martedì 6 ottobre 2026

YEMEN, STAVOLTA DAVID E’ ARABO --- Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugolare

 

YEMEN, STAVOLTA DAVID E’ ARABO

Bab el Mandeb e Corno d’Africa, lotta per una vena giugolare

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Andare da Damasco a Sanaa, 2.872 km, significa fare un viaggio accompagnato dai millenni. Percorso tra due facce di un’unica civiltà dalle mille espressioni, quella della moschea degli Omayyadi in Siria e quella, in Yemen, del mercato storico di Bab el Yaman, vegliato da piccoli grattacieli di fango (scarseggiava il piano in cima a quelle vette sollevatesi dal Mar Rosso), decorati a calce. Per compierlo, tanti anni fa, ci avevo messo due giorni e una notte, tra fuori strada, autobus, un trattino in carovana e taxi finale.

Era quando, raccontato a Paese Sera ciò che avevo visto nella Guerra dei Sei Giorni e il giornale mi disse di vedere che effetto ne era venuto ai paesi arabi della regione, arrivai a Sanaa. Poi, sempre da Damasco, ma stavolta in due ore da aeroporto ad aeroporto, vi capitai in fuga dalla mattanza allestita dai “falchi” di Cossiga, ministro degli Interni e nel quale, a qualche decina di metri da noi in trincea sul Ponte Garibaldi, un suo sgherro aveva ucciso Giorgiana Masi, 16 anni, colpendola alla schiena. 12 maggio 1977.

 

Colpito anch’io da un candelotto, con un ginocchio mezzo spappolato, perlopiù marchiato di Lotta Continua, su suggerimento di Giorgio Alpi, papà della collega Ilaria e chirurgo, giunto via Roma-Damasco-Sanaa in Yemen, ci feci la mia seconda latitanza (da ordine di cattura per reati di stampa!). Ci rimasi per due bellissimi anni che mi permisero di fraternizzare con la regione, dall’Eritrea all’Iraq.

Oggi la distanza politica tra queste due capitali di un unico e millenario aggregato di civiltà è come quella tra la nazionalizzazione di Nasser del Canale di Suez, che il colonialismo ha dovuto subire, e l’insediamento del capo di Al Qaida nel palazzo presidenziale di Damasco con tanto di legittimazione nientemeno che del segretario dell’ONU. Un Guterres che si è adeguato al colonialismo 2.0 dalle unghie limate, trascinando la comunità delle nazioni, da statuto impegnata per pace e democrazia, a inchinarsi alla titolarità sul paese del tagliateste che, uccidendolo, ha eseguito il mandato commissionatogli.

Lontani i tempi in cui l’ONU aveva dei veri segretari: Waldheim, Boutros Ghali, Hammarskjöld (ammazzato, probabilmente dagli stessi che uccisero il primo premier congolese, Lumumba)

Due Yemen

A Sanaa mi aveva chiesto di farle da corrispondente dal Mashrek, Golfo e Corno d’Africa, una pubblicazione arabo-britannica, The Middle East. Il paese aveva ereditato dal passato coloniale la divisione tra Nord e Sud, che però si è perpetuata perfino dopo che si era potuto liberare degli ultimi scampoli di un colonialismo britannico abbarbicato ad Aden.Una divisione stavolta affidata ai proconsoli imperiali di Riad, spalleggiati dall’imperialismo tutto, con un regime scissionista a sud, capitale Aden, a guardia dell’omonimo golfo, dello stretto di Bab el Mandeb e dei giacimenti di idrocarburi nell’ovest. Governo fantoccio, ovviamente riconosciuto dalla sedicente “comunità internazionale”, con tanto di ONU, perché organico agli interessi messi al sicuro dal transito di un 40% del commercio tra Est e Ovest.

Per buona parte della sua storia moderna, lo Yemen di Sanaa, demograficamente e culturalmente il più significativo, appeso in cima ai 2.300 metri che da Hodeida sul Mar Rosso, lo proiettano letteralmente nel cielo, era riuscito a difendere la sua scelta panaraba, socialista, repubblicana, nasseriana. Era quello Yemen che trovai nel 1977, con presidente Ibrahim Al Hamdi, con ancora il popolo più povero e privo di risorse della regione, ma ospitale fino a eccessi di generosità, orgoglioso, vispo di intelligenza, fiero della sua ininterrotta coltivazione di civiltà e indipendenza, con molti burka che ora si sono andati diradando.

A inizio settembre. In rosa lo Yemen controllato da Sanaa, in grigio Aden e le aree largamente disabitate in mano alle forze sostenute dai sauditi, o dagli Emirati, in nero organizzazioni tribali di dubbio allineamento

Ai monarchi sauditi, freschi di petrolio e capitali e antichi di sabbia e oasi, intrecciati all’Occidente dal doppio ruolo di fornitori e beneficiari e di conseguenza obbligati alla funzione di subcolonialisti, lo Yemen, nella sua fierezza e cultura antica, ha sempre fatto ombra. Inconcepibile che la penisola arabica dovesse avere i piedi nell’Oceano indiano bloccati da questi esseri minuscoli (altezza media 154 donne, 160 uomini).

In queste ore, a fronte dell’avanzata degli yemeniti di Ansar Allah, prossimi a conquistare le due maggiori città ancora in mano agli invasori, Taiz e Aden, ultime roccaforti del governo fantoccio e delle forze saudite ed emiratine che lo sostengono l’Arabia Saudita, priva di capacità strategica sul terreno, ha scatenato l’inferno dall’aria. I bombardamenti si succedono ininterrotti, al ritmo di una dozzina nelle 24 ore, con l’evidente prospettiva, in mancanza di una presa del territorio, di rendere il paese un deserto.

Quello di Riad si può definire genocidio strisciante. Golpe dopo golpe, sabotaggio dopo sabotaggio e guerra dopo guerra. Quella che ora è ripresa e si sta volgendo in vittoria definitiva dello Yemen, aveva visto una prima conclusione nel 2011, con la cacciata del fiduciario dei sauditi, Ali Abdallah Saleh, è stato primo ministro a partire dagli anni 80, quando, per i miei reportage sugli eventi, fui dichiarato persona non grata nel paese. Successivamente si nominò presidente, fu ferito nella sollevazione del 2011, si rifugiò a Riad e, rientrato nel 2017, venne ucciso nel corso della sollevazione popolare che liberò definitivamente la Capitale e il Nord del paese. Fu sostituito dai sauditi con un altro burattino, Abd Rabbih Manṣūr Hādī, messo a capo del governicchio rintanatosi ad Aden.

 

Il governo “riconosciuto” di Hadi, se la deve però vedere con altre presenze, in un vero caos di bande armate. Di queste la principale pare essere il secessionista Consiglio di Transizione Meridionale che recentemente è riuscito ad occupare il palazzo presidenziale di Aden. Mentre chiara è la loro ostilità al governo di Sanaa, oscuri e cangianti appaiono i rapporti interni tra gli autoctoni del Consiglio di Transizione e le milizie controllate rispettivamente da Emirati e sauditi e a loro volta in competizione armata tra loro. Una situazione caotica la cui conflittualità è ormai endemica e dovrebbe portare a un’agevole disfatta collettiva nel caso che le forze di Sanaa riuscissero a conquistare gli interi sud e ovest.

Non cambia il rapporto di forze e la situazione sul terreno l’offensiva aerea lanciata nel 2015 dai sauditi, con il sostegno di Trump Primo e poi di Trump Secondo, brevemente sospesa dall’ONU nel 2022. Tregua non osservata dagli aggressori sauditi, USA e del Regno Unito. Anche perché dovranno poi confrontarsi, in risposta al genocidio a Gaza, con il blocco yemenita del traffico di mare che coinvolge interessi israeliani. Puntualmente, da bravi ascari dell’Impero, l’Italia si presenta sul posto, in armi e navi, per la missione UE “Aspide”.

Una svolta decisiva si verifica con la guerra israelo-statunitense all’Iran, del quale lo Yemen è alleato, ma non subordinato. Siamo ai giorni nostri. Il più grande dei paesi del Medioriente chiude lo Stretto di Hormuz e manda in tilt l’approvvigionamento mondiale di energia.

Perché Houthi?

