domenica 31 dicembre 2023

Belgrado, ancora una volta “Target” --- --- SERBI, PALESTINESI DEI BALCANI

 

Paolo Arigotti intervista Fulvio Grimaldi

https://www.youtube.com/watch?v=ywoZEdFd_zM

https://youtu.be/ywoZEdFd_zM

 

Target! Ricordate, voi che avete più di trent’anni, o che avete studiato un po’ di storia pur avendone di meno, o che vi siete fatti una coscienza politica enumerando le guerre che USA e NATO hanno fatto contro varia umanità? Beh, una di queste guerre contro innocenti, come sempre, l’hanno fatte contro la Serbia nel 1991. A completare la festa che avevano fatto all’intera Jugoslavia nei dieci anni precedenti. A tale festa, di devastazione e sterminio, abbiamo partecipato anche a noi, con tanto di bombardamenti a tappeto su tutta la Serbia, al comando del premier Massimo D’Alema e del suo vice, Sergio Mattarella, che poi, visto che da parecchio ci va tutto storto, l’hanno pure fatto bi-presidente della Repubblica, con tutto ciò che ne è derivato.

Dunque “Target”. Sulla guerra alla Serbia del 1999, 78 giorni di bombardamenti a tappeto su una nazione pacifica e democratica, vincitrice da sola degli invasori nazisti, ci ho fatto due documentari: “Il popolo invisibile”” e “Serbi da morire”. Se volete sapere cos’è “Target” nel secondo docufilm troverete una scena che per me è di quelle che più rivelano la nobiltà, anzi l’eroismo, di una gente. C’è un ponte a Belgrado, in centro, che supera il fiume Sava. La Nato, cioè noi, bombardava con particolare diletto le vie di comunicazione, ponti sulla Sava e sul Danubio per primi.

A Novi Sad li aveva distrutti tutti, tutti bellissimi. A Belgrado l’obiettivo era il Ponte Branko, fondamentale per spaccare la città e il paese. Ho detto obiettivo? Ho detto “target”: obiettivo, o bersaglio, in inglese. Target erano per i piloti NATO tutti i serbi, 7 milioni bambini compresi, con tanto di case, scuole, ospedali, chiese, treni, centri culturali e sportivi… E ovviamente i ponti. E soprattutto il Ponte Branco, iconico, cruciale.

Ebbene, nel mio filmato si vedono donne, uomini, ragazzi, allineati in piedi lungo l’intero Ponte Branko. Ci venivano di sera, dopo il lavoro e ci restavano fino a notte inoltrata, tempo di semina NATO. Di bombe. Sui ponti. E tutti cantavano l’inno nazionale e tutti avevano sul davanti una pettorina che diceva, appunto, “TARGET”, con tanto di disegno di un bersaglio da tiro a segno Una parola sola, che però ne conteneva alcune altre, bastava saper leggere: “Vigliacco, vuoi colpire la Serbia? Eccomi qua, colpisci me, non provare a farmi paura!””.

Questo era nel 1999. Nel corso della distruzione della Jugoslavia (Germania, Woytila, USA, Nato) avevano già massacrato i serbi delle Krajine in Croazia, sradicandone e cacciandone 250.000. Almeno altrettanti erano stati espulsi, su ordine USA, dal Kosovo, provincia serba storica, pulita etnicamente dalla minoranza albanese diventata maggioranza per immigrazione dall’Albania. Mattanza affidata a una milizia, UCK, comandata da tale Hashim Thaci. Uomo dalla commendevole biografia. Presidente del Kosovo, dopo un’autoproclamata indipendenza benedetta dagli USA e dall’UE, Thaci viene processato dal tribunale dell’Aja e condannato per crimini di guerra e contro l’umanità: assassinii di massa, traffico di droga e di organi. Condanna condivisibile da tutti i miliziani dell’UCK. Solo che, forse, all’Aja non c’era abbastanza posto.

In Kosovo restano, resistono, 100.000 serbi, rinchiusi nel Nord del paese e vessati incessantemente dalla polizia albanese e, quando non basta, dalla KFOR. Che sarebbe l’ONU vestita da Kosovo. Ultimamente bastonati e sparati nel maggio scorso, quando il presidente serbo Alexander Vucic si è visto costretto a mandare truppe al confine, per far capire ad albanesi e KFOR che può bastare.

Per farla breve, la Serbia è tornata “target”. Nei Balcani occidentali e orientali tutti normalizzati e dentro UE e NATO, o in procinto di entrarci, resta questo cuneo serbo, che rifiuta le sanzioni alla Russia, non esegue standing ovations all’UE (pur disposta a entrarci, ma alle sue condizioni e non a quelle di Bruxelles (fine dell’amicizia con Russia e Cina e, ovviamente austerity e sanzioni a Mosca). Insomma quel dannato Vucic non ci sta. Addirittura non riconosce che il Kosovo, strappato alla Serbia per farci il traffico di narcotici e Bondsteel, la più grande base militare USA d’Europa), sia indipendente (per 100 Stati su 193) e perseguiti i serbi che vi ci resistono.

Hanno provato con l’ircocervo della Bosnia-Erzegovina, un costrutto abnorme voluto dagli USA nel 1995 e che vorrebbe essere una federazione tra serbi e croati-musulmani e non è che un focolaio di conflitti continuamente attizzati per attaccare e far esplodere quanto resta di Balcani disobbedienti. Hanno provato con l’oppressione dei serbi in Kosovo. Ora ricorrono allo strumento più collaudato: la rivoluzione colorata.

