Tornare ancora sul Venezuela, Maduro, Elcy, vero, falso? Non
ci sono ormai altre priorità? Hormuz in condominio tra Iran e Oman e gli USA
fuori dalla porta? Netanyahu che firma e contemporaneamente brucia tregue,
cessate il fuoco, negoziati, pur di continuare ad ammonticchiare cadaveri?
Israele che ordina al socio in Abramo di rompere i coglioni a Sanchez
facendogli lanciare contro da Maometto VI una torma di affamati? Piantedosi,
Schlein? L’irrimediabile perdita di uno dei nostri tempi migliori, Francesco
Guccini?
Tutti temi degni di causare attenzione, discussione,
avversione, ammirazione, Ma il Venezuela ha qualcosa in più, qualcosa di
cruciale nei tempi della menzogna strutturale e istituzionale. Vero o falso?
Fregatura o successo? E non solo per me e per te. Per tutti e per la Storia. E
ne trai una lezione senza la quale vai a sbattere.
Uno che ama gli schieramenti netti potrà chiedersi: ma
L’AntiDiplomatico come la pensa? E la risposta, come è giusto e stimolante nel
caso di una testata giornalistica, se la dovrà cercare e costruire, bazzicando
un po’ di numeri nei quali trovare opinioni a confronto, spesso divergenti,
quando non litiganti.
E così deve essere e così è stato nei casi in cui sono stato
coinvolto. Credo a beneficio di chi, scartabellando, nei pro e contro e nei
dubbi, ha guadagnato conoscenza, consapevolezza e, hai visto mai, perfino
coscienza e capacità di giudicare.
Personalmente, in tempi recenti, ho rappresentato uno di due
poli, il negativo o il positivo fate voi, di un circuito elettrico dal cui
passaggio di corrente sono indubbiamente scaturiti dei lumi. Mi riferisco alla
profonda divergenza tra me e Michelangelo Severgnini su come valutare il ruolo
della Turchia e, specificamente, di Erdogan, nella contingenza geopolitica
della fase. Io, a dannarlo colme protagonista NATO di una strategia di
espansione atlanto-islamica, sostanzialmente antirussa; lui a difenderlo come
abile tessitore di costruttive mediazioni.
La disputa ha poi trovato coronamento, su suggerimento
intelligente dell’AntiDiplomatico, in un confronto televisivo condotto
dall’amico Paolo Arigotti, dove dati incontrovertibili hanno determinato quella
che ritengo sia una convincente conclusione.
Conquista ibrida del Venezuela
Per uscire dal discorso criptico, parliamo di chi, a oltre
sette mesi dalla data del rapimento del presidente Maduro e dell’attacco di
Trump al Venezuela, prova ancora a salvaguardare la buona fede e la continuità
bolivariana e chavista del gruppo dirigente di Caracas e di chi, superati
iniziali dubbi, dà per dimostrata e acquisita la complicità della presidente
“ad interim”, Delcy Rodriguez, e di tutto il gruppo dirigente lasciato in piedi
dagli USA e addirittura considerato la migliore della soluzioni.
Perfino la giusta cautela che inizialmente esibivano le
analisi di Resumen, testata argentina, cartacea e digitale, considerata una
delle più autorevoli e informate voci latinoamericane, si è andata in giorni
recenti evolvendo in certezza su ciò che il movimento di massa chavista va
denunciando da quasi subito: il Venezuela è stato venduto agli interessi
imperialisti e monopolisti USA.
Inserisco un inciso personale relativo a uno sgradevole
tentativo di diffamazione nei miei confronti attuato da chi si ostina, a
dispetto di tutto, nella difesa della buona fede e delle buone ragioni
“tattiche” dell’attuale gruppo dirigente venezuelano, presieduto da Delcy
Rodriguez. Una mia precisa riproduzione in Whatsapp di un testo di Resumen che
riferiva del plauso tributato da Maduro, dal carcere di New York, al nuovo
dialogo del governo venezuelano con l’opposizione di destra e filo-yankee, è
stato riferito ai responsabili della testata come una mia maliziosa
manipolazione. Il tentativo si è disintegrato nell’ espace d’un matin.
Piccole miserie.
Veniamo alla questione di fondo. Che è grossa e di portata
storica e internazionale. Cosa è davvero successo a Caracas a partire dal 3 gennaio,
giorno del rapimento, dell’eccidio di 100 difensori di Maduro, tra cui una
trentina di cubani, e dei bombardamenti incontrastati su città e porti del
Venezuela? Che si disse siano stati possibili grazie alla neutralizzazione
supertecnologica dei dispositivi di sorveglianza. Giustificazione poi cassata.
