martedì 10 febbraio 2026
Sanzioni: sentenze fuorilegge L’ALTRO GENOCIDIO
Sanzioni:
sentenze fuorilegge
L’ALTRO
GENOCIDIO
Guerre
dentro, guerre fuori
Marciano
in sinergico parallelo le due guerre: quella ai nove decimi della propria
popolazione che prova a scrollarsi di dosso il morso alla carotide del decimo
supremo, e quella di regimi che si sanno decrepiti e senza futuro e danno colpi
all’impazzata a chi sanno che gli sopravviverà.
Partiamo
dalla prima di queste guerre, sempre d’aggressione (le altre si chiamano
resistenza e, se va bene, rivoluzione). A forza di tre anni e mezzo di ruberie
al basso per arricchire i danti causa in alto, scelleratezze morali,
incompetenze sesquipedali, bugie e volgarità che neanche Berlusconi, siamo
finalmente al piattino a lungo preparato e testè coronato a Torino. Lo chiamano
pacchetto sicurezza (a furia di stringere le regole e aumentare i reati, se ne
è perso il conto). Meglio chiamarlo pacco, il classico pacco rifilato al colto
e all’inclita.
Lì abbiamo
un poliziotto, ottusamente picchiato, dimesso dopo 24 ore, dopo un collarone
messo a sghimbescio per la foto-opportunity e una visita strappacore della
premier che lo dice scampato a un “tentativo di omicidio” Quanto occorreva per
fargli assumere dimensioni mediatiche tali da far sparire, come attori alla
chiusura del sipario, qualche centinaio di teste inermi rotte, indifesi
picchiati o torturati a morte (Cucchi, Aldovrandi, ecc.), detenuti massacrati,
mezza dozzina e passa ammazzati col Taser, che infiorettano anni di meticolosa
e sistematica restaurazione.
Restaurazione
di che? Ce lo dice il primattore della
sequenza, aggiungendo all’affresco dell’orrore che, a sua detta, da Torino
minaccia di fare inorridire tutto il paese, quando annuncia alla società,
illusa di vivere avvolta nella calda coperta della Costituzione antifascista,
che, per salvarci dall’orda dei barbari terroristi, è compulsivo tornare al “fermo
di polizia in attesa di ipotetico, possibile reato”. Basta il sospetto e la
buona volontà di chi il sospetto lo coltiva nel suo pensiero.
Non
hai fatto niente. Ma avresti potuto fare
Arresto
preventivo di 18, no 24, magari 48 ore e poi chissà. Per ora 12. Esattamente la
legge fascista che ti prelevava in pigiama da casa perchè l’indomani, forse,
probabilmente, chissà, potresti partecipare a qualche adunata sediziosa. Infatti,
lo avevi già fatto. Quanto meno lo avevi desiderato. Pretendi una valutazione e
una disposizione del magistrato? Scherzi, ma se quello sta dalla tua parte
organicamente! Semmai gliela faremo fare dopo. Fenomenale come questi si
portano avanti col lavoro: una misura di contenimento prima ancora che ci sia
stato qualcosa da contenere. E poi non andate in giro a dire che questo governo
manca di creatività.
E
non scordiamoci dei precedenti, i decreti sicurezza con questo governo sono
come le ciliegie, non se ne perde una. Tipo quella regalata ai carcerati, che
stanno come si sa che stanno a forza di suicidi: pena moltiplicata per quella
che chiamano “rivolta”, ma è solo resistenza passiva. E chi capita tra i piedi
di Salvini e delle sue grandi opere osando contestarne la natura ottusa,
speculativa e devastante? Fino a vent’anni di carcere. Poi fine del rinvio
della pena per le donne incinte o con neonati. Eccetera eccetera. E come non
approfittare delle Olimpiadi, sciagura nazionale e trionfo di regime e di
Quirinale? Chi è contro “è nemico dell’Italia”, ha sentenziato la garbatelliana
che veste un Armani diverso a ogni apparizione. Tranquilli, se ne parlerà nel
prossimo pacchetto sicurezza,
Leggete
in rete:
Durante
il regime fascista, il fermo di polizia fu potenziato per reprimere il
dissenso, basandosi su un ampio potere discrezionale delle forze dell'ordine e
su misure di prevenzione. Il T.U.P.S. del 1926 (Regio
Decreto 1848), arricchito successivamente, introduceva il confino di polizia da 1 a 5 anni per il
"sospetto" di antifascismo e il fermo per identificazione (Art. 185).
Va
precisato, a onor di storia, che il nero regimetto Meloni non è il primo ad
esercitarsi in restaurazioni. Maggio 1975: Legge Reale, Fermo di polizia.
Governo Moro di Centrosinistra. Vecchio vizio che percorre le vene di tutte le
maggioranze una volta assurte a maggioranza. Solo che stavolta fanno più sul
serio che mai, li favorisce il clima dell’emisfero. Che, come controcanto al
sospetto a prescindere, offre l’immunità del poliziotto a prescindere. Si
chiama scudo penale, dice che vale per tutti i cittadini? Magari per quelli
che, messo in fuga un ladro, gli sparano alle spalle in strada. Fattispecie
meno diffusa rispetto a quella che si verifica negli incontri tra cittadini e
poliziotti in assetto di guerra. Comunque, è lo strumento che, con lo scudato, esime
il magistrato da qualsiasi fatica. Corrisponde a quello riservato ai militari
USA in Italia, specie quando, per fare i fenomeni, i topgun tagliano i cavi
della filovia del Cermis.
Sarà
così anche per il riconoscimento facciale, previsto dal nuovo pacco? Pure qui
si dice che vale per gli stadi, per individuare i tifosi smodati. Avendo questo
strumento della sorveglianza totale e della conseguente schedatura
incontrollata, vuoi che si fermino lì? Se ti inventi un’arma, presto o tardi la
usi.
Ricordate
il Daspo, il Divieto di Accesso alle Aree Urbane, con il quale ti fanno
assaggiare un anticipo della sorveglianza totale. Qui non devi venirci più,
raus! Inventato per i tifosi irrequieti, ha trovato subito applicazione per i
manifestanti sconvenienti, tipo Palestina. Sarà così anche per il
riconoscimento facciale, previsto dal nuovo pacco? Pure qui si dice che vale
per gli stadi, per individuare i tifosi smodati. Avendo questo strumento della
sorveglianza totale e della conseguente schedatura incontrollata, vuoi che si
fermino lì? Se ti inventi un’arma, presto o tardi la usi.
A
Mohammed Hannoun, Segretario dell’Associazione Palestinesi in Italia, l’hanno
applicato il Daspo a Milano. Motivazione? Aveva manifestato, addirittura
parlato. Da lì all’arresto, magari su timido suggerimento israeliano, il passo
è stato breve. Infatti, Hannoun sta nel carcere di massima sicurezza di Terni.
Gli israeliani hanno fatto sapere che mandare cibo e medicine alle vittime del
loro olocausto è sostegno al terrorismo.
Trump
come se piovesse
Il
clima non è solo quello creato, a forza di ICE e di rapimenti di capi di Stato,
dalla micidiale macchietta sparacazzate e sparabombe, agitata dai superpoteri
del dollaro a estrema difesa di un impero al tramonto. Sotto il sole
dell’emisfero, mai nulla di nuovo. Ricordare l’ultrà liberal Obama, quella che
aveva la Schlein tra le sue groupies. Da presidente, ogni settimana firmava
l’ordine di esecuzione extragiudiziale di quei sospetti dei quali la CIA,
magistratura suprema come la sogna Nordio, gli forniva l’elenco. Altro che
fermo di polizia ante fatto.
E
ora aspettiamoci con ansiogena sicurezza che questo fermo piantadosiano faccia
contagio. Vuoi vedere che lo trovino necessario anche per chi possa essere
sospettato di votare no al referendum sull’incorporazione dei magistrati nel
Ministero degli Interni? Qui, peraltro, se si vota la domenica e mezzo lunedì,
occorrono, sì, le 24 ore di fermo volute da Salvini.
