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Nè
nè
Parto
con una considerazione che col resto dell’articolo c’entra solo di striscio. Ma
capita che a volte sia determinante.
Ci
sono quelli che danno ragione a tutti e stanno comodi comodi, senza dare gran
fastidio e senza essere neanche tanto infastiditi. Sono come fiocchi di neve di
primavera che non fanno in tempo a esserci che spariscono, si sciolgono.
Lasciano niente, solo un po’ di umido per terra.
Poi
ci sono coloro, perlopiù caratterialmente tanto saccenti quanto superficiali,
che danno torto a tutti e, se contendenti, a entrambi. Sono nefasti, sono i più
nefasti. Fanno danno. Allignano nella sedicente e detta, incredibilmente,
ancora sinistra. Sono quelli che la sanno più lunga. Spesso si definiscono
dirittoumanisti, con particolare voluttà se si tratta di diritti conculcati
delle donne. Si presentano in forma organizzata di ONG, quasi universalmente
celebrate, alla pari da furbi e sciocchi, che si professano propugnatori dei
diritti umani e denuncianti di coloro che li violano. Hanno agevolato più
guerre d’aggressione, più rivoluzioni colorate e regime change, più dannanti demonizzazioni,
loro, che gli stessi attori di queste operazioni. Come i missionari nei fasti
del colonialismo sanno farsi, oggettivamente, apripista di armate che, nel nome
delle superiori verità da loro proclamate, spazzano dalla scena popoli e
civiltà. La Storia ce ne tramanda una definizione che risale alla guerra contro
la Serbia: i “né né”. Né con la Nato (che da noi aveva le sue polene in D’Alema
e Mattarella, che ancora parlano), né con Milosevic.
Esempio
recente, che peraltro si trascina da decenni, è che tanti fenomeni analoghi
perfettamente e abiettamente rappresenta, è quello di gente la cui anima è
fatta di puzza al naso quando critica l’aggressore imperialsionista dell’Iran.
Cosa, questa facile, anzi inevitabile, imposta dall’incontrovertibile realtà
dei fatti (che ci vuole una madre cristiana della Garbatella a non vedere). Ma,
prima di aver di nuovo ispirato, si adontano gravemente, fino a giustificare
l’aggressione, della “repressione sanguinaria inflitta dagli ayatollah ai
manifestanti”. Cultori di equidistanze ed equipollenze, rintanano la propria
coscienza nell’angolo buio della pretesa
supremazia morale.
Intanto
è monumentale l’ignoranza di questi inconsapevoli propagandisti della coppia
genocidaria israelo-statunitense, autoconsegnatisi alla mercè della propaganda
della mafia predatrice occidentale, come dell’hasbara sionista. In tutti i casi
del genere, da Maidan alle primavere arabe e a tutte le situazioni in cui
Washington ha preferito interventi per procura al ritorno a casa di bare
avvolte nelle stelle e strisce, degli eventi non si conosce una mazza. Ma si è
orgogliosi propalatori delle proprie certezze, tra bar della stampa e stampa
del bar, da tranciare giudizi che non sono che l’incolla di quanto rigurgitato
dai media e regimi di obbedienza Sion-USA..
Così
con Sarajevo bersagliata dai cecchini serbi, con Milosevic e Gheddafi che
trucidavano i propri cittadini, con gli afghani che avevano buttato giù le
Torri, con Saddam che con i gas sterminava 180.000 curdi, con Assad che
torturava a morte tutti i prigionieri politici, con Putin che riparava le buche
delle strade di Bucha con cadaveri apparsi solo giorni dopo la partenza dei
russi… e andare.
Sarebbe
irriverente obiettare, sollecitare dubbi, di fronte a tanta conoscenza,
coscienziosamente acquisita dai più autorevoli mainstream e condivisa pari pari
da maggioranza e opposizione. Sarebbe addirittura offensivo proporre prove,
informazioni altre, anche alla mano di testimonianze, documenti e video
iraniani circolati nei due terzi di pianeta che non sono l’Occidente. Prove che
mostrano i pogrom allestiti da elementi armati delle minoranze, in parte
introdotti dall’esterno e che ora apertamente si ripropongono, ancora una volta
con la garanzia dichiarata di un’assistenza sul campo di Mossad e CIA.
