martedì 2 giugno 2026

America Latina tra tradimenti e resistenze--- BOLIVIA 2000: RIVOLUZIONE – CONTRORIVOLUZIONE - RIVOLUZIONE? --- Cosa c’è “sotto”?

 

America Latina tra tradimenti e resistenze

BOLIVIA 2000: RIVOLUZIONE – CONTRORIVOLUZIONE - RIVOLUZIONE?

Cosa c’è “sotto”?

 https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__america_latina_tra_tradimenti_e_resistenze_bolivia_2000_rivoluzione__controrivoluzione__rivoluzione_cosa_c_sotto/58662_67217/ 



La Colombia tiene?

E’ lunedì mattina e aggiungo questo capoverso in testa al pezzo per completare la piccola rassegna degli ultimi sviluppi in un continente latinoamericano dalla forte turbolenza. Al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia ha prevalso, per pochissimi voti, il candidato della destra Abelardo de la Espriella (44%), “El Tigre”, personaggio su cui punta Trump. Ivàn Cepeda, il candidato della sinistra (41%), continuatore della linea antimperialista di Gustavo Petro, ha contestato i risultati dello spoglio denunciando la manipolazione di centinaia di migliaia di voti. Il ballottaggio si svolge il 21 giugno. La partita è decisiva per l’intero Cono Sud. Petro aveva estratto la Colombia da decenni di narcotirannia e di milizie paramilitari (la famigerata “Israele latinoamericana”). L’eventuale vittoria di Cepeda costituirebbe un segnale di drastica controtendenza rispetto alla strategia di restaurazione lanciata da Trump con il suo piano Donroe.

Aspettando Cuba

In attesa che, constatata non risolutrice per l’eliminazione del maxidisturbo caraibico che tiene duro da quasi 70 anni, il metodo niente energia, niente trasporti, niente cibo, niente economia, niente sanità, si materializzi l’opzione che Trump adombra quando blatera “tutte le opzioni sono sul tavolo”. Di opzioni ne ha tre. 1) Invasione, ma il ricordo della Baia dei Porci la sconsiglia. 2) Bombardamento, fino ad affondare l’isola, ma il contesto internazionale gliela farebbe pagare (da decenni 187 paesi votano contro il bloqueo, 3 a favore). 3) Una compravendita alla venezuelana.

Intanto facciamo un breve giro d’orizzonte su altri punti focali dell’America Latina. E insistiamo sulla Bolivia, dove tutto sta per succedere.

 

Sul lato del passivo: Venezuela, Honduras, Ecuador, Perù

Che ci sia in atto una strategia della restaurazione yankee rinforzata è dimostrato da una serie di paesi ex-antimperialisti, già vicini allo chavismo che, in un modo o nell’altro, golpe, o malasorte elettorale (a volte manipolata), sono rientrati in un ordine tipo “Condor 2”. C’è chi si ostina, magari per le sue buone ragioni, a pretendere che in Venezuela tutto continui come prima e, così facendo, dà una più o meno consapevole mano alla decapitazione del chavismo. E questo, incredibilmente, nonostante il passaggio delle risorse in mano privata, perlopiù USA, nonostante la rivolta popolare contro i quisling installati da Trump, guidata dalla storica Coordinadora Simon Bolivar, da sempre avanguardia rivoluzionaria e ora  punta di diamante della resistenza, e nonostante la denuncia di Luis Britto Garcìa.

📸🇻🇪🤝🇺🇸 DELCY RODRÍGUEZ Y EL DIRECTOR DE LA CIA EN CARACAS La  presidenta interina de Venezuela, Delcy Rodríguez, fue captada en una  fotografía junto al director de la CIA, John Ratcliffe, durante

Lo scrittore, storico e l’intellettuale forse più rinomato e autorevole del Venezuela, fatta a pezzi tutta la narrazione giustificazionista, ha lanciato un appassionato e doloroso j’accuse alla conventicola che Trump ha sostituito al presidente rapito, senza che questa offrisse uno spicciolo di resistenza all’assalto militare. Ha denunciato una resa militare, prima ancora che politica, subita a dispetto della disponibilità di un poderoso armamento di difesa e dei cento tra cubani e venezuelani che si sono fatti uccidere nell’unica resistenza opposta all’invasore, ora virtuale occupante.

