martedì 5 maggio 2026

FULVIO GRIMALDI IL SULTANO BISCAZZIERE --- Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa

 

FULVIO GRIMALDI

IL SULTANO BISCAZZIERE

Un ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa

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Concorrenza? Convivenza? Connivenza?

O tutte e tre le strategie a seconda della fase?

L’ultimo pronunciamento severo di Recep Tayyip Erdogan su Israele è stato l’anno scorso una denuncia dei crimini commessi contro la popolazione di Gaza a dispetto delle tregue firmate. Ce n’era stata qualcun’altra prima, via via che le vittime salivano di decine di migliaia. Senza peraltro che questi dissapori interrompessero gli storici rifornimenti a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria) senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.

La stessa condanna, necessitata anche dai sentimenti di un elettorato musulmano filopalestinese, ci si sarebbe ora aspettata sugli analoghi crimini che lo Stato degli ebrei va compiendo in Libano, sempre a sistematica violazione di tregue firmate, e in Cisgiordania, nominalmente territorio palestinese occupato, ma in corso di annessione.  Ma Erdogan ha taciuto. Solo davanti all’assalto criminale e brutale alla nuova Flotilla in acque internazionali, a centinaia di miglia dalla Palestina occupata, e alla quale avrebbero partecipato anche barche turche, ha proferito un rimbrotto. Le cose cambiano. Vediamo come.

Anche la grottesca mistificazione democraticistica delle elezioni in Cisgiordania e in un campo profughi di Gaza, in assenza di Hamas e affidata in esclusiva al partito collaborazionista Fatah di Abu Mazen, con partecipazione tra il 22% e il 27%, che vale uno sputo in faccia dell’elettorato all’ANP, non ha suscitato una levata di sopracciglia. E neppure c’è stata l’interruzione delle storiche forniture a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in Siria), senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile iraniano.

Non pare esserci, tra Turchia e Israele, concorrenza in materia. Forse convivenza e, dunque, tolleranza, finchè si tratta di Libano e di Cisgiordania, per le quali aree non risulta, al momento, un diretto interessamento di Ankara. Che invece c’è, eccome, in molte altre parti di due continenti, Asia e Africa, tanto da non potersi evitare di parlare di un robusto sub-imperialismo ottomano. Sub, perché sempre più nettamente inserito nell’imperialismo USA, ora di stampo trumpista, dopo l’avvertimento dato da Obama, con il golpe del 2016 scopertamente originato negli USA, a un Erdogan in vena di giri di valzer.

Un imperialismo spiegato ad alleati e avversari, senza fronzoli legali o morali, da due recenti documenti USA: la Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS nell’acronimo inglese) e la Strategia per la Difesa Nazionale (NDS). Di cosa questi documenti comportino ci occupiamo più in là, quando daremo uno sguardo alla sinergia operativa Washington-Ankara per il Caucaso e l’Asia Centrale, tutt’intorno a Russia e Cina.

Tutto questo in risposta a quella nutrita schiera di analisti che, sorvolando sugli elementi strategici della geopolitica di Erdogan, preferiscono evidenziarne gli aspetti condivisibili, quali i tentativi di mediazione tra Mosca a Kiev (che tuttavia non impediscono la fornitura a Zelensky di armamenti), lo sblocco del grano ucraino da vendere in Africa, l’apparente neutralità nel conflitto sull’Iran, o. appunto, le sporadiche espressioni di biasimo nei confronti di Netanyahu.

Neottomanesimo dal Mediterraneo all’Africa

Al netto di un regime repressivo che vede l’impossibilità della società turca di darsi un’opzione alternativa a Erdogan e al suo AKP, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, al netto anche di una crisi economica endemica, la Turchia si distingue per grandi ambizioni espansionistiche. Un dinamismo che abbiamo visto materializzarsi poco dopo la distruzione della Libia e l’installazione a Tripoli, con il consenso ONU (essenzialmente USA e UE), di un regime di bande di spolpatori di risorse e di trafficanti di carne umana, ben simboleggiato dal noto Usama Almasri, di nordiana memoria. Il compito assegnato da noi e dall’Europa a questa finzione di Stato è quello di regolare, nel segno del ricatto, i flussi di migranti tra Africa Nera ed Europa.

