Preambolo
dinastico
Non
fosse stato per il Capitano Pierre François De Gerbaulet, non avrei avuto
motivi molto personali per scrivere questo pezzo.
Per
motivi svaporati nel tempo, forse legati alla persecuzione degli ugonotti
ordinata da Carlo IX di Francia e da Caterina de’ Medici nella seconda metà del
‘600, Pierre François abbandonò la natìa Borgogna e si insediò a Muenster in
Westfalia. Qui diede origine a una dinastia che, per me, si concluse con mia
madre, una De Gerbaulet franco-prussiana, nata e cresciuta nella spumeggiante
Berlino di Weimar, quella eternata ai posteri dal mitico “Cabaret” di Bob Fosse
con Liza Minnelli. O, forse, nella sua parte migliore, da Bertold Brecht.
Tramite
mia madre e mio padre, i Gerbaulet (che intanto, democraticamente, avevano
buttato il “De”) si fusero in me con i Grimaldi dell’Alta Savoia, che
indossavano quel patronimico per derivazione da Grimoaldo, re dei Longobardi e
re d'Italia dal 662 al 671 e poi anche un Duca di Benevento. Grimaldi mica per
virtù di schiatta. Semplicemente il genitivo latino di Grimoaldus (“potente
guerriero”) con cui, andando in giro, usavano qualificarsi i sudditi del
longobardo.
Tutta
questa pappardella per fornire una spiegazione del trovarmi in quella Germania
che, con occhio, cuore e mente, Rossellini raccontò nel film che ha dato il
titolo a questo testo.
Premessa
bombarola napoletana
E
qui si comincia per davvero. 1942, grazie al fastidio provato dagli alleati per
la presenza di truppe tedesche destinate al fronte nordafricano, con 200
bombardamenti dal 1941 al 1943, Napoli divenne la città italiana più bombardata
in assoluto. Il mi’ babbo era lì per lavoro e così anche l’ultima, per allora,
dei Gerbaulet e i due figli piccini. Che mia madre allenò a non avere paura,
portandoli, quando suonava l’allarme, sulla torretta in cima alla casa di
Posillipo per fare a gara a chi contava più esplosioni della contraerea.
Chi
allora non era convinto che quella guerra, con i blitz su Parigi, Varsavia,
Tripoli (e non ancora Stalingrado), sarebbe finita in quattro e quattrotto?
Almeno lo era mio padre nonostante che, già veterano della prima Guerra
Mondiale, nel 1941, fosse stato richiamato, promosso Maggiore e spedito in
Francia.
Che
fare? Mio padre: la guerra non durerà molto, a Napoli si rischia di finire
inceneriti, c’è quel bel paesino delle nostre vacanze in Baviera, dove nessuno
butterebbe neanche un mortaretto, io devo partire per Marsiglia… Sù sù, fate i
bagagli e andatevene nella più sicura (!!!) Germania, tanto la guerra fra un
paio di mesi è finita. Prima di rivederci passarono 4 anni.
Escalation
germanica
Quattro
anni di guerra e di bombardamenti che quelli di Napoli erano il carnevale. Di
fame, di rovine, di solidarietà tra bombardati e affamati. Siccome alla
franco-prussiana pareva opportuno distrarre i figlioli dagli orrori della
guerra, ogni tanto si facevano lunghe gite in bici, o si saliva su qualche
residuato di autobus pubblico, o di treno, magari merci, e si andava a sfidare
i Lancaster e gli Spitfire di Churchill, a Francoforte, Colonia,
Monaco, Wuerzburg (dove non risparmiarono nemmeno il Tiepolo della Reggia). Di
macerie ce ne siamo risparmiate poche. E di cibo quasi tutto. Si andava per
fossi a tagliare ortiche da far passare per spinaci, conditi con i resti del
surrogato di caffè. Qualcuno rimediava un pesce dal grande fiume. Conigli a
ruba, su nutrivano d’erba. Polli pochi, mancava il mangime. Caccia zero. I
fucili sarebbero serviti ad altro.
Il
posto era bello. Il fiume si attraversava a nuoto, la foresta era grande e ci
si andava con il professore (lì ho fatto le tre medie inferiori) a dare i nomi
agli alberi e agli animali e a cercare cocci romani tra i massi del Vallo di
Adriano che passava per la foresta sopra di noi.
Un
bombardamento squarciò l’insediamento di sfollati dalla Colonia in macerie
(della più bella cattedrale gotica della Germania erano state messe al sicuro le
vetrate colorate). Poi passarono gli Spitfire a mitragliare ciò che
ancora si muoveva. Gli uomini validi erano tutti partiti “per l’estrema
difesa”. Toccava a noi ragazzini fare da “soccorso civile”, spegnere incendi,
raccogliere feriti.. Mi ricordo attempate pance in giacchetta e cravatta, dallo
sguardo smarrito, con in spalla una vanga, partire a fare il “Volkssturm”
(“Tempesta di popolo”) contro gli Alleati per l’ultima offensiva nelle Fiandre,
quando i sovietici già vedevano Berlino.
E
ricordo, parola per parola, pochissimo tempo dopo, uscire dalla Volksradio,
apparecchio nero di bachelite con sopra la svastichetta, una sola stazione
parlante e poi musica, questo comunicato: “Unser Fuehrer, Adolf Hitler” ist
heute im Kampf um Berlin gefallen”. Hitler è caduto combattendo nella
difesa di Berlino. Era il 30 aprile.
Uno
sparo sbagliato e fine di tutto
Quel
mitragliamento – credo di averlo già raccontato – mi scolpì negli occhi
un’immagine che, da allora, non si cancella: un mio compagno di seconda media,
steso raggricciato, colpito da una raffica davanti alla sua baracca di
sfollato. Colpito al ventre, con le pupille fisse nel cielo. E’ stato un
incentivo per quando, qualche mese dopo, trovata una mitragliatrice abbandonata
da soldati in fuga, con due compagni più grandi, io 11, loro 12 e 14, ci
appostammo nel bosco sulla collina e sparammo una sventagliata sul primo carro
armato della prima colonna americana che sferragliava verso il paese.
Ho
sparato dalla parte sbagliata su obiettivi sbagliati? Chissà. Comunque non ci prendemmo
e scappammo prima che quelli potessero centrare noi. Gli dei mi punirono
quando, a un anno e mezzo dalla fine della guerra, novembre 1946, gli occupanti
USA ci permisero finalmente di rientrare in Italia (ricordo il colonello
americano che abbaiava a mia madre: “Potevate restarvene in Italia, siete
nazisti!). Su quel carro merci, tra quell’ammasso di gente a brandelli, o
da quei pentoloni di brodaglia sui marciapiedi delle stazioni, rimediai il
tifo. Un’epidemia che, assistita da fame e maltrattamenti, aveva già sfoltito i
campi di concentramento e tutti i centri abitati. In Italia le cose andavano
meglio, ma per qualche anno mica tanto.
Almeno
fino al 1948 i miei cappotti e abiti erano quelli di mio padre rivoltati e
miracolosamente rimpiccioliti da sarti virtuosisti, mentre era indispensabile
il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre, quattro volte. I
libri di scuola me li passava mia sorella, tre anni avanti, scarabocchiati e
unti e bisunti, neanche sempre quelli giusti, ma si lasciavano adattare.
L’equazione e Giambattista Vico quelli sono ed è sempre stato Bruto a uccidere
Cesare.
Lo sfacelo aveva tante facce. Io ricordo
quella di migliaia di prigionieri tedeschi, coscritti, in colonna e con
uniformi in stracci, che si trascinavano, puntati dai mitra degli americani. E
poi altre colonne, stavolta di milioni, gente con fagotti e carretti che andava
via da dove i loro avevano vissuto per secoli. 3,5 milioni di tedeschi,
incolpevoli, via dalla Slesia diventata Polonia. Con addosso quello che
potevano portare. E, almeno fino al 1948, i miei cappotti e abiti erano quelli
di mio padre rivoltati e miracolosamente rimpiccioliti, mentre era
indispensabile il ciabattino all’angolo che risuolava le scarpe fino a tre
quattro volte.
E
Merz, cosa ne sa?
Questo
è quanto ricordiamo noi, vegliardi, roba che si è sedimentata nelle cellule.
Roba di cui non ha idea Fredrich Merz.
Friederich
Merz, a dispetto dal nomignolo “Testa di Pera” già uomo per l’Europa del più
grosso fondo di rapina del mondo, Blackrock, aveva raccolto il bastone di
maresciallo da Goering, via Merkel e via Scholz. Quella degli accordi di pace
di Minsk che l’ex-cancelliera così ricorda: “li abbiamo fatti solo per
guadagnare tempo e armare Zelenskyi”. E quello dei 1000 miliardi di euro
per la Difesa tedesca voluti da Scholz e poi messi sul piatto da Merz.
Lui, Merz, è quello che “Israele a Gaza e
in Iran sta facendo il lavoro sporco per noi”. Anche quello che “la
Germania avrà l’esercito più potente d’Europa e assumerà la guida dell’UE”.
Pure quello che “introduciamo la leva militare, volontaria per ora; ma chi
vuole allontanarsi dal paese non potrà farlo per più di qualche settimana e
dovrà impegnarvisi ufficialmente”. E infine quello, con cinturone Wehrmacht
e la fibbia “Gott mit uns” (Dio con noi) che, all’unisono
coll’evangelico sionista Pete Hegseth, che alle truppe recita salmi del “dio
degli eserciti”, peraltro cinematografico, impone al popolo tedesco di farsi kriegstüchtig.
Kriegstüchtig
Joseph
Goebbels, Friedrich Merz
Vocabolari
e media, forse prede di riserve mentali, traducono malissimo il termine coniato
da Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich alla vigilia della
Guerra che finì come descritto sopra. Sarebbe “agguerrito, “idoneo alla
guerra”, “bene armato” e altri eufemismi del genere. Ciò su cui si sorvola –
oggi mica ce l’abbiamo a che fare con i nazisti – è che quella parola non è
tecnica, implica un valore. Krieg è guerra. Ma tüchtig, non vuol dire solo
idoneo, o armato. Vuol dire idoneo perché “buono, bravo, in gamba”, soprattutto
“volenteroso”.
E,
dunque, cosa proclamano ogni due per tre ai quattro venti, Merz e il suo
Feldmaresciallo in borghese Boris Pistorius, Ministro della Guerra, se non che
la Germania, i tedeschi, quelli della leva “per ora” volontaria (ma intanto ti
devi presentare al distretto della Bundeswehr), devono essere bravi, buoni,
capaci, volenterosi, PER LA GUERRA. E per finire così (vedi foto). O peggio.
Cosa
che diverge un tantino dall’impegno di pace perenne e dal rifiuto di riarmo
inciso nella Costituzione. Cosa che ha visto l’8 maggio scorso, data della fine
della Seconda guerra Mondiale e della bandiera rossa sulla cancelleria di
Berlino, uno sciopero generale degli studenti in tutto il paese contro la
riforma del reclutamento adottata a gennaio dal governo. Riforma pro tempore
che non impone ancora il servizio, ma richiede la visita di leva e la
compilazione di un questionario, che ti starà addosso per sempre, sulle tue
motivazioni pro o contro il servizio. Se risulti kriegstüchtig, per
farti carne di porco nella prevista invasione russa del 2029, vai benissimo.
Sei di quei cittadini consapevoli e onorevoli che amano, come si è tornati a
dire nei cerchi magici dei nuovi patrioti alla Trump, Netanyahu, Crosetto e
Pistorius, “combattere e morire per la patria”. In caso contrario ti teniamo
d’occhio. Il “fermo preventivo” della Meloni è un’ottima idea.
Vero
è che nessun russo, da Putin agli altri 150 milioni di russi, più i 6,5 del
Donbass, che qualcuno insiste a volere ucraini a forza di stragi, si è mai
sognato di invadere chicchessia (in Donbass si difende l’autodeterminazione dei
russi), tanto meno la Germania. Ma se le cose stanno così, che ci vuole per un
altro 11 settembre che provi come i russi stiano lì lì, anzi, a essere
tedescamente precisi, nel 2029, unica incertezza marzo o settembre, per
scatenare la guerra all’Occidente via Berlino. Ha funzionato tanto bene per
Israele e per i nostri armieri e la nostra I.A., vuoi che non funzioni per noi?
Ah,
la rivincita!
Arrendevoli,
rinunciatari, divanisti, anche un bel po’ cagasotto, questi Willy Brand,
Helmuth Schmidt, Gerhard Schroeder, cancellieri della Ostpolitik che col
nemico russo addirittura ci flirtavano, ci facevano affari, sul suo gas
costruivano la più produttiva industria europea e lo Stato sociale più
avanzato. Lussi che rammolliscono. Non rendono kriegstüchtig. La
Bundeswehr, con quei quattro sfigati di volontari che, come da noi, non erano
risultati tüchtig per null’altro.
