mercoledì 9 ottobre 2019


Roma-Napoli: tra stelle e bandiere cadute

12 OTTOBRE: LIBERIAMO L’ITALIA


Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! (Dante Alighieri)


Il 12 ottobre a Roma manifestazione nazionale per la liberazione dell’Italia dalla colonizzazione UE, Nato e Usa. Manifestazione che io vorrei definire, con consapevole soddisfazione e alla faccia dei vendipatria, sovranista e populista, due aggettivi qualificativi  la cui radice sta in sovranità e popolo, concetti-principi fondanti della libertà e autodeterminazione di individui, comunità e popoli. E necessariamente detestati dall’establishment globalista perché percepiti, a ragione, agli antipodi del suo progetto di livellamento oligarchico mondiale. La manifestazione è la prima del suo genere e arriva tardi, se pensiamo alle spaventose manomissioni e devastazioni operate sul nostro territorio, sulla nostra storia, sulla nostra identità e, dunque sul futuro dei nostri figli (come su quelli dei popoli sradicati e poi schiavizzati dove conviene al capitale) dal progetto antinazionale, antidemocratico, antiumano, della globalizzazione capitalista travestita da progressismo. Ma, per fortuna, la mobilitazione arriva e io le auguro ogni successo e ne sono partecipe per l’auspicio e la determinazione che esprime nella sua parola d’ordine “Liberiamo l’Italia”: riaffermare sovranità popolare e nazionale, indipendenza, autodeterminazione, uguaglianza e socialismo.

Non sarò presente perché non mi trovo in sintonia con quella parte dell’organizzazione  che ho conosciuto a Roma e nel Lazio e che ritengo spuria, indistinta, con presenze che non corrispondono ai criteri per me essenziali nella lotta per gli obiettivi sopra elencati. Per semplificare: mi sta bene la nazione sovrana, ma non coloro che si fermano lì senza condizionarla a una precisa organizzazione della società in termini di rivoluzione sociale. Sono d’accordo con Fusaro, ma non con le sue frequentazioni di Casa Pound. Apprezzo il lavoro di Maurizio Blondet per smascherare l’inganno della “guerra al terrorismo”, ma dal suo cattolicesimo integralista e dal suo sostrato fascista mi dividono oceani di ripulsa dell’atroce pensiero unico cristiano, cattolico o altro, matrice di ogni infelicità e ingiustizia umana, e di rifiuto del gerarchismo totalitario, fascista o altro.   

Kermesse 5 Stelle: vedi Napoli e muori?


Negli stessi giorni, ho preferito dare un’occhiata alla festa nazionale del Movimento 5 Stelle a Napoli, nel decimo anniversario della sua esistenza e nelle temperie, tra tragiche, grottesche e rivoltanti, della sua metempsicosi. Kermesse che ci presenta un MoVimento che ha subito una metamorfosi del tutto analoga a quella del romanzo di Kafka: da essere umano a scarafaggio, da uomo contrassegnato da nome e cognome, a insetto senza nome, identico a miliardi di altri nella categoria globale degli scarafaggi. Non credo che mi capiterà l’occasione per un’invettiva nei confronti del “capo politico”, responsabile primo di un’operazione che ha i tempi brevi e miopi della scaltrezza e smarrisce completamente i tempi lunghi e lungimiranti dell’intelligenza. Ma, dal momento che non sarebbe il primo incontro con lui, potrò forse formulare una domanda ad Alessandro Di Battista, sempre che presenzi, sortito dalla marginalità in cui certamente gli eventi, probabilmente il volere del “capo” e, magari, lui stesso, lo hanno relegato.

La domanda è semplice: “E ora cosa farai? L’Alessandro Di Battista, o lo scarafaggio anche tu? Ripieghi sul giornalismo e ci regali altri splendidi racconti sulla condizione di uomini e cose nel tempo della dittatura del capitale imperiale e della lotta e sofferenza dei dominati, come hai egregiamente saputo fare dall’America Latina? O fai appello al corpo sano del MoVimento che rifiuta la metamorfosi e si rifà alle ragioni per le quali milioni hanno rotto il sonno ipnotico indotto dai trasformatori di uomini in insetti, si sono incontrati, si sono organizzati (poco), e hanno sfondato la porta del Truman Show? Milioni che oggi rumoreggiano, si agitano, ma sono fermi al turbamento e che potrebbero avere da te, e da molti altri vicini a te, l’innesco, l’indirizzo, la via”.

Ben venga perciò la prima manifestazione nazionale per la lotta di liberazione anticoloniale dell’Italia. Ma ben venga anche la rottura dell’omertà, o la frantumazione di quel T.I.N.A. a 5 Stelle (“Non c’è alternativa”) che passivizza iscritti, elettori, sostenitori, “grillini” veri, rispetto ai taumaturghi fedifraghi, Di Maio e Grillo e i loro giannizzeri da poltrona. L’uno azzerato dall’opportunismo di corto respiro, l’altro dalla fregola del paradosso bizzarro che, a forza di “épater le bourgeois” con focarelli d’artificio verbale, finisce col normalizzare ogni cosa. Fatemi sognare e credere che il presente si salvi e salvi il futuro con l’incontro tra queste due realtà, prospettive, volontà. Tra chi, nel MoVimento, non si rassegna a vedersi ucciso da bambino, come implicito nel meretricio PD-Di Maio-Renzi, e chi ha capito che lo sfondamento del Truman Show sta nell’uscita dal reality UE, Euro, Nato e nel recupero di identità e sovranità. E della Storia.

Senza Storia non c’è storia


Diceva Cicerone: “La storia è testimonianza del passato, luce di verità, vita della memoriamaestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi.” E’ dunque, la Storia, da cancellare per coloro che ci vorrebbero anonimi, acefali, amorali cartacce al vento. Come tanti ragazzi a cui si vorrebbe, in omaggio alla demagogia gretiana, dare il voto a 16 anni, ma che, in stragrande maggioranza, non sanno minimamente da dove vengono e, quindi, non dovrebbero turbarsi eccessivamente per non sapere dove sono e dove vanno, essendo dopati dal cellulare nel cui nulla affondano. E quindi sono proficuamente manipolabili. A scuola la Storia, la Geografia, la Storia dell’arte vanno esalando l’ultimo respiro. Per duemila anni non erano riusciti a far vincere la bibbia su Omero e, per mille, San Tommaso su Aristotele, ma oggi un liceale non sa chi era Garibaldi e perché Mameli scriveva fratelli d’Italia e come gli rispondeva Radetzky e cosa è successo tra Cimabue e Caravaggio. Ripete a manetta l’annuncio di apocalisse di Greta Thunberg e degli speculatori della Green New Economy, ma non conosce la differenza tra governo e parlamento. Che dunque voti.

