America
Latina tra tradimenti e resistenze
BOLIVIA
2000: RIVOLUZIONE – CONTRORIVOLUZIONE - RIVOLUZIONE?
Cosa
c’è “sotto”?
La Colombia tiene?
E’
lunedì mattina e aggiungo questo capoverso in testa al pezzo per completare la
piccola rassegna degli ultimi sviluppi in un continente latinoamericano dalla
forte turbolenza. Al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ha
prevalso, per pochissimi voti, il candidato della destra Abelardo de la
Espriella (44%), “El Tigre”, personaggio su cui punta Trump. Ivàn Cepeda, il
candidato della sinistra (41%), continuatore della linea antimperialista di
Gustavo Petro, ha contestato i risultati dello spoglio denunciando la
manipolazione di centinaia di migliaia di voti. Il ballottaggio si svolge il 21
giugno. La partita è decisiva per l’intero Cono Sud. Petro aveva estratto la
Colombia da decenni di narcotirannia e di milizie paramilitari (la famigerata
“Israele latinoamericana”). L’eventuale vittoria di Cepeda costituirebbe un
segnale di drastica controtendenza rispetto alla strategia di restaurazione
lanciata da Trump con il suo piano Donroe.
Aspettando
Cuba
In
attesa che, constatata non risolutrice per l’eliminazione del maxidisturbo
caraibico che tiene duro da quasi 70 anni, il metodo niente energia, niente
trasporti, niente cibo, niente economia, niente sanità, si materializzi
l’opzione che Trump adombra quando blatera “tutte le opzioni sono sul tavolo”.
Di opzioni ne ha tre. 1) Invasione, ma il ricordo della Baia dei Porci la
sconsiglia. 2) Bombardamento, fino ad affondare l’isola, ma il contesto
internazionale gliela farebbe pagare (da decenni 187 paesi votano contro il
bloqueo, 3 a favore). 3) Una compravendita alla venezuelana.
Intanto
facciamo un breve giro d’orizzonte su altri punti focali dell’America Latina. E
insistiamo sulla Bolivia, dove tutto sta per succedere.
Sul
lato del passivo: Venezuela, Honduras, Ecuador, Perù
Che
ci sia in atto una strategia della restaurazione yankee rinforzata è dimostrato
da una serie di paesi ex-antimperialisti, già vicini allo chavismo che, in un
modo o nell’altro, golpe, o malasorte elettorale (a volte manipolata), sono
rientrati in un ordine tipo “Condor 2”. C’è chi si ostina, magari per le sue
buone ragioni, a pretendere che in Venezuela tutto continui come prima e, così
facendo, dà una più o meno consapevole mano alla decapitazione del chavismo. E
questo, incredibilmente, nonostante il passaggio delle risorse in mano privata,
perlopiù USA, nonostante la rivolta popolare contro i quisling installati da
Trump, guidata dalla storica Coordinadora Simon Bolivar, da sempre avanguardia
rivoluzionaria e ora punta di diamante
della resistenza, e nonostante la denuncia di Luis Britto Garcìa.
Lo
scrittore, storico e l’intellettuale forse più rinomato e autorevole del
Venezuela, fatta a pezzi tutta la narrazione giustificazionista, ha lanciato un
appassionato e doloroso j’accuse alla conventicola che Trump ha
sostituito al presidente rapito, senza che questa offrisse uno spicciolo di
resistenza all’assalto militare. Ha denunciato una resa militare, prima ancora
che politica, subita a dispetto della disponibilità di un poderoso armamento di
difesa e dei cento tra cubani e venezuelani che si sono fatti uccidere
nell’unica resistenza opposta all’invasore, ora virtuale occupante.