C’è
un libro che andrebbe tradotto. E’ di tre autori, Luft, Opielka e Werner, e
s’intitola “Con la Russia per un cambio politico”. In grande dettaglio
vi si illustra come tutto in Germania – politica, media, industria delle armi,
istruzione, accademia, intrattenimento – sia impegnato nel “Piano Operativo
Germania”. Vale a dire in preparativi di guerra che coinvolga ogni ambito della
società a tutti i livelli della vita. La guerra è diventata un calcolo
costi-benefici alla cui testa si è posto l’apparato politico-militare, come viene
descritto nei dossier dell’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale.
E’
il pensatoio che raccoglie i più duri sostenitori di una NATO dalla strategia
muscolare ed espansiva, a partire della spinta a superare ogni limitazione alla
fornitura di armi all’Ucraina, nell’intento di proseguire la guerra senza
prospettiva di una fine, se non quella del disfacimento della Russia in
inoffensive e ridotte entità territoriali etnico-linguistiche. Che poi sarebbe
la silenziosamente agognata “rivincita” di certi circoli di cui nessuno avrebbe
sognato, ancora poco tempo fa, il riemergere. Solo per quel momento è
ipotizzabile la fine della guerra.
Sorprende,
anche alla luce delle ben definite posizioni assunte da Leone XIV, che a questa
corsa del riarmo e verso la guerra non trova opposizione, o critica, né dalla
Conferenza Episcopale Tedesca, né dalla Chiesa Evangelica della Germania.
False
Flag e libertà d’opinione
Per
tutto questo, occorrono ovviamente motivi credibili. Che, in loro manifesta
assenza, si creano. O, se capitano, si sfruttano. Nel secondo caso sono droni
russi assolutamente innocui che si sono persi qualche metro oltre i confini della
Polonia, o della Romania, che poi risultano ucraini, o deviati dagli ucraini,
come tutti quelli sconfinati nei paesuccoli baltici, ma servono al grande
schiamazzo bellicista. Nel primo caso,
provocazioni come quella sull’autorevole “Zeit”, nel dicembre del 2024, in cui
si affermava che potevano essere documentate ben 72 azioni di sabotaggio russe
in Germania nel corso di quell’anno. La successiva e tardiva smentita delle
autorità tedesche e la totale assenza di prove, non hanno ridotto l’impatto.
Del
resto non c’è preparazione alla guerra che non sia accompagnata da propaganda e
limitazioni alla libertà d’opinione e d’espressione, che però è decretata
irrinunciabile. Ma che diventa difficilissimo riunire sotto uno stesso tetto
con una programmazione bellica. E di queste settimane una campagna UE che
cammina su tre altisonanti parole d’ordine: “Libera Stampa”, “Libera opinione”
e “Libera Scienza” (s’è vista col Covid). Formuletta accattivante, inventata da
un’idra a tre teste (vedi foto): tre personaggi che si trovano a capo di tutto,
pur senza la minima legittimazione democratica. Che i diritti umani
fondamentali e la libertà d’opinione siano pesantemente minacciati nell’UE, a
dispetto di queste depistanti campagne sulla loro difesa, lo dimostrano, tra
gli altri, le assolutamente fascistiche sanzioni inflitte a giornalisti e
analisti blasfemi rispetto alla versione ammessa su Iran, Ucraina, Libano,
Israele…
Lo
dimostrano anche i decreti sicurezza grandinatici addosso in Italia.
Accompagnati da quei vertici di ipocrisia che si manifestano nelle campagne
governative “contro la disinformazione”. Con la quale “disinformazione” si
intende ogni espressione che possa porre in dubbio quanto su Gaza, guerra in
Ucraina, Iran, il forsennato riarmo e le relative cadute welfare, deve essere
creduto.
Ne
portano drammatica testimonianza personaggi, come l’analista militare e
geopolitico svizzero, Jacques Baud, o il giornalista tedesco Huseyin Dogru, uno
dei 28 sostenitori di una libertà d’opinione che Bruxelles ha sanzionato con il
consenso dei rispettivi governi (da noi, su iniziativa USA, Francesca
Albanese), imponendo l’esclusione dalla società civile con il blocco di ogni
mezzo di sostentamento e le sanzioni estese a chi offre soccorso.
