martedì 23 giugno 2026

La patria dei patrioti TERRE E VITE DI TROPPO

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__la_patria_dei_patrioti_terre_e_vite_di_troppo/58662_67613/

In questi video ci sono due appelli contro il biocidio deciso dalla maggioranza di questo governo di patrioti e difensori della Nazione. Una delle componenti della cittadinanza di questa Nazione, quella bipede che viene impegnata nelle missioni e guerre NATO, è già stata programmata a uccidere e farsi uccidere in operazioni di messa a tacere di altri popoli. Soluzione welfare ai problemi esistenziali dei 6 milioni di poveri, del 25,4% della cittadinanza a rischio di povertà e dei sei milioni che non hanno neanche i soldi per il ticket.

Esentate da una brutale patrimoniale, le 50.000 persone più ricche del paese, il cui patrimonio è soltanto raddoppiata dal 1995, contribuiranno con le loro tasse all’adeguato armamento di coloro che saranno sfuggiti alla povertà assoluta grazie all’ufficio di collocamento NATO.  A questa bisogna li sta già preparando l’alternanza scuola-Forze Arnate predisposta dal ministro Valditara. L’altra, quella che garantisce la sopravvivenza e il futuro di tutto il resto, l’hanno sistemata con due leggi: una sulle terre da abbandonare e l’altra, un ddl, sulla caccia.

Per inciso, va detto che a quest’ultimo ha voluto subito plaudire, anticipandone il risultato, nientemeno che Donald Trump jr, confermatosi degno figlio del trombone bombarolo. Lo si è visto sulla laguna veneta mentre, in mimetica, stivaloni e carabina, con altri yankees dava la caccia ad anatre e specie avicole rare, di cui, come poi dichiarava ai microfoni, manco sapeva cosa fossero. Che confluenza di amorosi intenti tra la nostra capa legislatrice e il pargolo di colui che suole…implorare!

Il “Liberi tutti”

Di quest’ultima vi cito un riassunto come l’ha proposto, in un drammatico e lacerante video, Giovanni Storti del trio Aldo Giovanni e Giacomo.

“La caccia diventa pratica che, per legge, concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema. Si estendono le aree cacciabili. Le Regioni sono obbligate a ridurre le aree protette, se ritenute eccessive. Vengono riaperte gli impianti di cattura di richiami vivi. Le specie che possono essere catturate passano da 7 a 47. Si potrà tenere qualsiasi uccello da richiamo in gabbia. Viene consentita la caccia nelle aree demaniali, spiagge, foreste, praterie, boschi. Cancellato ogni limite alla costruzione di nuovi appostamenti fissi di caccia. Le gare di caccia sono consentite anche di notte e nei periodi di nidificazione. Nelle aree private la caccia può essere consentita senza regole. Si aumentano i tempi di caccia, anche nei periodi di migrazione e nidificazione. La caccia sarà consentita anche dopo il tramonto. Sono previste sanzioni fino a 900 euro per chi protesta contro le uccisioni di animali durante le attività di controllo”,

Nulla è detto sui fenomeni criminali del bracconaggio e del traffico di animali.

Il regime Meloni ha colto la palla al balzo. In un mondo dove la violenza sopraffatrice la fa da padrona su diritto, leggi, etica, fin dal momento in cui ai pargoli si mette davanti uno schermo su cui giocare a chi brucia, distrugge, fa saltare, uccide di più e poi lo si passa da quello del gioco allo schermo del vero come è a Gaza e nei meandri cerebrali di Netanyahu e Trump, Merz, Macron, Crosetto, Meloni. A questo punto tutte le premesse per una buona legge sulla caccia sono predisposte. E siccome le disgrazie non vengono mai da sole, c’è anche una bella legge propedeutica al trionfo dei killer della biodiversità. Quella che farà del nostro entroterra, cioè degli organi interni del nostro corpo nazionale, il deserto del Gobi.

Non si uccide così anche la terra?

Siamo una nazione in evidente declino, politico, economico, culturale, sociale. Non ci piove. Ma siamo anche una nazione, un paese, in disfacimento. E non mi riferisco solo all’aberrante strategia contro-risorgimentale e anti-unitaria dell’autonomia differenziata, con il ritorno ai contadi, baronie, ducati e feudi, Stato della Chiesa, stavolta non governati da sangue blù, ma dal sangue da vampiri cavato dalla terra, dai suoi frutti, dai suoi abitanti. Tutte cose che un processo rivoluzionario di tanti anni fa era riuscito, con istituzioni pubbliche impegnate per l’interesse collettivo, quanto meno a temperare.

Il nostro destino è segnato in misura crescente dalle diseguaglianze. Ne abbiamo visione e coscienza ogni momento. Ciò che c’è di nuovo in questo fenomeno è una diseguaglianza, sì storicamente determinata, ma ora programmata, decisa. Portata avanti  fino all’estinzione di sue parti, di territorio e di vita.

Non mi ricordo più dove, ma da qualche parte ho letto una frase che centra il nocciolo: “Mentre l’Italia in uniforme NATO destina il 5% al riarmo, l’Italia profonda, rurale e montana, i tre quarti del territorio nazionale, è destinata al disarmo”. Civile e deliberatamente strategico. Ed è qui che si congiungono due crimini antinazionali in un unico progetto: terre disantropizzate che muoiono, occasione per una disordinata proliferazione di vita animale e, dunque, per il trionfo di quanto si ripromette la legge per la caccia. Legge-regalo a mezzo milione di elettori con fucile, di età superiore ai 65 anni e spesso degli 80, detestati dall’85% degli italiani e che, nel solo 23, hanno fatto 79 vittime di pallottole, di cui 19 morti. Poi c’è da lisciare il pelo all’indotto di produzione di armi e munizioni, reso incontinente dalle prospettive belliche.

Taglio e butto

Dove c’è blù non c’è più paese

Si chiama Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI). E’ stato approvato dal governo Meloni nel 2023, è il più micidiale attentato al paese mai concepito, ma non se ne parla. E quindi non c’è opposizione. Per aree interne si intende qualcosa come 4.000 comuni, il 60% del territorio nazionale su cui insistono a vivere 13 milioni di persone, circa un quarto di una popolazione già di suo in difetto di riproduzione.

