Fulvio
Grimaldi
CUBA,
DOVE VAI?
176 trasformazioni:
deviazione o inversione a U?
(Premetto
che devo molti dati sul processo di trasformazione che sta vivendo Cuba a
“Resumen”, la piattaforma digitale, tv, radio e stampa, argentina che da
decenni illustra le cose latinoamericane e del mondo da una posizione
rigorosamente anticapitalista e antimperialista)
Venezuela
andata, Honduras andato, Perù andato, Bolivia, Ecuador, Colombia, Cile andati…
E neanch’io, cubano rivoluzionario da oltre 60 anni e ininterrottamente
stritolato dallo yankee, mi sento tanto bene. E mica solo per via del bloqueo.
La
vicenda di Alessandro Di Battista tra Santa Clara e l’Avana dimostra quanto la
rivoluzione sappia fare a dispetto dello strangolamento, da Trump accentuato
oltre ogni tollerabilità umana, con conseguente invivibilità per i 10 milioni
di persone che ancora non si accomodano sotto l’ombrellone guardato da sentinelle della Casa Bianca, del Pentagono,
dei Fondi d’Investimento USA.
E
però, assodata oltre ogni dubbio, anche grazie all’esperienza di Di Battista e
a dispetto del bloqueo, l’ineguagliabile efficienza delle prestazioni di Stato
cubane in materia di sanità, oltrechè di istruzione, come dimostrate nel caso
di Dibba e, prima, per decenni, in tante parti del mondo, compresa la nostra, interrogativi
nuovi si pongono. E sono materia di discussione tra chi la vede nell’ottica dei
due famosi concetti di Gramsci: l’ottimismo della volontà e il pessimismo della
ragione. Dove al termine pessimismo preferirei quello di circospezione.
Si
dà per scontato che vi possano essere, come per il Venezuela, o per i curdi
filoisraeliani e filo-USA del Rojava,adesioni sentimentali al limite
dell’irrazionale e che non sanno privare la loro visione delle cose, oggi
segnata da ombre pesantissime, del conforto delle luci offerte dai consolidati
capisaldi della resistenza. Ma poi ci sono i fatti. E sono quelli che
dovrebbero mantenerci in equilibrio tra i due termini del postulato di Gramsci.
E qui, facciamo un modesto tentativo per guardarne e capirne alcuni di quei 176
che hanno comunque e al di là ogni dubbio radicalmente cambiato l’assetto
economico e sociale dello Stato cubano.
Non
c’è luce, non c’è cibo, non ci sono combustibili, non ci sono trasporti, non
c’è produzione, non c’è agricoltura. C’è tantissimo sole, ma non ci sono i
pannelli solari. Ora li ha forniti la Cina. Un po’ di internazionalismo ci
rimane. Se la questione è la sopravvivenza, ogni critica o condanna dovrebbe
confrontarsi con le condizioni di ogni cittadino cubano.
Un’altra
Cuba
Riproduciamo
da comunicati ufficiali. Il Parlamento cubano ha approvato un pacchetto di 176
misure economiche, dette “trasformazioni”, suddivise in 23 aree, per
flessibilizzare il modello economico del Paese e fronteggiare la grave crisi.
Apertura
al settore privato: Vengono ampliate le opportunità per le attività
private e introdotta l'apertura verso le banche private.
Investimenti
esteri e diaspora: Si facilitano i capitali stranieri e si punta ad attrarre
risorse finanziarie provenienti dalla diaspora cubana.
Riforme
strutturali: Il piano tocca il sistema bancario, il turismo, l'agricoltura, la
fiscalità, i salari, il mercato valutario e la riduzione graduale dei sussidi
statali.
Obiettivo:
Ridurre la dipendenza dalla gestione statale centralizzata e introdurre
correttivi di mercato per rilanciare la produzione e la distribuzione di beni.