Curdi
per procura
A
questo proposito uno dovrebbe chiedersi, specialmente tra alcuni reduci del ’68
male inteso che si sono ringalluzziti a sentire parlare di curdi del Rojava, di
democrazia, femminismo, ecologia, gender, fino a quando curdi in Iraq, Iran e
Siria si faranno mobilitare, usare – e poi sacrificare – al servizio di potenze
straniere imperialiste. Piuttosto che integrarsi in realtà multinazionali,
multietniche, multireligiose, che assieme costituiscano coesistenza, sovranità,
autodeterminazione, rispetto ai rigurgiti del colonialismo?
Ad
eccezione della Turchia, dove la convivenza è stata segnata da repressione
governativa e risposta armata, negli altri paesi, Iraq, Siria e Iran, i curdi
vivevano rispettati, padroni della propria lingua e cultura, su territori
abitati da sempre. Sarebbero stati l’invidia dei nostri sudtirolesi dell’Alto
Adige. In nessuno di questi paesi le minoranze subivano quelle discriminazioni
che la propaganda imperialista denuncia. In ognuno di questi paesi, dirigenze
corrotte si sono messe al servizio di interessi stranieri, precipuamente
israeliani e statunitensi, miranti alla disgregazione dell’unità dei paesi da
sottomettere e saccheggiare. Il compenso? Appropriarsi di territori di altre
componenti etniche. In Iraq l’area petrolifera di Kirkuk, archeologica di
Ninive, industriale di Mosul. In Siria il Rojava fino a Raqqa e Deir Ez Zor,
praticamente tutto il nordest agricolo e petrolifero. Il patriarca del clan
curdo iracheno, Mustafa Barzani, è stato uno stipendiato CIA da quando si è
prestato a fare da quinta colonna nell’Iraq antisionista e antimperialista. Il
figlio, Massud. ne perpetua la missione.
Carabinieri
e proxy curdi
Meloni a Irbil
A
proposito di curdi, perpetua le sue missioni al servizio del colonialismo
occidentale il governo Meloni-Crosetto, la cui base militare a Irbil, capoluogo
del Kurdistan iracheno, è stata colpita da droni iraniani. O forse delle Unità
di Mobilitazione Popolare irachene, quelle che liberarono Mosul dall’ISIS. Non
molto tempo fa la visita qui del premier Meloni e di Crosetto aveva rallegrato
i militari della base italiana (come da immagine) installata, chissà perché, in
questa regione. Il perché non è molto pubblicizzato. Carabinieri vi addestrano
i Peshmerga, milizia protagonista storica del separatismo curdo, che da tempo è
stata chiamata dalla israelo-statunitense “Coalizione Epstein” a infiltrare sue
unità in Iran per azioni terroristiche finalizzate al regime change.
Nell’attuale
fase di aggressione aperta all’Iran, queste milizie sono state sollecitate a
svolgere il ruolo di proxy, visto che i “boots on the ground” Trump non
se li può permettere. E poi Meloni riferisce in parlamento che “noi non siamo
in guerra”. Non le sono bastati i 28 militari italiani morti a Nasiriyya nel
2003, mentre erano impegnati ad assistere USA e NATO a sfasciare l’Iraq. La
chiamarono “Operazione Antica Babilonia” (antica Babilonia i cui reperti e
testi furono razziati dalla soldataglia USA dai siti e dai musei iracheni,
vecchia usanza anglosassone)
Pazzo,
ma con metodo
Tutto
questo ambaradan (giusto riferimento colonialista) ha un capo. Recentemente
consacrato Unto del Signore, come da foto. E’ psicotico, schizofrenico,
paranoico, bugiardo, ma di quelli patologici che credono alle loro bugie, narcisista,
megalomane, dalla moralità secca come una prugna secca dimenticata in dispensa dal
1952, dall’eloquio infantil-senile esprimente concetti della stessa maturità.
