venerdì 8 maggio 2026

Fulvio Grimaldi in “Spunti di Riflessione” di Paolo Arigotti --- ERDOGAN, NON SOLO BLUFF --- Tentacoli ottomani su due continenti

 



https://youtu.be/I9k8KAqUwwo

https://www.youtube.com/watch?v=I9k8KAqUwwo

 

A integrazione dell’esaustivo articolo pubblicato martedì su L’Antidiplomatico nella mia rubrica “Attenti al lupo”, questa chiacchierata in un’intervista di Paolo Arigotti. Vi si cerca di lacerare il velo di Maja che molti tendono sulle imprese del Fratello Musulmano turco, primo squartatore della Siria, per farlo passare per abile mediatore e fattore di equilibrio e armonia nella regione.

Una regione che, nelle ambizione di Erdogan, ferro di lancia della NATO, travalica il Medioriente e si allarga a due continenti, Asia e Africa, combinando un subimperialismo ottomano, basato sulla turcofonia nel Caucaso e in Asia Centrale, con gli obiettivi strategici unipolari di USA-NATO.

Le ambiguità nel rapporto con Israele, la retorica per assorbire la solidarietà della società turca con la causa palestinese, una dialettica con lo Stato sionista che combina concorrenza, convivenza e connivenza.

In sostanza, uno di cui non c’è minimamente da fidarsi. Segno distintivo della Fratellanza Musulmana da esattamente un secolo.

martedì 5 maggio 2026

FULVIO GRIMALDI IL SULTANO BISCAZZIERE --- Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa

 

FULVIO GRIMALDI

IL SULTANO BISCAZZIERE

Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__il_sultano_biscazziere_un_ferro_di_lancia_nato_in_medioriente_asia_e_africa/58662_66661/

Concorrenza? Convivenza? Connivenza?

O tutte e tre le strategie a seconda della fase?

L’ultimo pronunciamento severo di Recep Tayyip Erdogan su Israele è stato l’anno scorso una denuncia dei crimini commessi contro la popolazione di Gaza a dispetto delle tregue firmate. Ce n’era stata qualcun’altra prima, via via che le vittime salivano di decine di migliaia. Senza peraltro che questi dissapori interrompessero gli storici rifornimenti a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria) senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.

La stessa condanna, necessitata anche dai sentimenti di un elettorato musulmano filopalestinese, ci si sarebbe ora aspettata sugli analoghi crimini che lo Stato degli ebrei va compiendo in Libano, sempre a sistematica violazione di tregue firmate, e in Cisgiordania, nominalmente territorio palestinese occupato, ma in corso di annessione.  Ma Erdogan ha taciuto. Solo davanti all’assalto criminale e brutale alla nuova Flotilla in acque internazionali, a centinaia di miglia dalla Palestina occupata, e alla quale avrebbero partecipato anche barche turche, ha proferito un rimbrotto. Le cose cambiano. Vediamo come.

Anche la grottesca mistificazione democraticistica delle elezioni in Cisgiordania e in un campo profughi di Gaza, in assenza di Hamas e affidata in esclusiva al partito collaborazionista Fatah di Abu Mazen, con partecipazione tra il 22% e il 27%, che vale uno sputo in faccia dell’elettorato all’ANP, non ha suscitato una levata di sopracciglia. E neppure c’è stata l’interruzione delle storiche forniture a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria), senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.

Non pare esserci, tra Turchia e Israele, concorrenza in materia. Forse convivenza e, dunque, tolleranza, finchè si tratta di Libano e di Cisgiordania, per le quali aree non risulta, al momento, un diretto interessamento di Ankara. Che invece c’è, eccome, in molte altre parti di due continenti, Asia e Africa, tanto da non potersi evitare di parlare di un robusto sub-imperialismo ottomano. Sub, perché sempre più nettamente inserito nell’imperialismo USA, ora di stampo trumpista, dopo l’avvertimento dato da Obama, con il golpe del 2016 scopertamente originato negli USA, a un Erdogan in vena di giri di valzer.

Un imperialismo spiegato ad alleati e avversari, senza fronzoli legali o morali, da due recenti documenti USA: la Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS nell’acronimo inglese) e la Strategia per la Difesa Nazionale (NDS). Di cosa questi documenti comportino ci occupiamo più in là, quando daremo uno sguardo alla sinergia operativa Washington-Ankara per il Caucaso e l’Asia Centrale, tutt’intorno a Russia e Cina.

Tutto questo in risposta a quella nutrita schiera di analisti che, sorvolando sugli elementi strategici della geopolitica di Erdogan, preferiscono evidenziarne gli aspetti condivisibili, quali i tentativi di mediazione tra Mosca a Kiev (che tuttavia non impediscono la fornitura a Zelensky di armamenti), lo sblocco del grano ucraino da vendere in Africa, l’apparente neutralità nel conflitto sull’Iran, o. appunto, le sporadiche espressioni di biasimo nei confronti di Netanyahu.

Neottomanesimo dal Mediterraneo all’Africa

Al netto di un regime repressivo che vede l’impossibilità della società turca di darsi un’opzione alternativa a Erdogan e al suo AKP, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, al netto anche di una crisi economica endemica, la Turchia si distingue per grandi ambizioni espansionistiche. Un dinamismo che abbiamo visto materializzarsi poco dopo la distruzione della Libia e l’installazione a Tripoli, con il consenso ONU (essenzialmente USA e UE), di un regime di bande di spolpatori di risorse e di trafficanti di carne umana, ben simboleggiato dal noto Usama Almasri, di nordiana memoria. Il compito assegnato da noi e dall’Europa a questa finzione di Stato è quello di regolare, nel segno del ricatto, i flussi di migranti tra Africa Nera ed Europa.

Alla determinazione di una striscia di mare con giacimenti di gas su cui vantare una primazia, corridoio che va dalla costa Egea al mare libico, Erdogan accompagna l’invio di truppe che ne assicurino il controllo e, nell’immediato, assicurino la propria tutela alla malferma criminalità organizzata fatta passare per governo libico.

