martedì 22 settembre 2026

Fulvio Grimaldi CUBA, DOVE VAI? 176 trasformazioni: deviazione o inversione a U?

 

Fulvio Grimaldi

CUBA, DOVE VAI?

176 trasformazioni: deviazione o inversione a U?

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__cuba_dove_vai_176_misure_di_riforma_deviazione_o_inversione_a_u/58662_69032/

𝗖𝗨𝗕𝗔, 𝗟'𝗜𝗦𝗢𝗟𝗔 𝗜𝗡 𝗕𝗜𝗟𝗜𝗖𝗢 Cuba attraversa una delle fasi  più delicate degli ultimi decenni. Il Partito Comunista Cubano mantiene il  controllo politico del Paese e Miguel Díaz-Canel resta al centro del sistema

 

(Premetto che devo molti dati sul processo di trasformazione che sta vivendo Cuba a “Resumen”, la piattaforma digitale, tv, radio e stampa, argentina che da decenni illustra le cose latinoamericane e del mondo da una posizione rigorosamente anticapitalista e antimperialista)

Venezuela andata, Honduras andato, Perù andato, Bolivia, Ecuador, Colombia, Cile andati… E neanch’io, cubano rivoluzionario da oltre 60 anni e ininterrottamente stritolato dallo yankee, mi sento tanto bene. E mica solo per via del bloqueo.

La vicenda di Alessandro Di Battista tra Santa Clara e l’Avana dimostra quanto la rivoluzione sappia fare a dispetto dello strangolamento, da Trump accentuato oltre ogni tollerabilità umana, con conseguente invivibilità per i 10 milioni di persone che ancora non si accomodano sotto l’ombrellone guardato da  sentinelle della Casa Bianca, del Pentagono, dei Fondi d’Investimento USA.

E però, assodata oltre ogni dubbio, anche grazie all’esperienza di Di Battista e a dispetto del bloqueo, l’ineguagliabile efficienza delle prestazioni di Stato cubane in materia di sanità, oltrechè di istruzione, come dimostrate nel caso di Dibba e, prima, per decenni, in tante parti del mondo, compresa la nostra, interrogativi nuovi si pongono. E sono materia di discussione tra chi la vede nell’ottica dei due famosi concetti di Gramsci: l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Dove al termine pessimismo preferirei quello di circospezione.

Si dà per scontato che vi possano essere, come per il Venezuela, o per i curdi filoisraeliani e filo-USA del Rojava,adesioni sentimentali al limite dell’irrazionale e che non sanno privare la loro visione delle cose, oggi segnata da ombre pesantissime, del conforto delle luci offerte dai consolidati capisaldi della resistenza. Ma poi ci sono i fatti. E sono quelli che dovrebbero mantenerci in equilibrio tra i due termini del postulato di Gramsci. E qui, facciamo un modesto tentativo per guardarne e capirne alcuni di quei 176 che hanno comunque e al di là ogni dubbio radicalmente cambiato l’assetto economico e sociale dello Stato cubano.

Non c’è luce, non c’è cibo, non ci sono combustibili, non ci sono trasporti, non c’è produzione, non c’è agricoltura. C’è tantissimo sole, ma non ci sono i pannelli solari. Ora li ha forniti la Cina. Un po’ di internazionalismo ci rimane. Se la questione è la sopravvivenza, ogni critica o condanna dovrebbe confrontarsi con le condizioni di ogni cittadino cubano.

Un’altra Cuba

 

Riproduciamo da comunicati ufficiali. Il Parlamento cubano ha approvato un pacchetto di 176 misure economiche, dette “trasformazioni”, suddivise in 23 aree, per flessibilizzare il modello economico del Paese e fronteggiare la grave crisi.

Apertura al settore privato: Vengono ampliate le opportunità per le attività private e introdotta l'apertura verso le banche private.

Investimenti esteri e diaspora: Si facilitano i capitali stranieri e si punta ad attrarre risorse finanziarie provenienti dalla diaspora cubana.

Riforme strutturali: Il piano tocca il sistema bancario, il turismo, l'agricoltura, la fiscalità, i salari, il mercato valutario e la riduzione graduale dei sussidi statali.

Obiettivo: Ridurre la dipendenza dalla gestione statale centralizzata e introdurre correttivi di mercato per rilanciare la produzione e la distribuzione di beni.

