martedì 15 settembre 2026

IL VESSILLO DELL’IMPERO: FALSE FLAG

 

IL VESSILLO DELL’IMPERO

 

Da Mladic a Srebrenica all’11 settembre… agli squadroni di droni “russi” sull’Europa

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__da_mladic_a_srebrenica_all11_settembre_agli_squadroni_di_droni_russi_sulleuropa/58662_68897/

Premessa sullo struzzo

E’ una questione metodologica, ma anche di grave portata politica, quella che ci impegna quando a una nostra visione delle cose si impone una modifica che rischia di capovolgere quanto si riteneva assodato. Parlo di un fenomeno di trasformazione che di questi tempi ha raccolto attenzione, commenti, analisi, dispute: quello delle posizioni statuali che ci sembravano consolidate, ma che subiscono rilevanti modifiche.

Un compagno mi conferma la sua fede nella “rivoluzione sociale, ecologica e femminista” curda nel Rojava siriano occupato dai curdi insieme agli USA. Un carissimo amico sindacalista mi rimprovera di dubitare della coerenza rivoluzionaria delle modifiche politico-economico-sociali adottate dalla dirigenza di Cuba sotto la pressione mortale esercitata da Trump. Una collega, legata al Venezuela da annosi rapporti, insiste a diffamare come tarantolati del digitale che osservano i fatti a distanza di divano (ci sarei anch’io) chi dubita – e si tratta della quasi totalità degli analisti –della buona fede della direzione venezuelana post-Maduro. A dispetto del totale capovolgimento dei dettami del chavismo con cui si concede a interessi privati stranieri (ENI compresa) la disponibilità delle risorse energetiche nazionali.

Sorvolando sugli interessi materiali che potrebbero indurre a tali atteggiamenti, qui rileva un dato: l’incapacità, l’indisponibilità a rivedere una convinzione saldatasi in vero e proprio mito, nel timore di perdere un punto di riferimento e, dunque, di appoggio morale, politico, ideologico.  Atteggiamento dal notevole peso sentimentale. A volte abbiamo bisogno che una cosa sia vera solo perché ci permette di esserne confortati. O di approfittarne. Avvolgersi nel sogno, tuttavia, comporta un effetto collaterale nefasto: si trae in inganno l’opinione pubblica e si legittima l’operazione imperialista che ha prodotto l’esito che ci si ostina a negare. Lo struzzo con la testa nella sabbia viene preso da dietro. Non è un buon risultato.

Mladic seppellito da una falsa bandiera

Milioni ai funerali di Mladic

Nelle scorse settimane, grazie alla morte indotta di Ratko Mladic, patriota serbo, siamo passati per il solito tsunami di menzogne prodotte dalla strategia con la quale il capitalimperialismo ha imparato a convincere vaste opinioni pubbliche della buona ragione dei suoi crimini. Nel caso specifico, l’abbrivio gli è stato fornito dall’assassinio, per negazione di farmaci e cure, del generale serbo condannato all’ergastolo dal sedicente Tribunale per la Jugoslavia all’Aja. Un tribunale cui è stato assegnato, oltre agli strumenti istituzionali della giustizia penale, dopo quello dei magistrati inquirenti e giudicanti e delle eventuali giurie, l’esecuzione. Insomma fa anche il boia.

Tribunale sedicente, dato che la sua base giuridica è costituita dall’atto fondativo adottato dal presidente USA Bill Clinton. Diritto appropriatamente riconosciuto, come insegna Norimberga, al vincitore della guerra. E, come ancora insegna Norimberga, procuratori e giudici rigorosamente di nomina e finanziamento USA.

Nello stesso carcere olandese, con la stessa condanna, è rinchiuso Radovan Karadzic, uno dei più illustri poeti e scrittori di lingua serba, già presidente della Repubblica Srbska, entità componente dell’artificio Bosnia-Erzogovina elaborato dal laboratorio NATO con gli Accordi di Dayton del 1995. Vi è invece stato fatto morire, sempre per negazione di cure, il presidente della Federazione Jugoslava e poi, dopo la frantumazione della stessa, presidente della Serbia, Slobodan Milosevic. Era cardiopatico e i russi avevano offerto al Tribunale di ospitarlo in una loro clinica, per poi restituirlo al carcere una volta curato.

Sfuggì alla condanna, Slobo, grazie all’impossibilità dei pur volenterosi magistrati di nomina USA, capeggiati dalla Procuratrice svizzera Carla Del Ponte (definita “cacciatrice di serbi”, visto che sotto la sua ferula transitavano solo quelli, con generosa trascuratezza per altri corresponsabili, albanesi, bosniaci, o croati che fossero) di provarne una qualsiasi delle accuse sollevate di crimine di guerra o contro l’umanità. La sua morte, indotta quanto quella di Mladic, a dimostrare uno specifico privilegio riconosciuto a quel tribunale, levò le toghe dell’Aja dall’impiccio.

In un incontro a Belgrado, tre giorni prima del suo arresto, il 1.Aprile 2001, da parte di Zoran Dindic, premier scaturito dalla più classica delle rivoluzioni colorate, stavolta per meriti acquisiti quando da Vienna indicava alla NATO gli obiettivi da colpire, ebbi il privilegio di raccoglierne l’ultima intervista. Una mirabile sintesi del conflitto tra NATO e il suo paese, modello di convivenza multietnica, multireligiosa, multilinguistica e soprattutto pacifica, prima che venissero impiegati i soliti arnesi della creazione di rivalità e contrapposizioni tra comunità. Metodi, menzogne, strumenti, complici, obiettivi.

Alle porte dell’Est infido era necessario abbattere un intollerabile esempio di convivenza, nel comune progetto unitario, sovrano, non allineato e socialista, dunque non integrabile in quella che sarebbe divenuta l’UE. Un conflitto preparato fin dagli anni’80 (USA, UK, Germania, Austria, Vaticano), da Milosevic vissuto e analizzato in tutte le sue fasi e con grande acume ascritto alla necessità della globalizzazione capitalista di preparare, con la normalizzazione della regione balcanica, la resa dei conti con una Russia che, con a disposizione Eltsin, sembrava apparecchiata per il banchetto.