Per dire che, se si vuole liberare l’Italia, bisogna anche sapere che cosa si sta liberando e da cosa e chi ce l’ha insegnato dai tempi dei tempi. Banalmente: senza radici niente tronco e niente fioritura. Se togli una creatura vivente dal suo contesto, storia, comunità, ambiente, che sia lupo, cammello, rondine, o essere umano, ne fai un apolide perenne. Ne hai reso vane le zanne, la gobba, le ali. Fatelo sapere ai naives che si sono fatti abbindolare dalle Ong della tratta. E ciò per cui si è combattuto per secoli, scrivendo, dipingendo, scolpendo, costruendo, difendendo, versando lacrime e sangue, ciò che già Raffaello, esigendo dai papi devastatori la custodia dei suoi beni storici e naturali, chiamava “Italia”, che spiega perchè ora tocca a noi e come farlo. Altrimenti sembriamo solo dei bambini che invocano la giostra. La canzone di cui vi ho scritto il link onora una donna che ci ha insegnato quello e anche come si conquista la parità di genere.


Qualcuno, forse, si aspettava da me qualche commento sul trapasso di Conte, vero uomo per tutte le stagioni, come Agostino Depetris, funambolo tra destra e sinistra, e sulla bilderberghizzazione dell’ometto svelto di Pomigliano d’Arco. Ma confesso che per ora non me la sento, al solo pensiero di quanto ora dopo ora, giorno dopo giorno, quelli di Di Maio vanno rovesciando nel contrario dell’assunto originale, mi esplode l’orticaria. Su ogni atto compiuto, o da compiere, fanno svettare la demagogia come fosse il vessillo di Napoleone ad Austerlitz. Il taglio di 345 parlamentari come fosse la presa della Bastiglia e non l’ulteriore oligarchizzazione delle istituzioni. L’eliminazione del contante, che confonde la maggioranza anziana della popolazione, ma fa prosperare le banche e la sorveglianza sui dominati, come fosse il trionfo sul criminale evasore. Che sarebbe l’idraulico dei 20 euro e mica i signori Caltagirone (Cementir), Agnelli-Elkann (Fiati, ora FCA), o Berlusconi (Mediaset), che spostano la sede e il pagamento delle tasse (quasi niente) in Olanda e, insieme a delocalizzatori e precarizzatori vari, sottraggono al paese ogni anno sui 18 miliardi, un punto di PIL. Cosa che, avendo ognuno di questi signorotti a disposizione un potente mezzo di comunicazione, al volgo non risulta.

Pochi, ma eunuchi


Con meno commensali a tavola, dice il miniquisling giallo, si fa prima e si spende meno. E i media di cui sopra non vi diranno che, come mi hanno spiegato Sandra e Mario, più perspicaci di me che un po’, al taglio, ci avevo creduto, se calano i rappresentanti rispetto a quanti li eleggono, e non calano le lobby, la scelta dell’elettore si riduce e il potere delle lobby (mafia, palazzinari, massoni, Nato, Monsanto, Soros, UE, clero…. ) cresce. La meta è fare di quello europeo il modello di tutti i parlamenti: un’assemblea di eunuchi, tutti chiacchiere e distintivo, nell’harem dove altri si divertono.

Del resto, a sentire parlare il povero Bonafede di “carcere ai grandi evasori”, il ministro giallo-nero dell’economia, Gualtieri, ha avuto la reazione di Ercole davanti all’Idra. La stessa manifestata dai caritatevoli, umanissimi giudici della Corte Europea dei Diritti Umani, quando hanno deciso che ai boss mafiosi, seppure mai pentiti e mai parlanti, per quanto stragisti e incistati in politica ed economia, vanno concesso i permessi, le libertà provvisorie, i domiciliari e ogni altro strumento che possa permetterne il “recupero morale e la riabilitazione!”. Altro modo per dire: l’operatività. Come farebbero gli Stati capitalisti senza la mafia?


Del resto, avete visto che maggioranza intruppata appresso a quei provvedimenti che, come il, peraltro benemerito, reddito di cittadinanza che aveva “sconfitto la povertà”, inaugurano l’era delle riforme costituzionali (ancora!) ? Il taglio dei propri zebedei l’ha votato tutto l’arco anticostituzionale. Dalla destra sorosiana dei naviganti per grazia Ong, alla destra delle mezze misure di Articolo 1, alla destra papalina e grandoperista del PD, alla destra dalle mani leste renziana, alla destra mafiosona di sappiamo chi, alla destra alla Bava Beccaris di FdI. Stranamente, ma per pura fregola di dare visibilità all’atomo (peraltro di uranio sorosiano anch’esso), ha votato contro l’ultradestra di +Europa.

Bravi e pravi, a seconda

Nel frattempo il mondo va avanti. A forti scossoni. Il manuale di un monaco cistercense scismatico del ‘200, ritrovato nel baule del trisavolo in soffitta, mi indica un criterio semplice semplice per capire chi bravo e chi è pravo nelle contese. Dice che, se i papi o imperatorti plaudono, si tratta di pravi, se deprecano, lamentano, o minimizzano e occultano, abbiamo a che fare con i bravi. E allora ecco un viatico per guardare, senza occhiali mediatici, agli eventi in corso.

Ecuador: un popolo di lavoratori, donne, studenti, indigeni, in rivolta contro un presidente fellone, Lenin(!) Moreno, che s’è venduto il paese (e Assange) agli Usa e all’FMI in cambio di prestiti miliardari e misure che radono al suolo ogni prospettiva di benessere dei tanti. Hanno occupato il parlamento e proclamato “L’Assemblea del Popolo”, il governo è scappato dalla capitale Quito a Guayaquil, seconda città del paese e feudo dei signorotti suoi complici. Era già successo ed è andata bene: presidente Rafael Correa, uno dell’A.L.B.A. bolivariana. Il suo vice, questo Moreno, aveva finto di assecondare l’emancipazione del paese e del suo popolo, di liberarlo dalle manomissioni e devastazioni delle multinazionali del petrolio. Una volta eletto, ha gettato la maschera.  Un auto-regime change.

Quito, Ecuador

http://www.resumenlatinoamericano.org/2019/10/08/ecuador-todas-las-imagenes-de-la-lucha-popular-en-quito-la-policia-de-moreno-tiro-a-matar/
Accadimenti analoghi nella martoriata, da terremoti, dall’ONU e dai Clinton, Haiti, contro un altro presidente ladro e venduto, Moise, installato da Washington. In Grecia, nuove massicce manifestazioni contro il governo che, d’accordo con Tsipras (del quale ancora formicolano alcuni detriti in Italia), ha concesso agli Usa tre nuove basi militari, tra le quali una sul Mar Nero, chiaramente puntata contro la Russia. L’inversione della tradizionale politica estera filorussa e filopalestinese della Grecia era già stata anticipata dagli accordi tra Tsipras e Netaniahu per la completa messa a disposizione del paese alle forze armate israeliane. Per essersi calata ogni indumento davanti a UE e Nato e aver ridotto così la sua gente allo stato naturale della povertà, la Grecia oltre alle basi Usa, che ne fanno obiettivo di guerra, ha anche il privilegio di ospitare più profughi di ogni altro paese europeo. In compenso guai se non sta ai memorandum e al fiscal compact.

