martedì 9 giugno 2026

DA GERMANIA ANNO ZERO – A GERMANIA ANNO 2.0? --- C’ero, ci risiamo, ci sono


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 Germania 1946, 12 anni

Preambolo dinastico

Non fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto motivi molto personali per scrivere questo pezzo.

Per motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del ‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.

 

Tramite mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del longobardo.

 Grimoaldo

Tutta questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il titolo a questo testo.

Premessa bombarola napoletana

E qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200 bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora, dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura, portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.

Chi allora non era convinto che quella guerra, con i blitz su Parigi, Varsavia, Tripoli (e non ancora Stalingrado), sarebbe finita in quattro e quattrotto? Almeno lo era mio padre nonostante che, già veterano della prima Guerra Mondiale, nel 1941, fosse stato richiamato, promosso Maggiore e spedito in Francia.

Che fare? Mio padre: la guerra non durerà molto, a Napoli si rischia di finire inceneriti, c’è quel bel paesino delle nostre vacanze in Baviera, dove nessuno butterebbe neanche un mortaretto, io devo partire per Marsiglia… Sù sù, fate i bagagli e andatevene nella più sicura (!!!) Germania, tanto la guerra fra un paio di mesi è finita. Prima di rivederci passarono 4 anni.

 

 

 

 

 

 

 

Escalation germanica

Quattro anni di guerra e di bombardamenti che quelli di Napoli erano il carnevale. Di fame, di rovine, di solidarietà tra bombardati e affamati. Siccome alla franco-prussiana pareva opportuno distrarre i figlioli dagli orrori della guerra, ogni tanto si facevano lunghe gite in bici, o si saliva su qualche residuato di autobus pubblico, o di treno, magari merci, e si andava a sfidare i Lancaster e gli Spitfire di Churchill, a Francoforte, Colonia, Monaco, Wuerzburg (dove non risparmiarono nemmeno il Tiepolo della Reggia). Di macerie ce ne siamo risparmiate poche. E di cibo quasi tutto. Si andava per fossi a tagliare ortiche da far passare per spinaci, conditi con i resti del surrogato di caffè. Qualcuno rimediava un pesce dal grande fiume. Conigli a ruba, su nutrivano d’erba. Polli pochi, mancava il mangime. Caccia zero. I fucili sarebbero serviti ad altro.

Il posto era bello. Il fiume si attraversava a nuoto, la foresta era grande e ci si andava con il professore (lì ho fatto le tre medie inferiori) a dare i nomi agli alberi e agli animali e a cercare cocci romani tra i massi del Vallo di Adriano che passava per la foresta sopra di noi.

Un bombardamento squarciò l’insediamento di sfollati dalla Colonia in macerie (della più bella cattedrale gotica della Germania erano state messe al sicuro le vetrate colorate). Poi passarono gli Spitfire a mitragliare ciò che ancora si muoveva. Gli uomini validi erano tutti partiti “per l’estrema difesa”. Toccava a noi ragazzini fare da “soccorso civile”, spegnere incendi, raccogliere feriti.. Mi ricordo attempate pance in giacchetta e cravatta, dallo sguardo smarrito, con in spalla una vanga, partire a fare il “Volkssturm” (“Tempesta di popolo”) contro gli Alleati per l’ultima offensiva nelle Fiandre, quando i sovietici già vedevano Berlino.

E ricordo, parola per parola, pochissimo tempo dopo, uscire dalla Volksradio, apparecchio nero di bachelite con sopra la svastichetta, una sola stazione parlante e poi musica, questo comunicato: “Unser Fuehrer, Adolf Hitler” ist heute im Kampf um Berlin gefallen”. Hitler è caduto combattendo nella difesa di Berlino. Era il 30 aprile.

Uno sparo sbagliato e fine di tutto

Quel mitragliamento – credo di averlo già raccontato – mi scolpì negli occhi un’immagine che, da allora, non si cancella: un mio compagno di seconda media, steso raggricciato, colpito da una raffica davanti alla sua baracca di sfollato. Colpito al ventre, con le pupille fisse nel cielo. E’ stato un incentivo per quando, qualche mese dopo, trovata una mitragliatrice abbandonata da soldati in fuga, con due compagni più grandi, io 11, loro 12 e 14, ci appostammo nel bosco sulla collina e sparammo una sventagliata sul primo carro armato della prima colonna americana che sferragliava verso il paese.

Ho sparato dalla parte sbagliata su obiettivi sbagliati? Chissà. Comunque non ci prendemmo e scappammo prima che quelli potessero centrare noi. Gli dei mi punirono quando, a un anno e mezzo dalla fine della guerra, novembre 1946, gli occupanti USA ci permisero finalmente di rientrare in Italia (ricordo il colonello americano che abbaiava a mia madre: “Potevate restarvene in Italia, siete nazisti!). Su quel carro merci, tra quell’ammasso di gente a brandelli, o da quei pentoloni di brodaglia sui marciapiedi delle stazioni, rimediai il tifo. Un’epidemia che, assistita da fame e maltrattamenti, aveva già sfoltito i campi di concentramento e tutti i centri abitati. In Italia le cose andavano meglio, ma per qualche anno mica tanto.

Almeno fino al 1948 i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti da sarti virtuosisti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre, quattro volte. I libri di scuola me li passava mia sorella, tre anni avanti, scarabocchiati e unti e bisunti, neanche sempre quelli giusti, ma si lasciavano adattare. L’equazione e Giambattista Vico quelli sono ed è sempre stato Bruto a uccidere Cesare.