Al quotidiano “Liberazione” l’intervista, pure dotata di un certo peso anche storico, fu rifiutata: “Ci saremmo appiattiti su Milosevic…” mi spiegarono. Un inconsapevole, o forse anche no, riguardo a coloro – Massimo D’Alema premier e Sergio Mattarella, vice – che avevano dato il loro decisivo apporto a quella che fu definita “la perdita dell’innocenza dell’Europa” dopo il decoro democratico e pacifista assunto dopo la vittoria sul nazifascismo. Questi responsabili per la nostra parte non è che oggi stiano scontando, almeno a livello di coscienza, le colpe fattegli assumere allora da un padrone rispetto al quale si vantavano, a obnubilamento del colto e dell’inclita, di esercitare libera scelta.

Con tagli ritenuti “opportuni” perché non turbassero la placidità morale dei personaggi coinvolti, la pubblicò poi il Corriere della Sera, pensate!

Dai media ad Amnesty: “il boia di Srebrenica”

 

 

Ho avuto la stimolante occasione di dialogare sul tema “Il macellaio dei Balcani” con il collega Stefano Zecchinelli de “L’Interferenza”. Vedi https://www.youtube.com/watch?v=b70IeaKTCSc

Provo qui a integrare quella chiacchierata partendo dalla morte del, così globalmente definito, “boia di Srebrenica” e “Macellaio dei Balcani”, Radko Mladic, di cui molto si dice già nell’intervista, per inoltrarmi nei meandri di una guerra “ibrida”, tutta occidentale, che ha come innesco e pretesto la False Flag, la falsa bandiera diventata il vessillo dell’Occidente imperialista e guerrafondaio.

Per inciso va sottolineato che Belgrado, pur nella sua vacillante posizione tra Ovest ed Est, tra Zelensky e Putin, tra Mosca e la UE, ha avuto un soprassalto di dignità e di verità, tributando, certamente sotto pressione di un’opinione pubblica largamente maggioritaria, i dovuti onori dei funerali di Stato a questa vittima della NATO e dell’Aja. Funerali confortati dalla certezza, fornita da irreprensibili inchieste e da dati di fatto inconfutabili, dell’assoluta inconsistenza del conclamato massacro di Srebrenica. Vi hanno partecipato sul posto e in tutto il paese, consapevoli della verità, milioni di serbi.

La verità confessata

Ibran Mustafic

Se una decimazione di alcune centinaia di persone vi è stata, la confessione di un protagonista bosniaco del governo di Izetbegovic e della stessa battaglia di Srebrenica, Ibran Mustafic, l’attribuisce alla decisione di Bill Clinton e del presidente bosgnacco Alija Izetbegović di creare un pretesto per demonizzare la Serbia per il presente e per l’avvenire. Confessione contenuta in un suo libro e che era stata preceduta da rivelazioni sull’esistenza in vita di presunti martiri della strage, della loro apparizione in successive liste elettorali, della presenza di molti degli “8000” uccisi anche all’estero, vivi o deceduti anni prima. Vi figurano anche nomi di soldati bosniaci che prima erano risultati uccisi in combattimento. Inchieste condotte dagli investigatori del Srebrenica Memorial Center, da giuristi come il canadese Chris Black, o il Nobel della Letteratura Peter Handke, oltre che da investigatori della Repubblica Srbska di Bosnia.

Non ne è stata naturalmente fatta menzione né nelle cancellerie occidentali, né nei media generalisti dell’arco euro-atlantico. Dovrebbe, questo silenzio, bastare per avanzare qualche dubbio su quanto viene ricorrentemente celebrato nella Giornata Nazionale della Memoria proclamata dall’ONU (11 luglio).

Clinton e Izetbegovic

La più infame e, ahinoi, convincente arma di manipolazione di massa avviene mediante l’applicazione di un occultamento della verità e delle responsabilità che, quando eravamo bambini, si esprimeva così: “E’ stato lui a cominciare!”. E, anziché provocare e giustificare distruzione di Stati e popoli, si risolveva in un dubbioso aggrottamento di sopracciglia a qualche decina di centimetri sopra di noi.

La morte di Mladic è stata l’occasione per rilanciare una strategia di criminalizzazione della Serbia che, pur dopo il disfacimento della Jugoslavia, di cui la Serbia era cuore e motore, e la relativa “normalizzazione” della “diversità serba” sotto la presidenza di Aleksandar Vucic, non sembra sia stata abbandonata. Russia e Serbia restano sempre un binomio da far rizzare i peli all’UE. Una perpetua demonizzazione del paese e del popolo che si nutre, oltrechè delle ragioni geopolitiche menzionate, di un represso, ma presente, senso di colpa per quanto è stato inflitto, a partire dal Kosovo messo in mano bande di gangster e  miliziani, a questo esperimento di socialismo, autogestione, convivenza, pace. Esperimento riuscito e che rappresentava un’anomalia e un’alternativa alla comunità europea che si andava identificando con la NATO e il suo avventurismo espansionista.

Così ci siamo dovuti far assordare da una canea mediatico-politica a base di “Mladic boia di Srebrenica”, “Il macellaio dei Balcani”, “I crimini della Serbia”. Canea che ha riportato al diapason il costante lavoro di destabilizzazione e pressione su Belgrado, con epicentro le componenti croata e bosgnacca della Bosnia Erzegovina. Se ne è recentemente vista un’escalation, con il consueto inserimento “colorato” occidentale, nelle manifestazioni in Serbia, di proteste studentesche contro fenomeni di corruzione imputati al governo.

