sabato 10 novembre 2018

Tifare destra fingendosi sinistra ---- LA LA LAND USA, DOVE IL BANCO VINCE. SEMPRE.



  
 “In America abbiamo realizzato la profezia di Orwell. Un popolo schiavizzato è stato programmato ad amare i propri ceppi, mentre guardano sullo schermo fiabe e finzioni di libertà. Non sono i corpi a essere imprigionati, ma le menti. I desideri delle persone sono programmati, i gusti manipolati, i valori stabiliti da altri" (
Gerry Spence, From Freedom to Slavery)  

Dopo Saragat, Rossanda & Co?
Quando ti appioppano, come fosse una sberla, la qualifica di complottista, puoi essere certo che chi te la tira è un complottista. Come tante cose, quasi tutte, del nostro inverno dello scontento, il termine e il suo uso con intento di dileggio e irrisione ci arrivano dagli Usa: conspiracy theorist. Lì una classe dirigente al potere dai tempi della fondazione, dovendo imporre le sue ragioni dei pochi sulle ragioni e i bisogni dei più, è costretta di conseguenza a costantemente tramare nell’ombra: far passare per vero il falso, per giusto l’ingiusto, per bello il brutto, per morale l’immorale, per Valpreda Gladio. Regola del resto imprescindibile per qualunque minoranza che volesse mantenersi al comando a spese e a danno della maggioranza. Solo che nel cuore dell’Impero questo classico trucco del bue che dà del cornuto all’asino si è dato forma e potenza di uragano che travolga chiunque tenti di aprire uno spiraglio nelle quinte del teatrino e dare una sbirciatina di là.

Questa premessa a onore e difesa dei complottisti, intesi come disvelatori di complotti e, dunque, difensori della verità, mi serve per avanzare un azzardo che mi è balenato tanto tempo fa nel seguire le involuzioni verso destra, e anche estrema destra sul piano geopolitico, di certa “sinistra” italiana che si riconosce nel “manifesto”.  “Sinistra” e “manifesto”  che, nelle temperie delle recenti elezioni di midterm statunitensi, mi sono sembrati dare definitiva credibilità all’originale dubbio. Ricordate Saragat, la scissione socialdemocratica del suo PSLI, poi PDSI, dal PSI di Nenni nel 1947, notoriamente innescata dagli Usa e facilitata dai denari della Cia? Tolse ai socialisti, uniti al PCI nel Fronte Popolare, una cinquantina di parlamentari, contribuì alla sconfitta del 1948 e rappresentò per la DC il ruotino di scorta di consolidamento capitalista e atlanticista. Si rafforzò lo schieramento anti-operaio e antisovietico.

 
Moro, Saragat, Nenni, il generale Usa


A pensar male…
A pensar male, diceva uno che la sapeva lunga sul male, ci si azzecca. Ma è proprio pensar male vedere un parallelo tra quella spaccatura del fronte delle sinistre  e la dipartita dal PCI di quelli del “manifesto” nel 1969? Rossanda, Pintor, Magri, Parlato, incoraggiati e poi abbandonati dall’eternamente traccheggiante Ingrao, rifacendosi al revisionismo di Kruscev  e alle nefandezze attribuite a Mosca, a partire dall’Ungheria del 1956, fecero di tutto per farsi cacciare da un PCI che, privato di queste teste d’uovo, ci rimise in fatto di  egemonia culturale e anche un bel po’ di consenso.. Nel 1947 si trattò di fare arrivare alle elezioni decisive del ’48 una sinistra indebolita. Nel 1969 ci si trovava in piena guerra fredda (e caldissima in Vietnam e nelle decolonizzazioni appoggiate dall’URSS)  e quindi, di nuovo, nell’urgenza di infliggere un’altra mazzata al campo socialista. Inserendosi nell’ondata rivoluzionaria  del ’68 e seguenti, peraltro sempre da robusto calmiere rispetto alle altrui istanze rivoluzionarie, il “manifesto” ebbe modo di rendere credibile e anche di sinistra l’accodarsi alla guerra fredda e a una campagna anti-URSS sempre più virulenta.

Oggi quella campagna è diventata anti-russa , dopo la perdita di punti di riferimento come Gorbaciov e Eltsin e il “manifesto”, da piccino che è, le fa da mosca cocchiera, in piena adesione a operazioni subgiornalistiche e di intelligence come il Russiagate, le rivoluzioni colorate, le scelleratezze di Pechino, e nella piena condivisione di ogni singola iniziativa geopolitica dell’Impero neoliberista, in Cina come in Siria, in Libia come in Nicaragua, nell’immigrazione da sradicamento coatto come nel sostegno allo sgorbio europeo, come nel dirottamento dell’antagonismo sociale verso l’innocua battaglia per diritti civili, conflitti di genere e di minoranze. Per chi non fosse stato ottuso (part.pass. di ottundere) da testatine fuorvianti e nobili firme, i campanelli d’allarme sarebbero stati molti.

 
Hillary e Rossana, unite in Libia

Ma uno, addirittura una sirena d’allarme di quelle dei bombardamenti, non potrebbe non averlo percepito chi ha visto l’augusta Rossana Rossanda, madre nobile di tutta l’impresa, affiancarsi alla ghignante Hillary Clinton nel proporre, perorare, nel caso dell’americana anche condurre, la guerra contro la Libia, con esito finale di morte e orrore per il suo leader e il suo popolo. L’escalation è continuata e ha raggiunto vertici un tempo inimmaginabili sul Nicaragua, quando il pogrom sorosiano contro il governo sandinista è stato interpretato dal “manifesto”, al di là di ogni freno e pudore, con la stessa foga mistificatoria con cui tratta l’altra operazione del finanzcapitalismo totalitario, le migrazioni.
 
Non per nulla sono le immagini apologetiche di Emma Bonino che con frequenza adornano il quotidiano. Se ne dovrebbe dedurre che il filo rosso che ha tracciato l’itinerario di questa comunella, protetto dall’autotitolazione di “comunista”, era ieri ed è oggi l’opposizione alla Russia in sintonia con lo Stato profondo statunitense e con le forze che lo muovono. Il che non poteva non accompagnarsi , sempre in sintonia con i radicali, a una drastica revisione dell’idea di rivoluzione: da insurrezione proletaria, presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, Lunga Marcia, la Comune, lavoratori comunque al potere, alla guerra al velo, ai matrimoni e alle filiazioni gay.. A essere cattivi si parlerebbe di una Stay behind intellettuale.