All’invettiva
di Britto Garcìa si è aggiunto quella dell’ex-vicepresidente e ministro
chavista, Elias Jaua. In una lettera a tutti i venezuelani invita a rompere il
silenzio, a manifestare la propria opposizione “all’occupante”, a riunirsi
nelle piazze, inalberare cartelli e striscioni, scrivere sui muri, intonare
l’inno che Chavez cantava nelle grandi occasioni di massa: “Gloria al Bravo
Pueblo” (https://www.google.com/search?q=Chavez+canta+Gloria+al+Brsavo+Puerblo&rlz=1C1KNTJ_itIT1068IT1068&oq=Chavez+canta+Gloria+al+Brsavo+Puerblo&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOTIJCAEQIRgKGKABMgkIAhAhGAoYoAHSAQozNjY4MGowajE1qAIIsAIB8Q )
Pedro
Carrillo
In
Perù si va a un confronto elettorale tra esponenti della destra, tra le quali
spicca l’ignominioso nome Fujimori, stavolta portato dalla figlia del
dittatore, Kiki, favorita alle elezioni, mentre, a seguito di una serie di
golpe parlamentari, a partire dal 2022, con un alternarsi in brevissimo tempo
di vari presidenti, l’ultimo presidente democraticamente eletto, Pedro
Castillo, langue in carcere. Sponsor in prima fila di questi accadimenti, la
generale Laura Richardson, capo del Comando Sud del Pentagono.
Juan Orlando
Hernandez
In
Honduras la fase antimperialista di Xiomara Castro, presidente dal 2022 al
2026, eletta dopo 13 anni di governi nominati da Washington, successivi al
golpe del 2009, termina con la vittoria di Nasry Asfura, estrema destra sotto
tacco yankee, propiziata dagli interventi a gamba tesa di Trump. Mentre grazia
un ex-presidente honduregno, Juan Orlando Hernandez, condannato negli USA per
narcotraffico a 45 anni, The Donald aveva fatto sapere agli elettori che non avrebbero
più ricevuto un dollaro se non se non avessereo votato Asfura, noto come
seguace e prosecutore del narcos rilasciato.
Daniel Noboa
In
Ecuador è ormai lontana nel tempo la “Revolucion Ciudadana” che nel 2007
portò al potere Rafael Correa e, fino al 2017, una politica antimperialista di
autodeterminazione e riappropriazione delle risorse energetiche e ambientali del
paese. Contro la candidata della Revolucion Ciudadana, Luisa Gonzales,
rivince nel 2025, grazie a clamorosi brogli, Daniel Noboa, esponente di una
dinastia che, titolare delle 25 imprese più importanti del paese, è da sempre
la portatrice degli interessi delle multinazionali USA. Che includono il più
forte flusso di stupefacenti sudamericani dalla costa ecuadoriana verso Nord e
verso l’Europa e costanti provocazioni armate contro la vicina Colombia del
presidente antimperialista Gustavo Petro.
Sul
lato dell’attivo: Bolivia
Visitai
la Bolivia nel 2000, eminentemente per andare a trovare il luogo, con il suo monumento,
nel quale il Che era stato catturato e giustiziato, la Higuera, a vedere le
case, le genti, i monti, i cieli, gli alberi, che lui aveva visto prima che gli
chiudessero gli occhi con una pallottola. Era la visita al fondatore e leader
dell’unico partito in cui mi riconosco da una vita, quello guevarista. Che non
esiste. E’ una condizione dello spirito. Che però detta i tuoi pensieri e le
azioni che ne scaturiscono. Il 2000 era anche l’anno della più grande lotta
civile vista da quelle parti, non solo in Bolivia: la Guerra del agua.
Rivisitai
la Bolivia nel 2003 e mi ritroverai nel bel mezzo di una nuova guerra, quella
del gas. Entrambe queste guerre di popolo riuscirono a sottrarre beni
fondamentali agli artigli delle multinazionali statunitensi, cui governi
felloni li avevano concessi. Costarono centinaia di morti, ma aprirono un’epoca
nuova. Quella del MAS, Movimento al Socialismo, guidato dall’indio Aymara Evo
Morales. Durò vent’anni.
