sabato 15 agosto 2026

Venezuela, Cuba, Siria… , --- Serbia LA CADUTA DEGLI DEI

 


Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice.

Attaccando, uccidendo e devastando un paese pacifico, democratico, oltre tutto socialista (fosse per questo?), vi stavano commettendo crimini di guerra e contro l’umanità. Passati alcuni giorni sotto le bombe e tra i serbi, che sul ponte Branco sfidavano gli aereo-assassini di Aviano cantando gli inni della lotta partigiana con la quale avevano, da soli, cacciato i nazifascisti, il prolungamento del mio lavoro alla RAI sfumò. Non c’era concordanza di vedute tra chi straparlava di una liberazione democratica dei serbi dalla dittatura di Milosevic (come la farebbero oggi i missili di Trump sui veli delle iraniane) e chi mandava parole e immagini, poi raccolte in due docufilm, “Il Popolo invisibile” e “Serbi da Morire”.

 

 



Qualcosa allora pubblicò Liberazione, quotidiano del PRC, ma dopo accurata selezione del buono e del cattivo. E per poco. Il cattivo essendo la mia difesa di Slobodan Milosevic, un presidente democratico quanto noi ce li sognavamo, poi catturato tre giorni dopo una mia intervista e mandato a morire (visto che non si era riuscito a imputargli niente) all’Aja. Non gradirono né la RAI, né Bertinotti.

Iniziò il quarto di secolo in cui ho lavorato come mai prima, ma “a gratis” e in libertà (libertà fino a un certo punto, vedi Byoblu, o Visione TV). Piccolezze personali, ma utili indici di cosa sia diventato il giornalismo italiano, anche quello social.

A Belgrado ci sono tornato anno dopo anno, invitato da Živadin Jovanović, già ministro degli esteri nel governo Milosevic e grande resistente contro lo sbraco euro-atlantico che gli aggressori si erano ripromessi. Nei convegni che a ogni ricorrenza dell’aggressione Jovanovic allestiva, si ritrovavano – e si ritrovano tuttora - la Serbia in resistenza e i suoi amici nel mondo. Contro l’oblio promosso da colpevoli, vi si illustra la strategia imperialista nei Balcani e nel mondo e si documentano le atrocità del terrorismo bombarolo NATO (tra l’altro l’uranio impoverito).

Tutto ha sostanzialmente tenuto nei decenni del nuovo millennio. Si è chiesta l’adesione all’UE, ma senza spingere troppo. Si sono mantenuti i rapporti fraterni che storia, cultura, lingua, religione impongono a serbi e russi. La repubblica Srpska, enclave serbo nel mostro da provetta NATO della Bosnia Erzegovina, per quanto assediata e sabotata dai consoci croati e bosniaci (ultimamente per insistere a dimostrare che Srbrenica è una fabbricazione di Izetbegovic), tiene duro.

Poi, adesso, la svolta, il crac. Qualcosa, nella società serba, aveva già emesso rumori fortemente discordanti. Fu quando, con in prima fila gli studenti, un cospicuo settore popolare divenne, nella primavera del 2025, protagonista di una protesta di massa, che a tratti assunse i caratteri di una vera sommossa, contro il malaffare, l’incompetenza, il disinteresse per i bisogni fondamentali della dirigenza, come rappresentata dal 2017 dal presidente Alexandar Vucic, del Partito Progressista Serbo. Respinta la richiesta di nuove elezioni parlamentari, in mesi recenti il governo si è visto confrontato da una rinnovata protesta studentesca. Forse non del tutto autonoma e genuina. Si tratta di occasioni che l’imperialismo sa utilizzare.

Come se questa profonda inquietudine e insofferenza diffuse in gran parte della popolazione non bastasse, Vucic è passato da un’ostinata passività, corredata da dura repressione poliziesca, a una vera e propria provocazione.

L’invito al capoccia NATO del regime banderista-nazista di Kiev ha, per il momento, lasciato l’opinione pubblica come paralizzata. Sarà per poco. Zelensky da Vucic è come Petain da Churchill. A Belgrado hanno accolto con tutti gli onori e ci hanno programmato affari bellici l’omuncolo che, puntellato dagli armaioli occidentali e dai loro reggicoda politici, ha attaccato la Russia e la combatte fino all’ultimo ucraino rastrellato a calci e pugni dalla sua polizia. Russia sorella e garante della Serbia da quando esistono slavi e ortodossi nello spazio eurobalcanico. Soluzione finale del problema Jugoslavia? E’ implicito il riconoscimento da parte di Kiev dell’indipendenza del Kosovo.

