FULVIO
GRIMALDI
Dopo Ankara,
la nuova divisione internazionale – privata - del lavoro
NATO
per soldi
Fulvio
Grimaldi Intervistato da Paolo Arigotti per “Spunti di riflessione”
https://www.youtube.com/watch?v=si6zjTb8rz8
NATO
per far soldi, ma che davvero? E allora
diamoli i numeri. Quelli delle cifre che, come sbalorditivi fuochi d’artificio,
scoppiettavano nel cielo sopra Ankara nei giorni dei fasti della fiera-mercato
del cosiddetto Vertice NATO. Cosiddetto perché faceva credere ai gonzi che
trattavasi di un rendez-vous dei capi di 32 governi, o Stati e dei rispettivi
commensali, di secondo piano. Comparielli facenti parte della conventicola
creata per distribuire, su disposizione dell’imperatore, trasmessa dal suo
portaordini (oggi Rutte), schiaffi a destra e manca in direzione di destinatari
depositari di risorse che andrebbero riappropriate.
Avete
presente Trump quando si appalesa al mondo nei momenti di massimo fulgore
decisionista imperiale? Lui in ampia poltrona che verga e poi esibisce una
specie di geroglifico che pare riprodurre Manhattan, ma sarebbe una firma e,
alle sue spalle, in piedi e sull’attenti, ma virtualmente in ginocchio, il coro
liturgico di composti e compunti visir, apostoli, cortigiani ed eunuchi.
Bisanzio 2.0.
Defence
Industry Forum
Questa
la scena anche nella capitale del nuovo favorito dell’imperatore, quell’Erdogan
che ha il merito di concepirsi autocrate quanto lui, ma in seconda rispetto a
lui, ed è stato l’unico buon motivo per il quale Trump si è acconciato a
mescolarsi con gli gnomi di un’alleanza di residuati europei. Ai quali è stato
concesso di passeggiare per i giardini del sultano, mentre i grandi parlavano
di numeri nella vera sede del vertice: il Forum delle Industrie degli
Armamenti. Richiamati dai giardini, gli era concesso di firmare i propri
contributi alla prosperità delle industrie USA delle armi. Con qualche ricaduta
di consolazione anche per un carro italo-tedesco, un velivolo
franco-britannico, un missile svedese, un blindatino italiano.
E
siamo ai numeri. Se nel 2025 europei e canadesi hanno aggiunto 139 miliardi agli
investimenti per la Difesa, perché non dare altri 50 miliardi a chi ci offre
appalti così vantaggiosi? E poi, nei prossimi anni, altri 300 miliardi. Soldi
che non solo vanno per la massima parte a confortare le casse dell’industria
militare USA, a creare 200.000 posti lavoro yankee, ma fanno risparmiare a
Trump anche il costo dei suoi soldati in Europa.
Ma
la Russia che, come sanno bene Merz, Macron, Starmer e gli altri svalvolati volenterosi,
al massimo nel 2029-30 non ci attaccherà e oblitererà la civiltà europea?
Basterà Zelensky con i 140 miliardi che gli diamo a salvarci dall’orso russo?
E
noi? Negli ultimi anni l’Italia, generosa grazie alle sue illimitate
disponibilità energetiche e ai trasferimenti da scuole, ospedali, trasporti,
sicurezza sul lavoro, verso gli impellenti bisogni dei clienti di Crosetto, ha
contribuito con quasi 43 miliardi di euro. Poi l’impennata del 2026: 1,1
miliardo in più rispetto all’anno prima per raggiungere la luminosa vetta dei
33,9 miliardi. Basterà per scoraggiare Putin dall’invaderci?
Sparare
necesse est
Tutto
questo ha una sua intima ragione d’essere e Ankara lo ha dimostrato con quel
fantastico regalo del compare musulmano dell’evangelico Trump ai 32 soldatini
di piombo NATO. La famosa pistola con relative munizioni, pronta all’uso. Trump,
che con Erdogan si scambiava effusioni a boccuccia a forma di cuoricino e deambulava
costantemente sottobraccio (“sono venuto solo perché c’era lui”), mentre
gli alleati europei manco li vedeva, avrà avuto le sue buone ragioni per
evidenziare in ogni photo opportunity una tale, spiccata preferenza.
Tutto
dimenticato? L’incazzatura per i sorridenti abboccamenti tra Putin ed Erdogan,
chiamati “mediazione” nel conflitto ucraino? Il suo darsi da fare per far
arrivare il grano russo agli africani? I droni, sì, a Zelensky, ma anche il più
serio tentativo a Istambul di far fare la pace, con tanto di Mosca in controllo
del Donbass? Sanzioni e ostracismo inflitti ad Ankara per aver ricevuto da
Mosca gli S-400, il più avanzato sistema di difesa antiaerea del mondo? Un
affronto che aveva fatto uscire dai gangheri Netanyahu e provocato sanzioni USA
e la negazione degli F35 di ultima generazione?
Tutto
a un tratto Erdogan è assurto a primo della classe e gli euro-NATO, con tanto
di ritiro di basi e soldati USA da quella vecchia casamatta che è l’Europa,
dietro la lavagna? Eppure non si era mormorato che dietro il colpo di Stato del
2016 contro Erdogan ci fossero Washington e avversari di Erdogan rifugiati
negli Stati Uniti?
Va
subito chiarito che non è che Trump si sia levato di dosso l’Ucraina e la
Russia, come fosse polvere sul cappotto. Anzi, dagli sberleffi e rimbrotti al
piccolo gangster nefasto di Kiev e agli affettuosi convenevoli con Trump in
Alaska, si è passati ad Ankara ai convenevoli a un Zelensky tornato a meritarsi
tutto l’appoggio USA contro i russi, a loro volta tornati cattivi. Quindi il
fronte non si restringe. Semmai si allarga, ma il baricentro – la scelta di
Ankara per il vertice, lo sottolinea - è il Medioriente. Con la Cina, il cui
cordone ombelicale energetico parte proprio da qui, sullo sfondo.
La
Triplice mediorientale
Perché
Ankara per un vertice NATO dove 31 paesi hanno contato poco o niente e uno, la
Turchia, ha contato tantissimo? Perché a Trump Erdogan, anche se fa i suoi giri
di valzer finalizzati a figurare come potenza regionale in
connivenza-confliggenza (più che altro verbale) con Israele, sta benissimo.
Tutte le sue mosse geopolitiche si conciliano alla perfezione con la strategia
trumpiana per la regione. Una strategia con tre protagonisti: USA, Israele e
Turchia.
Quali
i meriti NATO-Europa per Trump?
Di
comprare la parte migliore e maggiore dei propri armamenti negli Stati Uniti,
di sostenere ormai da soli uno Zelensky utile solto a tenere sotto pressione la
Russia in modo che non possa dedicarsi ad altro (tipo sostenere Cuba, o l’Iran)
E
quali quelli NATO-Erdogan?
Perché
da giocatore baro si è fatto fornitore di chip. A Tripoli le sue truppe tengono
su un regime di fuorilegge trafficanti di carne umana e ricattatori dei paesi
di immigrazione, gradito agli USA. Perché in Caucaso, Asia Centrale, ha
indebolito i rapporti tra Russia e gli Stati ex-sovietici costruendo una
filoatlantica Organizzazione di Stati Turchi (OTS) comprendenti i vari paesi
musulmani (Turkmenistan, Tagikistan, Kazakistan, ecc.). Perché ha ulteriormente
danneggiato la Russia sostenendo politicamente e in armi (armamenti
israeliani!) la guerra e l’occupazione del dittatore Aliyev dell’Azerbaijan contro
l’Armenia.
Perché
l’amico Azerbaijan, grazie ai buoni uffici di Erdogan, ora ospita due grandi
basi militari e vari centri di intelligence israeliani, installati nelle
vicinanze del confine iraniano, pronti a interventi contro l’Iran. Così Ankara,
è oggettivamente e soggettivamente inserito nel fronte Mediorientale contro
l’Iran, di cui conseguentemente denuncia la “minaccia” di due velivoli,
accidentalmente smarritisi nei cieli turchi.
E,
facendo un passo indietro, perché il reclutamento, l’addestramento, l’armamento
di decine di migliaia di mercenari jihadisti, rastrellati in giro
dall’Afghanistan al Marocco, installati con l’aiuto di truppe turche nel nord
della Siria e forza principale di terra nell’abbattimento della Repubblica
Araba Socialista della Siria e nella consegna del paese alla banda di
tagliagole dell’ISIS, ha tolto di mezzo l’ultima nazione araba resistente a
Israele e all’imperialismo.
A
chi il Mar Nero?
Ciliegina
sulla torta: la violazione a gamba tesa della Convenzione di Montreux del 1936
che imponeva a tutti i paesi rivieraschi del Mar Nero la neutralità e gli
garantiva parità di diritti marittimi. Ora, con Ankara padrona del Bosforo (e
poi qualcuno si adombra perchè Tehran si occupa di Hormuz…), proprio
sull’imbocco turco del Mar nero, a Anadolukavagi, Erdogan ha fatto installare una
base NATO, sede del suo Stato Maggiore Marittimo. Ciao ciao Montreux.
La
lista potrebbe allungarsi con altri doni di nozze, per esempio nel Corno
d’Africa, ma fermiamoci qui.
Tutto
questo è stato raffigurato fotograficamente dal linguaggio del corpo nelle
ripetute epifanie al vertice del duo di piccioncini Trump-Edogan sottobraccio,
o mano in mano. Quanto a Netanyahu, non era presente, ma di questo convitato di
pietra, dal peso di parecchie tonnellate, a drizzare un tantino le orecchie si
poteva udire il frenetico battimani provenienti dalle sale accanto, su cui
tavoli giocava altre partite, parallele e convergenti: Gaza, Cisgiordania,
Libano, Corno d’Africa con il Somaliland dentro all’accordo di Abramo, appunto
Caucaso, America Latina, per parlare solo dei fenomeni più visibili…
MAGA,
Make America great again… a forza di guerre
L’uomo
Maga, uno che doveva farla finita con tutti gli interventi fuori casa, è anche quello
che sparacchia missili su quella parte del mondo che gli capita sotto quando la
mattina apre la finestra. Appena finito l’ammazzacaffè ad Ankara, sono
ripartiti i missili sull’Iran. Tirando il solito calcio a tregue, memorandum, negoziati.
All’israeliana. Era necessario punire un popolo che aveva visto riuniti intorno
alla bara del suo capo 15 milioni di cittadini. Numero riconosciuto dai media
del mondo. 15 milioni su 90, quasi il 17% della popolazione sparsa su un
territorio che va dal Caucaso all’Oceano Indiano. L’equivalente per un nostro
funerale avrebbe dovuto essere il 27% degli italiani. Immaginabile?
Si
capisce perchè uno squinternato collerico abbia perso le staffe e abbia sparato
sulla gente in Iran e distribuito pistole cariche ai picciotti.
La
dimensione scita cambia l’equazione
Nella
cartina il verde scuro rappresenta le aree a maggioranza di musulmani sciiti.
Il loro numero varia dai 150 ai 200 milioni, circa il 15% dei musulmani. In
Medioriente rappresentano una componente coesa e politicamente omogena,
impegnata, accanto all’Iran, nella militanza politica e armata contro
colonialismo, imperialismo, sionismo e collaborazionismo sunnita.
La
nascita dello sciismo nell’Islam origina dall'assassinio perpetrato dalle forze
califfali omayyadi ai danni di al-Ḥusayn
b. ʿAlī,
figlio di ʿAlī b. Abī Ṭālib
e di Fatima, figlia di Maometto, avvenuto nel 680 a Karbalāʾ, in Iraq. Ed è a Karbala che la
salma di Alì Khamenei ha ricevuto l’omaggio di una folla paragonabile a quella
raccoltasi nelle maggiori città iraniane. Segno di rafforzata coesione scita
che rispecchia anche quella storica, sulla cui spaccatura gli Usa avevano
puntato quando, nel 1980 avevano stimolato lo scontro tra Iraq e Iran.
Occasione
sprecata. Come anche quella della guerra all’Iraq del 2003.
I
focolai di resistenza armata della componente sciita, fondata su principi
politici, ideologici e religiosi che la rendono più coesa rispetto all’universo
sunnita, già all’avanguardia nelle lotte di decolonizzazione, sono stati ora
reinnescati dall’aggressione genocida di Israele ai palestinesi di Gaza e poi
ad altre comunità della regione. E’ L’Asse della Resistenza, con casa madre
l’Iran, attivo in Libano, Yemen, Iraq, ma, in misura meno appariscente, anche
tra i gruppi di minoranza in Siria, Arabia Saudita, paesi del Golfo, Turchia,
Caucaso.
Una
realtà con la quale sionismo ed imperialismo non hanno ancora finito di fare i
conti.
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