Brevi cenni sull’universo

Israele e curdi

Dall’altra parte, tra bravi e pravi, ecco l’angoscioso tumulto anti-Trump dei curdi di Siria, abbandonati da colui del quale si erano fatti mercenari per strappare, con la scusa dell’Isis (sgominato dalle bombe Usa, più che dai combattenti curdi), vasti territori alla Siria abitati da arabi. I meriti per la sconfitta dell’Isis, attribuiti dai fautori della frantumazione della Siria ai combattenti curdi, sono piuttosto delle bombe a tappeto Usa, tese più a distruggere la Siria che a eliminare i jihadisti, ma soprattutto sono al 90% delle forze di Assad. Minacciati dai turchi di Erdogan e non più protetti più dagli ufficiali pagatori e armieri americani, i curdi gridano al tradimento e finiscono addirittura a chiedere soccorso al governo di Damasco, dopo averne cacciato di casa i cittadini nelle zone occupate abusivamente, con una pulizia etnica applaudita da sauditi e israeliani. Al netto dei curdi onesti, di cui non si ha notizia, ma che sicuramente esistono, questi fottitori fottuti, celebrati dai conniventi come femministi, democratici, ecologisti, federalisti e dunque santi, sono quanto di peggio è stato fatto scaturire in Medioriente dall’interessamento occidentale.

Comunque, tutta l’operazione ha per obiettivo quello di garantire a Erdogan il famigerato cuscinetto di 30 km all’interno della Siria, dal quale avere mano libera soprattutto per rilanciare, quando del caso, i suoi miliziani Isis e Al Qaida contro la Siria. Infatti il ritiro Usa si limita per ora ai pochi militari presenti in quella striscia, e lo sbattimento di sciabole di Erdogan cesserà una volta guadagnato il controllo di questa “zona di sicurezza”. Gli “aita aita!” dei valorosi curdi non sono che fuffa. La strategia dei triplici squartatori della Siria, Usa, turchi e curdi, con a fianco Israele, Nato e petromonarchi, non ne subirà riflessi negativi. Si tratta soltanto di dividersi le porzioni, a seconda dei rapporti di forza.

 Iraq: Unità di Mobilitazione Popolare

In Iraq, sollevazione contro il governo nel Sud del paese, dopo che il premier Abdel Mahdi aveva denunciato Israele per i bombardamenti effettuati in giorni recenti e le Unità di Mobilitazione Popolare, decisive nella sconfitta dell’Isis e nella liberazione di Mosul, avevano chiesto la fine dell’occupazione Usa e si erano schierati in appoggio alle forze governative siriane. Sostanzialmente la grande vendetta Usa-Nato, tramite insurrezione colorata, per la sconfitta inflitta agli ascari Isis, quasi simultanea anche in Sudan e Algeria, finalizzata a regime change che riordinino la regione del petrolio. Di quel petrolio che, con Greta, si giura di voler abolire.


Regime change a Washington
Così anche per quanto concerne gli sconquassi a Washington. Lì un autentico golpe dello Stato Profondo Usa, guidato dall’Intelligence, con cui i Democratici nostalgici della Gorgone Hillary, dopo il gigantesco flop del Russiagate, e ora l’altrettanto fasullo Ucrainagate, stanno facendo pagare all’uomo dalla cotenna arancione i suoi tentativi di abboccarsi con russi e nordcoreani e i suoi reiterati tentativi di ritirare truppe Usa qua e là. Non per nulla Stefano Feltri, del Fatto Quotidiano e di Bilderberg, avalla una congiura di Trump contro Biden, candidato democratico alla presidenza, già di suo parecchio rincoglionito, per occultare lo scandalo vero.

Quello grazie al quale, dopochè i Democratici di Obama e Hillary Clinton avevano allestito il colpo di Stato a Maidan, con relative vittime, e le multinazionali Usa avevano saccheggiato il paese come la Russia sotto Eltsin, il sodale Biden aveva piazzato il figlio Hunter nel CDA dell’ucraina Burisma Holdings, malfamatissima società del gas. Hunter, non sapendo una cippa di gas,non appariva mai, ma prendeva 50.000 dollari al mese. Per cui fu indagato, insieme a tutta la direzione, da un temerario procuratore, Victor Shokin. Che fece allora papà Biden? Minacciò di non far arrivare a Kiev i miliardi di aiuti stanziati se il presidente, Poroshenko, non avesse cacciato Shokin e posto fine alla seccatura.

Ve l’hanno raccontato questo i giornali e gli schermi? Non ve l’hanno raccontato, ma vi hanno sbaragliato i neuroni con la fola che Conte e Trump hanno collaborato a fare del male a Biden. Semplicemente  perché un ministro statunitense è venuto qui per accertarsi di quali mene fossero complici i servizi italiani. Roba che, dal 1945, non c’è governo Usa che non l’abbia fatta.  Perché se è vero che peggio di Trump ci sono solo gli anti-Trump, e peggio di Salvini ci sono solo gli anti-Salvini, peggio dei nostri editori e redattori non c’è proprio niente.

Piccoli, miseri cenni dell’universo. Valutate voi. Basta che i vostri voti, per essere giusti, siano il contrario di quelli dei media.

mercoledì 2 ottobre 2019


I cavalli di Troia dello 0,01%
DA GESU’, PASSANDO PER T.I.N.A, A GRETA
Segui i soldi e trovi Goldman Sachs



 Noi non dovremmo mai accettare il linguaggio dei nostri nemici(P.P.Pasolini “Petrolio”)
Giovanni Falcone: “Segui i soldi e troverai la mafia”. 

Qui, seguendo i soldi che sostengono, propagano e pubblicizzano l’ondata ecogretista, troveremo Soros, NED, Amnesty, Goldman Sachs & Co. Ma di questo dopo, al capitolo “Segui Greta e trovi Paperone”.

Torno in pista dopo quasi un mese di assenza impostami dalla rottura del hard disk del mio computer con relativa perdita di tutti i dati. Rimedio alla bell’e meglio perché il recupero dati per ora non è ancora riuscito.  Comunque, ben trovati!

Giuramento ecologista
Metto subito le mani avanti rispetto a chi, e sono turbe smisurate, mi salterebbe addosso non appena mettessi in dubbio – e lo farò, ah, se lo farò! – il verbo del culto di Greta e dei suoi seguaci. Follower, come dicono gli aggiornati (che non distinguono il singolare inglese dal plurale), che si contano a milioni e sono tutti belli, forti, fichi, biondi, con gli occhi azzurri e popolano quartieri perbene, parlamenti, governi, consigli d’amministrazione e redazioni affiliate. E ricordo a tutti che da decenni mi occupo di ambiente, nel senso che combatto chi lo invade, disturba, sconvolge, sporca, avvelena e ne massacra gli abitanti (allora, secolo scorso, si poteva). Tanto che, tra l’altro, per tre lustri, prima al TG1 e poi al TG3, ero il riferimento mediatico delle migliori associazioni ambientaliste italiane e perfino del, dai devastatori oggi tolto di mezzo, Corpo Nazionale della Guardia Forestale. E anche da inviato di guerra mi sono premurato – cosa del tutto anomala per i colleghi del settore – di evidenziare come bruciare petrolio e spargere chimica bombarola per distruggere popoli e paesi costituisca un’impronta ecologica più disastrosa di quella di ciminiere, marmitte, caldaie e allevamenti. Ma di questo né Greta, né i suoi infervorati chierici parlano.
Eterni ritorni e corsi e ricorsi, tutti del padrone

Gli eterni ritorni di Nietzsche e i corsi e ricorsi di Giambattista Vico pare riguardino essenzialmente chi comanda e spadroneggia. Molto meno chi è sottomesso, subisce e, ogni tanto, si oppone. Ieri eravamo quelli che, per 10 anni, nella seconda metà del secolo scorso abbiamo spiaccicato i dominanti contro il muro. Poi siamo finiti a stare, con Ungaretti, “come d’autunno sugli alberi le foglie”. Oggi ci vedo, e non credo di essere il solo, come pesci rossi nella boccia a girare in tondo, mentre quello che c’è al di là del vetro ci appare deformato e incomprensibile.