L’era
del MAS e il suo suicidio
E
fu alla vigilia dell’elezione di Evo a presidente della Repubblica, 22 gennaio
2006, quando il popolo raccolse il frutto del proprio coraggio e del proprio
sacrificio, che lo incontrai e intervistai nella sede del movimento a La Paz.
Personaggio molto sicuro di sé e dei suoi propositi. Anche leggermente
scorbutico.
Evo
si aggira ancora per le lande, i villaggi e le città dl dipartimento di
Cochabamba, terra dei suoi cocaleros, ma l’aura del capopopolo rivoluzionario
si è spenta, dissipata più dai suoi errori, che dalla forza reazionaria di una
borghesia che da sempre prospera all’ombra di dittature, regimi reazionari e
del padrinaggio USA.
Se
Evo Morales e il suo personalistico micropartito “Evopueblo” ora si affannano
invano a svolgere ancora un ruolo, perduto quando un presidente rivoluzionario
ha provato a trasformarsi in caudillo, quel ruolo lo ha assunto in questi mesi
un intero popolo. Sono mesi che il paese è in fiamme e resiste, con incredibile
forza, agli strumenti di una brutale, e letale repressione messa in atto dal
gruppo dirigente di estrema destra uscito dalle elezioni del 25 novembre 2025.
In quell’occasione Rodrigo Paz Pereira, democristiano, prevalse al ballottaggio
su un candidato ancora più di destra, Jorge Quirora, ex-presidente, abbattuto
dalla rivolta popolare dei primi 2000.
Due
candidati, riferibili rispettivamente ai tronconi sopravvissuti alla spaccatura
del MAS, hanno ottenuto rispettivamente il 3,2% e l’8,1%. Uno scempio che non
riflette se non le pratiche suicidarie adottate da Morales a partire dal 2019
quando, violando la Costituzione, dopo i suoi tre mandati si volle candidare
per un quarto e fu respinto dal rifiuto popolare, espresso in un referendum. Nel
novembre di quell’anno si verificò il golpe che spazzò via il governo del MAS.
Mentre contro il popolo in rivolta si scatena una repressione con decine di
morti, di cui furono vittime sindacalisti e politici, Morales, abbandonando i
suoi compagni in trincea, se la svigna in Messico. Poi ripara in Argentina.
Rientra quando un nuovo turno di elezioni, nel 2020, sancisce la vittoria del
suo storico ex-ministro dell’economia, Luis Arce, uno degli esponenti più
validi del MAS.
La
crisi della sinistra boliviana precipita ed Evo ne è la massima causa. Mentre
Arce si sforza di tenere in piedi la baracca contro il costante serpenteggiare
dei golpisti, il presidente del riscatto gli si rivolta contro, gli lancia
accuse infondate di connivenza e incompetenza. Finisce con lo spaccare il MAS
tra evisti e arcisti e anche quel fronte delle sinistre che aveva i suoi
pilastri nella COB, Central Obrera Boliviana, federazione sindacale, nei
minatori, nei campesinos, negli indigeni che qui avevano conquistato il primo “Stato
Plurinazionale” dell’America latino-indigena.
Arriva
ad allestire posti di blocco, nelle zone del suo seguito, che sabotano i
trasporti e, quindi, l’economia del paese e si scontra addirittura a
pistolettate con la polizia che aveva provato a fermarlo. All’avvicinarsi delle
elezioni, nelle quali Luis Arce risulta ancora favorito, crea un nuovo partito
a lui intitolato, Evopueblo. Che, però, per mancanza dei
requisiti giuridici, non verrà ammesso alla consultazione. Arce, dal canto suo,
per non esasperare ulteriormente lo scontro, rinuncia a candidarsi. L’esito di
tanto sfacelo era predeterminato.
