“Spunti
di riflessione”, intervista a Fulvio Grimaldi di Paolo Arigotti
https://youtu.be/miNBK33-fsQ
Quello
che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola
e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per
noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della
convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per
migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della
società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello
specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre
per raggiungere uno scopo comune nel quale far vivere il principio: tutti per
uno, uno per tutti.
Oggi
lo specchio riflette un’altra cosa e la metafora è stata confiscata da abusivi,
falsari, corruttori.
Meritatamente,
avendo lasciato che quattro cacicchi cinici e arraffoni, in combutta con un
sistema politico che premia tappetari e criminali e (s)opprime chi non ci sta,
o vi si oppone, siamo per la terza volta fuori dai mondiali. Ma, a pensarci,
per come si è poi andato configurando questo mondiale delle manovre e
dell’esclusione, essendo marcio il nostro calcio, avrebbe potuto anche ben figurare
come tale in quella palude di coccodrilli e rospi velenosi.
Invece
ci dobbiamo accontentare della fiera dei balordi e ciarlatani che la RAI ha
spedito ad aggirarsi nell’assurdo triangolo USA-Canada-Messico per blaterarne
inanità e coprire, con frustrati e frustranti onanismi parolai e un’unica
partitaccia a tarda sera, il finto interesse per uno spettacolo nel quale
figuriamo meno dei raccattapalle al tennis.
A
capo del baraccone tangentizio e preordinato c’è la FIFA e a capo della FIFA,
per questi e ulteriori meriti del genere, ci sta l’italo svizzero Gianni
Infantino. Il quale è lì dal 2016 perché sta bene, oltrechè ai nostri cacicchi,
suoi lustrascarpe, ai potentati del denaro che tra Qatar, Riad e i fondi d‘investimento
USA, tutti oggi con per caporalmaggiore Trump, non avendo avuto mai niente a
che fare con il calcio, impongono al colto e all’inclita
l’accettazione/consacrazione della sua definitiva degenerazione.
Ma
quale calcio. Altro che gioco, è un fenomeno del più abbietto globalismo
oligarchico- imperiale che ha oltrepassato, come mai prima, i confini dello
sport e funziona da potente strumento geopolitico, economico, culturale. Nella
matrix di Stati, regimi, capitale, mafie, nella quale galleggiamo, il campo di
calcio è diventato l’arena in cui si esibisce il potere, si commerciano
identità e si scambiano somme miliardarie.
Con
gli armaioli, i farmaceutici, i finanzieri, gli intelligenti artificiali
(incistati persino nel pallone con i suoi sensori del fuorigioco) e i relativi
manipolatori dell’informazione, quelli del calcio sono entrati a costituire un
elemento fondante delle strutture del potere. Con tutti i connotati più
deteriori dei suoi attuali modi di imporre potere e violazione di diritti.
Il
pensierino corre alle angheriose discriminazioni inflitte alla squadra
dell’Iran, il razzismo riservato nei trattamenti e nei favori/sfavori alle
squadre del Sud globale, il visto negato a uno dei più bravi arbitri del mondo,
chissà se solo perché somalo, o non anche perchè non pende ai fili di un
Infantino.
Cosa
non poteva non uscire come simbolo, coronamento, apoteosi di tutto questo se
non il “Premio della Pace dei Mondiali” assegnato da Infantino a uno che, per
un pelo, aveva perso il Premio Nobel volutogli da Giorgia: Donald Trump.
Infantino-Trump, copia perfetta nella danza tra superprofitti azionari e da
bitcoin, a seconda del fare e disfare massacri bellici, e la valuta preziosa
arrivata agli agevolatori dell’assegnazione dei Mondiali a coloro che del
calcio aveva appena l’idea che servisse a costruire megastadi. Quelli innalzati
a Infantino col sangue e le ossa rotte di qualche migliaio di migranti schiavi.
Sport
di classe
Mondiali
2026: Militarizzazione dei confini, dei giocatori e degli spettatori, razzismo
alla ICE nei riguardi dei pubblici extra-atlantici, glorificazione imperiale
della forza sul diritto, riserva esclusiva dei ricchi: biglietto fino a 11.000
dollari per la finale. Minimo 2000 per le altre partite. Mussolini nel 1934 e
Hitler nel 1936, nel loro pervertimento dello sport in dittatura rinsaldata, erano
dei dilettanti. Pure coloro che a Londra, Rio, Qatar e ovunque nei tempi
moderni, hanno usufruito degli eventi per alterare in profondità la struttura
sociale delle città. La chiamano gentrificazione, rigenerazione. E il trionfo
dei ricchi e l’obliterazione dei non ricchi, al quale si sta lavorando come non
mai nella Storia.
Forse
dovremmo ringraziare coloro che hanno causato il nostro mancato ingresso in
questo postribolo.
Il
resto nel video.
Ma
chiudo su un’altra nota: Dicembre 1914. Da sei mesi francesi e tedeschi si
sparano e si massacrano a cannonate, bombe, fucilate, mitragliate. E’ il 25
dicembre, Natale. Senza essersi detti niente, i fanti escono dalle rispettive
trincee, non danno retta agli ordini degli ufficiali, tagliano il filo spinato,
s’incontrano, tirano fuori un pallone. Giocano e, alla fine, si abbracciano.
Non si sa chi abbia vinto. Era calcio.