La boccia è il Grande Inganno, via via articolato in tante versioni, nel quale l’umanità fa il pesce rosso da quando, a mio avviso, i monoteismi e, con particolare virulenza quello cristiano, hanno spazzato via il mondo classico, espressione massima dell’evoluzione umana, lasciandocene, tra massacri e distruzioni di monumenti e testimonianze, appena l’uno percento. Poco più di un’ombra, come Palmira dopo il passaggio dell’Isis. Eppure ancora talmente potente da vichianamente riemergere e caratterizzare intere ere nel Rinascimento, nell’Illuminismo, nell’anticlericalissimo Risorgimento (niente crocefisso in aula dopo l’unità d’Italia), nel tentativo comunista originario, nell’anticolonialismo socialista e laico. Poi basta. Poi i famosi “ritorni” sono stati tutti padronali e clericali.

Un’ecologia peggio del tornado Katrina
Come quello che sta percorrendo il mondo intero, fatti salvi popoli scampati alla boccia in Asia, Latinoamerica e Africa, sotto forma di uragano ecologico con davanti, col piffero, la ragazzetta svedese che schifa l’aereo e trasvola a vela e, dietro, milioni di pesciolini rossi. Pesciolini con la conoscenza scientifica dei fenomeni naturali e corrispondente antropia che si può avere dall’interno di una boccia, ma certissimi del verbo della guru e di tutto l’augusto notabilato politico-scientifico-mediatico che ne incensa i riti. Terrorizzati da un’apocalisse, pompata al di là di ogni evidenza scientifica con un bombardamento di catastrofi incombenti che ridicolizza Hiroshima, perfetto ricorso vichiano del Giudizio Universale col quale ci ricattano da 2000 anni, milioni di pesciolini rossi intanto se la godono per essere acclamati, vezzeggiati, coccolati, additati a esempio ai turpi adulti tutti.

Chi sta a tavola, chi sul menu

Cose mai viste. Alice nel paese delle meraviglie. Scioperano, si fa per dire, con l’entusiastico consenso della controparte.Si confortano degli abbracci e tappeti rossi, come fossero per loro, che alla somma sacerdotessa offrono i potenti, megapotenti, ultrapotenti, da Macron e Merkel, al papa, al segretario ONU, ai filantropi di Davos e a quella della BCE, Lagarde, ai parlamenti e ai presidenti. A tutti quelli che, dietro al fumogeno ecologico, affamano miliardi, disintegrano Stati, disseminano deserti, svuotano continenti dei loro titolari, che poi scaricano dove meglio conviene, in quel gioco di spostamento delle merci e delle persone-merci che richiede la globalizzazione neoliberista. Sono coloro che gli sprovveduti in lotta contro tali loro pratiche li affrontano in modo diverso dai bravi militanti di Greta: a gas asfissianti, mazzate, pallottole flashball, accecamenti, mutilazioni, galera. Vedi i Gilet Gialli. Oppure a fucilate in testa, o al basso ventre ai Friday for NO Future di Gaza. Greta e i suoi chierici stanno a tavola e, si sa, coloro che a tavola non stanno, li trovi sul menu.
Per annunciarci “la fine è vicina”, nel vecchio Medioevo si aggiravano torme di straccioni invasati che, guidati dal magniloquente santone, ci inducevano a flagellarci e a salire scale in ginocchio. E se ne avvantaggiavano cattedrali e feudi. In quello nuovo, i followers della piccola santa – per quanto in sbigottita buona fede - come “Fridays for Future”, o “Extinction Rebellion”, tutti ampiamente sostenuti anche in termini economici dagli stessi, Soros e NED in testa, che finanziano le “rivoluzioni colorate” tipo Hong Kong dove gli Usa sono impegnati contro la terrificante  Cina della Via della Seta, ci avvertono che “il mondo brucia!”

Belli i cartelli, belli i vestiti

I loro “stracci”, però, sono made in India e Tailandia, perlopiù con tessuti sintetici derivati dal petrolio, da schiavi che sguazzano in acque avvelenate dai coloranti, i loro pensieri si perdono nei cellulari alimentati dal sangue di chi estrae coltan per le multinazionali, i loro spray e colliri sono testati su animali accecati, se non gli fai il motorino perché viaggino sul bus ti tengono il muso fino a Natale e se gli chiedi dove hanno mangiato con gli amici, la risposta è da McDonald’s. E dei videogiochi che ne modellano la visione delle cose, sempre attraverso il vetro della boccia, non ce n’è uno, salvo quelli sportivi, che non premi chi ammazza, brucia, distrugge, fa saltare in aria, scuoia, sventri di più. E’ per queste virtù che li esalta sistematicamente tale Federico Ercole sul “manifesto”. A vederli esibiti nelle vetrine del potere, sugli schermi di tg e talk-show, nelle pagine dei fautori di tutti gli armageddon “contro le dittature e per i diritti umani”, non mi sembrano diversi dai bimbetti violentati da agenti e parenti prosseneti, indotti in tv a magnificare quell’auto, o quella merendina (tranquilli, poi la tassiamo).

Eterogenesi dei fini adolescenziali
Nessuno dubita dell’onestà dei loro intenti. Ciò di cui neppure si deve dubitare è la disonestà, lo spaventoso cinismo di chi li fa zampettare allegri, appesi ai fili del burattinaio. Ma domani, secondo molti studiosi, delusi e depressi, zeppi di sindromi post-traumatiche, a seguito del terrorismo da futuro negato e pianeta in coma. Chi è della mia generazione ancora porta il peso di una rivoluzione finita nella Milano da bere, nella “marcia dei quarantamila” agnelliani e in una lotta persa dopo l’altra, con il suo corredo di droga, nichilismo, Sofri e suicidio.