L’innesco è quello di quasi tutte le manovre di regime change: elezioni e, dunque, brogli. Tipo Tehran, tipo Algeria, tipo Egitto, tipo Libano, tipo USA (Capitol Hill)…Il buffo e il rivelatore è, stavolta, la troppa foga: media e politici di opposizione e, addirittura, media presstitute occidentali si sono sbilanciati. Di brogli avevano giurato che ne sarebbero stati fatti addirittura PRIMA delle elezioni legislative. Poi le ha vinte il Partito Progressista di Vucic in coalizione con socialisti e altri patrioti, con un numero di voti doppio rispetto ai filo-occidentali della “Serbia contro la violenza”. E hanno scatenato la piazza. Come contro Milosevic e i serbi, già allora palestinesi dei Balcani, non ridotti alla ragione nemmeno dai bombardamenti all’uranio impoverito. (per più dettagli vedi la trasmissione)

E’ un deja vu. Tutto come nel 2001, mancanza di fantasia: stessi capimastri, stesse maestranze, stesse manovalanze. E, come risulta dai pubblici bilanci, stessi ufficiali pagatori: USAID, NED, Dipartimento di Stato, Open Society di Soros e governo tedesco. E’ tutto scritto e ammesso, o vantato, nei resoconti del Centro di Studi Democratici, capofila di tre ONG analoghe. Manca solo Otpor che, avendo fatto il giro delle sette chiese colorate, è un tantino sputtanata.

Di nuovo Target, di nuovo palestinesi dei Balcani. Dovremmo dargli lo stesso appoggio e lo stesso affetto che diamo ai combattenti e alle vittime di Gaza. Prima che sia troppo tardi. Sia può essere palestinesi e serbi insieme. Proletari contro l’èlite.



 

sabato 30 dicembre 2023

COME SE NE ESCE?----- PER LO STATO SIONISTA NON C’E’ SCAMPO.

 


Maurizio Criscione di 9MQ intervista Fulvio Grimaldi

https://www.facebook.com/9MQ.cronaca.attualita/videos/331443953090545

 

In occasione di una bella iniziativa a Reggio Emilia, Circolo ARCI Fenulli, su Gaza e la Palestina, è stata discussa la vexata questio, la più “vexata” (lungamente dibattuta) di tutte: Come se ne esce? Come si esce da uno Stato colonialista, razzista, predatore e vessatore di un popolo, che conduce un genocidio da più di 80 anni, in forma strisciante che via via si acutizza, fino a puntare oggi alla “soluzione finale” della totale eliminazione.

Scartata l’ipotesi dei due Stati, uno grande e potente, l’altro debole, frammentato e privo di sovranità e agibilità, da sempre sabotata e ora ufficialmente affossata dal regime sionista, evidentemente irrealistica la convivenza in uno Stato unico di carnefice e vittima, la risposta che si imporrebbe è: non c’è via d’uscita. Così si è espresso a Reggio anche un esimio relatore.

Invece la via d’uscita c’è, l’unica realistica, l’unica possibile, l’unica giusta. E’ imposta da criteri geopolitici, economici e, soprattutto, demografici. Per lo Stato sionista non c’è futuro. Anche perché la Storia ci conferma come non ci sia colonialismo che non sia stato sconfitto.

In Israele e nei territori occupati e sequestrati ci sono 7, 45 milioni di ebrei, al 90% immigrati, a fronte di 7,53 milioni di palestinesi, compresi i cittadini arabi di Israele, che sono il 21% della sua popolazione. Gli ebrei sono già una minoranza tra il 46 e il 47% e il loro tasso di riproduzione è fortemente inferiore a quello palestinese. L’abominevole umiliazione dei civili maschi di Gaza, denudati, bendati, legati ed esibiti in ginocchio alle telecamere, porta il segno di questa debolezza israeliana. Disseminati in campi profughi tra Libano, Giordania, Iraq, Siria, Egitto, altri 5 milioni di palestinesi sono decisi, non meno di quando furono espulsi, a esercitare il diritto al ritorno, sancito dall’ONU.

Aggiungiamo che Israele, con i suoi 7.450.000 abitanti ebrei, è circondata, volendo assediata, da 450 milioni di arabi che, grazie alla sapienza politica della Resistenza e all’immenso sacrificio del popolo palestinese di Gaza, hanno preso in misura decisiva coscienza del carcinoma colonialista. Su quei 450 milioni è problematico esercitare il ricatto, o eventualmente la rappresaglia, della bomba atomica israeliana. Ne verrebbe contaminata a morte la stessa Israele.

Il rapporto di forza numerico volge ulteriormente al peggio per Israele alla luce del costante e accresciuto esodo dei suoi giovani più formati, soprattutto verso Canada, Australia e Regno Unito. Poco meno di un milione si sono trasferiti negli Stati Uniti, 20.000 in Germania nel primo ventennio di questo secolo. 470.000 israeliani hanno abbandonato il paese dopo il 7 ottobre e l’operazione “Alluvione di Al Aqsa”. Le spinte sono l’insufficiente disponibilità di occupazione ad alto livello, la perenne insicurezza, il disgusto, ora accentuato, per quello che l’esercito israeliano è disposto a fare, con conseguente desiderio di sottrarsi alla leva e al servizio di riserva. E di evitarne i possibili esiti: al 28 dicembre, erano oltre 500 i caduti israeliani (ammessi dal molto reticente governo). E gli 80mila evacuati dalla zona nord di Israele a causa del conflitto con Hezbollah, cosa costeranno? Quanto resisteranno negli alberghi, o in altre soluzioni d’emergenza, prima di decidere di emigrare? Non resta, probabile, possibile, necessaria, che la via d’uscita, non vista dal mio amico relatore a Reggio Emilia.

la seconda Intifada, 2000-2005, quella guidata dal sei volte ergastolano Marwan Barghouti, tuttora in cima alle preferenze nel caso di quelle elezioni nei territori occupati che il collaborazionista Abu Mazen nega dal 2006 (quando le vinse Hamas). Provocò, quell’insurrezione di massa, la prima grande crisi di Israele da quella della guerra del 2003, quasi persa. Una crisi economica e sociale, determinata dalla diffusa insicurezza, oscurò l’orizzonte della Grande Israele. Si invertì il flusso dell’immigrazione, gli arrivi cessarono del tutto e si erano fatte massicce le partenze. Il turismo, importante voce del PIL, era svanito. Proprio come in questi mesi. Gli investimenti esteri si erano ridotti al lumicino. Aggiungiamo la lacerazione senza precedenti all’interno della società ebraica, dovuta sia al progetto autocratico, con la guerra alla magistratura, di un esecutivo corrotto, sia al cinismo mostruoso dell’abbandono degli ostaggi, abbandono più ai propri bombardamenti che a Hamas

A questo crollo si era cercato rimedio con la sollecitazione all’insediamento, nei territori nominalmente assegnati da Oslo ai palestinesi, di coloni attirati da condizioni di estremo favore fiscale e disponibilità di territorio. Gli 800.000 insediati e armati, oggi impegnati a terrorizzare e devastare i centri abitati e le coltivazioni palestinesi, non hanno compensato la fuga dei residenti.

Oggi la situazione è enormemente peggiorata. Il blocco imposto dagli Houthi alle navi dirette ai porti israeliani, o a questo Stato in qualche modo collegate, il disagio causato all’economia mondiale, hanno determinato un’ulteriore vulnerabilità di Israele. Tra possibile guerra totale con il Libano, l’inefficienza totale e il caos registrati il 7 ottobre, con forze armate che sparano ai propri cittadini, le perdite e l’orrore di Gaza che destabilizzano psicologicamente la società, la consapevolezza che ogni concertazione con gli Stati arabi (gli Accordi di Abramo) è sfumata nel rogo innescato a Gaza e che, anzi, il voto all’ONU dimostra che Israele ha contro 153 paesi su 193, ogni regolamento dei conti favorevole a Israele sul lungo periodo si è tramutato in utopia. Tutto il disegno imperialista e neocolonialista del Medioriente è stato messo in discussione dall’intelligenza politica di Hamas.

Risulta definitivamente escluso da Israele, ma probabilmente da tutte le parti in causa, al di là di ipocriti auspici, l’opzione dei Due Stati diseguali. Appare reso impossibile, oltrechè dall’assoluta indisponibilità dello “Stato degli ebrei”, come sancito per legge nel 2018, dall’abisso scavato dai successivi regimi sionisti dell’apartheid, dell’odio, della violenza repressiva, lo Stato unico binazionale. Potrebbe, Israele, procrastinare la fine dello Stato sionista, deportando milioni di palestinesi nei paesi arabi, a partire dal Sinai egiziano. A me esponenti del vertice politico egiziano hanno assicurato che si tratterebbe di una linea rossa tale da innescare una guerra, in cui non è difficile calcolare quanti altri nemici di Israele, oltre allo Yemen degli Houthi, entrerebbero in campo. E dopo le debacle di Afghanistan e Ucraina, sarebbe disposto un impero in crisi a rischiare un’ulteriore, oneroso conflitto al quale si oppongono i quattro quinti del mondo?

L’isolamento globale, che mina la capacità di manovra di Israele e, altrettanto, quello di un impero in profondissima crisi economica, sociale e geopolitica, porteranno al ridimensionamento dell’entità sionista- Questo si verificherà sul piano delle complicità internazionali, come su quello del suo potenziale militare (senza i rifornimenti statunitensi, Israele è una tigre di carta), del resto strumentalmente sopravvalutato. Come dimostrano le due guerre al Libano perse e l’incapacità, in tre mesi, di neutralizzare una striscia di terra lunga 40 km e larga 10, per quanto decimata e spianata dai bombardamenti. Isolamento che avrà le conseguenze più incisive sul piano dei rapporti economici, degli scambi, degli investimenti con chi viene universalmente considerato uno Stato paria. La campagna BDS, Boicotta Disinvesti, Sanziona, dovrebbe raccogliere adesioni sempre più vaste.

I coloni, formazione violenta, di chiara natura fascistoide, dovranno tornare ai paesi d’origine. Li imiteranno tutti coloro che ritengono non si possa convivere con gli “animali palestinesi”. Sarà l’inizio della decolonizzazione. Resteranno a vivere assieme ai palestinesi gli ebrei perbene. Come succedeva prima dell’avvento del sionismo.




venerdì 29 dicembre 2023

Un anno da discarica(non fosse per i palestinesi)

 

Un anno da discarica (non fosse per i palestinesi)

 



 

https://www.facebook.com/mepiuofficial/videos/2115726878759728/ 

 

Eugenio Miccoli, “Mepiù”, su FB: Intervista a Fulvio Grimaldi su accadimenti nel 2023

domenica 24 dicembre 2023

Da Garibaldi al Che a Zakharchenko aYahya Sinwar al sei volte ergastolano Barghuti--- --- I PARTIGIANI NON MUOIONO

 


Sto girando l’Italia come una trottola e, finalmente, dopo tre anni di sole “pantere grigie”, mobilitate da pandemia, finti vaccini, guerre, truffe climatiche (con i giovani dalla parte sbagliata), ecco che nelle piazze e nei convegni ho visto arrivare i giovani. Senza le loro generazioni non si coglie nel segno. Lo confermano i latinoamericani del Che; i giovani russi di Zakarchenko che nel Donbass si sono immolati contro i rigurgiti nazisti scatenati da USA, Nato e UE; i fedayin e i lanciatori di sassi della seconda Intifada che, diffondendo insicurezza, a Israele avevano inflitto una crisi senza precedenti, fatta di fuga di occupanti, scomparsa degli investimenti esteri e del turismo, esaurimento dell’immigrazione ebraica; e, oggi, i combattenti di Yahya Sinwar a Gaza che stanno facendo vedere i sorci verdi ai presunti onnipotenti dell’esercito israeliano, bravo solo nello sterminio bombarolo di donne e bambini.