E allora veniamo ai fatti. Quelli delle 176 misure. Non tutte, perché finiremmo a Natale. Ma qualcuna delle più significative. Misure, peraltro che, pur trasformando radicalmente il modello socioeconomico del paese, sono state approvate, con insolita celerità, in unica seduta, all’unanimità, dopo una breve dichiarazione di appoggio del Generale Raul Castro, sia dal Comitato centrale del PCC, sia dall’Asemblea Nacional del Poder Popular.

Poi chiunque si farà la sua opinione. Basta non anatemizzare chi arriva a conclusioni diverse dalle proprie. E’ successo con il Venezuela, quando perfino con i militari USA e israeliani a prendersi carico del territorio e la legge degli idrocarburi che restituisce tutto ai privati, perlopiù stranieri, ENI compresa, chi osava mettere in dubbio la “ritirata strategica e la continuità del chavismo”, veniva definito “tarantolato da tastiera che giudica da sicura distanza (divano?) e ignora il fuoco del conflitto di classe”.

Fidel: “Rivoluzione è cambiare tutto ciò che deve essere cambiato”

Trasformazioni 20, 21, 23. Un’impresa privata può contrattare più di 100 lavoratori; una stessa persona può essere proprietaria di più imprese ed essere azionista di ognuna. Si tratta di misure che forniscono la base legale per un’accumulazione capitalista senza precedenti dal 1959. Da dove sorgano questi nuovi proprietari e azionisti, non è specificato.

Trasformazione 19. Il salario dei lavoratori non viene determinato da una scala salariale nazionale, ma verrà calcolato in relazione alla salute economico-finanziaria di ogni impresa. Si tratta dunque di un dispositivo che fa dipendere il salario dallo stato di solvenza dell’impresa, la quale impresa, se dovesse non resistere alla svalutazione pianificata della moneta, verrà liquidata, senza indicazioni su cosa avverrà dei dipendenti.

Trasformazione 63 e 70. Il sussidio di Stato cesserà di essere destinato ai prodotti per essere indirizzato al cittadino. Virtualmente estinta, la libreta dei ben razionati, già concepita per tutti, sarà sostituita da una piattaforma con classificazione di coloro che sono definiti vulnerabili (calcolati in 876mila) e che riceveranno aiuti. Il resto rimane escluso. La sostituzione di un sussidio universale, - e si sa quanto vitale per 10 milioni di cubani – con sussidi mirati, modifica lo statuto dell’uguaglianza. Da un diritto riconosciuto a tutti, si passa a una condizione personale da verificare e l’onere della prova spetta al soggetto reclamante.

Trasformazione 36. Sulle relazioni di proprietà il testo riconosce la legittima crescita del patrimonio finanziario (accumulazione capitalista) delle persone giuridiche e fisiche, ma promette di ostacolare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma ciò che viene espressamente respinto è lo sfruttamento indiscriminato, sia per omissione, sia all’interno di una sfera consentita. La domanda su quanto occorra alla gente per vivere, cessa di essere il punto di partenza della strategia economica e la ricchezza della nazione non viene più concepita come mezzo per il sostegno alla vita.

Trasformazione 71. Il pacchetto crea un Fondo Protezione Sociale come “premessa delle altre trasformazioni”. Tale fondo verrà capitalizzato con il risparmio che si otterrà dall’eliminazione proprio dei sussidi ai prodotti e servizi.

Trasformazione 64. Impone a tutti gli attori economici, statali e privati, nazionali o stranieri, di partecipare, nel nome della propria responsabilità sociale, a un elenco di tredici funzioni che, prima delle nuove misure, erano tutte statali. Aiutare a pagare le pensioni. Sostenere mense comunitarie, farsi carico di alloggi per bambini senza protezione famigliare, come delle residenze per anziani, sostenere ospedali e scuole e concorrere alle spese funebri di famiglie che non se le possono permettere. La mano privata, ove volenterosa, a integrazione delle carenze dello Stato.

La protezione sociale universale, per decenni fondamento principale della legittimità dello Stato, passa a dipendere da un terzo che decida di farsi carico, senza che vi sia obbligo esigibile, di ciò che era competenza dello Stato.

Quale delle tre Cuba possibili?

 

A questo punto il dibattito pubblico a Cuba, per quel che si esprime, volge attorno a tre posizioni. Quella approvata dal governo che separa la proprietà dalla gestione, apre all’azionariato senza sfiorare la titolarità sociale e fa decidere dallo stesso apparato che decideva in passato.