E
allora veniamo ai fatti. Quelli delle 176 misure. Non tutte, perché finiremmo a
Natale. Ma qualcuna delle più significative. Misure, peraltro che, pur
trasformando radicalmente il modello socioeconomico del paese, sono state
approvate, con insolita celerità, in unica seduta, all’unanimità, dopo una
breve dichiarazione di appoggio del Generale Raul Castro, sia dal Comitato
centrale del PCC, sia dall’Asemblea Nacional del Poder Popular.
Poi
chiunque si farà la sua opinione. Basta non anatemizzare chi arriva a
conclusioni diverse dalle proprie. E’ successo con il Venezuela, quando perfino
con i militari USA e israeliani a prendersi carico del territorio e la legge
degli idrocarburi che restituisce tutto ai privati, perlopiù stranieri, ENI
compresa, chi osava mettere in dubbio la “ritirata strategica e la continuità
del chavismo”, veniva definito “tarantolato da tastiera che giudica da sicura
distanza (divano?) e ignora il fuoco del conflitto di classe”.
Fidel:
“Rivoluzione è cambiare tutto ciò che deve essere cambiato”
Trasformazioni
20, 21, 23. Un’impresa privata può contrattare più di 100 lavoratori; una
stessa persona può essere proprietaria di più imprese ed essere azionista di
ognuna. Si tratta di misure che forniscono la base legale per un’accumulazione
capitalista senza precedenti dal 1959. Da dove sorgano questi nuovi proprietari
e azionisti, non è specificato.
Trasformazione
19. Il salario dei lavoratori non viene determinato da una scala salariale
nazionale, ma verrà calcolato in relazione alla salute economico-finanziaria di
ogni impresa. Si tratta dunque di un dispositivo che fa dipendere il salario
dallo stato di solvenza dell’impresa, la quale impresa, se dovesse non
resistere alla svalutazione pianificata della moneta, verrà liquidata, senza
indicazioni su cosa avverrà dei dipendenti.
Trasformazione
63 e 70. Il sussidio di Stato cesserà di essere destinato ai prodotti per
essere indirizzato al cittadino. Virtualmente estinta, la libreta dei
ben razionati, già concepita per tutti, sarà sostituita da una piattaforma con
classificazione di coloro che sono definiti vulnerabili (calcolati in 876mila)
e che riceveranno aiuti. Il resto rimane escluso. La sostituzione di un
sussidio universale, - e si sa quanto vitale per 10 milioni di cubani – con
sussidi mirati, modifica lo statuto dell’uguaglianza. Da un diritto
riconosciuto a tutti, si passa a una condizione personale da verificare e
l’onere della prova spetta al soggetto reclamante.
Trasformazione
36. Sulle relazioni di proprietà il testo riconosce la legittima crescita del
patrimonio finanziario (accumulazione capitalista) delle persone giuridiche e
fisiche, ma promette di ostacolare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma ciò
che viene espressamente respinto è lo sfruttamento indiscriminato, sia per
omissione, sia all’interno di una sfera consentita. La domanda su quanto
occorra alla gente per vivere, cessa di essere il punto di partenza della
strategia economica e la ricchezza della nazione non viene più concepita come
mezzo per il sostegno alla vita.
Trasformazione
71. Il pacchetto crea un Fondo Protezione Sociale come “premessa delle altre
trasformazioni”. Tale fondo verrà capitalizzato con il risparmio che si otterrà
dall’eliminazione proprio dei sussidi ai prodotti e servizi.
Trasformazione
64. Impone a tutti gli attori economici, statali e privati, nazionali o
stranieri, di partecipare, nel nome della propria responsabilità sociale, a un
elenco di tredici funzioni che, prima delle nuove misure, erano tutte statali.
Aiutare a pagare le pensioni. Sostenere mense comunitarie, farsi carico di
alloggi per bambini senza protezione famigliare, come delle residenze per
anziani, sostenere ospedali e scuole e concorrere alle spese funebri di
famiglie che non se le possono permettere. La mano privata, ove volenterosa, a
integrazione delle carenze dello Stato.
