FULVIO
GRIMALDI
IL
SULTANO BISCAZZIERE
Un
ferro di lancia NATO in Medioriente, Asia e Africa
Concorrenza?
Convivenza? Connivenza?
O
tutte e tre le strategie a seconda della fase?
L’ultimo
pronunciamento severo di Recep Tayyip Erdogan su Israele è stato l’anno scorso
una denuncia dei crimini commessi contro la popolazione di Gaza a dispetto
delle tregue firmate. Ce n’era stata qualcun’altra prima, via via che le
vittime salivano di decine di migliaia. Senza peraltro che questi dissapori interrompessero
gli storici rifornimenti a Israele di cemento turco (in passato anche di
petrolio rubato in Siria) senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del
materiale, non sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal
missile iraniano.
La
stessa condanna, necessitata anche dai sentimenti di un elettorato musulmano
filopalestinese, ci si sarebbe ora aspettata sugli analoghi crimini che lo
Stato degli ebrei va compiendo in Libano, sempre a sistematica violazione di
tregue firmate, e in Cisgiordania, nominalmente territorio palestinese
occupato, ma in corso di annessione. Ma
Erdogan ha taciuto. Solo davanti all’assalto criminale e brutale alla nuova
Flotilla in acque internazionali, a centinaia di miglia dalla Palestina
occupata, e alla quale avrebbero partecipato anche barche turche, ha proferito
un rimbrotto. Le cose cambiano. Vediamo come.
Anche
la grottesca mistificazione democraticistica delle elezioni in Cisgiordania e
in un campo profughi di Gaza, in assenza di Hamas e affidata in esclusiva al
partito collaborazionista Fatah di Abu Mazen, con partecipazione tra il 22% e
il 27%, che vale uno sputo in faccia dell’elettorato all’ANP, non ha suscitato
una levata di sopracciglia. E neppure c’è stata l’interruzione delle storiche
forniture a Israele di cemento turco (in passato anche di petrolio rubato in
Siria), senza i quali lo Stato sionista, del tutto privo del materiale, non
sarebbe in grado di ricostruire neanche un muro buttato giù dal missile
iraniano.
Non
pare esserci, tra Turchia e Israele, concorrenza in materia. Forse convivenza
e, dunque, tolleranza, finchè si tratta di Libano e di Cisgiordania, per le
quali aree non risulta, al momento, un diretto interessamento di Ankara. Che
invece c’è, eccome, in molte altre parti di due continenti, Asia e Africa,
tanto da non potersi evitare di parlare di un robusto sub-imperialismo
ottomano. Sub, perché sempre più nettamente inserito nell’imperialismo USA, ora
di stampo trumpista, dopo l’avvertimento dato da Obama, con il golpe del 2016
scopertamente originato negli USA, a un Erdogan in vena di giri di valzer.
Un
imperialismo spiegato ad alleati e avversari, senza fronzoli legali o morali, da
due recenti documenti USA: la Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS
nell’acronimo inglese) e la Strategia per la Difesa Nazionale (NDS). Di cosa
questi documenti comportino ci occupiamo più in là, quando daremo uno sguardo
alla sinergia operativa Washington-Ankara per il Caucaso e l’Asia Centrale,
tutt’intorno a Russia e Cina.
Tutto
questo in risposta a quella nutrita schiera di analisti che, sorvolando sugli elementi
strategici della geopolitica di Erdogan, preferiscono evidenziarne gli aspetti
condivisibili, quali i tentativi di mediazione tra Mosca a Kiev (che tuttavia
non impediscono la fornitura a Zelensky di armamenti), lo sblocco del grano
ucraino da vendere in Africa, l’apparente neutralità nel conflitto sull’Iran, o.
appunto, le sporadiche espressioni di biasimo nei confronti di Netanyahu.
Neottomanesimo
dal Mediterraneo all’Africa
Al
netto di un regime repressivo che vede l’impossibilità della società turca di
darsi un’opzione alternativa a Erdogan e al suo AKP, Partito della Giustizia e
dello Sviluppo, al netto anche di una crisi economica endemica, la Turchia si
distingue per grandi ambizioni espansionistiche. Un dinamismo che abbiamo visto
materializzarsi poco dopo la distruzione della Libia e l’installazione a
Tripoli, con il consenso ONU (essenzialmente USA e UE), di un regime di bande
di spolpatori di risorse e di trafficanti di carne umana, ben simboleggiato dal
noto Usama Almasri, di nordiana memoria. Il compito assegnato da noi e
dall’Europa a questa finzione di Stato è quello di regolare, nel segno del
ricatto, i flussi di migranti tra Africa Nera ed Europa.
