IL
VESSILLO DELL’IMPERO
Da
Mladic a Srebrenica all’11 settembre… agli squadroni di droni “russi”
sull’Europa
Premessa
sullo struzzo
E’
una questione metodologica, ma anche di grave portata politica, quella che ci
impegna quando a una nostra visione delle cose si impone una modifica che
rischia di capovolgere quanto si riteneva assodato. Parlo di un fenomeno di
trasformazione che di questi tempi ha raccolto attenzione, commenti, analisi,
dispute: quello delle posizioni statuali che ci sembravano consolidate, ma che
subiscono rilevanti modifiche.
Un
compagno mi conferma la sua fede nella “rivoluzione sociale, ecologica e
femminista” curda nel Rojava siriano occupato dai curdi insieme agli USA. Un
carissimo amico sindacalista mi rimprovera di dubitare della coerenza
rivoluzionaria delle modifiche politico-economico-sociali adottate dalla
dirigenza di Cuba sotto la pressione mortale esercitata da Trump. Una collega,
legata al Venezuela da annosi rapporti, insiste a diffamare come tarantolati
del digitale che osservano i fatti a distanza di divano (ci sarei anch’io) chi
dubita – e si tratta della quasi totalità degli analisti –della buona fede
della direzione venezuelana post-Maduro. A dispetto del totale capovolgimento
dei dettami del chavismo con cui si concede a interessi privati stranieri (ENI
compresa) la disponibilità delle risorse energetiche nazionali.
Sorvolando
sugli interessi materiali che potrebbero indurre a tali atteggiamenti, qui
rileva un dato: l’incapacità, l’indisponibilità a rivedere una convinzione
saldatasi in vero e proprio mito, nel timore di perdere un punto di riferimento
e, dunque, di appoggio morale, politico, ideologico. Atteggiamento dal notevole peso sentimentale.
A volte abbiamo bisogno che una cosa sia vera solo perché ci permette di
esserne confortati. O di approfittarne. Avvolgersi nel sogno, tuttavia,
comporta un effetto collaterale nefasto: si trae in inganno l’opinione pubblica
e si legittima l’operazione imperialista che ha prodotto l’esito che ci si
ostina a negare. Lo struzzo con la testa nella sabbia viene preso da dietro.
Non è un buon risultato.
Mladic
seppellito da una falsa bandiera
Milioni
ai funerali di Mladic
Nelle
scorse settimane, grazie alla morte indotta di Ratko Mladic, patriota serbo, siamo
passati per il solito tsunami di menzogne prodotte dalla strategia con la quale
il capitalimperialismo ha imparato a convincere vaste opinioni pubbliche della
buona ragione dei suoi crimini. Nel caso specifico, l’abbrivio gli è stato
fornito dall’assassinio, per negazione di farmaci e cure, del generale serbo
condannato all’ergastolo dal sedicente Tribunale per la Jugoslavia all’Aja. Un
tribunale cui è stato assegnato, oltre agli strumenti istituzionali della
giustizia penale, dopo quello dei magistrati inquirenti e giudicanti e delle
eventuali giurie, l’esecuzione. Insomma fa anche il boia.
Tribunale
sedicente, dato che la sua base giuridica è costituita dall’atto fondativo
adottato dal presidente USA Bill Clinton. Diritto appropriatamente riconosciuto,
come insegna Norimberga, al vincitore della guerra. E, come ancora insegna
Norimberga, procuratori e giudici rigorosamente di nomina e finanziamento USA.
Nello
stesso carcere olandese, con la stessa condanna, è rinchiuso Radovan Karadzic, uno
dei più illustri poeti e scrittori di lingua serba, già presidente della
Repubblica Srbska, entità componente dell’artificio Bosnia-Erzogovina elaborato
dal laboratorio NATO con gli Accordi di Dayton del 1995. Vi è invece stato
fatto morire, sempre per negazione di cure, il presidente della Federazione
Jugoslava e poi, dopo la frantumazione della stessa, presidente della Serbia,
Slobodan Milosevic. Era cardiopatico e i russi avevano offerto al Tribunale di
ospitarlo in una loro clinica, per poi restituirlo al carcere una volta curato.