 Lo sfacelo aveva tante facce. Io ricordo quella di migliaia di prigionieri tedeschi, coscritti, in colonna e con uniformi in stracci, che si trascinavano, puntati dai mitra degli americani. E poi altre colonne, stavolta di milioni, gente con fagotti e carretti che andava via da dove i loro avevano vissuto per secoli. 3,5 milioni di tedeschi, incolpevoli, via dalla Slesia diventata Polonia. Con addosso quello che potevano portare. E, almeno fino al 1948, i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti, mentre era indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre quattro volte.

 

E Merz, cosa ne sa?

Questo è quanto ricordiamo noi, vegliardi, roba che si è sedimentata nelle cellule. Roba di cui non ha idea Fredrich Merz.

Friederich Merz, a dispetto dal nomignolo “Testa di Pera” già uomo per l’Europa del più grosso fondo di rapina del mondo, Blackrock, aveva raccolto il bastone di maresciallo da Goering, via Merkel e via Scholz. Quella degli accordi di pace di Minsk che l’ex-cancelliera così ricorda: “li abbiamo fatti solo per guadagnare tempo e armare Zelenskyi”. E quello dei 1000 miliardi di euro per la Difesa tedesca voluti da Scholz e poi messi sul piatto da Merz.

 Lui, Merz, è quello che “Israele a Gaza e in Iran sta facendo il lavoro sporco per noi”. Anche quello che “la Germania avrà l’esercito più potente d’Europa e assumerà la guida dell’UE”. Pure quello che “introduciamo la leva militare, volontaria per ora; ma chi vuole allontanarsi dal paese non potrà farlo per più di qualche settimana e dovrà impegnarvisi ufficialmente”. E infine quello, con cinturone Wehrmacht e la fibbia “Gott mit uns” (Dio con noi) che, all’unisono coll’evangelico sionista Pete Hegseth, che alle truppe recita salmi del “dio degli eserciti”, peraltro cinematografico, impone al popolo tedesco di farsi kriegstüchtig.

Kriegstüchtig

 

Joseph Goebbels, Friedrich Merz

Vocabolari e media, forse prede di riserve mentali, traducono malissimo il termine coniato da Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich alla vigilia della Guerra che finì come descritto sopra. Sarebbe “agguerrito, “idoneo alla guerra”, “bene armato” e altri eufemismi del genere. Ciò su cui si sorvola – oggi mica ce l’abbiamo a che fare con i nazisti – è che quella parola non è tecnica, implica un valore. Krieg è guerra. Ma tüchtig, non vuol dire solo idoneo, o armato. Vuol dire idoneo perché “buono, bravo, in gamba”, soprattutto “volenteroso”.

E, dunque, cosa proclamano ogni due per tre ai quattro venti, Merz e il suo Feldmaresciallo in borghese Boris Pistorius, Ministro della Guerra, se non che la Germania, i tedeschi, quelli della leva “per ora” volontaria (ma intanto ti devi presentare al distretto della Bundeswehr), devono essere bravi, buoni, capaci, volenterosi, PER LA GUERRA. E per finire così (vedi foto). O peggio.

Cosa che diverge un tantino dall’impegno di pace perenne e dal rifiuto di riarmo inciso nella Costituzione. Cosa che ha visto l’8 maggio scorso, data della fine della Seconda guerra Mondiale e della bandiera rossa sulla cancelleria di Berlino, uno sciopero generale degli studenti in tutto il paese contro la riforma del reclutamento adottata a gennaio dal governo. Riforma pro tempore che non impone ancora il servizio, ma richiede la visita di leva e la compilazione di un questionario, che ti starà addosso per sempre, sulle tue motivazioni pro o contro il servizio. Se risulti kriegstüchtig, per farti carne di porco nella prevista invasione russa del 2029, vai benissimo. Sei di quei cittadini consapevoli e onorevoli che amano, come si è tornati a dire nei cerchi magici dei nuovi patrioti alla Trump, Netanyahu, Crosetto e Pistorius, “combattere e morire per la patria”. In caso contrario ti teniamo d’occhio. Il “fermo preventivo” della Meloni è un’ottima idea.

Vero è che nessun russo, da Putin agli altri 150 milioni di russi, più i 6,5 del Donbass, che qualcuno insiste a volere ucraini a forza di stragi, si è mai sognato di invadere chicchessia (in Donbass si difende l’autodeterminazione dei russi), tanto meno la Germania. Ma se le cose stanno così, che ci vuole per un altro 11 settembre che provi come i russi stiano lì lì, anzi, a essere tedescamente precisi, nel 2029, unica incertezza marzo o settembre, per scatenare la guerra all’Occidente via Berlino. Ha funzionato tanto bene per Israele e per i nostri armieri e la nostra I.A., vuoi che non funzioni per noi?

Ah, la rivincita!

 

Arrendevoli, rinunciatari, divanisti, anche un bel po’ cagasotto, questi Willy Brand, Helmuth Schmidt, Gerhard Schroeder, cancellieri della Ostpolitik che col nemico russo addirittura ci flirtavano, ci facevano affari, sul suo gas costruivano la più produttiva industria europea e lo Stato sociale più avanzato. Lussi che rammolliscono. Non rendono kriegstüchtig. La Bundeswehr, con quei quattro sfigati di volontari che, come da noi, non erano risultati tüchtig per null’altro.