L’altra propone una socializzazione effettiva del potere che subordini ogni forma di gestione, statale o privata, al controllo vincolante dei lavoratori e delle comunità organizzate. Opzione socialista. La terza postula una transizione verso un’economia sociale di mercato nel quadro di uno “Stato di diritto democratico”. Opzione nettamente liberista che è risulta ovviamente la preferita da Washington.

L’isola che non c’è… più

Quanto al sottoscritto, quell’isola l’ha frequentata, illustrata e sostenuta in parole e opere, ma poi non si è più ritrovato, né nella retorica dell’Associazione d’Amicizia Italia-Cuba (di cui aveva fondato una sezione), marchiata da interessato opportunismo, né in quella dei tromboni della nomenclatura burocratica cubana destinata ad occuparsi di visitatori, brigate di lavoro, turisti, compagni. Era rimasto impegnato per il cubano di strada, di aula, di corsia, di poesia, quello del peso leggero e di massa e della libreta e non del peso pesante, pari al dollaro, da acquisti nei negozi dei ben di dio. Quello del centro storico fatiscente e non quello delle villette sulla collina verde, quello dei campi cui non è stata mai data l’opportunità dell’autosufficienza alimentare, quello delle fattorie dai tetti di amianto in una terra che trasuda argilla per tegole e mattoni. Quello della mia motocicletta, a lui donata, ma che a lui non è mai arrivata.

 Per farsi un’idea della Cuba che era

Qualcuno, forse a ragione, trova compatibili, dopo tanti anni di messa al bando, di resistenza, di trovate per tenere botta, che si verifichi qualche tralignamento. Sento da comunicatori non certo ostili che, dal Covid in qua, oltre 2,5 milioni dei quasi 10 milioni di cubani, non certo tutti gusanos anticastristi, avrebbero lasciato il paese. L’embargo pesa su tutto, e già da prima della stretta al collo di Trump. Ma è solo questo?

Chi non pare risentire eccessivamente di questo costante peggioramento sono le società e imprese del conglomerato statale Gaesa, quello che riunisce le proprietà amministrate dai vertici governativi e dalle Forze Armate, di cui resta comandante supremo il 95enne Raul Castro. Quando lo Stato ha autorizzato l’importazione diretta dagli USA di benzina e petrolio, le solite voci sussurrano che se ne siano avvantaggiate in particolare le imprese in cui è coinvolta la famiglia Castro. Gli idrocarburi verrebbero acquistati negli USA e poi rivenduti alle stazioni di servizio della catena statale Cupet che fa capo a Raul. Resta da dimostrare se di queste attività di una struttura pubblica si avvantaggiano interessi privati.

Tutto questo sarebbe, comunque, perfettamente giustificabile con la necessità di liberare i cubani dalla vera e propria progressiva agonia a cui sono costretti da un nemico spietato, indipendentemente dall’ipotesi che vi possano essere profittatori locali.

La Cia all’Avana

Forse meno comprensibile, o comunque degno di circospetta attenzione alla luce di questa ripetizione di quanto ha condotto alla debacle di Caracas, è la visita di maggio all’Avana del direttore della CIA John Ratcliffe. Nell’occasione, cosa abbia detto o chiesto, o ordinato Ratcliffe, pare riassunto nella dichiarazione di Trump secondo cui gli USA sono pronti a impegnarsi in una collaborazione sul piano economico e della sicurezza, a condizione che Cuba adotti “cambiamenti fondamentali”. Parole di Trump poi integrate da Ratcliffe, di ritorno a Washington, con la dichiarazione secondo cui “Cuba non deve mai più essere un santuario per avversari degli USA e dell’Occidente”

Per la controparte, si è saputo che gli interlocutori cubani, il ministro dell'Interno Lázaro Álvarez Casas, il capo dell'intelligence Eduardo Delgado Rodríguez e Raúl Guillermo Rodríguez Castro (noto anche come Raúlito), figlio di Raul, avrebbero ricordato all’emissario di Trump che “Cuba non costituisce in alcun modo una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, né può essere inclusa nella lista dei paesi che sosterrebbero il terrorismo”.

Facendo poi riferimento alle ripetute minacce di Trump di un’azione di forza contro l’isola, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Eduardo Rodríguez Parrilla, ha avvertito che “un simile percorso pericoloso comporterebbe un bagno di sangue per tutte le parti in causa”. In ogni caso, se Trump si illude, come Kennedy, che basta far apparire in spiaggia un plotone di Marines perché l’isola gli si stenda ai piedi, non ha la più pallida idea di cosa, nel popolo per quanto tartassato da ogni immaginabile angheria e difficoltà, alberghi ancora di patriottismo e di culto della sovranità.