La visita è stata preceduta da un costante e silente flusso di armi serbe all’Ucraina ed è stata poi coronata dalla creazione in Serbia di uno stabilimento per la produzione di droni d’attacco, da fornire a Kiev e da sparare sui fratelli russi.

Cento intellettuali di primo rango, serbi, montenegrini e bosniaci, hanno stilato e firmato una durissima denuncia di quanto il governo Vucic ha concesso al principale nemico della sorella Russia. Dovrebbe essere un inizio.

venerdì 14 agosto 2026

LA PAOLOMIELEIDE, RUBIO E IL RICHIAMO DELLA FORESTA

 

 LA PAOLOMIELEIDE, RUBIO E IL RICHIAMO DELLA FORESTA

 

E’ simile a quella del Dr. Jekill e Mr. Hyde, emblematico racconto di Stevenson, la vicenda del più sfrenato dei nostri moderati, Paolo Mieli, già fondatore de La Classe, forse il primo foglio rivoluzionario del movimento ’68-’77, poi direttore del Corriere della Sera e colpevole della sua degenerazione da grande e autorevole portavoce della borghesia sedicente illuminata a capofila di una stampa degenerata in voce del padrone con il pugnale tra i denti. Il padrone essendo un poliziotto picchiatore, un generale guerrafondaio e un padrone alla Jobs Act.

Oggi è il vicerè per l’Italia di colui, Marco Rubio, la testa pensante e agente, fasciata di orbace, di Trump, che a metà luglio ha convocato a Washington gli Stati Maggiori della fascistizzazione globale. 66 paesi tra Occidente ligio e Sud disponibile. Ordine del giorno da qui ad Armaggedon e oltre: “Lotta senza quartiere al terrorismo di sinistra”, di cui Rubio si dice convinto che stia risorgendo, dopo averlo dichiarato responsabile di tutti gli attentati dell’ultima metà secolo, e che costituisca la massima emergenza mondiale.

Il documento si chiude con l’appello alle agenzie di intelligence, alle forze di sicurezza, ai governi e ai media, di unire le loro forze “Per schiacciare questo male assoluto per sempre”. L’appello è stato immediatamente recepito da Paolo Mieli. Quello stupefacente Mieli col quale il leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, la star del cinema d’attacco Gian Maria Volontè, Toni Negri, Lanfranco Pace, Sergio Bologna, altri ed io, realizzammo i primi numeri di “La Classe”. Era il giornaletto del microrganismo omonimo, che presto venne assorbito in Lotta Continua e nell’omonimo quotidiano di cui divenni direttore dal 1972 al 1975 (ricavandone circa 150 procedimenti penali).

Ho quindi titoli per misurarmi con l’ex-direttore del Corrierone, ora titolare e padrone assoluto di uno dei migliori canali dell’ente pubblico, Rai Storia, dove, con storici di rango, sviscera con abilità retroterra e angoli chiari e scuri di un passato che le attuali forze decisive ci vorrebbero far dimenticare. Un merito. Qui troviamo il Mieli Dr. Jekill.

Che però non tarda di tramutarsi nel Mr.Hyde, impersonato in politica e stampa nel mezzo secolo post-La Classe, appena l’occasione non gli si presenti. E sul piatto d’argento glie l’ha offerto quel Marco Rubio che Trump già vede presidente di Cuba. Glie l’ha offerta col suo annuncio della guerra a ogni “sinistra estrema, terrorista per definizione”. Una guerra, s’intende, per la quale, se non dovesse funzionare la soluzione facile “Venezuela”, Gaza è il modello supremo.

Il 12 agosto, in due corpose puntate della rubrica “Passato e Presente” della sua RAI Storia, Paolo Mieli si è fatto risonante stanza dell’eco dei proclami urbi et orbi del Segretario di Stato USA per la resa dei conti finale con il Satana della Sinistra.

Prima puntata: “Il terrorismo degli anni ‘70”, tutto rosso, qualche striatura nera, un fugace riferimento ai “servizi”, un’occhiatina su Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, tante Brigate Rosse, presenti dal minuto uno al minuto 60 (naturalmente tutte autentiche, genuine, mica lo Stato s’infiltra tra compagni come Moretti, Morucci, Ferranda che ti ammazzano il DC più di sinistra mai visto!). Un movimento di massa politico, sociale, di operai, studenti, intellettuali che ha cambiato l’Italia come un calzino, ma in meglio? Mai coverto.

Seconda puntata: il “terrorismo palestinese degli anni ‘80”, Abu Nidal (l’ho visto e intervistato quando Saddam, sapendolo provocatore, lo teneva chiuso a Bagdad), gli attentati di Fiumicino, alla Sinagoga di Roma, l’Achille Lauro, eccetera eccetera. Chi peggio dei palestinesi sul nostro suolo?