Grazie a esse, Tripoli saprà resistere all’offensiva del parlamento legittimo libico, espulso nel 2014 da Tripoli e insediatosi a Bengasi, le cui forze armate sono guidate dal generale Haftar, che controlla tutta la Libia tranne la Tripolitania e sostiene la candidatura a presidente del figlio di Gheddafi, Saif al Islam. Candidatura che il concerto Nato, che da Tripoli amministra il caos libico, ha prontamente fatto annullare.

 

Said al Islam Gheddafi

L’impresa libica del sultano precede una penetrazione nell’area più strategica dell’intera regione, il Corno d’Africa con lo Stretto di Bab el Mandeb e il Mar rosso, transito di quasi metà del commercio mondiale. E qui entriamo nella fase della concorrenza-convivenza con Israele, che, come già in Siria, assume la forma della spartizione. Israele non aveva finito di porre la ceralacca sotto il suo riconoscimento di uno dei tanti frammenti secessionisti della Somalia, il Somaliland, subito inserito negli Accordi di Abramo, che si è ritrovato faccia a faccia con i turchi. L’interesse turco, del tutto sovrapponibile a quello di Tel Aviv, ma stavolta nettamente concorrenziale, per uno sbocco sull’area di transito da Oriente a Occidente, come per una porta d’ingresso al continente, si è concretizzato con una precipitosa partnership con Mogadiscio, capitale del frammento maggiore di quel che resta dell’antica colonia italiana.

Facendosi assegnare dall’ennesimo governicchio fantoccio USA che, grazie ai bombardamenti di Trump, sopravvive all’endemica rivolta islamica degli Al Shabaab, basi militari, l’addestramento delle truppe somale, diritti – anche qui - di ricerca di idrocarburi e addirittura la sicurezza marittima, ecco che sul cruciale Golfo di Aden, a dispetto degli ostici nazionalisti yemeniti ed eritrei, si impone una determinante presenza turca. Indirettamente NATO. Introdottosi nella regione con il cappello del mediatore nelle perenni dispute territoriali grazie alle quali l’Etiopia divora fette di Somalia, Erdogan fa ancora una volta la figura, benvista dall’ipocrisia diplomatica occidentale, di una forza tranquilla e ragionevole in regioni del mondo tormentate da conflittualità.

La spartizione della Somalia tra Israele e Turchia, all’ombra della supervisione USA, richiama quanto, a partire dalle crisi arabe del 2011, le due potenze mediorientali che si vorrebbero globali, o perlomeno multiregionali, hanno combinato in Siria. Siamo sempre nelle fasi di una concorrenza moderata, pro tempore, dalla connivenza.

Siria delenda, dalla connivenza alla confliggenza?

La demolizione e frantumazione di quello che, dopo la distruzione dell’Iraq, era rimasto nel Mashreq l’ultimo grande Stato arabo in grado di contenere l’espansionismo israeliano e sostenere la causa palestinese, si potrebbe definire il capolavoro soprattutto di Erdogan. Sicuramente qualcosa di più di un Proxy, agente per procura, dell’imperialismo e del sionismo, ma assolutamente in linea con i propositi strategici di queste due espressioni del dominio globale.

Protagonista, con istruttori USA e finanziamenti sauditi, dell’aggressione del 2011 delle operazioni militari sul terreno, più indispensabili delle bombe di Obama, Trump e Netanyahu, Erdogan aveva saputo ritagliarsi un ruolo decisivo dall’inizio alla fine. 13 anni dopo, Damasco cadeva sotto l’assalto delle forze mercenarie Al Qaida-Al Nusra-Isis , rastrellate da turchi e sauditi in vari paesi musulmani, allevate, addestrate e armate nei campi turchi e giordani, curate negli ospedali israeliani sul Golan (con tanto di visita e complimenti di Netanyahu in corsìa).

Questa massa di tagliagole, le cui orripilanti nefandezze ho conosciuto attraverso i racconti di testimoni, sopravvissuti e i video che i loro autori giravano, a titolo di intimidazione, ai cellulari dei cittadini siriani in tutto il paese, è forse, insieme a quanto si va compiendo dall’IDF a Gaza, il più agghiacciante esempio di subumanità che si sia mai manifestato.

Erdogan, impadronitosi del governatorato siriano settentrionale di Idlib, vi aveva installato una parte cospicua di tale mercenariato e, mentre, sotto protezione statunitense, i curdi adottavano simili misure nel nordest siriano con la scusa di combattere l’ISIS, ne aveva fatto un pezzo di Turchia. Una popolazione di 1,5 milioni era sottoposta alla tirannia sanguinaria di un’occupazione militare che si era appropriata anche di tutte le funzioni economiche, produttive e commerciali.  

Con la presenza russa evaporata nel giro di ore, una Siria menomata da tredici anni di guerra, saccheggi, devastazioni bombarole, sanzioni, soverchiante forza militare, con il bonus di un’occupazione curdo-statunitense del Nordest che l’aveva privata delle risorse agricole e petrolifere e l’ulteriore aggravio di uno spaventoso terremoto nel 2023, l’esito era scritto.

Meloni e Al Sharaa

A Damasco viene insediato il tagliateste per eccellenza, prima Al Jolani, ora Ahmed al Sharaa, capo di una congrega mercenaria di terroristi sanguinari come raramente ne aveva visti il mondo. Di quelli che mandavano in giro le foto di soldati siriani scuoiati e appesi agli alberi. Lo riconoscono, incontrano, ricevono tutti: Trump, Putin, Netanyahu, Meloni e, naturalmente, Erdogan. La connivenza negli anni della guerra diventa partnership nella spartizione dei quarti da divorare: Turchia al Nord, Israeliani al Sud, arrivati con la scusa di difendere i drusi emarginati dall’ISIS di regime, ai tagliagole il resto. I curdi, traditori traditi, dopo qualche scaramuccia con i governativi, restano al palo, nella zona da sempre abitata. I loro combattenti vengono incorporati nel nuovo esercito detto siriano.

C’è chi vede nella spartizione della Siria e in un Israele che a tutto è disponibile fuorchè a uno status di parità con altri, il seme dell’inevitabile scontro tra un Grande Israele e una, per esso inaccettabile, Grande Turchia. Ha da venì. Per ora sono commensali. Conviventi e conniventi.