Alla determinazione di una striscia di mare con giacimenti di gas su cui vantare una primazia, corridoio che va dalla costa Egea al mare libico, Erdogan accompagna l’invio di truppe che ne assicurino il controllo e, nell’immediato, assicurino la propria tutela alla malferma criminalità organizzata fatta passare per governo libico.

Grazie a esse, Tripoli saprà resistere all’offensiva del parlamento legittimo libico, espulso nel 2014 da Tripoli e insediatosi a Bengasi, le cui forze armate sono guidate dal generale Haftar, che controlla tutta la Libia tranne la Tripolitania e sostiene la candidatura a presidente del figlio di Gheddafi, Saif al Islam. Candidatura che il concerto Nato, che da Tripoli amministra il caos libico, ha prontamente fatto annullare.

 

Said al Islam Gheddafi

L’impresa libica del sultano precede una penetrazione nell’area più strategica dell’intera regione, il Corno d’Africa con lo Stretto di Bab el Mandeb e il Mar rosso, transito di quasi metà del commercio mondiale. E qui entriamo nella fase della concorrenza-convivenza con Israele, che, come già in Siria, assume la forma della spartizione. Israele non aveva finito di porre la ceralacca sotto il suo riconoscimento di uno dei tanti frammenti secessionisti della Somalia, il Somaliland, subito inserito negli Accordi di Abramo, che si è ritrovato faccia a faccia con i turchi. L’interesse turco, del tutto sovrapponibile a quello di Tel Aviv, ma stavolta nettamente concorrenziale, per uno sbocco sull’area di transito da Oriente a Occidente, come per una porta d’ingresso al continente, si è concretizzato con una precipitosa partnership con Mogadiscio, capitale del frammento maggiore di quel che resta dell’antica colonia italiana.

Facendosi assegnare dall’ennesimo governicchio fantoccio USA che, grazie ai bombardamenti di Trump, sopravvive all’endemica rivolta islamica degli Al Shabaab, basi militari, l’addestramento delle truppe somale, diritti – anche qui - di ricerca di idrocarburi e addirittura la sicurezza marittima, ecco che sul cruciale Golfo di Aden, a dispetto degli ostici nazionalisti yemeniti ed eritrei, si impone una determinante presenza turca. Indirettamente NATO. Introdottosi nella regione con il cappello del mediatore nelle perenni dispute territoriali grazie alle quali l’Etiopia divora fette di Somalia, Erdogan fa ancora una volta la figura, benvista dall’ipocrisia diplomatica occidentale, di una forza tranquilla e ragionevole in regioni del mondo tormentate da conflittualità.

La spartizione della Somalia tra Israele e Turchia, all’ombra della supervisione USA, richiama quanto, a partire dalle crisi arabe del 2011, le due potenze mediorientali che si vorrebbero globali, o perlomeno multiregionali, hanno combinato in Siria. Siamo sempre nelle fasi di una concorrenza moderata, pro tempore, dalla connivenza.

Siria delenda, dalla connivenza alla confliggenza?

La demolizione e frantumazione di quello che, dopo la distruzione dell’Iraq, era rimasto nel Mashreq l’ultimo grande Stato arabo in grado di contenere l’espansionismo israeliano e sostenere la causa palestinese, si potrebbe definire il capolavoro soprattutto di Erdogan. Sicuramente qualcosa di più di un Proxy, agente per procura, dell’imperialismo e del sionismo, ma assolutamente in linea con i propositi strategici di queste due espressioni del dominio globale.

Protagonista, con istruttori USA e finanziamenti sauditi, dell’aggressione del 2011 delle operazioni militari sul terreno, più indispensabili delle bombe di Obama, Trump e Netanyahu, Erdogan aveva saputo ritagliarsi un ruolo decisivo dall’inizio alla fine. 13 anni dopo, Damasco cadeva sotto l’assalto delle forze mercenarie Al Qaida-Al Nusra-Isis , rastrellate da turchi e sauditi in vari paesi musulmani, allevate, addestrate e armate nei campi turchi e giordani, curate negli ospedali israeliani sul Golan (con tanto di visita e complimenti di Netanyahu in corsìa).

Questa massa di tagliagole, le cui orripilanti nefandezze ho conosciuto attraverso i racconti di testimoni, sopravvissuti e i video che i loro autori giravano, a titolo di intimidazione, ai cellulari dei cittadini siriani in tutto il paese, è forse, insieme a quanto si va compiendo dall’IDF a Gaza, il più agghiacciante esempio di subumanità che si sia mai manifestato.