Sono cittadini a pieno titolo, spesso tra i migliori, dei più “nostri”, ma che non hanno treno, autobus, ospedale, farmacia, scuola, fabbrica, tribunale, copertura digitale, stazione dei Carabinieri, dei Vigili del Fuoco. E vi si arriva per strade dissestate, mai rattoppate, piene di buchi e incidenti. Destinati a una desertificazione pianificata. Lo Stato si fa dare una mano dai privati nella cosiddetta razionalizzazione, ossia nel taglio dei punti d’appoggio della socialità minima. Tra il 2022 e il 2023 fuggendo dai propri luoghi, hanno celebrato l’arrivo del regime nostalgico 214.000 persone. 

C’è un 5% del PIL da investire di cui si parla molto, ma non deve andare a fornire questi elementi costitutivi della vita collettiva come prescritta da decenza e Costituzione. Deve andare al riarmo. Investimenti su un capillare reticolo ferroviario, come un tempo spesso c’era? Con Salvini? Col Ponte da 13,5 miliardi?

Sono dichiarate zone depresse, a rischio di povertà, ovviamente inevitabile, con un futuro di spopolamento, ovviamente irreversibile. Lo PSNAI è il “piano mirato che accompagni queste zone depresse in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”. In altre circostanze, si chiama eutanasia ed è procedura avversata dalla Chiesa e dalla sua rappresentanza politica, stavolta perfino fascista.

 

Qualche frammento di questa dimissione, avente una presenza compensatoria, per esempio di immigrati, ha una piccola chance di essere rilanciato. Qualche ugandese coltiverà ancora un campo di patate. Era la terra della nostra fondamentale ricchezza agricola, della piccola e media proprietà rurale dalla quale il popolo traeva il suo sostentamento alimentare. Quello sano, integro. Prima di una Grande Distribuzione che si rifornisce altrove e alla quale sta bene, oltre alla nostra, la desertificazione dei paesi d’emigrazione purchè produca quello spurgo di schiavi sul nostro territorio.

Resta da vedere cose ne pensa del rilancio di territori agonizzanti il bilancio statale del 5% alla guerra, quando questa di guerra, al proprio corpo tuttora vivo, non costa e non rende niente. Tutto il rimanente esalterà ulteriormente l’incuria che già tutti i governi di questo paese, quale più quale meno, gli hanno riservato e diventerà Italia fantasma.

Alla classe che esprime e favorisce i gruppi dirigenti e ne è protetta, tutto questo importa poco e, del resto, costerebbe troppo e renderebbe poco. Si considera irreversibile il dato strategico dei giovani che se ne vanno a cercare lavoro lontano da casa, dei vecchi che finiscono col togliere il disturbo, del superamento della necessità di mettere a fare qualcosa di davvero patriottico un Lollobrigida, o un Urso. Se proprio si vuole insistere a salvare certi comuni, ci pensino loro, i comuni. E il loro pensiero si avvalga dell’ininterrotto definanziamento subito da questo governo e da quelli prima, compreso quello del PNRR dedicato al welfare.

Italia in discarica

 

Quello che il Piano definisce “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, visto che ogni inversione di tendenza è esclusa a priori, è un accompagnamento in discarica di luoghi della nostra anima collettiva: Gran Sasso, Sila, Irpinia, Cilento, Vallo di Diana, Appennino Emiliano bassa ferrarese, colli di Parma e Piacenza, Garfagnana, Simbruini, Monti reatini. Alta Tuscia, Alta Valtellina, Alto Lago di Como, Valli del Lario, Delta del Po, Val di Sole, Vali Piemontesi Bormida, Ossola, Lanzo, bassa Valle d’Aosta, Appennino di Pesaro e Ancona, Piceno, Valnerina, il Sannio, il Matese, il Gennargentu, Nebrodi e Madonie, Salento…

Ho citato, alla rinfusa, appena metà dei territori a perdere.

Una mano data da tanti, anche dal terremoto

 

Tutta farina del sacco tossico del regime patriottico? Ho girato un documentario, “O la Troika o la vita”, che illustra l’imperversare di ciò che era, e oggi è, al comando in Europa e in Italia, con particolare attenzione a cosa è stato fatto nei territori del terremoto del 2016. Tre anni dopo non erano state rimosse tutte le macerie. Otto anni dopo la ricostruzione non è lontanamente completata, false promesse, false partenze, grandi parate di presidenti e ministri. Ma nessuno ha fermato l’abbandono per venir meno delle condizioni di vivere e produrre. Molti paesi sono diventati paesi da cartolina antica. La riparazione economica e sociale non è mai stata completata. Opere strategiche, strade, viadotti, sono ferme. Partito è invece lo spopolamento.

Prima si temeva un cambiamento d’uso di territorio e abitati finalizzato a un diverso sviluppo, non più fondato su attività che nascono dal legame abitanti-territorio, ma finalizzato al turismo ecologico e di lusso. Grandi alberghi, parchi a tema, collegamenti collina-mare, cottage. E, l’attrattiva di quanto è rimasto in piedi come patrimonio da ammirare. Una cattedrale diroccata, una pavimentazione romana, il palazzo del Signore.

Noi e gli altri animali

 

C’è qualcuno che si frega le mani per l’abbandono delle terre interne. Tutto spazio da rivendicare a doppiette e vita da colpire e trasformare in trofeo della propria perizia e disposizione a uccidere. Pensavo che con certi energumeni dell’animalicidio leghisti si fosse raggiunto un limite. Anche con il tristemente confermato presidente della Regione Trentino, Maurizio Fugatti, che alla carica deve essere arrivato camminando, anziché su un tappeto rosso, su una serie di pelli di orsi da lui fatti ammazzare. Giustiziati, anziché spostati nei santuari indicati dalle associazioni, perché “incutono paura”, si avvicinano alle case e in uno scontro tra uomo e orso per una volta ci aveva rimesso l’uomo.