Precisiamo subito che chiamare gli yemeniti Houthi, anzi “ribelli Houthi”, è come chiamare gli italiani garibaldini, carbonari, grimaldini, o milanisti. E’ arma di distrazione di massa intesa a impedire che ci si renda conto che non è una banda di miliziani irregolari a porre un freno a chi nella regione vorrebbe riprendersi il boccone sottratto. Soprattutto fare carne di porco di quella civiltà millenaria e dei suoi importuni protagonisti. Quella che governa la capitale e la rappresentanza dell’essenziale demografico e geostrategico dello Yemen e si chiama Governo del Cambio e della Costruzione dello Yemen. Sta lì dal 2014, a dispetto della guerra che gli ha mosso l’eterno padrino predatore saudita.

L’appellativo Houthi risale alla rivolta antisaudita culminata nella cacciata del presidente Ali Abdallah Saleh nel 2012. Fu innescata da una delle grandi, secolari, famiglie scite del ramo zaydita, oggi capeggiata da Abdul-Malik Badr al-Din al-Houthi, 40 anni, fratello e successore di Hussein che aveva dato vita alla formazione combattente indipendentista e antisionista Ansar Allah. Sono entrati nella cronaca del conflitto in corso dando prova di notevole perizia quanto ad armamenti. Con droni e missili, oltre a obiettivi sauditi, in solidarietà per i palestinesi, hanno colpito Eilath, la città portuale di Israele nel Golfo di Akaba e altri bersagli militari israeliani.

                                                                                                                                     Sauditi solo bombe

Lo Yemen, lo Stato più piccolo della regione (tenuto conto che le monarchie del Golfo Stati non sono, ma lager e mercati di schiavi con sul collo una famiglia reale), decide che è giunto il momento di eliminare la ciste del sud occupato e conteso da governi fantoccio, rispettivamente di obbedienza saudita ed emiratina. E intanto, nel settembre di quest’anno, con un’irresistibile e fulminea iniziativa, si prende l’intera linea costale di 150 km, compresi il porto strategico di Mokha e le isole immerse nello Stretto, la “Porta delle lacrime”, bloccando ogni transito da e per l’Arabia Saudita. Riesce perfino a far saltare in aria l’oleodotto tra Golfo e Mar Rosso, con il quale Riad pensava di rimediare alla chiusura di Hormuz, e a colpire il porto d’arrivo di Yanbu. E alla richiesta di una mano militare del come mai inguaiato Bin Salman, Trump risponde forte e chiaro لا (lā), che in arabo vuol dire no.

Privo di una forza di terra che possa tener testa all’esercito yemenita, l’Arabia saudita da oltre dieci anni martella il vicino con le bombe. La devastazione dell’architettura urbana più originale e antica del mondo, è “merito” suo. Sono decine di migliaia, senza calcolare le morti indirette causate dalla distruzione delle infrastrutture e dal blocco delle forniture, gli yemeniti uccisi dai bombardamenti sauditi negli oltre 10 anni di aggressione. Ma alto è il costo a sua volta pagato dal regime che con i proventi del petrolio pensava di poter fare un grande salto nella modernità tecnologica. Basta pensare alla sospensione della costruzione della città che doveva proiettare Riad nel futuro, The Line, una mostruosità  lunga 170 km, alta 500 e larga 200.

Le esportazioni attraverso il Mar Rosso, che avrebbero dovuto sostenere questo come altri progetti, sono calate da 3,8 milioni di barili al giorno del marzo scorso, ai 1,5 ad agosto, quando Ansar Allah iniziò gli attacchi ai trasporti marittimi sauditi. Complessivamente, includendo la chiusura dei due stretti, Riad ha dovuto ridurre la produzione per l’esportazione dai 5,1 milioni di barili a luglio, già il livello più basso da 2013, ai 2,44 di settembre.

Se poi i sauditi, rispedito al mittente dagli USA la richiesta di aiuto, vista la malapartita in Yemen, avessero pensato che un soccorso sarebbe dovuto arrivargli da Pakistan e Turchia, quelli del trattato di mutua difesa appena firmato, con la clausola, tipo NATO, che prevede l’aiuto reciproco in caso di attacco, anche qui sono finiti contro un diniego.

Con lo Yemen che conta in mano a un governo in controllo della parte significativa del paese, Stretto e Mar Rosso compresi, forte e legittimato dal volere della sua maggioranza, cresce l’apprensione di coloro che, a forza di Accordi di Abramo, puntavano all’egemonia nella regione, a partire dalla rimozione di tutte le pietre d’inciampo antisioniste e antimperialiste.

Eritrea e Yemen uniti nella lotta

 

Fino a qualche anno fa, nel loro perenne contrasto con i sauditi e mandanti neocoloniali, lo Yemen aveva una valida sponda sul lato opposto del Mar Rosso. Eritrea e Yemen, tra i porti yemeniti di Hodeida e Mokha e quelli eritrei di Assab e Massawa, si parlavano, assistevano e accompagnavano in una comune lotta contro intrusioni imperialiste e neocoloniali. Mi capitò, quando la poi trentennale lotta degli eritrei per l’indipendenza dall’Etiopia era al suo culmine, di sbarcare in Dancalia, la rocciosa costa eritrea che confina con Gibuti.

Sfilando di notte, a motore spento e a remi, sotto le gigantesche masse delle navi da guerre etiopiche in agguato, con una barca da pesca avevamo superato i 125 km tra Mokha e il villaggio di Barasole, nella Dancalia appena liberata dal Fronte di Liberazione Eritreo. Con a bordo un quantitativo di armi leggere e munizioni, mi trovavo, cronista, tra militari e sanitari eritrei venuti a dare una mano e alcune famiglie eritree che rientravano in patria dall’esilio nel paese amico. Dalla costa, con zoppicanti fuoristrada, ci arrampicammo tra montagne che hanno i piedi nel mare e le vette tra le stelle e nelle cui grotte gli eritrei avevano allestito ospedali da campo per combattenti feriti e le necessità sanitarie della popolazione.

Ridiscendendo, dopo un paio di giorni, il villaggio di Barasole, di frasche e paglia, si era trasformato in tizzoni e cenere, vagavano alcune capre tra carogne di animali: erano passati i Phantom etiopi.

Oggi l’Eritrea è sempre lì, dal 1993 indipendente e con presidente lo stesso leader della battaglia di liberazione, Isaias Afeworki, e le stesse sanzioni statunitensi, implacabili per chi non si pente e non rientra nei ranghi imperiali. L’Etiopia, invece, con Haile Selassiè protettorato USA e UK, poi, col colonello Menghistu, caro a Mosca, oggi con Abiy Ahmed di nuovo allineata all’Occidente (in funzione anti-Somalia anti-Egitto), si trova in frizione sia con la Somalia, a cui aveva sottratto il grande e fertile Ogaden, sia con una sua componente etnica interna, i tigrini, sia con l’Eritrea, che i tigrini li sostengono.

Un chiodo israeliano nel Corno d’Africa

Abdirahman Mohamed Abdullahi (Irro) presidente del Somaliland e Netanyahu

Il Corno d’Africa, posizione strategica tra le più rilevanti del mondo, si presenta in pieno trambusto, tutti contro tutti o quasi. Addis Abeba, lacerata al suo interno, cerca uno sbocco al mare che verrebbe sottratto ai paesi rivieraschi; Mogadiscio destabilizzata, sia da successive secessioni tribali, che dall’annosa rivolta islamica interna degli Shabaab; i due frammenti scissionisti del Puntland e del Somaliland che pongono sul piatto della loro sopravvivenza, al migliore offerente, il controllo sulla costa del Mar Rosso.

Che, nel caso in esame, non poteva non essere un Israele dallo sguardo puntato a est sullo Yemen e, a nord, su Sudan (dove nella guerra civile agiscono i suoi proxi degli Emirati Arabi Uniti) ed Egitto.

Da Internet: Il 26 dicembre 2025, Israele ha riconosciuto ufficialmente il Somaliland come Stato indipendente e sovrano, diventando il primo paese membro delle Nazioni Unite a compiere questo passo nei confronti della repubblica autoproclamata separatasi dalla Somalia nel 1991. L'intesa è stata siglata dai leader israeliani e dal Presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi (Irro), segnando una svolta epocale contro l'isolamento diplomatico di Hargeisa.

Con l’ingresso del Somaliland negli Accordi di Abramo, Israele si è assicurato una significativa presenza militare nel Corno, mascherata da forniture logistiche e tecnologiche finalizzate a formazione e addestramento delle forze locali. Ma soprattutto si è installato sul Golfo di Aden, ingresso al Mar Rosso, nel preziosissimo porto di Berbera, uno dei più importanti di quel mare, in vista dello Stretto di Bab el Mandeb e dirimpetto a uno Yemen che, al momento, è la forza più dinamica dell’Asse della Resistenza. Così se l’Egitto, ultimo grande Stato arabo rimasto in piedi (a parte la lontana Algeria che poco s’impiccia dovendosi guardare da ricorrenti rivoluzioni colorate ispirate da Parigi), controlla la testa del braccio di mare più strategico della regione, ora Israele ne contende allo Yemen la coda.