Abbiamo,
tra le guerre che ci concernono tutti, ahinoi, classe e popoli, parlato della
prima in corso a casa nostra (ma un po’ ovunque nell’UE comandata dai non
eletti). E ci siamo generosamente limitati a quel vezzo del florilegio di
polizia che è il, terzo o quarto, decreto, o DdL, di sicurezza. Ma venendo io
considerato un inviato di guerra e di geopolitica, come non entrare in
automatico nella similitudine, davvero abbagliante, tra quanto va
apparecchiandoci Meloni, con nel taschino Piantedosi ed entrambi nel taschino
di Trump, e quanto vanno facendo qua e là lo stesso Trump e il suo compare
israeliano (che lo tiene per le palle grazie ai lavoretti di Epstein per il
Mossad).
Il
rapimento di Maduro e moglie, del quale poco si parla, come della sua
liberazione, se non tra le folle incazzate e incontaminate venezuelane ancora impegnate
ad agitare le acque che Trump si augurava placate, ha avuto per corollario il
divieto a Caracas di mantenere in vita Cuba col suo petrolio. A sostituire
quello ci ha provato la presidente messicana Claudia Sheinbaum che, come Gustavo
Petro della Colombia, pare restare refrattaria a minacce e intimidazione, a
dispetto della flotta USA assemblata nei Caraibi.
Sanzioni,
l’altro genocidio
Del
pugno dello zotico patacca alla gola del Venezuela almeno si è parlato. Non si
parla invece, come si dovrebbe con altrettanta ragione e morale indignate, di
un terzo del mondo sotto sanzioni, tra una sessantina degli USA e cinquantadue dell’UE.
In maggioranza contro l’Africa. Nera, appunto. Avete mai sentito di sanzioni
inflitte dalla Russia? Dalla Cina? Dall’India? Dal Brasile? Dal Bangladesh?
Lasciando perdere gli ormai velleitari
pronunciamenti ONU delle Corti di Giustizia e Penale, che pilatescamente
mettono insieme aggressori genocidi e vittime che si difendono (o, come nel
caso della Russia, difendono altri), non c’è neanche l’ombra di una parvenza di
tentativo di dare veste legale a questi provvedimenti. Tutti indistintamente
determinati da autoassegnate prerogative politiche, fondate sulla potenza nei
confronti di chi ne ha di meno, o non ne ha.
Sorvolo
sulle sanzioni che a tutti noi sono state martellate in testa come necessarie a
fermare “l’aggressione” russa all’Ucraina. Difficile tenerne il conto. Quando
le due euro-arpie, Ursula e Kaja, ovviamente nessuna eletta, ma perciò entrambe
dotate di potere decisionale su 449 milioni di persone, hanno annunciato il,
credo, 21° pacchetto di sanzioni alla Russia (i pacchetti sono diventati misura
di democrazia, come dimostra Piantedosi) non ci si è più fatti un granchè caso.
Anche perché ai russi, grandi, grossi e forti, fanno un po’ l’effetto della
spazzolata contropelo al mio bassotto Ernesto. Solleva un sacco di pelo, che
poi ritorna al suo posto.
“Assassinio
In difesa dei diritti umani”
Qua
parliamo dell’assoluta ignominia etica del bullo che picchia il debole, magari
disabile. Da inviato di guerra, di solito collocato da un lato della battaglia,
ho fatto qualche conoscenza con la pratica delle sanzioni, esclusivo privilegio
di due entità, USA e UE, che se lo sono autoassegnate. Ha preso il posto di
provvedimenti millenari, come la scomunica, la sospensione a divinis, la
chiusura a vita in convento, a Roma l’esilio, nella Roma successiva il confino.
Sono queste due entità occidentali che dispongono dei meccanismi decisivi con i
quali si rendono effettivi gli scopi delle sanzioni: il dollaro e l’euro come
valute di riserva universale e l’egemonia sul sistema bancario internazionali e
sugli strumenti di scambi e transazioni (SWIFT).
Sanzioni
unilaterali inflitte da questa Idra a due teste hanno provocato negli ultimi 10
anni 560.000 morti all’anno (Calcolo di The Lancet). Complessivamente 5
milioni. Nello stesso periodo le guerre guerreggiate hanno prodotto 100.000
vittime all’anno, nel totale 1 milione. Tra il 2010 e il 2021, poi, sempre
secondo la ricerca di The Lancet, sono state causate dalle sanzioni in media
oltre 700.000 vittime, complessivamente 7 milioni, il 3% delle popolazioni dei
paesi colpiti, di cui il 77% nei gruppi da 0 a 15 e da 60 a 80 anni. Si calcola
anche che le perdite provocate all’economia mondiale siano salite dal 5,4%
negli anni ’60 del secolo scorso al 24,7% tra il 2010 e il 2022.
Più
morti di quelle delle guerre nello stesso periodo. Poi ci sono i milioni che a
stento ancora sopravvivono senza cibo, medicine, alloggi. La frequenza e durata
delle sanzioni sono aumentate incessantemente dal 1950, con conseguente
raggiungimento degli obiettivi fissati in termini di cadute dello standard di
vita, di circa il 30%. Un dato che fa anche capire quanto dalle sanzioni venga sabotata la sicurezza economica e lo
stato sociale della popolazione.
Si
pretende di giustificare le sanzioni “occidentali” con la difesa dei diritti
umani. Una spudorata rivendicazione demagogica che vorrebbe coprire gli effetti
letali che ricadono soprattutto su bambini, donne e i settori più emarginati
della popolazione.
Tutto
questo per ottenere che l’agonia di un popolo lo porti a rovesciare il proprio
legittimo governo, perché poi sia sostituito da uno più disposto a subire i
diktat, di solito il saccheggio e l’ordine geopolitico, dell’egemonia
occidentale.
Cuba,
un’altra Gaza?
A
Cuba si fa da tempo fatica, combustibile venezuelano o meno, a mettere insieme
pranzo e cena. Spesso ci si deve accontentare della colazione. La rivoluzione è
ancora nei murales e nelle adunate, ma dà mostra di stanchezza. C’è molta
burocrazia e meno popolo. E tanto bloqueo, per quanto 188 paesi su 191
all’ONU gli votino sistematicamente contro.
L’ho
visitata tante volte, con entusiasmo, a volte con qualche domanda di troppo. Un
esempio per tutte: la questione dell’amianto. E qui l’embargo non c’entra.
Girando l’isola, molto anche nelle campagne, si scoprono villaggi, case, spesso
con tetti d’amianto, neanche in tanto buon stato dopo decenni. L’isola è zeppa
di argilla. Materia di mattoni e tegole. In svariati incontri, partecipando
alle squadre di lavoro internazionali, ho chiesto agli interlocutori di partito
e amministrazione: perché non prendete l’argilla e cuocete tegole da mettere al
posto delle fibre d’amianto, dalle quali rimediate uno dei tassi più alti di
cancro dei Caraibi, alla faccia del migliore sistema sanitario, forse del
mondo?
Di
cento cose buone, di poche meno buone e segnate da passività e da un eccessivo
affidamento sugli aiuti esteri, a volte variabili e volubili, è segnata la
vicenda cubana. Alla quale, al di là di tutto, va riconosciuto, come all’Iran,
ai palestinesi, allo Yemen, al popolo venezuelano, al Messico, ai popoli del
Sahel, l’impareggiabile merito del contributo alla resistenza mondiale
all’imperialismo e alla legge della forza. Dai miei percorsi cubani ho tratto due
documentari: “El camino del sol” e “L’Asse del bene”.
Il
29 gennaio 2026 l’amministrazione Trump, con l’inqualificabile Segretario di
Stato Rubio, capo della mafia cubana di Miami, trasforma la storica campagna di
pressione tramite embargo in strumento di asfissia. Un Ordine Esecutivo (degli
oltre 500 emanati dal gennaio 2025, alla faccia del Congresso) converte il
sistema dei dazi in arma contro chiunque diverga dagli indirizzi della Casa
Bianca, compresi paesi come il Messico di Claudia Sheinbaum che, con
atteggiamento dignitoso di sfida, insiste a rifornire a Cuba petrolio a pezzi
scontati. Petrolio arriva anche dalla Russia.