La protezione sociale universale, per decenni fondamento principale
della legittimità dello Stato, passa a dipendere da un terzo che decida di farsi
carico, senza che vi sia obbligo esigibile, di ciò che era competenza dello
Stato.
Quale delle tre Cuba possibili?
A questo punto il dibattito pubblico a Cuba, per quel che si
esprime, volge attorno a tre posizioni. Quella approvata dal governo che separa
la proprietà dalla gestione, apre all’azionariato senza sfiorare la titolarità
sociale e fa decidere dallo stesso apparato che decideva in passato.
L’altra propone una socializzazione effettiva del potere che
subordini ogni forma di gestione, statale o privata, al controllo vincolante
dei lavoratori e delle comunità organizzate. Opzione socialista. La terza
postula una transizione verso un’economia sociale di mercato nel quadro di uno
“Stato di diritto democratico”. Opzione nettamente liberista che è risulta
ovviamente la preferita da Washington.
L’isola che non c’è… più
Quanto
al sottoscritto, quell’isola l’ha frequentata, illustrata e sostenuta in parole
e opere, ma poi non si è più ritrovato, né nella retorica dell’Associazione
d’Amicizia Italia-Cuba (di cui aveva fondato una sezione), marchiata da
interessato opportunismo, né in quella dei tromboni della nomenclatura
burocratica cubana destinata ad occuparsi di visitatori, brigate di lavoro,
turisti, compagni. Era rimasto impegnato per il cubano di strada, di aula, di
corsia, di poesia, quello del peso leggero e di massa e della libreta e non del
peso pesante, pari al dollaro, da acquisti nei negozi dei ben di dio. Quello
del centro storico fatiscente e non quello delle villette sulla collina verde,
quello dei campi cui non è stata mai data l’opportunità dell’autosufficienza
alimentare, quello delle fattorie dai tetti di amianto in una terra che trasuda
argilla per tegole e mattoni. Quello della mia motocicletta, a lui donata, ma
che a lui non è mai arrivata.
Per farsi un’idea della Cuba che era
Qualcuno,
forse a ragione, trova compatibili, dopo tanti anni di messa al bando, di
resistenza, di trovate per tenere botta, che si verifichi qualche
tralignamento. Sento da comunicatori non certo ostili che, dal Covid in qua,
oltre 2,5 milioni dei quasi 10 milioni di cubani, non certo tutti gusanos anticastristi,
avrebbero lasciato il paese. L’embargo pesa su tutto, e già da prima della
stretta al collo di Trump. Ma è solo questo?
Chi
non pare risentire eccessivamente di questo costante peggioramento sono le
società e imprese del conglomerato statale Gaesa, quello che riunisce le
proprietà amministrate dai vertici governativi e dalle Forze Armate, di cui
resta comandante supremo il 95enne Raul Castro. Quando lo Stato ha autorizzato
l’importazione diretta dagli USA di benzina e petrolio, le solite voci
sussurrano che se ne siano avvantaggiate in particolare le imprese in cui è
coinvolta la famiglia Castro. Gli idrocarburi verrebbero acquistati negli USA e
poi rivenduti alle stazioni di servizio della catena statale Cupet che fa capo
a Raul. Resta da dimostrare se di queste attività di una struttura pubblica si
avvantaggiano interessi privati.
Tutto
questo sarebbe, comunque, perfettamente giustificabile con la necessità di
liberare i cubani dalla vera e propria progressiva agonia a cui sono costretti
da un nemico spietato, indipendentemente dall’ipotesi che vi possano essere
profittatori locali.