Già perché non è detto che il loro mondo si salverà semplicemente facendo andare i motori ad acqua. Sempre che l’acqua ci sia. Qualche correttivo, forse, ma sempre – e ne sono garanti i potenti che pettinano le treccette a Greta – nell’ambito del Sistema. Che è quello capitalista, quello del There Is No Alternative (T.I.N.A.), o così o pomì, quello dell’estrazione del plus-valore che non può in nessun modo fare a meno di sfruttamento, disoccupazione, precariato, autoritarismo, controllo, manipolazione e guerre. E sai quanta sorveglianza su ogni cellula del tuo essere e fare assicurerà a quei potenti la “Green New Economy”, quando criminalizzerà ogni tua deviazione dal dettato ecologico. Basta lo Stato d’Emergenza invocato, nel plauso dei burattini politici, da Greta e dai venti milioni di suoi corifei per i quali, sempre secondo la profetessa svedese, “nella casa che brucia non si tratta di nutrire speranze, ma di essere terrorizzati” (sic!). E per sapere a cosa apre lo Stato d’Emergenza, basta riandare agli “anni di piombo” e alla Legge Reale, o all’11 settembre e al Patriot Act.

Per il controllo: dopo il terrorismo, l’emergenza climatica
Non ci sono riusciti con la guerra alla droga? E con quella al terrorismo? Prima il male lo si produce e diffonde. Poi, con la scusa di combatterlo, se ne fa pretesto per “normalizzare” ogni cosa. Pensate all’Afghanistan dell’oppio, cresciuto sotto occupazione Usa del mille per mille. Pensate all’11/9, o all’Isis. Così col Co2 e i gas climalternati. L’inquinamento di terra, acqua, aria, cibo, che il pianeta lo rovina cento volte di più e mille di più ne ammazza che quel grado di calore in più, nessuno se lo fila. Vuoi vedere perché? Dalla conversione in energie rinnovabili ci si guadagna. Dalla riduzione della chimica ci si rimette. E allora vai con gli scenari da apocalisse,con i ghiacciai che si sciolgono, con la pianura padana che diventa il deserto del Gobi, con i mari che ti sommergono, con le banane, la cioccolata, la soia, il caffè, che scompaiono, con te che a soli trent’anni sarai già una caldarrosta.

Vuoi non accettare qualche intrusione nella tua privacy, qualche mordacchia alla tua voce, qualche freno alla tua libertà per salvare l’umanità dalla fine del mondo? E allora immagina quali forzieri di beni e denari pubblici la combinazione tra “Green New Economy”, la “casa che brucia” e lo Stato d’Emergenza vorrà aprire agli artigli dell’economia privata, sotto forma di tasse, balzelli, investimenti “ecologici” e misure atte a neutralizzare chi contesta. Tutto verrà imposto come “strategico”, legibus solutus, militarizzato. Tipo le trivelle e gli inceneritori al tempo dello “Sblocca Cantieri” del saltimbanco di Rignano.

Business contro business
Nello schieramento di coloro con cui Greta e il suo movimento dicono di confrontarsi già serpeggia una contraddizione. Contraddizione  tra coloro, petrolieri impegnati in guerre per gli idrocarburi e nella ricerca, affamata di investimenti, di sempre nuove risorse e infrastrutture fossili, o l’industria delle armi a cui l’ecologia è puro anatema, o quella agro-chimica che campa di veleni e OGM, da una parte, e finanza e multinazionali, dall’altra. Malavita capitalistica entrambi, ma più lungimiranti i secondi affidano alla “Green New Economy” la nuova rivoluzione industriale, lo scatto innovativo tecnologico e culturale che prometta una nuova spanna di vita all’estrazione di valore e unifichi costumi e consumi a ulteriore accelerazione della globalizzazione e del dominio unico.

Segui Greta e trovi Paperone

A precedere Greta sono stati, nel 2013, i primi Titoli di Credito Verdi privati emessi dall’Immobiliare svedese Vasakronan. Seguirono obbligazioni di Apple, delle Ferrovie francesi e della banca Credit Agricole. Oggi girano titoli verdi per 500 miliardi di dollari. L’obiettivo è di arrivare a 45 trilioni in tutto il mondo, ora che sono coinvolte anche la Banca Mondiale, la City di Londra, la Bank of England, la Banca degli Insediamenti Internazionali con il neo-istituito Gruppo di Consulenza a banche centrali, investitori, assicurazioni circa rischi e opportunità legate al clima. Insieme al governo britannico e alla City, questa struttura ha dato vita alla “Green Finance Initiative” che, sotto la presidenza del miliardario Bloomberg, punta a investire migliaia di miliardi in progetti “verdi”. Di questa eccellenza finanziaria, impegnata a superare la ciclica crisi del capitalismo, fanno parte i fuoriclasse della globalizzazione neoliberista e della relativa devastazione socio-ambientale  fatta di predazioni, speculazione, migrazioni, guerre, sanzioni e spostamenti di soldi dal basso in alto. Tra le eccellenze del ramo ecco JP Morgan, Barclays Bank, i pregiudicati per riciclaggio da droga di HSBC basata a Hong Kong (quella che ha scatenato un po’ di ragazzi per impedire l’estradizione dei suoi in Cina), Black Rock, l’ENI e le più grosse multinazionali di acciaio, petrolio, chimica, industria estrattiva.

Una bella compagnia sul cui blasone verde svettano Al Gore e la sua “Generation Investment LLC”. Tra coloro che, insieme a mamma e papà di Greta e il loro apparato PR, hanno creato il fenomeno e le sue ripercussioni di massa, Al Gore, già vicepresidente del rimpianto Clinton, di jugoslava memoria, è il nume tutelare e da tempo il fornitore delle più impeccabili credenziali verdi. Non per nulla a Kyoto, al vertice del clima del 1997, dove ero inviato del Tg3, ho potuto accarezzarne il pastore tedesco. Propagandosi da irriducibile eco-animalista, Gore l’aveva portato appresso al summit. Per avere a Kyoto azzerato, con il No americano, tutti i termini del protocollo che avrebbe fin da allora dato una scossa alla (in)coscienza climatica universale, per la solita eterogenesi dei fini e gli scherzi che fanno a Stoccolma, Gore è poi assurto ad antagonista ecologico di Bush e, nel 2007, consacrato Nobel della Pace per meriti ambientalisti. Poi gli spiritosi dell’accademia svedese si sono ripetuti con il comandante in capo di sette guerre, Obama.

Da Al Gore a Goldman Sachs, per Greta la créme de la créme ecologista

Non poteva mancare, nel ruolo di protagonista assoluto, quella che alla globalizzazione e all’UE ha donato Mario Draghi e il capo della Bank of England, Mark Carney: Goldman Sachs, fornendo la cornice all’affresco verde che salverà il mondo nell’occasione dell’epifania di Greta al Palazzo di vetro, ha rivelato al mondo il primo Indice Globale dei più validi titoli ambientali. Vi figurano la molto peccaminosa HSBC, JP Morgan Chase, ma anche Merrill Lynch, American International Group e altri. Nell’indice, intitolato CDP Environment EW, che punta ad attirare fondi di investimento, fondi pensionistici e altri verso obiettivi meticolosamente selezionati, figurano anche Google, Microsoft, Philips, Danone, Diageo e, ovviamente, Goldman Sachs.