O eliminati da un bracconaggio ben poco perseguito e che torna a minacciare l’estinzione del progenitore del mio bassotto Ernesto, discendente nobilissimo di uno degli animali più utili alla preservazione della biodiversità, maestro di vita nella solidarietà e collaborazione di branco, il lupo. Lupo caratteristicamente inviso anche alla baronessa Ursula von der Leyen che ne ha auspicato lo sterminio (subito attuato dai neo-NATOI svedesi), insieme a quello dei russi. Umani.

Anni fa, per la RAI mi sono ritrovato ripetutamente nelle vali bergamasche e bresciane, o anche nei boschi sulle colline di Ischia, o della Sila, accompagnato da generose e sagge guardie zoofile (quando c’era ancora una meraviglia delle nostre polizie, il Corpo Forestale dello Stato). Si cercava, denunciava e reprimeva quanto oggi è consentito e incoraggiato per legge da un governo che, coerentemente, solidarizza con le stragi compiute da suoi alleati e a volte vi collabora. Sapendo benissimo che nelle guerre che approva, o a cui partecipa, il genocidio visibile è accompagnato dal biocidio, cioè dalla distruzione della biodiversità, ogni indispensabile specie di animale, dall’ape alla rondine, dallo scoiattolo alla lepre, compreso.

Si rimuovevano gli orribili richiami vivi con i quali, uccelli legati ai rami, o chiusi in gabbia, i cui disperati squittii richiamano altri uccelli da abbattere a fucilate, o da imprigionare in trappole dalla lenta e dolorosa agonia.

Caccia per una soddisfazione che non serve a nutrirti, o a vestirti, non compensa le tue inadeguatezze e, di conseguenza, richiede una ripetizione, l’escalation. Nasce dalla voluttà, del tutto sterile, di sopraffare, fino all’uccisione, e compensare gli inevitabili sensi di inferiorità determinati da varie cause: rapporti umani, impotenza, frustrazione sociale, mancata considerazione, carenza affettiva, sessuale, solitudine, esclusione. Il fucile protesi del pene. La socialità della caccia di gara che sostituisce la fratellanza. L’uccisione a compensare la mancanza d’amore.

Abominii non solo venatori

  

Rifarsi una credibilità a spese degli animali non è solo del cacciatore. L’indulgenza del potere che non tollera atti di solidarietà per Gaza, è tutta per chi esercita, al pari di esso, una vantata supremazia sui deboli, si impone ai sottoposti per riaffermare un diritto che si fa derivare dalla natura e, a te omuncolo, dà la sensazione di essere protagonista. E il forte che alleva e destina a mattatoi, chiamati laboratori, migliaia di Beagle, per vedere “l’effetto che farebbe” sull’umano un avvelenamento, una lesione del rene, un glaucoma,  o un arto disarticolato, una scossa elettrica, una dermatite, inflitti all’animale fatto cavia (ricordate lo scandalo del commercio dei Beagle nell’inferno di Green Hill a Montichiari e degli esprimenti della multinazionale farmaceutica Aptuit di Verona?). Vuoi testare qualcosa destinata all’umano? Sei un testa di cazzo vigliacco che approfitta di chi non si difende, anche perché si fida. Testalo sull’umano, punto e basta!

Il riprecipitare in forme di neonazismo travestito da tecno-oligarchia e nel graduale sopravvento della forza sul diritto, umano o di legge, ce l’ha documentato, con coraggio e agghiacciante evidenza, su Report, Giulia Innocenzi con le sue inchieste sugli allevamenti di maiali, polli, anatre. Il totale disprezzo di imprenditori, addetti, ispettori, per un minimo di rispetto per la vita, il dolore, in un ambiente di totale setticità, tra animali trattati come barattoli da scalciare e carogne che marciscono tra vivi appiccicati a migliaia negli spazi dell’immobilità gli uni agli altri.

E pensare che siamo andati precipitando fin da quando, negli anni’80 in Rai, ero impegnato a denunciare questo abominio, girando per gli allevamenti di animali “da consumo”. Dai falansteri a quattro piani, senza sole e senza cielo, dei polli di Amadori, ai cubicoli piemontesi, nei quali i vitelli dovevano maturare in pochi mesi senza potersi muovere, al massimo accasciarsi. Bovini per rapida crescita e rapido consumo, di grande avevano solo gli occhi disperati, senza luce naturale, ma con ricche dosi di antibiotici e ormoni. Praticaccia avvelenatrice contro la quale si batteva un coraggioso quanto impotente Mario Valpreda, direttore generale della Sanità in Piemonte. Le cose sono peggiorate, di pari passo con la spietatezza del neoliberismo e il ritorno dell’imperialismo militare.

Un Netanyahu per la biodiversità

Per chi è sodale, solidale e socio di uno che fa sparare in fronte ai bambini, al ventre delle donne e istruisce i cani a stuprare uomini incarcerati, il ddl Caccia, approvato il 13 maggio 2026 dalla Commissione Ambiente e Industria e ora in discussione alle Camere, è il meno che ci si poteva aspettare da chi anela a mettersi all’altezza. Era stato tolto di mezzo, da Renzi (da chi se no?), il Corpo Forestale dello Stato (depotenziato e incorporato nei CC) che, composto da gente eccezionalmente appassionata e competente, non teneva conto della faccia di nessuno. Me lo sono trovato accanto, assist formidabile, in parecchie battaglie, a partire dai traffici di rifiuti tra La Spezia e la Somalia. Ora è toccato all’ultima salvaguardia.

La legge sulla caccia prevede anche la riduzione dei poteri, storicamente salvici, dell’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale, ISPRA. Erano vincolanti, a protezione di natura e animali, ora se ne può tener conto quanto di un pronostico sulla partita al bar. Chi pensate ne verrà messo spudoratamente a capo dagli amichettisti? Il candidato è Ettore de Conciliis de Iorio, cacciatore e lobbista del mondo venatorio.

L’aspetto più indecentemente autoritario della legge, compilata dal senatore Lucio Malan, non sta solo nelle nuove regole che il bravo e scandalizzato Giovanni ci ha elencato. Ci sono le competenze regionali, nel Nord da sempre impegnate alla morte per la…morte degli animali, che vengono ampliate e rafforzate sul calendario, sugli ambiti territoriali, sulle deroghe e sulla gestione della fauna. Rafforzate in misura addirittura anticostituzionale - e qui sta la soppressione fascistica della libertà di manifestare – anche ”sanzionando le azioni atte ad ostacolare i piani di controllo” (controllo sta per caccia). Si tratta in parole chiare del divieto di impedire, ostacolare o rallentare le attività previste dal citato Piano straordinario di gestione della fauna selvatica.

Forse, avessimo saputo meglio impedire, ostacolare o rallentare le attività ora rilanciate all’ennesima potenza, avremmo ancora lo storione, la quaglia, la gru, il pipistrello di Blasius e non rischieremmo ora di perdere anche l’orso marsicano, il capovaccaio, la pernice bianca, lo stambecco, le farfalle…

Canis Lupus

 

 

Quanto al soprannominato antenato del bassotto Ernesto e origine e simbolo della convivenza e amicizia tra umani e canini, il lupo (Canis lupus) esce dal novero delle specie “particolarmente protette, anche sotto il profilo sanzionatorio”, come del resto anticipato dallo sciagurato declassamento UE del lupo, subito seguito da uno sterminio di esemplari in Svezia e in Abruzzo, dove sono stati avvelenati 18 esemplari, nientemeno che all’interno del Parco Nazionale. Parco a suo tempo salvato e potenziato da un grande direttore, Franco Tassi,  di cui ho avuto il privilegio di essere amico e che era riuscito a sconfiggere un coacervo di interessi devastatori, edili e commerciali.

Tutta questa licenza del liberi tutti contro tutti, lubrificata dalla pretesa che le modifiche previste “sono funzionali a contrastare il fenomeno della proliferazione delle specie invasive, che continua ad arrecare danno alle attività produttive e a esporre a pericolo l’incolumità dei singoli” (immaginare gli orgasmi del presidente trentino Fugatti). L’immagine qui sotto è per chi di tutto questo è pronto a farsene una ragione.

 

ELENCO DELLE associazioni che lottano contro questo abominio, per CHI VOLESSE DARE UNA MANO

AFNI – ALTRITALIA AMBIENTE – ALLEANZA ANTISPECISTA – ALTURA – AMICI DELLA TERRA – ANIMAL AID ITALIA – ANIMALISTI ITALIANI – ANIMAL LAW ITALIA – ANIMAL VOICES UNITED – ASOIM – ASSOCIAZIONE CARETTA CARETTA -ASSOCIAZIONE IO NON HO PAURA DEL LUPO – ATTIVISTI GRUPPO RANDAGIO – CERM – CIRF – CISO – EARTH – EBN – ENPA – ESSERE ANIMALI – ETICOSCIENZA – FEDER TREK – FEDERAZIONE PRO NATURA – FONDAZIONE CAPELLINO – FONDAZIONE CAVE CANEM – FONDAZIONE MAREVIVO – GAIA ANIMALI&AMBIENTE – GAROL – GREEN IMPACT – GREENPEACE – GRIG – GRUPPO INSUBRICO DI ORNITOLOGIA – GYBN ITALY – HUMANE WORLD FOR ANIMALS – ISDE – LAC – LAV – LEAL – LEGAMBIENTE – LEIDAA – LIMAV – LIPU – LNDC – MAN – MOUNTAIN WILDERNESS – NAHR – OASICOSTIERA ODV – OIPA – RETE DEI SANTUARI – REWILDING APPENINES – SALVIAMO L’ORSO – SOCIETÀ ORNITOLOGICA ITALIANA – SOS GAIA – SROPU – SRSN – VAS- WALDRAPPTEAM – WWF ITALIA

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 17 giugno 2026

FULVIO GRIMALDI intervistato per “Spunti di Riflessione” da PAOLO ARIGOTTI --- GENERALE VANNACCI, PEGGIO LA TOPPA O IL BUCO? --- A che serve e cosa copre il Generale

 



https://youtu.be/RyYniK8MZXE

Se mettiamo che il generale Vannacci sia la toppa e l’establishment destro-sinistro post-neo-tecnofascista sia il buco, allora è di evidenza solare che il peggio è il sistema rispetto a un Vannacci che non è che un’occasionale epifenomeno di presunta critica, ma di effettivo sostegno.

Ma visto che di peggio qui toccherà occuparsi abbondantemente, a fare una classifica dantesca, peggio di Vannacci ce n’è, eccome. Mi viene subito in mente la combriccola dei “ma quale genocidio!” assembrata l’altra sera dall’impunito Antonino Monteleone nella trasmissione “Filo rosso”. Dopo la quale, resistito per malsanamente vedere fino a che punto si possano spingere nel loro ben-gvirismo sandwichmen “liberal” come Cerno, o Erri De Luca, o Sattanino, o De Bortolis, osservati e commentati con sacrosanta commiserazione dall’unico cervello presente (Borgonuovo, un destro!), si sente il bisogno di fare una doccia. O se non c’è, di scambiarsi d’abito.

Il buco è questo e, rispetto a una toppa così sbrindellata, retrograda, culturalmente analfabeta, ma con le stellette, fa davvero più ribrezzo. Il buco è il sistema. La toppa è quella roba che si presenta come antisistema, che serve a dare l’idea che, dopotutto, qualcosa nella morta gora tossica si muova. Il sistema ha bisogno che ogni tanto arrivi qualcuno che si finga diverso e dia uno scossone. Che poi non è altro che un’operazione di riassestamento. Lo abbiamo visto nel meccanismo, perpetuatosi per tutta la nostra storia repubblicana, delle operazioni di stabilizzazione che, nei momenti di insofferenza sociale, venivano fatte innescare da “destabilizzatori”, spesso manipolati o inventati, chiamati opposti estremismi, Ordine Nuovo, BR di seconda generazione, golpe avviati e poi frenati

In misura più o meno coerente con questa premessa siamo passati attraverso vari masanielli. Dall’eterodosso nel modo e nel corpo Berlusconi, iconoclasta più nei costumi, dissoluti ma fieramente esibiti, che nella conduzione mafio-privatista dello Stato (rispetto all’untuosa probità esibita dalla precedente concertazione andreottiana), siamo passati per Grillo che mascherava da rivolta antisistema quel programmino esoterico-elitario del guru Casaleggio. E, comunque, dirottava una montante opposizione sociale, privata della sua espressione politica e organizzativa dal disfacimento del PCI, verso gli esiti che conosciamo. A ulteriore introiezione di impotenza e perdita di fiducia.