Tutto questo ha portato a un rinsaldarsi sulle grandi questioni di un’unanimità di giudizio e di analisi tra tutti i media del paese, con il “manifesto” che vi figura irrisorio sul piano quantitativo, ma qualitativamente di grande interesse per il contributo a un antagonismo politico e sociale appariscente, ma innocuo. Una meringa di panna montata rosa. Ne è stato dimostrazione eclatante lo scomposto tifo con cui il giornale ha affrontato le elezioni di rinnovamento di Senato e Camera negli Stati Uniti. Nella sola giornata della vigilia sono stati ben 11 gli articoli, per 10 pagine su 16, e il fatto giornalisticamente grottesco che quasi tutte queste espressioni di forsennato tifo anti-Trump e pro-Partito Democratico, replica dell’appassionata campagna manifestista per la Clinton, dicano le stesse identiche cose. Un impegno spasmodico, su modestissimi soggetti e con concetti propagandistici uccisi dalla stereotipia, ma che il giornale dichiara decisivi per le sorti del mondo. Manco fossimo al 18 aprile, o al referendum su monarchia o repubblica.

E ci stupiamo che, in odio ai 5Stelle perché fanno cose che dovrebbero fare loro, questi del “manifesto” a casa nostra tifino addirittura Lagarde, Draghi, Moscovici?

Much ado about nothing, molto rumore per nulla
Fa suo, il “manifesto”, l’appello al voto costi quel che costi, rilanciato da quella bella schiera di progressisti liberal, perlopiù mercatisti accademici, sinergici con certe industrie, e trash hollywoodiano, che si sentono orfani di Obama e defraudati della Clinton, contro il Golem fascista che avanza dalle nere montagne di Mordor. E che da noi ha la faccia di Salvini, e ci sta, ma anche un po’ di Di Maio, anche un po’ di Melenchon, anche un po’ di Sahra Wagenknecht e perfino del poro Fassina, tutta pessima sinistra sovranista. Gente per la quale il cappio di Trump al collo dell’Iran e del Venezuela, la sua clava su Siria, Yemen e un sacco di altri posti, le crisi epilettiche guerrafondaie di Pompeo e Bolton, contano poco rispetto a quanto di progressista ci ha lasciato l’accoppiata nero-donna.

Tre colpi di Stato, Honduras, Paraguay, Ucraina, le stesse sette guerre di Bush, assassini seriali tramite droni, la militarizzazione della polizia con l’assegnazione di materiale bellico, primato di neri ammazzati da una polizia sempre più impunita, prigioni segrete della tortura e extraordinary rendition di sgraditi, forze speciali-squadroni della morte in 130 paesi, infrastrutture nazionali fatiscenti in un’economia allo sfascio e la delocalizzazione della produzione all’estero con conseguente impennata della disoccupazione, senzatetto a milioni in tendopoli e baracche, sorveglianza e spionaggio di ogni attimo di vita a raggio mondiale, il più alto numero di immigrati mai espulso dagli Usa, un Obamacare che ha messo la salute dei cittadini poveri tra le zanne delle assicurazioni…. Potrei andare avanti per altre dieci pagine. E si definiscono progressisti.

Anticlimax, quando l’orgasmo non arriva

A risultati elettorali acquisiti, l’organo  della sezione italiana dell’Asinello (simbolo del Partito Democratico per chi non  lo sapesse, quello dei Repubblicani essendo l’elefante), si è vagamente ricomposto. Il trionfo dei succedanei di Obama e Hillary non si è verificato, il Leviatano Trump ha tenuto botta e Senato, contrariamente a quanto è sempre capitato ai presidenti nelle mid term. Ha perso la Camera, ma i suoi governatori sono 25 contro i 23 dei Democratici. Con il Senato in mano, l’impeachment vagheggiato dai servizi segreti, Wall Street, Pentagono, e “manifesto” è diventato chimera. “L’onda rossa” (rossa?) si è arenata, a dispetto di sondaggi e appassionati vaticinii di tutto il main stream, “manifesto” in testa. E si è dissolta anche la fantastica architettura del Russiagate, le interferenze di Mosca, entusiasticamente condivise dal “manifesto” (mirabolanti rispetto a un paese come gli Usa che mette soldi, sicari e media in ogni benedetta elezione del mondo), che avrebbero fatto vincere Trump nel 2016: Al ministro della Giustizia Sessions, colluso con il procuratore Mueller, che non è riuscito in due anni a tirare fuori uno straccio di prova, è stato sostituito Matthew Whitaker, che da sempre qualifica di bufala l’operazione.

Donne, si cambia pagina
Il che non ha impedito al “quotidiano comunista” dell’obam-hillarismo nostrano di celebrare un’”America che volta pagina”. Anzi, addirittura di ricuperare le esultanze annichilite dal flop dei sedicenti progressisti, concentrandole sul gran numero di donne elette: per una Hillary trombata, 107 “giovani e di varie etnie” e, a questo punto, chissenefrega se sono xenofobe trumpiste, o benevole liberal-hillariane. A’ la guerre comme à la guerre e lì ci vanno tutte. Pure le comparielle, tutte donne, di Amnesty International e Human Rights Watch. Sulle 19 donne afroamericane il “manifesto” va in solluchero e titola “Abbiamo le Black Girl Magic”. Sono le nuove categorie politiche del “quotidiano comunista”: basta essere nera, o donna, o, meglio, nera e donna, o, perfetto, nera, donna e gay.

Al “manifesto”  questo fa sangue e ne siamo contenti anche noi, nella misura in cui abbiamo visto come basti essere donna e pure nera, per vedere il mondo colorarsi di amore, giustizia e pace: Madeleine Albright , Hillary Clinton, Condoleezza Rice, Samantha Power, Nikky Haley, Victoria Nuland, Susan Rice, Nancy Pelosi, Christine Lagarde E, si parva licet, Gelmini, Bernini, Pinotti, Santachè, Fedeli, Boschi, Madia… Una presenza femminile che ha fatto la differenza, soprattutto in politica estera. Le sono debitori tanti paesi, tanti popoli: Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Honduras, Iran, Nordcorea, Yemen, Somalia, mezza Africa…Però,  vuoi mettere, tra i CEO delle multinazionali ci sono sempre più donne.
O no?