E da questo retroterra che fiorisce il Green New Deal  con le sue sibille oracolanti, Greta Thunberg e Alexandria Ocasio-Cortez, sotto diretto padrinato di Al Gore e del suo partner David Blood, ex-Goldman Sachs. Ocasio-Cortez, uno degli idoli della sinistra imperialista, alla “manifesto”, ha elaborato una trasformazione in verde dell’intera economia statunitense al costo di 100 trilioni di dollari. In Svezia la piccola Greta è Consulente e Fiduciaria Speciale  dell’ Ong “We don’t have time” (Non ci rimane tempo), fondata dal suo Amministratore Delegato Ingmar Rentzhog. Il quale Rentzhog è socio dell’associazione di Gore “Leader dell’Organizzazione per la Realtà Climatica”, a sua volta affiliata a “We don’t have time” di Greta Thunberg. Quanto a Ocasio-Cortez, madrina dell’operazione negli Usa, è stata sostenuta nella sua candidatura al Congresso da un gruppo chiamato “Justice Democrats”. Ora che è deputata, Ocasio-Cortez vanta un collaboratore parlamentare di primissimo piano: Zack Exley, Dirigente di “Open Society Foundation”, da questa finanziato,  come anche dalla Ford Foundation, proprio per dar vita a “Justice Democrats”, gli sponsor di Ocasio-Cortez. Non credo di dirvi alcunchè di sorprendente se ricordo che “Open Society Foundation” è l’organizzazione con la quale George Soros finanzia mezzo mondo. Quello impegnato in tutti regime change, colorati o meno, e nella deportazione via Ong di popolazioni dalle terre fertili e ricche di risorse in Africa, Asia e America Latina.

Juncker: baci ed euro sonanti per il nuovo Sessantotto del “manifesto”

Bel campionario di miliardari, già carnefici dell’ambiente e ora tutti climatologi. Poteva mancare l’imperatore dell’austerity europea e principe del paradiso fiscale lussemburghese? Baciata galantemente la mano alla signorina Thunberg a febbraio, l’ancora capo della Commissione Europea, Juncker, promise solennemente che ogni quarto euro dell’eurobilancio sarebbe stato d’ora in poi dedicato al cambiamento climatico. Chi ne sarebbe stato il ricevente e gestore? Ma ovviamente il nuovo ente “Breakthrough Energy-Europe”. E chi fa parte del nuovo ente? Ma ovviamente tanti bravi filantropi già con l’acquolina in bocca per le tante opportunità che l’esercito della piccola pifferaia gli rimedierà in termini di rilancio capitalistico: Aerolinea Virgin, Bill Gates, Alibaba (l’equivalente cinese di Amazon), Zuckerberg (Facebook), il principe saudita Al Walid bin Talal, David Rubenstein (Carlyle Group), Softbank di Tokio, il gigante dei fondi di investimento a rischio, Julian Robertson, l’immancabile George Soros con il suo Soros Fund Management, per citare solo alcuni del Gotha dell’ambientalismo mondiale.

Il cerchio si chiude. Magari si chiude  su alcuni milioni di ragazzi che, grazie alla loro perspicacia politica, ora devono essere abilitati a contribuire al governo del mondo votando fin dai 16 anni, quelli di Greta. Come propone il noto ambientalista Enrico Letta e come corrobora, superando con ben sette paginoni di impazzimento redazionale gli orgasmi mediatici di tutte le altre voci del neoliberismo di guerra e di governo, il “manifesto”. Impazzimento addirittura commovente quando, nell’editoriale d’apertura, la direttrice Rangeri traveste l’operazione Al Gore-Greta Thunberg da “Nuovo Sessantotto”.  Il che ci dà l’idea di cose intendesse per Sessantotto il “manifesto”. Avendo cavalcato a briglia sciolte tre dei cavalli dell’Apocalisse, migranti, femminismo - LGBTQI, guerra dei diritti umani ai nemici degli Usa , il “manifesto” ora vola, criniera al vento, sul quarto: il clima.

P.S. Ideuzza che Greta, di ritorno a casa sul panfilo di Montecarlo, sicuramente farà sua: taglia le spese del Pentagono, converti le industrie militari alla bonifica ambientale decuplicando i posti di lavoro e riduci danni ambiente- vita- e clima-alteranti a vantaggio di alcune centinaia di milioni di ragazzi che non si sono visti nei cortei di Friday for Future dacchè, da sotto le macerie e le cataste di cadaveri delle sette guerre di Obama-Trump, il futuro proprio non riescono a vederlo.



lunedì 2 settembre 2019

Il papa e gli altri corrono ai ripari ----- IMPREVISTO IN M-O: VINCONO SIRIA, IRAQ, YEMEN. E ANCHE L’IRAN STA MEGLIO ----- La Russia tra il colpo al cerchio e il colpo alla botte




Jorge Mario Bergoglio, oggi Francesco, ha inviato un appello-protesta. A Trump? A Mohamed bin Salman? A Netaniahu? A Erdogan? No, a  Bashar el Assad.

Siria, ce ne fossero
Da otto anni la Siria, Stato libero, laico, di impronta socialista, multinazionale e multiconfessionale, baluardo arabo della decolonizzazione, della resistenza alle aggressioni e ai complotti da vicino e lontano, del sostegno alla lotta di liberazione dei palestinesi e dei popoli arabi, della solidarietà ai paesi che si oppongono all’imperialismo, è sotto attacco da parte di una coalizione internazionale che vanta il più grande potere militare, economico e finanziario del mondo. Da otto anni, con l’appoggio dell’Iran e di Hezbollah e quello prezioso, ma piuttosto selettivo, della Russia, il popolo siriano subisce il terrorismo di bande di mercenari jihadisti reclutate, istruite, armate e pagate da Usa, Nato, Israele, monarchie del Golfo, Turchia e la devastazione umana e materiale di bombardamenti Usa, Nato e israeliani, contro i quali non dispone di quelle difese che la Russia avrebbe potuto e dovuto fornirle, come le ha fornite alla Turchia, all’India che martirizza il Kashmir e ad altri paesi.
Da otto anni, incredibilmente, il popolo, l’esercito, le forze popolari siriane stanno sostenendo questa aggressione di potenze infinitamente superiori, a costo di inenarrabili sacrifici, perdite, sofferenze, dando al mondo degli oppressi, aggrediti, offesi e sfruttati un esempio di eroismo e una prospettiva di vittoria. Già per questo può vantare vittoria contro un vero e proprio asse del male. Vittoria alla quale ora non manca che la liberazione degli ultimi territori invasi e occupati dal nemico: la provincia di Idlib, santuario del terrorismo internazionale espulso dal resto della Siria, protetto dall’esercito e dalle armi di Erdogan, e il Nord-Est, un terzo del territorio nazionale, in Occidente chiamato Rojava. Costellato da basi militari Usa, è  l’area delle più ricche risorse petrolifere ed agricole siriane, occupata e pulita etnicamente, con l’aiuto e le armi statunitensi, britanniche e francesi, da mercenari curdi sostenuti da Israele, Arabia Saudita ed Emirati. A nessuno è possibile contestare questa realtà dei fatti.