Trattasi
di una strategia deliberata di soffocamento economico totale, qualcosa di
paragonabile a un genocidio strisciante.
Senza
il soccorso energetico a Cuba, si paralizza tutto, si azzera la rete elettrica,
si fermano le pompe dell’acqua, il trasporto pubblico, gli ospedali con
incubatrici, le scuole, le fabbriche, le miniere, gli allevamenti, le barche da
pesca, i trattori, l’intero metabolismo della nazione. Con Trump il risultato
dell’embargo datato dalla rivoluzione, 1960, alleviato di poco durante il
mandato di Obama, diventa punizione collettiva, sul modello del demoniaco
maestro di queste cose, Israele. Una violazione di ogni più fondamentale norma
del diritto internazionale che vieta l’utilizzo della fame, del buio e della
malattia come arma politica per spezzare la volontà di un popolo.
E
non è una novità. Gli Usa non si smentiscono mai, si tratta solo di minore e
maggiore spudoratezza. Eisenhower 1960, primo bloqueo per aver Cuba
nazionalizzato le raffinerie. Kennedy 1961, invasione fallita della Baia dei
Porci e Operazione Mangusta, programma segreto di assassinii di leader cubani.
Clinton 1992-96, leggi Torricelli e Helms-Burton che estendono il bloqueo a
dimensioni extraterritoriali castigando imprese straniere che commerciano con
Cuba. Trump 2917-2026, reinserisce Cuba nell’elenco degli “Stati patrocinatori
del Terrorismo” e decreta 243 nuove sanzioni, compresa la privazione totale di
energia.
Tutto
questo perché “Cuba e’ una minaccia grave ed imminente alla sicurezza degli
Stati Uniti”.
Sono
orribili le conseguenze di queste misure. Cuba è passata dalla carenza di cibo,
alla fame nera. I suoi medici, tra i migliori del mondo (da noi attivi anche in
Calabria, tanto da farci capire chi è “primo mondo”) non hanno di che curare
tubercolosi, cancro, malaria, dengue, polmoniti. E non solo Cuba.
Come
ti uccido paesi
Da
inviato di guerra, di solito collocato da un lato della battaglia, ho potuto
constatare gli effetti di come s’intendano e si esportano, nell’ emisfero che
gli USA affermano loro, democrazia e diritti umani. M’è capitato a Cuba,
ovviamente, ma poi in Venezuela, in Honduras, che ha avuto il capriccio di
rovesciare un golpe di Obama in democrazia antimperialista; in Iran, in Bolivia
ed Ecuador nei tempi del riscatto; in Eritrea che, dopo trent’anni di guerra di
liberazione insiste a volersi indipendente; nel Vietnam delle generazioni mutilate
del post Napalm e Agente Orange; in Libia, nostra massima vergogna di Stato, un
paese amico aggredito e disintegrato perché chi ci comanda non tollera paesi
che siano esempi di indipendenza e giustizia sociale; stessa colpa della Siria;
per non parlare dell’Iraq, su cui le
sanzioni del mondo civile si sono accanite fin dalla rivoluzione antimonarchica
del 1958, guidata dal generale Abd al-Karim Qasim con il giovane Saddam
Hussein, perchè priva di connotati neocoloniali;
Poi
in Serbia, di cui non potei narrare di come si coltivasse la dialettica con
l’opposizione e come venissero trattati con rispetto, case e lavoro i rom e
sinti, dato che il caporedattore del mio giornale cestinava queste
corrispondenze perché “troppo appiattite sul macellaio Milosevic” (è ancora in
attività, lui, non Milosevic che, per eccesso di democrazia e antimperialismo,
è stato fatto morire in carcere all’Aja). Perfino in Nord Irlanda dove il
fairplay britannico non ammette sanzioni, ma da un secolo tratta gli indigeni
(ricordare la strage, a metà 800, per fame programmata dagli inglesi) appena un
po’ meno cruentemente di come gli spagnoli hanno fatto con gli aztechi, o una
serie di presidente USA con gli Apache o Sioux (emblema di tutto il Bloody
Sunday, la strage dei Parà di Sua Maestà a Derry, dove c’ero e ho potuto
raccontarla a dispetto del muro di bugie eretto da Londra. Questa è una delle
mie foto).
Analoga
similitudine vale per i palestinesi, per i quali, però, passare dal genocidio,
strisciante o immediato, alle sanzioni, sarebbe addirittura una manosanta.
Pensate un po'!
Si
è calcolato che gli USA, tra guerre, colpi di Stato e altre manfrine umanitarie
abbiano ucciso, dal 1945, una ventina di milioni di persone, quasi tutte civili.
The Lancet, la rivista scientifica
inglese, ci ha documentato la probabilità di almeno 150.000 morti indirette a
Gaza, tra decine di migliaia sepolte sotto le macerie e date per disperse,
uccise da malattie, decessi di massa che passano per naturali, ma sono
prematuri. migliaia di casi di patologie incurabili a Gaza, a partire da cancro
e tubercolosi. Pensate che tra i paesi sanzionati per guerre d’aggressione,
occupazione, razzismo, pulizia etnica, punizioni collettive, incarcerazioni
amministrative senza limiti di tempo, torture sistematiche e, per finirla,
genocidio, ci debba essere Israele? State sognando. Vi tocca ripensare a come è
messo il mondo.
L’Iran
è il paese più pacifico da secoli, e perciò oggi il più diffamato, il più aggredito
da infiltrati armati che agiscono per le potenze al cui dominio ha avuto il
torto di sottrarsi. E’ anche il più sanzionato perché, a parte la cacciata di
un dittatore etero-imposto, specialista di torture (di 3000 prigionieri
politici, attestati dalla Croce Rossa) e di travaso di sangue popolare e
ricchezza nazionale alla sua élite e agli anglo-sponsor, insiste a essere in
Medioriente l’argine al dominio unipolare del mondo. Sua, nel 1979, è stata la
rivoluzione più partecipata della storia contemporanea.
Non
ricordo se l’ho già raccontato, ma vale la pena ripetere. E’ l’Iran che ha
subito un trattamento analogo a quello di Cuba con ora, grazie a Trump, le
stesse sanzioni secondarie a chi si azzarda di intrattenere scambi, condurre transazioni
finanziarie, o fornire un minimo di quanto servirebbe per mantenere a galla un
paese. Il cappio strangolatore è la negazione dell’accesso al sistema bancario
internazionale di messaggistica (SWIFT), di cui ho detto sopra e senza il
quale non puoi vendere o scambiare alcunchè di quanto disponi e acquistare
niente di ciò che non riesci a produrre in casa per mancanza di materie prima e
tecnologia.
Il
pretesto è falso: arma atomica. Mai neppure lontanamente avvicinata, neppure
considerata, addirittura bandita con la firma del Trattato di Non
Proliferazione Nucleare (non firmato dal nuclearissimo Israele). Energia
nucleare prodotta per energia e sanità con l’arricchimento dell’uranio al 6% e,
dopo la rottura trumpiana dell’accordo firmato con Obama, per rivalsa portato
al 20% (per la bomba occorrerebbe il 90%, per quanto strombazzi bugie Netaniahu
all’ONU).
Oggi a Teheran
Ma
c’è anche il pretesto vero: i missili di media e lunga gittata, di cui l’istinto
di sopravvivenza iraniano si è dotato, e il sostegno alle forze di difesa
antisionista e antimperialista in Iraq, Libano e Yemen. Sostegno che dimostra una virtù internazionalista che
il resto del mondo ha da tempo abbandonato. Un’esperienza emblematica di cosa
vuol dire stare sotto sanzioni è questa. Ambulatorio ONG per emofiliaci messo
su da medici volontari a Teheran. Gli emofiliaci sono milioni e aumentano
grazie alla mancanza di farmaci. Non è consentito comprarli, salvo sanzioni
secondarie a chi te li vende. Non è possibile pagarli perché la tua valuta è
bandita e i dollari ti sono negati. La sala è piena di gente in attesa di
vedere se possono evitare di dissanguarsi a morte. Tra atroci dolori. Un
ragazzo, pallido come un lenzuolo, ha una flebo nel braccio. Medici si occupano
di altri.