Mandato rubiano assolto. Con il bonus mieliano, sua sponte e sua fregola aggiunto, dell’aver fatto sparire sotto la cortina fumogena di Abu Nidal ciò che viene fatto in queste stesse ore e da ottant’anni ai palestinesi di Gaza e Cisgiordania, poi anche ai libanesi e ai siriani, quattro pulizie etniche con obiettivo soluzione finale. E bravo Mr. Hyde.

VENEZUELA . E’ C’E’ CHI NE SOSTIENE IL TRADIMENTO

 

 


11 agosto 2026

I governi criminali di Israele e Venezuela hanno concordato di istituire un meccanismo di coordinamento per facilitare i servizi consolari ai propri cittadini residenti in entrambi i paesi, dopo 17 anni senza relazioni diplomatiche.

L'accordo prevede anche il mantenimento della cooperazione tecnica nelle attività di emergenza e di recupero a seguito dei terremoti che hanno colpito il Venezuela a giugno.

Caracas ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele nel 2009, durante l'amministrazione dell'allora presidente Hugo Chávez. Entrambi i governi hanno inoltre sottolineato i legami storici tra Israele e la comunità ebraica venezuelana come ponte di amicizia tra i due paesi.

Il sionismo ha ottenuto ciò che voleva

Le notizie sono quelle che sono e devono essere riportate come tali, ma se non suscitino repulsione è tutt'altra questione. Questo è il culmine di qualcosa iniziato con l'immediata presenza militare delle forze genocidarie israeliane sul suolo bolivariano, con il pretesto di fornire aiuti umanitari dopo il doppio terremoto. Il mondo intero ha assistito con sgomento ai successivi incontri, foto e video del presidente ad interim con gli ufficiali dell'esercito responsabili del più grande genocidio del XXI secolo contro il popolo palestinese. Questo genocidio continua quotidianamente e colpisce anche i popoli del Libano, della Siria e dell'Iraq, oltre ai continui attacchi contro l'Iran e all'assassinio della Guida Suprema Sayyid Ali Khamenei.

Poi è arrivato il secondo capitolo, quando una delegazione dell'AIPAC (la principale lobby sionista che esercita pressioni su senatori e rappresentanti statunitensi) è giunta a Caracas, è stata ricevuta dalla presidente ad interim e ha incontrato suo fratello, il presidente dell'Assemblea nazionale. Tra i visitatori c'erano Brian Mast, Randy Fine, Kat Cammack e Jonathan Jackson e, secondo quanto riportato, l'ordine del giorno si è concentrato sulla "cooperazione in materia di sicurezza e sulla lotta al narcotraffico", la solita scusa per infiltrarsi in territorio venezuelano. Questa incursione sfacciata e impensabile ha suscitato una forte condanna da parte degli attivisti chavisti.

È incredibile: riprenderanno i rapporti con coloro che sono stati dichiarati criminali di guerra dalla Corte penale internazionale. In questo momento, i sionisti vanno e vengono da Caracas in totale impunità, e il peggio deve ancora venire.

QUANDO I TOPI ABBANDONANO LA NAVE

 


QUANDO I TOPI ABBANDONANO LA NAVE

Da una cronaca sulla fine dell’impero romano: Il cittadino romano medio non si era accorto che l’Impero era crollato finche, un giorno, strade e ponti cessarono di essere riparati.

Vale per l’impero statunitense, versione finale intestata al Trump che, a scopo di esorcismo, blatera di un’ “Età dell’Oro”.

Nel Mar Rosso, a tener testa agli yemeniti che fanno saltare i trasporti di idrocarburi sauditi, non c’è più una portaerei, né americana, né altra, Nel Golfo Persico, ad assicurarci che Hormuz è nostro, delle tre che Trump vi aveva collocato a dimostrazione della sconfitta dell’Iran né è rimasta una sola. E se è vero che la garanzia della riuscita militare è in prima istanza il morale delle truppe, la “Abraham Licoln” è come se non ci fosse. E fra un po’ non ci sarà neppure lei.

La notizia che ci dà lo screenshot che riproduco qui sopra da News World Americas dice: “Marinai statunitensi disperati hanno cercato di buttarsi in mare dalla USS Abraham Lincoln a seguito del prolungato impegno. Lo rivelano le famiglie”.