Lo confermano i giovani dei Mille e della Repubblica Romana e quelli che la fecero finita con i nazifascisti. Ce lo ha fatto intravvedere la generazione del ’68-’77. I giovani del nostro paese hanno ritrovato i riferimenti giusti per spaccare lo specchio deformante (ma occhio a quelli farlocchi; io, per essere così intelligente, ne ho fatto l’esperienza).

C’è un Sud del mondo che ha intrapreso un nuovo corso, a partire dal rifiuto dell’unipolarismo globalista fondato sulla menzogna, le emergenze inventate, la paura, sul totalitarismo, sull’attacco a tutte le libertà. Un Sud, questo sì globale, che fiorisce oggi anche nelle piazze e nelle coscienze della metropoli. Il vento è cambiato e la Palestina è la pietra angolare della costruzione di una nuova umanità. Israele è, a forza di una malvagità di cui è difficile trovare precedenti nella Storia, la grande sconfitta.

Il progetto di farne il cuneo della rivincita suprematista, razzista, colonialista, è andato alla deriva a Gaza. Sono rimasti dieci nazioni del mondo su 193 a votare con gli USA contro la vita dei palestinesi (due sono rimasti quelli che si ostinano a votare per l’embargo a Cuba).  E su questi numeri che si misura la sconfitta dello Stato sionista e dei suoi sponsor e ufficiali pagatori e armatori, a dispetto di tutti gli stermini di donne e bambini, di tutta una civiltà rasa al suolo, di tutti i propositi di potenza basata sul genocidio.

Merito dei combattenti di Gaza e di tutta la Palestina. Merito anche dei resistenti del Donbass e di chi ne ha impedito il genocidio, dopo aver impedito l’obliterazione della Siria e fornito sostegno alla lotta contro la neocolonizzazione dell’Africa.

Il costo per riportare i giovani in piazza è stato altissimo, spaventoso. Come lo è stato il sacrificio dei martiri di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema, dei fratelli Cervi.  Ma i palestinesi lo accettano, se è vero che i sondaggi ci dicono che il consenso e le adesioni a Hamas in Palestina – dovuti alla sua eccezionale intelligenza politica ed efficienza militare - arrivano all’87%. Hamas, tutte le forme di resistenza palestinese e i loro echi in tutti gli emisferi hanno innescato qualcosa che va oltre la resistenza, è diventata contrattacco.

A noi, nell’immediato, spetta un compito molto concreto e decisivo: smantellare l’inganno del 7 ottobre e diffondere capillarmente le testimonianze, le inchieste, le prove, per lo più israeliane, che dimostrano di chi sono stati vittime i morti dell’irruzione di combattenti palestinesi, tesa a catturare ostaggi per ottenere la liberazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, e di una riposta armata israeliana che non ha guardato per il sottile. Risposta improntata alla dottrina “Hannibal” adottata dall’esercito israeliano e che prevede di impedire a ogni costo la cattura di israeliani. “A ogni costo” ha significato l’eliminazione, a cannonate e bombe, degli eventuali ostaggi insieme a chi li aveva catturati. E’ quanto è successo il 7 ottobre. Il terrorismo è tutto e solo il loro.

venerdì 22 dicembre 2023

2024, ha da venì…..

 

2024, ha da venì…..

 



 Dalla resistenza all’offensiva: 2024, un anno con Ernesto, nel nome di Ernesto.

 Con la Palestina e tutti gli oppressi nel cuore.

Auguri da Sandra, Fulvio e l’Ernesto a quattro zampe

martedì 19 dicembre 2023

Per la Palestina in una grande scuola --- I GIOVANI CI SONO!

 



Colle Val d’Elsa, Liceo A. Volta e tutte le superiori  (ingrandite la locandina e scoprire i relatori

 

I giovani ci sono. 600 giovani e forti, Colle Val d’Elsa bellissimo borgo in provincia di Siena. Partiamo dai relatori. Marco Carrai, l’impresentabile virgulto del cerchio magico di Renzi, addirittura console di Israele a Firenze (che altro poteva fare, dati i precedenti?), s’è dato alla fuga appena ha visto che c’era chi avrebbe disintegrato le sue invenzioni a difesa dello Stato criminale. Tale professoressa Alessandra Veronese, di Storia Ebraica, pure lei s’è data alla macchia ben tre volte, per non farsi contaminare da relatori meno allineati con lo Stato criminale e dal consenso che ricevevano dagli sveglissimi ragazzi, ma per ben tre volte ci ha ripensato ed è tornata a fare l’esaltazione dello “Stato Democratico” sionista e del suo esemplare rispetto per tutti i cittadini, indipendentemente da credo o etnia.

Superate queste elucubrazioni di propaganda tanto tossica, quanto distante alcuni anni luce dalla realtà genocida di Israele, gli studenti hanno interloquito alla grande con il palestinese Karem Rohana, il sottoscritto e un cooperante con esperienza palestinese, Stefano Fusi che si affannava, confortato dagli interventi di alcuni insegnanti, a sollecitare aiuti alle vittime palestinesi, guardandosi bene di fare uscite dalla bocca la granata Hamas. Sono quelli delle “marce della pace” (con sottinteso no alla violenza, intesa tutta come terrorismo).

