Iran latinoamericano
cercasi
CUBA,
CAPITALISMO O MUERTE
La
dottrina Donroe in progress
Da
Emiliano Zapata a Raul Castro
Emiliano
Zapata: “Meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Morì in piedi, il
rivoluzionario messicano, e, grazie a lui, il Messico in piedi ci visse.
Qualcuno se n’è scordato. Con tutte le attenuanti e responsabilità del caso. Le
prime dei cubani, le seconde di chi è rimasto a guardare e rischia col finire
di vivere in ginocchio anche lui. E le colpe imperdonabili e vergognose degli
incredibili giustificazionisti di professione che, davanti a una fortezza che
finisce in polvere, metafora dei socialismi cubano e venezuelano, grida
ammirato “che bella e creativa ristrutturazione”. Ci avranno le loro ragioni
questi fornitori di assist. O i loro interessi.
Cuba!
Quella Cuba! La presa nella quale inserivamo la spina da cui ci arrivava la
luce. La luce della fiducia che l’altro mondo sarebbe stato possibile, quello
vero, meglio di Mosca, meglio di Pechino, quello definitivamente dei giusti.
Giusti e belli come il Che, il vero uomo nuovo, come Fidel, come Camilo, come
tutti i cubani che incontravamo, sorridenti, militanti, allegri, coscienti. E
ci impegnavamo a sostenerli manifestando, parlando ai convegni, Yankee go home,
Cuba libre, facendo parte di Italia-Cuba, sventolando la bandiera. Riempiendo
per anni, decenni, container e navi. Chissà chi cavalca laggiù a quest’ora la
mia adorata Yamaha 600 Enduro.
E
le vacanze, anche quelle dell’ICAP, Istituto Cubano per l’Amicizia dei Popoli,
generose per molti fiduciari dell’estero, e le brigate di lavoro, a costruire
qualcosa, a coltivare, a potare, a ripulire. E quei medici che ci ritrovavamo
in giro per il mondo a rimediare dove della sanità pubblica ai padroni non
importava un frego, tipo in Calabria. E quegli insegnanti, che te li ritrovavi
nelle foreste, nei deserti, nelle metropoli, nei villaggi, a rimediare a chi le
sue genti preferiva tenerle incolte, inconsapevoli, neanche padrone dei propri
linguaggi e, quindi, pensieri. E la musica e la cultura, anche alta, ma
popolare, per tutti.
Anche
le rivoluzioni invecchiano
Piano
piano, le cose un po’ si ossificarono, dalla spontaneità al rito, processo
inevitabile, indulgibile, serviva anche quello a tener duro e a farci tener
duro. I viaggi organizzati, le inevitabili tappe, la performance dei bimbetti
in divisa, i predicozzi dei titolati, in ogni municipio il funzionario del
partito che ci faceva il pistolotto, sempre quello, su cosa fosse successo tra
Fulgencio Batista e i suoi casinò e Fidel sulla Sierra e le sue campagne della "caña
de azúcar", l’imperialismo, i sabotaggi, le legnate ai gringos alla Baia
dei Porci.
Poi
“il periodo especial”, quando, sparita l’URSS, non si capiva bene da
dove incominciare a darsi da fare, là dove le cose per decenni erano arrivate
già fatte. Personalmente ricordo come, durante una di quelle lezioni di
rivoluzione che si facevano durante le Brigate di lavoro, chiesi al relatore
come mai quasi tutti i tetti delle case e capanne di campagna fossero di
amianto quando l’isola trasudava di ricca argilla per ottime tegole. Una
dozzina d’anni dopo, erano ancora di amianto quei tetti. Oggi non so.