Alla
determinazione di una striscia di mare con giacimenti di gas su cui vantare una
primazia, corridoio che va dalla costa Egea al mare libico, Erdogan accompagna
l’invio di truppe che ne assicurino il controllo e, nell’immediato, assicurino la
propria tutela alla malferma criminalità organizzata fatta passare per governo
libico.
Grazie
a esse, Tripoli saprà resistere all’offensiva del parlamento legittimo libico,
espulso nel 2014 da Tripoli e insediatosi a Bengasi, le cui forze armate sono
guidate dal generale Haftar, che controlla tutta la Libia tranne la
Tripolitania e sostiene la candidatura a presidente del figlio di Gheddafi,
Saif al Islam. Candidatura che il concerto Nato, che da Tripoli amministra il
caos libico, ha prontamente fatto annullare.
Said
al Islam Gheddafi
L’impresa
libica del sultano precede una penetrazione nell’area più strategica
dell’intera regione, il Corno d’Africa con lo Stretto di Bab el Mandeb e il Mar
rosso, transito di quasi metà del commercio mondiale. E qui entriamo nella fase
della concorrenza-convivenza con Israele, che, come già in Siria, assume la
forma della spartizione. Israele non aveva finito di porre la ceralacca sotto
il suo riconoscimento di uno dei tanti frammenti secessionisti della Somalia,
il Somaliland, subito inserito negli Accordi di Abramo, che si è ritrovato
faccia a faccia con i turchi. L’interesse turco, del tutto sovrapponibile a
quello di Tel Aviv, ma stavolta nettamente concorrenziale, per uno sbocco
sull’area di transito da Oriente a Occidente, come per una porta d’ingresso al
continente, si è concretizzato con una precipitosa partnership con Mogadiscio,
capitale del frammento maggiore di quel che resta dell’antica colonia italiana.
Facendosi
assegnare dall’ennesimo governicchio fantoccio USA che, grazie ai bombardamenti
di Trump, sopravvive all’endemica rivolta islamica degli Al Shabaab, basi
militari, l’addestramento delle truppe somale, diritti – anche qui - di ricerca
di idrocarburi e addirittura la sicurezza marittima, ecco che sul cruciale
Golfo di Aden, a dispetto degli ostici nazionalisti yemeniti ed eritrei, si
impone una determinante presenza turca. Indirettamente NATO. Introdottosi nella
regione con il cappello del mediatore nelle perenni dispute territoriali grazie
alle quali l’Etiopia divora fette di Somalia, Erdogan fa ancora una volta la
figura, benvista dall’ipocrisia diplomatica occidentale, di una forza
tranquilla e ragionevole in regioni del mondo tormentate da conflittualità.
La
spartizione della Somalia tra Israele e Turchia, all’ombra della supervisione
USA, richiama quanto, a partire dalle crisi arabe del 2011, le due potenze
mediorientali che si vorrebbero globali, o perlomeno multiregionali, hanno
combinato in Siria. Siamo sempre nelle fasi di una concorrenza moderata, pro
tempore, dalla connivenza.
Siria
delenda, dalla connivenza alla confliggenza?
La
demolizione e frantumazione di quello che, dopo la distruzione dell’Iraq, era
rimasto nel Mashreq l’ultimo grande Stato arabo in grado di contenere
l’espansionismo israeliano e sostenere la causa palestinese, si potrebbe
definire il capolavoro soprattutto di Erdogan. Sicuramente qualcosa di più di
un Proxy, agente per procura, dell’imperialismo e del sionismo, ma
assolutamente in linea con i propositi strategici di queste due espressioni del
dominio globale.
Protagonista,
con istruttori USA e finanziamenti sauditi, dell’aggressione del 2011 delle
operazioni militari sul terreno, più indispensabili delle bombe di Obama, Trump
e Netanyahu, Erdogan aveva saputo ritagliarsi un ruolo decisivo dall’inizio
alla fine. 13 anni dopo, Damasco cadeva sotto l’assalto delle forze mercenarie
Al Qaida-Al Nusra-Isis , rastrellate da turchi e sauditi in vari paesi
musulmani, allevate, addestrate e armate nei campi turchi e giordani, curate
negli ospedali israeliani sul Golan (con tanto di visita e complimenti di
Netanyahu in corsìa).