Bosnia Erzegovina, focolaio sempre attivabile

 

Bosnia con in rosso la presenza serba privata di un quarto dagli accordi di Dayton

E il governo di Sarajevo, a sua volta, a netta prevalenza croato-musulmana (a dispetto della maggioranza demografica serba), ha inteso muovere procedimenti sanzionatori contro la Repubblica Srbska e il suo presidente Sinisa Karan, per insistere a negare la versione ufficiale su Srebrenica. Il predecessore di Karan, Milorad Dodik, era stato dalla dirigenza collettiva interdetto dai pubblici uffici per lo stesso motivo.

Tutto questo in un costante quadro di tensioni suscitate ad arte da NATO e UE, fin dalla matrice di Dayton, per avere nel costrutto frazionistico della Bosnia Erzegovina un’inesauribile fonte di turbolenze atte a rinnovare pretesti d’intervento e a tenere sotto scacco la comunità serba nella sua duplice articolazione. 

Tutto questo, anche, con effetto di esasperazione grottesca della tattica False Flag, mentre l’UE, con Ursula von der Leyen, il segretario NATO Rutte, la Germania e l’euro-mercenariato mediatico in testa, in preda alla demenziale frenesia bellica contro Mosca, intossicavano l’opinione pubblica con la megabufala del drone “russo” sulla pista dell’aeroporto di Lipsia, o di quell’altro drone “russo” che in Moldavia correva appresso a Zelensky (pur essendo sortito dallo stesso laboratorio che ha messo a capo di Kiev l’ex-comico). Ovviamente senza neanche un’ombra di prova e con l’inesorabile rifiuto dell’inchiesta indipendente proposta da Mosca. Sono droni, questi, che valgono la strage di Srebrenica, o di Bucha in Ucraina, o della serie di attentati islamici in Europa, o i 2000 detenuti di Assad trucidati in prigione perchè si potesse procedere, lisci lisci, alla presa di Damasco da parte dei terroristi ISIS.

Drone russo a Lipsia come gli 8000 uccisi a Srebrenica….

…e, ancora, come le armi di distruzione di Massa di Saddam, la provetta di Powell, i massacri inflitti alla propria popolazione dai dittatori Milosevic, Gheddafi, Assad, le armi chimiche dello stesso Assad, le stragi di Timisoara attribuite a Ceausescu e moglie, per questo fucilati, a inaugurazione della bonifica dei Balcani. E, ad andare indietro, ce n’è per tutti i gusti, a partire dalle streghe di Salem e a passare per il Golfo del Tonchino, o per i i nazisti che si travestono da contadini polacchi e sparano su tedeschi. E, ça va sans dire, Al Qaida dell’11 settembre, campione assoluto. Un drone che, con 100.000 mila posti di lavoro persi dall’automotive tedesco tra Germania ed estero, è un’utilissima false flag a uso distrazione di massa e reindustrializzazione a forza di armi.

False Flag soft: campagne di calunnie, rivoluzioni colorate, colpi di Stato.

L’attribuzione alla controparte di un fatto di enorme gravità, compiuto invece dall’accusatore, sta assumendo proporzioni senza precedenti a causa della mancanza di nemici, o della loro passività o indisponibilità allo scontro e quindi dell’insussistenza di ragioni per togliere a sanità, scuola, stipendi, e dare a cannoni, caserme e droni.

A proposito di questi ultimi, quelli che insistono a svolazzare nei cieli degli iper-russofobi paesi baltici, o nell’ Est balcanico (dove non ci si deve far scrupolo di azzerare la vittoria elettorale di Calin Georgescu, candidato non russofobo) e gli atti aggressivi e attentati attribuiti al nemico inventato, vengono preceduti e accompagnati da poderose campagne di diffamazione. Spesso con il particolarmente “credibile” concorso di ONG ammantate di diritti umani. Come nel rilancio del “boia di Srebrenica” da parte di Amnesty. Campagne abitualmente coronate da interventi di destabilizzazione chiamati rivoluzioni colorate.

Gli esempi di scivoli mediatici allestiti in preparazione, o ad accompagnamento, di moti sociali, non mancano. Iran (ripetutamente), Ucraina, Armenia, Serbia, Georgia, Egitto e tutti i moti eversivi detti “Primavere Arabe”. O i tanti tumulti nei paesi latinoamericani, artefatti o genuini, a cui si va in soccorso con golpe, vuoi parlamentari o militari. Archetipi sono i cileni, argentini, brasiliani dell’Operazione Condor, e nei nostri tempi Ecuador, Honduras, Perù, Bolivia, con un procedimento sui generis adottato dagli USA per il Venezuela attraverso una combinazione di misure economiche, militari e la cooptazione di quadri dirigenti. Procedimento che sembra ancora in bilico per quanto riguarda Cuba.

 

 

LA DENUNCIA USA: «campagna odiosa per terrorizzare la popolazione civile»

«Viagra ai soldati libici per stuprare»

La Rice ha lanciato l'accusa durante il Consiglio di Sicurezza: nessuna reazione dagli altri Paesi

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - Le truppe fedeli al dittatore libico Gheddafi stanno conducendo una terrificante campagna di stupri sistematici, anche su minori, volta a terrorizzare la popolazione civile libica nelle aree favorevoli ai ribelli. Per facilitare le violenze, il rais avrebbe addirittura ordinato di distribuire pillole di Viagra alle truppe impegnate nella cruenta repressione.

Memorabile dei preparativi politico-mediatici per un regime change rimane quello, particolarmente perfido, dell’ambasciatrice USA Susan Rice, ripresa da Save the Children, sul fare della guerra. Gheddafi avrebbe rimpinzato i propri soldati di viagra “affinchè potessero meglio stuprare le donne libiche”. Un controsenso dove la logica e gli interessi  che determinano i comportamenti del capo di una nazione sono rasi al suolo. Ma tant’è, i media ci stanno e la gente si convince.