Bergoglio, amici e nemici
Nel momento in cui l’Esercito Arabo Siriano, superando le trappole delle ripetute tregue e smilitarizzazioni concordate tra Putin ed Erdogan (ricettore di modernissimi sistemi S-400 e cacciabombardieri russi), mai osservate dalle bande terroriste Isis e Al Qaida e, anzi, utilizzate dai turchi per rafforzarle con uomini e mezzi, ha rilanciato la sua offensiva per liberare Idlib, con l’aiuto dell’aviazione russa, s’è levata alta e forte la voce del papa. Quel papa che ieri era capo gesuita in convivenza-connivenza con la dittatura argentina (vedi i documenti esibiti dal giornalista Horacio Verbitsky, considerato il Pulitzer dell’Argentina).

Letti e assimilati i rapporti di Amnesty International, succursale del Dipartimento di Stato Usa per la demonizzazione dei nemici dell’establishment imperialista, Bergoglio ha indirizzato al presidente siriano un’invettiva mascherata da appello umanitario. Lo ha invitato a smetterla di fare la guerra, di imprigionare, torturare,far sparire e maltrattare oppositori politici, di praticare esecuzioni extragiudiziali, insomma di seviziare il suo popolo e di commettere crimini contro l’umanità.


Nel frattempo, molto soddisfatti, i mercenari jihadisti degli occidentali fedeli al papa, scotennavano, scarnificavano, bruciavano, crocifiggevano, annegavano in gabbie, facevano a pezzi il decimillesimo infedele siriano e forzavano in sposa a tempo la ventimillesima infedele siriana. E ne diffondevano ovunque le immagini. Forse in Vaticano non sono arrivate. O forse sì. Contemporaneamente il decimilionesimo siriano con moglie e figli, scampato ad Assad, a chi sennò?, veniva messo a Misurata su un gommone per l’appuntamento con la nave Ong che lo avrebbe traghettato verso i campi elisi del foggiano o casertano.
https://youtu.be/H3C_2Fb9SXc  video siriano su Idlib
   
Idlib, non solo


Questo il preludio bianco, cristiano, occidentale a quanto sta avvenendo in Siria. Sulla quale i moniti zannuti del pontefice si sono abbattuti, guarda la coincidenza!, proprio nei giorni in cui, subita dall’accozzaglia jihadista concentrata in Idlib (Hayat Tahrir al-Sham) l’ennesima provocazione terrorista contro le popolazioni di Hama e Aleppo, l’Esercito Arabo Siriano si era mosso alla riconquista di questo terzultimo territorio nazionale ancora in mano al nemico, a partire dalla liberazione di Khan Shaikhoun, città strategica nel sud della provincia. La nostra occhiuta stampa parla dell’”ultimo lembo di Siria” non ancora ripreso dal regime”, occhiutamente sorvolando sul terzo di Siria, oltre l’Eufrate, in mano agli Usa e alla loro fanteria curda, che dunque sancirebbe l’auspicato squartamento del paese, come anche su Al Tanf, base Usa zeppa di terroristi nel sud est, al confine con Giordania e Iraq. Ultimissime ci dicono che, ancora una volta su raccomandazione russa, Damasco, dopo aver liberato vaste aree di Idlib, avrebbe proclamato un nuovo cessate il fuoco. In cambio Erdogan avrebbe promesso a Mosca di disarmare e sciogliere Tahrir Al Sham. Cosa consiglia il saggio? Fidarsi è bene…..

 
Tulsi Gabbard a Damasco


Il fronte dell’aggressione, sconfitto in Siria, si allarga
La vox populi, specie quella che segue le epifanie dell’uomo bianco alla finestra dell’Angelus, molto  in alto, molto vicino al Signore, e ne assorbe e perpetua le infallibili verità ex cathedra e anche non ex cathedra, ora può ripetere che Assad è un bruto che, come Saddam, Gheddafi, Milosevic, Maduro, Putin, considera sua missione distruggere il popolo cui appartiene, che lo ha eletto e lo sostiene. Non sa, perché non gli è piovuto giù dall’Angelus, che Israele nelle ultime settimane ha bombardato ripetutamente la Siria, il Libano e ora anche l’Iraq, avendocela con l’Iran che non bombarda nessuno, e con i suoi amici di Hezbollah libanesi e delle Unità di Mobilitazione Popolare irachene, milizie che hanno molto infastidito quelli del Nuovo Ordine Mediorientale per aver sconfitto la loro creatura, il califfato Isis.  E neppure sa che una coraggiosa candidata alla presidenza degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard, ha incontrato Assad, quasi fosse un essere umano, si è rifiutata in tv di definirlo “criminale di guerra” e ne ha confermato l’accusa che a commettere l’attacco chimico di Ghouta sono stati i jihadisti. Per tutti i media degli Usa, Tulsi è ovviamente una traditrice della patria al soldo di Putin.
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La quadruplice Usa-curdi-sauditi-Israele
Attivo su molti fronti, dove può agire contro chi non ha modo di difendersi, Israele non si è lasciato fuggire l’occasione dell’ennesimo venerdì di Gaza, nei 17 mesi della “Grande Marcia del Ritorno”, per arrotondare a 306 i morti palestinesi e a quasi 8000 i feriti e mutilati, tutti inermi. Il che non ha impedito alle élites del Golfo di celebrare gli attacchi israeliani a ben tre paesi arabi, con Khalid al Khalifa, ministro degli esteri del Bahrein, paese noto per il genocidio dei suoi sciti, che li onora in quanto “autodifesa”. Fa scandalo? Non dovrebbe, visto che ormai l’alleanza Israele-satrapi  del Golfo, nel segno della modernità e della democrazia, è pienamente funzionante, fin dal comune impegno a supporto del terrorismo jihadista in Siria e Iraq.

Curdi festeggiano Israele

Rojava: siamo a disposizione
Scandalo, scandalissimo, dovrebbe menare, invece, tra i nostri fautori della pulizia etnica che i curdi menano in Siria, facendola passare per democratica, federale, femminista, antipatriarcale, LGBTQ ed ecologica, quanto scoperto dall’intelligence irachena, non smentito da Israele e confermato da David Hearst, uno dei più autorevoli giornalisti britannici.

I cinque raid di droni israeliani di fine agosto sulla regione irachena di Anbar sono stati lanciati da una base curda gestita da personale israeliano in territorio siriano occupato dalle Syrian Democratic Forces (etichetta che cerca di mimetizzare l’invasione-occupazione curdo-statunitense del nord-est siriano). Israele è troppo distante per colpire con droni l’Iraq. E’ dal luglio scorso che da quella base partono attacchi contro depositi e convogli delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi). L’iniziativa di utilizzare quelle basi per colpire i combattenti anti-Isis iracheni va fatta risalire al ministro saudita per gli affari del Golfo, Thamer al Sabhan, che nel giugno scorso ha ripetutamente visitato la zona e fornito ai curdi sostanziosi aiuti finanziari. Da queste edificanti evoluzioni dei curdi si comprende il perchè di tanta simpatia del “manifesto”, del “Fatto Quotidiano”, dei trotzkisti tutti e di tutti gli atlantisti.