C’è un libro che andrebbe tradotto. E’ di tre autori, Luft, Opielka e Werner, e s’intitola “Con la Russia per un cambio politico”. In grande dettaglio vi si illustra come tutto in Germania – politica, media, industria delle armi, istruzione, accademia, intrattenimento – sia impegnato nel “Piano Operativo Germania”. Vale a dire in preparativi di guerra che coinvolga ogni ambito della società a tutti i livelli della vita. La guerra è diventata un calcolo costi-benefici alla cui testa si è posto l’apparato politico-militare, come viene descritto nei dossier dell’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.

E’ il pensatoio che raccoglie i più duri sostenitori di una NATO dalla strategia muscolare ed espansiva, a partire della spinta a superare ogni limitazione alla fornitura di armi all’Ucraina, nell’intento di proseguire la guerra senza prospettiva di una fine, se non quella del disfacimento della Russia in inoffensive e ridotte entità territoriali etnico-linguistiche. Che poi sarebbe la silenziosamente agognata “rivincita” di certi circoli di cui nessuno avrebbe sognato, ancora poco tempo fa, il riemergere. Solo per quel momento è ipotizzabile la fine della guerra.

Sorprende, anche alla luce delle ben definite posizioni assunte da Leone XIV, che a questa corsa del riarmo e verso la guerra non trova opposizione, o critica, né dalla Conferenza Episcopale Tedesca, né dalla Chiesa Evangelica della Germania.

False Flag e libertà d’opinione

Per tutto questo, occorrono ovviamente motivi credibili. Che, in loro manifesta assenza, si creano. O, se capitano, si sfruttano. Nel secondo caso sono droni russi assolutamente innocui che si sono persi qualche metro oltre i confini della Polonia, o della Romania, che poi risultano ucraini, o deviati dagli ucraini, come tutti quelli sconfinati nei paesuccoli baltici, ma servono al grande schiamazzo bellicista.  Nel primo caso, provocazioni come quella sull’autorevole “Zeit”, nel dicembre del 2024, in cui si affermava che potevano essere documentate ben 72 azioni di sabotaggio russe in Germania nel corso di quell’anno. La successiva e tardiva smentita delle autorità tedesche e la totale assenza di prove, non hanno ridotto l’impatto.

Del resto non c’è preparazione alla guerra che non sia accompagnata da propaganda e limitazioni alla libertà d’opinione e d’espressione, che però è decretata irrinunciabile. Ma che diventa difficilissimo riunire sotto uno stesso tetto con una programmazione bellica. E di queste settimane una campagna UE che cammina su tre altisonanti parole d’ordine: “Libera Stampa”, “Libera opinione” e “Libera Scienza” (s’è vista col Covid). Formuletta accattivante, inventata da un’idra a tre teste (vedi foto): tre personaggi che si trovano a capo di tutto, pur senza la minima legittimazione democratica. Che i diritti umani fondamentali e la libertà d’opinione siano pesantemente minacciati nell’UE, a dispetto di queste depistanti campagne sulla loro difesa, lo dimostrano, tra gli altri, le assolutamente fascistiche sanzioni inflitte a giornalisti e analisti blasfemi rispetto alla versione ammessa su Iran, Ucraina, Libano, Israele…

Lo dimostrano anche i decreti sicurezza grandinatici addosso in Italia. Accompagnati da quei vertici di ipocrisia che si manifestano nelle campagne governative “contro la disinformazione”. Con la quale “disinformazione” si intende ogni espressione che possa porre in dubbio quanto su Gaza, guerra in Ucraina, Iran, il forsennato riarmo e le relative cadute welfare, deve essere creduto.

Ne portano drammatica testimonianza personaggi, come l’analista militare e geopolitico svizzero, Jacques Baud, o il giornalista tedesco Huseyin Dogru, uno dei 28 sostenitori di una libertà d’opinione che Bruxelles ha sanzionato con il consenso dei rispettivi governi (da noi, su iniziativa USA, Francesca Albanese), imponendo l’esclusione dalla società civile con il blocco di ogni mezzo di sostentamento e le sanzioni estese a chi offre soccorso.

Ma anche gli ormai esemplari “Cinque di Ulm”, attivisti antiguerra di “Palestine Action” accusati di aver danneggiato apparecchiature e imbrattato muri, dalle parti di Stoccarda, dello stabilimento israeliano Elbit System, produttore di armamenti (la Germania è il secondo fornitore mondiale di armi a Israele). Il processo è in corso, manette e catene, restando rinchiusi da settembre nel famigerato carcere d massima sicurezza di Stammheim, riservato ai “terroristi. E’ lì che membri della Rote Armee Fraktion (anche Banda Baader-Meinhof), nel corso del loro processo, vennero trovati “suicidati” nel 1975.

Ucraina con la Svastica nell’Europa di Ursula e Merz

Statua al nazista Stepan Bandera

Tutto questo, dunque, ha un formidabile retroterra: l’Unione Europea germanizzata e balticizzata. Tra la germanica baronessa Ursula von der Leyen, la baltica Kaja Kallas che, con 1,3 milioni di concittadini (in buona parte dissidenti russi), pretende di rappresentare 450 milioni di europei, e il portoghese bla-bla-bla con elmetto, Antonio Costa, che porta il caffè alle altre due, la retrovia per la conflagrazione che vendichi Stalingrado è assicurata. Tre autocrati di un’oligarchia che, privi di vaglio elettorale, si vantano di quello concesso ai pupazzetti dell’Europarlamento. I quali ai richiami della triade reagiscono come l’orsetto del tirassegno.