Molte
cose del dopo non le so, ho smesso di andare a Cuba perché andavo in Palestina
e da quelle parti, o in Irlanda del Nord, o in altri paesi dell’America Latina
dove ci si provava, o dove si resisteva: Venezuela, Honduras, Nicaragua,
Ecuador, Bolivia, Messico… (è rimasto il Messico). Ma anche perché la
ripetizione delle formule, la mancanza di varianti e cambiamenti viene un po’ a
noia, le ville con giardino nei viali ombrosi sulla collina che, all’Avana,
guardavano dall’alto e dalla forza del peso=dollaro dei privilegiati (serviva valuta
pesante per comprare ciò che una volta arrivava gratis) un centro storico
fatiscente, dove formicolava una massa diseredata condannata al peso=peso. E
sul Malecòn incontravi tanta disponibilità per distrazioni e affarucci…
Nulla
di tutto questo ci avrebbe mai portato ad abbandonare Cuba, a perdere fiducia
nei suoi cittadini, tutti eroi per oltre sessant’anni, come pochi nella Storia
umana, davanti a un orco genocida che non ha smesso un giorno di stringere il
cappio. E poi chi siamo noi per giudicare? E neanche oggi, quando tocca
abbandonare un gruppo dirigente che, come quello venezuelano, ha preferito
sopravvivere, lui, in ginocchio. Facendo morire, lui, un intero popolo e un
futuro senza capitalismo per tutti noi. Attenuanti? Eccome.
Cuba,
la Gaza degli USA
Per
67 anni il bloqueo USA, rafforzato da molti altri paesi vassalli, ha costituito
il principale ostacolo allo sviluppo economico e sociale del paese. Che, a
dispetto di questo mostruoso strangolamento, si è dato la migliore sanità, la
migliore istruzione, la più bassa mortalità infantile, la maggiore aspettativa
di vita di tutto il continente. E ci ha rimesso vite, sofferenza, carenze di
mezzi essenziali. L’80% dei cubani hanno vissuto tutta un’esistenza sotto gli
effetti genocidi dell’embargo. E chi se l’è presa per questo con il proprio
governo è una minoranza infima e di dubbie motivazioni.
Ora
i due Ordini Esecutivi firmati da Trump il 29 gennaio e 1.maggio, hanno
esasperato l’asfissia di una punizione collettiva il cui carattere criminale
avrebbe dovuto suscitare interventi ben oltre gli sparuti rifornimenti di
combustibile, o di aiuti umanitari, di qualche paese che si dice amico e
osservante della legalità internazionale. E qui entra in gioco il discorso
sull’abbandono di Cuba di cui tutti siamo responsabili, ma soprattutto coloro
che si definiscono grandi potenze, multipolari, avverse a colonialismo e
imperialismo. Dove sono? Dove sono i BRICS? Hanno esibito un ripiegamento in
difesa del cui carattere autolesionista avrebbero dovuto rendersi conto.
I
1.400 MW che servono a illuminare, far funzionare e camminare Cuba non possono
essere distribuiti perchè il carburante richiesto dai generatori è negato dal
blocco. Le 20 ore di blackout al giorno riducono l’illuminazione, la confezione
di cibo, l’accesso all’acqua potabile, le comunicazioni digitali, i servizi di
TLC e TV, tutti i servizi di base.
Non
solo Gaza: infanticidio
Al
15 giugno gli Ordini Esecutivi hanno contribuito a privare del diritto alla
vita almeno 1.800 bambini, risultato del raddoppio del tasso di mortalità
infantile. Si è passati da 4,0 per 1000 nati vivi a 9,9. Dall’85% di
sopravvivenza di bambini affetti da cancro si è scesi al 65%. 100mila cubani
restano in lista d’attesa per interventi chirurgici salvavita o ricostruttivi,
di cui 12.000 bambini. 2.900 cubani, affetti da insufficienza renale cronica,
hanno dovuto rinunciare al trattamento emodialitico.
Più
di 100.000 bambini cubani non ricevono più il litro di latte quotidiano
sovvenzionato dallo Stato, perché la mancanza di carburante ne impedisce il
trasporto. Ai territori arriva appena il 50% del bisogno di farina e il peso
del pane razionato, distribuito ai cittadini ogni giorno, è sceso da 80 a 60
grammi.