Sfuggì
alla condanna, Slobo, grazie all’impossibilità dei pur volenterosi magistrati
di nomina USA, capeggiati dalla Procuratrice svizzera Carla Del Ponte (definita
“cacciatrice di serbi”, visto che sotto la sua ferula transitavano solo quelli,
con generosa trascuratezza per altri corresponsabili, albanesi, bosniaci, o
croati che fossero) di provarne una qualsiasi delle accuse sollevate di crimine
di guerra o contro l’umanità. La sua morte, indotta quanto quella di Mladic, a
dimostrare uno specifico privilegio riconosciuto a quel tribunale, levò le
toghe dell’Aja dall’impiccio.
In
un incontro a Belgrado, tre giorni prima del suo arresto, il 1.Aprile 2001, da
parte di Zoran Dindic, premier scaturito dalla più classica delle rivoluzioni
colorate, stavolta per meriti acquisiti quando da Vienna indicava alla NATO gli
obiettivi da colpire, ebbi il privilegio di raccoglierne l’ultima intervista.
Una mirabile sintesi del conflitto tra NATO e il suo paese, modello di
convivenza multietnica, multireligiosa, multilinguistica e soprattutto
pacifica, prima che venissero impiegati i soliti arnesi della creazione di
rivalità e contrapposizioni tra comunità. Metodi, menzogne, strumenti,
complici, obiettivi.
Alle
porte dell’Est infido era necessario abbattere un intollerabile esempio di
convivenza, nel comune progetto unitario, sovrano, non allineato e socialista,
dunque non integrabile in quella che sarebbe divenuta l’UE. Un conflitto
preparato fin dagli anni’80 (USA, UK, Germania, Austria, Vaticano), da Milosevic
vissuto e analizzato in tutte le sue fasi e con grande acume ascritto alla
necessità della globalizzazione capitalista di preparare, con la
normalizzazione della regione balcanica, la resa dei conti con una Russia che,
con a disposizione Eltsin, sembrava apparecchiata per il banchetto.
Al
quotidiano “Liberazione” l’intervista, pure dotata di un certo peso anche
storico, fu rifiutata: “Ci saremmo appiattiti su Milosevic…” mi
spiegarono. Un inconsapevole, o forse anche no, riguardo a coloro – Massimo
D’Alema premier e Sergio Mattarella, vice – che avevano dato il loro decisivo
apporto a quella che fu definita “la perdita dell’innocenza dell’Europa” dopo
il decoro democratico e pacifista assunto dopo la vittoria sul nazifascismo.
Questi responsabili per la nostra parte non è che oggi stiano scontando, almeno
a livello di coscienza, le colpe fattegli assumere allora da un padrone rispetto
al quale si vantavano, a obnubilamento del colto e dell’inclita, di esercitare
libera scelta.
Con
tagli ritenuti “opportuni” perché non turbassero la placidità morale dei
personaggi coinvolti, la pubblicò poi il Corriere della Sera, pensate!
Dai
media ad Amnesty: “il boia di Srebrenica”
Ho
avuto la stimolante occasione di dialogare sul tema “Il macellaio dei Balcani” con
il collega Stefano Zecchinelli de “L’Interferenza”. Vedi https://www.youtube.com/watch?v=b70IeaKTCSc
Provo
qui a integrare quella chiacchierata partendo dalla morte del, così globalmente
definito, “boia di Srebrenica” e “Macellaio dei Balcani”, Radko Mladic, di cui
molto si dice già nell’intervista, per inoltrarmi nei meandri di una guerra
“ibrida”, tutta occidentale, che ha come innesco e pretesto la False Flag, la
falsa bandiera diventata il vessillo dell’Occidente imperialista e
guerrafondaio.