Fuck Europe
Ricordiamo
i pacchetti di sanzioni alla Russia, dei cui risultati la geopolitica mondiale
non sembra accorgersi e che tutto hanno fatto fuorchè ridurre Mosca
all’accettazione del diktat occidentale originato dal colpo di Stato nazista a
Kiev. Golpe ordinato da Obama e perpetuato da Zelensky, allestito dalla
sottosegretaria Victoria Nuland tramite l’utilizzo di bande terroristiche che,
cacciato il governo legittimo, si sono poi avventate per otto anni, fino
all’intervento di Mosca, contro la popolazione russa dell’est ucraino.
Ma
la dimensione economia forse più storicamente rilevante, anche se meno
illustrata, ma decisiva per noi europei, è quella che è diventata il motore di
una riconversione industriale dell’Europa. E non solo di quella unita. Ha
riguardato, energia (della quale, russa a basso costo, siamo stati privati in
cambio di quella americana a prezzo quadruplo), materie prime critiche, bilanci
pubblici, spostamenti enormi di investimenti dalla produzione industriale di
pace a quella di guerra. Con le ricadute occupazioni, e sociali in generale, di
cui tutti siamo testimoni. E vittime.
Ci
azzanniamo anche tra noi, sempre secondo la scala della gerarchia umana nel
capitalismo: i pochi che determinano, i tanti che subiscono e i pochi che
divergono. Niente cibo, niente alloggio, niente medici, niente avvocati. Pene
pecuniarie e prigione per chi prova a darti una mano. Non ci sono solo
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori
palestinesi, così sanzionata da Washington (e Guterres, il figurante lusitano
segretario generale dell’ONU, zitto) e neppure solo Jacques Baud, prestigioso analista
svizzero, collaboratore dell’ONU, accusato di essere portavoce del Cremlino e
propagatore di teorie complottiste.
Sono
stati espulsi dalla società umana e, potenzialmente, dalla vita. Senza accesso
a denaro, possibilità di spostamento, trattamento medico, a qualsiasi
contratto, per esempio di affitto o compravendita, privati dell’utilizzo degli strumenti
per un’elementare sussistenza. Non possono provvedere al mantenimento dei
propri figli. Potenzialmente chi gli fornisce assistenza, in Germania rischia
il carcere.
Con
le motivazioni più varie e arzigogolate e, in posizione di preminenza, quella
delle “Minacce ibride russe”, sono state colpite dalla UE, senza il minimo
procedimento giurisdizionale, senza fornire prove, complessivamente 59 persone
e 17 organizzazioni. In prima linea giornalisti e agenzie. Ai così puniti senza
preoccuparsi di fondarsi sulla legge o fornire prove, è negato il diritto alla
difesa e addirittura la possibilità di far ascoltare le proprie ragioni. Zitto
e dietro la lavagna! Senza termini di tempo. Quanto ai loro dati personali, né è
concessa libera circolazione. Se li può giocare il peggiore malintenzionato. Ne
va della “sicurezza”.,
L’obiettivo
è la rovina finanziaria e l’isolamento. E l’intimidazione a largo raggio. Nel
17° pacchetto di sanzioni UE sono appunto i professionisti dell’informazione i
destinatari della riduzione all’inattività professionale e all’incapacità
esistenziale .
Il
concetto sulla base del quale sono adottati questi provvedimenti è di una
indefinitezza e arbitrarietà assolute: “disinformazione” (di solito sancita ad
libitum (volgo: a capocchia) ed, eventualmente, con il soccorso di
“tecnici” reclutati per la bisogna, detti “factcheckers”. Ne sa qualcosa
Mentana, direttore di “Open”, dove questi sicari imperversano. Di “Open” ho modestamente
fatto esperienza anch’io. Mi ero azzardato di dare della vicenda Giulio Regeni,
dopo dettagliati e approfonditi studi, da nessuno neppure tentati, una versione
opposta a quella ufficiale, ma fondata su fatti e dati che ai factcheckers non
interessavano).
Tutto
questo per la decisione di un’entità UE, la Commissione della baronessa von der
Leyen, che nessuno ha legittimato mediante elezioni. Con tanti saluti a tutte
una serie di diritti e libertà, pure sancita dai sacri statuti.
Ricordate
quel Josep Borrell, già capo della diplomazia UE, che vaneggiava di una “Europa
giardino del mondo, mentre fuori è la giungla”? Ricordate anche gli
Adamiti, setta cristiana del IV secolo? Aspiravano al giardino dell’Eden e
finirono in rovina. E noi ci lamentiamo dei pacchi di Piantedosi….
lunedì 9 febbraio 2026
GAMBASSI, SULLE GUERRE, CON FULVIO GRIMALDI
Venerdì 20 febbraio alle ore 21, presso la "Casa del Platano" (ex teatro) a Gambassi,
continuiamo con l'analisi sulla guerra con Fulvio Grimaldi.
Per chi ancora non lo conoscesse, Fulvio, oltre che storico giornalista e scrittore, è un amico la cui esperienza e instancabile attività è tesa a portare un po' di verità in situazioni spesso contraffatte dai media di sistema.
Qui, un rimando al profilo sul suo blog:
https://www.fulviogrimaldicontroblog.info/profilo.asp
cui segue un breve estratto iniziale:
"DI QUESTI TEMPI vado continuando a fare il mio lavoro di giornalista, essenzialmente in rete, e di documentarista, su aree e situazioni di conflitto tra bassotti e altotti, classi deprivate e classi vampire, popoli e imperialismo, antifascisti e fascisti. Mi occupo anche di territorio su pubblicazioni locali. Attivista politico, attualmente cane sciolto uscito dal PRC, partecipo alle mobilitazioni delle sinistre vere sopravvissute e alle lotte contro le devastazioni ambientali e gli abusi amministrativi."
L'evento è promosso da Lucidamente e Nea Polis, con il patrocinio del comune di Gambassi
sabato 31 gennaio 2026
GIUBILO!
GIUBILO!
Sono fuori tema?
Non credo. Il tema è l’antimperialismo.
Agli Australiani Open, che qualche anno fa l’avevano bandito
dal torneo perché non vaccinato, Novak Djokovic, 39 anni, ha battuto in
semifinale al quinto set, Jannik Sinner, 24 anni.
Djokovic: è serbo, ribadisce il Kosovo è serbo, vive a
Belgrado. E’ rimasto lì sotto i bombardamenti di D’Alema e Mattarella.
Sinner è sudtirolese, la sua terra è stata occupata e colonizzata
con una guerra imperialista e lo è tuttora. Ha dichiarato “Sono orgoglioso di
essere italiano”. Vive a Montecarlo.
martedì 27 gennaio 2026
Virtù e Vizi tra Askatasuna, Hannoun, Trump, Piantedosi--- E’ LA SICUREZZA, BELLEZZA!
In calce
l’appello per Hannoun libero e contro la persecuzione dei palestinesi e dei
ProPal
TUTTI
A TORINO IL 31 GENNAIO PER ASKATASUNA E CONTRO IL REGIME
Due sono le questioni strategiche all’ordine del giorno nazionale e
geopolitico: la chiusura che lo Stato di Polizia impone alle voci e istanze non
allineate e la persecuzione dei Palestinesi e dei loro sostenitori in Italia in
complicità con il genocidio di Gaza.
Tra Piantedosi e Askatasuna
Ho fatto bene a partecipare all’assemblea nazionale di
Askatasuna, a Torino, in vista della manifestazione nazionale del 31 gennaio
contro lo sgombero del più illustre centro autogestito d’Italia. Ho fatto bene
perchè mi ha riportato in patria.
Dopo aver speso in giro per il mondo e le sue guerre,
rivoluzioni, regime change, gran parte degli anni dei miei quasi 92, o con
tutto il corpo, o solo con la testa, è stato un bene ritrovarsi al complesso
universitario “Einaudi”. Stare lì a scambiarsi due parole di verità e di
volontà comuni in mezzo a una folla che, a forza di numeri e determinazione, di
autodeterminazione in questo caso, valeva il triplo di quanto il ministro di
polizia Piantedosi saprebbe scagliargli addosso attingendo a caserme e commissariati
di Piemonte e Lombardia messi insieme.