E allora Vannacci. Ma che, davvero?

Intanto è un generale, per definizione cavallo di troia dell’industria militare e, in un tempo dove militarizzazione e guerra sono tornati a essere quelli della cultura futurista del fascismo, arriva accompagnato da rulli di tamburo e squilli di tromba. Col risultato di diffondere, in linea con i suoi affini con le stellette che Valditara manda nelle scuole a educare il pupo, la convinzione che fracassare persone e cose in paesi di cui non ce ne potrebbe fregare di meno sia cosa bella e giusta e da perseguire. Reduce da Somalia, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia, chi meglio di lui per accendere in noi il sacro fuoco del gettare il cuore oltre l’ostacolo, dell’uccidere e del farsi uccidere per la patria? Ottimo risultato.

Poi è orgogliosamente “feccia”, “scarto”, cioè fascista e uno come lui, che imperversa legittimamente e pubblicizzato come pochi sul proscenio nazionale, a Meloni fa fischiare le orecchie per come i progetti di Futuro Nazionale siano tutti quelli che la premier fedifraga ha abbandonato. Poi masaniello si affloscia e sparisce, da L’Uomo Qualunque a Grillo o Renzi. Ma il segno rimane e si farà sentire per come si dovrà dare una regolata l’azione politica del regime che il generale ha fustigato. Ottimo risultato.

Fascismo trombone e fascismo zitto zitto

Cosa sparisce dietro all’uomo della Folgore alla sua banda di scalcagnati (Pozzolo, Borghezio, Bergamini, Furgiuele, ma ve lo immaginate!)? Dietro alla fantasia remigrazione, islamizzazione, dittatura LGBTQ+, il femminicidio da abolire, sparisce l’establishment, la casta, il sistema e tutto il suo stato maggiore. Che sta a Silicon Valley e ammonticchia trilioni e strumenti per giocare a tombola con i nostri neuroni. Sparisce ciò di cui non dovremmo avere avvedutezza, il tecnofascismo, o cyberfascismo della sorveglianza, della repressione, della guerra interna ed esterna, del controllo dei pensieri e dei desideri, di ciò che si può dire e fare e ciò che non. Sparisce il dato apocalittico che, come ai tempi della rivoluzione’industriale, poi del mercato, le cose che contano le hanno in mano gli stessi delle ferriere. Ottimo risultato.

Ragazzi, Farinacci-Vannacci sopravviverà nelle pagine ingiallite di qualche archivio. Come Grillo, la cui ossessione digitale si è però imposta. Come Berlusconi, che ci ha però lasciato la mafia cobelligerante contro il popolo, come Renzi, ma il Jobs Act sta ancora qua e ci massacra.

E di fronte alla cacciata da un’occasione di formazione della conoscenza, come un Festival della Letteratura, di uno che, negandolo, si identifica con il genocidio; davanti al fatto che una fiera del libro doverosamente, legittimamente, chiede ai suoi espositori, diffusori di conoscenza e di coscienza, di impegnarsi per iscritto per la Costituzione e il Codice Penale antifascisti, c’è chi si inalbera e ciancia di censura.

Più che per la sfilata “Duce-Duce” di Casa Pound. Ottimo risultato.

Effetto Vannacci.

Altro nel video

martedì 16 giugno 2026

uinte Colonne dell’imperialismo --- GLI AGITPROP DELLA DISSIDENZA --- I casi Satrapi e Navalny

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__quinte_colonne_dellimperialismo_gli_agitprop_della_dissidenza_i_casi_satrapi_e_navalny/58662_67464/

Sono i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello, il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.

Sono i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la dissidenza. 

Si potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e l’inclita hanno del reale.

I dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Doğru.

 

Coloro che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime change.

Gli esiliati nei paesi ospiti, che fisologicamente devono essere ostili ai paesi d’origine, o quanto meno ai relativi governi, assumono il compito di demonizzare la rispettiva patria, farlo sfigurare rispetto a quello ospitante, e quindi agevolare sanzioni, aggressioni, guerre.

Noi qui ci dedichiamo a due assoluti prim’attori della dissidenza nelle rispettive categorie di nativo in esilio e di nativo a casa sua: l’iraniana di Francia, Marjane Satrapi, e il russo in Russia, Aleksej Naval'nyj.

Persepolis, ritratto in nero

 

Guardate queste immagini – e altre in rete - tratte dal fumetto “Persepolis”, libro e film, della recentemente defunta scrittrice iraniana Marjane Satrapi che, prima di emergere come artista, faceva Ibrahimi. Ho girato l’Iran per il lungo e per il largo, per il sopra e il sotto e vi assicuro che, per trovare figure avvoltolate dalla radice dei capelli alla punta delle scarpe in queste funeree vesti nere dette chador, mi toccava entrare nelle moschee, neanche in tutte, in quelle più solenni e storiche, tipo a Mashad, oppure visitare qualche remoto villaggio rurale nello sprofondo del paese.

 

Per il resto che fossimo per strada a Tehran, Isfahan, Tabriz, Shiraz, vedevo ragazze e donne, sfolgoranti di colori, sciolte e sorridenti, vispe e loquaci, a volte per mano con i fidanzati, o mariti, o amici, a volte in gruppo, ciarliere e schiamazzanti e, ancora, in corteo, grandi e piccine, mescolate ai maschi, grandi e piccini, con un’idea di velo sulla nuca. A festeggiare, per esempio in un parco di Shiraz, tra giardini fioriti come noi ce li sogniamo, il giorno della protezione della natura, o, uscite dall’accademia delle Belle Arti, sedute su un muretto, a fare il ritratto a una persona che passa…

Tutto questo nel nero nerissimo di Satrapi non c’è. C’è il nero, solo quello. Nero come è nero il male, mentre il bene è bianco, si sa. E qui siamo al punto.