Si va nel Caucaso

Raggiunti i suoi obiettivi in Siria, in concorso con Israele e sotto tutela USA, il neosultano gioca una nuova mano di poker in Asia e, grazie al ruolo di ferro di lancia USA-NATO, garantitogli dall’obiettivo implicito dell’assedio alla Russia (alla Cina ci pensa la minoranza musulmana e turcofoni dello Xinjiang, dedita ad attentati e presuntamente repressa da Pechino) pare in grado di portarsi via piatto, mano e partita. L’apertura è di Ilham Aliyev, già governatore sovietico dell’islamico Azerbaijan, mutatosi in dittatore e fattosi partner di Erdogan, fiduciario degli USA e minaccia incombente sul confinante Iran. Densa di interrogativi, dalle facili risposte, quell’elicottero presidenziale iraniano che nel 2024, venendo da Baku, capitale azera, sorvola una base del Mossad sul confine con l’Iran, per poi precipitare con esito mortale per il presidente iraniano, Ibrahim Raisi).

 

Dotato dell’appoggio logistico del fratello musulmano di Ankara e di armamenti israeliani, nell’autunno 2020 Aliyev attacca l’enclave armena del Nagorno Karabakh, formalmente riconosciuta parte dello Stato azero, ma proclamatasi Repubblica dell’Artsakh. L’Armenia, storicamente alleata della Russia, ma dove nel 2018 una rivoluzione colorata alla CIA ha portato al potere Nicol Pashinyan, che ha subito allontanato il paese dalla sfera d’influenza russa, non s’impegna nella difesa dell’enclave. Una serpe in seno. Con l’annessione di gran parte della regione, la vittoria è azera, seppure temperata da un accordo che vede truppe russe collocate a difesa di quanto resta dell’enclave nel corridoio che la divide dall’Azerbaijan. Accordo che durerà poco. Oggi i russi della forza di peace keeping non ci sono più. Nel 2025 sono stati ritirati.

Azerbaijan, Kazakhistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan. Sono il passaggio obbligato dall’estremo Oriente all’Europa. Tutti guardano politicamente, linguisticamente e confessionalmente ad Ankara. Alla quale guarda anche la Repubblica Turca di Cipro Nord. Erano, nel Caucaso, gli Stati musulmani dell’URSS. Dal 2009 sono l’OTS, l’Organizzazione degli Stati Turcofoni, una realtà dotata di immense risorse naturali, soprattutto energetiche, internazionalmente sempre più assertiva e influente, dotata di capillari infrastrutture, in parte risalenti all’epoca sovietica, in parte creazione cinese. 

Cambia il paradigma geopolitico in Asia Centrale

 

Vi vivono 170 milioni di musulmani, hanno un PIL aggregato di 2 trilioni. I loro organi sono un Consiglio dei Capi di Stato, il Consiglio dei Ministri degli Esteri e organismi specializzati per cultura, economia, sicurezza. Sono la fonte, ad Ankara, per sogni di unità turca. Nel 2021 la Dichiarazione di Shusha, firmata con la Turchia, ha elevato le relazioni bilaterali ad alleanza formale con difesa congiunta. Russia e Cina ne sono rimasti fuori. Uno dei primi atti è stato l’apprezzamento “per gli sforzi profusi dalla Turchia in Siria”. Agli USA non potrebbe andar meglio, visto che il più potente alleato in NATO si è fatto ponte tra loro e questa realtà allineata lungo i confini meridionali della Russia. Tutti gli Stati dell’OTS hanno plaudito all’impresa turco-azero-israeliana contro l’Armenia cristiana.

Subito evidente l’interesse degli USA per questa struttura collocata a ridosso delle due potenze mondiali concorrenti, nel cuore dell’Asia dove si trovano almeno 25 dei 45 minerali essenziali per le tecnologie Big Tech. Segue l’intenzione di investirvi un significativo capitale politico, con offerte di collaborazione in materia di economia e sicurezza, come manifestate ai primi dell’anno con la visita alla regione del vice presidente, J.D.Vance, Vi si è deciso il consolidamento della cosiddetta Rotta Internazionale di Trump per la Pace e la Prosperità, il TRIPP, un corridoio  di trasporti di 43 km che unisce Turchia, Armenia, Azerbaijan e Kazakhistan e rimpiazzerebbe un analogo corridoio logistico, lo Zangezur, concordato con la Russia dopo la guerra del Nagorno Karabakh. Il monitoraggio di questa arteria strategica, sotto supervisione turca, verrebbe affidato a un gruppo multinazionale di paesi NATO, comprendente personale tecnico turco e statunitense.

Turchia, sempre meno Montreux e sempre più NATO

Per completare l’assedio della Russia, non potendosi parlare ancora di accerchiamento visto il confronto aperto sull’Artico, bisognava assicurarsi il controllo del Mar Nero, mare dai paesi rivieraschi europei, integrati dal meticcio turco, da un frammento di costa della Georgia e dalla Russia che occupa quasi per intero la costa orientale. E’ il mare che apre, e chiude, lo stretto dei Dardanelli, un passaggio non cruciale come quelli di Hormuz, o di Bab el Mandeb, ma, come s’è constatato a partire dalla guerra in Ucraina, di notevole importanza logistica e geopolitica. Chi ne detiene le chiavi possiede capacità di convinzione.

Un tempo l’assetto pacifico e neutrale della regione era assicurato dalla Convenzione di Montreux. Venne firmata il 20 luglio 1936 da TurchiaFranciaGreciaRomaniaRegno Unito e Unione Sovietica. Aveva lo scopo di regolamentare la navigazione ed il passaggio attraverso lo Stretto dei Dardanelli, il Mar di Marmara ed il Bosforo. Nella convenzione, per garantire la sicurezza agli Stati che si affacciano sul Mar Nero, è affermato il riconoscimento della piena libertà di transito delle navi mercantili di qualsiasi bandiera in tempo di pace, con la sola condizione di soddisfare i diritti di transito e le prescrizioni sanitarie. In tempo di guerra la libertà di passaggio e navigazione per i mercantili dei paesi neutrali.