Dietro
al cartonato folle c’è però del metodo. Che, date il suo Q.I., non può essere
il suo. Lui va a ruota libera. Il metodo è quello che dietro all’incredibilità
del figurante, che lascia tutti passivi e a bocca aperta, ce l’hanno, poco
visibile, i manovratori. Che sono quelli che lo tengono per le palle in virtù
dei suoi giri sulla giostra di Epstein-Maxwell-Barak-Mossad. Ma anche quelli
che, a forza di dobloni, lo hanno fatto arrivare alla presidenza, gli
permettono di continuare a giocare dicendo tutto e il contrario di tutto e
mutando la Casa Bianca in sala da ballo chilometrica. Sono poi sempre gli
stessi che hanno messo in mano a Epstein una rete da pesca fatta di qualche
centinaio di acerbe fanciulle. A lui il compito di epater les bourgeois, straparlare
al popolino di MAGA, a loro
quello di far continuare a funzionare il Deep State
L’Unto del Signore
Sicari
e loro opere
E
gli altri? Tipo i commensali al banchetto del Board of Peace, fondato sulle
ossa sbriciolate di qualche centinaio di migliaia di palestinesi e con vista
sul mare grazie alle vetrate strappate al Palazzo di Vetro dell’ONU che fu? I
valletti e le passeggiatrici della corte europea? Più o meno della stessa
risma, con uno spartito dalle varianti solo leggere. Hanno seminato bene gli
architetti dell’11 settembre, di quel cenobio sion-millenarista che è il Deep
State, quando hanno provato a ricucire con il PNAC (Progetto per un Nuovo
Secolo Americano), un impero sbrindellato dalla propria prosopopea, ottusità,
incompetenza.
Facciamo
una passeggiatina nella memoria fragile di un giornalista molto attempato. Cosa
incontriamo sotto gli occhi di tutto il mondo con coloro che se ne dicono
responsabili a stare a guardare? Un genocidio in diretta che dura da due anni e
mezzo e si va estendendo e moltiplicando; sanzioni unilaterali di un’entità
senza limiti di diritto che affamano e devastano una quarantina di paesi; il
rapimento e sequestro del capo di Stato di una nazione sovrana e pacifica e di
sua moglie; un’orrenda guerra dai milioni di morti e feriti provocata con un
colpo di Stato e il massacro della minoranza russa; un Occidente democratico e
civile che sostiene la guerra di sterminio contro un pacifico e inerme Yemen,
condotta dalla più retrograda dittatura del mondo; la vaiolizzazione del
pianeta mediante un migliaio di basi militari adibiti a guerre, regime change,
saccheggi di paesi sovrani; il presidente del più potente paese del mondo,
detto la più grande democrazia, comprato, ricattato e posseduto da un piccolo
Stato guerrafondaio, razzista e genocidario, fondata su una leggenda.
Le
armi proibite di Israele
Potrei
andare avanti per ore e pagine. Chiudo con il fenomeno che suscita meno
attenzione ed è il più grave: il saccheggio e la distruzione delle risorse
attraverso l’ecocidio della biosfera dalla quale dipende la vita di 7 miliardi
di umani e incalcolabili altre creature. Davanti a questo crimine contro il
pianeta e chi lo abita, la passività degli astanti e la complicità dei gestori
è il delitto più grave dopo quello compiuto da qualcuno nell’alto dei cieli con
l’invio del diluvio.