 

 

 

 

 

 

 

Fumettista renitente pro fumettista di leva

Per tutti i celebranti, corifei, fan, dell’iraniana transfuga in Francia, mi pare opportuno, perché paradossale, citarne uno, collega della scomparsa. Perché nel suo lamento funebre esprime quanto c’è di più allineato con la cupola suprematista, colonialista e razzista che determina il volto dell’Occidente. E lo fa sull’unico quotidiano generalista italiano che se la tira, giustamente, da “altro”, per molti versi da antagonista. Leggere nel web e riflettere:

Il disegnatore satirico Mario Natangelo ha ricordato l'artista franco-iraniana Marjane Satrapi con un toccante articolo commemorativo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, in seguito alla scomparsa dell'autrice avvenuta all'età di 56 anni. Ha celebrato Persepolis come un successo letterario mondiale e il capolavoro attraverso cui l'Occidente ha potuto scoprire il volto umano, le contraddizioni e la vita velata dell'Iran durante e dopo la rivoluzione.

Uno come Natangelo, vignettista che magari vira sul pecoreccio (vedi la Meloni con la testa infilata tra le chiappe di Trump), ma si esprime con scudisciate e sberleffi a chi li merita, potrebbe stupire quando costruisce il suo altarino a una protagonista di quello che sarebbe il campo avverso. Non sorprende, invece, come un’informazione legata per cordone ombelicale al potere, trasfiguri l’autrice iraniana dissidente in Polena della nave “Civiltà Occidentale”. Un piroscafo che, prima di inabissarsi contro un ghiacciaio che sapeva cosa stesse facendo, si era lasciata alle spalle Gaza e genocidi affini, utilizzati però come strumento per risolvere tutti i conflitti tra dominio e disobbedienza con la violazione di ogni legge, umana o divina (che non sia quella del Deuteronomio).

 

 

 

 

 

“Persepolis” e la sua funzione “orientalista”

 

Una Fanon iraniana?

L’opera dell’esiliata in Francia è già una sacra icona. Si presenta e viene diffusa come un’obiettiva critica dall’interno (absit iniuria del colonialista!) al patriarcato e alla dominazione religiosa della Repubblica Islamica. A spogliarla di questi attributi virtuosi, da lei assegnatisi e dai commentatori attribuitile, c’è la conversione dei ricordi di una bambina della diaspora iraniana in merce postcoloniale perfettamente calibrata per il mercato culturale dell’Occidente. Si tratta di una assai ben riuscita impresa, funzionale all’ecosistema narrativo mirato a preparare l’opinione pubblica a sanzioni, guerre e disumanizzazione di popoli non disposti a farsi assoggettare.

Qualcosa che già si era visto nella fabbricazione del consenso sociale alle ininterrotte aggressioni contro l’Iran a partire dalla rivoluzione islamica del 1979, ma che era stato messo in campo anche nelle precedenti guerre di restaurazione neocoloniale ad Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia.

L’opera della Satrapi sarebbe stata un perfetto esempio dell’atteggiamento con cui, fin dalle Crociate, l’Occidente si relaziona al resto del mondo, come, nello specifico, è stata descritta in “Orientalismo”, la capitale analisi di questa problematica.dell’intellettuale palestinese Edward Said. Rispetto a quello che l’algerino di adozione, Franz Fanon, ha rappresentato nel conflitto tra colonialismo e liberazione, la fumettista iraniana rappresenta il netto rovescio. Ci dovrebbero riflettere i francesi che oggi ospitano e onorano la loro anti-Fanon. E purtroppo siamo ancora in attesa di un Gillo Pontecorvo 2.0 e di una “Battaglia di Algeri” collocata in Persia. Gli eventi che condussero alla rivoluzione del 1979 offrono la migliore sceneggiatura.

Dalla visione “orientalista” dell’orientale Satrapi escono, deformate e caricaturizzate con chiari scopi geopolitici, le società arabe, musulmane, extra-europee. Gli scritti, i disegni, le opinioni della Satrapi puntano a confermare questa visione. Dalla sua residenza in Francia ha simpatizzato con tutte le iniziative, immateriali e materiali, di attacco all’Iran, posto alla mercè di un Occidente e di un’Europa uniche democrazie e che un suo appello all’Unione Europa sollecita a definire “Stato terrorista”. Ovviamente senza sprecare mezza parola sul genocidio in corso dell’entità sionista. Non si è risparmiata anatemi contro l’alleanza tra l’Iran e la Resistenza palestinese e ha definito antisemita la sinistra francese di Jean-Luc Melenchon. Per sovrappiù, il leader della France Insoumise da lei è stato marchiato di “ammiratore di dittatori sudamericani come Hugo Chavez”.

In un’intervista del 2024, Satrapi arrivò a dichiarare: “Un Iran democratico sarebbe un bene per tutto il mondo e assesterebbe finalmente un colpo mortale alla Russia e a Hamas”.

La virtù più apprezzata nel nostro emisfero è che con la Satrapi abbiamo avuto in dono la narrazione di una nativa che riproduce, a beneficio dell’industria culturale occidentale e, dunque, del suo referente politico, l’apparato orientalista da “dentro”. Quello finalizzato a indirizzare l’opinione pubblica qualificata a tollerare, se non a sostenere, embarghi genocidi e massacri missilistici. Il ragionamento è “se lo dicono gli iraniani….” Come dire, a proposito del Venezuela, se lo dice la Machado…” O della Russia: se lo dice Navalny…Ma di questo dopo.

Trattasi, ed è un extrabonus, di donna che racconta e raffigura donne. E lo fa da donna iraniana esiliata, colta, critica dell’oppressione delle donne musulmane, con un linguaggio visivo semplice, facile da tradursi e incistarsi nella “coscienza liberale europea”. La demonizzazione dell’Iran ne è la conseguenza inevitabile e desiderata, Con tanti saluti alla condizione delle donne in paesi dalle monarchie famigliari assolute e sanguinarie, tipo Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Bahrein. Con le quali le nostre frequentazioni sono intime e redditizie.