Alle voci del padrone, “manifesto” compreso, non importa nulla che, nella contesa elettorale, da nessuno dei contendenti, nemmeno da Bernie Sanders, finto socialista e autentico sostenitore delle guerre e di Israele, si sia andati oltre le questioni dei migranti, delle libere armi e delle donne. E nemmeno che l’asse attorno al quale tutto doveva girare, il Russiagate, era sparito dal dibattito per manifesta minchiata. Nulla cale del fatto che gli Usa siano coinvolti tuttora nelle sette guerre di Obama, tra cui quella dell’Afghanistan, la più lunga  della storia americana, che stia aiutando a cancellare lo Yemen dalla faccia della Terra, che stia assediando la Russia con eserciti alle sue frontiere minacciando guerre globali e nucleari, che il bilancio militare Usa sia più grande di quello di tutti gli altri messi insieme, a evidente vantaggio degli armaioli e detrimento del benessere planetario,  che Washington sostiene e glorifica, insieme all’obbrobrio saudita e a tutto il terrorismo jihadista, tutti i regimi dittatoriali e reazionari del mondo, che è in corso, tra sorveglianza parossistica e militarizzazione della società, un processo di dittatura plutocratica senza precedenti nella Storia….

Tutto questo bel panorama interno e geopolitico è sostenuto con uguale impegno dai due partitoni. La fallacia, con la quale si cerca di coglionare il volgo e  l’inclita, è che si confrontino uno buono e uno cattivo, l’uno del tutto alternativo all’altro. Mentre quello che succede sotto i nostri occhi e del tutto simile allo scontro finto, ma ben recitato, tra due lottatori di Catch che fingono di spezzarsi le ossa e strapparsi i muscoli. Solo che gli spettatori del wrestling sanno che si tratta di una messinscena. Quelli che negli Usa votano e che commentano il voto, no.


E' solo catch
Portando al parossismo l’avallo della farsa su colui che comunque resta, volente (Obama) e nolente (Trump) un sicario della Cupola, promosso ”uomo più potente del mondo”,  in cui si sono impegnati i media di regime, il “manifesto” ha dato il suo contributo pestando l’acqua nel mortaio per dieci pagine alla vigilia e per cinque giorni dopo. Acqua marcia se si pensa a come si articola il sistema elettorale statunitense. A cominciare dai 50 milioni di cittadini esclusi dal voto perché non registrati (diversamente da tutti gli altri paesi, qui ci si deve registrare prima). Non registrati perché poveri, analfabeti, indifferenti, emarginati, senzatetto, sfiduciati. A continuare con la scelta del giorno lavorativo per il voto, tale da impedirlo a milioni di lavoratori e l’esclusione dal voto di 6,1 milioni di cittadini perché imputati di qualche reato, di cui uno su cinque afroamericano.

Poi il  gerrymandering, la definizione delle circoscrizioni elettorali tale da falsare completamente il rapporto tra votanti ed eletti: il piccolo Wyoming, 582mila abitanti, fornisce due senatori, quanti ne eleggono i 38,8 milioni della California.  La manipolazione del voto elettronico affidata a imprese vicine ai democratici, denunciata più volte. Una contesa presidenziale, Bush-Gore, decisa da un paio di giudici della Corte suprema, a dispetto del responso popolare. E, soprattutto, da cima a fondo, con raramente qualcuno che riesce a sgaiattolarne fuori, un sistema totalmente e da sempre manovrato dalla plutocrazia. Una gara riservata, l’ultima volta, al miliardario dell’immobiliare e a una parvenu arrampicatasi su una montagna d’oro erettale dai compari sauditi e delle multinazionali più necrofore. Montagna sotto la quale dovevano restare sepolti i trascorsi della erinni da segretaria di Stato.

E’ un gioco di ricchi,  arbitrato dai ricchi, giocato dai ricchi per i ricchi, sul quale agli altri è consentito di divertirsi scommettendo. E su tutto questo veglia il potere supremo, potere della moneta delegato dal pinnacolo della piramide alla Federal Reserve. Quella dei dollari, quanti ne servono. Il colpo di Stato strisciante che ha dissolto quel poco che c’era di democrazia americana ha portato a un regime in cui nulla si muoverà mai che non sia di profitto ai Rothschild, ai Bill Gates, Warren Buffett, Rockefeller, Bezos, Adelson, fratelli Koch e alle conventicole che si riuniscono attorno a questi nelle varie Trilateral, Bilderberg, Aspen Institute.

Dove il più pulito ha la rogna
Il “manifesto” si dia una calmata. Che ci siano gli amati Democratici, dalla pelle curata e dal cianuro col sorriso, o i detestati Repubblicani, dalla faccia truce e i modi sguaiati, tutto continuerà senza le scosse che non siano quelle che al popolino danno la soddisfazione di stare con l’uno o con l’altro clown del wrestling. Le mille basi Usa nel mondo, di cui un centinaio da noi, una guerra dopo l’altra per rimuovere ostacoli, installare tiranni amici o il caos, economie vampire, multinazionali ed eserciti che spostano di qua e di là popolazioni, chiamate profughi, sanzioni che strangolano popoli governati da chi non ci piace, nostrani paggetti che a Washington vanno per farsi investire delegati proconsolari, il travaso verso l’alto di quanto resta alle moltitudini in basso, detto neoliberismo. E il probabile figlio freak di questo: il pianeta arrosto. E’ “TINA”, There Is No Alternative, un pensiero unico che deve portarci da Gesù Cristo alla fine della Storia, facendoci tifare per l’uno o per l’altro tra brigante e brigante e mezzo. In compenso le coppie gay potranno far inseminare prestatrici di corpo e adottare bambini nell’universo tutto loro. Per la gioia del “manifesto”.



martedì 6 novembre 2018

In margine ai travagli di Travaglio, Di Maio, Draghi… DRAGO BUONO, SAN GIORGIO NO BUONO