Per
inciso va sottolineato che Belgrado, pur nella sua vacillante posizione tra
Ovest ed Est, tra Zelensky e Putin, tra Mosca e la UE, ha avuto un soprassalto
di dignità e di verità, tributando, certamente sotto pressione di un’opinione
pubblica largamente maggioritaria, i dovuti onori dei funerali di Stato a
questa vittima della NATO e dell’Aja. Funerali confortati dalla certezza,
fornita da irreprensibili inchieste e da dati di fatto inconfutabili, dell’assoluta
inconsistenza del conclamato massacro di Srebrenica. Vi hanno partecipato sul
posto e in tutto il paese, consapevoli della verità, milioni di serbi.
La
verità confessata
Ibran Mustafic
Se
una decimazione di alcune centinaia di persone vi è stata, la confessione di un
protagonista bosniaco del governo di Izetbegovic e della stessa battaglia di
Srebrenica, Ibran Mustafic, l’attribuisce alla decisione di Bill Clinton e del
presidente bosgnacco Alija Izetbegović di creare un pretesto per demonizzare la
Serbia per il presente e per l’avvenire. Confessione contenuta in un suo libro
e che era stata preceduta da rivelazioni sull’esistenza in vita di presunti
martiri della strage, della loro apparizione in successive liste elettorali,
della presenza di molti degli “8000” uccisi anche all’estero, vivi o deceduti
anni prima. Vi figurano anche nomi di soldati bosniaci che prima erano
risultati uccisi in combattimento. Inchieste condotte dagli investigatori del
Srebrenica Memorial Center, da giuristi come il canadese Chris Black, o il
Nobel della Letteratura Peter Handke, oltre che da investigatori della
Repubblica Srbska di Bosnia.
Non
ne è stata naturalmente fatta menzione né nelle cancellerie occidentali, né nei
media generalisti dell’arco euro-atlantico. Dovrebbe, questo silenzio, bastare
per avanzare qualche dubbio su quanto viene ricorrentemente celebrato nella
Giornata Nazionale della Memoria proclamata dall’ONU (11 luglio).
Clinton e Izetbegovic
La
più infame e, ahinoi, convincente arma di manipolazione di massa avviene
mediante l’applicazione di un occultamento della verità e delle responsabilità
che, quando eravamo bambini, si esprimeva così: “E’ stato lui a cominciare!”. E,
anziché provocare e giustificare distruzione di Stati e popoli, si risolveva in
un dubbioso aggrottamento di sopracciglia a qualche decina di centimetri sopra
di noi.
La
morte di Mladic è stata l’occasione per rilanciare una strategia di
criminalizzazione della Serbia che, pur dopo il disfacimento della Jugoslavia,
di cui la Serbia era cuore e motore, e la relativa “normalizzazione” della
“diversità serba” sotto la presidenza di Aleksandar Vucic, non sembra sia stata
abbandonata. Russia e Serbia restano sempre un binomio da far rizzare i peli
all’UE. Una perpetua demonizzazione del paese e del popolo che si nutre,
oltrechè delle ragioni geopolitiche menzionate, di un represso, ma presente,
senso di colpa per quanto è stato inflitto, a partire dal Kosovo messo in mano
bande di gangster e miliziani, a questo
esperimento di socialismo, autogestione, convivenza, pace. Esperimento riuscito
e che rappresentava un’anomalia e un’alternativa alla comunità europea che si
andava identificando con la NATO e il suo avventurismo espansionista.
Così
ci siamo dovuti far assordare da una canea mediatico-politica a base di “Mladic
boia di Srebrenica”, “Il macellaio dei Balcani”, “I crimini della Serbia”.
Canea che ha riportato al diapason il costante lavoro di destabilizzazione e
pressione su Belgrado, con epicentro le componenti croata e bosgnacca della
Bosnia Erzegovina. Se ne è recentemente vista un’escalation, con il consueto
inserimento “colorato” occidentale, nelle manifestazioni in Serbia, di proteste
studentesche contro fenomeni di corruzione imputati al governo.
Bosnia
Erzegovina, focolaio sempre attivabile
Bosnia
con in rosso la presenza serba privata di un quarto dagli accordi di Dayton
E
il governo di Sarajevo, a sua volta, a netta prevalenza croato-musulmana (a
dispetto della maggioranza demografica serba), ha inteso muovere procedimenti
sanzionatori contro la Repubblica Srbska e il suo presidente Sinisa Karan, per
insistere a negare la versione ufficiale su Srebrenica. Il predecessore di
Karan, Milorad Dodik, era stato dalla dirigenza collettiva interdetto dai
pubblici uffici per lo stesso motivo.