Oppure ci sarebbe stato il precipitarsi incondizionato della “comunità internazionale” in soccorso ai nazigolpisti di Kiev, con miliardi e armamenti (perlopiù finiti in traffici criminali, possedimenti immobiliari all’estero, e scambio armi e soldi di donatori in cambio di fornitori di esperti di terrorismo), senza il raccapriccio suscitato dai cadaveri di civili buttati “dai russi” al lato della strada di Bucha (giorni dopo che i russi se ne erano andati!)?

 

 La dittaturizzazione dei paesi ex colonizzati

 

Prima il kiplinghiano “fardello dell’uomo bianco”, quando si trattava di prenderseli, i paesi del Sud e delle ricchezze. Poi democrazie e diritti umani da esportare, per riprenderseli dopo che, a forza di lacrime e sangue, ci avevano cacciato. La rivincita, una volta esauritasi l’aria di ipocriti rispetto e tolleranza, che ci venne imposta sia dal presupposto che avevamo battuto il nazifascismo, che dalle lotte di liberazione dei paesi colonizzati: Nelson Mandela, Fidel e tutto il resto.

Ma per la rivincita occorreva una giustificazione. Che si trova nell’anatemizzare gli Stati sfuggiti al dominio e alla predazione, definendoli dittature e biasimando i popoli che le accettavano, o addirittura vi si identificavano. Dovevano pagare, anche a forza di bombe.

Dittatura automaticamente uguale a terrorismo, a prescindere dal retroterra storico, culturale, di struttura sociale e anche dal fatto che i popoli, sottoposti a nuovi e subdoli assedi, tendevano a fidarsi dei dirigenti che li avevano condotti alla liberazione e se li volevano mantenere alla guida. Dittatori anche a prescindere dal fatto che lo stigma veniva assegnato da chi pretendeva di comandare il mondo con il dollaro e i suoi detentori.

E da qui la trovata del terrorismo. Un fenomenale transfert carnefice-vittima di chi col terrorismo militare, economico, religioso, culturale, aveva imperversato sul mondo per secoli. Non per nulla il termine viene storicamente ufficializzato relativamente al “terrore” post 1789. Chi lo inventa se non coloro che lo attribuiscono ai rivoluzionari giacobini, dopo averlo praticato per millenni e che se ne ripromettevano l’impunità per un indefinito futuro. Sventolando quella bandiera. Falsa.

lunedì 14 settembre 2026

Fulvio Grimaldi YEMEN: CAMBIA IL MONDO Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti

 

Fulvio Grimaldi

YEMEN: CAMBIA IL MONDO

Piccoli e poveri danno scacco matto ai ricchi e potenti

https://odysee.com/Senza-titol:39a64cc04a68e0c066085cb8fb88dba6d66b2041

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Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per Spunti di Riflessione

 

Già quando io vivevo nello Yemen, nella magica Sanaa, giovanotta di oltre mille anni, ma ancora vissuta dalla stessa gente, nel paese della più antica civiltà del Mashrek, era in atto il confronto tra la preda Yemen e il predatore del deserto saudita che non si è mai rassegnato, né a sottomettere chi vantava una storia e una cultura di gran lunga superiore e pretendeva di essere lui ad abitare la sua terra. Una terra, il capo sud della penisola arabica, tra Golfo Persico e Mar Rosso, che guardava, sorvegliava e, ove servisse, controllava, quello “Stretto delle lacrime” e chi vi transitava. Ed era da tempi immemorabili, prima ancora di Suez, che ci passavano eserciti, carovane, popoli. Non favoleggiano che per taluni si aprì il Mar Rosso?

In Yemen, ai tempi miei, seconda metà del 900 e fino ad oggi si susseguivano colpi di Stato, sommosse innescate da fuori, incursioni, aggressioni, bombardamenti, ai quali uno dei popoli più poveri, colti e fieri della regione insisteva a non piegarsi. Vennero anche i britannici e dovettero andarsene. L’ultima rivolta per la liberazione nazionale dalla mordacchia saudita, con sempre alle spalle qualche cinico superpotere coloniale, ebbe luogo nella prima decade del nuovo secolo e fu coronata dalla cacciata dell’ennesimo fantoccio installato da armi saudite e bombe statunitensi: Ali Abdalla Saleh, uno che ebbe il ghiribizzo di proclamarmi persona non grata e bandirmi dal paese. Ciò che scrivevo su Yemen e circondario non piaceva.

Quelli che chiamano Houthi, perché l’ultima loro grande sollevazione, anni 90, fu guidata dalla tribù capeggiata dal patriarca Hussein al-Houthi, sono la maggioranza zaydita scita, che diede vita alla formazione militare indipendentista Ansar Allah. Sono il cuore dello Yemen, governano per legittimazione popolare il paese. In queste ore stanno affrontando quanto resta, barricato nel Sud ad Aden e protetto da forze saudite e degli Emirati, del regime fantoccio che i sauditi, ottenendone la solita legittimazione ONU e occidentale, installarono nel 2011 e poi difesero, bombardando spietatamente il Nord (con concorso USA), dal 2015 al 2022. Poi l’ONU impose una tregua. Di quelle come a Gaza, o in Libano.

Veniamo all’oggi. Tempo di David che abbatte Golia. E stavolta David non è israelita. A metà settembre 2026 cambia il mondo, o almeno quella parte del mondo che sta in Medioriente, ma che coinvolge gran parte del pianeta. A grandioso scapito del suo Occidente e dei suoi scherani in loco.

Gli yemeniti, detti derogatoriamente Houthi per negargli la conseguita statalità e definiti proxy dell’Iran, di cui sono alleati, ma con interessi e decisioni propri, con un’avanzata travolgente si prendono metà del paese.  5.400 km2 e tutti i 150 km di costa che congiungono il porto di Hodeida, passando per quello di Mokha, alla punta Sud, che ha di fronte, a distanza di 30 km, Gibuti, base militare di vari paesi, e la libera e indipendente amica Eritrea. Per sovraprezzo occupano anche le isole prospicienti, Perim e Zuqar e guadagnano il controllo totale di Bab el Mandeb, lo Stretto delle lacrime.