Ampia fiducia, massimo rispetto… ma decchè?
Li conoscete, questi mantra, vero? Che uno si senta inquisito a torto o a ragione, non c’è verso che non dichiari urbi et orbi “Ampia fiducia nella magistratura”. Che è, un po’, una captatio benevolentiae di chi dovrà processarlo e, molto, tentativo di accreditarsi all’opinione pubblica illibato al 100%. Dai sodali del dichiarante ciò provocherà plauso commosso, dai suoi avversari ghignante spernacchiamento. Personalmente, per quanto avrei ben donde di dichiararmi fiducioso nella magistratura, visto che l’ho scampata indenne da ben 150 procedimenti per reati di stampa (diffamazioni, apologia di reato e simili) quando ero direttore di Lotta Continua, come da più recenti querele giudicate infondate o temerarie, mi morderei la lingua prima di pronunciare quella formuletta che riconosce ai magistrati un’assoluta purezza di intenti e atti. Per un Borelli e un Davigo abbiamo avuto un Carnevale (“l’ammazzasentenze”), per un Di Matteo, un De Magistris, un Robledo e un Woodcock, abbiamo avuto il famigerato “porto delle nebbie romano” e  magistrati perseguitati fino al CSM. E che CSM! Dunque, c’è poco da giurare sulla perfezione di chicchessia, né del primo potere dello Stato, né del secondo e neppure del terzo. E pur sempre lo Stato capitalista della borghesia.

Carta vince, carta perde
E se Marco Travaglio viene condannato a 95mila euro per aver diffamato il padre dell’ex-premier, uno che entra ed esce da inchieste giudiziarie come fossero il bar sotto casa e a Virginia Raggi tocca vivere sotto un gragnuola di denunce e procedimenti, fino ad ora tutti a vuoto; e se i responsabili di grandi avvelenamenti collettivi, di stragi da amianto o da uranio, di bombardamenti su civili serbi, la fanno franca; e se nelle nostre carceri i colletti bianchi sono meno che in qualsiasi altro Stato europeo, a dispetto dei nostri primati in mafia, corruzione, evasione… Se tutto questo c’è, dare ampia fiducia a priori e a scatola chiusa, mi pare il regalo dato a chi ti ha suonato alla porta e non sai ancora se è un vucomprà, un gabelliere, un rapinatore, o la fidanzata. Visto che la classe dirigente tende a mettere a capo dei giudici che devono giudicare  giudici, personaggi considerati affidabili, spesso provenienti dalle proprie espressioni politico-partitiche (è il caso di oggi), sempre meno spesso sarà la fidanzata l’ignoto che ha pigiato il campanello. Dice Davigo: “Buona parte della magistratura è stata genuflessa dal potere politico, come nei suoi anni più bui”. E se lo dice Davigo…

Ogni solidarietà a un giornalista scomodo come Travaglio che becca una mazzata da 95mila euro, somma che può (dovrebbe?) mettere in crisi un giornale abbastanza fuori dal coro, mentre a Tiziano papà sono toccate solo i 13mila di spese legali, nonostante gli siano state respinte 4 su 6 querele presentate. La Federazione della Stampa, che di solito è un drago sputafuoco quando si tratta di incenerire chi s’è permesso di sbertucciare qualcuno  dei nostri noti combattenti contro abusi, storture e tentativi di condizionamenti dei noti poteri, si è limitata a borbottare qualcosa sulla sproporzione tra le due condanne pecuniarie e sul rischio che le querele servano a scopi di intimidazione. Ma che, davvero? Ed è morta lì. Un fascista che scriveva balle sulla Libia mi querelò perché ho detto che era un fascista (si candidò alle elezioni per una formazione fascista) che scriveva balle sulla Libia.Querela rispedita al mittente.. Ma intanto avevo dovuto frequentare per giorni aule di tribunali, viaggiare, pagare l’avvocato, scomodare testimoni, rompermi alla grande le palle e gli impegni di lavoro.

Il figliol prodigo che non si ravvede
La stagione del nostro scontento ci offre una moltitudine di castrazioni chimiche, altro che Salvini. Facebook e l’intera confraternita di Silicon Valley, che ci fanno parlare soltanto se diciamo  cose in linea; leggi che ostracizzano e puniscono  quanti dai più munifici e disinvolti produttori di fake news della storia del giornalismo vengono accusati di fake news; storici bastonati, segati, incarcerati perché fanno il loro mestiere di perenne rivisitazione della Storia; scienziati di minoranza coperti d’onta dagli scienziati di maggioranza e, ora, l’arma fine-libertà-d’espressione, la querela tappa bocca. Siamo ben oltre Orwell. Segui i soldi e troverai il mafioso, sosteneva Falcone. Qui, portagli via i soldi (che perlopiù non ha), o minaccia di portarglieli via, e beccherai il giornalista che rompe. Sono stati bravi a indicare la pecora nera Travaglio: un’élite di firme illustri che gira in tondo nella giostra rutilante dei talk show, tanti Napoleone di David a cavallo, tanti Settimi Cavalleggeri  contro le nere montagne  del regno di Mordor dove si nasconde chi osa un tantino soppesarle, le parole sovranismo, populismo, antieuropeismo, prima di spararle alzo zero al primo che marca visita in caserma.

Una stampa una e trina


Cavalcano in formazione verso il comune nemico, ma anche molto distinti per modi e bardature. Se uno si dice “quotidiano comunista”, l’altro è fiero di essere il giornale della democrazia liberale e l’altro ancora se la tira da organo del regno di dio. Poi tutti quanti, quando pregano, si voltano verso Washington e mostrano le terga a Putin e Assad. Che ne sarebbe, sennò, del pluralismo connaturato a una libera stampa? Così ci si distingue radicalmente  tra chi il governo gialloverde lo vuole morto, solo ferito a morte, o appena con i ceppi ai piedi e la testa nella gogna. La topografia del nostro giornalismo si completa più in là, nell’ombra, dove  vagano gli spettri di  coloro a cui è concesso di godersi gratis l’aria di redazione grazie a qualche anno di stage, o che riescono a farsi chiamare collega, col tu di categoria, per via di quei  cinque euro a pezzo lungo, due a trafiletto. A volte perfino orgogliosamente al cellulare con il capocronista, seppure avventizi a vita e solo finchè  subiscono e fanno.E la FNSI che fa? Scende in piazza per Regeni e Medici Senza Frontiere.