A perlomeno sospettare che gatta ci covava inducevano già
solo i ripetuti affondamenti al largo delle coste venezuelane di pescatori
fatti passare per narcotrafficanti, come poi lo stesso Maduro, senza che
Caracas avesse reagito. Dell’ipotesi di una sospetta passività del governo
scrissi nell’immediato su Whatsapp, ne parlai in videointerviste quattro giorni
dopo il 3 gennaio, e poi su L’AntiDiplomatico, in termini non equivocabili e
risolutamente “colpevolisti” per quanto atteneva al comportamento della
dirigenza carachegna, con l’ampia ricostruzione di quasi cinque mesi fa.
Oggi e da un po’ mi trovo in buona compagnia nel constatare
l’evidenza della capitolazione-sottomissione dell’attuale direzione venezuelana
all’operazione neocolonialista di Trump.
L’ultima giapponese?
Delcy Rodriguez accoglie John Ratcliffe, capo della CIA a
11 giorni dal rapimento di Maduro
Quella dell’ultimo soldato giapponese, perso nella giungla
che pensa che la guerra sia ancora in corso, anni dopo la sua fine, è una
figura tra compassionevole e surreale, metafora di chi non sa aggiustarsi con
la realtà e insiste a volersi vivere in un mondo solo da lui configurato.
Come coloro che seguono le questioni del mondo e,
specificamente, sia L’AntiDiplomatico, sia Sinistrainrete, sia la chat
Mondocane da me amministrata, la giornalista Geraldina Colotti, nel suo
ostinato isolamento, rimanda a questa figura. Autorevole esperta di America
Latina, è la protagonista assoluta e ormai quasi unica, della linea secondo cui Caracas avrebbe mantenuto in piedi
la rivoluzione bolivariana di Chavez, a dispetto di un’aggressione statunitense
che avrebbe imposto “una ritirata” strategica” per salvare il retaggio del
Comandante”. Insomma: buona fede e quanto di meglio nelle circostanze - pistola
alla tempia, salvare il salvabile, evitare l’occupazione - era dato di fare.
Niente svendita, niente tradimento, niente resa.
Su chi abbia colto nel segno nell’interpretare questi
accadimenti epocali è detto esaurientemente dalle immagini che ho inserito in
questo scritto. E che fanno giustizia delle accuse di calunnia, se non di
disfattismo, che venivano mosse a chi provava a guardare in faccia la realtà.
Realtà di una cascata torrenziale di eventi dal carattere talmente univoco, da
lasciare dubbi solo in chi doveva avere motivi davvero saldi per non vedere.
A tre giorni dal rapimento di Maduro e del massacro delle
sue guardie, la neo presidente riceve John Ratcliffe, direttore della CIA, il
capo dell’intelligence e delle operazioni sporche del governo che ha eseguito
il crimine.
Delcy Rodriguez accoglie Doug Burgum, Ministro degli
Interni USA
Nel giro di pochi giorni vengono accolti al Palazzo
Miraflores il Ministro degli Interni USA, Doug Burgum e, l’11 febbraio, il
Ministro dell’Energia Chris Wright. Ne consegue la riforma della Ley de los
Hidrocarburos che modifica la legge organica sulle risorse energetiche
venezuelana proclamata da Ugo Chavez nel 2006 e che aveva imposto la proprietà
pubblica e popolare di tali risorse per tutte le fasi di estrazione,
produzione, commercializzazione, con destinazione dei proventi a fini di
promozione sociale.
La nuova legge, adottata in seguito alle consultazioni con
gli interlocutori di Washington, è orientata a permettere e facilitare che
imprese private nazionali e straniere (sono specificamente menzionati ENI,
Repsol, Chevron e Fondo Monetario Internazionale) partecipino alla produzione
petrolifera nelle forme legalmente inibite da mezzo secolo, da quando, con
Chavez, ne era stata proclamata la nazionalizzazione. Non si menzionano più
finalità sociali.
Scrive su X Josè Hernàndez, avvocato venezuelano esperto di
diritto costituzionale e amministrativo, consulente di diverse compagnie
energetiche internazionali: “Oggi si scrive la parola fine alla criminale
politica di espropriazioni portata avanti dal governo di Chavez”.
Delcy Rodriguez accoglie Chris Wright, Ministro USA
dell’Energia
Terremoto e occupazione
Lo spaventoso terremoto del 24 giugno colpisce un paese
completamente destabilizzato. Il terribile numero delle vittime e la dimensione
delle distruzioni, provocano la sospensione delle manifestazioni dei movimenti
bolivariani contro gli indirizzi adottati dal regime e per la liberazione e il
ritorno di Maduro. Di queste espressioni di volontà popolare organizzata, che
riprenderanno con vigore alla vista della progressiva demolizione della
sovranità del paese, ho potuto avere conoscenza diretta da Juan Contreras,
deputato e leader del movimento chavista “Coordinadora Bolivariana”. Si tratta
della storica organizzazione militante nata nel quartiere “23 de Enero” di
Caracas al tempo della dittatura di Jimenez ed estesasi a tutto il paese Un’ intervista a Contreras c’è nel mio
docufilm “L’Asse del bene”.