La notizia di questa forma di vero e proprio ammutinamento tra i 5000 marinai imbarcati, operativi nello Stretto dal 21 novembre scorso (240 giorni), con crescente scarsità di cibo fresco e bevande, conseguente riduzione delle porzioni, rifornimenti incredibilmente carenti (quanto, del resto, le riserve di missili e intercettori di tutto l’apparato bellico USA), disagio psichico, è diffusa da molti media negli USA e nel Regno Unito. In assenza di copertura da parte della maggioranza dei media, sempre ossequiosi quando si tratta di guerra, a diffondere lo scandalo hanno provveduto le famiglie dei militari.

attps://www.independent.co.uk/news/world/americas/middle-east-abraham-lincon-sailors-iran-b3031718.html 

Secondo la TV di Stato iraniana, Press TV, di solito più affidabile delle fonti occidentali, a bordo di questa e di altre navi dislocate nella regione, si sarebbero verificati atti di sabotaggio, rivolta e risse. In seguito a una di queste, a bordo della Lincoln vi sarebbero stati nell’equipaggio sette morti e numerosi feriti. L’evento si sarebbe verificato quando sulla portaerei era sbarcato un rappresentante di CENTCOM, il Comando Centrale USA, per tentare di placare l’esasperazione del personale.

Ci dispiace per le vittime. Sono vittime che hanno mandato avanti l’impero e che ora ne accompagnano l’agonia. Ci si può stare.

martedì 11 agosto 2026

VENEZUELA, LA RESA DEI CONT


Tornare ancora sul Venezuela, Maduro, Elcy, vero, falso? Non ci sono ormai altre priorità? Hormuz in condominio tra Iran e Oman e gli USA fuori dalla porta? Netanyahu che firma e contemporaneamente brucia tregue, cessate il fuoco, negoziati, pur di continuare ad ammonticchiare cadaveri? Israele che ordina al socio in Abramo di rompere i coglioni a Sanchez facendogli lanciare contro da Maometto VI una torma di affamati? Piantedosi, Schlein? L’irrimediabile perdita di uno dei nostri tempi migliori, Francesco Guccini?

Tutti temi degni di causare attenzione, discussione, avversione, ammirazione, Ma il Venezuela ha qualcosa in più, qualcosa di cruciale nei tempi della menzogna strutturale e istituzionale. Vero o falso? Fregatura o successo? E non solo per me e per te. Per tutti e per la Storia. E ne trai una lezione senza la quale vai a sbattere.

Uno che ama gli schieramenti netti potrà chiedersi: ma L’AntiDiplomatico come la pensa? E la risposta, come è giusto e stimolante nel caso di una testata giornalistica, se la dovrà cercare e costruire, bazzicando un po’ di numeri nei quali trovare opinioni a confronto, spesso divergenti, quando non litiganti.

E così deve essere e così è stato nei casi in cui sono stato coinvolto. Credo a beneficio di chi, scartabellando, nei pro e contro e nei dubbi, ha guadagnato conoscenza, consapevolezza e, hai visto mai, perfino coscienza e capacità di giudicare.

Personalmente, in tempi recenti, ho rappresentato uno di due poli, il negativo o il positivo fate voi, di un circuito elettrico dal cui passaggio di corrente sono indubbiamente scaturiti dei lumi. Mi riferisco alla profonda divergenza tra me e Michelangelo Severgnini su come valutare il ruolo della Turchia e, specificamente, di Erdogan, nella contingenza geopolitica della fase. Io, a dannarlo colme protagonista NATO di una strategia di espansione atlanto-islamica, sostanzialmente antirussa; lui a difenderlo come abile tessitore di costruttive mediazioni.

La disputa ha poi trovato coronamento, su suggerimento intelligente dell’AntiDiplomatico, in un confronto televisivo condotto dall’amico Paolo Arigotti, dove dati incontrovertibili hanno determinato quella che ritengo sia una convincente conclusione.

Conquista ibrida del Venezuela

Per uscire dal discorso criptico, parliamo di chi, a oltre sette mesi dalla data del rapimento del presidente Maduro e dell’attacco di Trump al Venezuela, prova ancora a salvaguardare la buona fede e la continuità bolivariana e chavista del gruppo dirigente di Caracas e di chi, superati iniziali dubbi, dà per dimostrata e acquisita la complicità della presidente “ad interim”, Delcy Rodriguez, e di tutto il gruppo dirigente lasciato in piedi dagli USA e addirittura considerato la migliore della soluzioni.

Perfino la giusta cautela che inizialmente esibivano le analisi di Resumen, testata argentina, cartacea e digitale, considerata una delle più autorevoli e informate voci latinoamericane, si è andata in giorni recenti evolvendo in certezza su ciò che il movimento di massa chavista va denunciando da quasi subito: il Venezuela è stato venduto agli interessi imperialisti e monopolisti USA.