Stella di David sul Continente Nero

Detto del Corno, detto del Sudan più grande Stato africano-arabo, fatto a pezzi col contributo degli Emirati, sodale arabo di Israele, c’è ancora da dire sulla penetrazione israeliana nel continente nero: il Congo. A Gerusalemme si è presentato ai primi di settembre Felix Tshisekedi, presidente della Repubblica Democratica del Congo. Risultato, un accordo di cooperazione bilaterale di sicurezza, difesa ed economia. Non manca nulla per una pervasività israeliana a 360 gradi. Israele fornirà appoggio tecnico e strategico alle forze armate della RDC in tema di intelligence, cibersicurezza, addestramento e utilizzo di droni, infrastrutture, tecnologia, formazione diplomatica. Non si era asciugato l’inchiostro dell’accordo e arrivò la ratifica della decisione della RDC di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme, mentre Tel Aviv apriva la sua a Kinshasa.

Nell’immediato e sul piano concreto, consiglieri israeliani stanno preparando forze congolesi allo scontro contro i ribelli Tutsi del Movimento 23, penetrati dal Ruanda nel nordest del Congo, eterno mandatario euro-atlantico per i soliti interessi minerari. Qui i militari dell’IDF si trovano affiancati dai miliziani di Eric Prince, ricordate? Il fondatore delle bande mercenarie Blackwater, onusto di onori coloniali. Tout se tient, come suol dirsi.

Dove appare Israele le condizioni per un grande botto, o per una serie di fragori diffusi, ci sono tutte.

giovedì 1 ottobre 2026

FULVIO GRIMALDI--- MA REGENI ERA UNA SPIA? --- CHI L’HA AMMAZZATO, I SUOI O I LORO?

 

FULVIO GRIMALDI

MA REGENI ERA UNA SPIA?

CHI L’HA AMMAZZATO, I SUOI O I LORO?

https://mail.google.com/mail/u/0/?tab=rm&ogbl#inbox?projector=1

https://youtu.be/X7qIFjMQGFw

 

Versione alternativa a quella bipartisan

Un processo, una condanna, nessun assassino, nessun imputato, nessuna prova. Un giovane allievo degli istituti più elitari del mondo in cui si formano militanti dell’Occidente.

Un nostro morto torturato e buttato sul tavolo dei negoziati che ci avrebbero dato lo sfruttamento del più vasto giacimento di gas del Mediterraneo.

La punizione di un presidente laico, amico dei russi e avversario del regime di trafficanti di Tripoli, nostri amici, e che ha cacciato un predecessore islamista, amico dell’Occidente.

Un ricercatore a Cambridge che lavora per un’impresa internazionale di spionaggio diretta dall’inventore degli squadroni della morte, dall’ex-capo dei Servizi Segreti britannici, e dall’uomo di Nixon dello scandalo Watergate.

Un sindacalista egiziano cui si offrono 10.000 euro per un “progetto politico” e neanche un soldo per le cure di sua madre affetta da cancro.

Due esponenti della Fratellanza Musulmana (il partito del presidente Morsi detronizzato) che curano la spedizione di Regeni da Cambridge al Cairo.  Un provocatore scoperto e bruciato che i suoi fanno fuori e scaricano sui concorrenti per ottenere almeno il risultato di fare le scarpe all’Italia.

Questi alcuni capisaldi della vicenda Regeni. Il resto nel video. Ed è parecchio.

martedì 29 settembre 2026

Fulvio Grimaldi --- CORAGGIO IN FINALE, TERRORISMO OUT --- Palestina e resto del mondo

 


https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__coraggio_in_finale_terrorismo_out_palestina_e_resto_del_mondo/58662_69148/

Il coraggio, uno, se non ce l’ha, se lo può dare…

Scusate se ho parafrasato le parole che Manzoni ha messo in bocca al tremebondo Don Abbondio, spaventato e dunque soggiogato dai potenti, ma è una correzione che sta nelle cose ed è anche dimostrata dall’attualità.

Intanto nessuno nasce col coraggio incorporato nei neuroni, nei muscoli e nei nervi. Quindi è giocoforza che, quando giunge l’ora, se lo debba dare. Ci sono vari gradi. C’è chi non se lo trova, come il curato dei Promessi Sposi. Chi se lo costruisce e se lo ritrova nel corpo e nello spirito e, a volte, ciò che scappa fuori merita di essere considerato eroe per via dell’immane costo affrontato e, magari, pagato. Chi ne produce quanto basta per cavarsela, o dare una mano. E c’è chi non ci pensa e si chiama indifferenza al rischio.

Nel primo caso abbiamo gente come gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, registi di NAZA, o il rapper statunitense Macklemore (Benjamin Haggerty). Nel secondo e terzo, gente come me e come altri che fanno il mio mestiere di inviato di guerra, o i vigili del fuoco, o i soccorritori di seppelliti da macerie, di prossimi ad annegare, o a cadere da una roccia, o da confortare e salvare in qualsiasi altro modo. O a chi si prende la manganellata sul cranio, per evitare che finisca sulla testa del compagno, o vuole dimostrare che non è detto che si debba sempre scappare davanti alla forza sul diritto.

 I nomi che ho citato sono di terroristi o, quanto meno, sostenitori di terroristi. Così li definiscono, condannano e, quando possono, puniscono, coloro che danno del terrorista all’universo mondo che non gli lucida le scarpe. E sono quelli che campano di terrorismo e quando non riescono a fare il transfert nominale del terrorismo da sé agli altri, come sta avvenendo sempre più, anche grazie agli eroi qui nominati, che restano fottuti. Intanto, per proteggere la categoria dalle conseguenze del suo abominio, fanno leggi-bavaglio

A dispetto di Brecht: beato il paese che produce eroi

Di Yuval Abraham va sottolineato la caratura del coraggio anche alla luce delle campagne di diffamazione e dell’ostracismo sociale subito a seguito del suo “No other land” (Nessun’altra terra), il film premiato con l’Oskar e girato, in commovente amicizia col palestinese Basel Adra, nel villaggio cisgiordano di Mosafer Yatta, ininterrottamente aggredito e vessato dai coloni e soldati. Uno destinato alla condizione di privilegiato ontologico che vi rinuncia e condivide la sorte degli ultimi, dei morituri.

Raras Flores di questo giardino del coraggio e della nobiltà ne abbiamo anche a casa nostra. Cito per tutti Moni Ovadia, che sa bene quali rischi corra la sua persona per la posizione assunta su Netanyahu e il genocidio. Quale sofferenza e quale coraggio di fronte di chi guida il paese dove i correligionari di Moni si sono fatti Stato a scapito di un intero popolo, protetti dalle conseguenze dei propri delitti da un vittimismo strutturale e ipocrita.

Vittimismo celebrato da penitenti con la cenere sul capo a scapito delle vittime vere e di oggi, laddove la presunta vittima ha dimostrato di non avere scrupoli ove si trattasse di sacrificare membri della propria comunità. Il 7 ottobre lo dimostra. Quello di Ovadia, o di Anna Foa e di altri che, come loro, antepongono il coraggio della verità e dell’etica a un legame identitario che si vuole di valenza superiore a ogni altra cosa, rappresenta un’insidia parallela e a volte superiore a quella di forze di resistenza combattenti.

Uomini e caporali

E’ il caso del governo sionista e dei suoi sicofanti d’Occidente. Più recentemente e clamorosamente è il caso del cantante Ed Sheeran e di Robert Kraft, organizzatore di stadi e concerti, premiato da Netanyahu e finanziatore di gruppi del sionismo estremista. Nei concerti USA di Sheeran, Macklemore era l’apertura, con le parole e il canto che troverete qui in chiusura. Dopo la cancellazione di Macklemore da numero d’apertura nello stadio del New Jersey, accusato da Kraft di “discorso dell’odio”, la star musicale dai capelli rossi si è rifugiato tra i topi, nel covo dell’apoliticità e dell’equidistanza; l’israelita Kraft, ha incalzato cacciando il rapper e cantautore anche da tutti gli eventi successivi programmati.

La reazione di pubblico e di protagonisti della scena politica, musicale e culturale statunitense è stata l’inatteso contraccolpo che ha dimostrato come stesse cambiando il vento e l’immagine di Israele. Vili o complici, si sono trovati rasi al suolo dal coraggio dei “terroristi” e “sostenitori del terrorismo” come Yuval, Rachel e lo stesso Macklemore.