La
Cia all’Avana
Forse
meno comprensibile, o comunque degno di circospetta attenzione alla luce di
questa ripetizione di quanto ha condotto alla debacle di Caracas, è la visita
di maggio all’Avana del direttore della CIA John Ratcliffe. Nell’occasione,
cosa abbia detto o chiesto, o ordinato Ratcliffe, pare riassunto nella
dichiarazione di Trump secondo cui gli USA sono pronti a impegnarsi in una
collaborazione sul piano economico e della sicurezza, a condizione che Cuba
adotti “cambiamenti fondamentali”. Parole di Trump poi integrate da Ratcliffe,
di ritorno a Washington, con la dichiarazione secondo cui “Cuba non deve mai più
essere un santuario per avversari degli USA e dell’Occidente”
Per
la controparte, si è saputo che gli interlocutori cubani, il ministro dell'Interno Lázaro Álvarez Casas, il capo dell'intelligence
Eduardo Delgado Rodríguez e Raúl Guillermo Rodríguez Castro (noto anche come
Raúlito), figlio di Raul, avrebbero ricordato all’emissario di Trump che “Cuba
non costituisce in alcun modo una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, né
può essere inclusa nella lista dei paesi che sosterrebbero il terrorismo”.
Facendo
poi riferimento alle ripetute minacce di Trump di un’azione di forza contro
l’isola, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Eduardo Rodríguez Parrilla, ha
avvertito che “un simile percorso pericoloso comporterebbe un bagno di
sangue per tutte le parti in causa”. In ogni caso, se Trump si illude, come
Kennedy, che basta far apparire in spiaggia un plotone di Marines perché
l’isola gli si stenda ai piedi, non ha la più pallida idea di cosa, nel popolo
per quanto tartassato da ogni immaginabile angheria e difficoltà, alberghi
ancora di patriottismo e di culto della sovranità.
Tocca
a Raul?
Alcuni
analisti ipotizzano che il compito di Ratcliffe all’Avana sarebbe stato anche
quello di individuare la figura più idonea su cui puntare per un nuovo corso
cubano gradito a Washington. E qui non mancano i commenti secondo cui tale
personaggio, lasciando da parte la figura, largamente rappresentativa, del
presidente Miguel Diaz-Canel, sarebbe chi avrebbe già in passato offerto
occasioni cosiddette di apertura.
Il
pensiero corre all’anziano generale e imprenditore Raul Castro, nel ricordo che
fu lui a ricevere con tutti gli onori tre papi - Giovanni Paolo II nel 1998
(insieme a Fidel), Benedetto XVI nel 2012 e Francesco nel 2015 – e a riaprire
le chiese al culto (che tosto vidi riempite all’inverosimile e anche questo
voleva dire qualcosa). E fu sempre Raul ad accogliere, anche qui con tutti gli
onori, il presidente USA più belligerante della storia: Barack Obama, che, in
compenso, ridusse di un filino l’embargo, ma non eliminò le sanzioni secondarie
a chi si permetteva di commerciare con l’isola. Il bloqueo rimase e continuò a
prosperare e a seminare morte e devastazione.
Concludo
facendo mie i concetti dell’eccellente pubblicazione Resumen, alla quale devo
alcuni dati di questo testo.
Niente
di quanto è scritto qui sopra deve essere letto come argomento a favore della
rinuncia cubana alla riforma in atto e neppure come una concessione a coloro
che, da fuori, eliminano sessant’anni sperando che il paese fallisca per poter
dire che avevano ragione. Lo stesso Dipartimento di Stato che stabilì le
sanzioni in risposta a questa riforma, il 20 luglio pubblicò un comunicato in
cui si ridefinisce il conflitto con Cuba come una crociata di civiltà contro il
“terrorismo di sinistra”, piuttosto che come una disputa su politiche
economiche e sovranità. Questo ci insegna a essere sospettosi di ogni posizione
di sinistra che non si riduca a denunciare il bloqueo, come se esaminare questa
riforma con atteggiamento critico equivalesse a rendere un servizio a
Washington.
Esigere
la fine dello strangolamento imperialista ed esigere al tempo stesso che coloro
che gli resistono rendano conto di chi trae beneficio dalla forma concreta
scelta per resistere, fanno parte di un’unica responsabilità.