La caduta di Aden, roccaforte del governo fantoccio, sembra imminente. Il comandante delle truppe mercenarie saudite, Tariq Saleh, nipote dell’ex-dittatore Ali Abdallah (quello che mi cacciò dallo Yemen), evidentemente col fiato sul collo di Ansar Allah, se ne è scappato a Riad.

Il cataclisma

 

Se poi si pensa che nessuno dei monarchi che padroneggiano il petrolio del Golfo e, non avendo un popolo, lo gestiscono tramite schiavi immigrati, oltre ad essersi visti la porta Hormuz chiusa in faccia, devono rassegnarsi anche all’impossibilità di vendere qualche barile utilizzando l’oleodotto saudita che, dal Golfo, corre via terra al Mar Rosso, porto di Yanbu. Yemeniti e partigiani iracheni glie lo hanno fatto saltare. Sia il tubo che il porto.

Da quelle parti non passerà più alcun naviglio e nient’altro che si muova e riguardi l’Arabia Saudita, o Israele. E visto che anche l’altro Stretto, Hormuz, è chiuso dagli iraniani, gli USA, l’UE, l’Occidente tutto possono anche impiccarsi al costosissimo gas da demenziale fracking statunitense e far pagare il quintuplo ai carrelli e alle bollette dei suoi cittadini. Ma ciò su cui effettivamente campava la sua industria e che sosteneva il relativo benessere dei suoi cittadini resta chiuso nella cassaforte del Golfo e non si vende e compra più. Per dire: la Saudia esportava ancora a luglio, a fatica, 5,1 milione di barili, il livello più basso dal 2013, poi 3,1 ad agosto, poi 2,9 nella prima settimana di settembre. E adesso? E’ da vedere. 

Ora è anche da vedere cosa succede, come quelli reagiranno. Per l’intanto stanno fermi. Bin Salman vede compromesso da queste incontrollabili turbolenze il suo fantastiliardico progetto di sviluppo, tecnologie avveniristiche, impianti, stabilimenti, dissalatori su ogni metro di costa e, soprattutto, la surreale città lineare The Line. Un mostro piazzato nel deserto e parte del megagalattico progetto NEOM: unico edificio lungo 170km, alto 500m, largo 200m. Da far rabbrividire. 

Ebbene, un Bin Salman nel panico (fonte di grande soddisfazione dopo aver assistito a decadi di angherie, devastazioni e massacri inflitti allo Yemen), prima spera che i nuovi soci del Patto a Tre, Arabia Saudita-Turchia-Pakistan, gli vengano in soccorso. Invece niente articolo 5, tipo NATO. Solo il silenzio degli imboscati. Allora acchiappa il telefono e chiama il padrino Trump. Due volte. E due volte gli chiede di intervenire contro gli yemeniti. E due volte quello, pur pratico di portaerei, bombe e stragi, gli risponde no. Più del ricatto israeliano su Epstein, potè la prospettiva di perdere il Congresso alle prossime elezioni di midterm.

Riad se la deve cavare da solo. E non ha scrupoli. Vista la fuga delle sue truppe di terra davanti all’avanzata yemenita, deve ripiegare sui tradizionali massacri sauditi di civili, come già pratici dal 2015 al 2022. 58 raid aerei in 24 ore su sei governatorati dello Yemen liberato.

Il solito Israele ha provato a innescare qualcosina. Il suo ambasciatore ad Addis Abeba ha promesso al regime etiopico di Abiy Ahmed Ali, già in cronici guai per la rivolta dei tigrini, di aiutarlo a conquistare l’ambitissimo sbocco al mare. Cosa, tra l’altro, Israele ha assicurato a se stesso facendo del secessionista Somaliland, con porto di Berbera sul Mar Rosso, un affettuoso membro degli Accordi di Abramo (in cambio di riconoscimento, intelligence, sicurezza, formazione militare).

Solo che poco è lo spazio di manovra di Addis Abeba: avendo contro la Somalia, la battagliera Eritrea, i tigrini interni e soprattutto l’Egitto a cui Abiy, con la sua nuova diga, sta tagliando la vitale acqua del Nilo. Ne ha di gatte da pelare prima di unire le sue forze a quelli che vorrebbero che nello Yemen gli yemeniti non ci fossero.

Che scelta di tempi, questi “Houthi”!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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sabato 12 settembre 2026

Fulvio Grimaldi - FALSE FLAG 11/9, 7/10. MAIDAN --- TERRORISMO PER GUERRA PERPETUA E SORVEGLIANZA TOTALE

 


L’ANTIDIPLOMATICO

11 Settembre 2026 13:00

Fulvio Grimaldi - FALSE FLAG 11/9, 7/10. MAIDAN TERRORISMO PER GUERRA PERPETUA E SORVEGLIANZA TOTALE

Fine modulo

 di Fulvio Grimaldi

Fulvio Grimaldi intervistato da Francesco Fatone per TAG24

Il terrore di Stato utilizzato dal capitalismo imperialista per la creazione del terrorismo islamico e, successivamente, per altri terrorismi sotto False Flag, attivati in Europa e in altre parti del mondo, finalizzati a creare, col nemico perenne, la guerra permanente e globale e, in sinergia indispensabile con questa, la sorveglianza e repressione sociale.

Terrorismo a fini di fascistizzazione dello Stato e della Società con conseguente definitiva concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta élite.

Definitiva sopraffazione del diritto e della legge da parte della forza.

La rivelazione di Haaretz e di altre fonti attendibili sulla decisione del governo israeliano capeggiato da Netanyahu di ignorare le autorevoli informazioni circa un imminente attacco di Hamas nei territori occupati della Palestina e la stessa passività del primo ministro alla notizia dell’avvenuto attacco, confermano la volontà di questo governo di utilizzare ostaggi e vittime dell’operazione a fini di genocidio a Gaza, in Cisgiordania e nel Libano, fino all’estensione di aggressioni in tutta l’area, specificamente alla Repubblica Islamica dell’Iran.