Per Sheeran e Kraft l’atto codardo dell’uno e repressivo dell’altro si è trasformato, a dispetto del supporto milionario, in disastro di pubbliche relazioni. Altri artisti impegnati nel tour si sono tirati fuori in segno di protesta, il pubblico già prenotato ha espresso solidarietà al rapper, migliaia di biglietti sono stati restituiti. Segno evidente di una svolta morale e politica, inevitabilmente anche culturale, della quale l’ovazione di Venezia è stata il segno più visibile. Ricorda gli anni 80, quando una maggioranza di posizioni politiche e di opinione pubblica decretò la morte dell’apartheid in Sudafrica.

Macklemore, Sheeran, Kraft

C’è voluto del coraggio anche nei primi sostenitori di Nelson Mandela, in carcere da “terrorista”. Il vento dominante era quello del colonialismo che non si arrendeva e che anzi già programmava la rivincita nella forma dell’aggressione imperialista “umanitaria”, in attesa dell’innesco dell’11 settembre. Quel coraggio si è visto manifestare tante volte, ma nel caso delle figure che hanno illuminato il palco della Biennale e poi quello del concerto di Sheeran, alla luce del prezzo pagato e ancora da pagare, assume l’indeffettibile carattere dell’eroismo. Quello vero. Quello di Giordano Bruno, le cui ossa ridotte in cenere, da cinque secoli trionfano sulla superstizione e la soperchieria e lo faranno, di millennio in millennio (Atomica e I.A. permettendo). Non meno del Che Guevara, sconfitto, ammazzato, dalle mani mozzate, ma che si è fatto sangue da inondare di coraggio e far vincere i cuori di milioni.

Coraggio? Audacia? Lavoro!

Dicendo coraggio, si parla della libera e determinata scelta di chi sa e accetta cosa glie ne può venire in termini di rischio, di danno, fino alla perdita di tutto. Gli viene affiancata l’audacia, che non ne è affatto un sinonimo, ma la copia vociferante, spensierata e goliardica del coraggio. Roba da Decima MAS. Ma anche, nobilmente, da scalatore del Cervino, o da navigatore in solitaria. Il coraggio è solo per lui. Lo impersona colui che non è che accetti conseguenze difficili, che però non riguardano che lui stesso. E’ una condizione che non comporta niente di etico, non si impiega per altri, è radiosamente onanistica.

Conosco e ho sperimentato da giornalista le fattispecie di ciò che non sempre correttamente è definito coraggio dell’inviato di guerra. Molte volte mi hanno interrogato sul coraggio che occorrerebbe per fare un mestiere che ti porta tra pallottole che fischiano e bombe che cadono, gente che ti insegue e ti vorrebbe strappare la penna, o la telecamera, o ti vorrebbe far pagare ciò per cui le hai usate. Ebbene, non è questione di coraggio.

Non di quello espresso dai due registi israeliani che sapevano di mettersi contro tutto il loro mondo, dalla comunità nazionale e religiosa alla famiglia e agli amici, e relativi aggregati. Perdere un futuro rassicurante. Invece, nella mia esperienza, a tirarsi fuori del coraggio in situazioni di conflitto, uno nemmeno ci pensa. Si deve andare, fare e basta. Come quando in laboratorio devi maneggiare la stricnina per fare un farmaco.

 

Faccio un esempio che più emblematico non si può. Bloody Sunday a Derry, Irlanda del Nord, la Domenica di Sangue, 30 gennaio 1972. Nella mia foto Jack Duddy morente, il primo colpito della strage, compiuta dai Parà inglesi, dei 14 manifestanti uccisi e dei 100 feriti. Lo raccolgono un infermiere e tre manifestanti. Davanti, ma chino per evitare le pallottole che continuano a sibilarci sulla testa, Padre Edward Daily, che sventola un inutile straccio. Io sono dietro all’obiettivo che fotografo. Lo farò per altre vittime, a decine, fino a quando il Primo Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà si dimostrerà sazio di sangue e Londra potrà illudersi di avere impartito una lezione definitiva alla protesta degli underdog irlandesi.

Qui il coraggio c’è. E’ quello anche di Yuval e Moni, di Rachel e Macklemore, degli ebrei che tengono testa al sionismo e alla sua illimitata capacità e volontà di rappresaglia. Di quei ragazzi, anch’essi eroici, che frappongono i propri corpi alla barbarie inflitta da coloni e IDF ai titolari di quella terra, uccidendo, bruciando, sradicando, abbattendo, scuole, cliniche, case, colture. E’ anche il coraggio di Aaron Rowe, Lukas Graham, Finneas e la band irlandese Beoga, tutti previsti in apertura dei concerti di Sheeran, che si sono giocati una barca di soldi e un pezzo di carriera abbandonando il tour dopo la cacciata di Macklemore. Il quale ha devoluto l’intero suo compenso di 1 milione di dollari a sei organizzazioni di sostegno dei palestinesi.

E’ il coraggio di tutti i palestinesi che, a costo di farsi sfracellare, restano attanagliati alla propria terra. E‘ il coraggio di quegli uomini con il corpo di un sedicenne sconosciuto in braccio, che per tutto il tempo che è occorso loro per allontanarsi dalla piazza del massacro e raggiungere un qualche rifugio, sapevano che potevano morire. Ma quel ragazzo, con gli occhi piantati fissi sul cielo, non lo hanno voluto lasciare lì.

A me non è neanche venuto in mente di dover fare appello a una forza chiamata coraggio. Né allora, né a Gaza durante Piombo Fuso, né nell’Eritrea sotto le bombe etiopiche, né in Honduras sotto le pallottole contro chi manifestava contro il colpo di Stato di Hillary Clinton e Mossad, né lungo il Giordano ad accompagnare le operazioni dei fedayin inseguiti dalla mitraglia degli elicotteri israeliani.

Questa disinvoltura dello stare tra i pericoli avevo creduto mi fosse rimasta dalla Guerra 1939-1945. Mia madre ci aveva reso immuni a spaventi e paure facendone un gioco. Quando passavano i bombardieri angloamericani ci faceva gareggiare per individuarne il modello e scorgerne i primi sganci. Mai in un rifugio: “Si rischia di crepare come topi”. Un’incosciente? Ci ho guadagnato l’audacia. Che non è nobile come il coraggio, ma serve a non farsi azzoppare dalla paura.

Ma, a parte questi retroterra personali, che ognuno ha diversi, né per me, né per i miei colleghi si pone la questione del coraggio, E’ lavoro. Addirittura deformazione professionale. E’ meccanico. Non c’è spazio per la paura e per la sua risposta, il coraggio. Pensi solo a guardare, vedere, riprendere, annotare, capire. Per poi comunicare.

Ecco, se qualcosa di etico, di ideale, c’è, è questo imperativo morale-professionale che ti impone di far conoscere, sapere. In questo senso il giornalista distribuisce armi alla gente. Come quello che da Gaza ci ha parlato e mostrato, a costo di morire, individuato da Palantir con tutta la sua famiglia e con tutta la sua famiglia fatto esplodere. Ce lo racconta NAZA, il film del coraggio di Yuval e Rachel, premiato a Venezia più che con il Premio della Giuria, con 24,5 minuti di ovazione in piedi, condivisa dal mondo degli umani. Un lungo passo di Israele a scendere verso l’autodistruzione, essendo .la distruzione morale già pienamente realizzata.

Togliere la cittadinanza: come i nazi con Thomas Mann

 

Il ministro della Cultura di Tel Aviv ha proposto il ritiro della cittadinanza israeliana a Yuval e Rachel. Ennesima scopiazzatura del regime nazista che l’aveva inflitta a uno dei più prestigiosi dei suoi cittadini oppositori espatriati negli USA, o altrove: Thomas Mann il più grande scrittore tedesco allora vivente e di cui ho avuto l’onore di seguire il corso di Germanistica a Colonia. E non c’è organo di rilievo anglosassone, o tedesco che non abbia blaterato di antisemitismo. Da noi si armano i genocidi militarmente, ma anche culturalmente e politicamente: si va facendo votare da un parlamento, o complice o impotente, la legge che anatemizza come antisemitismo ogni critica al regime dell’apartheid e del genocidio.

Si sono scatenati negli USA, utilizzando lo stesso falso scopo dell’antisemitismo inteso come critica dei genocidi, la Lega Antidiffamazione, il Consiglio Israelo-Americano, fondato e finanziato dalla famiglia miliardaria degli Adelson (finanziatrice della campagna elettorale di Trump), tutti i maggiori media nordamericani, dalla CBS a USA Today, dal New York Post a Variety.