Quando
le urne non contano
Torniamo
a oggi. Quanto al popolo tradito e abbandonato, questo si è impegnato
autonomamente a riunificarsi e sta da mesi dimostrando la determinazione a
riprendere in mano il proprio destino. Il governo in carica, di cui le masse
chiedono le dimissioni, tra scioperi generali a tempo indeterminato, marce,
assedi ai palazzi governativi, blocchi stradali in tutto il paese che ne
impediscono il funzionamento, il controllo del governo si limita ormai a poco
più del dipartimento della capitale. Dove è minacciato dalla città gemella di
El Alto, storicamente roccaforte dello schieramento socialista e
antimperialista e punta avanzata dell’assalto alla presidenza Rodrigo Paz. A
fine maggio il parlamento assegna al presidente i poteri speciali della legge
dell’emergenza e pere l’impiego dell’esercito nella repressione.
L’innesco
immediato della sollevazione è un decreto del 18 dicembre che, con la scusa di
un deficit fiscale, elimina quei sussidi al costo dei carburanti che facevano
funzionare i trasporti e quindi l’economia. Prezzi raddoppiati. Inoltre, viene
acquistato e venduto dallo Stato un diesel di pessima qualità che inizia a
danneggiare i veicoli. Subito dopo, altra sferzata: la piccola proprietà
terriera viene riclassificata come media, misura che viene interpretata da
indigeni e sindacati agricoli come un attacco diretto alla piccola proprietà
della terra. Seguono altre misure di austerità.
La reazione
si manifesta con una protesta degli autotrasportatori che blocca i maggiori
centri urbani. Parte in tutto il paese una serie di scioperi selvaggi. Ne
prende la guida la COB e il suo segretario generale, Mario Argollo, ora in
clandestinità, ne assume la leadership. Lo sciopero diventa generale e a tempo
indeterminato con, per avanguardie i minatori che, muniti di dinamite, marciano
sulla capitale, assieme ai cocaleros e agli insegnanti. Arrivano a oltre 150 in
tutto il paese i posti di blocco allestiti dagli insorti. Il paese è
paralizzato. Non circola più un litro di carburante. Il regime reagisce con ulteriore
violenza.
Accordi
di Abramo a sostegno del regime
Al sesto mese di ultraliberismo
e austerità, con conseguente vera e propria sollevazione la richiesta di ritiro
dei provvedimenti antipopolari si evolve in richiesta di dimissioni tout
court del presidente Rodrigo Paz. Le chiedono addirittura reparti
dell’esercito. Grande impressione, suscita, alla fine del mese, un’enorme
marcia delle donne sui palazzi del potere nella capitale. Le forze della
repressione assistono paralizzate.
La prospettiva è la
caduta del governo, nuove elezioni, o una prolungata e sanguinosa guerra
civile. Molto dipende dalla misura che assumeranno, rispettivamente, la forza
degli insorti e il grado di sostegno che al malfermo regime vorranno dare i
suoi sponsor del Nord. Armi e gendarmi a sostegno della repressione sono già inviati
a La Paz dall’affine argentino Javier Milei. Si prospetta anche l’entrata in
campo della destra evangelico-sionista, qui presente con tanto di bande armate,
sebbene con meno consenso che altrove, impegnata nell’includere la Bolivia (che
aveva aderito ai BRICS) negli Accordi di Abramo. Quelli per l’ingresso nei
quali Israele già sta trattando con Costa Rica, Panama, Uruguay, Salvador.
A
chi il litio?
In
tutto questo c’è un non detto dai media , che però esercita un peso decisivo
sugli sviluppi della crisi.
Rodrigo Paz
Non c’è pensiero, non c’è
proposito, non c’è mossa, non c’è obiettivo, non c’è motivazione, di Donald
Trump, che non scaturiscano dal biglietto verde con i simboli massonici.
Guerra, negoziato, pace, trombonate, ripiegamenti, botta e controbotta, tutto
nel quadro di un meraviglioso e impunito insider trading, sono cose che
producono soldi, movimenti di borsa, dividendi. Per sé, l’ormai immune per
legge da ogni seccatura fiscale, passata e futura, come per i compari,
coriferi, sicofanti, domestici e, soprattutto, i famigliari formatisi a Tel
Aviv.