Inserisco un inciso personale relativo a uno sgradevole tentativo di diffamazione nei miei confronti attuato da chi si ostina, a dispetto di tutto, nella difesa della buona fede e delle buone ragioni “tattiche” dell’attuale gruppo dirigente venezuelano, presieduto da Delcy Rodriguez. Una mia precisa riproduzione in Whatsapp di un testo di Resumen che riferiva del plauso tributato da Maduro, dal carcere di New York, al nuovo dialogo del governo venezuelano con l’opposizione di destra e filo-yankee, è stato riferito ai responsabili della testata come una mia maliziosa manipolazione. Il tentativo si è disintegrato nell’ espace d’un matin. Piccole miserie.

Veniamo alla questione di fondo. Che è grossa e di portata storica e internazionale. Cosa è davvero successo a Caracas a partire dal 3 gennaio, giorno del rapimento, dell’eccidio di 100 difensori di Maduro, tra cui una trentina di cubani, e dei bombardamenti incontrastati su città e porti del Venezuela? Che si disse siano stati possibili grazie alla neutralizzazione supertecnologica dei dispositivi di sorveglianza. Giustificazione poi cassata.

A perlomeno sospettare che gatta ci covava inducevano già solo i ripetuti affondamenti al largo delle coste venezuelane di pescatori fatti passare per narcotrafficanti, come poi lo stesso Maduro, senza che Caracas avesse reagito. Dell’ipotesi di una sospetta passività del governo scrissi nell’immediato su Whatsapp, ne parlai in videointerviste quattro giorni dopo il 3 gennaio, e poi su L’AntiDiplomatico, in termini non equivocabili e risolutamente “colpevolisti” per quanto atteneva al comportamento della dirigenza carachegna, con l’ampia ricostruzione di quasi cinque mesi fa.

Oggi e da un po’ mi trovo in buona compagnia nel constatare l’evidenza della capitolazione-sottomissione dell’attuale direzione venezuelana all’operazione neocolonialista di Trump. 

L’ultima giapponese?

Delcy Rodriguez accoglie John Ratcliffe, capo della CIA a 11 giorni dal rapimento di Maduro

Quella dell’ultimo soldato giapponese, perso nella giungla che pensa che la guerra sia ancora in corso, anni dopo la sua fine, è una figura tra compassionevole e surreale, metafora di chi non sa aggiustarsi con la realtà e insiste a volersi vivere in un mondo solo da lui configurato.

Come coloro che seguono le questioni del mondo e, specificamente, sia L’AntiDiplomatico, sia Sinistrainrete, sia la chat Mondocane da me amministrata, la giornalista Geraldina Colotti, nel suo ostinato isolamento, rimanda a questa figura. Autorevole esperta di America Latina, è la protagonista assoluta e ormai quasi unica, della linea  secondo cui Caracas avrebbe mantenuto in piedi la rivoluzione bolivariana di Chavez, a dispetto di un’aggressione statunitense che avrebbe imposto “una ritirata” strategica” per salvare il retaggio del Comandante”. Insomma: buona fede e quanto di meglio nelle circostanze - pistola alla tempia, salvare il salvabile, evitare l’occupazione - era dato di fare. Niente svendita, niente tradimento, niente resa.

Su chi abbia colto nel segno nell’interpretare questi accadimenti epocali è detto esaurientemente dalle immagini che ho inserito in questo scritto. E che fanno giustizia delle accuse di calunnia, se non di disfattismo, che venivano mosse a chi provava a guardare in faccia la realtà. Realtà di una cascata torrenziale di eventi dal carattere talmente univoco, da lasciare dubbi solo in chi doveva avere motivi davvero saldi per non vedere.

A tre giorni dal rapimento di Maduro e del massacro delle sue guardie, la neo presidente riceve John Ratcliffe, direttore della CIA, il capo dell’intelligence e delle operazioni sporche del governo che ha eseguito il crimine.

Delcy Rodriguez accoglie Doug Burgum, Ministro degli Interni USA

Nel giro di pochi giorni vengono accolti al Palazzo Miraflores il Ministro degli Interni USA, Doug Burgum e, l’11 febbraio, il Ministro dell’Energia Chris Wright. Ne consegue la riforma della Ley de los Hidrocarburos che modifica la legge organica sulle risorse energetiche venezuelana proclamata da Ugo Chavez nel 2006 e che aveva imposto la proprietà pubblica e popolare di tali risorse per tutte le fasi di estrazione, produzione, commercializzazione, con destinazione dei proventi a fini di promozione sociale.