I militanti dell’Hasbara hanno alluvionato internet e social con una foto di Macklemore del 2014, nella quale, addobbato con parrucca, pelandrana e naso finto, avrebbe irriso agli ebrei (si trattava di un travestimento raccattato in magazzino, per non farsi riconoscere da un’audience).

Yuval e Rachel hanno rivelato al mondo, con le parole dei suoi perpetratori militari, “di che lagrime grondi e di che sangue e di che inenarrabili atrocità, un genocidio che, strisciante per quasi un secolo, è diventato rimozione totale di ogni vita a partire dal 7 ottobre 2023. Data di un evento atteso e lasciato accadere, come oggi si imputa a Netanyahu, e poi narrato in termini opposti al vero per poter giustificare la mostruosità di 3 anni di pulizia etnica e del progetto di rimozione totale di un’intera componente del genere umano.

 

 

 

 

Il terrorismo, fattosi Stato, risponde

 

Coloro che l’11 settembre di 25 anni fa hanno inventato, fatto e poi caricato su altri il terrorismo, con un copia e incolla dei 60 anni di pulizia etnica in Palestina, con quel transfert hanno provato a comandare l’universo mondo, spazio compreso. Per questa impresa, all’umanità hanno fatto pagare il prezzo di 26 anni di guerre ininterrotte a chi non ne faceva. Una ricerca, guerra per guerra, della Brown University ha calcolato che nei vent’anni successivi agli attentati dell’11 settembre, un precursore del 7 ottobre nella Palestina occupata, 900.000 sarebbero state le morti dirette causate dalla “guerra al terrorismo”. Le morti indirette, provocate dal collasso di economie e infrastrutture nei paesi aggrediti, sbaraccati e falliti, ammonterebbero a 3,8 milioni.

 Ne è anche conseguita la riconfigurazione di Stati, delle rispettive leggi, istituzioni, pratiche e dei rapporti di potere. Tutto doveva essere resettato in funzione della “lotta al terrorismo”, obiettivo supremo e strumento fondamentale dell’ondata autocratica che pervade l’Occidente. Con il solito pretesto dello stato d’emergenza, praticato ormai su vari piani, sanitario, climatico, dell’immigrazione, era nato lo Stato antiterrorista, funzionale all’utilizzo globale del terrorismo sia all’esterno, sia per il disciplinamento interno. Lo ha codificato, nel luglio scorso, il Segretario di Stato Rubio con il suo summit dedicato alla lotta globale contro “l’estremismo – terrorismo – di sinistra”. La società della sorveglianza, fondata sulla raccolta di dati, ne è il corollario.

Screditato agli occhi dell’umanità, ridotti a farsi scudare da fascismi richiamati in servizio dall’emergenza della propria disfunzionalità, lo Stato degli 80 anni di terrorismo ha provato a seppellire lo tsunami scatenato dal coraggio degli eroi succitati. Un osceno e patetico contrasto ai racconti di NAZA. Tipo questo: Le interviste sono una frode, non si tratta che di calunnie e di tradimento. Agli autori va tolta la cittadinanza israeliana…”

Dovrebbe bastare per neutralizzare la catastrofe di credibilità e la dimensione della ripugnanza di fronte ad affermazioni come questa, contenuta nel film dell’orrore NAZA.

 

“E’ più facile ammazzare gente quando lo fai su uno schermo. E’ morbosamernte divertente. I funzionari dell’Intelligence sanno e ti dicono tutto. Ascoltano i cellulari, penetrano con gli algoritmi. Sanno che le case che vanno a bombardare sono piene di bambini. Addirittura ascoltano bambini piangere. Poi ordinano il colpo”.

Questo per quanto riguarda la reazione difensiva, che è quella del buco nell’acqua. Ahinoi meno fallimentare è la risposta offensiva. Il lunedì successivo alla premiazione di NAZA a Venezia viene annunciato che il regime Trump – ovviamente sempre tramite ordini esecutivi che sbeffeggiano il Congresso – venderà a Israele armi aggiuntive per 2,8 miliardi di dollari: 40.000 bombe da 1 tonnellata e 20.000 bunker-buster (sfonda-bunker). Spedizione successiva a quella di marzo con armamenti per 4 miliardi.  Si tratta degli ordigni utilizzati da Israele per incenerire Gaza e uccidere 75.000 palestinesi (non calcolate le decine di migliaia seppelliti sotto le macerie e morti o moribondi per gli effetti dei raid). Bombe “intelligenti” che uccidono in un raggio di 305 metri e fanno crateri profondi 15,4 metri.

 

Quanto all’accusa di frode, calunnie e tradimento con cui l’Hasbara, la sempre più maldestra propaganda israeliana, l’ombrello con prova a ripararsi dalla grandine dei fatti, ne ha rilevato al mondo le stecche, sotto il telo stracciato, il “moderato” presidente iraniano Pezeshkian. Sta in questa immagine, vista dai 193 paesi dell’ONU, il compendio del sistema basato sullo sterminio di civili, con per asse infanticidio e femminicidio:

 

Il “discorso dell’odio” di un “terrorista”

Chiudo, riportando cosa disse Macklemore il 4 settembre, dal palco, aprendo per Ed Sheeran il concerto del New Jersey.

“Ho pensato tutto il giorno a cosa dire qui. Uno dei motivi per i quali ho voluto partecipare a questo tour è perché volevo stare sui palchi degli stati in America per dire due parole che sono vicine e care al mio cuore: Palestina libera.

Ho detto Palestina libera. Voglio che queste parole siano chiare e forti, in modo che la gente, da Gaza fino alla Cisgiordania occupata, sappia che non l’abbiamo dimenticata.

E questa prossima canzone, mi è stata ispirata dal coraggio degli studenti della Columbia University che hanno organizzato un movimento di campeggi che ha mobilitato il mondo intero e hanno aperto i cuori, compreso il mio. Dico grazie a quegli studenti che hanno rischiato le loro lauree, il loro apprendimento, le loro borse di studio, perché si sono alzati a dire: “No”.

Studenti per la Giustizia in Palestina, Studenti della Columbia University, Voci Ebraiche per la Pace, grazie!

A tutte le mie sorelle e ai miei fratelli ebrei: la critica a Israele, la critica all’apartheid, essere contro il genocidio non è una critica a voi. Il mio messaggio è peer la pace, perr l’amore per tutti gli esseri umani che siano trattati con dignità, rispetto ed uguaglianza.

Perciò dico Palestina Libera, dico Libano Libero, Cuba libera, Congo libero, Sudan libero, liberi tutti coloro che in America vivono nel timore di questa organizzazione terrorista che è l’ICE. Nessuno di noi sarà libero finchè tutti non saremo liberi.

Macklemore ha chiuso il suo intervento, cantando la sua canzone per Hind Rajab, la bambina palestinese di 5 anni, uccisa dall’IDF mentre invocava aiuto dalla macchina in cui si trovava accanto ai suoi famigliari uccisi.

Siamo a 1000 giorni di genocidio. E a dirlo siamo passibili di condanne penali ai termini della nuova legge del sionregime meloniano contro l’antisemitismo. Ovviamente inteso come sacrilega critica allo Stato fratello sionista. Avanguardie della fascistizzazione globale in Occidente, vanno fermati insieme.

Se questo è il prezzo per aver contribuito, nel nostro piccolo, a diffondere quanto Yuval, Rachel, Macklemore hanno tirato in faccia ai genocidi e fascismi aggregati, ben ci sta.

 

 

domenica 27 settembre 2026

Fulvio Grimaldi LATINOAMERICA--- COME FAR DIVENTARE A STELLE E STRISCE IL ROSSO

 

 

Fulvio Grimaldi

LATINOAMERICA

COME FAR DIVENTARE A STELLE E STRISCE IL ROSSO

 

https://www.youtube.com/watch?v=09DncUvlPDI&t=1s

https://youtu.be/09DncUvlPDI

Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”

Se la dottrina Monroe – “L’America agli americani”, 1823 – ha fatto del male ai paesi e popoli dell’America Latina, dal Messico alla Terra del Fuoco, la sua riedizione in Donroe – “Supremazia incontestata degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale” – si sta evolvendo in pandemia mortale. Dell’America Latina progressista, o rivoluzionaria, o antimperialista rimangono due presidi, Messico e Nicaragua, con un terzo, Brasile, che, dopo la caduta con Bolsonaro in un regime non dissimile da quello di Milei, se la cavicchia con un Lula rieditato in chiave difensiva. A una settimana dalle elezioni presidenziali dell’8 ottobre il vantaggio di Lula sul candidato trumpista, già rassicurante, si è ridotto a un soffio: secondo l’istituto Datafolha, se in un primo sondaggio risultava del 40% contro il 36% di Flavio Bolsonaro, saremmo ora al 47% sul 45,5%.