All’invettiva di Britto Garcìa si è aggiunto quella dell’ex-vicepresidente e ministro chavista, Elias Jaua. In una lettera a tutti i venezuelani invita a rompere il silenzio, a manifestare la propria opposizione “all’occupante”, a riunirsi nelle piazze, inalberare cartelli e striscioni, scrivere sui muri, intonare l’inno che Chavez cantava nelle grandi occasioni di massa: “Gloria al Bravo Pueblo” (https://www.google.com/search?q=Chavez+canta+Gloria+al+Brsavo+Puerblo&rlz=1C1KNTJ_itIT1068IT1068&oq=Chavez+canta+Gloria+al+Brsavo+Puerblo&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOTIJCAEQIRgKGKABMgkIAhAhGAoYoAHSAQozNjY4MGowajE1qAIIsAIB8Q )

 

 Pedro Carrillo

 

In Perù si va a un confronto elettorale tra esponenti della destra, tra le quali spicca l’ignominioso nome Fujimori, stavolta portato dalla figlia del dittatore, Kiki, favorita alle elezioni, mentre, a seguito di una serie di golpe parlamentari, a partire dal 2022, con un alternarsi in brevissimo tempo di vari presidenti, l’ultimo presidente democraticamente eletto, Pedro Castillo, langue in carcere. Sponsor in prima fila di questi accadimenti, la generale Laura Richardson, capo del Comando Sud del Pentagono.

 Juan Orlando Hernandez

In Honduras la fase antimperialista di Xiomara Castro, presidente dal 2022 al 2026, eletta dopo 13 anni di governi nominati da Washington, successivi al golpe del 2009, termina con la vittoria di Nasry Asfura, estrema destra sotto tacco yankee, propiziata dagli interventi a gamba tesa di Trump. Mentre grazia un ex-presidente honduregno, Juan Orlando Hernandez, condannato negli USA per narcotraffico a 45 anni, The Donald aveva fatto sapere agli elettori che non avrebbero più ricevuto un dollaro se non se non avessereo votato Asfura, noto come seguace e prosecutore del narcos rilasciato.

 Daniel Noboa

In Ecuador è ormai lontana nel tempo la “Revolucion Ciudadana” che nel 2007 portò al potere Rafael Correa e, fino al 2017, una politica antimperialista di autodeterminazione e riappropriazione delle risorse energetiche e ambientali del paese. Contro la candidata della Revolucion Ciudadana, Luisa Gonzales, rivince nel 2025, grazie a clamorosi brogli, Daniel Noboa, esponente di una dinastia che, titolare delle 25 imprese più importanti del paese, è da sempre la portatrice degli interessi delle multinazionali USA. Che includono il più forte flusso di stupefacenti sudamericani dalla costa ecuadoriana verso Nord e verso l’Europa e costanti provocazioni armate contro la vicina Colombia del presidente antimperialista Gustavo Petro.

Sul lato dell’attivo: Bolivia

Visitai la Bolivia nel 2000, eminentemente per andare a trovare il luogo, con il suo monumento, nel quale il Che era stato catturato e giustiziato, la Higuera, a vedere le case, le genti, i monti, i cieli, gli alberi, che lui aveva visto prima che gli chiudessero gli occhi con una pallottola. Era la visita al fondatore e leader dell’unico partito in cui mi riconosco da una vita, quello guevarista. Che non esiste. E’ una condizione dello spirito. Che però detta i tuoi pensieri e le azioni che ne scaturiscono. Il 2000 era anche l’anno della più grande lotta civile vista da quelle parti, non solo in Bolivia: la Guerra del agua.