Alla rimozione di alcuni esponenti del governo e a quella
del capo delle Forze Armate, si accompagna l’arrivo in Venezuela di truppe
statunitense, già prima del terremoto, e poi israeliane. Queste, venute
offrendo di contribuire ai soccorsi. Per i quali, però, si presentano come
esperti alti ufficiali dell’IDF, assolutamente privi di specifica esperienza in
merito, ma fortissimi nel lavoro di infiltrazione nelle vicende interne dei
paesi latinoamericani, a partire dall’intelligence e da operazioni di
destabilizzazione. Giorni prima si erano ristabiliti i rapporti diplomatici che
Caracas aveva rotto nel 2009, in protesta contro la pulizia etnica dei
palestinesi e l’operazione “Piombo Fuso” del 2009, che potete rivedere in
questo docufilm:
Delcy Rodriguez e ufficiali israeliani
Dalle esercitazioni e dai pattugliamenti svolti dagli
statunitensi in piena Caracas e in altre città, si passa a qualcosa che i
movimenti delle Comuni in rinnovata mobilitazione definiscono la “decimazione”
dei nuclei di resistenza, con riferimento all’intervento di unità congiunte di
militari USA e polizia venezuelana contro focolai di “insubordinazione”.
Incomincia a echeggiare da un capo all’altro del paese la parola d’ordine fuera
los yanquis.
Militari USA pattugliano Caracas
Via la vecchia opposizione, Va bene Delcy
Quelli citati sono come, dimostra l’evidenza dei fatti,
dimostrazione di una strategia lineare e coerente di adeguamento alle direttive
di un presidente che, in un solo fiato, detta a Delcy ciò che deve fare,
assicura alle compagnie statunitense il controllo sul petrolio venezuelano e
vaticina, con tanto di mappa, il “Venezuela 51° Stato degli Stati Uniti”.
Nell’analisi di chi certifica la buonafede degli attuali
governanti, si occulta questa successione di passaggi che, al confronto storico
tra Venezuela chavista e USA, sostituiscono una concordanza globale di scelte e
obiettivi. Il discorso giustificazionista si riveste di nobili addobbi: “Il
rifiuto del genocidio palestinese è il cuore pulsante del discorso di
insediamento di Delcy Rodriguez, pilastro irrinunciabile e storico il governo
bolivariano a Caracas, Cuba-Venezuela una sola bandiera, braccio asimmetrico
con Washington, anche Lenin firmò la pace di Brest-Litovsk, Delcy e il PSUV non
sono stati paracadutati da un esercito straniero di occupazione, sottovalutata
la maturità del popolo venezuelano, el pueblo en la calle e la Milizia
Bolivariana…”
Già, el pueblo en la calle, che ormai
ininterrottamente denuncia la frode e i cedimenti, in sempre più netta
opposizione al gruppo dirigente e agli ospiti a stelle e strisce e con stella
di David, soccorritori per gli uni, invasori e occupanti per gli altri.
Arrampicarsi sugli specchi, o sul palazzo di Miraflores?
Partiamo da un Venezuela dove dal pubblico siamo passati al
privato, dalla sovranità all’occupazione coloniale e all’intervento di
“soccorritori” statunitensi e israeliani, per arrivare al dunque: è mai
possibile, alla luce degli sviluppi elencati e che non sono neanche tutti dello
stesso indirizzo, sostenere quanto Geraldina Colotti afferma nel suo
intervento?
E’ davvero plausibile che “tutto è rimasto in mano a una
direzione bolivariana in virtù della sua capacità di mediazione, costruzione di
alleanza e di fare politica”? Che “i dirigenti venezuelani hanno seguito
il consiglio di Fidel e non si sono sacrificati come Allende”? Che “non
si sono fatti schiacciare dal giogo dell’ideologismo dogmatico” ? Che,
dopotutto, se ora “il Venezuela è alleato degli USA, è pur sempre rimasto
alleato di Russia e Cina”? E che, a dimostrazione della sovranità
salvaguardata, “ancora esistono le rappresentanze diplomatiche dell’Iran e
della Palestina a Caracas”?