E sì che da quelle caserme l’altro capomanganelli, Salvini,
vorrebbe far uscire e mettere in “Strade Sicure” altri 10.000 soldati. Solo che
il ministro di quei soldati pare non ci voglia stare dato che, dice, gli
servono per fare la guerra alla Russia (e alla Bielorussia). Quanto al
cittadino che si trova dall’altra parte del fucile, sempre guerre contro di lui
sono.
Insomma, ripeto, ho fatto bene a farmi Roma-Torino-Roma in
16 ore di treno, visto che mi sono ritrovato, dopo tanto peregrinare per
emisferi, a casa mia (nel senso di paese del quale sono cittadino e condivido
qualche responsabilità) e a vociare e ragionare con esuberanti soggetti, pur
distanti da me di almeno tre generazioni, ma che mi hanno dato un rassicurante
senso di continuità. Continuità, nonostante tutto, di resistenza. Resistenza
che qui aveva addirittura un retrogusto di controffensiva. Al punto che, quando
dal palco, in fondo a gradinate da cui fluivano ondate di giovanissime teste e
felpe, ho azzardato il paragone con un’assemblea di eskimo alla Sapienza nel
’68-’77, non mi sono arrivati né sberleffi, nè “di che cazzo stai parlando”, ma
una specie di ooooh tra la meraviglia e la conferma. C’era chi, per
quanto ventenne, aveva memoria. Fondamentale per crederci.
Ho anche detto che ero venuto lì perché di mestiere inviato
di guerra. Qualcuno potrebbe aver pensato: ma cosa ci fai qui, vai in
Palestina, Venezuela, Iran, ma ho la sensazione che non lo abbia pensato
nessuno. Almeno, nessuno l’ha detto. Sapevano, quanto me cronista, che da queste
parti, come da quelle, corre un fronte. Il fronte della guerra al popolo di un
regime di manganellatori, contaballe e residuali, per conto di ricchi,
malviventi, palazzinari, trumpiani e non rassegnati alla fine del Duce. Come Zelensky
per conto di Blackrock, Lockheed Martin, Rheinmetall, o Leonardo.
La battaglia torinese si svolge in Corso Regina Margherita 47,
casa di Askatasuna. Casa negata e
sottratta il 18 dicembre 2025. Eliminazione delle voci altre, ma soprattutto
vendetta del Sistema per trent’anni di resistenza No Tav. Discorso riaperto
nell’enorme assemblea nazionale il 17 gennaio 2026 e da completare con tre
cortei per tutta la città, il 31 gennaio.
Quando Gladio si chiama Sicurezza
Non so quanti ragazzi dell’assemblea abbiano mai saputo di
Gladio. Ne ho già parlato qui. Tranne la voce dal sen fuggita a Cossiga,
probabilmente per senile vanteria, nulla si è detto, o scritto da anni su
questa struttura eversiva incistata nel nostro paese e nel pallottoliere della
guerra fredda subito dopo la trasformazione dell’Italia in formale democrazia.
Gladio, il cui termine inglese “Stay Behind” rivela la matrice CIA, era una
specie di assicurazione terroristica contro, ufficialmente, invasori bolscevichi,
ma, effettivamente, contro spostamenti a sinistra dell’asse atlantico.
Spostamenti da affrontare subito con quasi-golpe, eliminazione di politici,
stragi un po’ di mafia un po’ di Stato. Sempre Gladio era, concettualmente e,
perlopiù, anche materialmente.
Oggi Gladio si è messo guanti bianchi e vesti di Armani. E
quella della Garbatella rimpannucciata se li cambia due volte al giorno e per
ogni occasione. E’ o non è la premier di chi veste Armani, o il così tanto
compianto Valentino?. E procede, Gladio, a colpi di Decreti Sicurezza (mai
disegni di legge: lungaggini e se ne parlerebbe troppo). E i ragazzi adunatisi
per Askatasuna, o lo sanno, o lo intuiscono, tanto da non avermi chiesto di
cosa stessi parlando quando ho detto che Meloni è Gladio e Gladio è Meloni.
Nel giro di poco più di un anno i Decreti Sicurezza
melonian-piantedosiani sono arrivati a tre. L’ultimo al momento sospeso tra
Palazzo Chigi e Quirinale per perplessità quirinalizie sul capitolo
immigrazione. Su tutti gli altri capitoli di tutti e tre i dispositivi
Mattarella non ha mai sollevato un sopracciglio. Come potrebbe, lui che ha
bombardato Belgrado’, massimo crimine, secondo Norimberga. Eppure di carne
sulla pira ce n’era per un custode della Costituzione, delle libertà
individuali, della sovranità popolare, del diritto a manifestare e a esprimere
liberamente la propria opinione, di organizzare proteste, di mantenere la
tripartizione dei poteri dello Stato e non assaltare uno dei tre, la
Magistratura, e annullarne l’altro, il Legislativo
Mi vengono in mente cose alla rinfusa, ma che tutte vanno
nella stessa direzione: lo Stato di Polizia, come da sempre vagheggiato da alte
cariche dello Stato che. rientrando a casa la sera, fanno l’inchino al busto
del Duce.
Se manifesti e non chiedi il permesso vai in carcere, se
blocchi il camion che entra nella ditta che ti ha cacciato senza ragione vai in
carcere, se fai resistenza passiva, cioè non ti muovi, vai in carcere, se
occupi l’aula rischi il carcere, se ti opponi al delirio speculativo del Ponte,
impossibile ma ladrone, vai in carcere. Se non ti fermi a un posto di blocco ti
sparano e, se non sei morto, va in carcere. Se, schiamazzando un po’, ti
avvicini di qualche chilometro a un obiettivo “sensibile” (misura di
Piantedosi), rischi il gas tossico nei polmoni (CS, proibito da una convenzione
di Ginevra), la polmonite da idrante e la testa spaccata dal manganello con
l’anima di ferro. Ma a farti sparire dalla cronaca saranno i 10 poliziotti
finiti in ospedale.
E se tutto questo serve a lasciare ancora troppo lasca la
libertà di manifestare e di espressione, ecco che a togliere certe voglie
malsane ci saranno le perquisizioni preventive, essendoci solo sospetti
manigoldi, e il fermo preventivo di 12 ore, sempre dei soliti manigoldi
sospetti. Che tutto questo contrasti con l’articoli 21 della Costituzione è per
Piantedosi meno di una mosca sul bavero
da spazzar via.
Se poi a qualche agente gli scappa di averne fatta una
grossa, vedi Alibrandi. o Cucchi. o Ramy schiacciato dai CC contro un muro (e
video cancellato), o quei sei cittadini inermi che recentemente sono stati
fulminati dal Taser, sfollagente “non letale”, perbacco vuoi inquisire un
difensore dell’ordine pubblico? Scudo legale subito!
Se parli male del governo e dei suoi gendarmi e corifei ti
sparano querele che non hanno ragion d’essere, ma ti rubano soldi, tempo e
serenità. Se sei un accademico è quasi fisiologico che ti arruoli da ausiliario
nei Servizi Segreti. se sei un Servizio Segreto sei autorizzato a farti boss,
capo mandamento, comandante di brigata rossa o nera, commettere crimini
terroristici e chiamarlo infiltrazione. Se sei un media che non adula,
sostiene, promuove, perdi i sussidi UE e romani e ti ritrovi sul collo li corrottissimo
Garante della Privacy.
Se sei un minorenne, di quelli dove uno su un milione porta
e usa un coltello, sei sospetto, sei Maranza, vai osservato, sorvegliato,
sospettato, e, per Salvini, sottoposto a metaldetector a scuola. Magari con
cavalli di frisia in cortile, posto di polizia e squadra di pronto intervento
modello ICE. Al posto di pronto soccorso non ci hanno pensato, alla faccia che
l’anno scorso nelle scuole italiane ci sono stati 71 crolli, che il 60% delle
scuole non ha certificazione di agibilità, o prevenzione incendi e che
tantissimi istituti si prendono cura degli studenti sparandogli fibre d’amianto
nei polmoni.