Rivisitai la Bolivia nel 2003 e mi ritroverai nel bel mezzo di una nuova guerra, quella del gas. Entrambe queste guerre di popolo riuscirono a sottrarre beni fondamentali agli artigli delle multinazionali statunitensi, cui governi felloni li avevano concessi. Costarono centinaia di morti, ma aprirono un’epoca nuova. Quella del MAS, Movimento al Socialismo, guidato dall’indio Aymara Evo Morales. Durò vent’anni.

L’era del MAS e il suo suicidio

E fu alla vigilia dell’elezione di Evo a presidente della Repubblica, 22 gennaio 2006, quando il popolo raccolse il frutto del proprio coraggio e del proprio sacrificio, che lo incontrai e intervistai nella sede del movimento a La Paz. Personaggio molto sicuro di sé e dei suoi propositi. Anche leggermente scorbutico.

Evo si aggira ancora per le lande, i villaggi e le città dl dipartimento di Cochabamba, terra dei suoi cocaleros, ma l’aura del capopopolo rivoluzionario si è spenta, dissipata più dai suoi errori, che dalla forza reazionaria di una borghesia che da sempre prospera all’ombra di dittature, regimi reazionari e del padrinaggio USA.

Se Evo Morales e il suo personalistico micropartito “Evopueblo” ora si affannano invano a svolgere ancora un ruolo, perduto quando un presidente rivoluzionario ha provato a trasformarsi in caudillo, quel ruolo lo ha assunto in questi mesi un intero popolo. Sono mesi che il paese è in fiamme e resiste, con incredibile forza, agli strumenti di una brutale, e letale repressione messa in atto dal gruppo dirigente di estrema destra uscito dalle elezioni del 25 novembre 2025. In quell’occasione Rodrigo Paz Pereira, democristiano, prevalse al ballottaggio su un candidato ancora più di destra, Jorge Quirora, ex-presidente, abbattuto dalla rivolta popolare dei primi 2000.

Due candidati, riferibili rispettivamente ai tronconi sopravvissuti alla spaccatura del MAS, hanno ottenuto rispettivamente il 3,2% e l’8,1%. Uno scempio che non riflette se non le pratiche suicidarie adottate da Morales a partire dal 2019 quando, violando la Costituzione, dopo i suoi tre mandati si volle candidare per un quarto e fu respinto dal rifiuto popolare, espresso in un referendum. Nel novembre di quell’anno si verificò il golpe che spazzò via il governo del MAS. Mentre contro il popolo in rivolta si scatena una repressione con decine di morti, di cui furono vittime sindacalisti e politici, Morales, abbandonando i suoi compagni in trincea, se la svigna in Messico. Poi ripara in Argentina. Rientra quando un nuovo turno di elezioni, nel 2020, sancisce la vittoria del suo storico ex-ministro dell’economia, Luis Arce, uno degli esponenti più validi del MAS.

La crisi della sinistra boliviana precipita ed Evo ne è la massima causa. Mentre Arce si sforza di tenere in piedi la baracca contro il costante serpenteggiare dei golpisti, il presidente del riscatto gli si rivolta contro, gli lancia accuse infondate di connivenza e incompetenza. Finisce con lo spaccare il MAS tra evisti e arcisti e anche quel fronte delle sinistre che aveva i suoi pilastri nella COB, Central Obrera Boliviana, federazione sindacale, nei minatori, nei campesinos, negli indigeni che qui avevano conquistato il primo “Stato Plurinazionale” dell’America latino-indigena.

Arriva ad allestire posti di blocco, nelle zone del suo seguito, che sabotano i trasporti e, quindi, l’economia del paese e si scontra addirittura a pistolettate con la polizia che aveva provato a fermarlo. All’avvicinarsi delle elezioni, nelle quali Luis Arce risulta ancora favorito, crea un nuovo partito a lui intitolato, Evopueblo. Che, però, per mancanza dei requisiti giuridici, non verrà ammesso alla consultazione. Arce, dal canto suo, per non esasperare ulteriormente lo scontro, rinuncia a candidarsi. L’esito di tanto sfacelo era predeterminato.