Con oculata tempestività, è appena pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti USA e israeliani sull’Iran, la televisione francese trasmetteva il filmato “Persepolis”. E dava la stura al coro di accompagnamento alle esplosioni. Tipo quella sulla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, con le sue 180 vittime.

Chiudiamo osservando che il fatto che Satrapi abbia raccontato la sua esperienza non è il problema. Il problema è che la sua esperienza è quella della benestante famiglia di una piccola èlite urbana, laica, trovatasi classe dirigente sotto la dittatura dello Shah, al tempo del 70% di analfabeti e poveri. Un’èlite che guardava la rivoluzione da una stellare distanza di classe. E che poi risultava del tutto sconnessa dalla realtà di un paese uscito da decenni di dittatura e di dominio straniero.  

Ne è il prodotto quest’opera in bianco e nero che guarda al mondo in bianco e nero. Dove  il nero è tutto di là e il bianco tutto di qua. Sarebbe la voce della donna iraniana. Noi abbiamo constatato che non lo è. E’ una voce che armonizza con quella che si riprometteva di “distruggere la civiltà persiana in una notte”.

 

 

Dopo Solgenitsin, il vuoto

Satrapi, con il suo suprematismo culturalmente raffinato, ben mascherato da difesa dei diritti umani, da valori di emancipazione e riscatto e tutto questo nel quadro del tema vincente a prescindere, quello della liberazione delle donne, consente in parallelo eulogie di un certo spessore culturale. Ne abbiamo subito una grandinata, ben oltre l’esaltata orazione funebre di Natangelo.

In compenso, con Aleksey Navalny ci si muove più terra a terra. Il personaggio è talmente univoco, da non consentire voli pindarici e apologie che non siano apodittiche.

Un tempo a prendersela con lo zar c’erano Dostoevsky o Tolstoi o Puskin, Poi, a non apprezzare molto Stalin e suoi successori, ricordiamo Solgenitsin, Pasternak, Bulgakov. Oggi, e da qualche decennio, con forse meno pretesti a disposizione, non s’è trovato di meglio che Aleksey Navalny. Del quale, pure a forza di superlative attribuzioni di protagonismo – “leader dell’opposizione russa”, “principale oppositore di Putin”, “guida della resistenza popolare all’autocrate” – e di martirologi - condanne ingiuste, carcerazioni crudeli, avvelenamenti a gogò – non si è riusciti a decostruirne né la presunta rilevanza politica nel paese, né l’autentica identità. Sepolta sotto una lastra tombale monumentale. Ma accessibile a chi si metta a fare da cronista del percorso a tappe del personaggio nella Russia post-muro e post-Eltsin, in via di imprevisto e imperdonabile ricupero e riscatto.

Nasce il 4 giugno 1976, a Butyn' (Oblast' di Mosca) e muore il 16 febbraio nella colonia penale IK-3 di Charp, in Siberia. Una condizione che assomiglia al confino di lontana memoria. Ovviamente assassinato da Putin. O quanto meno su suo mandato, stavolta non scampato all’ennesimo avvelenamento, si è convinti.

Oggi in Russia opera un numero notevole di organi di informazione occidentali. A noi di accedere a quelle russe è inibito. Le principali testate rimaste a Mosca includono agenzie di stampa come l'americana Associated Press, la britannica Reuters e la francese Agence France-Presse. Sono presenti anche corrispondenti per emittenti e testate giornalistiche come la britannica BBC, le tedesche ARD e ZDF, l'emittente giapponese NHK e l'italiana Rai. Alcune testate occidentali sono state bandite in risposta all’analogo trattamento subito in Occidente da quelle russe. E vi possa assicurare che a perdere fonti come Russia Today (RT), o Sputnik, ci si rimette pesantemente in capacità di verificare cose ed eventi..

Di conseguenza, di cosa si dica e si sappia in Russia di questo presunto leader dell’opposizione, noi non abbiamo possibilità di avere un’idea. Informazioni russe azzerate perché false e bugiarde a prescindere. Come quelle che l’Unione Europea censura e sanziona con l’esclusione dalla società tramite negazione di mezzi di sostentamento, quando non condividono l’analisi che proclama Zelensky bello e buono, Putin brutto e cattivo.

     

Logo e attivisti di Jabloko

Studi universitari di Scienze Politiche a Yale e all’Università di Amicizia dei Popoli. Si specializza in questioni finanziarie. E’ travagliata la vicenda di politica organizzata del nostro. Esordisce nel 2000 in un partitino, “Jabloko”, con per matrice l’intelligence occidentale, vuol dire “Mela”, dalle iniziali dei suoi fondatori, ma si chiama anche “Partito Democratico Unificato Russo”. Ne viene cacciato quasi subito per “estremismo” nella sua campagna contro le minoranze etniche, tutte da relegare ai margini della società: ucraini, ceceni, tatari, armeni, kazaki, kirghisi, tedeschi, greci e tante altre.

Aderisce al movimento “Narod” (Popolo) e inizia a indossare i panni del contestatore di Putin e dell’inevitabile tema di ogni attività di regime change, la corruzione. Risulta nuovamente incompatibile per eccesso di chauvinismo e xenofobia nei confronti delle solite minoranze. Nel 2012 crea un'altra formazione, il “Partito del Progresso”, presto sciolto per inedia di consensi e sostituito dall’ennesimo microrganismo, “Russia del Futuro”, dall’assonanza oggi rilevabile con la formazione del nostro generale Vannacci. Assonanza casuale, ma che sicuramente esprime una comunanza.

L’Amerikano di Russia

 

Se la costante ideologica che caratterizza il percorso partitico di Navalny è facilmente identificabile in un retroterra che si potrebbe definire alla Zelensky, coltivato con sementi di un nazionalismo suprematista, esclusivista e razzista, i russi del Donbass sono per il presidente ucraino ciò che le minoranze etniche della Russia sono per il laureato di Yale.