Tocca a Raul?

 

Alcuni analisti ipotizzano che il compito di Ratcliffe all’Avana sarebbe stato anche quello di individuare la figura più idonea su cui puntare per un nuovo corso cubano gradito a Washington. E qui non mancano i commenti secondo cui tale personaggio, lasciando da parte la figura, largamente rappresentativa, del presidente Miguel Diaz-Canel, sarebbe chi avrebbe già in passato offerto occasioni cosiddette di apertura.

Il pensiero corre all’anziano generale e imprenditore Raul Castro, nel ricordo che fu lui a ricevere con tutti gli onori tre papi - Giovanni Paolo II nel 1998 (insieme a Fidel), Benedetto XVI nel 2012 e Francesco nel 2015 – e a riaprire le chiese al culto (che tosto vidi riempite all’inverosimile e anche questo voleva dire qualcosa). E fu sempre Raul ad accogliere, anche qui con tutti gli onori, il presidente USA più belligerante della storia: Barack Obama, che, in compenso, ridusse di un filino l’embargo, ma non eliminò le sanzioni secondarie a chi si permetteva di commerciare con l’isola. Il bloqueo rimase e continuò a prosperare e a seminare morte e devastazione.

Concludo facendo mie i concetti dell’eccellente pubblicazione Resumen, alla quale devo alcuni dati di questo testo.

Niente di quanto è scritto qui sopra deve essere letto come argomento a favore della rinuncia cubana alla riforma in atto e neppure come una concessione a coloro che, da fuori, eliminano sessant’anni sperando che il paese fallisca per poter dire che avevano ragione. Lo stesso Dipartimento di Stato che stabilì le sanzioni in risposta a questa riforma, il 20 luglio pubblicò un comunicato in cui si ridefinisce il conflitto con Cuba come una crociata di civiltà contro il “terrorismo di sinistra”, piuttosto che come una disputa su politiche economiche e sovranità. Questo ci insegna a essere sospettosi di ogni posizione di sinistra che non si riduca a denunciare il bloqueo, come se esaminare questa riforma con atteggiamento critico equivalesse a rendere un servizio a Washington.

Esigere la fine dello strangolamento imperialista ed esigere al tempo stesso che coloro che gli resistono rendano conto di chi trae beneficio dalla forma concreta scelta per resistere, fanno parte di un’unica responsabilità.

 

 

 

 

martedì 15 settembre 2026

IL VESSILLO DELL’IMPERO: FALSE FLAG

 

IL VESSILLO DELL’IMPERO

 

Da Mladic a Srebrenica all’11 settembre… agli squadroni di droni “russi” sull’Europa

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__da_mladic_a_srebrenica_all11_settembre_agli_squadroni_di_droni_russi_sulleuropa/58662_68897/

Premessa sullo struzzo

E’ una questione metodologica, ma anche di grave portata politica, quella che ci impegna quando a una nostra visione delle cose si impone una modifica che rischia di capovolgere quanto si riteneva assodato. Parlo di un fenomeno di trasformazione che di questi tempi ha raccolto attenzione, commenti, analisi, dispute: quello delle posizioni statuali che ci sembravano consolidate, ma che subiscono rilevanti modifiche.

Un compagno mi conferma la sua fede nella “rivoluzione sociale, ecologica e femminista” curda nel Rojava siriano occupato dai curdi insieme agli USA. Un carissimo amico sindacalista mi rimprovera di dubitare della coerenza rivoluzionaria delle modifiche politico-economico-sociali adottate dalla dirigenza di Cuba sotto la pressione mortale esercitata da Trump. Una collega, legata al Venezuela da annosi rapporti, insiste a diffamare come tarantolati del digitale che osservano i fatti a distanza di divano (ci sarei anch’io) chi dubita – e si tratta della quasi totalità degli analisti –della buona fede della direzione venezuelana post-Maduro. A dispetto del totale capovolgimento dei dettami del chavismo con cui si concede a interessi privati stranieri (ENI compresa) la disponibilità delle risorse energetiche nazionali.

Sorvolando sugli interessi materiali che potrebbero indurre a tali atteggiamenti, qui rileva un dato: l’incapacità, l’indisponibilità a rivedere una convinzione saldatasi in vero e proprio mito, nel timore di perdere un punto di riferimento e, dunque, di appoggio morale, politico, ideologico.  Atteggiamento dal notevole peso sentimentale. A volte abbiamo bisogno che una cosa sia vera solo perché ci permette di esserne confortati. O di approfittarne. Avvolgersi nel sogno, tuttavia, comporta un effetto collaterale nefasto: si trae in inganno l’opinione pubblica e si legittima l’operazione imperialista che ha prodotto l’esito che ci si ostina a negare. Lo struzzo con la testa nella sabbia viene preso da dietro. Non è un buon risultato.