Questa
massa di tagliagole, le cui orripilanti nefandezze ho conosciuto attraverso i
racconti di testimoni, sopravvissuti e i video che i loro autori giravano, a
titolo di intimidazione, ai cellulari dei cittadini siriani in tutto il paese,
è forse, insieme a quanto si va compiendo dall’IDF a Gaza, il più agghiacciante
esempio di subumanità che si sia mai manifestato.
Erdogan,
impadronitosi del governatorato siriano settentrionale di Idlib, vi aveva
installato una parte cospicua di tale mercenariato e, mentre, sotto protezione
statunitense, i curdi adottavano simili misure nel nordest siriano con la scusa
di combattere l’ISIS, ne aveva fatto un pezzo di Turchia. Una popolazione di
1,5 milioni era sottoposta alla tirannia sanguinaria di un’occupazione militare
che si era appropriata anche di tutte le funzioni economiche, produttive e
commerciali.
Con
la presenza russa evaporata nel giro di ore, una Siria menomata da tredici anni
di guerra, saccheggi, devastazioni bombarole, sanzioni, soverchiante forza
militare, con il bonus di un’occupazione curdo-statunitense del Nordest che
l’aveva privata delle risorse agricole e petrolifere e l’ulteriore aggravio di
uno spaventoso terremoto nel 2023, l’esito era scritto.
Meloni
e Al Sharaa
A
Damasco viene insediato il tagliateste per eccellenza, prima Al Jolani, ora
Ahmed al Sharaa, capo di una congrega mercenaria di terroristi sanguinari come
raramente ne aveva visti il mondo. Di quelli che mandavano in giro le foto di
soldati siriani scuoiati e appesi agli alberi. Lo riconoscono, incontrano,
ricevono tutti: Trump, Putin, Netanyahu, Meloni e, naturalmente, Erdogan. La
connivenza negli anni della guerra diventa partnership nella spartizione dei
quarti da divorare: Turchia al Nord, Israeliani al Sud, arrivati con la scusa
di difendere i drusi emarginati dall’ISIS di regime, ai tagliagole il resto. I
curdi, traditori traditi, dopo qualche scaramuccia con i governativi, restano
al palo, nella zona da sempre abitata. I loro combattenti vengono incorporati
nel nuovo esercito detto siriano.
C’è
chi vede nella spartizione della Siria e in un Israele che a tutto è
disponibile fuorchè a uno status di parità con altri, il seme dell’inevitabile
scontro tra un Grande Israele e una, per esso inaccettabile, Grande Turchia. Ha
da venì. Per ora sono commensali. Conviventi e conniventi.
Si
va nel Caucaso
Raggiunti
i suoi obiettivi in Siria, in concorso con Israele e sotto tutela USA, il
neosultano gioca una nuova mano di poker in Asia e, grazie al ruolo di ferro di
lancia USA-NATO, garantitogli dall’obiettivo implicito dell’assedio alla Russia
(alla Cina ci pensa la minoranza musulmana e turcofoni dello Xinjiang, dedita
ad attentati e presuntamente repressa da Pechino) pare in grado di portarsi via
piatto, mano e partita. L’apertura è di Ilham Aliyev, già governatore sovietico
dell’islamico Azerbaijan, mutatosi in dittatore e fattosi partner di Erdogan,
fiduciario degli USA e minaccia incombente sul confinante Iran. Densa di
interrogativi, dalle facili risposte, quell’elicottero presidenziale iraniano
che nel 2024, venendo da Baku, capitale azera, sorvola una base del Mossad sul
confine con l’Iran, per poi precipitare con esito mortale per il presidente
iraniano, Ibrahim Raisi).
Dotato
dell’appoggio logistico del fratello musulmano di Ankara e di armamenti
israeliani, nell’autunno 2020 Aliyev attacca l’enclave armena del Nagorno
Karabakh, formalmente riconosciuta parte dello Stato azero, ma proclamatasi
Repubblica dell’Artsakh. L’Armenia, storicamente alleata della Russia, ma dove
nel 2018 una rivoluzione colorata alla CIA ha portato al potere Nicol
Pashinyan, che ha subito allontanato il paese dalla sfera d’influenza russa,
non s’impegna nella difesa dell’enclave. Una serpe in seno. Con l’annessione di
gran parte della regione, la vittoria è azera, seppure temperata da un accordo
che vede truppe russe collocate a difesa di quanto resta dell’enclave nel
corridoio che la divide dall’Azerbaijan. Accordo che durerà poco. Oggi i russi
della forza di peace keeping non ci sono più. Nel 2025 sono stati ritirati.