Erdogan, impadronitosi del governatorato siriano settentrionale di Idlib, vi aveva installato una parte cospicua di tale mercenariato e, mentre, sotto protezione statunitense, i curdi adottavano simili misure nel nordest siriano con la scusa di combattere l’ISIS, ne aveva fatto un pezzo di Turchia. Una popolazione di 1,5 milioni era sottoposta alla tirannia sanguinaria di un’occupazione militare che si era appropriata anche di tutte le funzioni economiche, produttive e commerciali.  

Con la presenza russa evaporata nel giro di ore, una Siria menomata da tredici anni di guerra, saccheggi, devastazioni bombarole, sanzioni, soverchiante forza militare, con il bonus di un’occupazione curdo-statunitense del Nordest che l’aveva privata delle risorse agricole e petrolifere e l’ulteriore aggravio di uno spaventoso terremoto nel 2023, l’esito era scritto.

Meloni e Al Sharaa

A Damasco viene insediato il tagliateste per eccellenza, prima Al Jolani, ora Ahmed al Sharaa, capo di una congrega mercenaria di terroristi sanguinari come raramente ne aveva visti il mondo. Di quelli che mandavano in giro le foto di soldati siriani scuoiati e appesi agli alberi. Lo riconoscono, incontrano, ricevono tutti: Trump, Putin, Netanyahu, Meloni e, naturalmente, Erdogan. La connivenza negli anni della guerra diventa partnership nella spartizione dei quarti da divorare: Turchia al Nord, Israeliani al Sud, arrivati con la scusa di difendere i drusi emarginati dall’ISIS di regime, ai tagliagole il resto. I curdi, traditori traditi, dopo qualche scaramuccia con i governativi, restano al palo, nella zona da sempre abitata. I loro combattenti vengono incorporati nel nuovo esercito detto siriano.

C’è chi vede nella spartizione della Siria e in un Israele che a tutto è disponibile fuorchè a uno status di parità con altri, il seme dell’inevitabile scontro tra un Grande Israele e una, per esso inaccettabile, Grande Turchia. Ha da venì. Per ora sono commensali. Conviventi e conniventi.

Si va nel Caucaso

Raggiunti i suoi obiettivi in Siria, in concorso con Israele e sotto tutela USA, il neosultano gioca una nuova mano di poker in Asia e, grazie al ruolo di ferro di lancia USA-NATO, garantitogli dall’obiettivo implicito dell’assedio alla Russia (alla Cina ci pensa la minoranza musulmana e turcofoni dello Xinjiang, dedita ad attentati e presuntamente repressa da Pechino) pare in grado di portarsi via piatto, mano e partita. L’apertura è di Ilham Aliyev, già governatore sovietico dell’islamico Azerbaijan, mutatosi in dittatore e fattosi partner di Erdogan, fiduciario degli USA e minaccia incombente sul confinante Iran. Densa di interrogativi, dalle facili risposte, quell’elicottero presidenziale iraniano che nel 2024, venendo da Baku, capitale azera, sorvola una base del Mossad sul confine con l’Iran, per poi precipitare con esito mortale per il presidente iraniano, Ibrahim Raisi).

 

Dotato dell’appoggio logistico del fratello musulmano di Ankara e di armamenti israeliani, nell’autunno 2020 Aliyev attacca l’enclave armena del Nagorno Karabakh, formalmente riconosciuta parte dello Stato azero, ma proclamatasi Repubblica dell’Artsakh. L’Armenia, storicamente alleata della Russia, ma dove nel 2018 una rivoluzione colorata alla CIA ha portato al potere Nicol Pashinyan, che ha subito allontanato il paese dalla sfera d’influenza russa, non s’impegna nella difesa dell’enclave. Una serpe in seno. Con l’annessione di gran parte della regione, la vittoria è azera, seppure temperata da un accordo che vede truppe russe collocate a difesa di quanto resta dell’enclave nel corridoio che la divide dall’Azerbaijan. Accordo che durerà poco. Oggi i russi della forza di peace keeping non ci sono più. Nel 2025 sono stati ritirati.