La nuova legge, adottata in seguito alle consultazioni con gli interlocutori di Washington, è orientata a permettere e facilitare che imprese private nazionali e straniere (sono specificamente menzionati ENI, Repsol, Chevron e Fondo Monetario Internazionale) partecipino alla produzione petrolifera nelle forme legalmente inibite da mezzo secolo, da quando, con Chavez, ne era stata proclamata la nazionalizzazione. Non si menzionano più finalità sociali.

Scrive su X Josè Hernàndez, avvocato venezuelano esperto di diritto costituzionale e amministrativo, consulente di diverse compagnie energetiche internazionali: “Oggi si scrive la parola fine alla criminale politica di espropriazioni portata avanti dal governo di Chavez”.

Delcy Rodriguez accoglie Chris Wright, Ministro USA dell’Energia

Terremoto e occupazione

Lo spaventoso terremoto del 24 giugno colpisce un paese completamente destabilizzato. Il terribile numero delle vittime e la dimensione delle distruzioni, provocano la sospensione delle manifestazioni dei movimenti bolivariani contro gli indirizzi adottati dal regime e per la liberazione e il ritorno di Maduro. Di queste espressioni di volontà popolare organizzata, che riprenderanno con vigore alla vista della progressiva demolizione della sovranità del paese, ho potuto avere conoscenza diretta da Juan Contreras, deputato e leader del movimento chavista “Coordinadora Bolivariana”. Si tratta della storica organizzazione militante nata nel quartiere “23 de Enero” di Caracas al tempo della dittatura di Jimenez ed estesasi a tutto il paese  Un’ intervista a Contreras c’è nel mio docufilm “L’Asse del bene”.

 

Alla rimozione di alcuni esponenti del governo e a quella del capo delle Forze Armate, si accompagna l’arrivo in Venezuela di truppe statunitense, già prima del terremoto, e poi israeliane. Queste, venute offrendo di contribuire ai soccorsi. Per i quali, però, si presentano come esperti alti ufficiali dell’IDF, assolutamente privi di specifica esperienza in merito, ma fortissimi nel lavoro di infiltrazione nelle vicende interne dei paesi latinoamericani, a partire dall’intelligence e da operazioni di destabilizzazione. Giorni prima si erano ristabiliti i rapporti diplomatici che Caracas aveva rotto nel 2009, in protesta contro la pulizia etnica dei palestinesi e l’operazione “Piombo Fuso” del 2009, che potete rivedere in questo docufilm:

 

 

Delcy Rodriguez e ufficiali israeliani

Dalle esercitazioni e dai pattugliamenti svolti dagli statunitensi in piena Caracas e in altre città, si passa a qualcosa che i movimenti delle Comuni in rinnovata mobilitazione definiscono la “decimazione” dei nuclei di resistenza, con riferimento all’intervento di unità congiunte di militari USA e polizia venezuelana contro focolai di “insubordinazione”. Incomincia a echeggiare da un capo all’altro del paese la parola d’ordine fuera los yanquis.

Militari USA pattugliano Caracas

Via la vecchia opposizione, Va bene Delcy

Quelli citati sono come, dimostra l’evidenza dei fatti, dimostrazione di una strategia lineare e coerente di adeguamento alle direttive di un presidente che, in un solo fiato, detta a Delcy ciò che deve fare, assicura alle compagnie statunitense il controllo sul petrolio venezuelano e vaticina, con tanto di mappa, il “Venezuela 51° Stato degli Stati Uniti”.

Nell’analisi di chi certifica la buonafede degli attuali governanti, si occulta questa successione di passaggi che, al confronto storico tra Venezuela chavista e USA, sostituiscono una concordanza globale di scelte e obiettivi. Il discorso giustificazionista si riveste di nobili addobbi: “Il rifiuto del genocidio palestinese è il cuore pulsante del discorso di insediamento di Delcy Rodriguez, pilastro irrinunciabile e storico il governo bolivariano a Caracas, Cuba-Venezuela una sola bandiera, braccio asimmetrico con Washington, anche Lenin firmò la pace di Brest-Litovsk, Delcy e il PSUV non sono stati paracadutati da un esercito straniero di occupazione, sottovalutata la maturità del popolo venezuelano, el pueblo en la calle e la Milizia Bolivariana…”

Già, el pueblo en la calle, che ormai ininterrottamente denuncia la frode e i cedimenti, in sempre più netta opposizione al gruppo dirigente e agli ospiti a stelle e strisce e con stella di David, soccorritori per gli uni, invasori e occupanti per gli altri.

