martedì 3 novembre 2026

PINOCCHIO IN PIAZZA --- Quando i ragazzi scrivono il loro romanzo di formazione

 

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Quello che per gli uni è il Faust di Goethe, per gli altri la Divina Commedia, per altri ancora l’Odissea, per gli Haredim la bibbia, per cristiani vari il vangelo, per i cubani (non solo) il discorso del Che’ all’ONU l’11 dicembre 1964 e per gli italiani dabbene la Costituzione del 1948, per me è Pinocchio.

Senza scherzi. Carlo Lorenzini, datosi il nome de plume “Collodi”, in omaggio al suo bellissimo borgo arrampicato sui contrafforti del pesciatino in provincia di Pistoia, era un militante e combattente del Risorgimento. Protagonista dell’unico momento rivoluzionario a cui, con esito non proprio corrispondente alle aspettative, un popolo abitante per secoli nella serva Italia di dolore ostello aveva saputo dar vita, ha trasfuso la sua coscienza e volontà rivoluzionarie nel capolavoro della letteratura mondiale. Con versioni in circa 260 lingue e il secondo libro più tradotto (il primo essendo l’abbastanza melenso “Piccolo Principe” di Saint Exupéry).

Siamo tutti Pinocchio

Come quello che i ragazzini stanno scrivendo in prima persona in vari paesi del mondo di questi tempi, come in altri delle alte e nobili trasformazioni, Pinocchio è un romanzo di formazione, forse quello che più intimamente si identifica con il percorso dall’infanzia alla maturità e vi riflette fedelmente. Essendo per questo immortale, pur nei mutati luoghi e nomi, rispecchia alla lettera e nello spirito quanto si sta verificando in questi felici giorni nelle piazze del nostro e di altri paesi. Paesi con popoli di colpo ringiovaniti. A dispetto dell’incartapecorita, ma armata, gerontocrazia che pretende di congelare il mondo nel determinismo dell’eterno star fermi.

 Pinocchio inseguito, cane contro Pinocchio, Pinocchio salva cane

 

Un ragazzo e una vetrina rotta, è Pinocchio. Un bambino arrestato dai gendarmi, è Pinocchio. Un gruppo di scapestrati, sono Pinocchio. Un minore davanti al preside, che lo condanna per aver marinato la scuola-lavoro, è Pinocchio nel paese di Acchiappacitrulli, derubato delle monete d'oro dal Gatto e la Volpe, che va a denunciare il fatto al giudice, ma il giudice condanna alla prigione proprio lui. E non è

Youssef il Pinocchio accusato di reati imputabili ai propri accusatori? I ragazzi nella scuola aggiornata dal ministro Valditara, sono Pinocchio asinello nel circo, che viene addestrato a ballare, saltare i cerchi e camminare al trotto, al galoppo e alla carriera.

Un bambino che dice bugie e disobbedisce a tutti, è Pinocchio. Mangiafoco è lo spettacolo TV che divora Pinocchio e poi lo spedisce con due soldi quando si accorge che fa causa comune con gli altri burattini e minaccia di buttargli per aria lo spettacolo. Nel paese di Acchiappacitrulli Pinocchio viene derubato delle monete d'oro dal Gatto e la Volpe, va a denunciare il fatto al giudice (una scimmia), ma il giudice – invece di punire i ladri – condanna paradossalmente alla prigione proprio il povero Pinocchio vittima del furto

Il gatto e la volpe sono tutti quelli che Pinocchio incontra prima di attraversare il mare e salvare il babbo dalla balena. La fatina, come ha ben capito l’impareggiabile “Pinocchio” di Carmelo Bene, è la ricattatrice affettiva riscontrabile nelle procedure di castrazione della famiglia “tradizionale”. Geppetto è il trasformatore che trae dalla natura, di cui è parte perenne, l’essere arboreo che, libero da liberi, percorre e conosce il mondo, inventando apporti e rapporti, scansando decaloghi, catechismi e manuali dell’ordine costituito.

Il Grillo Parlante è tutto il risaputo, stantio, scontato, ordinato, ammuffito e imposto con le manette al cervello, che deve essere schiacciato sul muro da una martellata. Liberando il babbo dallo stomaco della balena in cui è imprigionato e da cui rischiava di essere digerito ed eliminato, Pinocchio nuotando in mare aperto, soccorso dal compagno tonno, trae il passato alla sponda del futuro.

Qui di seguito, per i pazienti e indulgenti, qualche idea del tipo di quelle qua sopra, tradotte in stampa nel mio libro edito dalla LAD dell’AntiDiplomatico “Uno sguardo dal Fronte”. Ciò che è successo nelle giornate di questo ottobre, tumultuose, vituperate e pienamente determinate dallo stato attuale delle cose, con il loro protagonismo giovanile, addirittura infantile, e le risposte ottuse e metalliche che non ha saputo non dare la malapianta degli attempati e gerontocrati, riporta a uno scontro generazionale che pare riproporsi quasi con la regolarità delle stagioni. Fenomeno opportuno, costruttivo, benefico. Inesorabile come lo vive Pinocchio, anche a costo di strappi e lacerazione. Non si fanno rivoluzioni con le posate d’argento. Quella di Collodi e quella che abbiamo sotto gli occhi.