Su questo assetto, reso già traballante dalle operazioni militari condotte da ucraini e russi nella guerra in corso, interviene ora la mano pesantissima della NATO, anche stavolta in versione ottomana. Lo caratterizza la strategia USA intesa a azzerare la cooperazione energetica tra Russia e UE e impedire a quest’ultima di costituirsi in rivale commerciale. A questo scopo la NATO, che paradossalmente include una maggioranza di paesi europei, serve agli USA da cavallo di Troia in Asia. L’emergere dell’Iran quale attore di primo piano nella regione e oltre, e di “competitor” in grado di paralizzare le manovre egemoniche israeliane, ha acuito l’interesse degli USA e, dunque, l’impegno della NATO.

E se tra Putin e Trump sembra esserci confluenza di intenti, almeno nel breve periodo, qui siamo alla frizione. E qui Erdogan, il biscazziere, si gioca una mano che spera di successo come quelle di Siria, Libia, Corno d’Africa. E ha fretta. Come ogni tanto eruzioni di contestazione dimostrano, la sua base sociale, perlopiù afflitta da gravi problemi economici, inflazione in testa, si rivela frammentata tra diversi segmenti - governo, opposizione, accademia, media, laici, integralisti, kemalisti – con differenti e confliggenti paradigmi. Le elezioni generali del 2028 non sono lontanissime. Le fughe in avanti geopolitiche del sultano biscazziere sono motivate anche da questa condizione. E puntano a rafforzarlo mediante l’integrazione di Ankara negli obiettivi USA, qui vestiti da NATO, mettendo a rischio la neutralità attiva imposta alla Turchia dall’articolo 19 di Montreux.

Tocca al Mar Nero

 

Gli attacchi ucraini all’infrastruttura energetica turca del Blue Stream e del Turkish Stream che, col TAP, alimentano anche l’Italia, non hanno dissuaso Erdogan dall’aderire nel 2025 alla “Coalizione dei Volontari Ucraini”, estensione operativa della NATO, mossa che viola la Convenzione di Montreux, ha irritato Mosca e ha trasformato una neutralità tattica in allineamento strategico.

Incirlik in Turchia è, dopo Rammstein in Germania, la più grande base USA-NATO e ospita 100 bombe atomiche. Nessun Sanchez, qui, ha mai contestato il suo uso per le aggressioni ai paesi vicini da obliterare (con non marginali guadagni anche per la Turchia).  Adana fa il paio con Incirlik. E’ una delle principali città turche e, dalle coste dell’Egeo, vede Cipro e le coste libanesi e della Palestina occupata. Prima degli eventi del 7 ottobre 2023, la Turchia era già membro della Combined Joint Task Force – Operazione Inherent Resolve, una formazione militare multinazionale, e della NATO Response Force, forza di risposta rapida della NATO. Ora, con l’installazione ad Adana del Quartier Generale del Corpo Multinazionale NATO (MNC-TUR), fatto passare per risposta alla “minaccia iraniana”, ma realizzato a seguito dell’operazione “Alluvione di Al Aqsa” del 7 ottobre 23, si perfeziona il processo di integrazione turca nella strategia di guerra a 360 gradi di Israele.

Di questo Quartier Generale è programmata nello Stretto dei Dardanelli, ad Anadolu Kavagi Beykoz, località all’imboccatura del Mar Nero, una componente del Comando Marittimo della NATO. Per questa violazione NATO della Convenzione di Montreux i turchi avevano presentato il pretesto delle mine vaganti seminate dalla guerra in Ucraina, ignorando il precedente provvedimento, del 1.luglio 2024, concordato tra Turchia, Romania, Bulgaria, per una soluzione regionale del problema.

Si tratta di un cambiamento storico. La creazione di una Forza Congiunta d’Intervento nel Mar Nero assicura alla NATO una continuità istituzionale e operativa dal Mediterraneo ai confini russi e al Mare di Azov, minando un equilibrio che la Convenzione di Montreux aveva assicurato per quasi un secolo. Il Nulla Osta di Ankara trasforma la Turchia in una struttura avanzata per il confronto con la Russia.

Resta da chiedersi dove si fermeranno i tentacoli della piovra neo-ottomana, oggi braccio armato della Coalizione Epstein. Secondo alcuni l’esito non potrà che comportare l’eliminazione di uno dei due galli nel pollaio mediorientale, Grande Israele e neo-ottomanesimo, da concorrenza-convivenza-connivenza, alla confliggenza. E qui la partita vedrebbe al tavolo un altro giocatore, quello a stelle e strisce, con in mano le carte migliori.

Come finirà la partita sta in grembo a Giove. Ma almeno conosciamo giocatori e posta..

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 29 aprile 2026

Regeni, Venezuela, Cuba --- E’ LA VERITA’ CHE E’ RIVOLUZIONARIA --- Su certi assist alla narrazione del nemico

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-regeni_venezuela_cuba_e_la_verita_che_e_rivoluzionaria_su_certi_assist_alla_narrazione_del_nemico/58662_66553/

Chi era e a chi serviva Regeni

L’hanno detto George Orwell e, prima di lui, Antonio Gramsci e l’ha pagato con la vita Giacomo Matteotti. E, oggi, 75mila palestinesi.

Comincio da Giulio Regeni, caso esemplare del quale mi sono occupato più volte per aggiungere elementi cognitivi che venivano ostinatamente ignorati dal racconto mainstream, dalla magistratura, dall’intero quadrante politico. Uno sforzo compiuto in splendido isolamento, non fosse che, all’inizio della vicenda, 2016, anno del ritrovamento al Cairo del corpo di Regeni, qualche foglio osò rettificare, con qualche pur innegabile notizia, la versione sacralizzata da media e politica.

La vicenda è tornata di attualità in occasione di uno stanziamento rifiutato - cosa giudicata vergognosa - a chi ne intendeva trarre un documentario. Naturalmente un dettagliato documentario, al quale anch’io, il generale Tricarico, politici italiani, avevamo dato un contributo, è rimasto innominato: lo avevano fatto gli egiziani.