Tutto
questo in un costante quadro di tensioni suscitate ad arte da NATO e UE, fin
dalla matrice di Dayton, per avere nel costrutto frazionistico della Bosnia
Erzegovina un’inesauribile fonte di turbolenze atte a rinnovare pretesti
d’intervento e a tenere sotto scacco la comunità serba nella sua duplice
articolazione.
Tutto
questo, anche, con effetto di esasperazione grottesca della tattica False Flag,
mentre l’UE, con Ursula von der Leyen, il segretario NATO Rutte, la Germania e
l’euro-mercenariato mediatico in testa, in preda alla demenziale frenesia
bellica contro Mosca, intossicavano l’opinione pubblica con la megabufala del
drone “russo” sulla pista dell’aeroporto di Lipsia, o di quell’altro drone
“russo” che in Moldavia correva appresso a Zelensky (pur essendo sortito dallo
stesso laboratorio che ha messo a capo di Kiev l’ex-comico). Ovviamente senza
neanche un’ombra di prova e con l’inesorabile rifiuto dell’inchiesta
indipendente proposta da Mosca. Sono droni, questi, che valgono la strage di
Srebrenica, o di Bucha in Ucraina, o della serie di attentati islamici in
Europa, o i 2000 detenuti di Assad trucidati in prigione perchè si potesse
procedere, lisci lisci, alla presa di Damasco da parte dei terroristi ISIS.
Drone
russo a Lipsia come gli 8000 uccisi a Srebrenica….
…e,
ancora, come le armi di distruzione di Massa di Saddam, la provetta di Powell,
i massacri inflitti alla propria popolazione dai dittatori Milosevic, Gheddafi,
Assad, le armi chimiche dello stesso Assad, le stragi di Timisoara attribuite a
Ceausescu e moglie, per questo fucilati, a inaugurazione della bonifica dei
Balcani. E, ad andare indietro, ce n’è per tutti i gusti, a partire dalle
streghe di Salem e a passare per il Golfo del Tonchino, o per i i nazisti che
si travestono da contadini polacchi e sparano su tedeschi. E, ça va sans
dire, Al Qaida dell’11 settembre, campione assoluto. Un drone che,
con 100.000 mila posti di lavoro persi dall’automotive tedesco tra Germania ed
estero, è un’utilissima false flag a uso distrazione di massa e
reindustrializzazione a forza di armi.
False Flag soft: campagne di calunnie, rivoluzioni
colorate, colpi di Stato.
L’attribuzione alla controparte di un fatto di enorme
gravità, compiuto invece dall’accusatore, sta assumendo proporzioni senza
precedenti a causa della mancanza di nemici, o della loro passività o
indisponibilità allo scontro e quindi dell’insussistenza di ragioni per togliere
a sanità, scuola, stipendi, e dare a cannoni, caserme e droni.
A proposito di questi ultimi, quelli che insistono a
svolazzare nei cieli degli iper-russofobi paesi baltici, o nell’ Est balcanico
(dove non ci si deve far scrupolo di azzerare la vittoria elettorale di Calin
Georgescu, candidato non russofobo) e gli atti aggressivi e attentati
attribuiti al nemico inventato, vengono preceduti e accompagnati da poderose
campagne di diffamazione. Spesso con il particolarmente “credibile” concorso di
ONG ammantate di diritti umani. Come nel rilancio del “boia di Srebrenica” da
parte di Amnesty. Campagne abitualmente coronate da interventi di
destabilizzazione chiamati rivoluzioni colorate.