Punti di riferimento, a partire da Pinocchio

Credo che siano vari e molteplici, perfino contradditori, i punti di riferimento ai quali, nel corso di una vita, si fa riferimento e, a volte, ci si aggrappa, tra i tanti percorsi, lungo rettilinei e tornanti, che uno deve fare. Per me ci sono il Che Guevara più di Marx, Marx più di Mazzini, Anita Garibaldi più di Rosa Luxemburg, Rosa Luxemburg più di Malcolm X, Malcolm X più di Luther King, Bartali più di Coppi, Foscolo più di Leopardi, Garibaldi più di Lamarmora, Lamarmora più di altri generali (ha inventato i bersaglieri e, al posto degli scontro frontali a file serrate, causa di ecatombi, l’attacco in piccoli gruppi che utilizzino le coperture del terreno). Ma il primo è stato Pinocchio, l’Odissea domestica, il Faust degli italiani.

 

Ha rappresentato il fulcro di una battaglia che vorrebbe restituire a questa epopea che è la giovinezza e l’identità originaria, con tutti i diritti assenti, negati, da inventarsi, tutto ciò che spetta alla vita prima dell’età adulta e in vista di questa, che non sia necessariamente conforme alle attese ufficiali.  E’ tutto questo ha messo in grembo alla sua storia Carlo Collodi. Come Dante, come Omero, cantori come lui dell’iniziazione. Che passa inevitabilmente per lo scontro. Come loro penetrò nel profondo del nostro archetipo e cercò di rivelarlo-liberarlo prima della sua metamorfosi, l’iniziazione fino all’evoluzione del burattino in essere umano, dal bimbo che cerca, scopre, all’adulto che trova. Kafka, col suo infelice Gregor, l’ha vista all’incontrario, da umano a insetto. Da noi capita a volte lo stesso, visto chi comanda la nave.

L’opera di Collodi, s’è detto, è un romanzo di formazione. Mette in scena un individuo costretto a combattere le numerose restrizioni che, in un mondo di classi e del dominio dei pochi sui tanti, vengono fin dalla nascita imposte a ogni umano (come alle creature non umane finite a disposizione degli umani). Pinocchio si difende da questi cunei inquinanti introdotti nella sua verginità e dalle barriere che vorrebbero sbarrargli vista e cammino. Si rivolta contro di esse per costruirsi in libertà, prendendo e rigettando, con l’unica arma che un bambino, totalmente inerme, possiede per sapere di sé e per difendersi: la disobbedienza, la bugia. Affronta una battaglia dopo l’altra per opporsi con gli strumenti che la sua sostanza arborea, la sua condizione e l’età gli forniscono, strumenti che spesso coincidono, appunto, con la bugia.

 

Pinocchio non utilizza la menzogna per manipolare, ma per difendersi, per procurarsi spazi di crescita, di consapevolezza. Grazie a essa va di conoscenza in conoscenza. Del consueto e del meraviglioso, del pane al pane e della fantasia. Questo è il grandioso fenomeno Pinocchio, umano di legno.

Qualcuno ha applicato al romanzo un’interpretazione cristologica, tracciando una corrispondenza tra il materiale di cui è fatto il burattino e il legno della croce di Cristo, la sua impiccagione per mano del gatto e della volpe (il console romano e il Sinedrio) e la crocifissione di Gesù. Non saprei se l’accostamento funziona. Pinocchio è la figura che non prefigura niente, tantomeno un altro mondo perfetto. In tutte le sue trasmigrazioni resta con i piedi ancorati alla realtà e a questa terra. È la rivolta intima e necessaria di ogni essere umano la cui individualità entra in uno schema prefissato, da conoscere, disintegrare e, se del caso, in cui riconoscersi.

Ma non senza un confronto, inevitabilmente duro, perché altrimenti non formativo. Si tratta dei legacci che vengono imposti: quelli dell’educazione concepita e impartita da chissà chi, in chissà quali tempi e mondi, da noi diversi, dal gioco in cui inserirsi alla pari, da quel tanto di cultura che gli può arrivare, spesso inquinata e inquinante, dai rapporti che gli vengono imposti, nella famiglia, nella scuola, nel lavoro. Confronto, emulazione, scontro, solidarietà, amore, amore-possesso-ricatto (la famigerata fatina), il modo di affrontare il mondo e di conquistare sé stessi rivedendosi negli occhi degli altri, passo dopo passo.

 

E, dunque, il borgo e il circo e il mare, e la foresta e l’illusione, e il lavoro e i giudici e i gendarmi. Via via incontrando chi approfitta della sua sconoscenza e nativa buonafede, e, per come è fatta la società, lo deruba dei suoi zecchini d’oro, o di sé, provando a farne ciuchino da circo equestre. O perfino di ucciderlo., per seppellirlo bambino. Come usa con i bambini di Gaza. Pinocchio fa i conti con altri archetipi: gli assassini, il gatto e la volpe; i finti amici, i rompiballe saccenti lungo una linea retta che ritorna da dove è partita come il grillo parlante, che lo vuole instradare nel ruolo del perfetto borghesuccio.

 

La fata turchina, che un po’ è madre, un po’ fidanzata, soprattutto manipolatrice, un po’ insegnante e che poi diventa fredda, indifferente, gli fa sbattere la porta in faccia mentre è a rischio di impiccagione: il perfetto esempio, di un’attualità oggi raggelante, della ricerca del dominio sotto false spoglie di nobiltà. Pensiamo al disciplinamento sociale con il pretesto del terrorismo, della pandemia, della guerra, all’allarme climatico, alle guerre per la democrazia, ai diritti umani nelle migrazioni, a una magistratura che, da Zelensky a Netanyahu, da Biden a Trump, deve piegare il diritto alla forza, si vuole corrotta, obbediente e di classe.