Le inchieste di organismi e media dello stesso Israele e di altre fonti indipendenti che dimostrano la falsità della versione di Tel Aviv su quanto verificatosi nello scontro del 7 ottobre, provando l’adozione della dottrina Hannibal che ha autorizzato le forze armate israeliane di intervenire, con carri armati ed elicotteri, contro i propri cittadini, sia nei Kibbutz, sia al Festival Nova, allo scopo di impedire la presa di ostaggi finalizzata da Hamas allo scambio di prigionieri.

La ricostruzione da parte di migliaia di tecnici, ingegneri, costruttori, testimoni degli eventi dell’11/9 a New York. Ricostruzione che smantella definitivamente la versione ufficiale sull’esistenza di attentatori islamici e sulla dinamica del crollo delle Torri Gemelle e dell’attacco al Pentagono, nonché sul ruolo di agenti dei Servizi Segreti israeliani presenti all’evento. Si conferma così una False Flag messa in campo dagli stessi autori dell’attentato ai fini di successive aggressioni, come, del resto, preannunciate dal documento neocon “Programma per il Nuovo Secolo Americano” (PNAC) e dall’auspicio di una “nuova Pearl Harbor”.

Il colpo di Stato di Maidan in Ucraina e i successivi attacchi stragisti alle popolazioni russe dell’Ucraina, prodromi di una guerra totale alla Russia concepita a Washington e assunta colme obiettivo geopolitico primario dall’Unione Europea, Germania, Regno Unito e Francia in testa.

Altro.

sabato 5 settembre 2026

TORINO CONTRO IL RIARMO

 

Torino è emblematica in quanto città che viene considerata centrale sia dal punto di vista della riconversione bellica sia dell’innovazione tecnologica: la profonda crisi economica, sociale e culturale che vive la nostra città viene mascherata con il mantra della Torino che cambia e va veloce. L’aria della campagna elettorale 2027 non farà che acuire questa propaganda atta a ottenere consenso, da una parte e dall’altra dell’arco della politica istituzionale.

Il governo Meloni continua ad investire nel riarmo seguendo la linea voluta dagli Stati Uniti di Trump e dall’Unione Europea, sottraendo miliardi a sanità, scuola e servizi per la popolazione. Nell’ultimo anno il nostro paese e la nostra città sono stati teatro di forti mobilitazioni contro la guerra, il genocidio e il governo. Dal movimento per la Palestina dell’autunno scorso passando per la mobilitazione contro lo sgombero di Askatasuna e la grande partecipazione referendaria Torino si è dimostrata partigiana e capace di creare movimento dal basso.

Politicanti e affaristi di gran parte dell’arco politico istituzionale si sfregano le mani di fronte al business della guerra con il progetto dichiarato di trasformare Torino nella città delle armi. Siamo convinti che questa sia la strada più sbagliata per affrontare la crisi che vive la nostra città e vogliamo smascherare la bolla dentro la quale le politiche dell’amministrazione locale - molto attenta agli interessi degli industriali e dei player privati in ambito produttivo ed energetico - vogliono immergerci assumendo il rischio che questa possa scoppiare approfondendo la crisi sociale che già stiamo vivendo.

Il nostro obiettivo? Essere scomodi, porre una linea di incompatibilità tra chi è contro il riarmo e chi non lo è. Proponiamo di approfondire il confronto e il dibattito attorno al tema del riarmo e della guerra partendo da due giorni di ragionamento collettivo e socialità sabato 19 e domenica 20 settembre. Sabato ci ritroveremo alle 17.30 per il dibattito dal titolo “Riarmo europeo: chi vuole la guerra in Europa?” con Elena Basile. Domenica dalle ore 10 ci troveremo in assemblea per organizzarci insieme e rispondere alla questione: “Torino città del riarmo: come contrapporsi insieme?”

sabato 15 agosto 2026

Venezuela, Cuba, Siria… , --- Serbia LA CADUTA DEGLI DEI

 


Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice.

Attaccando, uccidendo e devastando un paese pacifico, democratico, oltre tutto socialista (fosse per questo?), vi stavano commettendo crimini di guerra e contro l’umanità. Passati alcuni giorni sotto le bombe e tra i serbi, che sul ponte Branco sfidavano gli aereo-assassini di Aviano cantando gli inni della lotta partigiana con la quale avevano, da soli, cacciato i nazifascisti, il prolungamento del mio lavoro alla RAI sfumò. Non c’era concordanza di vedute tra chi straparlava di una liberazione democratica dei serbi dalla dittatura di Milosevic (come la farebbero oggi i missili di Trump sui veli delle iraniane) e chi mandava parole e immagini, poi raccolte in due docufilm, “Il Popolo invisibile” e “Serbi da Morire”.

 

 



Qualcosa allora pubblicò Liberazione, quotidiano del PRC, ma dopo accurata selezione del buono e del cattivo. E per poco. Il cattivo essendo la mia difesa di Slobodan Milosevic, un presidente democratico quanto noi ce li sognavamo, poi catturato tre giorni dopo una mia intervista e mandato a morire (visto che non si era riuscito a imputargli niente) all’Aja. Non gradirono né la RAI, né Bertinotti.

Iniziò il quarto di secolo in cui ho lavorato come mai prima, ma “a gratis” e in libertà (libertà fino a un certo punto, vedi Byoblu, o Visione TV). Piccolezze personali, ma utili indici di cosa sia diventato il giornalismo italiano, anche quello social.

A Belgrado ci sono tornato anno dopo anno, invitato da Živadin Jovanović, già ministro degli esteri nel governo Milosevic e grande resistente contro lo sbraco euro-atlantico che gli aggressori si erano ripromessi. Nei convegni che a ogni ricorrenza dell’aggressione Jovanovic allestiva, si ritrovavano – e si ritrovano tuttora - la Serbia in resistenza e i suoi amici nel mondo. Contro l’oblio promosso da colpevoli, vi si illustra la strategia imperialista nei Balcani e nel mondo e si documentano le atrocità del terrorismo bombarolo NATO (tra l’altro l’uranio impoverito).