Azerbaijan, Kazakhistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan. Sono il passaggio obbligato dall’estremo Oriente all’Europa. Tutti guardano politicamente, linguisticamente e confessionalmente ad Ankara. Alla quale guarda anche la Repubblica Turca di Cipro Nord. Erano, nel Caucaso, gli Stati musulmani dell’URSS. Dal 2009 sono l’OTS, l’Organizzazione degli Stati Turcofoni, una realtà dotata di immense risorse naturali, soprattutto energetiche, internazionalmente sempre più assertiva e influente, dotata di capillari infrastrutture, in parte risalenti all’epoca sovietica, in parte creazione cinese. 

Cambia il paradigma geopolitico in Asia Centrale

 

Vi vivono 170 milioni di musulmani, hanno un PIL aggregato di 2 trilioni. I loro organi sono un Consiglio dei Capi di Stato, il Consiglio dei Ministri degli Esteri e organismi specializzati per cultura, economia, sicurezza. Sono la fonte, ad Ankara, per sogni di unità turca. Nel 2021 la Dichiarazione di Shusha, firmata con la Turchia, ha elevato le relazioni bilaterali ad alleanza formale con difesa congiunta. Russia e Cina ne sono rimasti fuori. Uno dei primi atti è stato l’apprezzamento “per gli sforzi profusi dalla Turchia in Siria”. Agli USA non potrebbe andar meglio, visto che il più potente alleato in NATO si è fatto ponte tra loro e questa realtà allineata lungo i confini meridionali della Russia. Tutti gli Stati dell’OTS hanno plaudito all’impresa turco-azero-israeliana contro l’Armenia cristiana.

Subito evidente l’interesse degli USA per questa struttura collocata a ridosso delle due potenze mondiali concorrenti, nel cuore dell’Asia dove si trovano almeno 25 dei 45 minerali essenziali per le tecnologie Big Tech. Segue l’intenzione di investirvi un significativo capitale politico, con offerte di collaborazione in materia di economia e sicurezza, come manifestate ai primi dell’anno con la visita alla regione del vice presidente, J.D.Vance, Vi si è deciso il consolidamento della cosiddetta Rotta Internazionale di Trump per la Pace e la Prosperità, il TRIPP, un corridoio  di trasporti di 43 km che unisce Turchia, Armenia, Azerbaijan e Kazakhistan e rimpiazzerebbe un analogo corridoio logistico, lo Zangezur, concordato con la Russia dopo la guerra del Nagorno Karabakh. Il monitoraggio di questa arteria strategica, sotto supervisione turca, verrebbe affidato a un gruppo multinazionale di paesi NATO, comprendente personale tecnico turco e statunitense.

Turchia, sempre meno Montreux e sempre più NATO

Per completare l’assedio della Russia, non potendosi parlare ancora di accerchiamento visto il confronto aperto sull’Artico, bisognava assicurarsi il controllo del Mar Nero, mare dai paesi rivieraschi europei, integrati dal meticcio turco, da un frammento di costa della Georgia e dalla Russia che occupa quasi per intero la costa orientale. E’ il mare che apre, e chiude, lo stretto dei Dardanelli, un passaggio non cruciale come quelli di Hormuz, o di Bab el Mandeb, ma, come s’è constatato a partire dalla guerra in Ucraina, di notevole importanza logistica e geopolitica. Chi ne detiene le chiavi possiede capacità di convinzione.

Un tempo l’assetto pacifico e neutrale della regione era assicurato dalla Convenzione di Montreux. Venne firmata il 20 luglio 1936 da TurchiaFranciaGreciaRomaniaRegno Unito e Unione Sovietica. Aveva lo scopo di regolamentare la navigazione ed il passaggio attraverso lo Stretto dei Dardanelli, il Mar di Marmara ed il Bosforo. Nella convenzione, per garantire la sicurezza agli Stati che si affacciano sul Mar Nero, è affermato il riconoscimento della piena libertà di transito delle navi mercantili di qualsiasi bandiera in tempo di pace, con la sola condizione di soddisfare i diritti di transito e le prescrizioni sanitarie. In tempo di guerra la libertà di passaggio e navigazione per i mercantili dei paesi neutrali.