Pinocchio deve affrontare l’intero mondo e i suoi protagonisti archetipici, subendoli, ma anche trovando una propria identità culturale e politica attraverso il confronto con essi. È una figura meravigliosa, un capolavoro col quale si può colloquiare continuamente, a cui viene da volere un sacco bene. Non c’è spazio nella mia casa dove lui non incomba, o da un angolo non mi osservi di sottecchi.

 

Degenerazione autobiografica

 

Detto, all’inizio del capitolo, dei nomi d’ordinanza che, nel fluire dei giorni, delle incombenze e degli eventi, richiamano a doveri, responsabilità, coraggio, ammetto che il mio secondo punto di riferimento sono i bassotti. Cani bassotto. Gente di branco, di comunità, di famiglia. Il primo, Lumpi, bassotto ragazzino con me ragazzino, mi accompagnò negli ultimi anni della guerra, quando lo scoprimmo in mezzo a un bosco durante i bombardamenti. Condivise fame, esplosioni, spaventi, solidarietà. Digrignava i denti ai ragazzi che mi sfottevano dandomi del “Badoglio” (si era in Germania, dopo l’8 settembre).

Per le loro caratteristiche di mente e di cuore, ho un rapporto molto intimo con i bassotti. Una razza che mi ha fatto conoscere e comprendere il cane che è in me, mi ha di fatto caninizzato, più di quanto io non possa avere umanizzato i miei bassotti. Figlioli, fratelli, compagni, portatori fermi di dignità, e offerenti di amore disinteressato, assolutamente privi di cattiveria, mi hanno morso quando era giusto farlo, maestri che, meglio di noi, sanno equilibrare affetto e autonomia, mantenendo rigorosamente la loro consapevole e validissima diversità.

Un rapporto che è una fonte di apprendimento continua, della tenerezza di cui parlava il Che, di curiosità e di costante invito a rivedere la natura delle cose, natura rerum, soprattutto di mettere in discussione il proprio atteggiamento di padrone. Non si capisce mai quanto ingiusto e crudele.  Se rinasco vorrei rinascere bassotto a pelo duro, ma a condizione di finire una famiglia come quella in cui sono finiti Lumpi, Guru, Rambo, Nando ed Ernesto.

 

Tra tutte queste stelle che dell’alto illuminano il mio quasi secolo, c’è anche un sole, punto di riferimento primo e fondamentale e sempre insufficientemente onorato. E’ uno spirito paziente, profondo, benevolo e benefico, con cui mi accompagno da mezzo secolo. E’ la condizione dell’esistenza come dovrebbe essere vissuta. Sta a me come il mare sta al torrente. Ho tanto pensato, parlato, sognato di comunismo. Grazie a questo spirito, il comunismo mi vive accanto.

martedì 27 ottobre 2026

Aria cilena --- TERRORISTA A CHI? --- Guerra sì, ma quale?

 


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Tutto il mondo sta esplodendo

dall'Angola alla Palestina,

l'America Latina sta combattendo,

la lotta armata vince in Indocina;

in tutto il mondo i popoli acquistano coscienza

e nelle piazze scendono con la giusta violenza….

Le masse, anche in Europa, non stanno più a guardare,

la lotta esplode ovunque e non si può fermare:

ovunque barricate: da Burgos a Stettino,

ed anche qui da noi, da Avola a Torino,

da Orgosolo a Marghera, da Battipaglia a Reggio,

la lotta dura avanza, i padroni avran la peggio.

 

Guerra ai bambini

Francia, Spagna, Belgio, Italia, Albania, anche, in fieri, Germania (giovani contro la leva militare che, da volontaria, scivola verso l’obbligatoria) e Regno unito… ll più dell’Europa tumultua, si rivolta, si ammutina. Studenti, liceali, quelli delle Medie, agricoltori, trasportatori, pescatori, tutto il sistema dell’alimentazione, gilet gialli e ancora antiguerra, antifascisti, anti-NATO, e sempre di nuovo pro-Pal, l’innesco iniziale, il più tragico, rispettivamente il più nobile e il più abietto. L’Europa ultraliberista, del riarmo e delle guerre a spese del welfare, è alla resa dei conti.

 

Quanto al regime nostro, quello dalle radici inestirpabili, il dilettantismo e l’incompetenza più crassa li compensa con la protervia su chi di quel dilettantismo e di quella incompetenza soffre gli effetti, fino a risultare la società più disastrata della storia della Repubblica, con primati di povertà, precarietà, diseguaglianza e, naturalmente, negazione di diritti e libertà: 57 nuovi reati nei quattro anni, 8 decreti Sicurezza, a contenere un’insicurezza sociale senza precedenti.  Sul futuro dei giovani è calata la saracinesca e quelli vanno a sbatterci. E allora, che fare? Con Crosetto e i coscritti dei media, in piena gara di imbecillità, si depista verso le “ombre russe”, ha stato Putin. Per Meloni e Piantedosi ai ragazzini che rompono, ma non hanno dietro nessuno a dargli un binario politico, è facile.

 

Ecco la soluzione della crisi: spiccioli ai camionisti, agricoltori e pescatori (quanto resta dei miliardi a Zelensky), minacce di precettazione (ma il gasolio resta fisso ai 2,25 euro e i banchi rimangono vuoti) e guerra ai bambini che, per difendersi, traggono dal contesto solo quel sasso sulla vetrina.