Vuoi che una simile conventicola chiuda le porte a uno Zelensky che, da sette anni, fa il vicerè per NATO e UE e si presenta come membro ideale per frenesia bellica, disponibilità a dissanguare le ultime tre generazioni del suo paese, campione mondiale di corruzione, modello di regime autocratico con 11 partiti proibiti e tutte le tv d’opposizione chiuse? Ecco dunque, sollecitata dai droni “russi” e nel momento in cui Putin rilancia colloqui di pace, l’improvvisa accelerazione della corsa a un’Ucraina in qualche modo dentro l’UE, a dispetto dell’assenza di proprio tutti i requisiti politici, giuridici, democratici, che si pretendono essere propri dell’UE.

Una volta conseguito questo obiettivo, ecco che la difesa dell’Ucraina, da fornitura di armamenti, intelligence, forze speciali travestite e quant’altro fatto passare sotto coperta, si trasforma in partecipazione attiva e obbligatoria alla guerra del proprio neo-associato. Lo impongono i diritti umani e democratici come cesellati nella costituzione dell’Unione e come si riscontrano nella nuova Ucraina, magari senza opposizione, ma del massimo rispetto, a forza di stragi fin dal colpo di Stato del 2014, per le proprie minoranze russe. Alla stregua di una tradizione di tale rispetto, come venne praticata nei confronti di ebrei e polacchi dai modelli storici, Stepan Bandera o Andriv Melnyk, oggi onorati dalla politica e dall’esercito con statue e reparti con svastica,

 

Uno Zelensky e un suo milite Azov

Corsi e ricorsi: 2.0

Torniamo e concludiamo da dove siamo partiti e poi ci lasciamo, atterriti dalla prospettiva di una Germania Anno Zero 2.0, di cui abbiamo illustrato tanti progettatori e preparatori in azione. Al punto di averci fatto capire che c’è chi ci sta trascinando fuori dall’era nella quale ci eravamo abbastanza confortevolmente accomodati, tra i resti della carneficina 1939-1945, non sembra per ora incontrare grossi intralci. Nemmeno quelli che, pure, sono stati opposti al genocidio dei palestinesi. E la Germania è di nuovo in prima linea e noi siamo di nuovo al traino. In più c’è, stavolta, una superpotenza di cui però non si sa se quello che dice, o fa, all’ora di pranzo valga ancora al tempo della merenda.

 “Tutta tua”

 

83 anni dopo l’articolo di Goebbels sulla “Kriegstüchtigkeit” nella pubblicazione “Das Reich”, Boris Pistorius e l’Ispettore Generale della Bundeswehr, Carsten Breuen, pubblicano “Direttive di Politica della Difesa 2023” che, secondo alcuni critici, dovrebbero essere visti come “Modello per una guerra totale”, con al suo interno gli elementi per la mobilitazione di tutti i settori di economia, cultura, società. ”La nostra capacità di difesa richiede una Bundeswehr abilitata alla guerra... Il che esige una costante prontezza al combattimento con l’impegno alla vittoria in ambiente ad alta intensità…“ Alta intensità e il termine in codice per “perdite di massa”. Significa che si debba essere ideologicamente preparati a morire “per la nostra democrazia”. In parole serie: per gli interessi geopolitici e finanziari delle Elite al potere.

Ci risiamo. Come, nel 1933, Hitler prese lo spunto dall’ “umiliazione di Versailles” per giustificare un riarmo della Germania finalizzato a rettificare i torti subiti da quel trattato e andare anche oltre, così Merz trae dalla spoliazione della Germania di ogni velleità di potenza imposta e autoimposta, il pretesto per riscattare la nazione trasformando lo Stato Sociale in Economia di guerra, con l’esercito più forte d’Europa. Una sua chiosa a tutto questo si ritrova in un documento dell’Ufficio Informazioni dell’Esercito: “Cannoni e burro, sarebbe bello se funzionasse. Ma quello sarebbe il paese del latte e miele. Non va. Lo Stato sociale come l’abbiamo avuto non è più finanziabile con il tipo di economia nazionale che dobbiamo adottare”.

Non vi ci si trova una vaga eco con quanto dichiarato alla radio dal Maresciallo del Reich per l’Industria e l’Aeronautica, Hermann Goering: “I cannoni ci rendono forti, il burro ci fa solo grassi”? E i tedeschi si ritrovarono pieni di cannoni e con un drastico calo di benessere e di servizi essenziali. Servivano quelli non essenziali, ma che sarebbero risultati tali per la distruzione di mezza Europa e 55 milioni di morti, di cui 27 sovietici.

 

Ma che, davvero?

Non lo fu esplicitamente pacifista neppure quella copia europea degli USA inventata dai santoni di Ventotene. Poco rimane oggi della storica mobilitazione del 2005 contro la Costituzione UE, lontanissima dai propositi firmati dai paesi fondatori, Germania, Francia, Benelux e Italia, e vista come la negazione di un’Europa sociale, pacifica e democratica. Se ne denunciava la programmazione di un costante riarmo dei paesi membri in direzione di una “capacità di guerra di portata mondiale”.