Fronte indipendentista e antimperialista striminzito assai, rispetto a quello che, ancora pochi anni fa, riuniva una maggioranza dei paesi del Cono Sud: Venezuela di Maduro, Bolivia di Arce, Ecuador di Correa, Perù di Castillo, Honduras di Xiomara Castro, Colombia di Petro, Argentina dei Kirchner, Cile dell’esitante Boric, Cuba, per quanto sotto crescente pressione del bloqueo e, ovviamente, il Messico di Obrador e poi della Sheinbaum.

Oggi c’è un fronte che alla bandiera dell’anticolonialismo e antimperialismo ha sostituito neanche la vecchia e collaudata formula della pseudo-democrazia liberale, dipendente, finto-autodeterminata, ma, a immagine di Trump e della sua gestione extraparlamentare degli ordini esecutivi, una riedizione dei cacicchi e caudilli dell’era kissingeriana del Condor: Milei in Argentina, Kast (figlio di un gerarca nazista) in Cile, Noboa in Ecuador, De la Espriella nella Colombia tornata a essere la centrale del Mossad per il subcontinente e fulcro di irradiazione delle imprese agricole e industriali israeliane. Poi Rodrigo Paz in Bolivia, Keiko Fujimori (figlia del presidente genocida Alberto) in Perù, in Honduras Asfura, sponsorizzato dall’ex-presidente Hernandez, condannato negli USA a 45 anni di carcere per narcotraffico, ma amnistiato da Trump e rispedito in Honduras a dar man forte ad Asfura.

Episodio che ci dice come un tempo potesse capitare che gli USA colpissero davvero un esponente autentico del narcotraffico e non si utilizzasse l’accusa di traffico di stupefacenti per affondare barche di pescatori, o rapire o pressionare presidenti di Stati disobbedienti, tipo Venezuela e il Messico, come succede con l’uomo che sussurra a golpisti e fregoni.

A promuovere questa inversione a U di quella che è diventata, a fianco di paesi storicamente repubbliche delle banane, o facenti tali funzione con altre risorse nazionali, la larga maggioranza dei paesi latinoamericani, sono serviti colpi di Stato militari, o parlamentari, o addirittura elettorali, con una netta prevalenza di questi ultimi nel corso degli ultimi tre anni. Significativo il dato che, all’uscita dall’aula in occasione dell’intervento di Netanyahu all’ONU, hanno partecipato appena 14 paesi latinoamericani su 33.

In Perù la presidente dell’assemblea parlamentare, Dina Boluarte, dopo ripetuti abboccamenti con la generale Laura Richardson, capa del Comando SUD delle Forze Armate USA, ha raccattato una maggioranza di destra e ha spodestato e incarcerato il legittimo presidente, Pedro Castillo.

In Ecuador brogli assolutamente spudorati e rilevati dalla stessa commissione Elettorale, hanno privato la leader della Sinistra, Luisa Gonzales, della legittima vittoria alle presidenziali e hanno imposto Daniel Noboa, rampollo di una famiglia di imprenditori che controlla le 25 maggiori imprese private del paese. Dagli analisti ONU del narcotraffico, l’Ecuador, dove si trova la più grande base militare USA dopo quelle della Colombia, estromesso Rafael Correa, è diventato il massimo esportatore di stupefacenti dell’America Latina. Le spedizioni partono dal porto di Guayaquil e percorrono la rotta del Pacifico.

Con il presidente di sinistra Gustavo Petro, in Colombia, a suo tempo soggetta al potere incontrastato del narcoboss Pablo Escobar, la rotta dei Caraibi aveva perso la sua preminenza, anche ostacolata via terra dall’Honduras pre-golpe.

In Bolivia, il golpe militare del 2019 aveva rimosso e provocato la fuga in Messico del presidente Evo Morales, in carica dal 2006 a dispetto di un articolo della Costituzione che ne vietava il terzo mandato. Ma elezioni generali nel 2020 riportano al potere, non l’ormai screditato Morales, ma colui che ne è stato l’ottimo ministro dell’Economia, Luis Arce. Arce sopravvive al fallito golpe del 2024, ma è sconfitto alle elezioni da Rodrigo Paz Pereira della destra filo-yankee e finisce in prigione sotto la ovviamente strumentale accusa di essersi appropriato di fondi destinati agli indigeni.

La situazione che rattrista e indigna di più è quella dell’Honduras, anche perchè ne ho vissuto in diretta il colpo di Stato del 2009, ordinato ai militari felloni da Hillary Cltinon e curato sul posto, nei particolari decisivi, dal capostazione Mossad basato in Colombia e, poi, la lunga resistenza coronata 10 anni dopo dalla vittoria di Xiomara Castro, poi a sua volta abbattuta da un golpe, stavolta elettorale.

Forse l’Honduras è l’esempio più osceno di predazione neocoloniale. Utilizzata come campo di sperimentazione delle famigerate ZEDE (Zone di impiego e sviluppo economico), territori urbani costruiti e amministrati da privati per privati ricchi, perlopiù stranieri, fuori dalla sovranità dello Stato, delle sue istituzioni e leggi, si è visto ora imporre uno spopolamento a vantaggio di reality televisivi. I Garifuna, popolazioni meticce afro-indigene, che abitano la cosa atlantica, hanno dovuto sloggiare, a forza di migliaia di poliziotti, dai loro territori ancestrali – Cayos Cochinos – dichiarati dal governo “riserva naturale”, per far posto al Reality Show israeliano (!) “Survivor”.

Al momento è in corso uno scontro durissimo tra agenti di guardia all’impresa tv e i Garifuna che hanno allestito accampamenti di lotta tutt’intorno alla zona, di terra e di mare, dalla quale sono stati cacciati. Meriterebbero che questa ennesima duplicazione soft di una Gaza della speculazione, dell’esproprio e dell’ecocrimine, ricevesse la solidarietà riservata a esempi più pubblicizzati della predazione imperialista. 

 

Sic transit…

La lista degli episodi di inversione a U occuperebbe il resto dell’articolo e ve la risparmio-  Basta dire che, per tornare su un titolo che qualche anno fa potevo dare a un mio docufilm sull’insieme più significativo dell’attualità latinoamericana, “L’Asse del Bene”, oggi siamo costretti a titolare il quadro complessivo del subcontinente “Asse del Male”.

E a questo proposito, nel racconto di cui al link, si vede apparire e utilizzare uno strumento, inedito ma efficacissimo, di destabilizzazione politica e sociale, a superamento dei classici colpi di Stato e regime change colorati. Porta il nome del suo protagonista, Fernando Cerimedo, un consigliere dell’”anarcocapitalista” Javier Milei in Argentina, frequente visitatore della Casa Bianca, un superesperto della comunicazione-manipolazione digitale, utilizzato in praticamente ognuna delle recenti elezioni che, con la vittoria delle destre e del trumpismo, hanno visto i cambiamenti sopra descritti.

Di digitale e cibernetica mi intendo pochissimo, mentre Cerimedo ne è un campione olimpico. Per cui consiglio di procurarsi informazioni più tecnicamente dettagliate sull’operare di questo “consulente elettorale universale”. Basta dire che viene convocato da tutti coloro che puntano a vittorie elettorali nel nome di un MAGA di applicazione locale. Lo si è visto dunque operare in Honduras, Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù, che tutti avevanola costante di sondaggi pre-elettorali dal risultato aperto, o che addirittura prevedono la vittoria delle sinistre.

L’ operatività di Cerimedo è sostenuta, secondo inchieste aperte da diverse magistrature e secondo quanto rivelato dalla sua compagna, Nadia Beller, dal traffico massiccio di cocaina. Se ne è venuti a conoscenza con il suo arresto a La Paz per aver tentato di uccidere la fidanzata che, appunto, aveva svuotato il sacco sui voli della droga dal consulente argentino organizzati e che gli procuravano i fondi per ricatti, compravendite e organizzazione delle operazioni.

In stretta sostanza, queste consistevano nella creazione, oltrechè di eserciti di troll digitali, di migliaia di account falsi automatizzati, ma resi credibili dal legame col territorio e con gli interessi delle classi popolari e dalla caratterizzazione a sinistra. Apparentemente distanti da candidati di segno trumpiano, ne rilanciavano gli obiettivi ridipinti di colori sociali e anticoloniali e denunciavano presunte magagne morali e legali degli autentici esponenti delle formazioni progressiste.

