Era l’ultima
settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto
andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio
Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni,
con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani
della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome
della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema
premier e Mattarella vice.
Attaccando,
uccidendo e devastando un paese pacifico, democratico, oltre tutto socialista
(fosse per questo?), vi stavano commettendo crimini di guerra e contro l’umanità.
Passati alcuni giorni sotto le bombe e tra i serbi, che sul ponte Branco
sfidavano gli aereo-assassini di Aviano cantando gli inni della lotta
partigiana con la quale avevano, da soli, cacciato i nazifascisti, il prolungamento
del mio lavoro alla RAI sfumò. Non c’era concordanza di vedute tra chi
straparlava di una liberazione democratica dei serbi dalla dittatura di
Milosevic (come la farebbero oggi i missili di Trump sui veli delle iraniane) e
chi mandava parole e immagini, poi raccolte in due docufilm, “Il Popolo invisibile”
e “Serbi da Morire”.
Qualcosa
allora pubblicò Liberazione, quotidiano del PRC, ma dopo accurata selezione del
buono e del cattivo. E per poco. Il cattivo essendo la mia difesa di Slobodan
Milosevic, un presidente democratico quanto noi ce li sognavamo, poi catturato
tre giorni dopo una mia intervista e mandato a morire (visto che non si era
riuscito a imputargli niente) all’Aja. Non gradirono né la RAI, né Bertinotti.
Iniziò il
quarto di secolo in cui ho lavorato come mai prima, ma “a gratis” e in libertà
(libertà fino a un certo punto, vedi Byoblu, o Visione TV). Piccolezze
personali, ma utili indici di cosa sia diventato il giornalismo italiano, anche
quello social.
A Belgrado
ci sono tornato anno dopo anno, invitato da Živadin Jovanović, già ministro
degli esteri nel governo Milosevic e grande resistente contro lo sbraco
euro-atlantico che gli aggressori si erano ripromessi. Nei convegni che a ogni
ricorrenza dell’aggressione Jovanovic allestiva, si ritrovavano – e si ritrovano
tuttora - la Serbia in resistenza e i suoi amici nel mondo. Contro l’oblio
promosso da colpevoli, vi si illustra la strategia imperialista nei Balcani e
nel mondo e si documentano le atrocità del terrorismo bombarolo NATO (tra l’altro
l’uranio impoverito).
Tutto ha
sostanzialmente tenuto nei decenni del nuovo millennio. Si è chiesta l’adesione
all’UE, ma senza spingere troppo. Si sono mantenuti i rapporti fraterni che
storia, cultura, lingua, religione impongono a serbi e russi. La repubblica
Srpska, enclave serbo nel mostro da provetta NATO della Bosnia Erzegovina, per
quanto assediata e sabotata dai consoci croati e bosniaci (ultimamente per
insistere a dimostrare che Srbrenica è una fabbricazione di Izetbegovic), tiene
duro.
Poi, adesso,
la svolta, il crac. Qualcosa, nella società serba, aveva già emesso rumori
fortemente discordanti. Fu quando, con in prima fila gli studenti, un cospicuo
settore popolare divenne, nella primavera del 2025, protagonista di una
protesta di massa, che a tratti assunse i caratteri di una vera sommossa,
contro il malaffare, l’incompetenza, il disinteresse per i bisogni fondamentali
della dirigenza, come rappresentata dal 2017 dal presidente Alexandar Vucic,
del Partito Progressista Serbo. Respinta la richiesta di nuove elezioni
parlamentari, in mesi recenti il governo si è visto confrontato da una
rinnovata protesta studentesca. Forse non del tutto autonoma e genuina. Si
tratta di occasioni che l’imperialismo sa utilizzare.
Come se
questa profonda inquietudine e insofferenza diffuse in gran parte della
popolazione non bastasse, Vucic è passato da un’ostinata passività, corredata da
dura repressione poliziesca, a una vera e propria provocazione.
L’invito al
capoccia NATO del regime banderista-nazista di Kiev ha, per il momento, lasciato
l’opinione pubblica come paralizzata. Sarà per poco. Zelensky da Vucic è come Petain
da Churchill. A Belgrado hanno accolto con tutti gli onori e ci hanno
programmato affari bellici l’omuncolo che, puntellato dagli armaioli
occidentali e dai loro reggicoda politici, ha attaccato la Russia e la combatte
fino all’ultimo ucraino rastrellato a calci e pugni dalla sua polizia. Russia
sorella e garante della Serbia da quando esistono slavi e ortodossi nello
spazio eurobalcanico. Soluzione finale del problema Jugoslavia? E’ implicito il
riconoscimento da parte di Kiev dell’indipendenza del Kosovo.
La visita è
stata preceduta da un costante e silente flusso di armi serbe all’Ucraina ed è
stata poi coronata dalla creazione in Serbia di uno stabilimento per la
produzione di droni d’attacco, da fornire a Kiev e da sparare sui fratelli
russi.
Cento
intellettuali di primo rango, serbi, montenegrini e bosniaci, hanno stilato e
firmato una durissima denuncia di quanto il governo Vucic ha concesso al
principale nemico della sorella Russia. Dovrebbe essere un inizio.


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