Quel trattato venne respinto dalla netta contrarietà delle società europee e da referendum in Francia e Paesi Bassi. Ma poco se ne tenne conto: le parti essenziali vennero incluse nei trattati di Lisbona del 2009, col quale gli Stati si impegnarono a potenziare gradualmente la propria capacità militare (detta di Difesa). Moriva così anche il celebrato Trattato di Maastricht, del 1993, con tutta la sua promessa di riservare ogni impegno al mantenimento della pace.

Ci risiamo con la leva, per ora in versione soft. E a prepararla, ecco che si danno da fare tutti, a partire dal lobbista delle armi che, a garanzia della separazione tra interesse pubblico e interessi privati, fa da noi il ministro della Guerra. E a continuare con i bonzi stellati che vengono a scuola a far prendere l’indirizzo giusto, culturale, morale e di carriera, ai ragazzi futuri uccisori e morituri. E a finire nell’orgia militaristica, che sputa in faccia a una Repubblica fondata su una certa Costituzione e su un suo certo articolo 11, con l’oscenità di una parata di guerra applaudita dal massimo difensore di quella Costituzione e di quell’articolo.

Ciò che andrebbe detto ai ragazzi convocati a misurarsi con questa prospettiva è che, se vivete in Occidente ed entrate nel militare, non sarete mai chiamati a difendere il vostro paese. Vi manderanno a uccidere gente che prova a difendere il suo, di paese. Lo farete allo scopo di arricchire persone già ricche, di dare più potere ai già potenti e di piegare il mondo all’ordine dei tiranni.

martedì 2 giugno 2026

America Latina tra tradimenti e resistenze--- BOLIVIA 2000: RIVOLUZIONE – CONTRORIVOLUZIONE - RIVOLUZIONE? --- Cosa c’è “sotto”?

 

America Latina tra tradimenti e resistenze

BOLIVIA 2000: RIVOLUZIONE – CONTRORIVOLUZIONE - RIVOLUZIONE?

Cosa c’è “sotto”?

 https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__america_latina_tra_tradimenti_e_resistenze_bolivia_2000_rivoluzione__controrivoluzione__rivoluzione_cosa_c_sotto/58662_67217/ 



La Colombia tiene?

E’ lunedì mattina e aggiungo questo capoverso in testa al pezzo per completare la piccola rassegna degli ultimi sviluppi in un continente latinoamericano dalla forte turbolenza. Al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ha prevalso, per pochissimi voti, il candidato della destra Abelardo de la Espriella (44%), “El Tigre”, personaggio su cui punta Trump. Ivàn Cepeda, il candidato della sinistra (41%), continuatore della linea antimperialista di Gustavo Petro, ha contestato i risultati dello spoglio denunciando la manipolazione di centinaia di migliaia di voti. Il ballottaggio si svolge il 21 giugno. La partita è decisiva per l’intero Cono Sud. Petro aveva estratto la Colombia da decenni di narcotirannia e di milizie paramilitari (la famigerata “Israele latinoamericana”). L’eventuale vittoria di Cepeda costituirebbe un segnale di drastica controtendenza rispetto alla strategia di restaurazione lanciata da Trump con il suo piano Donroe.

Aspettando Cuba

In attesa che, constatata non risolutrice per l’eliminazione del maxidisturbo caraibico che tiene duro da quasi 70 anni, il metodo niente energia, niente trasporti, niente cibo, niente economia, niente sanità, si materializzi l’opzione che Trump adombra quando blatera “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Di opzioni ne ha tre. 1) Invasione, ma il ricordo della Baia dei Porci la sconsiglia. 2) Bombardamento, fino ad affondare l’isola, ma il contesto internazionale gliela farebbe pagare (da decenni 187 paesi votano contro il bloqueo, 3 a favore). 3) Una compravendita alla venezuelana.

Intanto facciamo un breve giro d’orizzonte su altri punti focali dell’America Latina. E insistiamo sulla Bolivia, dove tutto sta per succedere.

 

Sul lato del passivo: Venezuela, Honduras, Ecuador, Perù

Che ci sia in atto una strategia della restaurazione yankee rinforzata è dimostrato da una serie di paesi ex-antimperialisti, già vicini allo chavismo che, in un modo o nell’altro, golpe, o malasorte elettorale (a volte manipolata), sono rientrati in un ordine tipo “Condor 2”. C’è chi si ostina, magari per le sue buone ragioni, a pretendere che in Venezuela tutto continui come prima e, così facendo, dà una più o meno consapevole mano alla decapitazione del chavismo. E questo, incredibilmente, nonostante il passaggio delle risorse in mano privata, perlopiù USA, nonostante la rivolta popolare contro i quisling installati da Trump, guidata dalla storica Coordinadora Simon Bolivar, da sempre avanguardia rivoluzionaria e ora  punta di diamante della resistenza, e nonostante la denuncia di Luis Britto Garcìa.