Azerbaijan,
Kazakhistan, Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan. Sono il passaggio
obbligato dall’estremo Oriente all’Europa. Tutti guardano politicamente,
linguisticamente e confessionalmente ad Ankara. Alla quale guarda anche la
Repubblica Turca di Cipro Nord. Erano, nel Caucaso, gli Stati musulmani
dell’URSS. Dal 2009 sono l’OTS, l’Organizzazione degli Stati Turcofoni, una
realtà dotata di immense risorse naturali, soprattutto energetiche, internazionalmente
sempre più assertiva e influente, dotata di capillari infrastrutture, in parte
risalenti all’epoca sovietica, in parte creazione cinese.
Cambia
il paradigma geopolitico in Asia Centrale
Vi
vivono 170 milioni di musulmani, hanno un PIL aggregato di 2 trilioni. I loro
organi sono un Consiglio dei Capi di Stato, il Consiglio dei Ministri degli
Esteri e organismi specializzati per cultura, economia, sicurezza. Sono la
fonte, ad Ankara, per sogni di unità turca. Nel 2021 la Dichiarazione di Shusha,
firmata con la Turchia, ha elevato le relazioni bilaterali ad alleanza formale
con difesa congiunta. Russia e Cina ne sono rimasti fuori. Uno dei primi atti è
stato l’apprezzamento “per gli sforzi profusi dalla Turchia in Siria”. Agli USA
non potrebbe andar meglio, visto che il più potente alleato in NATO si è fatto
ponte tra loro e questa realtà allineata lungo i confini meridionali della
Russia. Tutti gli Stati dell’OTS hanno plaudito all’impresa
turco-azero-israeliana contro l’Armenia cristiana.
Subito
evidente l’interesse degli USA per questa struttura collocata a ridosso delle
due potenze mondiali concorrenti, nel cuore dell’Asia dove si trovano almeno 25
dei 45 minerali essenziali per le tecnologie Big Tech. Segue l’intenzione di investirvi
un significativo capitale politico, con offerte di collaborazione in materia di
economia e sicurezza, come manifestate ai primi dell’anno con la visita alla
regione del vice presidente, J.D.Vance, Vi si è deciso il consolidamento della
cosiddetta Rotta Internazionale di Trump per la Pace e la Prosperità, il TRIPP,
un corridoio di trasporti di 43 km che
unisce Turchia, Armenia, Azerbaijan e Kazakhistan e rimpiazzerebbe un analogo
corridoio logistico, lo Zangezur, concordato con la Russia dopo la guerra del
Nagorno Karabakh. Il monitoraggio di questa arteria strategica, sotto
supervisione turca, verrebbe affidato a un gruppo multinazionale di paesi NATO,
comprendente personale tecnico turco e statunitense.
Turchia,
sempre meno Montreux e sempre più NATO
Per
completare l’assedio della Russia, non potendosi parlare ancora di
accerchiamento visto il confronto aperto sull’Artico, bisognava assicurarsi il
controllo del Mar Nero, mare dai paesi rivieraschi europei, integrati dal
meticcio turco, da un frammento di costa della Georgia e dalla Russia che
occupa quasi per intero la costa orientale. E’ il mare che apre, e chiude, lo
stretto dei Dardanelli, un passaggio non cruciale come quelli di Hormuz, o di
Bab el Mandeb, ma, come s’è constatato a partire dalla guerra in Ucraina, di
notevole importanza logistica e geopolitica. Chi ne detiene le chiavi possiede
capacità di convinzione.
Un
tempo l’assetto pacifico e neutrale della regione era assicurato dalla
Convenzione di Montreux. Venne firmata il 20 luglio 1936 da Turchia, Francia, Grecia, Romania, Regno Unito e Unione Sovietica. Aveva lo scopo di regolamentare la navigazione ed il
passaggio attraverso lo Stretto
dei Dardanelli, il Mar di Marmara ed il Bosforo. Nella convenzione, per garantire la sicurezza agli
Stati che si affacciano sul Mar Nero, è affermato il riconoscimento della piena libertà di
transito delle navi mercantili di qualsiasi bandiera in tempo di pace, con la
sola condizione di soddisfare i diritti di transito e le prescrizioni
sanitarie. In tempo di guerra la libertà di passaggio e navigazione per i
mercantili dei paesi neutrali.