E in questa guerra ai ragazzi in quanto tali, vuoi che non
si manifesti l’atavico odio dei gerontocrati per i giovani che l’hanno più duro
e più lunga davanti a sé? Viene da
pensarci anche all’Iran dall’età media dei 27 anni, demonizzato e attaccato da
chi la media ce l’ha di 48 e contro tre figli per donna, se va bene ne ha mezzo.
Se poi dovesse succedere che un qualche PM trova che tu,
Stato, o padrone, o palazzinaro, o assessore, hai approfittato un po’ troppo di
una legge sempre più lasca per i ricchi e sempre più stringente per gli altri,
come si muove lo fulmini con prescrizione, abolizione dell’abuso d’ufficio,
estinzione del processo entro due anni (quando per mancanza di cancellieri,
carta e computer, glie ne sarebbero voluti quattro) e altri buchi per topi. Non
basta? Separazione delle carriere e PM poliziotto con i reati da perseguire,
quali, come e quanto, dettati dal governo.
Sicari del genocidio
Siccome tutto questo non è sufficiente perché questa classe
politica si dica soddisfatta dei risultati raggiunti, servono rinforzi. E dove
trovarli se non tra i camerati di Tel Aviv, maestri di vittimismo genocida? E,
non trovando appigli neanche nei pacchetti Sicurezza fin qui partoriti, ecco
che si ricorre vuoi ai tribunali israeliani, vuoi a quei famigerati Servizi
Segreti, di cui non c’è cittadino al mondo che non ne abbia percepito
l’interessamento, sempre etico e rispettoso delle regole.
E così Mohammed Hannoun, architetto, da decenni in Italia,
segretario dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, e suoi compagni, sono
stati beccati e sbattuti in carcere di massima sicurezza. Avevano inviato a
associazioni umanitarie palestinesi aiuti ai moribondi e ai morituri di Gaza. Sono
diventati capi terroristi di Hamas. Angela Lano, giornalista che da sempre
informa correttamente sulla Palestina, per ora è solo inquisita, con tutti i
suoi strumenti di lavoro sequestrati. E non resterà la sola. Terroristi,
secondo le imprescindibili disposizioni del Mossad, autorità di livello
superiore, per certe nostre acuite sensibilità giuridiche. Quelle politiche,
intanto, proseguono nell’assistenza al genocidio di Gaza e ai pogrom sempre più
sanguinari nella Cisgiordania già dichiarata annessa. Tout se tient.
Cos’è lo scandalo qui, cosa la vergogna? E’ non solo che uno
Stato sovrano si piega, con le sue istituzioni giuridiche, per volontà di un
esecutivo servile e corrotto (ma ”sovranista”), all’adozione delle leggi di uno
Stato altro, incidentalmente razzista e genocida. Ma che arrivi all’abiezione
di infliggere inaudite punizioni a cittadini, stranieri e italiani, soltanto
sulla base di rapporti, accuse, speculazioni, di un servizio segreto straniero
e, in questo caso, del più impegnato in pratiche criminali del mondo.
Pareva inconcepibile che un governo, formalmente democratico
e osservante di una Costituzione antifascista, potesse ripetere quanto fatto
dal regime fascista quando eseguì il copia e incolla delle leggi naziste che
permisero, promossero, l’olocausto. Con i residuali e succedanei di oggi non è
più inconcepibile.
Cronaca nera, assist allo Stato di Polizia
A questa degenerazione da stato democratico a democratura,
con Esecutivo su tutto e tutti, arrivano due assist. Uno dai tuoi media e uno
da fuori. I reati di violenza sono tra i più bassi d’Europa. In particolare, nel
2025 il numero di vittime di borseggi e di rapine è diminuito rispettivamente
dall'1,6% all'1% e dallo 0,5 allo 0,2%, le vittime di omicidi sono in calo
dal 2022. Tutto questo si riflette nelle cronache dei media?
Pensate alla telenovela di Garlasco. In mancanza di succosi delitti
di giornata, si torna indietro di 19 anni e ci si inzuppano migliaia di
paginoni stampati e centinaia di ore sugli schermi. Se la materia è scarsa, la
si gonfia a dirigibile, la si mastica tipo chewing gum. Si scandaglia il
vicinato, la genealogia, il passato remoto, i compagni di classe. E se non ci
sono l’assassino, la vittima, eccone il congiunto e, male che vada, la vicina,
che in cucina ha sentito qualcosa, o il passante che ha visto un’auto sospetta.
Fate caso a quante volte un Tg dell’ora di punta, se proprio
Trump non ne ha fatta una delle sue (per Netaniahu occorre che abbia almeno
bruciato vivi 12 bambini), o la Meloni non abbia pronunciato parole storiche da
Timbuctu, apre con un delitto, occorso dal giorno prima a vent’anni fa. Ah no?
E Via Poma e Simonetta Cesaroni e il portinaio? Un quarto di secolo come ieri.
A che serve? Perché vi si indulge? Intanto distrae dai
disastri, dalle angherie, dai soprusi di un regime di arroganti saltimbanchi e
ottusi ciarlatani. Da ministri degli esteri che farneticano (ad usum
delphini) di “diritto internazionale che vale fino a un certo punto”. Ma
soprattutto fornisce materia e motivi proprio per quanto scritto qui sopra: i
pacchetti sicurezza, i.e. (id est) il rilancio di quanto di utile e
propizio s’era fatto nel rimpianto Ventennio.
Modello ICE
Quel diritto internazionale alla Tajani, poi, ha una sua
dura e convincente logica fattuale nel mondo della nuova morale giuridica in
cui ci ha introdotto Trump. Ci sono le acquisizioni a forza di sberle di paesi
e territori, presidenti e naviglio. Ma, più interessante, anzi esemplare, per
il regimetto di scalzacani (coloro che tirano calci ai cani, i peggio) che ci
ritroviamo, è un’altra novità. Riguarda la dimensione domestica, quella di
solito custodita da costituzioni, leggi e buone pratiche tradizionali. Avete
presente l’ICE, United States Immigration and Customs Enforcement
(Controllo Immigrazione e Frontiere)?
Negli USA, a partire da Minneapolis, dove questi energumeni mafiosi,
camuffati e impuniti, guardia personale del sovrano e garanti del suo potere
assoluto, hanno dato spettacolo sparando in testa a una donna inerme e
inoffensiva al volante. Poi, di fronte alla reazione di quanto rimane di etico
e giusto negli USA tartassati da presidenti felloni, procedono da giorni a
massacrare di botte, spray urticante e arresti chi si ritrovano a portata di
abuso.
Due giorni prima che scrivessi di questa correttamente
rinominata Gestapo (polizia nazista che impallidisce davanti all’ICE), il suo
Obersturmfuehrer ne esaltava funzione e comportamento, compresi i quasi 7.000
arresti e i 31 uccisi. Il fascistone truculento nella Casa Bianca li ha
elogiati per questo, ne ha promesso l’impiego ovunque si manifestassero degli
“Antifa” (entità onirica di sua invenzione) e ha minacciato la guerra interna,
con tanto di forze armate (costituzionalmente non utilizzabili sul territorio
nazionale), al governatore del Minnesota e al sindaco di Minneapolis, e a tutti
i loro emuli che volessero far valere le celebrate checks and balances
della Costituzione americana.