📸🇻🇪🤝🇺🇸 DELCY RODRÍGUEZ Y EL DIRECTOR DE LA CIA EN CARACAS La  presidenta interina de Venezuela, Delcy Rodríguez, fue captada en una  fotografía junto al director de la CIA, John Ratcliffe, durante

Lo scrittore, storico e l’intellettuale forse più rinomato e autorevole del Venezuela, fatta a pezzi tutta la narrazione giustificazionista, ha lanciato un appassionato e doloroso j’accuse alla conventicola che Trump ha sostituito al presidente rapito, senza che questa offrisse uno spicciolo di resistenza all’assalto militare. Ha denunciato una resa militare, prima ancora che politica, subita a dispetto della disponibilità di un poderoso armamento di difesa e dei cento tra cubani e venezuelani che si sono fatti uccidere nell’unica resistenza opposta all’invasore, ora virtuale occupante.

All’invettiva di Britto Garcìa si è aggiunto quella dell’ex-vicepresidente e ministro chavista, Elias Jaua. In una lettera a tutti i venezuelani invita a rompere il silenzio, a manifestare la propria opposizione “all’occupante”, a riunirsi nelle piazze, inalberare cartelli e striscioni, scrivere sui muri, intonare l’inno che Chavez cantava nelle grandi occasioni di massa: “Gloria al Bravo Pueblo” (https://www.google.com/search?q=Chavez+canta+Gloria+al+Brsavo+Puerblo&rlz=1C1KNTJ_itIT1068IT1068&oq=Chavez+canta+Gloria+al+Brsavo+Puerblo&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOTIJCAEQIRgKGKABMgkIAhAhGAoYoAHSAQozNjY4MGowajE1qAIIsAIB8Q )

 

 Pedro Carrillo

 

In Perù si va a un confronto elettorale tra esponenti della destra, tra le quali spicca l’ignominioso nome Fujimori, stavolta portato dalla figlia del dittatore, Kiki, favorita alle elezioni, mentre, a seguito di una serie di golpe parlamentari, a partire dal 2022, con un alternarsi in brevissimo tempo di vari presidenti, l’ultimo presidente democraticamente eletto, Pedro Castillo, langue in carcere. Sponsor in prima fila di questi accadimenti, la generale Laura Richardson, capo del Comando Sud del Pentagono.

 Juan Orlando Hernandez

In Honduras la fase antimperialista di Xiomara Castro, presidente dal 2022 al 2026, eletta dopo 13 anni di governi nominati da Washington, successivi al golpe del 2009, termina con la vittoria di Nasry Asfura, estrema destra sotto tacco yankee, propiziata dagli interventi a gamba tesa di Trump. Mentre grazia un ex-presidente honduregno, Juan Orlando Hernandez, condannato negli USA per narcotraffico a 45 anni, The Donald aveva fatto sapere agli elettori che non avrebbero più ricevuto un dollaro se non se non avessereo votato Asfura, noto come seguace e prosecutore del narcos rilasciato.

 Daniel Noboa

In Ecuador è ormai lontana nel tempo la “Revolucion Ciudadana” che nel 2007 portò al potere Rafael Correa e, fino al 2017, una politica antimperialista di autodeterminazione e riappropriazione delle risorse energetiche e ambientali del paese. Contro la candidata della Revolucion Ciudadana, Luisa Gonzales, rivince nel 2025, grazie a clamorosi brogli, Daniel Noboa, esponente di una dinastia che, titolare delle 25 imprese più importanti del paese, è da sempre la portatrice degli interessi delle multinazionali USA. Che includono il più forte flusso di stupefacenti sudamericani dalla costa ecuadoriana verso Nord e verso l’Europa e costanti provocazioni armate contro la vicina Colombia del presidente antimperialista Gustavo Petro.

Sul lato dell’attivo: Bolivia

Visitai la Bolivia nel 2000, eminentemente per andare a trovare il luogo, con il suo monumento, nel quale il Che era stato catturato e giustiziato, la Higuera, a vedere le case, le genti, i monti, i cieli, gli alberi, che lui aveva visto prima che gli chiudessero gli occhi con una pallottola. Era la visita al fondatore e leader dell’unico partito in cui mi riconosco da una vita, quello guevarista. Che non esiste. E’ una condizione dello spirito. Che però detta i tuoi pensieri e le azioni che ne scaturiscono. Il 2000 era anche l’anno della più grande lotta civile vista da quelle parti, non solo in Bolivia: la Guerra del agua.

Rivisitai la Bolivia nel 2003 e mi ritroverai nel bel mezzo di una nuova guerra, quella del gas. Entrambe queste guerre di popolo riuscirono a sottrarre beni fondamentali agli artigli delle multinazionali statunitensi, cui governi felloni li avevano concessi. Costarono centinaia di morti, ma aprirono un’epoca nuova. Quella del MAS, Movimento al Socialismo, guidato dall’indio Aymara Evo Morales. Durò vent’anni.

L’era del MAS e il suo suicidio

E fu alla vigilia dell’elezione di Evo a presidente della Repubblica, 22 gennaio 2006, quando il popolo raccolse il frutto del proprio coraggio e del proprio sacrificio, che lo incontrai e intervistai nella sede del movimento a La Paz. Personaggio molto sicuro di sé e dei suoi propositi. Anche leggermente scorbutico.

Evo si aggira ancora per le lande, i villaggi e le città dl dipartimento di Cochabamba, terra dei suoi cocaleros, ma l’aura del capopopolo rivoluzionario si è spenta, dissipata più dai suoi errori, che dalla forza reazionaria di una borghesia che da sempre prospera all’ombra di dittature, regimi reazionari e del padrinaggio USA.