170
container con prodotti di base per 6,3 milioni di dollari e 11.000 tonnellate
di viveri del Programma Alimentare Mondiale non vengono distribuiti per
mancanza di carburante e relativi trasporti.
Solidarietà
internazionalista? Non usa più.
Quanto
all’allineamento internazionale al bloqueo USA, sotto minaccia di sanzioni
secondarie, che sicuramente non sono state violate da sparute spedizioni di
petrolio, ne risentono produzioni, come le minerarie ed energetiche, e
soprattutto quello che in questi decenni è stata il pilastro dell’economia
cubana, il turismo. Le principali compagnie di navigazione, come la francese
CMACGM, o la tedesca Hapag-Lloyd, non accettano più destinazioni cubane.
Numerose compagnie aeree, come Turkish Airlines, Air France, Iberia, Air Canada
e tutte le statunitensi, hanno cancellato i propri voli per Cuba. Così alcune
delle maggiori catene alberghiere internazionali tipo la Blue Diamond, con i
suoi 60 hotel, la Melià e l’Iberostar con i loro 27.
La
banca internazionale che processava le operazioni con Cuba utilizzando VISA e
Mastercard, ha sospeso ogni rapporto. Vale anche per tutte le società minerarie
che estraevano minerali, zinco e nichel, una delle rare fonti cubane di valuta
estera. Sanzioni sono previste contro chi insiste a intrattenere rapporti
operativi con AMISTUR, l’agenzia di viaggi di Stato cubana.
Al
di là dell’immaginabile la criminalizzazione, sancita nell’Ordine Esecutivo del
1.maggio, delle donazioni di individui o imprese. Oggi sarei suscettibile di
provvedimenti punitivi per aver donato ai cubani la mia moto. Provvedimenti che
sono già stati presi per associazioni USA come Code Pink, People’s Forum,
ANSWER, o la Trilateral.
Il
diritto internazionale giace frantumato al suolo. Prima di scandalizzarsi
dell’incredibile, e nelle sue dimensioni totalizzanti del tutto imprevisto,
testacoda della dirigenza cubana, con conseguente paralizzante attonimento di
un intero mondo, teniamo conto di questi 66 anni di strisciante strangolamento,
culminati con la definitiva condanna a morte pronunciata da Trump con i suoi
Ordini Esecutivi. Con un’umanità ammirata e solidale che però, alla fine, è
rimasta a guardare.
Da
quando, con una rivoluzione di avanguardie e di popolo, si è scrollata di dosso
la servitù coloniale yankee, Cuba se l’è dovuta vedere con una manica di
farabutti eletti presidenti USA, di cui neanche uno le ha lasciato un attimo di
respiro. Una combriccola maniacalmente guerrafondaia, eletta sempre dallo
stesso gruppo di potere oligarchico-imperiale, composto da gente mediamente
sottocolta, rozza, psicolabile, profondamente ignorante. Da Kennedy, quello
meno peggio, che ha azzardato l’invasione, ma poi è stato l’unico ad aver
capito che era meglio lasciar correre (e l’ha pagata), attraverso Johnson,
Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush Sr, Clinton, Bush Jr, Obama, Trump, Biden,
Trump. Personaggi per i quali ci vuole un assembramento di zeri spaccati in
coscienza ed etica, come quello della Meloni, per sfigurare.
Dal
giusto punto di vista di Cuba, trattasi di un’associazione a delinquere e una
banda di torturatori, come simboleggiata dall’innesto nell’isola del tumore
Guantanamo, senza pari nella storia. A cui ha saputo resistere. Grazie anche a
grandi paesi e tanti popoli che ne sostenevano la marcia. Una presenza, una
solidarietà che, pur avendo riconosciuto l’isola bandiera di un mondo altro,
multipolare, sovrano, hanno ora risolto di ripiegare su se stesse,
contaminandola di rinunce e portandola a desistere.