  

Arrampicarsi sugli specchi, o sul palazzo di Miraflores?

Partiamo da un Venezuela dove dal pubblico siamo passati al privato, dalla sovranità all’occupazione coloniale e all’intervento di “soccorritori” statunitensi e israeliani, per arrivare al dunque: è mai possibile, alla luce degli sviluppi elencati e che non sono neanche tutti dello stesso indirizzo, sostenere quanto Geraldina Colotti afferma nel suo intervento?

E’ davvero plausibile che “tutto è rimasto in mano a una direzione bolivariana in virtù della sua capacità di mediazione, costruzione di alleanza e di fare politica”? Che “i dirigenti venezuelani hanno seguito il consiglio di Fidel e non si sono sacrificati come Allende”? Che “non si sono fatti schiacciare dal giogo dell’ideologismo dogmatico” ? Che, dopotutto, se ora “il Venezuela è alleato degli USA, è pur sempre rimasto alleato di Russia e Cina”? E che, a dimostrazione della sovranità salvaguardata, “ancora esistono le rappresentanze diplomatiche dell’Iran e della Palestina a Caracas”?

E perfino che “anche Chavez si arrese ai generali che lo avevano imprigionato a Miraflores”. Dove si arriva a precipitare nel falso pro domo sua. In quei giorni dell’aprile 2002, ero a Caracas (il golpe è testimoniato nel mio docufilm “Americas Reaparecidas”) e milioni di venezuelani sanno che Chavez non si è mai sognato di arrendersi. Fu prelevato con la forza dagli ufficiali felloni e trasportato, in catene, nella caserma di Fuerte Tiuna e poi liberato dalla mobilitazione popolare entro 48 ore. Quello della “resa” è un insulto che Chavez non merita.

 

Secondo Colotti, “dal momento che Chavez, nel 2007, accettò la sconfitta al referendum sulle nazionalizzazioni, evitando lo scontro con l’opposizione”, bene farebbero a mediare i governanti venezuelani “di fronte all’occasione di premere più a fondo sul pedale della rivoluzione a rischio di uno scontro armato e di una guerra civile”. Meglio farsi dettare la politica e l’economia da Washington e farsi “dare una mano” dai genocidi israeliani e dall’autocrate assassino Trump. Meglio, scrive Colotti, “cedere il petrolio cercando di non cedere la sovranità”. Come se non fosse la stessa cosa.

Tutto questo, per la brava giornalista, comporta “riconoscere l’autorità dell’esecutivo nominato. il che significa difendere il filo della continuità costituzionale contro ogni tentativo di imposizione coloniale esterna”. Salvati capra e cavoli.

Va riconosciuto a Geraldina Colotti una inesausta capacità di compiere prodigi di funambolismo dialettico, al limite e oltre della spregiudicatezza. Qualcuno ha parlato, nella stessa edizione, di arrampicata sugli specchi, della quale ci si dovrebbe stupire alla luce delle lunghe e approfondite frequentazioni della materia latinoamericana che, con notevoli meriti, la collega vanta.

 

E ciò va comunque rispettato. Anche se l’insistere sull’integrità assoluta, per quanto “mediatrice”, del gruppo dirigente venezuelano, sotto tiro perfino del movimento di massa bolivariano, rappresenta oggettivamente un assist all’operazione – e agli operatori - che ha portato alla fine del Venezuela chavista.

Non c’è dubbio che l’attuale governo a Caracas si sentirà confortato dai riconoscimenti e sostegni fornitigli da supporter di vario genere. Meno encomiabile dal punto di vista deontologico ed etico apparirebbero i termini con i quali vengono qualificati, peraltro con indirizzi precisi per quanto non nominati, coloro che non concordano con l’analisi di Colotti. Termini dispregiativi che, così, forniscono con l’inficiare la persuasività e dignità dell’argomentazione. 

Qui si parte dalla definizione di una gerarchia di valori, attribuita alla propria parte (quando non alla propria persona), nella quale si ritrovano coloro “che hanno attraversato il fuoco della militanza rivoluzionaria”, che “conoscono il peso materiale della lotta di classe, con i suoi costi umani, le sue carceri…” E si arriva all’elegante e rispettosa descrizione del pensiero altrui in quanto espresso con “ragli digitali”, “invettive sterili di chi confonde il marxismo con un catechismo morale” (?), “una mefitica logica da tifoseria”, a “un rumore di fondo prodotto da tarantolati che giudicano i processi storici da seduti, a distanza di sicurezza, senza avere mai conosciuto né la morsa stritolante di una guerra asimmetrica, né quindi i costi della sconfitta…”

So che Geraldina parla di me, ma, incidentalmente, ho fatto l’inviato in quasi tutte le guerre, a partire da quella nordirlandese e a finire con quella palestinese. Da seduto mi si è visto di rado. E anche tra chi, su L’AntiDiplomatico, ritiene che il Venezuela sia stato venduto, non trovo tarantolati seduti a distanza di sicurezza. Anzi.