Capirne le ragioni? Ma chi? Lollobrigida? Piantedosi? Valditara? Crosetto? Pichetto Fratin? Nordio?

Così, prima un Rave, poi un decreto coltelli che permette di processare ragazzi per direttissima come la mafia, poi un maranza, poi la presunzione di imputabilità per gli under 18. E, per il gerontocrate Nordio, carceri minorili come funghi dopo la pioggia. Israele insegna. La ricrescita di una società così diseguale da dover essere fatta a pezzi (autonomie), è criminalizzata ed eliminata.

 

 

Altri tempi

 

Chi s’è fatto gli anni 70 e non s’è ancora visto rinsecchire la memoria di tempi, cui quelli in corso incominciano a somigliare, ricorderà come il gruppo musicale di Lotta Continua, Canzoniere Pisano, vestì di queste parole il celeberrimo Eves of destruction (Vigilia di distruzione) di Barry McGuire. Ieri erano le stragi, oggi la vigilia è quella allestitaci dai monopoli e oligopoli, Big Tech, Big Digitali, Fondi d’investimento, quelli che anno dopo anno, sempre a nostre spese, fatturano centinaia di miliardi e poi trilioni e a confronto con i quali i governi non contano una mazza.

 

Allora eravamo convinti che non se ne esce se non con la rivoluzione. Non ci riuscimmo, ma era giusto. Perché se il potere smette del tutto a rispondere alla società, succede che la società, oltre un certo limite, cessa di ascoltare il potere.  Anche allora, nei cosiddetti anni di piombo, l’antidoto alla messa in discussione di tutto, espressa da un movimento transnazionale non dissimile da quello che vediamo esplodere oggi in Europa e anche negli USA con il movimento “No Kings” e le manifestazioni negli atenei di solidarietà con i palestinesi e gli immigrati, era quello storico di tutti i poteri: chi mette in crisi il monopolio della forza assume, nella valutazione politica e mediatica, una dimensione criminale. E’ per definizione violento. E se non lo è di suo, si fa in modo che lo diventi. O lo si infiltra, o se ne utilizza una frange incazzata ma depoliticizzata, per screditare un corteo di ventimila consapevoli e assicurarsi il pretesto per ulteriori ceppi da applicare agli insofferenti fattisi consapevoli: studenti, come sempre; poi autotrasportatori, pescatori, agricoltori, operai metalmeccanici dell’ILVA massacrata e dintorni. Categorie che in crisi ti mettono per davvero.

 

Ma chiariamo subito una cosa: tra il decennio che parte nel ’68 e il fenomeno cui assistiamo ci sono, sì, analogie a iosa, motivazioni, retroterra, responsabilità, confluenze, obiettivi. Ma c’è anche qualche netta differenza. In particolare quella che ci dice come il Sistema si sia fatto furbo. Come, per neutralizzare l’”onda anomala” che lo assale e minaccia di travolgerlo, si travesta e provi a mandare in confusione tutti coloro che, per le migliori ragioni del mondo, condividono ciò che si dice e si fa per abbatterlo. Basta esasperare le disuguaglianze al punto che chi non ne può più sfascia una vetrina di Prada, si prende il capo che costa quanto tutte le pizze mangiate in un anno e abbia la soddisfazione, non della redistribuzione della ricchezza, ma almeno della vendetta. Per i nuovi provvedimenti di “sicurezza” uno così vale oro.

 

Testimoni e storici si ricordano come in ogni manifestazione, presidio, sciopero, occupazione, blocco di quegli anni, ma anche successivamente, sui manifesti di convocazione, sui volantini, negli annunci delle radio libere non mancasse mai la firma di chi indice e organizza, magari una pluralità di firme (il famoso “intergruppi”). In sostanza, una rivendicazione di paternità, con quanto questo comportava in termine di assunzione di responsabilità per tutte le conseguenze, positive, o negative, che potessero discenderne. Firma, logo, slogan, immagine: Lotta Continua, Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Manifesto, Servire il Popolo, senza trascurare le sigle di gruppi locali, e poi e sempre PCI, CGIL, CISL, CUB, COBAS e quant’altro (e mi scusi il reduce se ho dimenticato la sua).

 

 

Cani sciolti, come si chiamavano, ce n’erano che stavano un po’ con gli uni, un po’ con gli altri, refrattari alle etichette, agli inquadramenti. Si aggregavano.

Oggi i cani sciolti sono altra cosa. E se quelli rifiutavano l’appartenenza, ma non il fine politico, questi dell’appartenenza come dello scopo politico se ne fottono. Non sapendo che tuttavia glie ne fanno perseguire uno, di scopi. Che non hanno scelto. Credono di fare finalmente una cosa loro. Che loro non è. Classica eterogenesi dei fini.

 

Quelli che hanno imperversato saccheggiando per Milano e Roma nei giorni scorsi, non sono cani sciolti, dal fiuto politico buono. Sono massa deprivata e ignorata di periferia e sottosviluppo, sono coloro a cui la parola della politica non è mai arrivata, che stavano troppo al buio per essere visti da chi quella parola la usa. Non si tratta di approvarli, ma di capirli sì, evitando i moralismi, sempre narcisistici. Massa di manovra per nuove “strette”, per ceppi e camicie di forza da applicare a tutti, a partire da quelli che la parola ce l’hanno. Non firmano manifesti, locandine, volantini. Non sono e non hanno niente con cui rappresentarsi.