Forse
questa vicenda ha un’origine lontana: quando Krusciov ritirò i suoi missili da
Cuba e poi tutti i dintorni della Russia si affollarono di missili USA.
176
chiodi nella bara della rivoluzione cubana
La
via l’ha aperta il gruppo dirigente venezuelano che, in un colpo solo s’è
venduto il presidente con moglie e l’intero paese con la sua storia, il suo
futuro, la sua lotta. E, a proposito di quanto andrò scrivendo ora sul processo
di involuzione cubano, addirittura più estremo e senza scrupoli di quello
venezuelano (che lasciamo in coda), voglio precisare ancora una volta che a
essere rivoluzionaria è la verità. Non l’affannosa, e spesso interessata,
difesa di qualcosa che non è difendibile perché chi si pretende di difendere a
ogni difesa ha rinunciato. Far finta che un colpo mortale sia una ferita per la
quale basta il cerotto, un po’ di fisioterapia, significa fornire un assist
all’autore del colpo mortale. Significa diffondere mistificazione e impedire un
processo cognitivo liberatorio. Significa colpire alle spalle chi prova a
opporsi. E rischia la rappresaglia del traditore.
Quella
comunicata dal governo cubano non è una mediazione, un compromesso, una
parziale attenuazione della luce come i difensori dagli interessi consolidati
ci vogliono far credere che sia la svendita venezuelana. Non è la sostituzione
di una boa luminosa al faro che dissipava il buio e indicava ai naviganti il
raggiungimento della meta. E’ lo spegnimento completo, l’oscurità totale, non
più il salvifico faro, ma lo scoglio contro cui si frantuma e affonda la nave.
Ci
vorrebbe un volume per elencare e illustrare le 176 misure e le relative
ricadute. Limitiamoci all’essenziale, quanto basta per introdurre nell’isola
del Che e di Fidel un quanto più fedele modello di antisocialismo. Se
Washington ha vissuto sei decenni nel timore di un contagio cubano nel
subcontinente e nei Caraibi, oggi se lo può augurare.
Dal
1. Gennaio 1959 al 17 giugno 2026, dallo Stato al privato
Il
17 giugno 2026 non lo dimenticherà nessuno. Come non si è mai dimenticato il 1.
Gennaio 1959, festa della rivoluzione cubana. 67 anni, se non tutti di
rivoluzione, tutti di resistenza. Poi 176 riforme presentate la settimana
scorsa dal presidente Miguel Díaz-Canel a nome del Plenum del Comitato centrale
del Pcc, riunito mercoledì in sessione straordinaria. Vediamo le più
strategiche, quelle che nella loro presentazione, il presidente Diaz-Canel e
Raul Castro hanno definito “trasformazioni che mirano a preservare il
socialismo”. A noi richiamano, oltra ad Adam Smith, certe misure di
Cottarelli, Monti, Draghi, Renzi, il Jobs Act, con le quali anche noi ci
saremmo avvicinati al socialismo.
L’apertura
ai meccanismi di mercato è totale e non se ne scorgono eventuali ammortizzatori
socialdemocratici: capitale privato, investimenti stranieri, sistema bancario
privato, azionariato e dividendi, dollarizzazione, decentramento economico in
mani private fine della pianificazione.
Un
mercato mal temperato
Aziende
statali che si possono muovere sul mercato colme imprese private, con relativa
flessibilità salariale che si intravede dipendere più dal rapporto
costi-benefici come valutati dalle imprese più che dal lavoro e dai bisogni del
lavoratore, la produzione agroalimentare, fondamentale per garantire
l’eguaglianza sociale e il soddisfacimento degli interessi istituzionalmente
garantiti, affidata a imprese private, così come forniture e filiere produttive
varie.