Mladic seppellito da una falsa bandiera

Milioni ai funerali di Mladic

Nelle scorse settimane, grazie alla morte indotta di Ratko Mladic, patriota serbo, siamo passati per il solito tsunami di menzogne prodotte dalla strategia con la quale il capitalimperialismo ha imparato a convincere vaste opinioni pubbliche della buona ragione dei suoi crimini. Nel caso specifico, l’abbrivio gli è stato fornito dall’assassinio, per negazione di farmaci e cure, del generale serbo condannato all’ergastolo dal sedicente Tribunale per la Jugoslavia all’Aja. Un tribunale cui è stato assegnato, oltre agli strumenti istituzionali della giustizia penale, dopo quello dei magistrati inquirenti e giudicanti e delle eventuali giurie, l’esecuzione. Insomma fa anche il boia.

Tribunale sedicente, dato che la sua base giuridica è costituita dall’atto fondativo adottato dal presidente USA Bill Clinton. Diritto appropriatamente riconosciuto, come insegna Norimberga, al vincitore della guerra. E, come ancora insegna Norimberga, procuratori e giudici rigorosamente di nomina e finanziamento USA.

Nello stesso carcere olandese, con la stessa condanna, è rinchiuso Radovan Karadzic, uno dei più illustri poeti e scrittori di lingua serba, già presidente della Repubblica Srbska, entità componente dell’artificio Bosnia-Erzogovina elaborato dal laboratorio NATO con gli Accordi di Dayton del 1995. Vi è invece stato fatto morire, sempre per negazione di cure, il presidente della Federazione Jugoslava e poi, dopo la frantumazione della stessa, presidente della Serbia, Slobodan Milosevic. Era cardiopatico e i russi avevano offerto al Tribunale di ospitarlo in una loro clinica, per poi restituirlo al carcere una volta curato.

Sfuggì alla condanna, Slobo, grazie all’impossibilità dei pur volenterosi magistrati di nomina USA, capeggiati dalla Procuratrice svizzera Carla Del Ponte (definita “cacciatrice di serbi”, visto che sotto la sua ferula transitavano solo quelli, con generosa trascuratezza per altri corresponsabili, albanesi, bosniaci, o croati che fossero) di provarne una qualsiasi delle accuse sollevate di crimine di guerra o contro l’umanità. La sua morte, indotta quanto quella di Mladic, a dimostrare uno specifico privilegio riconosciuto a quel tribunale, levò le toghe dell’Aja dall’impiccio.

In un incontro a Belgrado, tre giorni prima del suo arresto, il 1.Aprile 2001, da parte di Zoran Dindic, premier scaturito dalla più classica delle rivoluzioni colorate, stavolta per meriti acquisiti quando da Vienna indicava alla NATO gli obiettivi da colpire, ebbi il privilegio di raccoglierne l’ultima intervista. Una mirabile sintesi del conflitto tra NATO e il suo paese, modello di convivenza multietnica, multireligiosa, multilinguistica e soprattutto pacifica, prima che venissero impiegati i soliti arnesi della creazione di rivalità e contrapposizioni tra comunità. Metodi, menzogne, strumenti, complici, obiettivi.

Alle porte dell’Est infido era necessario abbattere un intollerabile esempio di convivenza, nel comune progetto unitario, sovrano, non allineato e socialista, dunque non integrabile in quella che sarebbe divenuta l’UE. Un conflitto preparato fin dagli anni’80 (USA, UK, Germania, Austria, Vaticano), da Milosevic vissuto e analizzato in tutte le sue fasi e con grande acume ascritto alla necessità della globalizzazione capitalista di preparare, con la normalizzazione della regione balcanica, la resa dei conti con una Russia che, con a disposizione Eltsin, sembrava apparecchiata per il banchetto.

Al quotidiano “Liberazione” l’intervista, pure dotata di un certo peso anche storico, fu rifiutata: “Ci saremmo appiattiti su Milosevic…” mi spiegarono. Un inconsapevole, o forse anche no, riguardo a coloro – Massimo D’Alema premier e Sergio Mattarella, vice – che avevano dato il loro decisivo apporto a quella che fu definita “la perdita dell’innocenza dell’Europa” dopo il decoro democratico e pacifista assunto dopo la vittoria sul nazifascismo. Questi responsabili per la nostra parte non è che oggi stiano scontando, almeno a livello di coscienza, le colpe fattegli assumere allora da un padrone rispetto al quale si vantavano, a obnubilamento del colto e dell’inclita, di esercitare libera scelta.