Cosa che si inserisce perfettamente negli schemi strategici di chi, dal cuore dell’Impero, pianifica ingerenze, infiltrazioni, destabilizzazioni. Non è quella vagheggiata dai vaticinatori della guerra a Mosca una Russia ridotta in schegge di realtà sociali, etniche e religiose separate e, magari, reciprocamente ostili?  Nel caso di Navalny questa visione è tratta pari pari dal programma della Greenberg World Fellows Program, una comitiva di appena 16 laureati di Yale, accuratamente selezionati e impegnati, da “leader mondiali”, a diffondere nel mondo i “valori americani”. Navalny è dai tempi dei suoi studi a Yale un membro di riguardo.

Qui, dunque, un evidentissimo retroterra politico-culturale di ampio respiro e dai tempi lunghi. Quello operativo, invece, è assicurato da “Alternativa Democratica”, movimento di cui Navalny è cofondatore e che è diretta emanazione, diffusa in una novantina di paesi da “americanizzare”, della famigerata National Endowment for Democracy (NED), finta ONG ed effettiva dependance CIA creata da Reagan per le operazioni di destabilizzazioni più o meno colorate e di regime change.

Del resto, l’intero percorso politico-organizzativo di Navalny assomiglia a un giro a tappe all’insegna della stessa ideologia, con una linea d’arrivo che alla caduta di Putin vorrebbe far seguire una Russia “banderizzata”, all’ucraina. Il dato più significativo è che nessuna delle sua formazioni politiche è mai riuscita a eleggere neanche un deputato.

Grande da noi, un po’ meno in Russia

Il lungo percorso politico di Navalny è stato accompagnato da un altrettanto ininterrotto travaglio giudiziario che non ha certo contribuito a potenziarne il ruolo, da noi costruito ad arte, di massimo e purissimo esponente di una dissidenza russa democratica.

Nel 2012 il colosso di cosmetici francesi, Yves Rocher, irrispettoso delle ricadute politiche negative sulla propaganda occidentale, denuncia lui e il fratello per frode e abuso di fiducia, commessi mediante trasporti, con tariffe sovrapprezzate, della loro ditta di logistica. Nel 2015 i fratelli vengono riconosciuti colpevoli di aver truffato il gruppo francese per un valore di 26 milioni di rubli. La successiva condanna e a tre anni e mezzo con la condizionale e con l’obbligo di presentarsi al commissariato di polizia due volte al mese. Dispozione a cui Navalny non ottempera.

Nel 2022 altra condanna per frode e per violazione della libertà condizionata. Stavolta a 9 anni di reclusione. Infine, nel 2023 la condanna a 19 anni di reclusione per attività criminali contro lo Stato. Finisce al confino nella colonia penale di Kharp, dove è morto il 16 febbraio. Una successione di eventi che fanno a cazzotti con la sua “Fondazione Anticorruzione”.

Il 17 marzo 2023, questa Fondazione ha inviato una lettera ufficiale al ministero degli Affari esteri italiano, chiedendo l’applicazione del regime sanzionatorio nei confronti di Sergey Matviyenko, funzionario russo che disporrebbe di un patrimonio immobiliare in Italia. Il dossier non risultava sufficientemente documentato ed è stato ignorato. Neanche Tajani se l’è sentita di avvallare l’iniziativa di Navalny.

Santo subito

Ai suoi funerali si verifica un concorso di folla superiore a quello che gli era stato riservato nelle piazze russe in vita. La grancassa sull’interamente mediatico ruolo di Navalny da capofila dell’opposizione russa smuove più gente all’estero che in patria. Ovviamente un primato spetta all’Italia di Meloni, alla quale l’ultradestro xenofobo e suprematista anti-Putin offre una gradita occasione. Qui la vediamo mobilitata a Roma e a Milano.

 

 

 

Avvelenamenti a gogò

Resta da dire del “martire”, della lotta del combattente per la democrazia, peraltro con tatuaggio nazista e ripetute foto che lo ritraggono impegnato nel saluto fascista. Foto che poi in Occidente vengono definite manipolate. Martire perché carcerato e, soprattutto, ripetutamente avvelenato dall’infame zar con l’esclusivamente russo killer nervino Novichok.

Un avvelenamento che accompagna Navalny nelle principali fasi della sua vita e si verifica con la cadenza naturale di un’influenza autunnale. Sempre, compreso quello che viene detto causa della sua morte, ordinato ovviamente da Putin. Un Putin che non vedeva l’ora di scatenare l’ennesimo uragano occidentale sul “despota del Cremlino pazzo e killer”. Uragano dal quale, per non perdere ogni residuo di credibilità, ha avuto l’acume di tirarsi fuori l’Intelligence USA: ha negato che Putin abbia ordinato la morte dell’oppositore.

 

L’avvelenamento più clamoroso si sarebbe verificato nel 2020, con l’impiego del solito Novichok, letale. Così viene proclamato ai quattro venti e ai cinque continenti, sulla base di una bottiglietta d’acqua con tracce di un agente nervino. Sarebbe stata trovata nella camera d’albergo di Navalny, a Omsk, in Siberia. Alcuni siti “insider” avevano parlato di massicci consumo di alcol da parte del dissidente, la sera prima, associata all’assunzione di antidepressivi.

Dato per certo dal coro assordante di tutta la stampa europea e, con più circospezione, da quella statunitense, la campagna si affievolisce quando le autorità russe, dando prova di sapere il fatto loro, arrivano ad affidare “l’avvelenato” al sistema sanitario tedesco, il più apprezzato d’Europa. A Berlino, nella Germania dei governi campioni di russofobia, curato per intossicazione, Navalny si riprende, smentendo l’inesorabile letalità associata al presunto Novichok. Fine della storia.

Fino al suo grande rilancio di questi giorni, ultima occasione per guadagnare al “leader dell’opposizione russa” uno sgabello nella Storia, offertagli stavolta da prefiche, elogisti di mestiere e coccodrillisti del Corriere della Sera. Su Navalny, Natangelo si è astenuto. Gli rimane pur sempre la Satrapi.