venerdì 3 luglio 2026

FULVIO GRIMALDI--- MONDIALI, UN CALCIO AL CALCIO - --- A cosa e a chi serve il baraccone imperialista

 


“Spunti di riflessione”, intervista a Fulvio Grimaldi di Paolo Arigotti
https://youtu.be/miNBK33-fsQ  

Quello che nasce nei primordi in cui sulla Terra comparve la prima sfera rotonda che rotola e rimbalza e che poi venne codificato in Inghilterra a metà dell’800, era per noi appassionati del calcio lo specchio di una società. La metafora della convivenza tra umani, in fratellanza per comune sentire e in gara per migliorare. E non poteva che essere stato prodotto dal corpo vivo della società, quello che conta davvero nella storia, il popolo, i lavoratori. Nello specifico gli operai della rivoluzione industriale inglese, riuniti in squadre per raggiungere uno scopo comune nel quale far vivere il principio: tutti per uno, uno per tutti.

Oggi lo specchio riflette un’altra cosa e la metafora è stata confiscata da abusivi, falsari, corruttori.

Meritatamente, avendo lasciato che quattro cacicchi cinici e arraffoni, in combutta con un sistema politico che premia tappetari e criminali e (s)opprime chi non ci sta, o vi si oppone, siamo per la terza volta fuori dai mondiali. Ma, a pensarci, per come si è poi andato configurando questo mondiale delle manovre e dell’esclusione, essendo marcio il nostro calcio, avrebbe potuto anche ben figurare come tale in quella palude di coccodrilli e rospi velenosi.

Invece ci dobbiamo accontentare della fiera dei balordi e ciarlatani che la RAI ha spedito ad aggirarsi nell’assurdo triangolo USA-Canada-Messico per blaterarne inanità e coprire, con frustrati e frustranti onanismi parolai e un’unica partitaccia a tarda sera, il finto interesse per uno spettacolo nel quale figuriamo meno dei raccattapalle al tennis.

A capo del baraccone tangentizio e preordinato c’è la FIFA e a capo della FIFA, per questi e ulteriori meriti del genere, ci sta l’italo svizzero Gianni Infantino. Il quale è lì dal 2016 perché sta bene, oltrechè ai nostri cacicchi, suoi lustrascarpe, ai potentati del denaro che tra Qatar, Riad e i fondi d‘investimento USA, tutti oggi con per caporalmaggiore Trump, non avendo avuto mai niente a che fare con il calcio, impongono al colto e all’inclita l’accettazione/consacrazione della sua definitiva degenerazione.

Ma quale calcio. Altro che gioco, è un fenomeno del più abbietto globalismo oligarchico- imperiale che ha oltrepassato, come mai prima, i confini dello sport e funziona da potente strumento geopolitico, economico, culturale. Nella matrix di Stati, regimi, capitale, mafie, nella quale galleggiamo, il campo di calcio è diventato l’arena in cui si esibisce il potere, si commerciano identità e si scambiano somme miliardarie.

Con gli armaioli, i farmaceutici, i finanzieri, gli intelligenti artificiali (incistati persino nel pallone con i suoi sensori del fuorigioco) e i relativi manipolatori dell’informazione, quelli del calcio sono entrati a costituire un elemento fondante delle strutture del potere. Con tutti i connotati più deteriori dei suoi attuali modi di imporre potere e violazione di diritti.

Il pensierino corre alle angheriose discriminazioni inflitte alla squadra dell’Iran, il razzismo riservato nei trattamenti e nei favori/sfavori alle squadre del Sud globale, il visto negato a uno dei più bravi arbitri del mondo, chissà se solo perché somalo, o non anche perchè non pende ai fili di un Infantino.

Cosa non poteva non uscire come simbolo, coronamento, apoteosi di tutto questo se non il “Premio della Pace dei Mondiali” assegnato da Infantino a uno che, per un pelo, aveva perso il Premio Nobel volutogli da Giorgia: Donald Trump. Infantino-Trump, copia perfetta nella danza tra superprofitti azionari e da bitcoin, a seconda del fare e disfare massacri bellici, e la valuta preziosa arrivata agli agevolatori dell’assegnazione dei Mondiali a coloro che del calcio aveva appena l’idea che servisse a costruire megastadi. Quelli innalzati a Infantino col sangue e le ossa rotte di qualche migliaio di migranti schiavi.

Sport di classe

Mondiali 2026: Militarizzazione dei confini, dei giocatori e degli spettatori, razzismo alla ICE nei riguardi dei pubblici extra-atlantici, glorificazione imperiale della forza sul diritto, riserva esclusiva dei ricchi: biglietto fino a 11.000 dollari per la finale. Minimo 2000 per le altre partite. Mussolini nel 1934 e Hitler nel 1936, nel loro pervertimento dello sport in dittatura rinsaldata, erano dei dilettanti. Pure coloro che a Londra, Rio, Qatar e ovunque nei tempi moderni, hanno usufruito degli eventi per alterare in profondità la struttura sociale delle città. La chiamano gentrificazione, rigenerazione. E il trionfo dei ricchi e l’obliterazione dei non ricchi, al quale si sta lavorando come non mai nella Storia.

Forse dovremmo ringraziare coloro che hanno causato il nostro mancato ingresso in questo postribolo.

Il resto nel video.

Ma chiudo su un’altra nota: Dicembre 1914. Da sei mesi francesi e tedeschi si sparano e si massacrano a cannonate, bombe, fucilate, mitragliate. E’ il 25 dicembre, Natale. Senza essersi detti niente, i fanti escono dalle rispettive trincee, non danno retta agli ordini degli ufficiali, tagliano il filo spinato, s’incontrano, tirano fuori un pallone. Giocano e, alla fine, si abbracciano. Non si sa chi abbia vinto. Era calcio.

 

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