Su
questo assetto, reso già traballante dalle operazioni militari condotte da
ucraini e russi nella guerra in corso, interviene ora la mano pesantissima
della NATO, anche stavolta in versione ottomana. Lo caratterizza la strategia
USA intesa a azzerare la cooperazione energetica tra Russia e UE e impedire a
quest’ultima di costituirsi in rivale commerciale. A questo scopo la NATO, che
paradossalmente include una maggioranza di paesi europei, serve agli USA da
cavallo di Troia in Asia. L’emergere dell’Iran quale attore di primo piano
nella regione e oltre, e di “competitor” in grado di paralizzare le manovre
egemoniche israeliane, ha acuito l’interesse degli USA e, dunque, l’impegno
della NATO.
E
se tra Putin e Trump sembra esserci confluenza di intenti, almeno nel breve
periodo, qui siamo alla frizione. E qui Erdogan, il biscazziere, si gioca una
mano che spera di successo come quelle di Siria, Libia, Corno d’Africa. E ha
fretta. Come ogni tanto eruzioni di contestazione dimostrano, la sua base
sociale, perlopiù afflitta da gravi problemi economici, inflazione in testa, si
rivela frammentata tra diversi segmenti - governo, opposizione, accademia,
media, laici, integralisti, kemalisti – con differenti e confliggenti
paradigmi. Le elezioni generali del 2028 non sono lontanissime. Le fughe in
avanti geopolitiche del sultano biscazziere sono motivate anche da questa
condizione. E puntano a rafforzarlo mediante l’integrazione di Ankara negli
obiettivi USA, qui vestiti da NATO, mettendo a rischio la neutralità attiva
imposta alla Turchia dall’articolo 19 di Montreux.
Tocca
al Mar Nero
Gli
attacchi ucraini all’infrastruttura energetica turca del Blue Stream e del
Turkish Stream che, col TAP, alimentano anche l’Italia, non hanno dissuaso
Erdogan dall’aderire nel 2025 alla “Coalizione dei Volontari Ucraini”,
estensione operativa della NATO, mossa che viola la Convenzione di Montreux, ha
irritato Mosca e ha trasformato una neutralità tattica in allineamento
strategico.
Incirlik
in Turchia è, dopo Rammstein in Germania, la più grande base USA-NATO e ospita
100 bombe atomiche. Nessun Sanchez, qui, ha mai contestato il suo uso per le
aggressioni ai paesi vicini da obliterare (con non marginali guadagni anche per
la Turchia). Adana fa il paio con
Incirlik. E’ una delle principali città turche e, dalle coste dell’Egeo, vede
Cipro e le coste libanesi e della Palestina occupata. Prima degli eventi del 7
ottobre 2023, la Turchia era già membro della Combined Joint Task Force – Operazione
Inherent Resolve, una formazione militare multinazionale, e della NATO
Response Force, forza di risposta rapida della NATO. Ora, con
l’installazione ad Adana del Quartier Generale del Corpo Multinazionale NATO
(MNC-TUR), fatto passare per risposta alla “minaccia iraniana”, ma realizzato a
seguito dell’operazione “Alluvione di Al Aqsa” del 7 ottobre 23, si perfeziona
il processo di integrazione turca nella strategia di guerra a 360 gradi di
Israele.
Di
questo Quartier Generale è programmata nello Stretto dei Dardanelli, ad Anadolu
Kavagi Beykoz, località all’imboccatura del Mar Nero, una componente del
Comando Marittimo della NATO. Per questa violazione NATO della Convenzione di
Montreux i turchi avevano presentato il pretesto delle mine vaganti seminate dalla
guerra in Ucraina, ignorando il precedente provvedimento, del 1.luglio 2024,
concordato tra Turchia, Romania, Bulgaria, per una soluzione regionale del
problema.
Si
tratta di un cambiamento storico. La creazione di una Forza Congiunta
d’Intervento nel Mar Nero assicura alla NATO una continuità istituzionale e
operativa dal Mediterraneo ai confini russi e al Mare di Azov, minando un
equilibrio che la Convenzione di Montreux aveva assicurato per quasi un secolo.
Il Nulla Osta di Ankara trasforma la Turchia in una struttura avanzata per il
confronto con la Russia.
Resta
da chiedersi dove si fermeranno i tentacoli della piovra neo-ottomana, oggi
braccio armato della Coalizione Epstein. Secondo alcuni l’esito non potrà che
comportare l’eliminazione di uno dei due galli nel pollaio mediorientale,
Grande Israele e neo-ottomanesimo, da concorrenza-convivenza-connivenza, alla
confliggenza. E qui la partita vedrebbe al tavolo un altro giocatore, quello a
stelle e strisce, con in mano le carte migliori.
Come
finirà la partita sta in grembo a Giove. Ma almeno conosciamo giocatori e
posta..
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