 

Sono digitali, vivono dentro gli smartphone. Si annusano e riconoscono in tiktok. Basta fargli arrivare un giorno, un’ora, un luogo, una scadenza e si ritrovano, finalmente non soli, finalmente non inesistenti. A fare ciò che, per qualche po’, con un giaccone rubato, una macchina bruciata, ne prova l’esistenza, ne compensa la rabbia, frustrazione, impotenza. E, chi l’avrebbe detto, sono cittadini di questo paese, protetti da questa Costituzione, vorremmo che votassero, senza dargli il minimo motivo per farlo. Sono nostri figli.

 

Ed è facile indovinare chi quegli appuntamenti in rete li diffonda e cosa ne ricavi. E’ un nuovo strumento della guerra a pezzi. Non quella mondiale. Quella civile. Dall’alto in basso. Stavolta con i ceppi ai ragazzi, ai ragazzini, perfino ai bambini: fermi, botte, arresti, galera. Mi guardi storto, mi stai intimidendo, sei violento.  Galera anche ai genitori che, essendo poveri, i danni arrecati dai loro figli anche loro li dovranno pagare con tempi dietro alle sbarre. E in Francia, con il coprifuoco nelle maggiori città, si sono portati avanti col lavoro.

 

Strade Sicure. Per chi?

 

E vai con sempre nuove categorie di reati. Con pene più pesanti. Con artefatti giuridici come “atteggiamento intimidatorio in manifestazioni programmate violente”, dove il processo alle intenzioni assegna agli strumenti della repressione un arbitrio senza limiti. Arbitrio funzionale alle retate, tipo ghetti ebraici, un tempo e, ora, tipo Cisgiordania.

 

E vai con i parà della Folgore per le strade. Il Colle non ha voluto, con sommo dispiacere del mercatista delle armi, Crosetto, che facessero i poliziotti. Per ora. Possono fermarti, chiederti i documenti, ovviamente intimidirti, ma non arrestarti. Giusto, basta che ci siano, ti guardino, ti facciano la profilazione, politica, sociale, razziale, e stupide domande per intimidirti. Salvini ne voleva altri 10.000. Per ora Milano si ritrova con più 500.

 

I soldati sono quelli che combattono un nemico, no? A cosa servirebbe, sennò, quel mitragliatore?  E allora qui il nemico sei tu. E questo è un campo di battaglia. Irrefrenabile, vedendo imbracciato quell’arnese, il pensiero ti corre ai cecchini che sparano in testa ai bambini di Gaza.

 

Il nemico sei tu, che sei delle generazioni sempre più povere di quelle precedenti, che fai parte del 13% delle famiglie che vive in povertà assoluta (e prima del Covid, era al 9,7%), che, se hai meno di 24 anni, sei disoccupato al 20,3% e, se sei under 35, per il 49% guadagni meno di 15mila euro l’anno. Ma se poi fai disordini, o anche solo “li ispiri”, magari telematicamente, vai dentro dai 4 ai 12 anni (più di quanto previsto per la tortura). Ti conviene, ti tocca, farti espellere dalla città. Lì ci vivono i milionari. E se poi tu giovane scendi in strada, per tenertela la tua città, cioè il tuo futuro, sappi che gli attempati delle poltrone te ne faranno passare la voglia. Oggi come oggi non serve neanche il parlamento per sistemarti, basta un decreto.

 

Dallo Stato sociale allo Stato penale. Perlopiù militarizzato. Più Cile di così!

 

Con l’apparato di sicurezza che gli Stati sanno mettere in piedi per garantire immunità e incolumità alle proprie élites, tipo la grandinata di pacchetti sicurezza, a partire da quello contro i Rave, a continuare con Caivano, Cutro, lo scudo ai poliziotti, maranza, il reato di occupazione o blocco, a finire col fermo preventivo di bambini e ragazzi, e adesso con le immancabili precettazioni, nella definitiva “stretta” fascista giustificata con i fatti di Milano, non sono i cassonetti fatti rotolare contro la polizia, la vetrina infranta, o le bombe carta, a impensierire.

 

Il tornaconto del saccheggio

 

Si allestisce, con oculata scelta di immagini, una roboante campagna contro la violenza, a forza di vetrine spaccate e poliziotti feriti e si fanno sparire dalla scena tutti quelli che, limitandosi a marciare e gridare, bloccando i rifornimenti di viveri per il costo eccessivo del gasolio (determinato dalle guerre delle nostre oligarchie a Russia e Iran), rappresentano la minaccia vera, quella che ha ragioni inconfutabili: 1.500 euro in più per un mezzo che fa in media 10mila km, 18mila euro in più all’anno a camion. La minaccia temuta, quella che fa paura, sono 10, 20,100mila con dentro le famiglie, che marciando senza assaltare o rompere, paralizzando per disperazione quattro regioni del Sud e poi risaliti lungo tutto lo Stivale, hanno gridato al mondo le cose che non vanno. E lo hanno convinto, il loro mondo, anche a forza di frutta e verdura, pane e latte spariti. Come in guerra. Guerra civile, appunto, sempre dall’alto.

Sono coloro in cui si riconoscono anche tutti gli altri di una repubblica disastrata, prostrata. Milioni, che magari prima non s’erano chiariti molto bene lo stato delle cose, loro e dei padroni, di chi esercita la vera violenza, quella che non fa il botto, ma che sta nel DNA del potere. E ora capiscono, sanno e, magari domani, agiscono anche loro.