 

Quando le urne non contano

Torniamo a oggi. Quanto al popolo tradito e abbandonato, questo si è impegnato autonomamente a riunificarsi e sta da mesi dimostrando la determinazione a riprendere in mano il proprio destino. Il governo in carica, di cui le masse chiedono le dimissioni, tra scioperi generali a tempo indeterminato, marce, assedi ai palazzi governativi, blocchi stradali in tutto il paese che ne impediscono il funzionamento, il controllo del governo si limita ormai a poco più del dipartimento della capitale. Dove è minacciato dalla città gemella di El Alto, storicamente roccaforte dello schieramento socialista e antimperialista e punta avanzata dell’assalto alla presidenza Rodrigo Paz. A fine maggio il parlamento assegna al presidente i poteri speciali della legge dell’emergenza e pere l’impiego dell’esercito nella repressione.

L’innesco immediato della sollevazione è un decreto del 18 dicembre che, con la scusa di un deficit fiscale, elimina quei sussidi al costo dei carburanti che facevano funzionare i trasporti e quindi l’economia. Prezzi raddoppiati. Inoltre, viene acquistato e venduto dallo Stato un diesel di pessima qualità che inizia a danneggiare i veicoli. Subito dopo, altra sferzata: la piccola proprietà terriera viene riclassificata come media, misura che viene interpretata da indigeni e sindacati agricoli come un attacco diretto alla piccola proprietà della terra. Seguono altre misure di austerità.

La reazione si manifesta con una protesta degli autotrasportatori che blocca i maggiori centri urbani. Parte in tutto il paese una serie di scioperi selvaggi. Ne prende la guida la COB e il suo segretario generale, Mario Argollo, ora in clandestinità, ne assume la leadership. Lo sciopero diventa generale e a tempo indeterminato con, per avanguardie i minatori che, muniti di dinamite, marciano sulla capitale, assieme ai cocaleros e agli insegnanti. Arrivano a oltre 150 in tutto il paese i posti di blocco allestiti dagli insorti. Il paese è paralizzato. Non circola più un litro di carburante. Il regime reagisce con ulteriore violenza.

Contadini, insegnanti, operai… La saldatura delle lotte blocca la Bolivia |  il manifesto

Accordi di Abramo a sostegno del regime

Al sesto mese di ultraliberismo e austerità, con conseguente vera e propria sollevazione la richiesta di ritiro dei provvedimenti antipopolari si evolve in richiesta di dimissioni tout court del presidente Rodrigo Paz. Le chiedono addirittura reparti dell’esercito. Grande impressione, suscita, alla fine del mese, un’enorme marcia delle donne sui palazzi del potere nella capitale. Le forze della repressione assistono paralizzate.  

 

La prospettiva è la caduta del governo, nuove elezioni, o una prolungata e sanguinosa guerra civile. Molto dipende dalla misura che assumeranno, rispettivamente, la forza degli insorti e il grado di sostegno che al malfermo regime vorranno dare i suoi sponsor del Nord. Armi e gendarmi a sostegno della repressione sono già inviati a La Paz dall’affine argentino Javier Milei. Si prospetta anche l’entrata in campo della destra evangelico-sionista, qui presente con tanto di bande armate, sebbene con meno consenso che altrove, impegnata nell’includere la Bolivia (che aveva aderito ai BRICS) negli Accordi di Abramo. Quelli per l’ingresso nei quali Israele già sta trattando con Costa Rica, Panama, Uruguay, Salvador.

A chi il litio?

In tutto questo c’è un non detto dai media , che però esercita un peso decisivo sugli sviluppi della crisi.

 Rodrigo Paz

Non c’è pensiero, non c’è proposito, non c’è mossa, non c’è obiettivo, non c’è motivazione, di Donald Trump, che non scaturiscano dal biglietto verde con i simboli massonici. Guerra, negoziato, pace, trombonate, ripiegamenti, botta e controbotta, tutto nel quadro di un meraviglioso e impunito insider trading, sono cose che producono soldi, movimenti di borsa, dividendi. Per sé, l’ormai immune per legge da ogni seccatura fiscale, passata e futura, come per i compari, coriferi, sicofanti, domestici e, soprattutto, i famigliari formatisi a Tel Aviv.