L’ultima
non poteva che essere quella di Trump: “Il glifosato è essenziale per la
sicurezza nazionale”. Fa il paio con la sicurezza nazionale di Israele
garantita da centinaia di migliaia di palestinesi (e libanesi, e siriani e
iraniani) morti ammazzati. Essenziale per la sicurezza USA sarebbe la falcidie
da cancro di innumerevoli umani in tutto il mondo ad opera di uno dei più
potenti veleni mai utilizzati in agricoltura (Monsanto-Bayer), a scopo di
incrementare produzione e profitti delle multinazionali del cibo. Il proclama
trumpiano che legittima la strage è successivo alla denuncia del governo
libanese alle Nazioni Unite per il criminale spargimento dell’erbicida
glifosato da parte di Israele nelle zone fatte evacuare da 800.000 abitanti,
allo scopo di renderle sterili e inabitabili.
Il
dato mi riporta alla guerra libanese vinta da Hezbollah nel 2006 contro gli
aggressori israeliani. Negli ospedali incontravo feriti i cui organi venivano
divorati inarrestabilmente da proiettili che contenevano sostanze chimiche
proibite. Nelle campagne del sud liberato era altrettanto inarrestabile e
irrimediabile la sequenza, che perdura, di bambini e contadini mutilati, o
uccisi dalle bombe a grappolo, ugualmente proibite, lanciate dagli F-35
israeliani e rimaste sepolte nel terreno. L’uranio impoverito mi si era invece
manifestato, in Iraq e Serbia, sotto forma di cancro pandemico e deformazioni
nei neonati, tali da impedirne la sopravvivenza. Il fosforo bianco lanciato da
Israele sul Libano l’ho poi ritrovato a Gaza, nell’aggressione di “Piombo
Fuso”. Bastavano poche gocce e il corpo prendeva fuoco e si carbonizzava in
pochi minuti, lasciando sull’asfalto l’impronta nera dell’essere umano che fu.
Guerra
alla biosfera
Se
il cambiamento climatico sia determinato da comportamenti umani delle cui
conseguenze non si stia tenendo conto, o non sia ciclicamente provocato dalle
attività eruttive del sole, dei cui effetti non sia possibile tener conto, nè
tanto meno impedirli, resta, al di là delle tifoserie, questione
scientificamente aperta. Invece è da tempo del tutto chiuso, tanto nella certezza
scientifica, quanto nell’inconsapevolezza del volgo, che sia l’attività
dell’uomo a fare del suo habitat la più fetida e tossica delle discariche. E
che sia la guerra, raramente inserita nella classifica dei cattivi, il massimo
alimentatore di tale accumulo di rifiuti ed inquinanti, presto o tardi letali.
Ci
stiamo armando all’impazzata e i millenaristi che puntano all’Armageddon, alla
venuta del messia e alla fine di tutto - ed, in attesa, a sempre più denaro - sanno
che tale riarmo inevitabilmente porterà alle guerre. Non sanno, o non vogliono
sapere, o far sapere, che nessun crimine ambientale compiuto con disboscamenti,
veleni, miniere, cementificazione, G5 e G6, caccia e anticrittogamici, sarà mai
tanto efficace nell’accelerare quell’esito quanto la guerra.
Lo
sversamento, dalle nostre tasche all’industria delle armi, di incommensurabili
quantità di denaro – 6,5 trilioni di dollari a livello mondiale nel 2035,
primato su qualsiasi altra attività - è in diretta proporzione con il
deterioramento della qualità della vita sul pianeta. Si tratta in prima istanza
di impoverimento di massa. Basterebbe un terzo di quella somma per liberare da
povertà estrema, cioè fame, 1,1 miliardo di persone.
Poi
ci sono i danni. Le guerre distruggono: case, strade, infrastrutture
energetiche e idriche. Poi distruggono quanto servirebbe per la ricostruzione:
metalli, materiali sintetici, minerali, idrocarburi, lubrificanti, esplosivi
che vengono usati – sprecati – dal militare. Le sole forze armate USA consumano,
nelle loro circa 1000 basi sparse nel mondo, 320.000 barili di petrolio al
giorno. Lo avete sentito menzionare nei summit sul clima?