Su questo assetto, reso già traballante dalle operazioni militari condotte da ucraini e russi nella guerra in corso, interviene ora la mano pesantissima della NATO, anche stavolta in versione ottomana. Lo caratterizza la strategia USA intesa a azzerare la cooperazione energetica tra Russia e UE e impedire a quest’ultima di costituirsi in rivale commerciale. A questo scopo la NATO, che paradossalmente include una maggioranza di paesi europei, serve agli USA da cavallo di Troia in Asia. L’emergere dell’Iran quale attore di primo piano nella regione e oltre, e di “competitor” in grado di paralizzare le manovre egemoniche israeliane, ha acuito l’interesse degli USA e, dunque, l’impegno della NATO.

E se tra Putin e Trump sembra esserci confluenza di intenti, almeno nel breve periodo, qui siamo alla frizione. E qui Erdogan, il biscazziere, si gioca una mano che spera di successo come quelle di Siria, Libia, Corno d’Africa. E ha fretta. Come ogni tanto eruzioni di contestazione dimostrano, la sua base sociale, perlopiù afflitta da gravi problemi economici, inflazione in testa, si rivela frammentata tra diversi segmenti - governo, opposizione, accademia, media, laici, integralisti, kemalisti – con differenti e confliggenti paradigmi. Le elezioni generali del 2028 non sono lontanissime. Le fughe in avanti geopolitiche del sultano biscazziere sono motivate anche da questa condizione. E puntano a rafforzarlo mediante l’integrazione di Ankara negli obiettivi USA, qui vestiti da NATO, mettendo a rischio la neutralità attiva imposta alla Turchia dall’articolo 19 di Montreux.

Tocca al Mar Nero

 

Gli attacchi ucraini all’infrastruttura energetica turca del Blue Stream e del Turkish Stream che, col TAP, alimentano anche l’Italia, non hanno dissuaso Erdogan dall’aderire nel 2025 alla “Coalizione dei Volontari Ucraini”, estensione operativa della NATO, mossa che viola la Convenzione di Montreux, ha irritato Mosca e ha trasformato una neutralità tattica in allineamento strategico.

Incirlik in Turchia è, dopo Rammstein in Germania, la più grande base USA-NATO e ospita 100 bombe atomiche. Nessun Sanchez, qui, ha mai contestato il suo uso per le aggressioni ai paesi vicini da obliterare (con non marginali guadagni anche per la Turchia).  Adana fa il paio con Incirlik. E’ una delle principali città turche e, dalle coste dell’Egeo, vede Cipro e le coste libanesi e della Palestina occupata. Prima degli eventi del 7 ottobre 2023, la Turchia era già membro della Combined Joint Task Force – Operazione Inherent Resolve, una formazione militare multinazionale, e della NATO Response Force, forza di risposta rapida della NATO. Ora, con l’installazione ad Adana del Quartier Generale del Corpo Multinazionale NATO (MNC-TUR), fatto passare per risposta alla “minaccia iraniana”, ma realizzato a seguito dell’operazione “Alluvione di Al Aqsa” del 7 ottobre 23, si perfeziona il processo di integrazione turca nella strategia di guerra a 360 gradi di Israele.

Di questo Quartier Generale è programmata nello Stretto dei Dardanelli, ad Anadolu Kavagi Beykoz, località all’imboccatura del Mar Nero, una componente del Comando Marittimo della NATO. Per questa violazione NATO della Convenzione di Montreux i turchi avevano presentato il pretesto delle mine vaganti seminate dalla guerra in Ucraina, ignorando il precedente provvedimento, del 1.luglio 2024, concordato tra Turchia, Romania, Bulgaria, per una soluzione regionale del problema.

Si tratta di un cambiamento storico. La creazione di una Forza Congiunta d’Intervento nel Mar Nero assicura alla NATO una continuità istituzionale e operativa dal Mediterraneo ai confini russi e al Mare di Azov, minando un equilibrio che la Convenzione di Montreux aveva assicurato per quasi un secolo. Il Nulla Osta di Ankara trasforma la Turchia in una struttura avanzata per il confronto con la Russia.

Resta da chiedersi dove si fermeranno i tentacoli della piovra neo-ottomana, oggi braccio armato della Coalizione Epstein. Secondo alcuni l’esito non potrà che comportare l’eliminazione di uno dei due galli nel pollaio mediorientale, Grande Israele e neo-ottomanesimo, da concorrenza-convivenza-connivenza, alla confliggenza. E qui la partita vedrebbe al tavolo un altro giocatore, quello a stelle e strisce, con in mano le carte migliori.

Come finirà la partita sta in grembo a Giove. Ma almeno conosciamo giocatori e posta..