Gioca con i fanti e lascia stare i santi
In attesa che una legge  del cambiamento spunti, oltreché la prescrizione,  l’arma della querela silenziatrice che si è testè abbattuta su Travaglio, sicuramente anche in considerazione del suo ruolo di fustigatore delle conventicole politiche che hanno malmenato questo popolo durante gli ultimi lustri e dei colleghi che interpretano il mestiere in termini di servo encomio e codardo oltraggio, al direttore del Fatto Quotidiano vorremmo indirizzare un’ultima querela. Per carità, non giudiziaria e senza alcuna richiesta di risarcimenti milionari. Querela alla latina, querimonia, doglianza, protesta (querela, da queri, lagnarsi). Rettifiche, sì, le vorremmo pretendere sugli abominii e le cazzate delle pagine estere, ma aspettarsele da un giornale che ci rappresenta la Russia come la Caina dantesca, dove si vive conficcati nel ghiaccio, e Israele come l’unica democrazia del Medioriente, significa aggirarsi nel mondo platonico delle idee. Questa nostra querela è per falso e diffamazione e riguarda ogni singola riga delle sue pagine di politica estera.. Finchè si tratta di beghe di cortile, tra pollastri domestici, transeat, non disturbi l’ordine generale delle cose. Ma prova a mettere il naso fuori dalla finestra e rilevare cattivi odori afferenti alla geopolitica, ai grandi giochi, al patto atlantico…

Qui, una scadente fattura degli scritti, in stridente contrasto con penne d’eccellenza degli altri comparti, esalta la strabiliante funzione antigiornalistica e propagandistica dei contenuti. Un fanatismo atlantista oltre il limite del grottesco, il Russiagate raccattato oltreoceano, a dispregio del definitivo discredito per assoluta mancanza di prove, la grossolana ripetizione degli stereotipi alla base della demonizzazione di chi è inviso al rullo compressore neoliberista, l’affannoso rilancio di grossolane trovatine atte a rinfocolare le guerre d’aggressione di un capitalismo occidentale in affanno di accumulazione e che si affida alla produzione bellica come estremo puntello a economie devastate dall’ingordigia e dall’inettitudine del finanzcapitalismo. Campagne che rivelano una strumentalità rozza, quasi infantile, per come partono in simultanea, sul minuto secondo, con altri organi che rispondono agli ordini di servizio delle stesse trasparentissime centrali.

QF: un giornale accettabile, discutibile, inqualificabile
Marco Travaglio, se per la tua redazione esteri adoperassi lo stesso rigore deontologico sotto cui fai egregiamente cadere le teste di una categoria che da noi sguazza in piena debauche  professionale, morale e culturale, quella redazione sarebbe adibita a rivolgere scuse alle migliaia che ha ingannato, cui ha mentito o occultato, ma ancor di più  ai milioni cui la propaganda, alla quale il FQ ha contribuito, sono costate devastazione e vita. Se, per un esempio su mille, sostieni la fetida bugia dell’attacco chimico di Assad e convinci qualche migliaio di tuoi ingenui lettori, hai dato un contributo fattivo al silenzio-assenso dell’opinione pubblica al più grave crimine di guerra e contro l’umanità in atto.
Qualsiasi cosa i perfettibili Grillo e Di Maio, ma anche l’imperfettibile Trump, abbiano detto in critica, spernacchio, condanna a certi giornali e giornalisti, è inadeguato, insufficiente, riduttivo, minimalista, rispetto alla dimensione assunta dai cosiddetti “cani da guardia” del potere. In effetti mai esistiti come tali, se non per eccezioni come quelle meteore che colpiscano la Terra ogni qualche estinzione dinosaurica.

Tra Draghi e Di Maio… casca l’asino
Travaglio ha dedicato un lungo editoriale a rampognare Luigi Di Maio per avere il capo 5 Stelle accusato Mario Draghi di avvelenare il clima attorno alla legge di bilancio. Insomma, per lui hanno ragione Draghi e tutti i sauri consimili e torto i vari San Giorgio. Il Sacro Graal stavolta sono i draghi che lo custodiscono. E qui s’è avventurato fuori dalle mura domestiche e, inevitabilmente, ha toppato alla grande. Nulla da dire sul ghigno con cui ha accolto l’invito di Di Maio a Draghi di ricordarsi di essere italiano e di non tifare contro il suo paese. Manco fosse Enrico Toti, o Guglielmo Oberdan. O, al limite, Bearzot. I personaggi alla Draghi, caro Luigi che, come me, ragioni in termini di patria e sovranità, di patrie, se ne hanno una di nascita, ne hanno un’altra, nettamente prioritaria, di elezione. E i suoi confini non stanno al Brennero, o al Danubio, ma sul perimetro della Banca. Se tifano, tifano dollaro. E, in sottordine, euro.

Abbasso San Giorgio, evviva il drago


Ma questo è secondario. Principale è la difesa che Travaglio fa del direttore della Banca Centrale Europea e sono i rimbrotti che indirizza al sarcasmo del pentastellato. Rimbrotti poi rinforzati dal vice di Travaglio, Stefano Feltri ( e questo non sorprende), per il quale Draghi non è che si preoccupa del deficit italiano, ma moltissimo delle correnti anti-euro del governo. E già, non sono gli spiccioli che preoccupano il nostro banchiere centrale. E’ la cassaforte. La cassaforte nella quale, da qualche lustro in qua, sono confluiti i beni e gli averi della stragrande maggioranza degli europei e, in particolare, quelli degli europei meridionali, a partire dalla Grecia. Non ce la ricordiamo la Troika? Tra UE, FMI e BCE,  chi c’era a  manovrare il tritacarne del fiscal compact, del pareggio di bilancio, de bail out per banche e mai per cittadini. Chi è che strangolava la Grecia con il cappio di un debito ben organizzato negli anni, mentre teneva a galla con il Quantitative Easing  quelli con le pezze al culo, la cui obbedienza meritava però qualche indulgenza. QE ovviamente terminato alle viste di populisti arrembanti e di un governo a Roma che profuma di anti-euro.