Se Evo Morales e il suo personalistico micropartito “Evopueblo” ora si affannano invano a svolgere ancora un ruolo, perduto quando un presidente rivoluzionario ha provato a trasformarsi in caudillo, quel ruolo lo ha assunto in questi mesi un intero popolo. Sono mesi che il paese è in fiamme e resiste, con incredibile forza, agli strumenti di una brutale, e letale repressione messa in atto dal gruppo dirigente di estrema destra uscito dalle elezioni del 25 novembre 2025. In quell’occasione Rodrigo Paz Pereira, democristiano, prevalse al ballottaggio su un candidato ancora più di destra, Jorge Quirora, ex-presidente, abbattuto dalla rivolta popolare dei primi 2000.

Due candidati, riferibili rispettivamente ai tronconi sopravvissuti alla spaccatura del MAS, hanno ottenuto rispettivamente il 3,2% e l’8,1%. Uno scempio che non riflette se non le pratiche suicidarie adottate da Morales a partire dal 2019 quando, violando la Costituzione, dopo i suoi tre mandati si volle candidare per un quarto e fu respinto dal rifiuto popolare, espresso in un referendum. Nel novembre di quell’anno si verificò il golpe che spazzò via il governo del MAS. Mentre contro il popolo in rivolta si scatena una repressione con decine di morti, di cui furono vittime sindacalisti e politici, Morales, abbandonando i suoi compagni in trincea, se la svigna in Messico. Poi ripara in Argentina. Rientra quando un nuovo turno di elezioni, nel 2020, sancisce la vittoria del suo storico ex-ministro dell’economia, Luis Arce, uno degli esponenti più validi del MAS.

La crisi della sinistra boliviana precipita ed Evo ne è la massima causa. Mentre Arce si sforza di tenere in piedi la baracca contro il costante serpenteggiare dei golpisti, il presidente del riscatto gli si rivolta contro, gli lancia accuse infondate di connivenza e incompetenza. Finisce con lo spaccare il MAS tra evisti e arcisti e anche quel fronte delle sinistre che aveva i suoi pilastri nella COB, Central Obrera Boliviana, federazione sindacale, nei minatori, nei campesinos, negli indigeni che qui avevano conquistato il primo “Stato Plurinazionale” dell’America latino-indigena.

Arriva ad allestire posti di blocco, nelle zone del suo seguito, che sabotano i trasporti e, quindi, l’economia del paese e si scontra addirittura a pistolettate con la polizia che aveva provato a fermarlo. All’avvicinarsi delle elezioni, nelle quali Luis Arce risulta ancora favorito, crea un nuovo partito a lui intitolato, Evopueblo. Che, però, per mancanza dei requisiti giuridici, non verrà ammesso alla consultazione. Arce, dal canto suo, per non esasperare ulteriormente lo scontro, rinuncia a candidarsi. L’esito di tanto sfacelo era predeterminato.

 

Quando le urne non contano

Torniamo a oggi. Quanto al popolo tradito e abbandonato, questo si è impegnato autonomamente a riunificarsi e sta da mesi dimostrando la determinazione a riprendere in mano il proprio destino. Il governo in carica, di cui le masse chiedono le dimissioni, tra scioperi generali a tempo indeterminato, marce, assedi ai palazzi governativi, blocchi stradali in tutto il paese che ne impediscono il funzionamento, il controllo del governo si limita ormai a poco più del dipartimento della capitale. Dove è minacciato dalla città gemella di El Alto, storicamente roccaforte dello schieramento socialista e antimperialista e punta avanzata dell’assalto alla presidenza Rodrigo Paz. A fine maggio il parlamento assegna al presidente i poteri speciali della legge dell’emergenza e pere l’impiego dell’esercito nella repressione.

L’innesco immediato della sollevazione è un decreto del 18 dicembre che, con la scusa di un deficit fiscale, elimina quei sussidi al costo dei carburanti che facevano funzionare i trasporti e quindi l’economia. Prezzi raddoppiati. Inoltre, viene acquistato e venduto dallo Stato un diesel di pessima qualità che inizia a danneggiare i veicoli. Subito dopo, altra sferzata: la piccola proprietà terriera viene riclassificata come media, misura che viene interpretata da indigeni e sindacati agricoli come un attacco diretto alla piccola proprietà della terra. Seguono altre misure di austerità.

La reazione si manifesta con una protesta degli autotrasportatori che blocca i maggiori centri urbani. Parte in tutto il paese una serie di scioperi selvaggi. Ne prende la guida la COB e il suo segretario generale, Mario Argollo, ora in clandestinità, ne assume la leadership. Lo sciopero diventa generale e a tempo indeterminato con, per avanguardie i minatori che, muniti di dinamite, marciano sulla capitale, assieme ai cocaleros e agli insegnanti. Arrivano a oltre 150 in tutto il paese i posti di blocco allestiti dagli insorti. Il paese è paralizzato. Non circola più un litro di carburante. Il regime reagisce con ulteriore violenza.

Contadini, insegnanti, operai… La saldatura delle lotte blocca la Bolivia |  il manifesto

Accordi di Abramo a sostegno del regime

Al sesto mese di ultraliberismo e austerità, con conseguente vera e propria sollevazione la richiesta di ritiro dei provvedimenti antipopolari si evolve in richiesta di dimissioni tout court del presidente Rodrigo Paz. Le chiedono addirittura reparti dell’esercito. Grande impressione, suscita, alla fine del mese, un’enorme marcia delle donne sui palazzi del potere nella capitale. Le forze della repressione assistono paralizzate.  