Tutto ha sostanzialmente tenuto nei decenni del nuovo millennio. Si è chiesta l’adesione all’UE, ma senza spingere troppo. Si sono mantenuti i rapporti fraterni che storia, cultura, lingua, religione impongono a serbi e russi. La repubblica Srpska, enclave serbo nel mostro da provetta NATO della Bosnia Erzegovina, per quanto assediata e sabotata dai consoci croati e bosniaci (ultimamente per insistere a dimostrare che Srbrenica è una fabbricazione di Izetbegovic), tiene duro.

Poi, adesso, la svolta, il crac. Qualcosa, nella società serba, aveva già emesso rumori fortemente discordanti. Fu quando, con in prima fila gli studenti, un cospicuo settore popolare divenne, nella primavera del 2025, protagonista di una protesta di massa, che a tratti assunse i caratteri di una vera sommossa, contro il malaffare, l’incompetenza, il disinteresse per i bisogni fondamentali della dirigenza, come rappresentata dal 2017 dal presidente Alexandar Vucic, del Partito Progressista Serbo. Respinta la richiesta di nuove elezioni parlamentari, in mesi recenti il governo si è visto confrontato da una rinnovata protesta studentesca. Forse non del tutto autonoma e genuina. Si tratta di occasioni che l’imperialismo sa utilizzare.

Come se questa profonda inquietudine e insofferenza diffuse in gran parte della popolazione non bastasse, Vucic è passato da un’ostinata passività, corredata da dura repressione poliziesca, a una vera e propria provocazione.

L’invito al capoccia NATO del regime banderista-nazista di Kiev ha, per il momento, lasciato l’opinione pubblica come paralizzata. Sarà per poco. Zelensky da Vucic è come Petain da Churchill. A Belgrado hanno accolto con tutti gli onori e ci hanno programmato affari bellici l’omuncolo che, puntellato dagli armaioli occidentali e dai loro reggicoda politici, ha attaccato la Russia e la combatte fino all’ultimo ucraino rastrellato a calci e pugni dalla sua polizia. Russia sorella e garante della Serbia da quando esistono slavi e ortodossi nello spazio eurobalcanico. Soluzione finale del problema Jugoslavia? E’ implicito il riconoscimento da parte di Kiev dell’indipendenza del Kosovo.

La visita è stata preceduta da un costante e silente flusso di armi serbe all’Ucraina ed è stata poi coronata dalla creazione in Serbia di uno stabilimento per la produzione di droni d’attacco, da fornire a Kiev e da sparare sui fratelli russi.

Cento intellettuali di primo rango, serbi, montenegrini e bosniaci, hanno stilato e firmato una durissima denuncia di quanto il governo Vucic ha concesso al principale nemico della sorella Russia. Dovrebbe essere un inizio.

venerdì 14 agosto 2026

LA PAOLOMIELEIDE, RUBIO E IL RICHIAMO DELLA FORESTA

 

 LA PAOLOMIELEIDE, RUBIO E IL RICHIAMO DELLA FORESTA

 

E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla Jobs Act.

Oggi è il vicerè per l’Italia di colui, Marco Rubio, la testa pensante e agente, fasciata di orbace, di Trump, che a metà luglio ha convocato a Washington gli Stati Maggiori della fascistizzazione globale. 66 paesi tra Occidente ligio e Sud disponibile. Ordine del giorno da qui ad Armaggedon e oltre: “Lotta senza quartiere al terrorismo di sinistra”, di cui Rubio si dice convinto che stia risorgendo, dopo averlo dichiarato responsabile di tutti gli attentati dell’ultima metà secolo, e che costituisca la massima emergenza mondiale.

Il documento si chiude con l’appello alle agenzie di intelligence, alle forze di sicurezza, ai governi e ai media, di unire le loro forze “Per schiacciare questo male assoluto per sempre”. L’appello è stato immediatamente recepito da Paolo Mieli. Quello stupefacente Mieli col quale il leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, la star del cinema d’attacco Gian Maria Volontè, Toni Negri, Lanfranco Pace, Sergio Bologna, altri ed io, realizzammo i primi numeri di “La Classe”. Era il giornaletto del microrganismo omonimo, che presto venne assorbito in Lotta Continua e nell’omonimo quotidiano di cui divenni direttore dal 1972 al 1975 (ricavandone circa 150 procedimenti penali).

Ho quindi titoli per misurarmi con l’ex-direttore del Corrierone, ora titolare e padrone assoluto di uno dei migliori canali dell’ente pubblico, Rai Storia, dove, con storici di rango, sviscera con abilità retroterra e angoli chiari e scuri di un passato che le attuali forze decisive ci vorrebbero far dimenticare. Un merito. Qui troviamo il Mieli Dr. Jekill.

Che però non tarda di tramutarsi nel Mr.Hyde, impersonato in politica e stampa nel mezzo secolo post-La Classe, appena l’occasione non gli si presenti. E sul piatto d’argento glie l’ha offerto quel Marco Rubio che Trump già vede presidente di Cuba. Glie l’ha offerta col suo annuncio della guerra a ogni “sinistra estrema, terrorista per definizione”. Una guerra, s’intende, per la quale, se non dovesse funzionare la soluzione facile “Venezuela”, Gaza è il modello supremo.

Il 12 agosto, in due corpose puntate della rubrica “Passato e Presente” della sua RAI Storia, Paolo Mieli si è fatto risonante stanza dell’eco dei proclami urbi et orbi del Segretario di Stato USA per la resa dei conti finale con il Satana della Sinistra.