Putin funambolo tra Ankara, Tel Aviv e Damasco


Su questo Mosca, ancora una volta, non ha obiettato niente e tantomeno ha fornito a Siria, o Iraq, o Libano, gli strumenti antiaerei che toglierebbero agli israeliani di colpo la voglia di fare incursioni. Segno di qualcosa di non esplicitato nei rapporti tra Russia e Israele e nemmeno tra Mosca e Ankara. Parrebbe, infatti, che Erdogan, acquirente di costosi armamenti russi e promotore del gasdotto East Stream dal Caspio al Mediterraneo, può concordare con gli Usa, ai danni dell’integrità territoriale siriana, la famosa “fascia di sicurezza” lungo tutto il confine e che penetra in Siria per 30 km almeno. Rinnovato consolidamento del ruolo  della Turchia nella Nato, a dispetto dello spesso approssimativo prof. Chossudovsky che si era precipitato a dichiararne la fuoruscita. Alleanze e competizioni restano, in Medioriente, variabili non meno di quelle che certe forze anti-sistema da noi praticano a vantaggio del sistema. Succede quando ideologia e morale sono considerate pochettes da mettere o non mettere.

 
Iraq, Unità di Mobilitazione Popolare


Invece notevole è la soddisfazione a Washington, senza il semaforo verde della quale è probabile che Israele non avrebbe esteso a tal punto il raggio del suo intervento bellico.

C’è chi vince anche in Iraq
Anche perché da quelle parti si sentiva la necessità che a Baghdad venisse impartita una lezione. Non tanto al morbido primo ministro Adel Abdul-Mahdi, o al suo rivale Moqtada al Sadr, l’ambiguo chierico, vincitore delle ultime elezioni in alleanza con i “comunisti”, che più che a Tehran guarda a Riad. Piuttosto a un’opinione pubblica che non sopporta la presenza e il diktat geopolitico degli Usa e vede espressa nelle Unità di Mobilitazione Popolare (UMP), a maggioranza scita, ma con forte presenza sunnita, veri vincitori del califfato e contenitori dell’espansionismo curdo, la propria rivendicazione di sovranità e indipendenza e la preferenza per l’alleanza con l’Iran. Gli innumerevoli episodi di sabotaggio dei militari Usa nei confronti della lotta antijiadista dell’esercito iracheno e delle UMP, di sostegno all’Isis attraverso lanci di rifornimenti ed evacuazioni di miliziani da situazioni compromesse (come successo anche in Siria, a Raqqa), hanno chiarito agli iracheni chi sarebbero i loro protettori.

 
Combattenti UMP


Il nervosismo dei pirati israeliani, osservato dai russi in imbarazzato silenzio (potenza degli oligarchi ebrei di Mosca, o del milione di esuli russi in Israele?), è determinato da una serie di contraccolpi. Al di là dello sbattere di sciabole nel Golfo e dei colpi assestati ai sostenitori della cosiddetta Mezzaluna scita, la guerra all’Iran non la vuole e può fare nessuno. Israele e gli Usa sanno bombardare, ma sul terreno, con a disposizione solo mercenari pagati ma demotivati, quando non si tratti di ragazzi che tirano sassi, valgono poco. La Siria, già solo per essere ancora lì dopo 8 anni contro mezzo mondo, è vincente e ora si riprende anche Idlib. I curdi, screditati in tutto il mondo onesto, hanno fatto il passo più lungo della gamba e sopravvivono grazie a potenze che tutti intorno a loro odiano. L’Iraq, sebbene ancora fragile, sotto ipoteca americana ed esposto a colpi di coda terroristici, ha battuto da solo il progetto di frantumazione basato sul califfato e sui curdi. Pur nella debolezza di un paese dalle infrastrutture distrutte, dalla ricostruzione impedita, dalla presenza di almeno 8000 militari Usa (probabilmente il doppio), le vittorie conseguite, l’avere a fianco una nazione come l’Iran, la consapevolezza del nemico hanno creato nel popolo forti anticorpi contro i colonizzatori.

 Yemen, resistenza nazionale e disintegrazione della coalizione nemica
 
Yemen prima della rottura della coalizione del Golfo


E poi, sempre nel quadro dell’aggressione all’Iran e al suo fronte allargato, fallisce totalmente, nella disintegrazione della coalizione a guida saudita, l’attacco allo Yemen, altro paese raso al suolo, vittima di incredibili crimini di guerra e contro l’umanità, a partire dai bombardamenti Usa-Sauditi sui civili e dal blocco navale ai rifornimenti alimentari e sanitari,  con una popolazione affamata e in preda al colera. Gli Houthi, da decenni protagonisti della resistenza nazionale contro gli incessanti tentativi di annessione dei sauditi, non hanno perso terreno, controllano quasi per intero lo Yemen del Nord, colpiscono in profondità, fino alla capitale saudita Riad, le infrastrutture e le basi militari del nemico. La guerra lanciata dall’improvvido erede al trono, Mohammed bin Salman, quello dell’assassinio di Khashoggi, e coperta da cielo e mare dagli Usa, è persa. Il Sud è scena della spaccatura dell’alleanza sauditi-Emirati, con i satrapi che si precipitano l’uno alla gola dell’altro. Il Qatar dei Fratelli Musulmani al bando da tempo.Il Kuwait per i fatti suoi. L’Oman idem. E ora gli Emirati Arabi Uniti in rottura addirittura bellica con i sauditi, con una gara tra i due per chi si assicura spazi e controlli geopolitici nella regione, dalla Somalia all’Eritrea, dallo Yemen a tutto lo spazio tra Golfo e Mar Rosso.



Combattenti Houthi


Davanti agli uomini del Pentagono e della Cia, disorientati circa chi sostenere, si frantuma l’alleanza dei feudatari del Golfo sulla quale era basata gran parte della strategia imperialista e dalla quale dipendevano gli obiettivi  della riorganizzazione del Medioriente. Con lo Yemen del Nord, cuore storico e culturale del paese, saldamente in mano agli Houthi sciti del movimento Ansar Allah, ampiamente maggioranza nel paese, il Sud ha visto alternarsi nella capitale Aden il governo del fantoccio saudita Abd Rabbih Mansur Hadi e i mercenari degli Emirati. E’ poi emerso un movimento indipendentista, che non ha niente a che fare con quello Yemen del Sud marxista che si era liberato del dominio britannico, ma che punta allo sfruttamento delle risorse di fossili nel sottosuolo dell’Est e della posizione strategica di Aden sullo stretto di Bab del Mandeb. Animati dagli stessi propositi e in competizione ormai aperta con i sauditi, gli Emirati, Abu Dhabi in testa, ai separatisti si sono alleati. Fine del ruolo saudita nel Sud, del suo proconsole locale e, forse, anche del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), sul quale tanto puntavano gli Usa. Seppure strozzato dalle sanzioni più feroci mai inflitte a un popolo, l’Iran ha motivo di tirare un respiro di sollievo.

Dopo tanto parafrasare a sproposito, è il caso di ripetere con Mao “grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Forse.