Partecipazione
all’economia di attori privati stranieri e di cubani emigrati (la famelica
“mafia di Miami”, Rubio in testa!). Meno assegnazione pubblica di risorse e
maggiore utilizzo delle condizionalità di mercato. Combustibili affidati a
capitale privato e straniero (vedi la ley de hidrocarburos venezuelana).
Prezzi liberalizzati, riforma salariale e pensionistica (in che direzione?).
Import ed export affidati in buona misura a privati. Come gli affari
immobiliari, le attività turistiche, i porti. Protagonismo privato nel
commercio, nell’ospitalità, nelle TLC, nel digitale e nei servizi.
E’
sancito che qualsiasi attività economica è lecita, come lo sono le fusioni,
liquidazioni e ristrutturazioni. La scala salariale di Stato è eliminata e
viene lasciata alla libera determinazione di ciascuna azienda secondo le proprie
capacità economiche. Fine dei sussidi permanenti, possibilità di affittare beni
statali, imprese statali trasformate in società per azioni che possono
gareggiare alla pari con quelle private ed essere vendute ad aziende private e
a persone fisiche.
Quando
i terremoti vengono opportuni
Non
tutto è finito. La Storia non prende mai un vicolo cieco. Partendo da Cuba e
dal Venezuela, è difficile, nel quadro latinoamericano segnato da questi
sviluppi, trovare spiragli che facciano entrare aria respirabile. Siamo di
fronte a un processo di restaurazione capitalista ed imperialista che in pochi
anni ha spazzato via molto di quanto aveva fatto del continente un protagonista
del Sud globale.
A
tutto questo processo di vera e propria disgregazione della comunità nazionale
si è ora aggiunta, a Caracas, la spaventosa mazzata del terremoto. Fa
riflettere, comunque, una coincidenza tra sisma e aggressione imperialista che
fa il paio con quella della Siria, dove il terremoto del 2023 colpì proprio
quando gli sbranatori turco-israelo-curdo-statunitensi stavano allestendo la
soluzione finale per il grande e nobile paese arabo. Magari fa riflettere sul
potenziale della geoingegneria a fini di sistemazione geopolitica. Ma fa
soprattutto riflettere sull’altezzoso giudizio degli “esperti” di come sia
stata possibile che la Siria di Assad, dopo 14 anni di guerra, fame determinata
dalla sottrazione delle zone di produzione (i curdi con gli USA e Israele) e un
terremoto spaventoso, sia “crollata così miseramente”.
Il
crollo del caposaldo rivoluzionario e del riscatto anticolonialista è stato
preceduto da chi, quasi tre decenni fa, ne aveva colto, adottato e adattato il
messaggio. Prima della Cuba del Che e di Fidel, il Venezuela di Chavez e di
Maduro. Mentre nel primo caso abbiamo dovuto assistere alla demolizione di
tutto l’edificio politico, sociale e culturale, nel secondo si è tentato di
mantenere in piedi la facciata, a copertura di un edificio dall’arredamento
sostituito. Ma all’interno del quale coscienza e volontà del popolo non hanno
potuto essere soffocate.
Nel
Venezuela c’è un quisling e c’è un popolo
Da
mezzo mondo giungono a Caracas soccorsi per rimediare agli effetti più
immediati del terremoto. A coloro, che tra le giravolte dialettiche gli
impongono le evidenze della resa del nuovo vertice venezuelano, consiglio di
documentarsi su quanto la “presidente a interim”, Delcy Rodríguez, con il
presidente rapito tuttora incarcerato a New York, dedica a Donald Trump. E non
la fa in un formale messaggio diplomatico, né in un sussurro a porta socchiusa.
No, lo ha esclamato a voce piena, a microfono aperto sul suo paese violentato e
sul mondo. con tutta la solennità di chi firma un documento di capitolazione,
se non di complicità: “Venezuela non dimenticherà mai la mano che hai teso
al nostro popolo in queste ore così dure”. Destinatario: Donald Trump, il
rapitore e carceriere del presidente e uccisore dei cento che provarono a
difenderlo.
