Se
mettiamo che il generale Vannacci sia la toppa e l’establishment
destro-sinistro post-neo-tecnofascista sia il buco, allora è di evidenza solare
che il peggio è il sistema rispetto a un Vannacci che non è che un’occasionale
epifenomeno di presunta critica, ma di effettivo sostegno.
Ma
visto che di peggio qui toccherà occuparsi abbondantemente, a fare una
classifica dantesca, peggio di Vannacci ce n’è, eccome. Mi viene subito in
mente la combriccola dei “ma quale genocidio!” assembrata l’altra sera
dall’impunito Antonino Monteleone nella trasmissione “Filo rosso”. Dopo la
quale, resistito per malsanamente vedere fino a che punto si possano spingere
nel loro ben-gvirismo sandwichmen “liberal” come Cerno, o Erri De Luca,
o Sattanino, o De Bortolis, osservati e commentati con sacrosanta commiserazione
dall’unico cervello presente (Borgonuovo, un destro!), si sente il bisogno di
fare una doccia. O se non c’è, di scambiarsi d’abito.
Il
buco è questo e, rispetto a una toppa così sbrindellata, retrograda,
culturalmente analfabeta, ma con le stellette, fa davvero più ribrezzo. Il buco
è il sistema. La toppa è quella roba che si presenta come antisistema, che
serve a dare l’idea che, dopotutto, qualcosa nella morta gora tossica si muova.
Il sistema ha bisogno che ogni tanto arrivi qualcuno che si finga diverso e dia
uno scossone. Che poi non è altro che un’operazione di riassestamento. Lo
abbiamo visto nel meccanismo, perpetuatosi per tutta la nostra storia
repubblicana, delle operazioni di stabilizzazione che, nei momenti di
insofferenza sociale, venivano fatte innescare da “destabilizzatori”, spesso
manipolati o inventati, chiamati opposti estremismi, Ordine Nuovo, BR di
seconda generazione, golpe avviati e poi frenati
In
misura più o meno coerente con questa premessa siamo passati attraverso vari
masanielli. Dall’eterodosso nel modo e nel corpo Berlusconi, iconoclasta più
nei costumi, dissoluti ma fieramente esibiti, che nella conduzione mafio-privatista
dello Stato (rispetto all’untuosa probità esibita dalla precedente
concertazione andreottiana), siamo passati per Grillo che mascherava da rivolta
antisistema quel programmino esoterico-elitario del guru Casaleggio. E,
comunque, dirottava una montante opposizione sociale, privata della sua
espressione politica e organizzativa dal disfacimento del PCI, verso gli esiti
che conosciamo. A ulteriore introiezione di impotenza e perdita di fiducia.
E
allora Vannacci. Ma che, davvero?
Intanto
è un generale, per definizione cavallo di troia dell’industria militare e, in
un tempo dove militarizzazione e guerra sono tornati a essere quelli della
cultura futurista del fascismo, arriva accompagnato da rulli di tamburo e
squilli di tromba. Col risultato di diffondere, in linea con i suoi affini con
le stellette che Valditara manda nelle scuole a educare il pupo, la convinzione
che fracassare persone e cose in paesi di cui non ce ne potrebbe fregare di
meno sia cosa bella e giusta e da perseguire. Reduce da Somalia, Iraq,
Afghanistan, Jugoslavia, chi meglio di lui per accendere in noi il sacro fuoco
del gettare il cuore oltre l’ostacolo, dell’uccidere e del farsi uccidere per
la patria? Ottimo risultato.
Poi
è orgogliosamente “feccia”, “scarto”, cioè fascista e uno come lui, che
imperversa legittimamente e pubblicizzato come pochi sul proscenio nazionale, a
Meloni fa fischiare le orecchie per come i progetti di Futuro Nazionale siano
tutti quelli che la premier fedifraga ha abbandonato. Poi masaniello si
affloscia e sparisce, da L’Uomo Qualunque a Grillo o Renzi. Ma il segno rimane
e si farà sentire per come si dovrà dare una regolata l’azione politica del
regime che il generale ha fustigato. Ottimo risultato.
Fascismo
trombone e fascismo zitto zitto
Cosa
sparisce dietro all’uomo della Folgore alla sua banda di scalcagnati (Pozzolo,
Borghezio, Bergamini, Furgiuele, ma ve lo immaginate!)? Dietro alla fantasia
remigrazione, islamizzazione, dittatura LGBTQ+, il femminicidio da abolire,
sparisce l’establishment, la casta, il sistema e tutto il suo stato maggiore.
Che sta a Silicon Valley e ammonticchia trilioni e strumenti per giocare a
tombola con i nostri neuroni. Sparisce ciò di cui non dovremmo avere
avvedutezza, il tecnofascismo, o cyberfascismo della sorveglianza, della
repressione, della guerra interna ed esterna, del controllo dei pensieri e dei
desideri, di ciò che si può dire e fare e ciò che non. Sparisce il dato
apocalittico che, come ai tempi della rivoluzione’industriale, poi del mercato,
le cose che contano le hanno in mano gli stessi delle ferriere. Ottimo
risultato.
Ragazzi,
Farinacci-Vannacci sopravviverà nelle pagine ingiallite di qualche archivio.
Come Grillo, la cui ossessione digitale si è però imposta. Come Berlusconi, che
ci ha però lasciato la mafia cobelligerante contro il popolo, come Renzi, ma il
Jobs Act sta ancora qua e ci massacra.
E
di fronte alla cacciata da un’occasione di formazione della conoscenza, come un
Festival della Letteratura, di uno che, negandolo, si identifica con il
genocidio; davanti al fatto che una fiera del libro doverosamente,
legittimamente, chiede ai suoi espositori, diffusori di conoscenza e di
coscienza, di impegnarsi per iscritto per la Costituzione e il Codice Penale
antifascisti, c’è chi si inalbera e ciancia di censura.
Più
che per la sfilata “Duce-Duce” di Casa Pound. Ottimo risultato.
Effetto
Vannacci.
Altro
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