ai cementificatori e palazzinari. E quello Zingaretti che ha appena emanato una legge regionale che permetterà ai Caltagirone di ogni risma di sventrare il centro storico di Roma e colmarlo di modernità. Talmente verdi da aver appena votato il Tav, 15 anni di bombe al CO2 (almeno 10 milioni di tonnellate), attacco singolo all’ambiente e al clima come neanche Catone a Cartagine.

Chiudo con la stampella gesuitica dei generali argentini che, abbandonati un attimo i naufraghi in mare, si è messo alla testa dei recenti eventi proclamando che i governi sovranisti portano alle guerre. Mai visti quegli altri che di guerre ne fanno come pettinarsi il ciuffo giallo, o lisciarsi la pelle nera. Del resto sono i russi che interferiscono nelle nostre cose, mica gli Usa, l’UE, la Nato, la Merkel, Macron, Soros, il Vaticano….