Per
un solo aereo F-35 si devono utilizzare 450 kg di terre rare. Per una fregata
F125 1.920, per un sommergibile più di 3.100. Alle quali terre rare devono
essere aggiunti rame, acciaio, esplosivi per i proiettili, lubrificanti per le
macchine, carburanti per i movimenti. E relativi scarichi. Senza calcolare cosa
comporti l’estrazione di tali materie in termini di devastazione di territori
circostanti e relative vite. E, pensando al Congo o all’Amazzonia, anche in
termini sociali.
La
chiamano “Sicurezza”
L’estrazione
del litio, minerale indispensabile per le tecnologie digitali dei militari, comporta
residui velenosi che contaminano le acque più profonde e provocano
l’abbassamento della falda freatica, con conseguente desertificazione del
suolo.
L’Uranio,
di cui si va ora agitando l’uso sotto forma di bomba, ma anche tanto ambito
nella sua forma impoverita, per gli effetti che ho visto nelle guerre e
raccontato sopra, e che, a livello civile, viene destinato alla produzione di
energia (vedi Iran) e comporta processi d’estrazione particolarmente dannosi.
Il 99 % di quanto si ricava è scoria, resta appena uno 0,1% di uranio. Il
minerale, venendo macinato, produce polveri velenose e radon. Poi lo si lavora
con ammoniaca e quanto resta finisce in fanghi che vengono scaricati in vasche
di raccolta. Da dove continuano a irradiare radioattività in eterno. In Niger,
dove si scavava uranio per le centrali e bombe francesi, prima che i suoi
guardiani militari venissero cacciati dal paese, si è scoperto che ne sono
rimaste contaminate, e uccise, migliaia di persone e bestie. Nel silenzio
dell’OMS.
Vogliamo
parlare del Napalm e dei 45 milioni di litri di Agente Orange alla diossina,
che in Vietnam hanno eliminato, rispettivamente, vegetazione e vite umane? Ancora anni dopo ho visto e filmato ragazzini
che rimuovevano metri di superficie del suolo per poter piantare qualcosa che
non venisse contaminato. E non dimentico, in braccia a madri senza speranza
negli occhi, bambini nati deformi e senza guarigione mai.
Per
assicurarsi i suoi soldi e l’indiscusso uso della sua forza, il capitalismo
dipende da materie, prodotti, rotte di merci e genti passivizzate dai consumi.
E oggi anche dalla paura. Per garantirsene il controllo ha bisogno del militare
e di lanciare guerre. Ma ogni giorno di attività dei militari, in pace o in guerra,
intensifica la distruzione dell’habitat dei viventi. E, di conseguenza, la
disponibilità dell’uso positivo da parte dell’uomo – e degli altri viventi! -
della superficie terrestre. Con ogni operazione bellica – ed esercitazione
prodromica - aumenta la dimensione dei veleni e scarichi liberati dai militari.
Cosa
credete perché l’argomento che, dopo AIDS, terrorismo, Covid, ci ha mandato
tutti in tilt da paura, sia sparito dal proscenio sul quale la ancora immatura
Greta Thunberg, confortata da tutti i Grandi del pianeta, imperversava? Al
punto che i vari vertici, di Rio, Parigi, Belèm, hanno lasciato meno traccia
della lumachina sul gazebo? Ovvio, no? Perché a parlare di catastrofe
ambientale, come fa a non comparire un carro armato che, giracchiando per un
giorno in un km2 per l’Ucraina, consuma più nafta di cento automobili da Amsterdam a Parigi?
Quando
poi ci parlano di “sicurezza” usano un’altra arma, quella della distrazione di
massa. Ogni impiego del militare, con la costante, frenetica ricerca di nuovi
metodi e tecnologie di avvelenamento e morte, comporta esattamente il
contrario. Vale perlopiù anche per gli strumenti dell’ordine interno. Vogliamo
dirlo alla premier, che di trumpismo militante e militare campa, al lobbista
degli armieri che fa il ministro e a quella beffa del contrario dell’assunto
dichiarato, che fa il ministro dell’ambiente?