 

Anni di piombo e stragi di Stato

 

Sapevamo che la violenza è quella cosa che scassa e fa rumore, da una parte e dall’altra. Quella dei sassi e delle molotov, ma anche quella di polizie addestrate a rompere teste, a correre il rischio di uccidere con il taser, a mutilare con le granate, ad accecare con i proiettili di gomma, a rompere costole inginocchiandosi sul torace schiacciato sull’asfalto. L’abbiamo vista sperimentare su di noi, ogni volta che alzavamo la mano per parlare. Una specie di generale Bava Beccaris diluito nel tempo (Milano1898, protesta contro l’aumento del prezzo del pane, 83 morti, 500 feriti, su ordine di Umberto Primo).   

 

Non per nulla, tremando ancora di paura, quelli che ricordano il ’68-’77 come la deprecabile interruzione della continuità istituzionale, culturale e sociale, col fascismo, alla faccia di una costituzione conclamata, hanno imposto a quella stagione la denominazione “Anni di piombo”, vera damnatio memoriae. Laddove il piombo era tutto loro, o delle false flag eterodirette.

Per quanto riguarda le vittime della violenza politica in Italia durante gli "anni di piombo", nati sulla scia delle fratture sociali del 1968, il bilancio, mai ufficiale, mai osato, registrerebbe circa 350-360 morti e oltre 1.000 feriti. Di questi, tolti i circa 200 colpiti dalle BR, Prima Linea e dalle formazioni neofasciste, resterebbero 160 tra manifestanti e vittime dello Stato.

 

A recidere il carcinoma della mistificazione di un terrorismo di Stato fatto passare per eversione di sinistra (Valpreda docet), ci pensarono negli anni ’70, con le loro inchieste e un libro che è un monumento storico, compagni del movimento come Ligini, Di Giovanni e Pellegrini. Un merito incommensurabile. Oggi ci risiamo, ma subìta la dimostrazione che le stragi in Italia le faceva un aggregato di poteri occulti dentro e fuori dalle istituzioni, (Gladio e simili, P2, 3, 4), servizi segreti nazionali e internazionali, mafie e manovalanza neofascista, la metodologia è cambiata.

 

Gli anni di piombo, con la strategia della tensione e degli “opposti estremismi”, dovevano essere quelli del potere e della sua continuità fascista. Forse è stato perché allora non eravamo poi storicamente e anagraficamente tanto lontani dagli anni della liberazione, protagonisti e ricordo erano vivi, che il paese riuscì, con le sue nuove generazioni, a darsi un contropotere sociale, politico e ideologico. E il piombo, allora, pur generosamente impiegato, non riuscì a neutralizzarlo.

 

Il “piombo” c’era, ma era di altra fattura, non faceva saltare cose e vite. Costruiva alternativa. Era sociale, politico, sommamente culturale e coloro che così chiamano quegli anni hanno subito una disfatta strategica. L’ultima, almeno del mio tempo di vita. Era l’ordigno dello Statuto dei Lavoratori, era la pallottola della Servizio Sanitario Nazionale, era la bomba del divorzio, la mina dell’aborto, la mitraglia della Legge Basaglia, il cannoneggiamento ecologico e femminista, la rivoluzione nei rapporti umani, professionali, accademici, da gerarchici a democratici, il fuoco di fila di una Costituzione finalmente attuata.

 

Poi, a forza di CIA, di Gladio, di P2, di finte sinistre e vere destre, hanno recuperato. Sono stati bravi nell’utilizzare maschere e travisamenti, quelli dell’Italia “liberata dagli americani”. I Moretti, Morucci, Faranda, Bertoli, da un lato, i Ciavardini, Delle Chiaie, Fioravanti, Mambro, Bellini, dall’altro. La False Flag dello Stato. Le abbiamo messe in campo decenni prima dell’11 settembre attribuito ad Al Qaida. E se agli americani, per riprendere il dominio globale, è servita una guerra dopo l’altra, colpi di Stato, regime change, per complessivamente 20 milioni di morti, noi la normalizzazione l’abbiamo costruita con le stragi. Una Gaza a tappe: Piazza Fontana, Italicus, Rapido 904, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, Gladio, Moro, Ustica, Bologna (Franceschi e Stazione), Falcone e Borsellino, 1992-93-94, Piano Solo, Gladio, Stay Behind, Rosa dei Venti, P2…La conta non finisce mai.

 

La violenza di chi protesta sta a quella ontologicamente praticata dal potere, come le 1.200 vittime del 7 ottobre (in massima parte colpite dai loro stessi elicotteri e carri armati) stanno a un secolo di ininterrotta pulizia etnica, coronata dal genocidio di Gaza.

 

Terza Repubblica: in camicia nera

La nostra lunga marcia attraverso le Repubbliche (pare che oggi siamo alla terza) ci vede di fronte a cambiamenti per i quali non pare che ci si sia adeguatamente attrezzati. Per farci dare una mossa ci sono voluti i palestinesi.