Ma
anche gli ormai esemplari “Cinque di Ulm”, attivisti antiguerra di “Palestine
Action” accusati di aver danneggiato apparecchiature e imbrattato muri, dalle
parti di Stoccarda, dello stabilimento israeliano Elbit System, produttore di
armamenti (la Germania è il secondo fornitore mondiale di armi a Israele). Il
processo è in corso, manette e catene, restando rinchiusi da settembre nel
famigerato carcere d massima sicurezza di Stammheim, riservato ai “terroristi.
E’ lì che membri della Rote Armee Fraktion (anche Banda Baader-Meinhof),
nel corso del loro processo, vennero trovati “suicidati” nel 1975.
Ucraina
con la Svastica nell’Europa di Ursula e Merz
Statua
al nazista Stepan Bandera
Tutto
questo, dunque, ha un formidabile retroterra: l’Unione Europea germanizzata e
balticizzata. Tra la germanica baronessa Ursula von der Leyen, la baltica Kaja
Kallas che, con 1,3 milioni di concittadini (in buona parte dissidenti russi),
pretende di rappresentare 450 milioni di europei, e il portoghese bla-bla-bla
con elmetto, Antonio Costa, che porta il caffè alle altre due, la retrovia per
la conflagrazione che vendichi Stalingrado è assicurata. Tre autocrati di
un’oligarchia che, privi di vaglio elettorale, si vantano di quello concesso ai
pupazzetti dell’Europarlamento. I quali ai richiami della triade reagiscono
come l’orsetto del tirassegno.
Vuoi
che una simile conventicola chiuda le porte a uno Zelensky che, da sette anni,
fa il vicerè per NATO e UE e si presenta come membro ideale per frenesia
bellica, disponibilità a dissanguare le ultime tre generazioni del suo paese,
campione mondiale di corruzione, modello di regime autocratico con 11 partiti
proibiti e tutte le tv d’opposizione chiuse? Ecco dunque, sollecitata dai droni
“russi” e nel momento in cui Putin rilancia colloqui di pace, l’improvvisa
accelerazione della corsa a un’Ucraina in qualche modo dentro l’UE, a dispetto
dell’assenza di proprio tutti i requisiti politici, giuridici, democratici, che
si pretendono essere propri dell’UE.
Una
volta conseguito questo obiettivo, ecco che la difesa dell’Ucraina, da
fornitura di armamenti, intelligence, forze speciali travestite e quant’altro
fatto passare sotto coperta, si trasforma in partecipazione attiva e
obbligatoria alla guerra del proprio neo-associato. Lo impongono i diritti
umani e democratici come cesellati nella costituzione dell’Unione e come si
riscontrano nella nuova Ucraina, magari senza opposizione, ma del massimo
rispetto, a forza di stragi fin dal colpo di Stato del 2014, per le proprie
minoranze russe. Alla stregua di una tradizione di tale rispetto, come venne
praticata nei confronti di ebrei e polacchi dai modelli storici, Stepan Bandera
o Andriv Melnyk, oggi onorati dalla politica e dall’esercito con statue e
reparti con svastica,
Uno
Zelensky e un suo milite Azov
Corsi
e ricorsi: 2.0
Torniamo
e concludiamo da dove siamo partiti e poi ci lasciamo, atterriti dalla
prospettiva di una Germania Anno Zero 2.0, di cui abbiamo illustrato tanti
progettatori e preparatori in azione. Al punto di averci fatto capire che c’è
chi ci sta trascinando fuori dall’era nella quale ci eravamo abbastanza
confortevolmente accomodati, tra i resti della carneficina 1939-1945, non
sembra per ora incontrare grossi intralci. Nemmeno quelli che, pure, sono stati
opposti al genocidio dei palestinesi. E la Germania è di nuovo in prima linea e
noi siamo di nuovo al traino. In più c’è, stavolta, una superpotenza di cui
però non si sa se quello che dice, o fa, all’ora di pranzo valga ancora al
tempo della merenda.