Quello che ho risposto io ai deliri truffaldini della filosionista lo potete immaginare, perché sono argomenti che spargo a piene mani e che non sono neanche tanto originali per chi, oltre all’intuito, alla logica, ai precedenti storici, esce dal menzognificio politico-mediatico euro-atlantico, e fa uso di qualsiasi informazione non controllato dal 17% NATO dell’umanità.

La tizia presentata come storica s’ingarbugliava a districarsi tra negazionismi dell’apartheid israeliana, dello “Stato per soli ebrei” (sancito per legge nel 2018), del secolare etnocidio palestinese da parte di un guazzabuglio di invasori, con il pugnale tra i denti, di ogni nazionalità e lingua, e gli immancabili orrori (stupri, decapitazioni) dei “terroristi” Hamas. Sono quei sionisti alla Gad Lerner che pensano di parare il culo a se stessi e all’aberrazione sionista, sospirando che Bibi Netaniahu esagera un po’.

Di fronte ai carri armati israeliani che a Gaza, o in Cisgiordania, mettono di proposito sotto tende affollate di persone, hanno ammazzato in due mesi 20.000 civili di cui 12.000 bambini e donne, pompano acqua di mare nei tunnel con dentro civili in fuga e gli stessi “ostaggi” israeliani, hanno raso al suolo per primi ospedali, scuole, chiese, panifici, santuari ONU, vogliono delocalizzare a forza di bombe 2 milioni di persone in un altro paese, ora arrivano all’abisso di infamia pubblicizzando ville sul mare di Gaza  in vendita a costi agevolati per i trucidatori all’opera (Ditta edile israeliana, Harey Zahav, “Montagne d’Oro”)…di fronte a questo primato storico assoluto di ottusa malvagità, per i ragazzi, tra noi e la studiosa ebraica non c’era partita. E nemmeno per le perorazioni pacifiste asimmetricamente equidistanti.



Tra le tante domande intelligenti e competenti fatte dai ragazzi, quella strategica era “Come se ne esce?”.

La riposta l’aveva fornito l’Intifada che, destabilizzando la sicurezza degli occupanti, aveva indotto decine di migliaia di ebrei immigrati a tornarsene ai paesi d’origine e molti investitori esteri a cessare di investire in Israele. Fu la grande crisi israeliana dei primi 2000. Oggi una risposta la danno sia Hamas, che ha mostrato al mondo il volto vero del bubbone sionista, con conseguenze geopolitiche immaginabili; sia i valorosi Houthi dello Yemen che, con le loro incursioni contro le navi filo-israeliane, hanno bloccato, col Mar Rosso, il 40% del commercio mondiale. La risposta planetaria viene da chi ha capito cosa succede in Medioriente, chi ne è la vittima, chi resiste e chi minaccia l’intera umanità.

 

 

domenica 17 dicembre 2023

NO PASARAN!


Intervista a Fulvio Grimaldi di Tareq Hassan per AL BALAGH

https://www.youtube.com/live/NC2FVvIIQAw?si=5oUQ7HIsmqyKgwXR

 

Il Canale arabo AL BALAGH mi dà la gradita opportunità di rivolgermi, da cronista della vicenda palestinese dalla Guerra dei Sei Giorni, attraverso le battaglie dei Fedayin, le Intifade, fino al genocidio di Gaza, a una presenza araba in Italia e in Europa

Colgo l’occasione anche per confutare un pericoloso, per quanto perlopiù involontario, assist alla narrazione sionista di quanto abbiamo visto succedere negli ultimi due mesi a Gaza e in Cisgiordania.

Ricordate, al tempo della seconda guerra all’Iraq (2003) e della successiva resistenza nazionale irachena all’occupazione USA e NATO, il veleno sparso su Saddam Hussein con l’accusa che, dopotutto, “era stato l’uomo degli americani” e che per anni l’Iraq sarebbe stato armato dagli Stati Uniti?  Una sporca calunnia che un trentennio di opposizione irachena agli interventi e intrighi di Washington contro il mondo arabo e di sostegno materiale e politico alla lotta palestinese smentisce radicalmente. Io ero a Baghdad durante la seconda Guerra del Golfo e posso testimoniare che di armi statunitensi in Iraq non c’era neanche una vecchia colt del West. L’arsenale iracheno era composto esclusivamente da armamenti sovietici, risalenti a decenni prima.

La calunnia era finalizzata a distruggere l’immagine dell’Iraq resistente e del suo leader, facendone un miserabile doppiogiochista, così minando l’opposizione internazionale alla guerra amerikana e la solidarietà alla resistenza irachena.

Stesso procedimento oggi per Hamas. Non potendosi fare capace del crollo del mito dell’onnipotenza e vulnerabilità israeliana, retroterra anche della impunità di un regime genocida, ci si inventa e si propaga la menzogna di un Hamas, complice sostanzialmente di Netaniahu, in quanto dal premier israeliano favorito nella nascita e nello sviluppo e, addirittura, foraggiato, se non direttamente, quanto meno favorendo il trasferimento di finanziamenti dal Qatar all’organizzazione islamica.

In questa mefitica trappola sono caduti anche commentatori e analisti di provata esperienza. Era la facile occasione per spiegare come il 7 ottobre, l’operazione di presa di ostaggi da parte di Hamas, abbia potuto sorprendere uno degli eserciti e una delle intelligence più potenti del mondo.

Ma se lo spionaggio e il terrorismo israeliano hanno la fama che meritano, lo stesso non vale per le forze armate, ripetutamente sorprese e battute sul campo di battaglia (Guerra del Kippur, guerre del Libano, dirottamenti). Un esercito dotato dell’unica vera forza aerea della regione e quindi bravissimo a sterminare con i bombardamenti, ma poco efficace sul terreno, per essersi dovuto confrontare per decenni unicamente con ragazzini lanciapietre.