Emblematica è stata la risposta dei rinomati “fact checkers” del giornale online “Open” di Mentana. All’elenco dei motivi e fatti per cui legittimamente giudicavo quanto meno opinabile la versione ufficiale sulla morte di Regeni, si era risposto sbrigativamente con il concetto dannante di “complottismo”. I dati oggettivi citati non meritavano menzione. Li riassumo, a beneficio di chi voglia farsi un’idea, sia della rinnovata denuncia di un assassinio attribuito ai servizi del presidente egiziano Al Sisi, sia delle basi di un processo romano, ovviamente stagnante, contro alcuni imputati scelti tra quanti dei discutibili e molto approssimativi testimoni hanno suggerito al tribunale.

Il corpo di Regeni, con segni di tortura, viene ritrovato su uno stradone, non lontano dal centro del Cairo. Esattamente nel giorno e nelle ore in cui una delegazione politico-industriale italiana si incontra con i vertici egiziani per discutere di investimenti e, in particolare, del ruolo dell’ENI nel giacimento di gas prospiciente le coste egiziane. Un siluro all’intesa. Di conseguenza l’incontro viene sospeso. Non verrà mai più ripreso. Sul giacimento si affacceranno le compagnie petrolifere angloamericane.

 

Regeni ha alle spalle una vasta famigliarità con Israele e il Medioriente e anni di lavoro per Oxford Analytica, impresa di spionaggio industriale e politico capeggiata da John Negroponte, gestore di squadroni della morte in Centroamerica e Iraq, da Colin McColl, ex-capo del MI6, servizio segreto britannico e da David Young, l’organizzatore per Nixon dello scandalo Watergate.

Un progetto eversivo

Il giovane ricercatore di Cambridge, in partenza per una missione al Cairo, da una sua tutor, Maha Abdel Rahman rappresentante dei Fratelli Musulmani (il movimento di cui faceva parte il presidente Mohammed Al Sisi, spodestato da una rivoluzione popolare), viene indirizzato a una sua omologa dell’Università Americana al Cairo, Rabab El Mahdi.  La Rahman si sottrarrà agli inquirenti italiani e non sarà più infastidita. Qui Regeni individua un interlocutore nella figura di Mohammed Abdallah, capo dell’importante sindacato del commercio informale.

In un video, ampiamente circolato, gli prospetta un affare da 10.000 dollari che Abdallah vorrebbe utilizzare per le cure della madre, malata di cancro. Regeni glielo nega chiedendogli invece un “progetto tipo 25 gennaio”. Il 25 gennaio 2011 il presidente Mubaraq viene rovesciato dalla sollevazione popolare. Abdallah si insospettisce e riferisce tutto a un commissariato di polizia. Se la missione di Regeni era quella di trovare chi rinnovasse un tentativo di destabilizzazione del governo, l’opera era fallita e il suo protagonista risultava bruciato. Poteva servire a eventuali mandanti se delle sue torture ed esecuzione fossero state accusate le autorità egiziane. Con conseguente inevitabile crisi nei rapporti italo-egiziani.

Formazione d’élite

Riveste un certo significato la formazione di Giulio Regeni. I vari gradi d’istruzione si svolsero in un istituto a Trieste della catena dei costosissimi “Collegi del Mondo Unito”, fondati dal tedesco Kurt Hahn e destinati alla formazione delle élite europee. Nella sua filiale di Edimburgo si sono diplomati perfino i membri della Casa Reale britannica. Resta agli atti un documento firmato da Hahn e indirizzato ad Allen Dulles, direttore della CIA, in cui ai servizi USA si offriva una collaborazione per il reclutamento e la formazione di giovani leve “utilizzabili per la destabilizzazione dell’Unione Sovietica”.

Cosa c’entra l’Egitto di Al Sisi?

L’Egitto, oltre 100 milioni di abitanti, posizione strategica di porta tra Africa-Medioriente e Mediterraneo, controllore del Canale di Suez dal quale passa un 40% del commercio globale, partner ambito da vari paesi europei per le opportunità di investimento in infrastrutture e per forniture energetiche offerte dallo scoprimento di vasti giacimenti, è l’ultimo grande paese sopravvissuto alla frantumazione del mondo arabo: Iraq, Siria, Libia, Libano. Non rappresenta una minaccia al colonialismo ed espansionismo israeliano e USA, nel conflitto palestinese persegue una funzione di mediazione, ha buoni rapporti con Washington, da cui riceve armamenti.

Ha dovuto combattere, dopo la cacciata del presidente Fratello Musulmano Mohammed Morsi, che aveva imposto la Sharìa, proibito gli scioperi e assistito all’incendio delle chiese cristiane ad opera dei propri seguaci, una feroce ondata di terrorismo ISIS, culminata in una guerra civile nel Sinai.

 Putin e Al Sisi

Intrattiene, a partire dalla presidenza Al Sisi anche buoni rapporti con Mosca; in Libia sostiene la riunificazione del paese perseguita dal governo dell’uomo forte Haftar contro il regime dei trafficanti di carne umana installato dai turchi a Tripoli; in Sudan è schierato dalla parte del Governo di Transizione, in contrasto con gli Emirati Arabi Uniti, punta di lancia degli Accordi di Abramo con Israele, che sostengono le Forze d’Intervento Rapido; ha un contenzioso con l’Etiopia filo-occidentale che, con la nuova diga del Rinascimento, gli ha ridotto il flusso vitale del Nilo.

Insomma, la sua è una posizione al tempo stesso moderata, ma anche fastidiosa per interessati vari. E rimane, al di là delle scelte politiche contingenti, una grande paese arabo di enorme rilievo strategico.

Venezuela e Cuba, casi gemelli?

La verità in quanto rivoluzionaria non può essere sopraffatta da qualsiasi altra considerazione che, comunque, la tradirebbe. Il discorso è tornato di grande e grave attualità con il Venezuela e va preso in esame anche per Cuba, di cui parleremo poi.