Quando Draghi e Soros navigavano sottocosta
Travaglio è uno di cui si ammirano stupefatti la memoria e l’archivio. Quelli per i quali ai politici sbatte sul muso la cosa detta ieri che risulta il contrario di quella detta oggi. Sarà mai possibile che questo direttore, più documentato della Biblioteca Nazionale, non si ricordi della letterina che nel 2011, a cavallo del passaggio di consegne, Draghi e Trichet indirizzarono a Berlusconi, ma in essenza  al popolo, allo Stato e al governo d’Italia?  Che diceva la letterina di raccomandazioni o mangi ‘sta ministra o ti buttiamo dalla finestra, scritta a inaugurazione e marchio del regno Draghi? Incrementare il ridimensionamento dei diritti dei lavoratori, incrementare le liberalizzazioni-privatizzazioni a scopo di incremento della concorrenza, sostenere le imprese, una complessiva, radicale e credibile strategia di liberalizzazione dei servizi pubblici e servizi professionali, privatizzazione su larga scala dei servizi locali, accordi a livello di impresa piuttosto che contrattazione nazionale, salari e condizioni di lavoro ritagliati sulle esigenze specifiche delle aziende, accordi privati con aziende piuttosto che altri livelli di negoziazione. Insomma una torta turboliberista con il fiocco della dittatura dell’economia (dei ricchi) sulla politica.

Britannia

E tutti a obbedire, governo dopo governo, quasi fossero i comandamenti dettati a Mosè dal Signore. E prima, quasi vent’anni prima, da direttore del Tesoro, che ci faceva Mario Draghi sul panfilo prestato dalla Regina d’Inghilterra a un gruppetto di suoi fidati amici, tipo George Soros, Beniamino Andreatta (ministro del Bilancio, ma anche della Difesa, ma anche ideatore dell’Ulivo) e superbanchieri assortiti? Faceva un tale tifo per l’Italia che Ciampi, per contenere l’operazione strozzinaggio del noto Soros, fu costretto a bruciare 40mila miliardi di lire in difesa della nostra valuta (ancora nazionale, benedetta!), di cui però non seppe (non volle) impedire la svalutazione del 30%. E allora, venghino signori, il mercatino è allestito, tutti ottimi articoli sulle bancarelle, a prezzo di saldo, di costo, di svendita. E, operatori i Dini, Amato, Prodi, Bersani, D’Alema, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, la manovra riuscì a tal punto che l’Italia si trovò di punto in bianco alleggerita del 75% del suo apparato produttivo. Ci restavano Rimini e le città d’arte, peraltro svuotate dai loro abitanti e riempite di McDonald’s e B&B.

E ora che sta per lasciare a un tedesco, ancora più tifoso dell’Italia, cosa ereditiamo dell’era iniziata navigando sul Britannia, compatriota Draghi? La fine di quel Quantitative Easing con cui avevi salvato le banche riempitesi di titoli di Stato a sostegno dei governi amici  di quel trentennio glorioso per le fortune della patria e che solo per il rotto della cuffia (o delle palle dei cittadini) non fu coronato dalla riforma Boschi. Con un governo di barbari neofascisti come questo, eletto dai depolorables nostrani, il trucco non serve più. Che vadano un po’ in sofferenza le bancuzze italiane, purchè trascinino nel dissesto tutto il resto. Come in Grecia. Gli italiani hanno voluto giocare?  Scendiamo in campo. L’arbitro lo conosciamo.

Vai Travaglio, portagli il cappuccino a Draghi. Dove lo trovi ora? Ma da Goldman Sachs, no?


domenica 4 novembre 2018

Tap, Tav, Triv, Muos, Mose…. CHI NON ASCOLTA MUORE


Tap, Tav, Triv, Muos, Mose….

CHI  NON  ASCOLTA  MUORE



(Questo testo, pur privo di ingiurie, falsità e deontologicamente corretto, è a rischio rimozione. E nessuna Federazione della Stampa correrà in soccorso alla mia libertà d’espressione. Ritrovatelo in www.fulviogrimaldicontroblog. E semmai, fatemi avere i vostri indirizzi)


Oggi il contributo viene  da gente di cui mi fido, con cui ho collaborato e lottato. Di cui ho provato a riferire la rabbia, i bisogni, l’impegno, la generosità, la bravura, il sacrificio. Potete sbertucciarmi quanto volete sui 5 Stelle, ma io, che parto dagli anni ’60, compagni di viaggio in direzione ostinata e contraria ai regimi, dopo il vituperato o mistificato ’68, non ne ho avuti più, fino alla comparsa degli attivisti e di alcuni parlamentari di questo miscellaneo MoVimento. Nel frattempo qualcosina da Greenpeace, qualche altra cosina dai centri sociali, ma molto autoreferenziato, alcuni comunisti non normalizzati da Bertinotti o Diliberto, gli anti-guerra, sempre meno…

Sono due interventi, uno di un consigliere comunale 5 Stelle che è stato, insieme ai suoi colleghi, decisivo nel permettermi di realizzare, insieme a Sandra, un documentario sulla tragedia e i crimini di terremoto e post-terremoto, le rovine, le incompetenze, le sciagure politiche, la resistenza umana, i tentativi di sgomberare il territorio dai suoi abitanti per dedicarlo a una nuova destinazione d’uso, più redditizia per gli interessi al potere.



L’altro, dei Comitati No Muos con cui in Sicilia e poi nel mio lavoro giornalistico e di documentarista ho potuto condividere frazioni di un’annosa lotta, pagata da moltissimi a duro prezzo personale, professionale, giudiziario (quest’ultimo anche da me condiviso in qualità di cronista: libertà di stampa!), contro un impianto che governa le operazioni militari degli Usa nel mondo e che spara onde elettromagnetiche sulla popolazione della vicinissima Niscemi. Una del quasi centinaio di basi USA che occupanpo il nostro paese.

In entrambe queste situazioni, da “sinistra” non ho sentito che borbottii e borborigmi. Zitti sul TAP (è amerikano), bisbigli sul Muos (è amerikano), sguardo sghembo sul Terzo Valico (è del PD). Da destra plausi ad armi e cemento. Chi stava con le lotte erano, assieme ai locali, i Cinque Stelle. E su questo, cari miei critici, non ci piove.

I due interventi esprimono lo sconcerto, lo sgomento, la delusione provocata dai cedimenti, arretramenti, testacoda, realizzati, annunciati, o solo ventilati dal governo M5S-Lega, di cui qualcuno, di fronte all’imperversare dei soci di contratto, plaudenti a Borsonaro in Brasile e agli affari di ecocidi e sociocidi del nostro apparato economico, dovrebbe prendere rapidamente atto. Si tratta di non fare gli utili idioti e di imporre a un amico del giaguaro il rapporto di forza uscito dalla volontà popolare: 33,5% contro 17,3%. Si tratta anche non di uscire domani dalla Nato, ma di far capire al bolso alleato che a volte si può anche non partecipare, o preferisce che entriamo nei BRICS, o nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai? Che farebbe Trump, ci manderebbe un po’ di Isis? Attiverebbe per la bonifica un qualche Mohammed bin Salman?