Lo dimostrano anche i contraccolpi che continua a ricevere dai combattenti di Hamas a Gaza pur dopo oltre due mesi di invasione e sterminii bombaroli.

Hamas è un’organizzazione politica con almeno trent’anni di storia ed evoluzione alle spalle, sostenuta dalla maggioranza del popolo palestinese (oggi in misura anche maggiore, come dimostrano sondaggi effettuati in questi giorni a Gaza e in Cisgiordania). Israele ha fatto di tutto, oggi e negli anni, per decapitare l’organizzazione, senza riuscirci, assassinandone i dirigenti e quadri.

L’operazione del 7 ottobre per la presa dii ostaggi, grazie ai quali liberare i propri fratelli sequestrati nelle carceri israeliane, è stata concepita e attuata con un preciso scopo geopolitico, perfettamente riuscito, sebbene a un costo spaventosamente alto (i palestinesi vi sono abituati e lo accettano).

La strategia statunitense-sionista per la ricolonizzazione del Medioriente, perduto con le lotte del riscatto arabo, è stata frantumata insieme al seppellimento degli Accordi di Abramo (Israele-Emirati, Bahrein, Marocco, in prospettiva Arabia Saudita). Vi ha anche contribuito, in sinergia poco appariscente con la rivolta palestinese, il dinamismo diplomatico cinese con il formidabile risultato della riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran e conseguente neutralizzazione dell’arma che gli Stati Uniti usavano per alimentare una conflittualità regionale, necessaria al loro “divide et impera”.

Aggiungiamo anche l’isolamento della coppia USA-Israele rispetto alla stragrande maggioranza dei paesi e dei popoli del mondo, l’incancellabile precipitare dell’anglo-sionismo nel ruolo di nemici della pace e fomentatori di crimini contro l’umanità, e si vedrà ancora meglio quali sia il “rapporto di sinergia” tra lo Stato del razzismo genocida e la forza della liberazione palestinese

sabato 16 dicembre 2023

ORCHI E OSTI --- Come eravamo, come sono

 

ORCHI E OSTI

Come eravamo, come sono


 

BYOBLU-MONDOCANE, in onda domenica alle 21.30 (canale 262), per giorni e orari delle repliche consultare il palinsesto di Byoblu

 

Titolo e immagini di questo testo, che segnala la puntata di Mondocane di domenica, sembrano e sono in violento contrasto. Una serena e conviviale trattoria di Trastevere, l’aberrazione di cento uomini a Gaza, rastrellati, legati, denudati e esibiti al mondo dai loro mostruosi aguzzini. Cosa e chi eravamo, noi. Chi e cosa sono, loro. Si incrociano memorie di civiltà e presenti di barbarie. Dove il termine di barbarie è inadeguato se si mettono a confronti i barbari storici e gli israeliani attuali.

L’orrenda nequizia del rastrellamento di civili maschi da due scuole dell’ONU (bersaglio prediletto delle bande sioniste), illusoriamente considerate aree protette dal diritto internazionale, è segno di sadismo senza fine, ma anche di debolezza e sconfitta. Uomini palestinesi catturati, denudati, tutti civili, nessun combattente, legati dietro la schiena, ammassati su camion e fatti inginocchiare, o accovacciare, lungo le strade per essere ripresi ed esibiti come trofeo. Muti, cantano la sconfitta definitiva di Israele sul piano che conta. Quello del vanto di democrazia, società civile, vittima ontologica, umanità. Cercando di disumanizzare, si sono disumanizzati: orchi scaturiti dai corsi di formazione dei loro carnefici.

Molti hanno correttamente interpretato quella scelleratezza come estremo abuso della dignità umana. E’ anche altro e peggio: è il tentativo, da parte di patriarchi maschilisti frustrati, che si sanno votati all’impotenza storica, di castrare, ridicolizzandola, la temuta virilità degli uomini palestinesi. Una società in crisi riproduttiva terrorizzata da una società molte volte più prolifica, senza colpe da espiare e, dunque, connessa alla vita. Israele si mantiene demograficamente agibile grazie all’immigrazione. I palestinesi, ormai oltre 13 milioni (includendo gli esiliati con diritto e volontà di ritorno), sono maggioranza netta. E i numeri si sanno  storicamente decisivi.

Non resta perciò che ucciderli, possibilmente dalla nascita, possibilmente bambini. Possibilmente le donne, generatrici. Una frenesia che porta gli israeliani a uccidersi da soli. Tre sono i prigionieri, detti ostaggi, fatti fuori da Tsahal venerdì. Uccisi da un apparato militare maldestro, ripetutamente sconfitto sul terreno, bravo a bombardare con bombe “stupide”, indiscriminate, atte ad ammazzare alla rinfusa, ma efficiente contro ragazzini lanciatori di sassi. Una ripetizione di quel “fuoco amico” che, tra dottrina “Hannibal” e  totale caos organizzativo, ha provocato le centinaia di morti israeliani il 7 ottobre della presa di ostaggi di Hamas tesa a ottenere la liberazione dei 5.000 ostaggi palestinesi in carceri israeliani per patriottismo.

Quanto sopra nel capitolo “Dies Irae”. In Mondocane vero e proprio ci rilassiamo, si fa per dire, svolgendo il gomitolo della memoria, tra civiltà della trattoria e inciviltà tossica del tavolino selvaggio e della mangeria a taglio, fast food, slow food, street food, etnic food e chef a cinque stelle. Depravazione insieme gastronomica e urbana che ha privatizzato le nostre strade medievali, rinascimentali, barocche, romantiche, razionaliste. Ecologia dello stare insieme per coltivare parole, pensieri, propositi, legami, contro inquinamento di rumori e scarichi e chi s’è visto s’è visto.