Prima puntata: “Il terrorismo degli anni ‘70”, tutto rosso, qualche striatura nera, un fugace riferimento ai “servizi”, un’occhiatina su Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, tante Brigate Rosse, presenti dal minuto uno al minuto 60 (naturalmente tutte autentiche, genuine, mica lo Stato s’infiltra tra compagni come Moretti, Morucci, Ferranda che ti ammazzano il DC più di sinistra mai visto!). Un movimento di massa politico, sociale, di operai, studenti, intellettuali che ha cambiato l’Italia come un calzino, ma in meglio? Mai coverto.

Seconda puntata: il “terrorismo palestinese degli anni ‘80”, Abu Nidal (l’ho visto e intervistato quando Saddam, sapendolo provocatore, lo teneva chiuso a Bagdad), gli attentati di Fiumicino, alla Sinagoga di Roma, l’Achille Lauro, eccetera eccetera. Chi peggio dei palestinesi sul nostro suolo?

Mandato rubiano assolto. Con il bonus mieliano, sua sponte e sua fregola aggiunto, dell’aver fatto sparire sotto la cortina fumogena di Abu Nidal ciò che viene fatto in queste stesse ore e da ottant’anni ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania, poi anche ai libanesi e ai siriani, quattro pulizie etniche con obiettivo soluzione finale. E bravo Mr. Hyde.

VENEZUELA . E’ C’E’ CHI NE SOSTIENE IL TRADIMENTO

 

 


11 agosto 2026

I governi criminali di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per facilitare i servizi consolari ai propri cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L'accordo prevede anche il mantenimento della cooperazione tecnica nelle attività di emergenza e di recupero a seguito dei terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009, durante l'amministrazione dell'allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre sottolineato i legami storici tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

Il sionismo ha ottenuto ciò che voleva

Le notizie sono quelle che sono e devono essere riportate come tali, ma se non suscitino repulsione è tutt'altra questione. Questo è il culmine di qualcosa iniziato con l'immediata presenza militare delle forze genocidarie israeliane sul suolo bolivariano, con il pretesto di fornire aiuti umanitari dopo il doppio terremoto. Il mondo intero ha assistito con sgomento ai successivi incontri, foto e video del presidente ad interim con gli ufficiali dell'esercito responsabili del più grande genocidio del XXI secolo contro il popolo palestinese. Questo genocidio continua quotidianamente e colpisce anche i popoli del Libano, della Siria e dell'Iraq, oltre ai continui attacchi contro l'Iran e all'assassinio della Guida Suprema Sayyid Ali Khamenei.

Poi è arrivato il secondo capitolo, quando una delegazione dell'AIPAC (la principale lobby sionista che esercita pressioni su senatori e rappresentanti statunitensi) è giunta a Caracas, è stata ricevuta dalla presidente ad interim e ha incontrato suo fratello, il presidente dell'Assemblea nazionale. Tra i visitatori c'erano Brian Mast, Randy Fine, Kat Cammack e Jonathan Jackson e, secondo quanto riportato, l'ordine del giorno si è concentrato sulla "cooperazione in materia di sicurezza e sulla lotta al narcotraffico", la solita scusa per infiltrarsi in territorio venezuelano. Questa incursione sfacciata e impensabile ha suscitato una forte condanna da parte degli attivisti chavisti.

È incredibile: riprenderanno i rapporti con coloro che sono stati dichiarati criminali di guerra dalla Corte penale internazionale. In questo momento, i sionisti vanno e vengono da Caracas in totale impunità, e il peggio deve ancora venire.

QUANDO I TOPI ABBANDONANO LA NAVE

 


QUANDO I TOPI ABBANDONANO LA NAVE

Da una cronaca sulla fine dell’impero romano: Il cittadino romano medio non si era accorto che l’Impero era crollato finche, un giorno, strade e ponti cessarono di essere riparati.

Vale per l’impero statunitense, versione finale intestata al Trump che, a scopo di esorcismo, blatera di un’ “Età dell’Oro”.

Nel Mar Rosso, a tener testa agli yemeniti che fanno saltare i trasporti di idrocarburi sauditi, non c’è più una portaerei, né americana, né altra, Nel Golfo Persico, ad assicurarci che Hormuz è nostro, delle tre che Trump vi aveva collocato a dimostrazione della sconfitta dell’Iran né è rimasta una sola. E se è vero che la garanzia della riuscita militare è in prima istanza il morale delle truppe, la “Abraham Licoln” è come se non ci fosse. E fra un po’ non ci sarà neppure lei.

La notizia che ci dà lo screenshot che riproduco qui sopra da News World Americas dice: “Marinai statunitensi disperati hanno cercato di buttarsi in mare dalla USS Abraham Lincoln a seguito del prolungato impegno. Lo rivelano le famiglie”.

La notizia di questa forma di vero e proprio ammutinamento tra i 5000 marinai imbarcati, operativi nello Stretto dal 21 novembre scorso (240 giorni), con crescente scarsità di cibo fresco e bevande, conseguente riduzione delle porzioni, rifornimenti incredibilmente carenti (quanto, del resto, le riserve di missili e intercettori di tutto l’apparato bellico USA), disagio psichico, è diffusa da molti media negli USA e nel Regno Unito. In assenza di copertura da parte della maggioranza dei media, sempre ossequiosi quando si tratta di guerra, a diffondere lo scandalo hanno provveduto le famiglie dei militari.

attps://www.independent.co.uk/news/world/americas/middle-east-abraham-lincon-sailors-iran-b3031718.html 

Secondo la TV di Stato iraniana, Press TV, di solito più affidabile delle fonti occidentali, a bordo di questa e di altre navi dislocate nella regione, si sarebbero verificati atti di sabotaggio, rivolta e risse. In seguito a una di queste, a bordo della Lincoln vi sarebbero stati nell’equipaggio sette morti e numerosi feriti. L’evento si sarebbe verificato quando sulla portaerei era sbarcato un rappresentante di CENTCOM, il Comando Centrale USA, per tentare di placare l’esasperazione del personale.

Ci dispiace per le vittime. Sono vittime che hanno mandato avanti l’impero e che ora ne accompagnano l’agonia. Ci si può stare.