Di Venezuela e di quello che è davvero successo a partire dal rapimento del presidente Maduro e di Celia Flores e dai bombardamenti USA senza risposta, mi sono parecchio dilungato su L’Antidiplomatico. Ci sono state reazioni che, diversamente da quanto i fatti, da me minuziosamente elencati, dimostrano inequivocabilmente, valutano il comportamento del vertice venezuelano, quello dei fratelli Delcy e Jorge Rodriguez e loro squadra, come una necessaria, per quanto imposta, “ritirata strategica”. Per evitare che la ritirata “strategica” non si risolva in resa, come con Napoleone in Russia, o connivenza, sarebbe stato il caso di parlare di ritirata “tattica”.

Si insiste su una presunta similitudine tra il golpe contro Chavez del 2002, risolto dalla rivolta di popolo nel giro di 48 ore e dalla conseguente continuità, anzi da un rafforzamento del processo rivoluzionario, e gli eventi del 3 gennaio di quest’anno. Sono passati quasi 4 mesi è Maduro e moglie restano in carcere a New York. In Venezuela a tumultuare per la loro liberazione è il popolo.

Il dopo-Maduro e i nuovi rapporti con Washington

Molti dei fatti che hanno definito la fisionomia di questa vicenda sono ancora da individuare, ma molti, incontrovertibili, sono stati identificati ed elencati nel mio precedente intervento. In breve sintesi, si tratta dell’immediato arrivo a Caracas dei dirigenti massimi dell’apparato militare, di intelligence, energetico, economico, degli USA, con relativi diktat sugli indirizzi da adottare. Ne sono seguiti il rilascio di tutti i prigionieri, improvvisamente divenuti politici, la decapitazione dei vertici militari venezuelani, l’apprezzamento di Trump per la nuova direzione, l’adozione di misure che hanno completamente stravolto l’impostazione gestionale e sociale bolivariana, già monopolio dello Stato, delle risorse petrolifere, la cessazione delle vitali forniture a Cuba. Con tanto di compartecipazione di compagnie private, eminentemente statunitensi, all’intero processo relativo a queste risorse, dall’estrazione alla commercializzazione. Alcune proprietà sottoterra sono state cedute.

Per il Venezuela, come per Cuba, per l’Iran, per la Palestina, per la Russia e la Cina e per qualsiasi realtà che, oggettivamente o soggettivamente, si ponga in opposizione dichiarata, o, quanto meno, di intralcio all’imperialismo e al colonialismo, vale su tutto un principio: una difesa senza “se”.

Principio che non può non avere valore incondizionato e vincolante se si parla di difesa dal popolo, del paese. Ma riferendo il principio a governo e classe dirigente, ci si aspetta che sia fisiologico e imperativo rinunciare anche a ogni “ma”? Qui si apre la contraddizione. Che nasce dal carattere rivoluzionario insito nella verità. Senza la quale ogni inganno, doppiezza, finzione, ipocrisia, calcolo, trovano modo di svicolare. Da essere pensante e volenteroso, per quanto inadeguato, antagonista dell’esistente, qualche “ma” va mantenuto.

In Venezuela un popolo quasi intero, cosciente della sua identità e della natura del nemico, sono mesi che è mobilitato contro quanto gli è stato tolto e quanto gli è stato imposto. Lo fa, a sentire i miei amici di quell’autentica avanguardia nella storica difesa del chavismo che è il quartiere “23 de Jenero” con la sua Coordinadora Simon Bolivar, perché crede ciò che la presidente “ad interim”, Delcy Rodriguez, garantisce: continuità della rivoluzione. Visti i fatti, che dimostrano come si tratti di una continuità ampiamente incrinata, la posizione di queste masse irrequiete si potrebbe interpretare come sforzo di condizionamento nei confronti del nuovo governo. Anche di messa in guardia.

In tutto questo, posso sbagliare. Non per quanto il governo, con la “pistola puntata alla tempia”, come si usa ricordare, ho riferito abbia fatto in questi mesi, ottenendo, non la restituzione del presidente rapito, ma l’approvazione alla propria sopravvivenza. Fisica e al potere. Nella dichiarata continuità e nella sostanziale rottura rispetto al cammino tracciato da Ugo Chavez. Ho ogni comprensione per chi si ostina a oscurare i lati drammaticamente negativi di questo spodestamento, per illuminare quelli di una necessità che imporrebbe solo ripieghi temporanei. Tante delle nostre vite si sono intrecciate a quelle del Venezuela e rimane difficile districarsene.

Onestà intellettuale, ma più ancora rispetto per questa storia e il suo popolo, impongono, però, che, negandolo, non si dia copertura a un crimine dell’imperialismo e a chi gli ha fatto da basista e palo.

Cuba, hasta siempre?

Le afflizioni da Trump imposte a Cuba con il totale blocco energetico che annulla la lieve attenuazione del bloqueo concessa da Obama e intensifica lo strangolamento già adottato nel suo primo mandato, sono di una portata inimmaginabile. Come chiudere qualcuno in una stanza e aspirarne l’ossigeno. Le spedizioni di solidarietà giunte nell’isola hanno ampiamente documentato gli esiti di questa asfissia di tutto un popolo: non funziona più niente, né i trasporti, né la produzione, né l’agricoltura, né gli ospedali, né le scuole.  I capisaldi della rivoluzione, sanità e istruzione, un dono al mondo, vivono la paralisi dei medicamenti e delle attrezzature. E la società che si è mantenuta salda, coesa, determinata e autodeterminata per oltre sei decenni, rischia di sfaldarsi e cadere a pezzi. Sarebbe stato inimmaginabile, qualche anno fa, vedere il poco carburante venduto ufficialmente per bisogni collettivi, rivenduto sottobanco a prezzo decuplicato.

Il dato innegabile è che i cubani non ce la fanno più. Difficile trovarne di quelli che sarebbero disposti a rinunciare alla sovranità del loro Stato, all’impostazione socialista, e che non sarebbero pronti a opporsi con le unghie e i denti a un’eventuale invasione. Che non ci sarà, se non con i codardi bombardamenti già sperimentati in tutte le aggressioni trumpiane. La memoria della disfatta della Baia dei Porci è ben presente ai comandi USA, a dispetto del cubano, gusano, Marco Rubio, storico capo della mafia cubana di Miami e determinato a radere al suolo Cuba per appropriarsene e “offrirla in dono a Trump”, come ha detto con la tipica fraseologia del presidente e dei suoi scherani.