Intanto, per non aver vinto una battaglia e averci rimesso battaglioni di soldati e decine di carri armati (tutti taciuti dai media infetti), gli psicopatici di Tel Aviv provano ad affogare la Palestina pompando acqua di mare nei tunnel della resistenza e nelle falde della sopravvivenza. Non si rendono conto, gli ottusi, che la resistenza è là fuori, è ovunque, sta diventando mondo, galleggia sulla presa di coscienza di cosa sia quell’aberrazione di Stato. Hamas non è terrorismo, ovviamente, Ma Hamas non è neanche solo una guerriglia, uno degli elementi spaziotemporali della guerra tra ricchi e proletari, tra élite di orchi e persone proletarie, popoli proletari. Hamas è umanità come si illudono di potercela togliere.

 

lunedì 11 dicembre 2023

GENOCIDIO E RESISTENZA, UNA STORIA INFINITA CHE CI RIGUARDA DA VICINO.

 

GENOCIDIO E RESISTENZA, UNA STORIA INFINITA CHE CI RIGUARDA DA VICINO.

 



  Un docufilm di Fulvio Grimaldi, irrinunciabile per chi voglia essere informato correttamente sul più lungo e feroce conflitto dei tempi moderni, già visto da migliaia di persone in occasione di presentazioni in tutta Italia.

La storia di un’operazione globalista e razzista che, in Medioriente, rappresenta simbolicamente la guerra di una minuta cosca di criminali, ricchi, potenti e totalmente privi di scrupoli, per la conquista del mondo e l’assoggettamento dell’umanità a una dittatura oligarchica, tecnocratica, di sfruttamento senza limiti.

Dal terrorismo sionista degli anni ’40, all’iniqua spartizione della Palestina su disposizione GENOCIDIO angloamericana, all’espulsione, al genocidio. La mia esperienza sul campo delle guerre, della resistenza nelle varie forme delle Intifade e della lotta armata, delle stragi di “Piombo Fuso” a Gaza, preludio alla “soluzione finale” messa in opera in questi giorni sotto gli occhi di un mondo complice, o assente.

In fondo al tunnel, la luce dell’irriducibile resistenza del popolo palestinese che induce una presa di coscienza delle masse in tutto il pianeta e prefigura un nuovo rapporto di forze tra carnefici e loro vittime. Vittime che oggi anticipano il riscatto degli esseri umani tutti.

L’AUTORE è DISPONIBILE PER PRESENTAZIONI OVUNQUE, IN TERMINI DI TOTALE VOLONTARIATO, A PARTIRE DAL 13 GENNAIO 2024

sabato 9 dicembre 2023

LADISPOLI PER LA PALESTINA, UN INTERVENTO SU CIO’ CHE NON SI DEVE SAPERE

 

LADISPOLI PER LA PALESTINA,

UN INTERVENTO SU CIO’ CHE NON SI DEVE SAPERE





Non avendo per ora il dono dell'ubiquita', non ho potuto in alcuni casi rispondere a gentili amici per inviti a convegni sulla Palestina. Piccolo rimedio: a questi link alcune parole del mio intervento alla bellissima iniziativa di Ladispoli con due prestigiose voci sulla Palestina, Jussef Salman e Vera Pegna.

 Fulvio

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid036SfV6gPzQinxpDVe254qSMnpNkhiRj1PBZvMnZEYRuHyqSSbfag8YvKVaWMFbAL8l&id=61552838493462

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid0FzudCu7eaxSRkEYRLGQXqwHcBocS8pDSkwWMcdVzEV5xpBe9mp1QsViSR3Xu7Jotl&id=61552838493462

venerdì 8 dicembre 2023

ISRAELE: HIC SUNT BARBARI (come non ce ne sono mai stati)

 



BYOBLU - MONDOCANE PUNTATA 3/9

In onda domenica 21.30, lunedì 9.30, martedì 11.00, mercoledì 22.30, giovedì 10.00, sabato 16.30, domenica 9.00.

 

Google ha oscurato tutte le immagini dei civili palestinesi di Gaza rastrellati a caso, denudati, legati con le mani dietro la schiena e messi in fila in ginocchio, esposti al freddo di dicembre e al ludibrio di barbari fuorusciti dalla dimensione dell’umano (anche se non si ha memoria di barbari che abbiano compiuto efferatezze di tale portata, tra tortura e umiliazione di innocenti). Se le avete viste fugacemente in TV, sfuggite alla censura dei barbari, tenetele a memoria per sempre. Servono a distinguere.

Questo succede mentre, a Roma, mille depistatori filo-sionisti manifestano contro un antisemitismo che non esiste, ma è antisionismo, cioè rifiuto delle aberrazioni israeliane, fatto passare per razzismo, E così che, da quasi un secolo, si mascherano i campioni mondiali di razzismo innestati in Palestina. Gridano, i terroristi originali diventati sistemici, all’allarme terrorismo, parossismo di tutti i paradossi. E’ tutta loro, storicamente e nell’attualità, quella minaccia

Emuli minori di queste barbarie, in Ucraina, lanciano ai maestri storici un avvertimento: occhio che a strafare, allestire False Flags come a Bucha, o l’11 settembre, o il 7 ottobre, compiere oscenità come a Abu Ghraib, nel palazzo di Odessa bruciato con i vivi dentro, o come negli ospedali di Gaza, pieni di malati, feriti, incubatrici con bambini morti, si rischia di perdere credito, indispensabile per trascinarsi dietro i gonzi.  L’Ucraina è arrivata al punto che non se la fila più nessuno. Israele, nella percezione degli umani, è mutata da vittima in carnefice e così anche il suo, di destini, è inesorabilmente segnato, per quanti colpi di coda gli faccia dare, o dia, il marcescente impero.