 

Oggi il potere fa meno rumore, agisce a fior d’acqua: l’assalto allo Stato è condotto in prima persona, ma nell’aura della legalità istituzionale, da Palazzo Chigi e dependances. Certo, ancora e sempre P2, mafia e grembiulini, presidenzialismo, premierato, autonomia differenziata, sottomissione delle magistrature all’esecutivo, parlamento muto, pacchetti Sicurezza, riduzione dei parlamentari, stati d’eccezione, militarizzazione dell’esistente fin dentro le scuole elementari (visto che a rompere le palle al governo ora ci si mettono pure i bambini), leggi elettorali per instaurare il regime alla cilena. Ma anche le mazzate sui cortei tornano di moda.

 

Succede adesso. Approccio soft, guanti di velluto, finchè  le cinghie di trasmissione non s’inceppano, rischiano di strapparsi e mandare la macchina in panne. Come in questi giorni, quando anche la valvola di sicurezza dell’intorpidimento mediatico, secondo cui in natura, come ci sono predatori e predati, non ci possono non essere ricchi e poveri, salta. Ed è quando devi assolutamente costruirti il pretesto per dimostrare che le buone maniere costituzionali non bastano più a farla camminare, la macchina. Devi inventarti il nemico, come fa Ursula con Putin. E se non c’è, o comunque non spara, devi fare in modo che spunti e faccia un casino che preoccupi un po’ tutti e quindi riporti dalla tua parte chi era tentato di porsi qualche domanda. Nel caso in questione, che sfasci, che rubi.

 

Espropri proletari? Redistribuzione della ricchezza?

 

Serve far leva su un altro tipo di violenza, particolarmente spietata e contro cui non c’è difesa perché è una sentenza a vita: quella sbattuta in faccia alla tua miseria da un paio di ciabatte, nella via “bene”, offerta al prezzo di due mensilità d’affitto di una stanza nello studentato privato. O di quella borsetta di Bulgari, Clutch Ginkgo, da € 5.700, che, da una figura in cima a quell’ascensore sociale che non ti fanno più prendere, viene messa ed esibita un paio di volte, poi stucca, ti fa sembrare una barbona che ha solo quella.

 

Impoverendo il paese, sfiancandolo a forza di regaloni ai nazi-ucraini e ai nazi-sionisti, mantenendo e potenziando prebende e redditi di speculatori, armaioli, banchieri, energetici e accumulatori vari a scapito degli stipendi tra i più bassi d’Europa, riuscendo a spedire 5,8 milioni di persone in povertà assoluta e mantenendo altri 18 sull’orlo di quella, svuotando di medici, fondi e pazienti la sanità pubblica a favore di quella privata, chiudendo in un limbo virtuale le giovani generazioni a forza di fargli la guerra penale e lasciargli l’unico scampo della fuga all’estero, terrorizzando chi arriva qui in cerca di scampo dalla morte civile e dall’inedia e rappresentandolo come il bau bau venuto da fuori, ha destabilizzato coesione sociale e ricchezza culturale… 

 

Dice il manuale di Palazzo Chigi: ricorriamo a collaboratori come Hermes, Rolex, Gucci,  facciamo delle provocazioni di questo tipo, così s’incazzano per davvero, fanno casino e noi incominciamo a mettere l’esercito a fare da quarta polizia del paese, solo per ora senza manette (insieme a PS, Carabinieri, Finanza, che già ci fanno lo Stato con più polizie d’Europa)

 

   

Borsetta Euro 5.700, ciabatte Euro 790.00

 

Quando la guerra civile si chiama ordine Pubblico

Come pretesto per bastonarli, occorre qualcosa di più pericoloso e più redditizio di una molotov, o di un sasso. E’ il fatto che i “vandali” esprimono dissenso nel nome di torti e ingiustizie che su loro si accaniscono, ma che covano anche nei milioni che stanno a casa. E rischiano di esplodere anche lì. E sarebbe il 48, o l’89, o anche solo il 1945.

Ne ho vissuto alcune espressioni. Domate e che hanno fatto guadagnare tempo ai poteri, ma che via via si ripresentano, con esperienza e forza accumulata. Roma, Palazzo della Corte di Cassazione, 27 aprile 1968, proteste degli studenti per lo sgombero violento del liceo Lucrezio Caro. Come oggi, ci sono anche genitori e professori. C’è stata poco prima Valle Giulia, la prima battaglia campale del ’68 in difesa dall’occupazione della facoltà di architettura, quella dove si scontravano due visioni su come costruire la città. Quella democristiana, palazzinara e l’altra.

 

A Piazza Cavour siamo alcune centinaia che premono per salire la scalinata del palazzo e consegnare a chi di competenza un appello al rilascio dei compagni fermati. Non c’è ombra di violenza. Ma le cariche partono lo stesso. Senza preavviso, durissime, dall’alto della scalinata. I manifestanti, colpiti, cadono, precipitano, finiscono in strada che, sull’altro lato, presenta una serie di alti cartelli elettorali, un muro, e ci si finisce schiacciati contro, sotto manganelli che si abbattono e la via di fuga bloccata dalle strutture di metallo. E’ la mattanza. Io sono lì per Paese Sera. Un commissario che conosce me e la linea del mio giornale, intima: “Sparisca, se vuole salvare la capoccia!”

 

Derry, Irlanda del Nord, 30 gennaio 1972, Domenica di Sangue.

 

Da decenni la minoranza cattolica che si vorrebbe riunire alla Repubblica spaccata dai colonialisti inglesi nel 1919, protesta contro la negazione dei più elementari diritti civili e sociali, esclusiva della maggioranza protestante importata dalla Scozia presbiteriana, legata a Londra e contraria alla riunificazione dell’isola.