Se non fosse bastato, a Cerimedo viene anche attribuita una rete di collaboratori locali addestrati a interventi manuali, o con algoritmi, sul conteggio delle schede.

A completamento di questo laboratorio della disinformazione e dell’inquinamento del processo elettorale, dimostrato attivo in Argentina, Cile, Brasile, Ecuador, Honduras, Cerimedo, utilizzando il suo controllo sul traffico di cocaina, si pone anche come facilitatore di pretesti per le famose “operazioni anti-traffico” con i quali Trump giustifica il suo interventismo nel subcontinente.

Il particolare curioso della disavventura in Bolivia del consulente digitale argentino e l’arresto che ha dovuto subire per aver tentato di accoppare la sua donna. Arresto che ha avvolto nel massimo imbarazzo il neopresidente Rodrigo Paz, uomo della stessa impronta politica di Cerimedo come dei suoi “clienti” latinoamericani e dei suoi sponsor a Washington.

Sarà interessante vedere, come i due compari se la caveranno, o come il tentato assassinio della Beller in Bolivia, sotto il tetto dell’amico Capo di Stato, possa aver privato Trump di una pedina del Donroe, avendo portato alla luce uno dei più giganteschi traffici di influenze elettorali (oltrechè di cocaina) mai visto al mondo.

martedì 22 settembre 2026

Fulvio Grimaldi CUBA, DOVE VAI? 176 trasformazioni: deviazione o inversione a U?

 

Fulvio Grimaldi

CUBA, DOVE VAI?

176 trasformazioni: deviazione o inversione a U?

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__cuba_dove_vai_176_misure_di_riforma_deviazione_o_inversione_a_u/58662_69032/

𝗖𝗨𝗕𝗔, 𝗟'𝗜𝗦𝗢𝗟𝗔 𝗜𝗡 𝗕𝗜𝗟𝗜𝗖𝗢 Cuba attraversa una delle fasi  più delicate degli ultimi decenni. Il Partito Comunista Cubano mantiene il  controllo politico del Paese e Miguel Díaz-Canel resta al centro del sistema

 

(Premetto che devo molti dati sul processo di trasformazione che sta vivendo Cuba a “Resumen”, la piattaforma digitale, tv, radio e stampa, argentina che da decenni illustra le cose latinoamericane e del mondo da una posizione rigorosamente anticapitalista e antimperialista)

Venezuela andata, Honduras andato, Perù andato, Bolivia, Ecuador, Colombia, Cile andati… E neanch’io, cubano rivoluzionario da oltre 60 anni e ininterrottamente stritolato dallo yankee, mi sento tanto bene. E mica solo per via del bloqueo.

La vicenda di Alessandro Di Battista tra Santa Clara e l’Avana dimostra quanto la rivoluzione sappia fare a dispetto dello strangolamento, da Trump accentuato oltre ogni tollerabilità umana, con conseguente invivibilità per i 10 milioni di persone che ancora non si accomodano sotto l’ombrellone guardato da  sentinelle della Casa Bianca, del Pentagono, dei Fondi d’Investimento USA.

E però, assodata oltre ogni dubbio, anche grazie all’esperienza di Di Battista e a dispetto del bloqueo, l’ineguagliabile efficienza delle prestazioni di Stato cubane in materia di sanità, oltrechè di istruzione, come dimostrate nel caso di Dibba e, prima, per decenni, in tante parti del mondo, compresa la nostra, interrogativi nuovi si pongono. E sono materia di discussione tra chi la vede nell’ottica dei due famosi concetti di Gramsci: l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Dove al termine pessimismo preferirei quello di circospezione.

Si dà per scontato che vi possano essere, come per il Venezuela, o per i curdi filoisraeliani e filo-USA del Rojava,adesioni sentimentali al limite dell’irrazionale e che non sanno privare la loro visione delle cose, oggi segnata da ombre pesantissime, del conforto delle luci offerte dai consolidati capisaldi della resistenza. Ma poi ci sono i fatti. E sono quelli che dovrebbero mantenerci in equilibrio tra i due termini del postulato di Gramsci. E qui, facciamo un modesto tentativo per guardarne e capirne alcuni di quei 176 che hanno comunque e al di là ogni dubbio radicalmente cambiato l’assetto economico e sociale dello Stato cubano.

Non c’è luce, non c’è cibo, non ci sono combustibili, non ci sono trasporti, non c’è produzione, non c’è agricoltura. C’è tantissimo sole, ma non ci sono i pannelli solari. Ora li ha forniti la Cina. Un po’ di internazionalismo ci rimane. Se la questione è la sopravvivenza, ogni critica o condanna dovrebbe confrontarsi con le condizioni di ogni cittadino cubano.

Un’altra Cuba

 

Riproduciamo da comunicati ufficiali. Il Parlamento cubano ha approvato un pacchetto di 176 misure economiche, dette “trasformazioni”, suddivise in 23 aree, per flessibilizzare il modello economico del Paese e fronteggiare la grave crisi.

Apertura al settore privato: Vengono ampliate le opportunità per le attività private e introdotta l'apertura verso le banche private.

Investimenti esteri e diaspora: Si facilitano i capitali stranieri e si punta ad attrarre risorse finanziarie provenienti dalla diaspora cubana.

Riforme strutturali: Il piano tocca il sistema bancario, il turismo, l'agricoltura, la fiscalità, i salari, il mercato valutario e la riduzione graduale dei sussidi statali.

Obiettivo: Ridurre la dipendenza dalla gestione statale centralizzata e introdurre correttivi di mercato per rilanciare la produzione e la distribuzione di beni.

E allora veniamo ai fatti. Quelli delle 176 misure. Non tutte, perché finiremmo a Natale. Ma qualcuna delle più significative. Misure, peraltro che, pur trasformando radicalmente il modello socioeconomico del paese, sono state approvate, con insolita celerità, in unica seduta, all’unanimità, dopo una breve dichiarazione di appoggio del Generale Raul Castro, sia dal Comitato centrale del PCC, sia dall’Asemblea Nacional del Poder Popular.

Poi chiunque si farà la sua opinione. Basta non anatemizzare chi arriva a conclusioni diverse dalle proprie. E’ successo con il Venezuela, quando perfino con i militari USA e israeliani a prendersi carico del territorio e la legge degli idrocarburi che restituisce tutto ai privati, perlopiù stranieri, ENI compresa, chi osava mettere in dubbio la “ritirata strategica e la continuità del chavismo”, veniva definito “tarantolato da tastiera che giudica da sicura distanza (divano?) e ignora il fuoco del conflitto di classe”.

Fidel: “Rivoluzione è cambiare tutto ciò che deve essere cambiato”

Trasformazioni 20, 21, 23. Un’impresa privata può contrattare più di 100 lavoratori; una stessa persona può essere proprietaria di più imprese ed essere azionista di ognuna. Si tratta di misure che forniscono la base legale per un’accumulazione capitalista senza precedenti dal 1959. Da dove sorgano questi nuovi proprietari e azionisti, non è specificato.

Trasformazione 19. Il salario dei lavoratori non viene determinato da una scala salariale nazionale, ma verrà calcolato in relazione alla salute economico-finanziaria di ogni impresa. Si tratta dunque di un dispositivo che fa dipendere il salario dallo stato di solvenza dell’impresa, la quale impresa, se dovesse non resistere alla svalutazione pianificata della moneta, verrà liquidata, senza indicazioni su cosa avverrà dei dipendenti.

Trasformazione 63 e 70. Il sussidio di Stato cesserà di essere destinato ai prodotti per essere indirizzato al cittadino. Virtualmente estinta, la libreta dei ben razionati, già concepita per tutti, sarà sostituita da una piattaforma con classificazione di coloro che sono definiti vulnerabili (calcolati in 876mila) e che riceveranno aiuti. Il resto rimane escluso. La sostituzione di un sussidio universale, - e si sa quanto vitale per 10 milioni di cubani – con sussidi mirati, modifica lo statuto dell’uguaglianza. Da un diritto riconosciuto a tutti, si passa a una condizione personale da verificare e l’onere della prova spetta al soggetto reclamante.

Trasformazione 36. Sulle relazioni di proprietà il testo riconosce la legittima crescita del patrimonio finanziario (accumulazione capitalista) delle persone giuridiche e fisiche, ma promette di ostacolare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Ma ciò che viene espressamente respinto è lo sfruttamento indiscriminato, sia per omissione, sia all’interno di una sfera consentita. La domanda su quanto occorra alla gente per vivere, cessa di essere il punto di partenza della strategia economica e la ricchezza della nazione non viene più concepita come mezzo per il sostegno alla vita.