Con tagli ritenuti “opportuni” perché non turbassero la placidità morale dei personaggi coinvolti, la pubblicò poi il Corriere della Sera, pensate!

Dai media ad Amnesty: “il boia di Srebrenica”

 

 

Ho avuto la stimolante occasione di dialogare sul tema “Il macellaio dei Balcani” con il collega Stefano Zecchinelli de “L’Interferenza”. Vedi https://www.youtube.com/watch?v=b70IeaKTCSc

Provo qui a integrare quella chiacchierata partendo dalla morte del, così globalmente definito, “boia di Srebrenica” e “Macellaio dei Balcani”, Radko Mladic, di cui molto si dice già nell’intervista, per inoltrarmi nei meandri di una guerra “ibrida”, tutta occidentale, che ha come innesco e pretesto la False Flag, la falsa bandiera diventata il vessillo dell’Occidente imperialista e guerrafondaio.

Per inciso va sottolineato che Belgrado, pur nella sua vacillante posizione tra Ovest ed Est, tra Zelensky e Putin, tra Mosca e la UE, ha avuto un soprassalto di dignità e di verità, tributando, certamente sotto pressione di un’opinione pubblica largamente maggioritaria, i dovuti onori dei funerali di Stato a questa vittima della NATO e dell’Aja. Funerali confortati dalla certezza, fornita da irreprensibili inchieste e da dati di fatto inconfutabili, dell’assoluta inconsistenza del conclamato massacro di Srebrenica. Vi hanno partecipato sul posto e in tutto il paese, consapevoli della verità, milioni di serbi.

La verità confessata

Ibran Mustafic

Se una decimazione di alcune centinaia di persone vi è stata, la confessione di un protagonista bosniaco del governo di Izetbegovic e della stessa battaglia di Srebrenica, Ibran Mustafic, l’attribuisce alla decisione di Bill Clinton e del presidente bosgnacco Alija Izetbegović di creare un pretesto per demonizzare la Serbia per il presente e per l’avvenire. Confessione contenuta in un suo libro e che era stata preceduta da rivelazioni sull’esistenza in vita di presunti martiri della strage, della loro apparizione in successive liste elettorali, della presenza di molti degli “8000” uccisi anche all’estero, vivi o deceduti anni prima. Vi figurano anche nomi di soldati bosniaci che prima erano risultati uccisi in combattimento. Inchieste condotte dagli investigatori del Srebrenica Memorial Center, da giuristi come il canadese Chris Black, o il Nobel della Letteratura Peter Handke, oltre che da investigatori della Repubblica Srbska di Bosnia.

Non ne è stata naturalmente fatta menzione né nelle cancellerie occidentali, né nei media generalisti dell’arco euro-atlantico. Dovrebbe, questo silenzio, bastare per avanzare qualche dubbio su quanto viene ricorrentemente celebrato nella Giornata Nazionale della Memoria proclamata dall’ONU (11 luglio).

Clinton e Izetbegovic

La più infame e, ahinoi, convincente arma di manipolazione di massa avviene mediante l’applicazione di un occultamento della verità e delle responsabilità che, quando eravamo bambini, si esprimeva così: “E’ stato lui a cominciare!”. E, anziché provocare e giustificare distruzione di Stati e popoli, si risolveva in un dubbioso aggrottamento di sopracciglia a qualche decina di centimetri sopra di noi.

La morte di Mladic è stata l’occasione per rilanciare una strategia di criminalizzazione della Serbia che, pur dopo il disfacimento della Jugoslavia, di cui la Serbia era cuore e motore, e la relativa “normalizzazione” della “diversità serba” sotto la presidenza di Aleksandar Vucic, non sembra sia stata abbandonata. Russia e Serbia restano sempre un binomio da far rizzare i peli all’UE. Una perpetua demonizzazione del paese e del popolo che si nutre, oltrechè delle ragioni geopolitiche menzionate, di un represso, ma presente, senso di colpa per quanto è stato inflitto, a partire dal Kosovo messo in mano bande di gangster e  miliziani, a questo esperimento di socialismo, autogestione, convivenza, pace. Esperimento riuscito e che rappresentava un’anomalia e un’alternativa alla comunità europea che si andava identificando con la NATO e il suo avventurismo espansionista.