83
anni dopo l’articolo di Goebbels sulla “Kriegstüchtigkeit” nella
pubblicazione “Das Reich”, Boris Pistorius e l’Ispettore Generale della
Bundeswehr, Carsten Breuen, pubblicano “Direttive di Politica della Difesa
2023” che, secondo alcuni critici, dovrebbero essere visti come “Modello
per una guerra totale”, con al suo interno gli elementi per la mobilitazione di
tutti i settori di economia, cultura, società. ”La nostra capacità di difesa
richiede una Bundeswehr abilitata alla guerra... Il che esige una costante
prontezza al combattimento con l’impegno alla vittoria in ambiente ad alta
intensità…“ Alta intensità e il termine in codice per “perdite di massa”.
Significa che si debba essere ideologicamente preparati a morire “per la nostra
democrazia”. In parole serie: per gli interessi geopolitici e finanziari delle
Elite al potere.
Ci
risiamo. Come, nel 1933, Hitler prese lo spunto dall’ “umiliazione di
Versailles” per giustificare un riarmo della Germania finalizzato a rettificare
i torti subiti da quel trattato e andare anche oltre, così Merz trae dalla
spoliazione della Germania di ogni velleità di potenza imposta e autoimposta,
il pretesto per riscattare la nazione trasformando lo Stato Sociale in Economia
di guerra, con l’esercito più forte d’Europa. Una sua chiosa a tutto questo si
ritrova in un
documento dell’Ufficio Informazioni dell’Esercito: “Cannoni e burro, sarebbe
bello se funzionasse. Ma quello sarebbe il paese del latte e miele. Non va. Lo
Stato sociale come l’abbiamo avuto non è più finanziabile con il tipo di
economia nazionale che dobbiamo adottare”.
Non
vi ci si trova una vaga eco con quanto dichiarato alla radio dal Maresciallo
del Reich per l’Industria e l’Aeronautica, Hermann Goering: “I cannoni ci
rendono forti, il burro ci fa solo grassi”? E i tedeschi si ritrovarono
pieni di cannoni e con un drastico calo di benessere e di servizi essenziali. Servivano
quelli non essenziali, ma che sarebbero risultati tali per la distruzione di
mezza Europa e 55 milioni di morti, di cui 27 sovietici.
Ma
che, davvero?
Non
lo fu esplicitamente pacifista neppure quella copia europea degli USA inventata
dai santoni di Ventotene. Poco rimane oggi della storica mobilitazione del 2005
contro la Costituzione UE, lontanissima dai propositi firmati dai paesi
fondatori, Germania, Francia, Benelux e Italia, e vista come la negazione di
un’Europa sociale, pacifica e democratica. Se ne denunciava la programmazione di
un costante riarmo dei paesi membri in direzione di una “capacità di guerra
di portata mondiale”.
Quel
trattato venne respinto dalla netta contrarietà delle società europee e da
referendum in Francia e Paesi Bassi. Ma poco se ne tenne conto: le parti
essenziali vennero incluse nei trattati di Lisbona del 2009, col quale gli
Stati si impegnarono a potenziare gradualmente la propria capacità militare
(detta di Difesa). Moriva così anche il celebrato Trattato di Maastricht, del
1993, con tutta la sua promessa di riservare ogni impegno al mantenimento della
pace.
Ci
risiamo con la leva, per ora in versione soft. E a prepararla, ecco che si
danno da fare tutti, a partire dal lobbista delle armi che, a garanzia della
separazione tra interesse pubblico e interessi privati, fa da noi il ministro
della Guerra. E a continuare con i bonzi stellati che vengono a scuola a far
prendere l’indirizzo giusto, culturale, morale e di carriera, ai ragazzi futuri
uccisori e morituri. E a finire nell’orgia militaristica, che sputa in faccia a
una Repubblica fondata su una certa Costituzione e su un suo certo articolo 11,
con l’oscenità di una parata di guerra applaudita dal massimo difensore di
quella Costituzione e di quell’articolo.
Ciò
che andrebbe detto ai ragazzi convocati a misurarsi con questa prospettiva è
che, se vivete in Occidente ed entrate nel militare, non sarete mai chiamati a
difendere il vostro paese. Vi manderanno a uccidere gente che prova a difendere
il suo, di paese. Lo farete allo scopo di arricchire persone già ricche, di
dare più potere ai già potenti e di piegare il mondo all’ordine dei tiranni.