I ministri Piantedosi e Crosetto, la premier Meloni, e anche
un po’ il ministro dell’Istruzione (e del merito! Sennò fuori dalle palle)
Valditara, non vedono l’ora. Nel nostro piccolo…
Uno striscione sotto il quale ho avuto l’onore di parlare a
Torino c’era scritto “Que viva Askatasuna!”
lunedì 19 gennaio 2026
*VENEZUELA*🇻🇪
🛢️_Petrolio, Sovranità e Diritto Internazionale_
*Conferenza e dibattito*
con Fulvio *GRIMALDI*
e in collegamento
Aimone *SPINOLA*
🗓️ *Sab. 24 gennaio ore 18.00*
Ingresso dalle 17.45
Durante l'iniziativa è prevista la proiezione del docufilm *_L'Asse del Bene_* di F.Grimaldi
Clicca per la scheda evento👉https://aps.circolochaplin.org/eventi-circolo-chaplin/venezuela-petrolio-sovranit%C3%A0-e-diritto-internazionale
martedì 13 gennaio 2026
Trump e noi nel nostro piccolo CON GLADIO AL POTERE E’ TEMPO DI ASKATASUNA
Askatasuna,17
gennaio assemblea nazionale, 31 gennaio manifestazione nazionale
In
altalena tra bello e brutto
La
versione spaccona che ha dato alla sua rappresentanza pubblica il solito,
storico, potere colonialista, imperialista e gangsteristico, del dollaro,
l’abbiamo vista e letta e analizzata da veri o presunti esperti, con testi che
farebbero l’invidia dei rotoli del Mar Nero, della Bibbia e perfino
dell’Enciclopedia Treccani.
Che
poi, stringi stringi, scansato l’ovvio del bullo installato a 1600 Pennsylvania
Avenue da chi ha ritenuto opportuno togliersi i guanti nel discutere col resto
del mondo, le valutazioni dell’accaduto, dell’accadendo e di quanto potrebbe
accadere si riducono a poca roba. Una in chiave ottimista (vista dal mondo
delle regole) e l’altra catastrofista.
A) Il rapimento di Maduro e le
minacce a giro d’orizzonte lanciate da un energumeno fuori controllo contro chi
gli mette la mosca sul naso e ha molte e buone risorse, primo, non hanno scosso
la rivoluzione bolivariana che, anche con il duo Rodriguez, marcia sicura sul
camino tracciato da Chavez con tanto di vasto supporto popolare; secondo, hanno
irrobustito la presa di distanza dagli USA di governi che tutti ora si sanno a
rischio, e delle opinioni pubbliche mondiali, con conseguente grave lesione
alla credibilità USA. Corollario: sai come si rafforzerà adesso lo schieramento
dei BRICS con i suoi pilastri russo e cinese!
B) Il mondo è in mano a una
triade che s’è spartita il pianeta. I cubani fattisi ammazzare per custodire il
sonno della coppia Maduro sono dei fessi perché è da mo’ che le gerarchie
politiche e militari venezuelane s’erano vendute. Avete visto come neanche i
potenti sistemi antiaerei russi S-300, sono stati attivati? E non hanno forse subito
chiamato Chevron, Exxon ed estrattori yankee vari di oro, bauxite, cobalto…?
Venite, investite, lavoriamo insieme, facciamo tutto quello che serve per
mettere all’angolo i cinesi e permettervi di controllare almeno l’emisfero. E
la Sheinbaum messicana e il Petro colombiano non hanno lanciato messaggi
conciliatori a Trump? (teoria Eva Golinger, prestigiosa analista geopolitica e
già amica di Chavez)
Tutto
questo non è che brutale semplificazione e chi si schiera da una parte o
dall’altra sia consapevole che, comunque, rischia la cantonata. Più probabile
per quello della versione A, meno per il seguace della Golinger. Lo temo con
immenso rammarico da uno che la rivoluzione bolivariana l’ha seguita,
frequentata e sostenuta fin dal primo giorno. E che ha vomitato a sentire la
saltimbanco nera della Garbatella stralogare, rispetto alle barbarie del
rapimento, di “azione difensiva” del
camerata Trump.
Per
cui io preferisco guardarmi intorno a casa mia, della quale, essendone
cittadino, sono un tantino corresponsabile. Per quanto possa blaterare contro
il farlocchissimo “mondo delle regole”, fuffa disintegrata dall’imperatore
americano, sciogliermi in autentiche lacrime di rabbia e disperazione per
quanto il dante causa israeliano va facendo in Palestina, fare dieci docce per
liberarmi di quanto mi imbratta del regime nazista ucraino, è a casa mia che
c’è lo sgabuzzino e sono mie, lì dentro, le scope e la varichina da mettere
all’opera.
Stay
Behind (Stare dietro). A chi?
E
negli anfratti di questa mia casa che qualcuno, di soppiatto, ha incistato un
mostriciattolo, creature deforme partorita dalla CIA dopo aver subito una
pioggia di uranio impoverito. Sistemato e allevato a Capo Marrargiu, rinominato
con elegante etichetta inglese “Stay Behind”, si era fatto trapelare che doveva
servire a contrastare, dietro le linee, l’invasione sovietica di cui tutti
giuravano che ci sarebbe stata. L’Italia, senza Stay Behind, si sarebbe
trasformata in un unico, immenso gulag.
Tutto
questo a celare il vero scopo che era simile, in chiave moralmente opposta, a
quello dei poveri cubani messi a guardia del presidente venezuelano. Solo che,
nel caso nostrano, italiota, si trattava di far sapere a comunisti ed eversori
vari che, se avessero osato alzare un dito, anche solo di rimprovero, a
qualsiasi dei regimi prosecutori, in chiave 2.0, del sistema che, secondo Washington,
dove perpetuarsi senza grande soluzione di continuità rispetto agli anni ‘20 e
’30, Gladio, Stay Behind, sarebbe intervenuta. E lo ha fatto, di strage in
strage, di False Flag in False Flag, chissà quante volte. Questo il Trumpino di
casa nostra, Francesco Cossiga, l’ha fatto intuire, ma non lo ha precisato. .
Io
so io e voi nun siete…
E
dai padri latini che ci viene sempre la dritta giusta. Come quando dicono,
riferendosi alla propria magione, “parva sed apta mihi” (piccola, ma
adatta a me). E anche “si parva licet componere magnis” (se è lecito
paragonare le cose piccole alle grandi), che è proprio ciò che dovremmo fare
per capire come, nel nostro piccolo, si perpetuino i comportamenti, le
strategie e le tattiche dei grandi. Spesso quasi a copia e incolla. Ed è questo
il nostro campo d’azione. Come nel caso dell’io so io e voi nun siete un cazzo
che, nella dimensione grande, esprime il pensiero del marchese di Mar-a-Lago
(quattro campi da golf) e, nella versione burina, quella della marchesina della
Garbatella (un campo di bocce).
I
paragoni tra parva e magna sono un po’ come quelli tra un nostro film con Bud
Spencer e il Gladiatore con Russel Crowe, epperò sono istruttivi e ci danno
anche l’idea di come si configurino dei sovranisti che servono un sovrano che
sta al di là dell’Atlantico e del tutto ignora che, oltre a 90 basi USA-NATO e
un premier che lui chiama “beautiful woman”, abbiamo anche qualche Caravaggio.
Si
parva licet…
Piantedosi
deve fare in piccolo – cioè bastonare chiunque osi avvicinarsi, nella propria
città! a meno di 10 km da ciò che è definito obiettivo sensibile (Ponte sullo
Stretto, o quotidiano di merda) - ciò che fa in grande Kristi Noem,
equipollente USA, quando esime da incriminazione poliziotti che sparano in
testa a signore sedute al volante. O quando spedisce le squadracce ICE a
rastrellare e deportare immigrati.
Troppo
facili le similitudini tra Crosetto e Pete Hegseth, entrambi al massimo della
potenza vitale e dell’inquadratura video quando, davanti alle armate schierate,
si trovano a concionare di patria, valore, coraggio, stringiamci a coorte - siate
pronti alla morte, voi. Loro per questo e futuri spettacoli spendono 1.500
miliardi (50% più dell’anno prima). Noi 35 miliardi (dall’1,5% al 2% del PIL),
ma abbiamo la Folgore. Che sta alla Delta Force, come il micio sotto casa sta a
un ghepardo.
Scopiazzatura
continua. Quelli rapiscono Maduro che cercava di utilizzare il petrolio
venezuelano per far mangiare e curare i venezuelani, questi sequestrano
Mohammed Hannoun e compagni e incriminano giornalisti come Angela Lano. Quegli
altri, i succedanei, bandiscono 37 organizzazioni umanitarie, ONU e non, perché
bombe in testa, raffiche sulle tende e acqua gelata sui materassi non completino
l’opera. Noi, bravi quasi quanto loro, facciamo passare per terroristi
impegnati a eliminare l’unica democrazia del Medioriente, coloro che provano a
far arrivare qualche aspirina e un sacchetto di farina a chi non merita nemmeno
quelli.