Qui, però, si evidenziano le solite divaricazioni all’interno dell’establishment. Proprio quelle che la propaganda trumpiana attribuisce ai gruppi dirigenti dei paesi aggrediti, Iran, Venezuela, Libano, dove gioca propagandisticamente sulla solita spaccatura tra ultraconservatori, irrimediabilmente cattivi, e pragmatici degni di considerazione. E che, se proprio esistono, non sono che l’espressione di una fisiologica dialettica che si sviluppa in situazioni d’emergenza

A Washington, però, indirizzi strategicamente divergenti si erano già manifestati in occasione dell’assalto al Venezuela dove, sulla volontà di spazzare via tutto, era prevalsa la linea di Trump e della sua Intelligence di provare a condizionare il gruppo dirigente, imponendogli, consentendo l’apparenza della formale continuità bolivariana, un drastico cambio di direzione da stravolgere, se non la fisionomia, la sostanza delle istituzioni.

Luci e ombre

Ci sono le premesse per un esito simile a Cuba? Si sceglierà l’opzione Rubio, condivisa dal sionista cristiano ministro di Guerra, Pete Hegseth, che punta a una rivolta di massa determinata dalla disperazione e all’installazione di un regime fantoccio tipo siriano? O si privilegerà la soluzione della cooptazione mascherata, alla venezuelana?

Forse dipenderà dagli interlocutori. Lo sfascio delle condizioni di vita dei cubani, come esemplificato dall’ininterrotto degrado del centro storico dell’Avana e dei suoi abitanti, non lo riesce a riscattare nessun artificio retorico, di quelli che accompagnano, estenuandole, le visite di delegazioni e gruppi stranieri. E’ stato abbandonato anni fa, fortunatamente, lo strumento di ricostituzione delle classi sociali che era la doppia valuta del peso. Uno convertibile, pari al dollaro, per ricchi e turisti, da spendere nei negozi riservati all’élite locale e forestiera, l’altro, che non valeva il suo peso cartaceo. per il resto della popolazione e le sue botteghe della penuria. Ma ha lasciato le sue tracce sotto forma di ville tra viali alberati che, dalle alture, chiudono gli occhi sui fatiscenti palazzi del centro. E non si tratta di edilizia popolare.

Fame e hotel a 5 stelle

I partecipanti alla “Flotilla” che ai cubani hanno voluto portare amore e coraggio, più che le simboliche quantità di soccorsi, sono stati alloggiati negli hotel a cinque stelle, per i quali i flussi di turisti si sono disseccati come quelli dei combustibili. Procedura che ha suscitato qualche perplessità, sia tra gli ospiti, che tra coloro nell’isola alla cui disperazione s’era venuto a porre un modesto sollievo. Quando per le brigate di lavoro dei solidali venimmo a Cuba in anni non troppo lontani, la nostra adeguatissima sistemazione era in appositi studentati, strutture di partito, militari, o dell’ICAP. Ma probabilmente questi alberghi di lusso si giustificano per essere rimaste le uniche strutture che potessero garantire agli ospiti un minimo di rifornimenti e condizioni vivibili.

Nella mezza dozzina di visite che, da solo o in delegazione, ho compiuto nell’isola, tutto questo non c’era. Ma incominciava a delinearsi. Con la scomparsa dell’URSS, braccio che sosteneva un corpo incapacitato dall’embargo a camminare da solo, non sono scomparsi il socialismo, né la coesione sociale, né la coscienza politica. E soprattutto non è mai emersa l’idea che, per stare magari meglio, conveniva accettare un po’ meno socialismo e un po’ più yankee. Però dilagava una demagogia rivoluzionaria, che ripeteva agli ospiti, a ogni incontro, la stessa solfa dei trionfi rivoluzionari.

Uno stereotipo che confliggeva con fenomeni di privilegio già evidenti, implicitamente di corruzione, di una classe che viaggiava sul consenso acritico e sulle donazioni della solidarietà internazionale e sulle forniture sovietiche di quasi tutto, senza darsi troppo da fare per costruire un’economia di produzione. Ricordo che, nel corso di una conferenza, sollevai la questione degli ondulati di amianto che coprivano quasi tutte le case di campagna. L’isola è straricca di argilla, sarebbe bastato uno schiocco di dita per sostituire il minerale tossico con tegole. Dopo anni, l’amianto era ancora lì.

Resta quella che, secondo alcuni osservatori di inclinazione “riformista”, sarebbe una distinzione tra posizioni all’interno dell’establishment cubano. E’, per la verità, una condizione che tutti attribuiscono a tutti, a volte sotto forma di wishful thinking, di auspicio. Come quando si fantastica, per occultare la propria indisposizione alla mediazione, sui pasdaran, più cattivi degli altri iraniani, che alle altre istituzioni avrebbero sottratto la direzione delle cose e impedito il dialogo con gli USA. E come è invece del tutto palese a Washington, dove la conventicola di millenaristi attorno all’”eletto” Trump ha invece effettivamente decimato i vertici militari che dubitavano dell’oculatezza delle analisi iraniane del guru e dove a un Rubio, determinato a sradicare da Cuba ogni traccia dei 60 anni trascorsi, Trump sembra contrapporre il metodo detto alla venezuelana. Quello soft della cooptazione di elementi risolutivi della dirigenza che, mantenendo le forme, eviti l’incazzatura del popolo e agevoli il trapasso all’estinzione della rivoluzione. Si tratterebbe di individuare a Cuba qualcosa di analogo alla coppia Rodriguez di Caracas.

Dinastie e geriatrie

Di Cuba si dice che non tutto sia omogeneo tra la squadra che fa capo al presidente Miguel Diaz-Canel, ai vertici del partito, all’intellettualità dell’isola, da un lato, e la dinastia dei Castro dall’altro. E qui qualche fattore deve essere preso in considerazione, sempre per amore della verità rivoluzionaria e per rispetto del popolo.