Così ci siamo dovuti far assordare da una canea mediatico-politica a base di “Mladic boia di Srebrenica”, “Il macellaio dei Balcani”, “I crimini della Serbia”. Canea che ha riportato al diapason il costante lavoro di destabilizzazione e pressione su Belgrado, con epicentro le componenti croata e bosgnacca della Bosnia Erzegovina. Se ne è recentemente vista un’escalation, con il consueto inserimento “colorato” occidentale, nelle manifestazioni in Serbia, di proteste studentesche contro fenomeni di corruzione imputati al governo.

Bosnia Erzegovina, focolaio sempre attivabile

 

Bosnia con in rosso la presenza serba privata di un quarto dagli accordi di Dayton

E il governo di Sarajevo, a sua volta, a netta prevalenza croato-musulmana (a dispetto della maggioranza demografica serba), ha inteso muovere procedimenti sanzionatori contro la Repubblica Srbska e il suo presidente Sinisa Karan, per insistere a negare la versione ufficiale su Srebrenica. Il predecessore di Karan, Milorad Dodik, era stato dalla dirigenza collettiva interdetto dai pubblici uffici per lo stesso motivo.

Tutto questo in un costante quadro di tensioni suscitate ad arte da NATO e UE, fin dalla matrice di Dayton, per avere nel costrutto frazionistico della Bosnia Erzegovina un’inesauribile fonte di turbolenze atte a rinnovare pretesti d’intervento e a tenere sotto scacco la comunità serba nella sua duplice articolazione. 

Tutto questo, anche, con effetto di esasperazione grottesca della tattica False Flag, mentre l’UE, con Ursula von der Leyen, il segretario NATO Rutte, la Germania e l’euro-mercenariato mediatico in testa, in preda alla demenziale frenesia bellica contro Mosca, intossicavano l’opinione pubblica con la megabufala del drone “russo” sulla pista dell’aeroporto di Lipsia, o di quell’altro drone “russo” che in Moldavia correva appresso a Zelensky (pur essendo sortito dallo stesso laboratorio che ha messo a capo di Kiev l’ex-comico). Ovviamente senza neanche un’ombra di prova e con l’inesorabile rifiuto dell’inchiesta indipendente proposta da Mosca. Sono droni, questi, che valgono la strage di Srebrenica, o di Bucha in Ucraina, o della serie di attentati islamici in Europa, o i 2000 detenuti di Assad trucidati in prigione perchè si potesse procedere, lisci lisci, alla presa di Damasco da parte dei terroristi ISIS.

Drone russo a Lipsia come gli 8000 uccisi a Srebrenica….

…e, ancora, come le armi di distruzione di Massa di Saddam, la provetta di Powell, i massacri inflitti alla propria popolazione dai dittatori Milosevic, Gheddafi, Assad, le armi chimiche dello stesso Assad, le stragi di Timisoara attribuite a Ceausescu e moglie, per questo fucilati, a inaugurazione della bonifica dei Balcani. E, ad andare indietro, ce n’è per tutti i gusti, a partire dalle streghe di Salem e a passare per il Golfo del Tonchino, o per i i nazisti che si travestono da contadini polacchi e sparano su tedeschi. E, ça va sans dire, Al Qaida dell’11 settembre, campione assoluto. Un drone che, con 100.000 mila posti di lavoro persi dall’automotive tedesco tra Germania ed estero, è un’utilissima false flag a uso distrazione di massa e reindustrializzazione a forza di armi.

False Flag soft: campagne di calunnie, rivoluzioni colorate, colpi di Stato.

L’attribuzione alla controparte di un fatto di enorme gravità, compiuto invece dall’accusatore, sta assumendo proporzioni senza precedenti a causa della mancanza di nemici, o della loro passività o indisponibilità allo scontro e quindi dell’insussistenza di ragioni per togliere a sanità, scuola, stipendi, e dare a cannoni, caserme e droni.

A proposito di questi ultimi, quelli che insistono a svolazzare nei cieli degli iper-russofobi paesi baltici, o nell’ Est balcanico (dove non ci si deve far scrupolo di azzerare la vittoria elettorale di Calin Georgescu, candidato non russofobo) e gli atti aggressivi e attentati attribuiti al nemico inventato, vengono preceduti e accompagnati da poderose campagne di diffamazione. Spesso con il particolarmente “credibile” concorso di ONG ammantate di diritti umani. Come nel rilancio del “boia di Srebrenica” da parte di Amnesty. Campagne abitualmente coronate da interventi di destabilizzazione chiamati rivoluzioni colorate.