Il M5S ci ha dato il Decreto Dignità, sta per darci il Reddito di Cittadinanza (è la prima volta che a milioni di italiani non si tolgono soldi e lavoro, ma si danno,  ed è questo che fa sbroccare I Moscovici, i Draghi, Moody’s, Chiamparino, il “manifesto”), la legge spazzacorrotti, la fine della prescrizione salvaladriricchi, per cui Andreotti ha potuto morire nel suo letto, il taglio della voce dei biscazzieri, al ministero dell’Ambiente un ex-capo della Forestale, anziché un socio dei fuochisti della Terra dei fuochi, la revisione del trucco scuola/lavoro, rimborso ai truffati delle banche (peraltro insufficiente; perché non li fanno rimborsare dal Fondo Atlante delle banche???), il blocco dei soldi a partiti e giornali parassiti…. E in vista di questo e molto altro che il M5S è stato eletto trionfalmente. E’ per questo e molto altro che ragazzi come quelli che hanno scritto qui sotto, a centinaia di migliaia si sono battuti per il loro paese  come non succedeva da mezzo secolo.


Puoi giustificare il via libera al TAP quanto vuoi e non lo giustifichi: è la testa di un rettile che avvelenerà l’Italia da fondo a cima. Parli di 20 miliardi di risarcimenti. A parte la fondatezza dell’assunto, quanto ci costa la devastazione del clima cui questo mostro dà un bel contributo? Quanto ci  costerebbe l’effetto dell’immancabile terremoto sui tubi e stoccaggi collocati sulle faglie? Tanto meno puoi giustificare l’orrenda infestazione di trivelle e piattaforme in Basilicata e nell’Adriatico, mortifere per vita di campi, mari, animali, umani. Non puoi neanche giustificare il TAV Terzo Valico: spesa assurda per un buco inutile lungo il quale già scorrono altre due vie ferroviarie sottoutilizzate e che dovrebbe collegare Tortona (sic) a un porto obsoleto e tutto da ammodernare, quello sì. E non puoi avallare la devastazione della Laguna veneziana e della stessa Gemma dell’Universo con i grattacieli vaganti del cafonal turistico e, peggio che mai, con quel prodotto di mille malversazioni e grottesche incompetenze che è il Mose. Una paratia, già arrugginita, che tappa una bocca di porto e ne lascia aperte altre due!  Un fogna di tangenti che verrà ridicolizzata quando, come è certo, il mare si alzerà di pochi centimetri. Qualsiasi prezzo ci dovesse costare l’eliminazione di questi carcinomi, sarebbero spiccioli rispetto al costo, nell’estensione di spazio e tempo, che imporrebbe la loro maturazione.



Di questo Salvini teniamoci il blocco ai trafficanti di sradicati a forza dai loro paesi; teniamoci anche le risposte a muso duro a tutti coloro che, da totalmente non legittimati da niente, se non da un abuso totalitario decretato in Bilderberg, da Bruxelles e Francoforte ci dettano regole, comportamenti, obblighi, debiti, povertà e repressione. O preferiamo Tsipras? Per tutto il resto lo si faccia stare ai patti. Il nemico del popolo governa da sempre. Nel “governo del cambiamento”, per piccino che sia, non servono infiltrati e neanche continuisti. Meglio sennò ciascuno per sé. Costi quel che costi.

Ecco la lettera del consigliere comunale 5 Stelle e, poi, il comunicato No Muos.

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Buonasera,

Spinto anche dal disastro ambientale della settimana scorsa, con le mareggiate, le esondazioni dei corsi d'acqua e la distruzione di boschi secolari; flagellati da uragani in formato stelle e strisce ma guai a chiamarli così... non svegliamo le menti assopite dal gran bel lavoro mediatico del manovratore mascherato; giornate condite da allerte meteo ormai abbinate agli avvisi a colori scarlatti della ns protezione civile nazionale, ormai vestita col lutto al braccio;  perturbazioni viste come flagello divino...
abbiamo sdoganato l'accettazione supina dei bollettini di guerra causati dai disastri ambientali.
Rincoglioniti oltremisura, fa figo andare in bermuda e canotta a fine ottobre esibendo l'abbronzatura estiva

i conti non mi tornano

...mi guardo allo specchio e mi chiedo...

Dopo due anni, la ricostruzione

Ma se ormai è acclarato da parecchi anni e al massimo livello scientifico mondiale  che il cambiamento climatico è dovuto (scusate, semplifico) principalmente alla combustione di prodotti provenienti da fonti fossili (idrocarburi, carbone,gas) ha senso trincerarsi dietro alla scusa di dover pagare un mucchio di miliardi in ipotetiche penalirimborsieccecc per avvalorare la scelta criminale nel far passare dei tubi che  ci vomiteranno ancora miliardi di mcubi di gas in faccia per i prossimi decenni?
Ma ci stiamo con la testa, sì o no??!
Ma noi non siamo quelli che dovrebbero guardare un peletto oltre?
Ma noi non siamo quelli delle nuove forme di energia "eco frendly" (si dice così?)?
 Quelli che dicono  che bisogna riprogrammare il futuro in maniera completamente diversa per migliorare la qualità della vita di tutti, perché tra dieci anni la società sarà completamente diversa da oggi, lavori che scompariranno e altri che ne verranno...tecnologia che  stravolgerà i costumi e modi di vita?...modifiche antropologiche, geopolitiche e chi più ne ha più ne metta! 
"Si Noi!"
...noi che contiamo per un futuro che avrà il volto completamente diverso da oggi e allora affrontiamo convinti la sfida, ecchecazzo, mica siamo come quei trogloditi che ci hanno preceduto per 25 anni!

Poi mi pare che lo abbiamo pure strombazzato in ogni piazza fisica e virtuale...no?
 Eh sì, un tam tam martellante, signori.

Mi sono perso qualcosa?... correggetemi se sbaglio.

Marcia a folle, resto in attesa.

E scusate il pizzicotto, non volevo svegliare chi dorme sonni tranquilli.