Gli esempi di scivoli mediatici allestiti in preparazione, o
ad accompagnamento, di moti sociali, non mancano. Iran (ripetutamente),
Ucraina, Armenia, Serbia, Georgia, Egitto e tutti i moti eversivi detti
“Primavere Arabe”. O i tanti tumulti nei paesi latinoamericani, artefatti o
genuini, a cui si va in soccorso con golpe, vuoi parlamentari o militari. Archetipi
sono i cileni, argentini, brasiliani dell’Operazione Condor, e nei nostri tempi
Ecuador, Honduras, Perù, Bolivia, con un procedimento sui generis adottato
dagli USA per il Venezuela attraverso una combinazione di misure economiche,
militari e la cooptazione di quadri dirigenti. Procedimento che sembra ancora
in bilico per quanto riguarda Cuba.
LA DENUNCIA USA: «campagna odiosa per terrorizzare la
popolazione civile»
«Viagra ai soldati libici per stuprare»
La Rice ha lanciato l'accusa durante il Consiglio di
Sicurezza: nessuna reazione dagli altri Paesi
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - Le truppe fedeli al dittatore libico Gheddafi stanno conducendo
una terrificante campagna di stupri sistematici, anche su minori, volta a
terrorizzare la popolazione civile libica nelle aree favorevoli ai ribelli. Per
facilitare le violenze, il rais avrebbe addirittura ordinato di distribuire
pillole di Viagra alle truppe impegnate nella cruenta repressione.
Memorabile dei preparativi politico-mediatici per un regime
change rimane quello, particolarmente perfido, dell’ambasciatrice USA Susan
Rice, ripresa da Save the Children, sul fare della guerra. Gheddafi avrebbe
rimpinzato i propri soldati di viagra “affinchè potessero meglio stuprare le
donne libiche”. Un controsenso dove la logica e gli interessi che determinano i comportamenti del capo di
una nazione sono rasi al suolo. Ma tant’è, i media ci stanno e la gente si
convince.
Oppure ci sarebbe stato il precipitarsi incondizionato della
“comunità internazionale” in soccorso ai nazigolpisti di Kiev, con miliardi e
armamenti (perlopiù finiti in traffici criminali, possedimenti immobiliari
all’estero, e scambio armi e soldi di donatori in cambio di fornitori di
esperti di terrorismo), senza il raccapriccio suscitato dai cadaveri di civili buttati
“dai russi” al lato della strada di Bucha (giorni dopo che i russi se ne erano
andati!)?
La
dittaturizzazione dei paesi ex colonizzati
Prima il kiplinghiano “fardello dell’uomo bianco”, quando si
trattava di prenderseli, i paesi del Sud e delle ricchezze. Poi democrazie e
diritti umani da esportare, per riprenderseli dopo che, a forza di lacrime e
sangue, ci avevano cacciato. La rivincita, una volta esauritasi l’aria di
ipocriti rispetto e tolleranza, che ci venne imposta sia dal presupposto che
avevamo battuto il nazifascismo, che dalle lotte di liberazione dei paesi
colonizzati: Nelson Mandela, Fidel e tutto il resto.
Ma per la rivincita occorreva una giustificazione. Che si
trova nell’anatemizzare gli Stati sfuggiti al dominio e alla predazione,
definendoli dittature e biasimando i popoli che le accettavano, o addirittura
vi si identificavano. Dovevano pagare, anche a forza di bombe.
Dittatura automaticamente uguale a terrorismo, a prescindere
dal retroterra storico, culturale, di struttura sociale e anche dal fatto che i
popoli, sottoposti a nuovi e subdoli assedi, tendevano a fidarsi dei dirigenti
che li avevano condotti alla liberazione e se li volevano mantenere alla guida.
Dittatori anche a prescindere dal fatto che lo stigma veniva assegnato da chi
pretendeva di comandare il mondo con il dollaro e i suoi detentori.
E da qui la trovata del terrorismo. Un fenomenale transfert
carnefice-vittima di chi col terrorismo militare, economico, religioso,
culturale, aveva imperversato sul mondo per secoli. Non per nulla il termine
viene storicamente ufficializzato relativamente al “terrore” post 1789. Chi lo
inventa se non coloro che lo attribuiscono ai rivoluzionari giacobini, dopo
averlo praticato per millenni e che se ne ripromettevano l’impunità per un
indefinito futuro. Sventolando quella bandiera. Falsa.