Va così in crisi, per quanto si dia parossisticamente da fare, anche la corsa occidentale al totalitarismo, affidata a malviventi allevati negli zoo imperiali come Zelensky, Netaniahu, Macron, Sunak, Scholz, Von der Leyen, e i nostri gnomi da giardino col loro premierato. Tutti impegnati a aprirsi la strada contro uomini e donne liberi mediante affannosi copia e incolla dagli anni rimpianti venti e trenta del secolo scorso.

Intanto si usa l’arma di distrazione di massa e di obnubilazione dei neuroni tramite grancassa patriarcal-maschilista, approfittando di un evento della normalità criminale come l’uccisione di una donna da parte di un “maschio”, per suscitare l’ennesimo conflitto che disgreghi la società umana, tra bene (tutte le donne e i poteri in atto in Occidente) e male: tutti i maschi e, poi, negazionisti, terrapiattisti, putiniani, complottisti, pacifisti…).

Dal regno delle abiezioni a quello dei furboni del quartierone, con l’eccellenza Luca Casarini in testa. Ribaldo finto e collateralista di false flag imperiali nello scorcio a cavallo del passaggio di millennio, l’ex capo dei “Disobbedienti”, delle “”Tute Bianche” e dello “Ya Basta” zapatisteggiante, l’ho incrociato molte volte operativo sotto mentite spoglie ribellistiche. L’ho anche seguito mentre ai bombardieri D’Alema e Marco Rizzo (dei “Comunisti Italiani” in maggioranza) e ai golpisti cripto-CIA di Otpor a Belgrado forniva l’assist dei suoi centri sociali; mentre in Chiapas, sfruttando l’infelicità  dei Maya, si faceva chierichietto del farloccone subcomandante Marcos e del vescovo zapatista Ruiz, impegnati contro la sinistra e Obrador e contro il riscatto del Messico dalla manomorta narcos-USA; e. ancora, mentre al G8 di Genova agevolava le condizioni psico-ambientali per la mattanza attuata sotto Gianni De Gennaro, eterno protagonista politico-poliziesco-militare del nostro status di colonia USA.

Oggi, Casarini, è ancora un eroe del nostro tempo, santo subito per aver “incontrato Gesù in mare” da capitano salva-migranti della “Mare Ionio” e per questi meriti essendo foraggiato dai vescovi e innalzato, se non al soglio, al sinodo universale del papa. Ancora una volta l’ex-presunto ribaldo fiancheggia il “bene”: agevolando la delocalizzazione dei popoli a fini di calmieramento dei salari locali e di territori d’oltremare svuotati della loro gente, ma spalancati alla voracità di chi arriva da Ovest con ruspe e scavatrici di risorse naturali.

Non ci crederete, ma, nella puntata, c’è ancora molto altro. Accomodatevi, dura quasi un’ora.

martedì 5 dicembre 2023

DSP, I NODI AL PETTINE --- Il gatto, la volpe, gli zecchini di latta e Pinocchio in fuga

 Il deputato del governo che ha bombardato la Serbia. L'uomo che si abbocca con i fascisti.


 

Paolo Arigotti intervista Fulvio Grimaldi

Il ringhio del bassotto. Fulvio Grimaldi: perché sono divenuto un'ombra in DSP

https://youtu.be/U9-uGyb5oRg

 

Dove si proietta il minicolossal di un giallo mitopietico rivisitato, nel quale un gatto-guida segna il territorio alla sua maniera, attirandovi torme di gatti fiduciosi e conducendoli verso il campo dei miracoli con i suoi zecchini d’oro, grazie ai quali potranno condurre la grande battaglia finale contro topi, ratti e altri muselidi.

Sopraggiunge la volpe, si colloca a cavallo del gatto e si piazza in cima all’armata muselidesca in marcia contro il nemico. Gatti, gattini, felini di ogni specie si trovano a disagio sotto la nuova guida, anche perché, al suo seguito, si intravvedono tanti volpini che, essendo della famiglia canidae, storicamente e naturalmente con i gatti hanno poco da spartire. Anzi, verso di essi non nutrono le migliori intenzioni.

Vabbè, si dicono i gatti, finchè si continua nella giusta direzione, verso il campo dei miracoli e gli zecchini d’oro, per la battaglia finale contro i muselidi…. Ma poi la volpe fa cambiare direzione, dallo stradone si infila in svincoli a destra e poi ancora in altri svincoli a destra, fino ad arrivare a una totale inversione a U.

A questo punto, a rivendicare le buone ragioni del percorso e delle mete dei gatti, salta fuori un Pinocchio, poi un altro Pinocchio, poi un altro ancora: ammoniscono il gatto-guida di sottrarsi alle manovre della volpe e, per rafforzare il proposito, un Pinocchio con un morso gli stacca uno zampino, tanto da provare ad azzopparlo nella rincorsa del volpone.

Il gatto, ex-guida, non vuole intendere e, sempre facendosi cavalcare dalla volpe, indica al suo seguito in tumulto, in lontananza, l’albero degli zecchini d’oro. Ma i gattini si sono accorti dell’inversione a U, in pratica un testa-coda, e marciando in direzione contraria, vedono, in lontananza, un albero, sì, e colmo di zecchini, ma stavolta, a veder bene, zecchini di latta. Scoperto l’inganno del volpone, i gatti si disperdono, smarriti e disperati di qua e di là.

Saprà il gatto ex-guida azzoppato togliersi di dosso la volpe, riprendere la direzione giusta, verso l’albero vero, nel campo dei miracoli possibili? Voi che dite?

(con il massimo rispetto e molte scuse per gatti, volpi e tutti gli animali)