Per valutare nei suoi contenuti fattuali l’excursus della collega basta e avanza quanto si è verificato tra Washington e Caracas a partire dal 3 gennaio (e sicuramente da prima, ce lo diranno gli storici) e, passando per la privatizzazione istituzionalizzata delle proprie risorse a favore di interessi multinazionali e per l’intervento sul territorio di militari USA e israeliani, quanto non si è ancora concluso. E quanto quotidianamente viene denunciato da movimenti di massa che si trovano di fronte repressori anch’essi multinazionali.

Per giudicare il tenore etico e deontologico di questo scambio, è sufficiente lo stile con il quale si rappresenta chi dà un’interpretazione diversa di quegli eventi e dei loro protagonisti. Mi sono limitato a un breve resumee.

Per dirla tutta, rispetto a certe scelte di vita che scambiano il nemico con l’amico, l’infiltrato col compagno, vale sempre la massima di Sant’Agostino: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

 

domenica 9 agosto 2026

CEUTA? NON E’ CHE L’INIZIO

 



Il “Fianco Sud della NATO”, di cui, armonizzando, cianciano a colazione, pranzo e cena Meloni e Crosetto, c’è già. Eccolo.

In vista di quello che viene adombrata come un nuovo assalto all’exclave spagnola di Ceuta, il 15 agosto o giù di lì, parrebbe opportuno esaminare alcuni tratti di quanto già avvenuto e ampiamente manipolato dall’apparato mediatico.

L’invasione, da parte di decine di migliaia di presunti migranti, del possedimento coloniale spagnolo di Ceuta, alla fine di luglio, indica il rafforzamento dell’Asse Israele-USA-Marocco (come non chiamarlo fianco sud della NATO?). In questo caso specificamente per esercitare pressione sulla Spagna filopalestinese e sul suo Primo Ministro. postosi da tempo in prima fila nella denuncia del genocidio a Gaza e in Cisgiordania e nel riconoscimento politico della Palestina.

Un asse che, partendo dall’ingresso del Marocco, insieme agli Emirati Arabi Uniti, negli Accordi di Abramo, ha fatto di queste due monarchie assolute arabe le proxy per  operazioni della strategia sion-statunitense nel quadro del vagheggiato fianco Sud. Tra le quali assume rilievo, la partecipazione di 150 militari marocchini, prima e per ora unica componente della cosiddetta Forza di Stabilizzazione di Gaza, nel progetto trumpian-kushneriano di conversione dell’ecatombe di Gaza in Resort Riviera (Complesso turistico di lusso, ma soprattutto base di controllo e gestione del gas palestinese al largo).

Da una collaborazione militare con Israele sul terreno a Gaza, all’irruzione di caterve di giovanotti scortati da gendarmi marocchini e scaricati su Ceuta, finalizzata a mettere in difficoltà la pietra d’inciampo Sanchez, con ripercussioni significative a livello europeo (vedi il sicariato sionista della squadraccia Meloni con la sospensione di Schengen) e mondiale, si rimane nello stesso ambito.

Sullo sfondo dell’operazione immediata, ci sono le parallele mosse della componente USA dell’Asse, come il riconoscimento della sovranità sul Sahara Occidentale (Repubblica Sahrawi) al Marocco, il sostegno del colonizzatore globale Trump alla decolonizzazione di Ceuta e Melilla, accompagnato da segnali che nulla si opporrebbe alla presa marocchina manu militari delle due exclavi, fino al recente regalo trumpiano di 40 milioni di dollari a fondo perduto.

Di tutto questo non vi è menzione nella risposta di Pedro Sanchez con la quale il premier esime il Marocco da ogni responsabilità per quanto accaduto a Ceuta e se ne augura la collaborazione nel contenimento di ulteriori incidenti del genere.

Cosa che non gli impedisce oggi, nel ricordo della scoperta che fece dell’intercettazione, con furto di milioni di dati, del telefono suo e di quelli dei ministri della Difesa e degli Interni, realizzato grazie al software israeliano Pegasus, di inviare a Ceuta le fregate “Santa Maria” e “Navarra”, la nave per trasporto truppe “Rayo” e una nave per la logistica.

Non fidarsi è meglio.