Gli esempi di scivoli mediatici allestiti in preparazione, o ad accompagnamento, di moti sociali, non mancano. Iran (ripetutamente), Ucraina, Armenia, Serbia, Georgia, Egitto e tutti i moti eversivi detti “Primavere Arabe”. O i tanti tumulti nei paesi latinoamericani, artefatti o genuini, a cui si va in soccorso con golpe, vuoi parlamentari o militari. Archetipi sono i cileni, argentini, brasiliani dell’Operazione Condor, e nei nostri tempi Ecuador, Honduras, Perù, Bolivia, con un procedimento sui generis adottato dagli USA per il Venezuela attraverso una combinazione di misure economiche, militari e la cooptazione di quadri dirigenti. Procedimento che sembra ancora in bilico per quanto riguarda Cuba.

 

 

LA DENUNCIA USA: «campagna odiosa per terrorizzare la popolazione civile»

«Viagra ai soldati libici per stuprare»

La Rice ha lanciato l'accusa durante il Consiglio di Sicurezza: nessuna reazione dagli altri Paesi

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
NEW YORK - Le truppe fedeli al dittatore libico Gheddafi stanno conducendo una terrificante campagna di stupri sistematici, anche su minori, volta a terrorizzare la popolazione civile libica nelle aree favorevoli ai ribelli. Per facilitare le violenze, il rais avrebbe addirittura ordinato di distribuire pillole di Viagra alle truppe impegnate nella cruenta repressione.

Memorabile dei preparativi politico-mediatici per un regime change rimane quello, particolarmente perfido, dell’ambasciatrice USA Susan Rice, ripresa da Save the Children, sul fare della guerra. Gheddafi avrebbe rimpinzato i propri soldati di viagra “affinchè potessero meglio stuprare le donne libiche”. Un controsenso dove la logica e gli interessi  che determinano i comportamenti del capo di una nazione sono rasi al suolo. Ma tant’è, i media ci stanno e la gente si convince.

Oppure ci sarebbe stato il precipitarsi incondizionato della “comunità internazionale” in soccorso ai nazigolpisti di Kiev, con miliardi e armamenti (perlopiù finiti in traffici criminali, possedimenti immobiliari all’estero, e scambio armi e soldi di donatori in cambio di fornitori di esperti di terrorismo), senza il raccapriccio suscitato dai cadaveri di civili buttati “dai russi” al lato della strada di Bucha (giorni dopo che i russi se ne erano andati!)?

 

 La dittaturizzazione dei paesi ex colonizzati

 

Prima il kiplinghiano “fardello dell’uomo bianco”, quando si trattava di prenderseli, i paesi del Sud e delle ricchezze. Poi democrazie e diritti umani da esportare, per riprenderseli dopo che, a forza di lacrime e sangue, ci avevano cacciato. La rivincita, una volta esauritasi l’aria di ipocriti rispetto e tolleranza, che ci venne imposta sia dal presupposto che avevamo battuto il nazifascismo, che dalle lotte di liberazione dei paesi colonizzati: Nelson Mandela, Fidel e tutto il resto.

Ma per la rivincita occorreva una giustificazione. Che si trova nell’anatemizzare gli Stati sfuggiti al dominio e alla predazione, definendoli dittature e biasimando i popoli che le accettavano, o addirittura vi si identificavano. Dovevano pagare, anche a forza di bombe.

Dittatura automaticamente uguale a terrorismo, a prescindere dal retroterra storico, culturale, di struttura sociale e anche dal fatto che i popoli, sottoposti a nuovi e subdoli assedi, tendevano a fidarsi dei dirigenti che li avevano condotti alla liberazione e se li volevano mantenere alla guida. Dittatori anche a prescindere dal fatto che lo stigma veniva assegnato da chi pretendeva di comandare il mondo con il dollaro e i suoi detentori.

E da qui la trovata del terrorismo. Un fenomenale transfert carnefice-vittima di chi col terrorismo militare, economico, religioso, culturale, aveva imperversato sul mondo per secoli. Non per nulla il termine viene storicamente ufficializzato relativamente al “terrore” post 1789. Chi lo inventa se non coloro che lo attribuiscono ai rivoluzionari giacobini, dopo averlo praticato per millenni e che se ne ripromettevano l’impunità per un indefinito futuro. Sventolando quella bandiera. Falsa.