 

Un corteo di 20.000, famiglie, anziani, bambini, inerme e pacifico, cantando We shall overcome, raggiunge la piazza del comizio. Alle sue spalle irrompono i blindati del 1. Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà. I militari scendono dai mezzi, hanno lunghi fucili Sterling, prendono la mira, sparano. La strage dura 30’. Uccidono 14 manifestanti inermi in fuga, ne feriscono e mutilano un centinaio. Sono l’unico giornalista sul posto, sfuggito ai posti di blocco. Riesco a ricavarne immagini e suono. Il mondo conosce “Bloody Sunday”.

 

Tutto il mondo è paese e tutta la Storia è lotta di classe. Per il 90% dall’alto verso il basso, per il resto dal basso, ma è quella che cambia tutto. Almeno per un po’.

 

Guerra a chi?

Oggi a quelli della lotta di classe dall’alto le cose non funzionano più tanto bene. Dal basso arrivano sordi rumori, il pavimento balla. In questi giorni particolarmente forte. Ma c’è un rimedio. Quello di sempre: la guerra. E per farla e guadagnarne un’altra dimensione di comfort zone – risorse naturali, fonti di accumulazione, monopoli, mercati, rotte – non devi avere chi ti rompe le scatole a casa. Per agevolare la guerra esterna, a volte è indispensabile la guerra interna a chi vi si oppone. Quella per la “pace sociale”.

E se Merz, Macron, Burnham, Meloni, Ursula, Kallas e i demenziali nanetti baltici lo sanno e la sognano, il Segretario di Stato USA, Marco Rubio la dichiara al mondo. Ed è qui dove il locale e il globale s’incontrano, dove il primo ottiene la legittimazione dal secondo. Solo che quella dichiarata da Rubio è sicuramente guerra, ma non è proprio quella che ci propinano i chierichietti politici e mediatici di dei come Marte, Brunhilde, o Thor.

 

 

Quando le BR tornano a essere utili.

 

Comunica l’emittente Euronews: “Il segretario di Stato americano Marco Rubio alza il livello dello scontro contro quello che l'amministrazione Trump definisce il ritorno del terrorismo politico di estrema sinistra. Washington vuole rafforzare la cooperazione internazionale contro i gruppi radicali e annuncia nuove designazioni e misure contro le organizzazioni considerate una minaccia.

La nuova linea è stata illustrata da Rubio durante il vertice ministeriale "Resurgence of Political Terrorism", organizzato a Washington il 16 luglio con la partecipazione di delegazioni di circa 67 Paesi. Secondo il segretario di Stato, la violenza dell'estrema sinistra non rappresenterebbe più un fenomeno confinato ai singoli Paesi, ma una minaccia transnazionale, con collegamenti e modalità operative che attraversano i confini.

Nel suo intervento Rubio ha richiamato anche alcune delle organizzazioni terroristiche della sinistra radicale che hanno segnato la storia europea. Tra gli esempi ha citato le Brigate Rosse in Italia, la Frazione Armata Rossa (Raf) in Germania e il gruppo greco 17 Novembre.

Il riferimento al passato è servito a sostenere la tesi di Washington secondo cui il terrorismo politico di estrema sinistra non sarebbe scomparso, ma starebbe tornando sotto forme diverse”.

 

Sabato scorso c’è stata la manifestazione nazionale contro la guerra. Indetta in solitaria da un gruppo che prima si chiamava Fronte del Dissenso e poi Fronte Antimperialista. Qualcuno ha aderito, qualcuno, anche di molto importante, no. Capisco entrambi. Avrei preferito che si fosse creato un coordinamento di tutti gli impegnati sul tema e presa una decisione collettiva. Valutando le priorità. Tutte.

 

E, a costo di subire sberleffi e fin anatemi, propongo un’ideuzza: ma è propria la guerra contro la Russia, o la Cina, che ci sta precipitando addosso, come tutti - salotti, stamberghe, redazioni e caserme – ci vogliono far credere? O non è questa guerra - blasfemia! – una grande arma di distrazione di massa? All’ombra della quale avanzano conflitti che ci vorrebbero far fuori anche meglio di una caterva di droni?  Sarebbe ovviamente stolto pensare che, con tutto quello che stanno preparando e armando, una guerra non ci scappi, anche solo per accidente. Ma sono davvero decisi, quelli che hanno fatto i soldi col riarmo, a rimetterceli poi grazie a un armageddon dove non sai se resterà mattone su mattone? O gli basterà piuttosto smaltire un po’ di Patriot e F35 con guerricciole di logoramento e di regime change qua e là?

 

Guerra! Guerra!! Guerra!!! E intanto da noi passa una legge elettorale grazie alla quale non ce ne sarà più per nessuno che non pensi, voglia, accetti e faccia fascista. E intanto da Washington, Rubio intima a politici, mediatici, finanzieri e finanziatori, carabinieri e servizi segreti del mondo di fare la guerra “all’estremismo di sinistra”, detto “terrorismo”. Cioè di fare il fascismo. E’ la vera testa a capo dell’Occidente che, individuando il nemico principale nella sinistra, pone QUESTA guerra in cima all’agenda.

 

E Meloni, proclamandosi cultrice dei “valori” di uno Stato che dalla sua nascita aggredisce il mondo e persegue genocidi, non sta eseguendo? E non ci vorrebbe, soprattutto e subito, un’ondata di manifestazioni contro questa, di guerre? Quella contro tutti noi?