Come poteva sfuggire al
meccanismo quello che è il massimo produttore della ricchezza che sostiene il potere,
ormai quasi assoluto, delle cibertecnologie, il litio? E, assieme al più vasto
giacimento di questa terra rara (parzialmente condiviso da Cile e Argentina,
già cooptati), nel sottosuolo boliviano gli altri bei minerali necessari a
quelle: antimonio, bismuto, stagno. argento, zinco, germanio, manganese,
tantalio. Trattasi di 31 su 38 minerali cruciali e terre rare indispensabili all’innovazione
tecnologica: batterie, intelligenza artificiale, strumenti militari di
altissima precisione
Prima del golpe,
nell’estrazione e nel trattamento del litio boliviano erano coinvolti i cinesi.
Non si sa se il passaggio di questa giugolare del potere nelle grinfie delle
multinazionali USA sia stato discusso a Pechino nell’incontro Xi-Trump. Ma
indubbiamente a dar man forte al regime di La Paz, scaturito dalla disfatta
delle sinistre e oggi impegnato a domare una vera rivoluzione, non poteva
mancare, con occhio su quei giacimenti, il contributo del tycoon.
La foto ci dice che la
manovalanza di partenza è già sul posto. Mancano il giusto direttore dei lavori,
i suoi stabilimenti, le sue tecnologie e la sua banca. Ad aprile il governo
boliviano e gli Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa relativo a
tutti i minerali cruciali. Con in testa il litio. L’accelerazione è stata
impulsata dalla guerra con l’Iran che ha costretto gli USA a rafforzare le sue
catene di rifornimento di minerali strategici. La Bolivia, con questa enorme
richezza sotto la sua superficie, non poteva essere lasciata a margine degli
aggiornamenti strategici del Pentagono e in generale dei Big Tech impegnati a
non lasciarsi superare dalla Cina . Che ha di suo l’altra grande estensione del
litio. Quello di cui l’Occidente politico decisamente scarseggia.
Così il 28 aprile, a La Paz,
Caleb Orr, vicesegretario USA per l’economia e il ministro delle miniere
boliviano, Calderon de la Barca, firmarono quello che il presidente Rodrigo Paz
annunciò come un evento storico per lo sviluppo della Bolivia e che, invece, è
la sua totale resa agli interessi USA. Il memorandum non contempla la minima
prospettiva di industrializzazione in territorio boliviano e tantomeno impegna
le imprese statunitensi a costruirvi impianti di trasformazione, con relativa
occupazione, o ad assicurare un minimo di trasferimenti di tecnologie.
Alla privatizzazione di tutto
quello che nel ventennio del MAS era considerato pubblico e gestito nel nome
del popolo, si aggiunge un altro, parallelo elemento di rottura: un prestito
del FMI, di quelli che gli Stati progressisti del Cono Sud hanno da sempre
rifiutato, ben sapendo a quali condizioni fossero legati. Così ora a La Paz
arriveranno 3,3 miliardi di dollari, ovviamente non gratuiti, ma accompagnati
dall’impegno di cedere al privato, insieme al litio, quanto rimane
dell’economia pubblica boliviana, accompagnato dall’adozione di misure che
assicurino la flessibilizzazione del mercato del lavoro.
El Che vive!
Come
andrà a finire questo che è diventato un conflitto di portata strategica, con
riflessi su tutto il continente, sta per ora in grembo a Giove. Di sicuro è
l’inizio di un movimento in controtendenza alla dottrina Donroe lanciata da
Washington.
Lo
spirito di Evo si è spento. Ma quello che si respira nella vera e propria
insurrezione di un popolo, nella sua forza, nella sua coscienza, è uno spirito
che non muore. E’ quello del Che Guevara, che vive e lotta insieme a tutti noi,
in Bolivia, a Cuba, in Palestina, ovunque noi siamo.