Come poteva sfuggire al meccanismo quello che è il massimo produttore della ricchezza che sostiene il potere, ormai quasi assoluto, delle cibertecnologie, il litio? E, assieme al più vasto giacimento di questa terra rara (parzialmente condiviso da Cile e Argentina, già cooptati), nel sottosuolo boliviano gli altri bei minerali necessari a quelle: antimonio, bismuto, stagno. argento, zinco, germanio, manganese, tantalio. Trattasi di 31 su 38 minerali cruciali e terre rare indispensabili all’innovazione tecnologica: batterie, intelligenza artificiale, strumenti militari di altissima precisione

Prima del golpe, nell’estrazione e nel trattamento del litio boliviano erano coinvolti i cinesi. Non si sa se il passaggio di questa giugolare del potere nelle grinfie delle multinazionali USA sia stato discusso a Pechino nell’incontro Xi-Trump. Ma indubbiamente a dar man forte al regime di La Paz, scaturito dalla disfatta delle sinistre e oggi impegnato a domare una vera rivoluzione, non poteva mancare, con occhio su quei giacimenti, il contributo del tycoon.

La foto ci dice che la manovalanza di partenza è già sul posto. Mancano il giusto direttore dei lavori, i suoi stabilimenti, le sue tecnologie e la sua banca. Ad aprile il governo boliviano e gli Stati Uniti hanno firmato un memorandum d’intesa relativo a tutti i minerali cruciali. Con in testa il litio. L’accelerazione è stata impulsata dalla guerra con l’Iran che ha costretto gli USA a rafforzare le sue catene di rifornimento di minerali strategici. La Bolivia, con questa enorme richezza sotto la sua superficie, non poteva essere lasciata a margine degli aggiornamenti strategici del Pentagono e in generale dei Big Tech impegnati a non lasciarsi superare dalla Cina . Che ha di suo l’altra grande estensione del litio. Quello di cui l’Occidente politico decisamente scarseggia.

Così il 28 aprile, a La Paz, Caleb Orr, vicesegretario USA per l’economia e il ministro delle miniere boliviano, Calderon de la Barca, firmarono quello che il presidente Rodrigo Paz annunciò come un evento storico per lo sviluppo della Bolivia e che, invece, è la sua totale resa agli interessi USA. Il memorandum non contempla la minima prospettiva di industrializzazione in territorio boliviano e tantomeno impegna le imprese statunitensi a costruirvi impianti di trasformazione, con relativa occupazione, o ad assicurare un minimo di trasferimenti di tecnologie.

Alla privatizzazione di tutto quello che nel ventennio del MAS era considerato pubblico e gestito nel nome del popolo, si aggiunge un altro, parallelo elemento di rottura: un prestito del FMI, di quelli che gli Stati progressisti del Cono Sud hanno da sempre rifiutato, ben sapendo a quali condizioni fossero legati. Così ora a La Paz arriveranno 3,3 miliardi di dollari, ovviamente non gratuiti, ma accompagnati dall’impegno di cedere al privato, insieme al litio, quanto rimane dell’economia pubblica boliviana, accompagnato dall’adozione di misure che assicurino la flessibilizzazione del mercato del lavoro.  

El Che vive!

Come andrà a finire questo che è diventato un conflitto di portata strategica, con riflessi su tutto il continente, sta per ora in grembo a Giove. Di sicuro è l’inizio di un movimento in controtendenza alla dottrina Donroe lanciata da Washington.

Lo spirito di Evo si è spento. Ma quello che si respira nella vera e propria insurrezione di un popolo, nella sua forza, nella sua coscienza, è uno spirito che non muore. E’ quello del Che Guevara, che vive e lotta insieme a tutti noi, in Bolivia, a Cuba, in Palestina, ovunque noi siamo.