L’uomo
nella foto è Juan Contreras, portavoce, nel distretto proletario della capitale
“23 de Enero”, della Coordinadora Simon Bolivar. Lo incontrai una decina d’anni
fa e da lui mi feci mostrare cosa fossero le Comuni, la gestione territoriale
autonoma, l’autosviluppo, l’autosufficienza, l’autodeterminazione, integrati
nel quadro nazionale. E’ un attacco senza remore e una severa lezione a chi si
ostina a trovare ragioni e attenuanti per Delcy e Jorge Rodriguez e la
transizione, da loro imposta, dallo Stato al potere privato, interno ed
esterno.
Da
Contreras è stato diffuso il 15 giugno scorso un documento in cui quello che,
fin dalla rivolta contro la dittatura di Jimenez nel 1958 e poi, nel cuore del
processo bolivariano, è stata la punta avanzata delle trasformazioni
rivoluzionarie venezuelane, si lancia una sfida al vertice “riformista”.
Ribadendo la determinazione alla difesa delle conquiste sociali e politiche da
parte di quello che Contreras ribadisce essere un popolo cosciente e mobilitato,
nel documento vengono denunciate operazioni repressive congiunte, in atto tra
polizia e unità militari della DEA, l’ente anti-narcotraffico degli USA da
sempre complice in America Latina sia dei narcos, sia delle operazion
controrivoluzionarie.
Si
tratterebbe di interventi in realtà sociali fatti passare per operazioni contro
organizzazioni criminali, secondo la mistificazione di un Trump che rapisce
Maduro perché narcotrafficante e attacca Petro, presidente di sinistra della
Colombia, per lo stesso motivo. Sono operazioni combinate tra nuovo governo e
USA, denuncia Contreras, che mirano alla decapitazione fisica dei centri di
resistenza popolare e alla neutralizzazione di ogni opposizione al processo di
cessione a interessi privati e stranieri delle risorse del paese. Viene
significativamente ricordato che fu il segretario di Stato Rubio a pretendere
che in Venezuela si disarmassero i collettivi della mobilitazione popolare.
Colombia,
torna “l’Israele dell’America Latina”
Dopo
quella, amarissima, di Cuba e del suo rientro a passo di corsa nel capitalismo
come dettato da Washington e terroristicamente perseguito da Miami per sei
decenni, la notizia peggiore del momento è l’altro rientro nel cortile di casa
dettato dalla dottrina Monroe, ora Donroe.
Col
Venezuela e con la vicina Colombia (i paesi che Bolivar aveva voluto uniti) da
Gustavo Petro riscattata alla sovranità e all’antimperialismo, il Cono Sud
aveva costituito, prima dell’episodio Maduro, una testa di ponte che, a nord,
si collegava, al Messico, passando per il corridoio rosso di Cuba, Nicaragua e
Honduras; e, a sud, a Perù, Bolivia, Ecuador, Brasile. Di quest’ultima “zona di
conforto” non resta che il Brasile rosé di Lula, se non altro un eminente
esponente dei BRICS che ogni tanto si fa sentire a Washington e non rinnega i
rapporti fattivi con la Cina. Negli altri tre paesi, prede di convulsioni tra
veri e propri golpe e manomissioni elettorali, al momento regnano i personaggi
prescelti da Donroe
Uno
Zelensky a Bogotà
Per
l’Intelligence israeliana, che oggi è accusata di aver svolto con i suoi hacker
un ruolo nei conteggi delle elezioni che hanno sancito la vittoria del
candidato trumpista Abelardo de la Espriella, con un vantaggio dello 0,95% sul
rivale di sinistra, Ivàn Cepeda, la Colombia era l’occhio puntato sull’intera
America Latina. Fondamentale fu, nel golpe contro l’Honduras di Mele Zelaya,
che seguii nel 2009, l’intervento del capostazione del Mossad in Colombia. Per gli USA che, nei lunghi decenni,
2002-2022, del regime di Alvaro Uribe (vedi foto) e dei successori da lui
coltivati, avevano qui stabilito sei delle maggiori basi militari nel
continente, il paese andino era un prezioso centro di irradiazione di
influenze, pressioni, operazioni, contro i ricorrenti processi “eversivi”.