E perfino che “anche Chavez si arrese ai generali che lo
avevano imprigionato a Miraflores”. Dove si arriva a precipitare nel falso pro
domo sua. In quei giorni dell’aprile 2002, ero a Caracas (il golpe è
testimoniato nel mio docufilm “Americas Reaparecidas”) e milioni di
venezuelani sanno che Chavez non si è mai sognato di arrendersi. Fu prelevato
con la forza dagli ufficiali felloni e trasportato, in catene, nella caserma di
Fuerte Tiuna e poi liberato dalla mobilitazione popolare entro 48 ore. Quello
della “resa” è un insulto che Chavez non merita.
Secondo Colotti, “dal momento che Chavez, nel 2007,
accettò la sconfitta al referendum sulle nazionalizzazioni, evitando lo scontro
con l’opposizione”, bene farebbero a mediare i governanti venezuelani “di
fronte all’occasione di premere più a fondo sul pedale della rivoluzione a
rischio di uno scontro armato e di una guerra civile”. Meglio farsi dettare
la politica e l’economia da Washington e farsi “dare una mano” dai genocidi
israeliani e dall’autocrate assassino Trump. Meglio, scrive Colotti, “cedere
il petrolio cercando di non cedere la sovranità”. Come se non fosse la
stessa cosa.
Tutto questo, per la brava giornalista, comporta “riconoscere
l’autorità dell’esecutivo nominato. il che significa difendere il filo della
continuità costituzionale contro ogni tentativo di imposizione coloniale
esterna”. Salvati capra e cavoli.
Va riconosciuto a Geraldina Colotti una inesausta capacità
di compiere prodigi di funambolismo dialettico, al limite e oltre della
spregiudicatezza. Qualcuno ha parlato, nella stessa edizione, di arrampicata
sugli specchi, della quale ci si dovrebbe stupire alla luce delle lunghe e
approfondite frequentazioni della materia latinoamericana che, con notevoli
meriti, la collega vanta.
E ciò va comunque rispettato. Anche se l’insistere sull’integrità
assoluta, per quanto “mediatrice”, del gruppo dirigente venezuelano, sotto tiro
perfino del movimento di massa bolivariano, rappresenta oggettivamente un
assist all’operazione – e agli operatori - che ha portato alla fine del
Venezuela chavista.
Non c’è dubbio che l’attuale governo a Caracas si sentirà
confortato dai riconoscimenti e sostegni fornitigli da supporter di vario
genere. Meno encomiabile dal punto di vista deontologico ed etico apparirebbero
i termini con i quali vengono qualificati, peraltro con indirizzi precisi per
quanto non nominati, coloro che non concordano con l’analisi di Colotti.
Termini dispregiativi che, così, forniscono con l’inficiare la persuasività e
dignità dell’argomentazione.
Qui si parte dalla definizione di una gerarchia di valori,
attribuita alla propria parte (quando non alla propria persona), nella quale si
ritrovano coloro “che hanno attraversato il fuoco della militanza
rivoluzionaria”, che “conoscono il peso materiale della lotta di classe, con i
suoi costi umani, le sue carceri…” E si arriva all’elegante e rispettosa
descrizione del pensiero altrui in quanto espresso con “ragli digitali”,
“invettive sterili di chi confonde il marxismo con un catechismo morale” (?), “una
mefitica logica da tifoseria”, a “un rumore di fondo prodotto da tarantolati
che giudicano i processi storici da seduti, a distanza di sicurezza, senza
avere mai conosciuto né la morsa stritolante di una guerra asimmetrica, né
quindi i costi della sconfitta…”
So che Geraldina parla di me, ma, incidentalmente, ho fatto l’inviato
in quasi tutte le guerre, a partire da quella nordirlandese e a finire con
quella palestinese. Da seduto mi si è visto di rado. E anche tra chi, su
L’AntiDiplomatico, ritiene che il Venezuela sia stato venduto, non trovo
tarantolati seduti a distanza di sicurezza. Anzi.
Per valutare nei suoi contenuti fattuali l’excursus della
collega basta e avanza quanto si è verificato tra Washington e Caracas a
partire dal 3 gennaio (e sicuramente da prima, ce lo diranno gli storici) e,
passando per la privatizzazione istituzionalizzata delle proprie risorse a
favore di interessi multinazionali e per l’intervento sul territorio di
militari USA e israeliani, quanto non si è ancora concluso. E quanto
quotidianamente viene denunciato da movimenti di massa che si trovano di fronte
repressori anch’essi multinazionali.
Per giudicare il tenore etico e deontologico di questo
scambio, è sufficiente lo stile con il quale si rappresenta chi dà
un’interpretazione diversa di quegli eventi e dei loro protagonisti. Mi sono
limitato a un breve resumee.
Per dirla tutta, rispetto a certe scelte di vita che
scambiano il nemico con l’amico, l’infiltrato col compagno, vale sempre la
massima di Sant’Agostino: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.
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