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Muos, il radar dei 5S va in tilt

Guerra Stellare. Comitati in rivolta dopo che la ministra Trenta deposita una memoria che smonta il lavoro durato anni di ambientalisti e grillini
Il Muos c’è, esiste. A Niscemi lo sanno tutti. Un dato incontrovertibile. Sull’operatività del sistema radar invece tante ombre. Certo è che il satellite è stato collegato alle antenne per smistare le comunicazioni militari a forze navali, aeree e terrestri in movimento in qualsiasi parte del mondo.
UN SISTEMA ad alta frequenza che permette di tenere in collegamento i centri di comando e controllo delle forze armate Usa, i centri logistici e gli oltre 18mila terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento, i missili Cruise e i Global Hawk (Uav-velivoli senza pilota). Anzi, si parla addirittura di un ampliamento della base. Il resto top secret. Segreto di Stato. Questione militare.
Gli Usa non transigono. Il problema però è politico. Il governo Conte è favorevole o no alla centrale di antenne costruita a Niscemi, in provincia di Caltanissetta?
Dubbi legittimi. Soprattutto tra i 5stelle, quelli che si sono intestati la lotta civile contro il Muos.
Chi si è mobilitato negli ultimi cinque anni mentre al governo c’era il Pd è rimasto choccato dalla mossa di Elisabetta Trenta: la ministra della Difesa, per il tramite dell’Avvocatura dello Stato, ha depositato la memoria difensiva di opposizione al ricorso di revocazione presentato da Legambiente alla sentenza di secondo grado del Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) che aveva in sostanza dato l’ok al Muos.
Saranno sempre i giudici amministrativi del Cga a doversi pronunciare il 14 novembre sui rilievi mossi dagli ambientalisti e dal comune di Niscemi.
Il comitato «No Muos» e le tante associazioni che si battono per fermare il sistema americano ci credono. I margini però sarebbero davvero stretti. Intanto tra i grillini che si sono schierati, senza infingimenti, contro il Muos c’è fibrillazione. Una battaglia condotta a viso scoperto, quando al governo c’erano Renzi e poi Gentiloni. In piazza, ma non solo.
IL M5S C’HA MESSO LA FACCIA anche nelle sedi istituzionali. Sempre. Raccogliendo attorno a sé migliaia di persone, tra cui le donne che hanno creato un comitato. Giampiero Trizzino è stato tra i protagonisti. Avvocato e deputato regionale da due legislature, Trizzino è stato il deus ex machina nella fronda anti-Muos del movimento. Un impegno costante, durato cinque anni. Prima a capo della commissione Ambiente dell’Assemblea siciliana, poi da esponente del cartello che raggruppa ambientalisti, comitati spontanei di cittadini, comuni dell’hinterland, no-global. In un corposo dossier i 5stelle hanno raccolto documenti, suffragati da pareri scientifici, che dimostrano come il sistema di antenne sia potenzialmente dannoso per la salute dei cittadini e per l’ambiente. Non solo.
IL MEGA-RADAR sorge nella riserva della Sughereta, un’area a vincolo Sic nella quale, secondo gli oppositori, non sarebbe stato possibile realizzarlo per paletti paesaggistici che sarebbero stati violati. «In questi giorni il governo è al lavoro sul dossier», ha detto il ministro Trenta. Una posizione che ha irrigidito i 5stelle in Sicilia. Il dossier i grillini lo hanno già stilato. Anzi. Proprio Trizzino ne diede contezza durante la convention a Palermo di «Italia a 5stelle». E dunque? Perché il ministro parla di nuovo dossier? Ci sono forse pressioni ad alti livelli nei confronti del governo Conte?
Dubbi alimentati proprio dalla memoria depositata da Trenta. Che in sostanza smonta il lavoro fatto da comitati, ambientalisti e 5stelle siciliani. Claudio Fava, presidente dell’Antimafia siciliana, chiede un intervento del Parlamento e del governo siciliani. «Mentre a parole si afferma di voler intervenire per avviare la dismissione della base di Niscemi, gli atti amministrativi vanno nella direzione opposta», attacca Fava. Nel mirino «la richiesta formulata dal ministero della Difesa, per conto del comando della US Navy, per nuovi lavori di manutenzione straordinaria all’interno della base». «Richiesta – incalza – formulata al comune di Niscemi e alla Regione siciliana e di cui poco si è saputo e ancor meno parlato».
«Al presidente Musumeci, che in più occasioni aveva dichiarato la contrarietà all’opera, e al Movimento 5 Stelle, che ora ha la responsabilità del governo del Paese – continua Fava – chiediamo di decidere una volta per tutte da che parte stare. Per questo abbiamo depositato una mozione, che chiediamo venga rapidamente discussa, affinché l’Assemblea siciliana si esprima contro le autorizzazioni a nuovi lavori nella base e chieda ai governi regionale e nazionale, ciascuno per le proprie responsabilità, di smantellare il Muos». Per Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, «il sostegno del governo nazionale, con atti formali del ministero della Difesa, alla realizzazione del Muos è un fatto grave».
PERCHÉ «RAPPRESENTA un attacco al diritto dei cittadini e degli enti locali ad essere attori nei processi decisionali che li riguardano e una negazione della vocazione pacifica della Sicilia, la cui posizione strategica deve essere spunto per promuovere azioni di pace e dialogo e non per nuove strutture e interventi militari». Sferzante Gaetano Di Rocco, tra i fondatori del meetup a Niscemi, appena fuoriuscito dal M5s: «Siamo molto delusi dalla linea che il movimento sta tenendo sul Muos da quando è al governo». Lapidario Fabio D’Alessandro, portavoce dei comitati. «Sono in tanti i delusi fra gli esponenti locali dei 5stelle che hanno gli stivali nel fango mentre i loro colleghi al governo non fanno nulla». E aggiunge: «Chi non è andato via, come il comitato delle mamme legato a Trizzino, spera in una novità che non arriva».
IL TIMORE è che il M5s, ormai al governo, si comporti come i predecessori. La prossima settimana è in programma un vertice tra il ministro Trenta e i 5stelle «No muos» capeggiati da Trizzino. In ballo ci sono interessi geostrategici Nato sul versante africano e in quello mediorientale. Basti pensare che a Sigonella ci sono gli hangar con i droni che vengono teleguidati verso gli obiettivi Isis in Medio Oriente e Africa, mentre ad Augusta e a Birgi (Trapani) ci sono le postazioni navali e dell’aviazione.

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