sabato 15 agosto 2026

Venezuela, Cuba, Siria… , --- Serbia LA CADUTA DEGLI DEI

 


Era l’ultima settimana di marzo del 1999. Il 12 maggio, mia data di nascita, sarei dovuto andare in pensione dalla RAI. Ma il TG3, nella persona del direttore Ennio Chiodi, mi aveva già offerto un contratto di collaborazione di diversi anni, con quindi una buona prospettiva di sostentamento. Che si volatilizzò all’indomani della mia corsa a Belgrado per raccontare cosa vi stavano facendo, in nome della NATO e della sua soluzione finale per la Jugoslavia, i bombaroli di D’Alema premier e Mattarella vice.

Attaccando, uccidendo e devastando un paese pacifico, democratico, oltre tutto socialista (fosse per questo?), vi stavano commettendo crimini di guerra e contro l’umanità. Passati alcuni giorni sotto le bombe e tra i serbi, che sul ponte Branco sfidavano gli aereo-assassini di Aviano cantando gli inni della lotta partigiana con la quale avevano, da soli, cacciato i nazifascisti, il prolungamento del mio lavoro alla RAI sfumò. Non c’era concordanza di vedute tra chi straparlava di una liberazione democratica dei serbi dalla dittatura di Milosevic (come la farebbero oggi i missili di Trump sui veli delle iraniane) e chi mandava parole e immagini, poi raccolte in due docufilm, “Il Popolo invisibile” e “Serbi da Morire”.

 

 



Qualcosa allora pubblicò Liberazione, quotidiano del PRC, ma dopo accurata selezione del buono e del cattivo. E per poco. Il cattivo essendo la mia difesa di Slobodan Milosevic, un presidente democratico quanto noi ce li sognavamo, poi catturato tre giorni dopo una mia intervista e mandato a morire (visto che non si era riuscito a imputargli niente) all’Aja. Non gradirono né la RAI, né Bertinotti.

Iniziò il quarto di secolo in cui ho lavorato come mai prima, ma “a gratis” e in libertà (libertà fino a un certo punto, vedi Byoblu, o Visione TV). Piccolezze personali, ma utili indici di cosa sia diventato il giornalismo italiano, anche quello social.

A Belgrado ci sono tornato anno dopo anno, invitato da Živadin Jovanović, già ministro degli esteri nel governo Milosevic e grande resistente contro lo sbraco euro-atlantico che gli aggressori si erano ripromessi. Nei convegni che a ogni ricorrenza dell’aggressione Jovanovic allestiva, si ritrovavano – e si ritrovano tuttora - la Serbia in resistenza e i suoi amici nel mondo. Contro l’oblio promosso da colpevoli, vi si illustra la strategia imperialista nei Balcani e nel mondo e si documentano le atrocità del terrorismo bombarolo NATO (tra l’altro l’uranio impoverito).

Tutto ha sostanzialmente tenuto nei decenni del nuovo millennio. Si è chiesta l’adesione all’UE, ma senza spingere troppo. Si sono mantenuti i rapporti fraterni che storia, cultura, lingua, religione impongono a serbi e russi. La repubblica Srpska, enclave serbo nel mostro da provetta NATO della Bosnia Erzegovina, per quanto assediata e sabotata dai consoci croati e bosniaci (ultimamente per insistere a dimostrare che Srbrenica è una fabbricazione di Izetbegovic), tiene duro.

Poi, adesso, la svolta, il crac. Qualcosa, nella società serba, aveva già emesso rumori fortemente discordanti. Fu quando, con in prima fila gli studenti, un cospicuo settore popolare divenne, nella primavera del 2025, protagonista di una protesta di massa, che a tratti assunse i caratteri di una vera sommossa, contro il malaffare, l’incompetenza, il disinteresse per i bisogni fondamentali della dirigenza, come rappresentata dal 2017 dal presidente Alexandar Vucic, del Partito Progressista Serbo. Respinta la richiesta di nuove elezioni parlamentari, in mesi recenti il governo si è visto confrontato da una rinnovata protesta studentesca. Forse non del tutto autonoma e genuina. Si tratta di occasioni che l’imperialismo sa utilizzare.

Come se questa profonda inquietudine e insofferenza diffuse in gran parte della popolazione non bastasse, Vucic è passato da un’ostinata passività, corredata da dura repressione poliziesca, a una vera e propria provocazione.

L’invito al capoccia NATO del regime banderista-nazista di Kiev ha, per il momento, lasciato l’opinione pubblica come paralizzata. Sarà per poco. Zelensky da Vucic è come Petain da Churchill. A Belgrado hanno accolto con tutti gli onori e ci hanno programmato affari bellici l’omuncolo che, puntellato dagli armaioli occidentali e dai loro reggicoda politici, ha attaccato la Russia e la combatte fino all’ultimo ucraino rastrellato a calci e pugni dalla sua polizia. Russia sorella e garante della Serbia da quando esistono slavi e ortodossi nello spazio eurobalcanico. Soluzione finale del problema Jugoslavia? E’ implicito il riconoscimento da parte di Kiev dell’indipendenza del Kosovo.

La visita è stata preceduta da un costante e silente flusso di armi serbe all’Ucraina ed è stata poi coronata dalla creazione in Serbia di uno stabilimento per la produzione di droni d’attacco, da fornire a Kiev e da sparare sui fratelli russi.

Cento intellettuali di primo rango, serbi, montenegrini e bosniaci, hanno stilato e firmato una durissima denuncia di quanto il governo Vucic ha concesso al principale nemico della sorella Russia. Dovrebbe essere un inizio.

Nessun commento: