domenica 12 luglio 2026

FULVIO GRIMALDI - - Dopo Ankara, la nuova divisione internazionale – privata - del lavoro- - NATO per soldi

 




FULVIO GRIMALDI

Dopo Ankara, la nuova divisione internazionale – privata - del lavoro

NATO per soldi

Fulvio Grimaldi Intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”

https://www.youtube.com/watch?v=si6zjTb8rz8

https://youtu.be/si6zjTb8rz8

NATO per far soldi, ma che davvero?  E allora diamoli i numeri. Quelli delle cifre che, come sbalorditivi fuochi d’artificio, scoppiettavano nel cielo sopra Ankara nei giorni dei fasti della fiera-mercato del cosiddetto Vertice NATO. Cosiddetto perché faceva credere ai gonzi che trattavasi di un rendez-vous dei capi di 32 governi, o Stati e dei rispettivi commensali, di secondo piano. Comparielli facenti parte della conventicola creata per distribuire, su disposizione dell’imperatore, trasmessa dal suo portaordini (oggi Rutte), schiaffi a destra e manca in direzione di destinatari depositari di risorse che andrebbero riappropriate.

Avete presente Trump quando si appalesa al mondo nei momenti di massimo fulgore decisionista imperiale? Lui in ampia poltrona che verga e poi esibisce una specie di geroglifico che pare riprodurre Manhattan, ma sarebbe una firma e, alle sue spalle, in piedi e sull’attenti, ma virtualmente in ginocchio, il coro liturgico di composti e compunti visir, apostoli, cortigiani ed eunuchi. Bisanzio 2.0.

Defence Industry Forum

Questa la scena anche nella capitale del nuovo favorito dell’imperatore, quell’Erdogan che ha il merito di concepirsi autocrate quanto lui, ma in seconda rispetto a lui, ed è stato l’unico buon motivo per il quale Trump si è acconciato a mescolarsi con gli gnomi di un’alleanza di residuati europei. Ai quali è stato concesso di passeggiare per i giardini del sultano, mentre i grandi parlavano di numeri nella vera sede del vertice: il Forum delle Industrie degli Armamenti. Richiamati dai giardini, gli era concesso di firmare i propri contributi alla prosperità delle industrie USA delle armi. Con qualche ricaduta di consolazione anche per un carro italo-tedesco, un velivolo franco-britannico, un missile svedese, un blindatino italiano.

E siamo ai numeri. Se nel 2025 europei e canadesi hanno aggiunto 139 miliardi agli investimenti per la Difesa, perché non dare altri 50 miliardi a chi ci offre appalti così vantaggiosi? E poi, nei prossimi anni, altri 300 miliardi. Soldi che non solo vanno per la massima parte a confortare le casse dell’industria militare USA, a creare 200.000 posti lavoro yankee, ma fanno risparmiare a Trump anche il costo dei suoi soldati in Europa.

Ma la Russia che, come sanno bene Merz, Macron, Starmer e gli altri svalvolati volenterosi, al massimo nel 2029-30 non ci attaccherà e oblitererà la civiltà europea? Basterà Zelensky con i 140 miliardi che gli diamo a salvarci dall’orso russo?

E noi? Negli ultimi anni l’Italia, generosa grazie alle sue illimitate disponibilità energetiche e ai trasferimenti da scuole, ospedali, trasporti, sicurezza sul lavoro, verso gli impellenti bisogni dei clienti di Crosetto, ha contribuito con quasi 43 miliardi di euro. Poi l’impennata del 2026: 1,1 miliardo in più rispetto all’anno prima per raggiungere la luminosa vetta dei 33,9 miliardi. Basterà per scoraggiare Putin dall’invaderci?

Sparare necesse est

 

Tutto questo ha una sua intima ragione d’essere e Ankara lo ha dimostrato con quel fantastico regalo del compare musulmano dell’evangelico Trump ai 32 soldatini di piombo NATO. La famosa pistola con relative munizioni, pronta all’uso. Trump, che con Erdogan si scambiava effusioni a boccuccia a forma di cuoricino e deambulava costantemente sottobraccio (“sono venuto solo perché c’era lui”), mentre gli alleati europei manco li vedeva, avrà avuto le sue buone ragioni per evidenziare in ogni photo opportunity una tale, spiccata preferenza.

Tutto dimenticato? L’incazzatura per i sorridenti abboccamenti tra Putin ed Erdogan, chiamati “mediazione” nel conflitto ucraino? Il suo darsi da fare per far arrivare il grano russo agli africani? I droni, sì, a Zelensky, ma anche il più serio tentativo a Istambul di far fare la pace, con tanto di Mosca in controllo del Donbass? Sanzioni e ostracismo inflitti ad Ankara per aver ricevuto da Mosca gli S-400, il più avanzato sistema di difesa antiaerea del mondo? Un affronto che aveva fatto uscire dai gangheri Netanyahu e provocato sanzioni USA e la negazione degli F35 di ultima generazione?

Tutto a un tratto Erdogan è assurto a primo della classe e gli euro-NATO, con tanto di ritiro di basi e soldati USA da quella vecchia casamatta che è l’Europa, dietro la lavagna? Eppure non si era mormorato che dietro il colpo di Stato del 2016 contro Erdogan ci fossero Washington e avversari di Erdogan rifugiati negli Stati Uniti?

Va subito chiarito che non è che Trump si sia levato di dosso l’Ucraina e la Russia, come fosse polvere sul cappotto. Anzi, dagli sberleffi e rimbrotti al piccolo gangster nefasto di Kiev e agli affettuosi convenevoli con Trump in Alaska, si è passati ad Ankara ai convenevoli a un Zelensky tornato a meritarsi tutto l’appoggio USA contro i russi, a loro volta tornati cattivi. Quindi il fronte non si restringe. Semmai si allarga, ma il baricentro – la scelta di Ankara per il vertice, lo sottolinea - è il Medioriente. Con la Cina, il cui cordone ombelicale energetico parte proprio da qui, sullo sfondo.

La Triplice mediorientale

Perché Ankara per un vertice NATO dove 31 paesi hanno contato poco o niente e uno, la Turchia, ha contato tantissimo? Perché a Trump Erdogan, anche se fa i suoi giri di valzer finalizzati a figurare come potenza regionale in connivenza-confliggenza (più che altro verbale) con Israele, sta benissimo. Tutte le sue mosse geopolitiche si conciliano alla perfezione con la strategia trumpiana per la regione. Una strategia con tre protagonisti: USA, Israele e Turchia.

Quali i meriti NATO-Europa per Trump?

Di comprare la parte migliore e maggiore dei propri armamenti negli Stati Uniti, di sostenere ormai da soli uno Zelensky utile solto a tenere sotto pressione la Russia in modo che non possa dedicarsi ad altro (tipo sostenere Cuba, o l’Iran)

E quali quelli NATO-Erdogan?

Perché da giocatore baro si è fatto fornitore di chip. A Tripoli le sue truppe tengono su un regime di fuorilegge trafficanti di carne umana e ricattatori dei paesi di immigrazione, gradito agli USA. Perché in Caucaso, Asia Centrale, ha indebolito i rapporti tra Russia e gli Stati ex-sovietici costruendo una filoatlantica Organizzazione di Stati Turchi (OTS) comprendenti i vari paesi musulmani (Turkmenistan, Tagikistan, Kazakistan, ecc.). Perché ha ulteriormente danneggiato la Russia sostenendo politicamente e in armi (armamenti israeliani!) la guerra e l’occupazione del dittatore Aliyev dell’Azerbaijan contro l’Armenia.

Perché l’amico Azerbaijan, grazie ai buoni uffici di Erdogan, ora ospita due grandi basi militari e vari centri di intelligence israeliani, installati nelle vicinanze del confine iraniano, pronti a interventi contro l’Iran. Così Ankara, è oggettivamente e soggettivamente inserito nel fronte Mediorientale contro l’Iran, di cui conseguentemente denuncia la “minaccia” di due velivoli, accidentalmente smarritisi nei cieli turchi.

E, facendo un passo indietro, perché il reclutamento, l’addestramento, l’armamento di decine di migliaia di mercenari jihadisti, rastrellati in giro dall’Afghanistan al Marocco, installati con l’aiuto di truppe turche nel nord della Siria e forza principale di terra nell’abbattimento della Repubblica Araba Socialista della Siria e nella consegna del paese alla banda di tagliagole dell’ISIS, ha tolto di mezzo l’ultima nazione araba resistente a Israele e all’imperialismo.

 

A chi il Mar Nero?

Ciliegina sulla torta: la violazione a gamba tesa della Convenzione di Montreux del 1936 che imponeva a tutti i paesi rivieraschi del Mar Nero la neutralità e gli garantiva parità di diritti marittimi. Ora, con Ankara padrona del Bosforo (e poi qualcuno si adombra perchè Tehran si occupa di Hormuz…), proprio sull’imbocco turco del Mar nero, a Anadolukavagi, Erdogan ha fatto installare una base NATO, sede del suo Stato Maggiore Marittimo. Ciao ciao Montreux. 

La lista potrebbe allungarsi con altri doni di nozze, per esempio nel Corno d’Africa, ma fermiamoci qui.

Tutto questo è stato raffigurato fotograficamente dal linguaggio del corpo nelle ripetute epifanie al vertice del duo di piccioncini Trump-Edogan sottobraccio, o mano in mano. Quanto a Netanyahu, non era presente, ma di questo convitato di pietra, dal peso di parecchie tonnellate, a drizzare un tantino le orecchie si poteva udire il frenetico battimani provenienti dalle sale accanto, su cui tavoli giocava altre partite, parallele e convergenti: Gaza, Cisgiordania, Libano, Corno d’Africa con il Somaliland dentro all’accordo di Abramo, appunto Caucaso, America Latina, per parlare solo dei fenomeni più visibili…

MAGA, Make America great again… a forza di guerre

L’uomo Maga, uno che doveva farla finita con tutti gli interventi fuori casa, è anche quello che sparacchia missili su quella parte del mondo che gli capita sotto quando la mattina apre la finestra. Appena finito l’ammazzacaffè ad Ankara, sono ripartiti i missili sull’Iran. Tirando il solito calcio a tregue, memorandum, negoziati. All’israeliana. Era necessario punire un popolo che aveva visto riuniti intorno alla bara del suo capo 15 milioni di cittadini. Numero riconosciuto dai media del mondo. 15 milioni su 90, quasi il 17% della popolazione sparsa su un territorio che va dal Caucaso all’Oceano Indiano. L’equivalente per un nostro funerale avrebbe dovuto essere il 27% degli italiani. Immaginabile?

Si capisce perchè uno squinternato collerico abbia perso le staffe e abbia sparato sulla gente in Iran e distribuito pistole cariche ai picciotti.

La dimensione scita cambia l’equazione

Nella cartina il verde scuro rappresenta le aree a maggioranza di musulmani sciiti. Il loro numero varia dai 150 ai 200 milioni, circa il 15% dei musulmani. In Medioriente rappresentano una componente coesa e politicamente omogena, impegnata, accanto all’Iran, nella militanza politica e armata contro colonialismo, imperialismo, sionismo e collaborazionismo sunnita.

La nascita dello sciismo nell’Islam origina dall'assassinio perpetrato dalle forze califfali omayyadi ai danni di al-Ḥusayn b. ʿAlī, figlio di ʿAlī b. Abī Ṭālib e di Fatima, figlia di Maometto, avvenuto nel 680 a Karbalāʾ, in Iraq. Ed è a Karbala che la salma di Alì Khamenei ha ricevuto l’omaggio di una folla paragonabile a quella raccoltasi nelle maggiori città iraniane. Segno di rafforzata coesione scita che rispecchia anche quella storica, sulla cui spaccatura gli Usa avevano puntato quando, nel 1980 avevano stimolato lo scontro tra Iraq e Iran.

Occasione sprecata. Come anche quella della guerra all’Iraq del 2003.

 

I focolai di resistenza armata della componente sciita, fondata su principi politici, ideologici e religiosi che la rendono più coesa rispetto all’universo sunnita, già all’avanguardia nelle lotte di decolonizzazione, sono stati ora reinnescati dall’aggressione genocida di Israele ai palestinesi di Gaza e poi ad altre comunità della regione. E’ L’Asse della Resistenza, con casa madre l’Iran, attivo in Libano, Yemen, Iraq, ma, in misura meno appariscente, anche tra i gruppi di minoranza in Siria, Arabia Saudita, paesi del Golfo, Turchia, Caucaso.

Una realtà con la quale sionismo ed imperialismo non hanno ancora finito di fare i conti.

 

 

 

 

lunedì 6 luglio 2026

Da Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio --- EGITTO, L’OTTAVA PIAGA https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-

 


Da Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio

EGITTO, L’OTTAVA PIAGA

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__da_gaza_al_corno_e_a_suez_la_geopolitica_dellinfanticidio_egitto_lottava_piaga/58662_67880/

Infanticidi come strategia di espansione coloniale

A gettare lo sguardo sulla regione che dal Nordafrica arriva al confine afghano e che gli inglesi chiamarono Vicino Oriente e noi Medio, è difficile staccarsi da punti focali come l’aggressione israeloamericana (più israelo che americana) all’Iran e ai fronti correlati di Libano, Palestina, Yemen (gli Houthi), Iraq (le Unità di Mobilitazione Popolare), la Somalia (dove ogni due per tre Trump bombarda la resistenza islamica al regime fantoccio USA). E anche solo eticamente durissimo non soffermarsi su quanto lo Stato terrorista va compiendo di inenarrabile, a laido titolo di autodifesa, su Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano, occasionalmente Yemen

Abbiamo fatto fatica, consapevoli di orrori storici che pensavamo insuperati e insuperabili, a staccare lo sguardo da quanto le recenti inchieste dell’ONU, quella di Save the Children, quella giornalistica olandese, hanno esaminato e documentato in ogni dettaglio sulla strategia impiegata dai vertici israeliani per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese: la programmata carneficina dei bambini di Gaza. A fine giugno 21.000 uccisi, 45.000 feriti e mutilati. Prove, documenti clinici, autopsie, referti, foto, diagnosi: la dimostrazione dell’inconcepibile: un esercito di cecchini addestrati e comandati a colpire in testa, o agli organi vitali, i bambini.

Una pratica che nelle ultime settimane si è estesa alla Cisgiordania. Lo denuncia in un rapporto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, precisando che tra ottobre 2023 e giugno 2026 sono stati uccisi più bambini che in tutto il periodo dal 1967.

Sono i militari di quello che viene raccontato al mondo come “l’esercito più morale del mondo”.

Non avrebbe dovuto sorprendermi. A Gaza, guerra del 2009 intitolata “Piombo Fuso”, filmai bambini che mi mostravano foto dei loro amici e fratelli morti, colpiti in mezzo alla fronte o al cuore. Ma ho anche ripreso immagini di blindati israeliani che tenevano legato sul cofano un ragazzino mentre si avvicinavano ad aree o case dalle quali ci potevano verificarsi reazioni della resistenza. Che avrebbe colpito il bambino. Erode, l’unico predecessore in simile pratica, impallidisce. Faceva uccidere solo i primogeniti.

Ma di bambini non se ne ammazzano solo in Palestina, o nel Libano. 150.000 sono le sottostimate vittime del conflitto civile in Sudan. La percentuale di bambini e donne è quella di Gaza, intorno al 60%. Altri bambini si trascinano di tenda in tenda, se va bene, in fuga dai combattimenti insieme a 9 milioni di sfollati interni. Per l’ONU sono 33,7 i milioni di sudanesi a rischio di sopravvivenza per mancanza di sostentamento di base. Quanti di loro sono bambini? Un milione ne ospita l’Egitto e ne ricava una crisi economico-sociale gravissima. Tutta da imputare al “dittatore Al Sisi”.  

Crisi che si aggiunge a quella determinata dai fratelli arabi dello Yemen che, con il loro sbarramento alle navi che hanno rapporti con Israele, hanno privato il Cairo di buona parte del pedaggio ricavato dal Canale. Eppure nessuna richiesta egiziana di smetterla con questo sostegno a Gaza è mai arrivata a Sanaa.

Tentacoli in Sudan

In questo articolo si guarda a un’ulteriore estensione strategica della piovra colonialista di Tel Aviv, con campo d’azione immediato, o programmato, Africa ed Egitto. Un’estensione che, per quanto gravida di drammatici sviluppi, resta fortemente e non innocentemente occultata da media e cancellerie. Indicativo è il dato che nella guerra civile che insanguina il Sudan dal 2023 la componente eversiva – le Forze di Supporto Rapido -  che si scontra con il governo sudanese e le sue forze armate, goda del sostegno armato e logistico degli Emirati Arabi Uniti. EAU che qui, come in altre situazioni, protagonista degli Accordi di Abramo la fa da proxy di Israele. La posta in gioco è una base militare a Port Sudan, sul Mar Rosso. Proprio di fronte al porto israeliano sul Golfo di Aqaba. Una tenaglia

E nello scontro in atto nel Corno d’Africa, tra Somalia e il Somaliland secessionista, ecco che il confronto vede gli stessi contendenti: Israele e EAU in stretti accordi politici e militari con il Somaliland, Egitto e Turchia con Mogadiscio. Ciò che i secessionisti qui offrono in cambio del riconoscimento (l’unico ottenuto a livello mondiale), è il preziosissimo Porto di Berbera, direttamente a cavallo dello Stretto di Babel Mandeb, decisivo per il controllo del più importante passaggio di merci del pianeta.

Altre presenze israeliane, con aperture di inediti rapporti diplomatici, inevitabilmente associati ad attività di intelligence e offerte di collaborazioni tecnologiche, sono state recentemente rilevate nei paesi del Sahel, appena liberatisi dal controllo militare ed economico francese.e in rapporti privilegiati con Mosca.

Libano, un “accordo” tra lupo e venditore dell’agnello

Ci lasciamo alle spalle un Libano che la sua classe dirigente, espressione della minoranza borghese cristiano-maronita filo-USA, ha consegnato su istruzione USA, quasi fosse un Deliveroo, al banchetto grandisraeliano, opportunamente cotto dal beneficiario a forza di bombe, invasioni e massacri, pronto da consumare sul suolo desertificato da dove sono stati cacciati 1,5 milioni di abitanti. Il parlamento libanese, ignorato dai negoziatori dell’accordo a Washington, non ha avuto voce in capitolo.

Ma alta si è levata la voce delle decine di migliaia di manifestanti a Beirut e in tutto il paese che sostengono il sacrosanto rifiuto di Hezbollah, espressione politico-armata della maggioranza relativa del paese martirizzato, impegnata da sempre nella sua difesa (resto ottimista, ho avuto il privilegio di assistere a due vittorie di Hezbollah e due cacciate degli israeliani dal Libano, nel 2000 e nel 2006)

Ci lasciamo alle spalle quasi 5.000 civili morti ammazzati, donne e bambini fatti passare per “terroristi” di Hezbollah e che sono solo la punta emergente di un ennesimo crimine israeliano contro l’umanità, coperto da stelle e strisce. Ennesimo oceano di sangue e macerie in cui la barbarie sionista va annegando la regione. E’ anche la distruzione, dopo quelli di Gaza e Cisgiordania, di siti del Patrimonio Mondiale Unesco, come i templi romani di Baalbek e la città fenicia di Tiro, fatti passare per le solite “roccaforti di Hezbollah”, sotto le cui macerie giacciono migliaia di corpi di civili. Si aggiungono alle decine di siti storici, chiese, moschee, castelli, rovine romane ed islamiche, obliterati ovunque mettano piede gli scarponi dell’IDF, o dei Marines, con il chiaro intento di cancellare, insieme alle testimonianze, le identità che rappresentano scheletro e anima dei popoli e delle nazioni.

Di questa vera e proprio guerra dei barbari alla civiltà diremo in dettaglio nel prossimo giro.

In un viaggio che finirà col dimostrarci come tutto si tenga nel Medioriente e anche oltre, ci lasciamo alle spalle, ma ce le portiamo addosso come fardelli, gli ormai quasi 4.000 morti e gli oltre 10.000 feriti di una guerra al Libano che non riuscirà, una volta di più, a debellare la Resistenza, ma vorrebbe stabilire una nuova metratura, dopo Gaza, Cisgiordania, Siria, in vista della perimetrazione definitiva In del Grande Israele.

A completare un quadro raccapricciante per dimensione di un male che sembra riuscire a superare il concepibile, c’è stato il risveglio, per la portata dello scossone inferto, perfino di un’Organizzazione delle Nazioni Unite che pareva aver deciso di estraniarsi dai fatti del mondo.

Cisgiordania, l’annessione non tollera bambini

Quella che una recentissima inchiesta dell’ONU ha rilevato è la conferma più autorevole che le istituzioni globali esistenti potevano darci del fatto che qui abbiamo a che fare con un’entità infanticida la cui strategia genocida prevede direttive specifiche ai suoi militari di colpire bambini. Eliminare un’etnia, un popolo, non solo nella sua esistenza presente, ma anche in quella che ne avrebbe preservato la specie nel futuro. Il 30% dei civili morti ammazzati nei quasi tre anni di pulizia etnica sono bambini.

E, come al solito, non si tiene conto che dei soggetti fucilati, o colpiti da bombe, missili, droni. Non di chi è sepolto sotto le macerie, né di chi si estinguerà a seguito di ferite, mutilazioni, malattie, inedia, sete, attacchi di ratti e parassiti artatamente coltivati attraverso la distruzione di fogne e acquedotti. Dell’intenzionalità di questi esiti danno testimonianza il tipo di lesioni registrate nei corpi: giorno dopo giorno, vengono ordinati ai militari, a partire dalle pratiche di tiro, diversi parti del corpo da colpire- Si succedono così bambini con buchi nella fronte, al cuore, nel basso ventre.

Tutto questo si va ora intensificando anche in Cisgiordania. Protagonisti, insieme all’IDF e alla polizia, i coloni decisi a ripetere il modello Gaza in vista dell’annessione definitiva.

Intanto, neutralizzata la tabella di marcia dettata dal Board of Peace che prevedeva il suo disarmo e al quale, segno di sfiducia, sono venuti a mancare anche i miliardi dei partecipanti, Hamas si va manifestando con crescente forza anche in Cisgiordania dove, a Hebron, nota per l’imperversare brutale dei coloni di origine statunitense, l’IDF ha subito imboscate. I dati ci dicono che in questa parte dei territori occupati, Israele ha fatto più vittime dal 2023 che nei 17 anni precedenti.

L’altro stretto, l’altra giugolare geopolitica, geomilitare e geoeconomica

Questo rullo della morte, della devastazione, della disperazione ha ora preso anche un’altra direzione. C’è un’area della stessa regione, stavolta estesa dal Mediterraneo a sud, fino all’Oceano Indiano, che promette di diventare incandescente quanto quella che ha trovato il perno della conflittualità globale nello Stretto di Hormuz. Con l’arrivo di Israele nel Corno d’Africa, poco pubblicizzato in virtù del supporto mediatico di cui gode lo Stato sionista, ma a gamba tesa, si è tracciata una linea di continuità tra Eilat, porto israeliano sul Golfo d’Aqaba, e Bab el Mandeb, l’altro stretto, ancora più cruciale per l’economia e la geopolitica globali, cancello tra sud e nord, est e ovest del globo.

 

 

Sulla strada del suo colonialismo d’insediamento e della sua espansione imperialista, Israele aveva trovato altre pietre d’intralcio. Facciamo un passo indietro, a partire da un quarto di secolo fa. 2003: seconda Guerra del Golfo, Iraq neutralizzato; 2001: in pochi mesi Libia di Gheddafi liquidata; 2011-2025 Siria frantumata e spartita tra Jihadisti, finalmente rivelatisi forza proxy delle guerre israelo-americane; 2023: colpo di Stato contro il regime antimperialista di Omar al Bashir e guerra civile che spacca e insanguina il paese. Sono referenti esterni del conflitto l’Egitto dalla parte dell’esercito governativo e la longa manus araba di Israele, gli Emirati, a supporto delle scissioniste Forze di Rapido Intervento.

Rimosse le pietre d’inciampo rappresentate da questi grandi Stati Nazione arabi, non restano che l’Algeria, troppo lontana e che si fa gli affari suoi e cerca di tenersi fuori dalle tensioni che agitano Sahel e Sahara Occidentale, e l’Egitto. 100 milioni di abitanti, oggi massima potenza industriale della regione, controllore del Canale di Suez, dirimpettaio di Israele e dell’Arabia Saudita, porta tra Mediterraneo e Africa. Riferimento, se non più essenzialmente politico come ai tempi di Nasser, storico, sentimentale e culturale per mezzo miliardo di arabi.

Per chi aspira all’egemonia nella regione più cruciale per gli equilibri militari, economici e politici mondiali, a parte l’Iran che arabo non ed è comunque già direttamente coinvolto nella contesa, non rimane che il paese dei Faraoni. Formidabile per storia antica e moderna, dimensioni, demografia. Antico, prestigioso e dotato di identità consolidata nei millenni, quanto quella dei persiani. Due civiltà, una sunnita e molto laica, l’altra appassionatamente scita, che si guardano da lontano, ma con rispetto. Gli eredi dei faraoni nutrono per quelli di Ciro il Grande una cordiale affinità. E una comune preoccupazione. Sono entrambi consapevoli dell’ombra nera che si allarga, per gli uni a ovest, per gli altri a est.

Piaghe e medici d’Egitto

 

Dalla caduta del presidente Mubarak, successore di Sadat, a sua volta erede diretto, per quanto “degenere”, di Nasser, l’Egitto ha conosciuto una storia travagliata. A partire dal 2011, con la cosiddetta Primavera Araba con cui il neocolonialismo atlantico-sionista cerca di indirizzare verso esiti a esso utili l’insofferenza di settori sociali, suffragato dall’UE e dai feudatari del Golfo. Le manovre di destabilizzazione toccano i maggiori Stati arabi. In Tunisia ed Egitto, rispettivamente con i neopresidenti Ghannushi e Morsi, si installa al potere la Fratellanza Musulmana. Un integralismo inusuale per queste società in pochissimo tempo viene rovesciato da rivolte popolari, storicamente laiche e insofferenti a fenomeni estremisti come la sharìa, la repressione violenta delle comunità cristiane, il divieto di sciopero per motivi religiosi).

Sostenuto dalla sollevazione popolare e da successive elezioni, al Cairo si impone il generale Abdelfatah Al Sisi. Gli sconfitti, che dispongono di un’ala terroristica, spesso accomunata all’ISIS, reagiscono con attentati contro esponenti delle istituzioni e con una prolungata guerra civile nel Sinai. Questo conflitto ha causato migliaia di vittime tra militari, miliziani e civili. Tra il 2014 e il 2018, i dati governativi hanno registrato oltre 4.300 morti, inclusi più di 3.000 presunti ribelli e circa 1.200 membri delle forze di sicurezza. Il numero totale esatto dei civili è difficile da calcolare. Le stime ufficiali non sono complete, ma gli attacchi hanno colpito duramente anche la popolazione

Dal canto loro, le cancellerie occidentali prendono le distanze dai nuovi gruppi dirigenti laici che manifestano un’indebita indipendenza, aprono a rapporti internazionali poco graditi, tipo Russia e Cina e, nel caso del Cairo, sostengono il governo legittimo libico di Bengasi, e che guadagnano consenso con misure sociali e opere infrastrutturali. L’Egitto che ultimamente ho conosciuto è quello che riceve e sostiene un milione e mezzo di profughi africani, ha decongestionato una capitale infernale erigendone una gemella, ha costruito un nuovo museo archeologico, è responsabile di quasi la totalità degli aiuti a Gaza da anni, bloccati in una colonna di camion che parte da Suez e si ferma a Rafah, accoglie e cura i malati e feriti, soprattutto bambini, che Israele lascia sfuggire all’inferno di Gaza.

Di questi 4000 feriti, alcuni li ho visto uscire dall’inferno al valico di Rafah, essere accolti in ambulanze egiziane (c’erano solo quelle) e trasportati, nei casi di urgenza, al centro d’emergenza della vicina El Arish. Gli altri li ho trovati negli ospedali del Cairo, strutture paragonabili alle nostre migliori eccellenze cliniche, curati con enorme impegno da sanitari egiziani. Qualcosa significherà.

Tutto questo non riduce il risentimento dell’opinione politico-mediatica occidentale per la rimozione del precedente regime, sebbene islamista, molto più allineato con gli interessi che preferiscono limitare l’importanza e l’influenza di questo Stato, forte di suo e di una delle maggiori e più antiche civiltà della storia umana. La visione che dell’Egitto è proiettata all’estero contiene ogni possibile sfumatura di negatività, dal carattere dittatoriale del regime, alla violenta repressione del dissenso, alle carceri disumane, all’emarginazione di ceti disagiati. A prescindere dalle discutibili fonti delle accuse, mai giornalisti occidentali indipendenti, quasi sempre i soliti “dissidenti”, nulla di altrettanto e anche più negativo viene sollevato  per regimi, come quelli del Golfo, imputabili di ben peggiori condizioni sociali e democratiche, ma fornitori di risorse e amici, E qui, insieme ai due pesi e alle due misure, entra in gioco la vicenda Regeni.

La piaga Regeni

L’Egitto è diventato in Italia soprattutto quello di Giulio Regeni. Un giovane ricercatore formatosi in scuole dell’élite internazionale (Collegi del Mondo Unito), il cui fondatore tedesco vantava rapporti operativi con Allen Dulles (Direttore CIA), e laureatosi nelle università britanniche sotto tutoraggio di esponenti della Fratellanza Musulmana. Ha prestato la sua opera a una impresa internazionale di spionaggio industriale (Oxford Analytica) diretta da ex-responsabili dell’Intelligence angloamericana e organizzatori di squadroni della morte usati in America Centrale e Iraq (John Negropone, Colin McColl, David Young). E’ stato fatto ritrovare morto e torturato al Cairo nel momento in cui una delegazione governativa e imprenditoriale italiana discuteva di investimenti miliardari con il presidente egiziano.

Di questa vicenda ho già detto quanto è possibile e giusto dire - ma che in Italia non va detto - in una precedente puntata di questa rubrica. Adesso a Roma se ne è tratto anche un processo, con tanto di condanne all’ergastolo, ma in assenza di imputati e di prove.

Ovviamente la questione su chi fosse e cosa facesse Regeni e su chi ne avesse determinato quella orrenda fine, può restare aperta a dubbi e interpretazioni divergenti. Ciò che per un caso di tale rilievo umano, penale e geopolitico, non mi pare ammissibile è che della vicenda ci si ostini da sempre a oscurare una parte che non può non essere considerata determinante. Dimmi con chi va e ti dirò chi sei.

Quanto all’Egitto, qui nessuno pensa di santificarlo. Ma doveroso è pretendere che non ci si prepari l’imboscata dei due pesi e due misure ove si tratta di anatemizzare la “dittatura di Al Sisi” e mantenere convenevoli e redditizi rapporti d’affari con i rispettabili partner a fronte dei quali l’Egitto figura un tantino più rispettabile.

L’Egitto sta fermo, Israele si muove

Aliyev con Netanyahu e Erdogan

Pur pressato da molti lati, l’Egitto di Al Sisi ha seguito in questi 13 anni una linea di estrema prudenza che qualcuno potrebbe anche definire, misurando il peso del paese, rinunciataria rispetto ai conflitti in Medioriente. Le sue posizioni confliggono con quelli dell’Occidente e dei suoi alleati nella regione, Israele e Golfo, in maniera attenuata, solo indiretta, e che il Cairo prova a temperare ulteriormente proponendosi, insieme al Qatar, nel ruolo di mediatore.

A questo apparente immobilismo, determinato dalla consapevolezza che in Medioriente l’arabo che si muove muore, o rischia comunque di pagarla, Israele risponde muovendosi con determinazione e celerità. Ho già fatto riferimento su questa piattaforma alla strategia dell’unificazione dei due fronti, mediorientale ed euroasiatico-occidentale fino a Kiev, che Tel Aviv ha realizzato proiettandosi nel cuore del Caucaso. Lo ha potuto fare inserendosi nelle guerre dell’Azerbaijan del dittatore Aliyev all’Armenia, armate e vinte in virtù di intelligence, tecnologie, forze speciali e armamenti forniti da Israele, grazie anche ai buoni uffici della Turchia del sultano doppiogiochista.

Non è più un segreto per nessuno che nell’Azerbaijan del sodale di Erdogan, Aliyev, si sono acquartierati, in una serie di grandi basi strutturate, unità militari e dell’Intelligence israeliane, con presenza particolarmente attiva sul confine con l’Iran, utile già oggi, ma soprattutto per quando si riuscirà a trascinare gli USA in una nuova aggressione.

 

Meno risaputa e pubblicizzata è la presa che Israele esercita, sempre in funzione antiraniana, sul Kurdistan iracheno. E’ una storia che ha radici lontane, fin da quando, al sorgere dell’Iraq indipendente, sovrano, antimperialista e antisionista, il patriarca curdo, Mustafà Barzani, si prestò a collaborare col Mossad contro il nascente nazionalismo panarabo di Bagdad. Tuttoggi le sorti politiche della regione sono sotto il controllo della dinastia Barzani. Protetta dal Mossad ma, a Irbil, anche dai nostri carabinieri che addestrano i peshmerga curdi che vedete nelle’immagine.

Tra Irbil e il confine con l’Iran sono state installate due grandi basi segrete, servono a proteggere i massicci investimenti israeliani, a garantire il flusso del petrolio da Kirkuk a Haifa e ad addestrare e armare peshmerga curdi destinati a infiltrarsi in Iran ogni volta che all’opinione pubblica occidentale debba essere presentato il piattino dell’insurrezione popolare contro gli Ayatollah.

Il baratto Stretto per Stretto

 

Nell’immagine, scuola distrutta dai coloni in Cisgiordania.

Si potrebbe argomentare, alla luce di sviluppi recenti che vedono Israele impegnato, oltrechè a Nord, anche, e questa è una novità, a Sud, che si stia di fronte a un tacito, ma molto evidente baratto tra Trump e Netanyahu. Che potrebbe essere formulato così: tu mi, e ti, blocchi in quella che avrebbe dovuto essere la soluzione finale per l’Iran, ma oltre a lasciarmi mano libera – dicesi annessione irreversibile - sui territori occupati della Palestina, mi lasci prendermi quella fetta di Libano e mi sostieni e mi accompagni nella campagna di espansione africana, “dal Corno a Suez”. Mi fai mollare lo Stretto di Hormuz, ma mi fai prendere quello di Bab el Mandeb.

Qui gli attori sono tre, in parte concorrenti, in parte confliggenti, ma soprattutto conniventi in funzione anti-Egitto. Parliamo di Israele, protagonista assoluto, del suo socio di minoranza in Abramo, Emirati Arabi Uniti, suo proxy nella guerra civile in Sudan e della Turchia di Erdogan. Si ritrovano tutti nel progetto di destabilizzare il quadro geopolitico che abbraccia la regione del Mar rosso, dal Golfo di Aden allo Stretto di Bab el Mandeb e al canale di Suez. Nell’equazione entrano poi anche attori locali, dall’Etiopia alla Somalia dalle varie componenti. Chi da queste manovre si sente giustamente minacciato è, appunto, l’ultimo grande Stato arabo.

 

E’ di lunga data la minaccia esistenziale dell’Etiopia di Abiy Ahmed che, con il completamento della “Grande Diga della Rinascita” sul Nilo, non si è assicurata solo un enorme surplus di energia da esportare nei paesi africani, ma ha preso il controllo del rubinetto dalla cui apertura e chiusura dipende l’esistenza stessa dell’Egitto, con effetti nefasti anche sul Sudan. Che, però, data la sua lacerazione tra le due fazioni che hanno scatenato la guerra civile, non ha la forza e l’autorità per reagire. Ogni tentativo egiziano di addivenire a una regolamentazione dei flussi è stato respinto da Addis Abeba; Il Nilo è mio e voi…

L’Etiopia, però, è il grande escluso dal nodo cruciale del passaggio da est a ovest e da sud a nord. L’accesso al mare le è negato dall’Eritrea, fieramente indipendente dal 1993, da Gibuti, un complesso di basi militari di potenze varie, e dal mosaico somalo, costituito dall’originale troncone dell’ex-colonia italiana con capitale Mogadiscio, e dai due feudi secessionisti Somaliland e Puntland, ora alleati di Israele.

Un cuneo sionista nel Corno

Accanto a Mogadiscio, dal tempo della caduta di Siad Barre governata da burattini installati sotto supervisione statunitense, che ne garantisce la sopravvivenza bombardando ogni due per tre la resistenza costituita dagli islamici di Al Shabaab, resta la maggiore delle due aree staccatesi dalla Somalia vera e propria. Il Somaliland, con capitale Hargeisa, ha per presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi, uomo caro all’Occidente e a Israele, che ha recentemente aperto una sua ambasciata a Gerusalemme. Ed è qui che ha colpito Israele.

Con l’Etiopia che vuole il mare, il Somaliland che vuole il riconoscimento e Israele che vuole mettere le zampe sul Mar Rosso, abbiamo l’incontro tra un gigante africano che tiene sotto scacco l’Egitto misurandogli la quantità indispensabile d’acqua, un’entità secessionista che si offre ad affittuari come balcone sul Golfo di Aden e sullo Stretto e una potenza coloniale che vuole controllare i passaggi marittimi che portano al Canale di Suez.

Parte il Fronte Sud e punta all’Egitto

 

Corno e porto di Berbera

 Il 1. gennaio 2024 Addis Abeba firma con il Somaliland un memorandum che, colme dichiara la CNN, le permette di utilizzare il porto di Berbera e accedere al mare tramite il controllo su una ventina di chilometri di costa, con tanto di installazione di basi e unità militari. Intanto arriva Michael Lotem, primo ambasciatore di Israele a Hargeisa. Tutto questo a seguito di quella che il ministro della Difesa di Tel Aviv, Yisrael Katz, ha rivelato essere stata una collaborazione segreta tra Israele e i secessionisti somali, protrattasi per molti anni ed esplicatasi anche in “operazioni coperte”.

Mogadiscio lo denuncia come violazione della sua sovranità e integrità territoriale, e ritrova al suo fianco Egitto e Turchia. L’Egitto ha tutti i motivi per preoccuparsi.

Ma l’ingegnerizzazione di un nuovo equilibrio di potere nell’area non finisce qui. Il 26 dicembre 2025 Israele si affianca all’Etiopia nel riconoscere lo Stato del Somaliland. L’accordo, subito contrastato da Somalia, Unione Africana, Turchia, Gibuti ed Egitto, prevede un riconoscimento reciproco dei due Stati e l’ingresso di Hargeisa negli Accordi di Abramo. E comprende una presenza militare, dell’Intelligence, accordi per l’uso delle strutture portuali, l’installazione di una rete di sorveglianza tecnologica. Insomma quanto serve per poter intervenire su vari piani nell’area che unisce l’un capo del Mar Rosso all’altro e al Canale di Suez.

Al Cairo sono perfettamente coscienti che restare più o meno sospesi sul conflitto centrale del Medioriente non li ha salvaguardati dalle mire egemoniche ed espansioniste di Israele. E soprattutto da ciò che il sionismo percepisce come sua condizione esistenziale per il Grande Israele: la rimozione dalla regione di ogni altro rilevante Stato Nazione, tanto più se di imponente retroterra storico, identità fortemente percepita, rilievo geopolitico, coesione sociale.

Il quartetto Etiopia, Somaliland, Israele, UEA non ha dichiarato guerra al Cairo, ma sta riorganizzando i suoi dintorni e qualsiasi posizionamento ostile, o competitivo, che parta da Bab el Mandeb deve essere letto dall’Egitto con riferimento diretto alla propria sicurezza nazionale. Il Mar Rosso e il Canale di Suez non sono soltanto una via navigabile. Ne va dell’economia dell’Egitto e del suo peso nel sistema strategico mondiale.

 

La Storia ci dimostra che nessuna architettura politica, economica, o di sicurezza può essere vista come accettabile e compatibile finchè persiste il progetto coloniale sionista con la sua base in Palestina e i suoi tentacoli che ora si allungano dal Caucaso al Mar Rosso, al Corno d’Africa, al Sudan.

 

venerdì 3 luglio 2026

FULVIO GRIMALDI--- MONDIALI, UN CALCIO AL CALCIO - --- A cosa e a chi serve il baraccone imperialista

 


“Spunti di riflessione”, intervista a Fulvio Grimaldi di Paolo Arigotti
https://youtu.be/miNBK33-fsQ  

Quello che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre per raggiungere uno scopo comune nel quale far vivere il principio: tutti per uno, uno per tutti.

Oggi lo specchio riflette un’altra cosa e la metafora è stata confiscata da abusivi, falsari, corruttori.

Meritatamente, avendo lasciato che quattro cacicchi cinici e arraffoni, in combutta con un sistema politico che premia tappetari e criminali e (s)opprime chi non ci sta, o vi si oppone, siamo per la terza volta fuori dai mondiali. Ma, a pensarci, per come si è poi andato configurando questo mondiale delle manovre e dell’esclusione, essendo marcio il nostro calcio, avrebbe potuto anche ben figurare come tale in quella palude di coccodrilli e rospi velenosi.

Invece ci dobbiamo accontentare della fiera dei balordi e ciarlatani che la RAI ha spedito ad aggirarsi nell’assurdo triangolo USA-Canada-Messico per blaterarne inanità e coprire, con frustrati e frustranti onanismi parolai e un’unica partitaccia a tarda sera, il finto interesse per uno spettacolo nel quale figuriamo meno dei raccattapalle al tennis.

A capo del baraccone tangentizio e preordinato c’è la FIFA e a capo della FIFA, per questi e ulteriori meriti del genere, ci sta l’italo svizzero Gianni Infantino. Il quale è lì dal 2016 perché sta bene, oltrechè ai nostri cacicchi, suoi lustrascarpe, ai potentati del denaro che tra Qatar, Riad e i fondi d‘investimento USA, tutti oggi con per caporalmaggiore Trump, non avendo avuto mai niente a che fare con il calcio, impongono al colto e all’inclita l’accettazione/consacrazione della sua definitiva degenerazione.

Ma quale calcio. Altro che gioco, è un fenomeno del più abbietto globalismo oligarchico- imperiale che ha oltrepassato, come mai prima, i confini dello sport e funziona da potente strumento geopolitico, economico, culturale. Nella matrix di Stati, regimi, capitale, mafie, nella quale galleggiamo, il campo di calcio è diventato l’arena in cui si esibisce il potere, si commerciano identità e si scambiano somme miliardarie.

Con gli armaioli, i farmaceutici, i finanzieri, gli intelligenti artificiali (incistati persino nel pallone con i suoi sensori del fuorigioco) e i relativi manipolatori dell’informazione, quelli del calcio sono entrati a costituire un elemento fondante delle strutture del potere. Con tutti i connotati più deteriori dei suoi attuali modi di imporre potere e violazione di diritti.

Il pensierino corre alle angheriose discriminazioni inflitte alla squadra dell’Iran, il razzismo riservato nei trattamenti e nei favori/sfavori alle squadre del Sud globale, il visto negato a uno dei più bravi arbitri del mondo, chissà se solo perché somalo, o non anche perchè non pende ai fili di un Infantino.

Cosa non poteva non uscire come simbolo, coronamento, apoteosi di tutto questo se non il “Premio della Pace dei Mondiali” assegnato da Infantino a uno che, per un pelo, aveva perso il Premio Nobel volutogli da Giorgia: Donald Trump. Infantino-Trump, copia perfetta nella danza tra superprofitti azionari e da bitcoin, a seconda del fare e disfare massacri bellici, e la valuta preziosa arrivata agli agevolatori dell’assegnazione dei Mondiali a coloro che del calcio aveva appena l’idea che servisse a costruire megastadi. Quelli innalzati a Infantino col sangue e le ossa rotte di qualche migliaio di migranti schiavi.

Sport di classe

Mondiali 2026: Militarizzazione dei confini, dei giocatori e degli spettatori, razzismo alla ICE nei riguardi dei pubblici extra-atlantici, glorificazione imperiale della forza sul diritto, riserva esclusiva dei ricchi: biglietto fino a 11.000 dollari per la finale. Minimo 2000 per le altre partite. Mussolini nel 1934 e Hitler nel 1936, nel loro pervertimento dello sport in dittatura rinsaldata, erano dei dilettanti. Pure coloro che a Londra, Rio, Qatar e ovunque nei tempi moderni, hanno usufruito degli eventi per alterare in profondità la struttura sociale delle città. La chiamano gentrificazione, rigenerazione. E il trionfo dei ricchi e l’obliterazione dei non ricchi, al quale si sta lavorando come non mai nella Storia.

Forse dovremmo ringraziare coloro che hanno causato il nostro mancato ingresso in questo postribolo.

Il resto nel video.

Ma chiudo su un’altra nota: Dicembre 1914. Da sei mesi francesi e tedeschi si sparano e si massacrano a cannonate, bombe, fucilate, mitragliate. E’ il 25 dicembre, Natale. Senza essersi detti niente, i fanti escono dalle rispettive trincee, non danno retta agli ordini degli ufficiali, tagliano il filo spinato, s’incontrano, tirano fuori un pallone. Giocano e, alla fine, si abbracciano. Non si sa chi abbia vinto. Era calcio.