Mohammed Hannoun, Angela Lano
In
carcere di massima sicurezza non ci stanno i peracottai di un regime complice
del genocidio, scaturito dal ventennio, ricarmatosi con Gladio, pista nera di
ogni strage, passato con la sua leader dall’orbace ad Armani, ma nove
squattrinati esuli palestinesi che provavano a far arrivare qualche chicco di
riso a coloro cui dal 7 ottobre 23, in base a una colossale bugia, quel chicco
è negato. Una giornalista e docente universitaria perquisita, inquisita,
privata degli strumenti di lavoro, intimidita, minacciata perché non avalla
quella e altre colossali bugie finalizzate ad agevolare il genocidio. Ma da
decenni racconta le cose come stanno e come, per quei grandi e i nostri
scopiazzatori piccoli, non devono stare. Vi pare che noi piccoli non ci si sia
ispirati alle retate di Chicago, nel Texas o nell’Oregon, nelle università
Columbia e Harvard, con relativi tagli di finanziamenti statali e la Guardia
Nazionale a trattare le tende dei reprobi nei campus, come vengono trattate a
Khan Yunis?
E
se quei grandi riempiono di F35 e carri armati Abraham l’esercito più morale
del mondo perché spazzi via anche l’ultimo palestinese scovato sotto le
macerie, vuoi che i piccoli non si diano da fare per fornirgli quegli esplosivi
“dual use”, destinati a fertilizzare campi (che non ci sono più), ma anche a
preparare botti che spezzettino bimbetti andati a ricuperare qualcosina da
sotto i detriti.
E
veniamo a una fattispecie che a me sta, per affinità sentimentale e parentela
politica, particolarmente a cuore. Che ne sia stato consapevole o no, il nostro
ministro di polizia ha fatto nel neanche tanto piccolo, in questo caso, ciò che
la polizia australiana ha fatto dei centri di iniziativa studentesca in ben
sette università australiane. Sgombero. Tutti fuori, tutto chiuso. Il
dispositivo di assedio era degno della presa di Roma dei lanzichenecchi.
Gladio
al governo, Askatasuna la resistenza
E
siamo all’Askatasuna. Ci conosciamo con l’Askatasuna. Ho avuto il privilegio di
intervistarne le intelligenze. Come ci conoscevamo col Leoncavallo, che poi non
era più nemmeno lui, se non nella memoria che, come è noto, è nemica mortale
del potere e va obliterata. Anche con la chiusura di un ricordo. Tra noi, a
distanza, si era anche aperta una crepa. Quella che, tempo di Covid, in mezzo
mondo ha diviso amici, famiglie, coppie, comunità. Non c’è voluto molto per
chiuderla. L’Askatasuna era, è, una delle cose più belle e storicamente,
socialmente, politicamente, culturalmente, significative, della nostra storia
repubblicana, dei suoi ultimi nefasti trent’anni, quella delle stragi, di
Gladio, lo strumento del disordine a fini di un Ordine con la maiuscola, mai
morto e sepolto, pronto ove occorra. Il trentennio, inaugurato da Draghi sul
Britannia, dei Berlusconi, Prodi, dei bombaroli D’Alema e Mattarella, dei
Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Draghi, Meloni (sì, anche di Conte, quello dei
DPCM e dei lockdown), delle loro stragi Stato-mafia, un cataclisma,
un’aberrazione, un tunnel, ma con dentro quella luce. Trent’anni di resistenza.
Non
solo Askatasuna. Cancellare quella realtà significa eliminare una geografia del
pensiero altro, normalizzare il paese, arrotondare gli spigoli, tagliare la
testa a una rete di centri sociali, di creatività, di resistenza, di
antagonismo, a volte ingenuo, anche un po’ polveroso, spesso troppo insulare,
ma deragliante rispetto ai binari obbligati di un potere tanto violento quanto
ottuso.
E
su tutti Askatasuna, protagonista della più strategica e decisiva battaglia in
cui uno Stato predatore muoveva guerra al popolo, al territorio, alla verità,
alla giustizia e ha trovato pane per i suoi denti, per tre decenni e non è
finita. Val di Susa e No Tav, una battaglia per la vita e la sovranità
popolare, un richiamo per i minacciati in tutto il mondo dal fascismo di
ritorno e dallo sviluppo regressivo e spietato.
Con
i compagni di Askatasuna, con Dana, con Nicoletta Dosio, con il più caro degli
amici, Alberto Perino, abbiamo resistito, barricate, cantieri bloccati,
presidi, territori liberati, un popolo tutto in piedi dietro alle sue
avanguardie, come succede nelle rivoluzioni. E venivano a sostenere, a
imparare, a contribuire, gli indiani d’America, gli africani dell’Apartheid, i
palestinesi dei Fedajin, i tuareg, gli esquimesi, i Semterra del Mato Grosso, i
chavisti della rivoluzione bolivariana…NO TAV e Valsusa e questa sua direzione
politica, faro dell’Occidente in resistenza.
Ho
provato a raccontare un po’ di tutto questo nei documentari
Anche
un’Askatasuna è per sempre, alla faccia di Gladio. Cuore pulsante di un
quartiere, di una città, di un paese, con il suo lavoro del riscatto per
scuola, salute, spettacolo, musica, stare insieme, spina dorsale di una città, l’Askatasuna.
Ragazzi, operai, universitari, docenti, pensanti, combattenti attrezzati,
coscienti, teoria e azione, insegnamento ed esempio. All’Askatasuna guardavano
le grandi resistenze di quegli anni, prima dell’uscita del verminaio da sotto i
monumenti che si pensavano crollati una volta per tutte. No Tav, ma anche No
Muos contro l’apparato di guerra globale a Niscemi, No TAP, contro l’oleodotto
che avrebbe squarciato mare e Salento, No Poligoni, in una Sardegna sacrificata
ai giochi di guerra della NATO e alle sperimentazioni delle industrie della
morte, anche di Israele, e a un inquinamento sociocida
Essendo
attempato un bel po’, venendo dagli anni post ’68, ho potuto riconoscere nella
lotta No Tav e in Askatasuna la fioritura di semi sparsi allora. Quelli degli
anni che, ancora definiscono
derogatoriamente “di piombo”, ne hanno una paura fottuta. Anni di piombo?
Perlopiù
piombo di Stato, contro chi quello Stato, riemerso quasi intatto dai suoi
precedenti nefasti, pensava di ricondurre al dettato della Costituzione e anche
oltre: libertà, uguaglianza, una società orizzontale non verticale. E si
democratizzarono i rapporti in fabbrica, scuola, università, si ottenne lo
Statuto dei Lavoratori, il Servizio Sanitario Nazionale.
E
si morì, da tutte le parti. Lo Stato ricorda i suoi. Nessuno ricorda i nostri.
Basta un lampo di memoria: Giuseppe Pinelli, Roberto Franceschi, Walter Rossi,
Giorgiana Masi, Francesco Lorusso, Claudio Varalli, Mariano Lupo, Alceste
Campanile, Saverio Saltarelli, tanti altri. Ecco il piombo di quegli anni.
Ora
Piantedosi ha ripreso il filo. Nero. Ha sgomberato, chiuso, azzerato l’Aska. Ha
tagliato un cordone ombelicale che univa quella realtà all’Italia della
Resistenza. Che univa quell’Italia, quella valida, quella da amare, da
custodire negli archivi, oggi abbandonati alla polvere, nei quali studiare il
futuro. Italia da riconquistare.
Con
l’ukase di Piantedosi all’Askatasuna, a Torino, la sfida è rivolta a tutto il
paese. Al suo popolo. Alle sue classi che da sempre si cerca di mettere fuori
gioco. Di non farle parlare, perché sanno dire le cose giuste. Quelle che cambiano
il mondo. Ma se una Gladio provano a farla essere per sempre e, anzi, oggi sta
al governo, tutti noi che abbiamo
marciato a fianco di quelli di Gaza sappiamo che per sempre è, inesorabilmente,
un’Askatasuna.