Trasformazione 71. Il pacchetto crea un Fondo Protezione Sociale come “premessa delle altre trasformazioni”. Tale fondo verrà capitalizzato con il risparmio che si otterrà dall’eliminazione proprio dei sussidi ai prodotti e servizi.

Trasformazione 64. Impone a tutti gli attori economici, statali e privati, nazionali o stranieri, di partecipare, nel nome della propria responsabilità sociale, a un elenco di tredici funzioni che, prima delle nuove misure, erano tutte statali. Aiutare a pagare le pensioni. Sostenere mense comunitarie, farsi carico di alloggi per bambini senza protezione famigliare, come delle residenze per anziani, sostenere ospedali e scuole e concorrere alle spese funebri di famiglie che non se le possono permettere. La mano privata, ove volenterosa, a integrazione delle carenze dello Stato.

La protezione sociale universale, per decenni fondamento principale della legittimità dello Stato, passa a dipendere da un terzo che decida di farsi carico, senza che vi sia obbligo esigibile, di ciò che era competenza dello Stato.

Quale delle tre Cuba possibili?

 

A questo punto il dibattito pubblico a Cuba, per quel che si esprime, volge attorno a tre posizioni. Quella approvata dal governo che separa la proprietà dalla gestione, apre all’azionariato senza sfiorare la titolarità sociale e fa decidere dallo stesso apparato che decideva in passato.

L’altra propone una socializzazione effettiva del potere che subordini ogni forma di gestione, statale o privata, al controllo vincolante dei lavoratori e delle comunità organizzate. Opzione socialista. La terza postula una transizione verso un’economia sociale di mercato nel quadro di uno “Stato di diritto democratico”. Opzione nettamente liberista che è risulta ovviamente la preferita da Washington.

L’isola che non c’è… più

Quanto al sottoscritto, quell’isola l’ha frequentata, illustrata e sostenuta in parole e opere, ma poi non si è più ritrovato, né nella retorica dell’Associazione d’Amicizia Italia-Cuba (di cui aveva fondato una sezione), marchiata da interessato opportunismo, né in quella dei tromboni della nomenclatura burocratica cubana destinata ad occuparsi di visitatori, brigate di lavoro, turisti, compagni. Era rimasto impegnato per il cubano di strada, di aula, di corsia, di poesia, quello del peso leggero e di massa e della libreta e non del peso pesante, pari al dollaro, da acquisti nei negozi dei ben di dio. Quello del centro storico fatiscente e non quello delle villette sulla collina verde, quello dei campi cui non è stata mai data l’opportunità dell’autosufficienza alimentare, quello delle fattorie dai tetti di amianto in una terra che trasuda argilla per tegole e mattoni. Quello della mia motocicletta, a lui donata, ma che a lui non è mai arrivata.

 Per farsi un’idea della Cuba che era

Qualcuno, forse a ragione, trova compatibili, dopo tanti anni di messa al bando, di resistenza, di trovate per tenere botta, che si verifichi qualche tralignamento. Sento da comunicatori non certo ostili che, dal Covid in qua, oltre 2,5 milioni dei quasi 10 milioni di cubani, non certo tutti gusanos anticastristi, avrebbero lasciato il paese. L’embargo pesa su tutto, e già da prima della stretta al collo di Trump. Ma è solo questo?

Chi non pare risentire eccessivamente di questo costante peggioramento sono le società e imprese del conglomerato statale Gaesa, quello che riunisce le proprietà amministrate dai vertici governativi e dalle Forze Armate, di cui resta comandante supremo il 95enne Raul Castro. Quando lo Stato ha autorizzato l’importazione diretta dagli USA di benzina e petrolio, le solite voci sussurrano che se ne siano avvantaggiate in particolare le imprese in cui è coinvolta la famiglia Castro. Gli idrocarburi verrebbero acquistati negli USA e poi rivenduti alle stazioni di servizio della catena statale Cupet che fa capo a Raul. Resta da dimostrare se di queste attività di una struttura pubblica si avvantaggiano interessi privati.

Tutto questo sarebbe, comunque, perfettamente giustificabile con la necessità di liberare i cubani dalla vera e propria progressiva agonia a cui sono costretti da un nemico spietato, indipendentemente dall’ipotesi che vi possano essere profittatori locali.

La Cia all’Avana

Forse meno comprensibile, o comunque degno di circospetta attenzione alla luce di questa ripetizione di quanto ha condotto alla debacle di Caracas, è la visita di maggio all’Avana del direttore della CIA John Ratcliffe. Nell’occasione, cosa abbia detto o chiesto, o ordinato Ratcliffe, pare riassunto nella dichiarazione di Trump secondo cui gli USA sono pronti a impegnarsi in una collaborazione sul piano economico e della sicurezza, a condizione che Cuba adotti “cambiamenti fondamentali”. Parole di Trump poi integrate da Ratcliffe, di ritorno a Washington, con la dichiarazione secondo cui “Cuba non deve mai più essere un santuario per avversari degli USA e dell’Occidente”

Per la controparte, si è saputo che gli interlocutori cubani, il ministro dell'Interno Lázaro Álvarez Casas, il capo dell'intelligence Eduardo Delgado Rodríguez e Raúl Guillermo Rodríguez Castro (noto anche come Raúlito), figlio di Raul, avrebbero ricordato all’emissario di Trump che “Cuba non costituisce in alcun modo una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, né può essere inclusa nella lista dei paesi che sosterrebbero il terrorismo”.

Facendo poi riferimento alle ripetute minacce di Trump di un’azione di forza contro l’isola, il ministro degli Esteri cubano, Bruno Eduardo Rodríguez Parrilla, ha avvertito che “un simile percorso pericoloso comporterebbe un bagno di sangue per tutte le parti in causa”. In ogni caso, se Trump si illude, come Kennedy, che basta far apparire in spiaggia un plotone di Marines perché l’isola gli si stenda ai piedi, non ha la più pallida idea di cosa, nel popolo per quanto tartassato da ogni immaginabile angheria e difficoltà, alberghi ancora di patriottismo e di culto della sovranità.

Tocca a Raul?

 

Alcuni analisti ipotizzano che il compito di Ratcliffe all’Avana sarebbe stato anche quello di individuare la figura più idonea su cui puntare per un nuovo corso cubano gradito a Washington. E qui non mancano i commenti secondo cui tale personaggio, lasciando da parte la figura, largamente rappresentativa, del presidente Miguel Diaz-Canel, sarebbe chi avrebbe già in passato offerto occasioni cosiddette di apertura.

Il pensiero corre all’anziano generale e imprenditore Raul Castro, nel ricordo che fu lui a ricevere con tutti gli onori tre papi - Giovanni Paolo II nel 1998 (insieme a Fidel), Benedetto XVI nel 2012 e Francesco nel 2015 – e a riaprire le chiese al culto (che tosto vidi riempite all’inverosimile e anche questo voleva dire qualcosa). E fu sempre Raul ad accogliere, anche qui con tutti gli onori, il presidente USA più belligerante della storia: Barack Obama, che, in compenso, ridusse di un filino l’embargo, ma non eliminò le sanzioni secondarie a chi si permetteva di commerciare con l’isola. Il bloqueo rimase e continuò a prosperare e a seminare morte e devastazione.

Concludo facendo mie i concetti dell’eccellente pubblicazione Resumen, alla quale devo alcuni dati di questo testo.

Niente di quanto è scritto qui sopra deve essere letto come argomento a favore della rinuncia cubana alla riforma in atto e neppure come una concessione a coloro che, da fuori, eliminano sessant’anni sperando che il paese fallisca per poter dire che avevano ragione. Lo stesso Dipartimento di Stato che stabilì le sanzioni in risposta a questa riforma, il 20 luglio pubblicò un comunicato in cui si ridefinisce il conflitto con Cuba come una crociata di civiltà contro il “terrorismo di sinistra”, piuttosto che come una disputa su politiche economiche e sovranità. Questo ci insegna a essere sospettosi di ogni posizione di sinistra che non si riduca a denunciare il bloqueo, come se esaminare questa riforma con atteggiamento critico equivalesse a rendere un servizio a Washington.

Esigere la fine dello strangolamento imperialista ed esigere al tempo stesso che coloro che gli resistono rendano conto di chi trae beneficio dalla forma concreta scelta per resistere, fanno parte di un’unica responsabilità.