Il 94enne, ma tuttora decisivo, Raul Castro, successore del fratello Fidel da capo dello Stato dal 2008 al 2018 e poi da segretario del Partito, è stato colui che, rompendo una fondatissima tradizione di valutazione dei capi della Casa Bianca, ha accolto Obama all’Avana con le sorprendenti parole “Lei è una persona onesta”. Seguendo l’esempio di Fidel con Wojtiya, ha anche ospitato i papi del suo tempo, con il risultato che a Cuba sono tornate ad affollarsi le chiese, nelle cui prediche non è che si esortasse molto alla rivoluzione socialista. Iniziative che vennero interpretate come legittimi tentativi di passare dal rapporto unilaterale con il mondo socialista, esauritosi per estinzione, a una più aperta dialettica con un mondo multipolare.

Ma i frutti delle misure di Obama furono eminentemente formali: riapertura delle ambasciate, agevolazione per viaggi, visti e rimesse della diaspora. L’embargo rimase in piedi pari pari. Insieme alle discrepanze sociali che erano già andate manifestandosi a partire dall’adozione dal peso per una neo-élite di ricchi, turisti, imprenditori stranieri, o burocrati, di cui sopra.

Il rampollo della dinastia Castro più in vista oggi è il nipote 33enne di Fidel, Sandro, proprietario all’Avana di un locale notturno chic che da noi si definirebbe da “gauche al caviale”. In una sua intervista alla CNN ha lasciato storditi gli spettatori per come  si era infervorato per lo stile di vita dei giovani nella Quinta Strada. I cubani lo hanno presente alla guida di lussuose macchine Mercedes, “prestate da amici” e per altre provocazioni che ne segnano la lontananza dallo stile di vita imposto ai cubani, tipo l’avere a disposizione quel generatore elettrico che è il sogno di 10 milioni di cubani.

Un cronista, storico sostenitore della rivoluzione, a cui devo molt di questi dettagli sulla dinastia Castro, riferisce dello sconcerto, peraltro muto, provato dai circoli dirigenti, davanti a immagini in cui il giovane, travestito da vampiro, versa l’introvabile birra Cristal, da 1000 pesos l’una (mezzo stipendio di povertà), nelle gole di avvenenti cubane, dichiarando che la politica del presidente Diaz-Canel non vale una Cristal e che i cubani vogliono il capitalismo. Il suo locale è sempre aperto e affollato e lui continua a versare Cristal.

 Raùl e Raulito

Ad affrontare il futuro di Cuba con il segretario di Stato killer, Marco Rubio, non ci è andato il settantenne Bruno Rodriguez, ministro degli Esteri dal 2009 (18 anni), ma un altro Castro, Raùl Guillermo Castro, Raulito, considerato il nipote preferito di Raùl. Affarista di professione e privo di formazione diplomatica, eppure nell’Ufficio Politico del PCC, ha sostenuto la necessità di trattare con gli USA.

Di un gruppo dirigente aperto al familismo testimonia anche Alejandro Castro Espin, figlio di Raùl e alto funzionario del Ministero degli Interni, a suo tempo con responsabilità della sicurezza e dell’intelligence. Sarebbe molto attivo nel consorzio militare Gaesa che controlla gran parte dell’economia cubana. Avrebbe appena compiuto una missione in Messico per incontrarsi con inviati di Rubio. Si inserisce nella distribuzione di incarichi al clan Castro anche una delle sorelle di Raùl, titolare occulta di “Casa Linda”, l’enorme centro commerciale, questo sì illuminato al neon, che vende prodotti alimentari importati e casalinghi vari. A rievocazione dei tempi d‘oro della doppia valuta, vi si paga solo in dollari.

Un altro nipote sia di Raul che di Fidel, Oscar Pérez Oliva Fraga, da Ministro del Commercio Estero e vice-premier, svolge funzioni di alto livello nei rapporti commerciali con l’estero. Di questi si è augurato che possano ora svilupparsi con gli USA e l’Occidente in termini “riformati”, ma anche con la Russia e altri paesi ricchi di materie prime.

A tirare le fila, il ruolo di questo clan dei Castro sembra funzionale a quella “normalizzazione” dei rapporti con l’amministrazione USA che ci si augura possa spuntare l’arma delle iper-sanzioni con la quale Trump si è ripromesso di volerla fare finita con quella che, in un Ordine Esecutivo, ha bollato come “una minaccia insolita e straordinaria” alla sicurezza degli Stati Uniti. Un canale con l’amministrazione Trump, parallelo alla diplomazia ufficiale, sarebbe stato aperto proprio da questo nipote preferito di Raul.

Passaggi oscuri e luce fioca

Ciò che non viene detto, ma che si sa essere connaturato alla situazione interna descritta, è il processo avviato nei colloqui con Washington che riguarda riforme economiche strutturali, facilitate dall’ingresso di capitali nordamericani che stabilizzino la situazione sotto controllo USA, per poi costruirci sopra un’alternativa politica.

Passando oltre il fideismo autoconsolatorio di chi sospetta la verità complice del nemico, noi la sappiamo rivoluzionaria. C’eravamo quando l’esistenza di Cuba è stata la miccia che ha incendiato il subcontinente e i Caraibi: la Bolivia di Morales, il Cile di Allende, l’Ecuador di Correa, il Brasile di Lula, il Venezuela di Chavez, l’Honduras di Zelaya, L’Haiti di Aristide, il Messico di Obrador, il Nicaragua di Ortega, l’Argentina dei Kirchner, il Perù di Castillo, fino, oggi, alla Colombia di Petro. Grazie a Cuba, a Fidel, al Che, al suo popolo irriducibile, l’equilibrio delle forze da questi eroi imposto, ha cambiato il mondo e lo ha indirizzato verso un destino migliore.

Oggi gran parte delle pagine di quel capitolo del libro della Storia sono state lacerate, strappate, imbrattate. Non è colpa dei cubani. Semmai siamo co-colpevoli noi.

Toccherebbe di nuovo ai cubani, i più tosti di tutti, tenere alta la torcia e far luce. Se l’annebbiamento della vista e delle forze, determinato dall’inedia, glielo consentirà.

Fuor da retorica: Hasta la victoria siempre.