 

La prospettiva è la caduta del governo, nuove elezioni, o una prolungata e sanguinosa guerra civile. Molto dipende dalla misura che assumeranno, rispettivamente, la forza degli insorti e il grado di sostegno che al malfermo regime vorranno dare i suoi sponsor del Nord. Armi e gendarmi a sostegno della repressione sono già inviati a La Paz dall’affine argentino Javier Milei. Si prospetta anche l’entrata in campo della destra evangelico-sionista, qui presente con tanto di bande armate, sebbene con meno consenso che altrove, impegnata nell’includere la Bolivia (che aveva aderito ai BRICS) negli Accordi di Abramo. Quelli per l’ingresso nei quali Israele già sta trattando con Costa Rica, Panama, Uruguay, Salvador.

A chi il litio?

In tutto questo c’è un non detto dai media , che però esercita un peso decisivo sugli sviluppi della crisi.

 Rodrigo Paz

Non c’è pensiero, non c’è proposito, non c’è mossa, non c’è obiettivo, non c’è motivazione, di Donald Trump, che non scaturiscano dal biglietto verde con i simboli massonici. Guerra, negoziato, pace, trombonate, ripiegamenti, botta e controbotta, tutto nel quadro di un meraviglioso e impunito insider trading, sono cose che producono soldi, movimenti di borsa, dividendi. Per sé, l’ormai immune per legge da ogni seccatura fiscale, passata e futura, come per i compari, coriferi, sicofanti, domestici e, soprattutto, i famigliari formatisi a Tel Aviv.

Come poteva sfuggire al meccanismo quello che è il massimo produttore della ricchezza che sostiene il potere, ormai quasi assoluto, delle cibertecnologie, il litio? E, assieme al più vasto giacimento di questa terra rara (parzialmente condiviso da Cile e Argentina, già cooptati), nel sottosuolo boliviano gli altri bei minerali necessari a quelle: antimonio, bismuto, stagno. argento, zinco, germanio, manganese, tantalio. Trattasi di 31 su 38 minerali cruciali e terre rare indispensabili all’innovazione tecnologica: batterie, intelligenza artificiale, strumenti militari di altissima precisione

Prima del golpe, nell’estrazione e nel trattamento del litio boliviano erano coinvolti i cinesi. Non si sa se il passaggio di questa giugolare del potere nelle grinfie delle multinazionali USA sia stato discusso a Pechino nell’incontro Xi-Trump. Ma indubbiamente a dar man forte al regime di La Paz, scaturito dalla disfatta delle sinistre e oggi impegnato a domare una vera rivoluzione, non poteva mancare, con occhio su quei giacimenti, il contributo del tycoon.

La foto ci dice che la manovalanza di partenza è già sul posto. Mancano il giusto direttore dei lavori, i suoi stabilimenti, le sue tecnologie e la sua banca. Ad aprile il governo boliviano e gli Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa relativo a tutti i minerali cruciali. Con in testa il litio. L’accelerazione è stata impulsata dalla guerra con l’Iran che ha costretto gli USA a rafforzare le sue catene di rifornimento di minerali strategici. La Bolivia, con questa enorme richezza sotto la sua superficie, non poteva essere lasciata a margine degli aggiornamenti strategici del Pentagono e in generale dei Big Tech impegnati a non lasciarsi superare dalla Cina . Che ha di suo l’altra grande estensione del litio. Quello di cui l’Occidente politico decisamente scarseggia.

Così il 28 aprile, a La Paz, Caleb Orr, vicesegretario USA per l’economia e il ministro delle miniere boliviano, Calderon de la Barca, firmarono quello che il presidente Rodrigo Paz annunciò come un evento storico per lo sviluppo della Bolivia e che, invece, è la sua totale resa agli interessi USA. Il memorandum non contempla la minima prospettiva di industrializzazione in territorio boliviano e tantomeno impegna le imprese statunitensi a costruirvi impianti di trasformazione, con relativa occupazione, o ad assicurare un minimo di trasferimenti di tecnologie.

Alla privatizzazione di tutto quello che nel ventennio del MAS era considerato pubblico e gestito nel nome del popolo, si aggiunge un altro, parallelo elemento di rottura: un prestito del FMI, di quelli che gli Stati progressisti del Cono Sud hanno da sempre rifiutato, ben sapendo a quali condizioni fossero legati. Così ora a La Paz arriveranno 3,3 miliardi di dollari, ovviamente non gratuiti, ma accompagnati dall’impegno di cedere al privato, insieme al litio, quanto rimane dell’economia pubblica boliviana, accompagnato dall’adozione di misure che assicurino la flessibilizzazione del mercato del lavoro.  

El Che vive!

Come andrà a finire questo che è diventato un conflitto di portata strategica, con riflessi su tutto il continente, sta per ora in grembo a Giove. Di sicuro è l’inizio di un movimento in controtendenza alla dottrina Donroe lanciata da Washington.

Lo spirito di Evo si è spento. Ma quello che si respira nella vera e propria insurrezione di un popolo, nella sua forza, nella sua coscienza, è uno spirito che non muore. E’ quello del Che Guevara, che vive e lotta insieme a tutti noi, in Bolivia, a Cuba, in Palestina, ovunque noi siamo.