Capitale
mondiale della coltivazione e del traffico di stupefacenti, dai beneficiari
bancari negli USA e nei paradisi fiscali, con i famigerati narcosovrani alla
Escobar, i cartelli di Calì e Medellin, milizie paramilitari manovrate da
governi amici a fine di stabilizzazione degli assetti voluti, era l’insostituibile
presidio imperialista regionale, quanto lo è Israele nel Medioriente.
Tutto
questo entrò in crisi il 7 agosto 2022. Crisi determinata vuoi dal contagio
venezuelano, vuoi dalla crescente insofferenza della popolazione extraurbana,
anche dotata di una forte opposizione armata, le FARC. Popolazione
eminentemente agraria, spesso espulsa dalle sue terre a vantaggio dei narcos,
il 7 agosto 2022. Quel giorno le elezioni consacrarono presidente Gustavo Petro
(vedi foto), già sindaco apprezzatissimo di Bogotà, leader della coalizione di
sinistra “Pacto Historico”.
La Colombia
non fu rovesciata come un guanto, difficile in un unico mandato di 4 anni, i
cartelli non furono del tutto debellati, la redistribuzione della ricchezza
nazionale era ai primordi. Ma intanto non erano più il Pentagono e la CIA a
dettare gli ordini del giorno e le provocazioni verso il vicino Venezuela e il
sostegno ai caudilli di Ecuador e Perù erano cessati. Ai “suggerimenti” di
Washington si rispondeva “la sovranità è nostra”.
In
Colombia, perduti nella fase che sembra prevalere i paesi minori, ma resistendo
il Messico di Claudia Sheinbaum alle pesanti pressioni di Trump, si è giocata
una partita fondamentale per il futuro del continente. Gustavo Petro,
presidente in carica fino all’8 agosto, aveva denunciato brogli e messo in
discussione i risultati del ballottaggio. Si dichiarava in attesa degli esiti
definitivi, quando comunicati dallo scrutinio ufficiale, e aveva chiesto ai
cittadini di evitare atti di violenza.
Con
ragioni particolarmente buone erano stati contestati i 170.000 voti a favore di
Abelardo, raccolti nei seggi allestiti negli USA, vietati al controllo dei
consoli onorari nominati da Bogotà e più o meno equivalenti al vantaggio
percentuale conseguito da Espriella (analoga anomalia viene denunciata un Perù,
dove i voti nei seggi all’estero sono tutti per Kiki Fujimori, la candidata di
Trump). Ma il 25 giugno, Ivan Cepeda
poneva fine a ogni incertezza riconoscendo la vittoria di Espriella, detto “El Trigre”.
Si torna alla “normalità”.
Onda
su onda
Normalità
tragica per un paese dalle diseguaglianze abissali, con un presidente organico
alla tradizione sanguinaria del narcofascismo, garantito dal paramilitarismo e
dall’ombrello israelo-statunitense.
L’orizzonte
è buio e avanza. Dopo Milei a Palazzo Chigi e naturale che tocchi a Espriella.
E’ la tendenza generale. I suoi promotori non desisteranno fino a quando la
guerra, che ne costituisce la ragion d’essere, non la seppellirà. Come nel
1918, come nel 1945.
Ma
abbiamo un bagliore che squarcia il buio: la vittoria dell’Iran, la resistenza
della Palestina. Che è quella di Zapata che muore in piedi per far vivere il
suo popolo. A quando un Iran latinoamericano? Non c’è continente più ricco di
sorprese dell’America Latina.
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