mercoledì 15 luglio 2026

Gaza: guerra barbarie contro civiltà --- SE NON DISTRUGGI IL PASSATO, NON VINCI IL PRESENTE

 

Gaza: guerra barbarie contro civiltà

SE NON DISTRUGGI IL PASSATO, NON VINCI IL PRESENTE

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La voce e la Storia

Nelle guerre che ho frequentato, o studiato, erano spesso i primi e, in ogni caso, i più ambiti bersagli da colpire e obliterare. Quelli che rappresentavano il nemico nella sua identità ed alterità. L’eliminazione fisica delle popolazioni ne era un corollario. E viceversa.

Parlo della voce e dei simboli. La voce che raccontava una realtà diversa da quella che chi allestiva l’evento aveva la necessità di proiettare al mondo. I simboli visibili, materiali, di un’alternativa alla visione e alla narrazione che dovevano essere imposte come le uniche credibili e possibili. In prima istanza doveva essere azzerata la voce e rimossa la Storia. Senza quella, la partita era già mezza vinta.

Sopprimere la voce del passato

Un’idea, che per togliere di mezzo, non tanto Hitler quanto Hegel e Nietzsche, Kant e Schopenhauer, i costruttori di cattedrali gotiche, Heine e Goethe, i trovatori Walter von der Vogelweide o Wolfram von Eschenbach, i Nibelunghi (sostituiti dai supereroi Marvel), magari anche la pace di Westfalia, m’era venuta a vedere le città storiche tedesche in frantumi. Da noi fanno il paio con Montecassino, Santa Maria delle Grazie, San Paolo fuori le Mura, il Tempio Malatestiano a Rimini, il Teatro Farnese a Parma, il tempio di Augusto a Pola, bombardate dove spesso non c’era ombra di uniforme tedesca. Poi i furti dai musei, dalle gallerie, dalle ville, dai castelli, da parte di tutti gli eserciti che hanno imperversato sulla penisola.

La chiamano la “Guerra contro l’arte”. Era la guerra della frustrazione e della rimozione di ciò che irrimediabilmente ti sovrasta e che non hai e non hai mai avuto, né saputo fare. Oggi, nelle guerre atlantiche, il sistema si è perfezionato e generalizzato. Ma prima di arrivare alla “guerra dell’arte”, che poi è quella che dovrebbe strapparti, con la Storia, il nome e l’anima, devi spegnere la voce che ti racconta un presente non conforme a quello che vuoi ottenere, o far credere.

Sopprimere la voce del presente

Oggi, utilizzando le tue reti satellitari ci impedisci di ascoltare ciò che potrebbe inquinare la tua versione dei fatti, i media, le agenzie del “nemico”. A Mosca ricevono l’ANSA, la Reuters, noi qui non riceviamo la TASS, o Russia Today. Basta interrompere una rete, spegnere un satellite. Ma in guerra si va per le spicce: la voce si polverizza. Come a Belgrado: 1999, di notte, la TV di Stato polverizzata con 16 tra giornalisti e tecnici. Era la “Tv di Milosevic”. A noi, giornalisti stranieri andò di culo: ci saltò per aria alle spalle l’Hotel Yugoslavija, da cui eravamo stati appena rifiutati per mancanza di camere libere.

C’erano a Belgrado anche le TV e radio di Soros, chiassosamente avverse a Milosevic (e, vale la pena ricordarlo, fu Casarini, oggi raccoglitore di migranti in mare, o trasbordati dietro compenso da mercantili, a precipitarsi in piena aggressione a sostenerle), una galassia di media e partiti di opposizione. Ma fa niente, per disfare la Jugoslavia Milosevic dove essere un dittatore. E fatto morire nel carcere dell’Aja quando non si riuscì a dimostrare che lo fosse. Stesso fato di Lumumba, di Saddam, di Sukarno, di Indira Ghandi, di Allende…

 

Voci da esaltare: quisling e dissidenti

Non c’è solo la soppressione della voce. Altrettanto efficace, se non più, e il potenziamento del volume di quella, particolarmente laida, del collaborazionista nel fronte interno del paese aggredito. A volte quando, arrampicandosi sulla vetta di quanto il loro tradimento è servito a far conseguire, diventano premier o presidenti, li chiamano quisling, per affinità a un celebre modello. Oggi vale anche Zelensky, frutto supremo del colpo di Stato che rovesciò il governo legittimo di Kiev. Quando operano da espatriati in paesi i cui governi osteggiano il loro, sono detti dissidenti. Se rimasti a casa loro, sono quinte colonne. Perlopiù fatte passare per oppositori interni perseguitati, inevitabilmente nel nome di diritti umani e democrazia. E come tali vezzeggiati dalle ONG che di quei valori si proclamano difensori.

Sia chiaro che qui io mi riferisco rigorosamente solo a chi si fa strumento di coloro che nutrono o praticano intenti aggressivi, colonialisti, imperialisti, nei confronti del proprio paese. Non certo a chi si scontra con tirannie e riceve ospitalità e solidarietà non strumentali. Mai come nell’intrico di queste situazioni è il caso di vagliare caso per caso. Edward Snowden, che svelò i programmi illegali CIA di sorveglianza globale, di qua, Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace che gradisce che i veli siano spazzati via dalle bombe, di là.

E un caso in questione, e che ho personalmente rasentato è quello di una giovane palestinese di Gaza, espatriata in Italia, collaboratrice di un importante quotidiano. Si è accreditata sul giornale e in corrispondenza diretta con me per la sua denuncia dei crimini sionisti e delle sofferenze dei gazawi. Là dove, secondo me, è deragliata e continua a deragliare è quando, in linea con Abu Mazen e con gradimento israeliano, dà addosso a quella che per il genocida  è la massima pietra d’inciampo: la Resistenza palestinese.

Ultimamente, esaltando un sedicente “Movimento 26 giugno” a Gaza che si rifà all’ANP (a proposito di Quisling) e di cui questa collega, tutta fiera, cita il “ministro della Cultura”, Atef Abu Saif: ”Hamas dovrebbe smetterla di vendere illusioni che i civili continuano a pagare”. Parole di quelli che Dante sepelliva nell’ultimo cerchio dell’inferno, nel Lago ghiacciato di Cocito e che la collega palestinese pone sul piedistallo di coloro ai quali Israele offre prebende ed erige monumenti mediatici: i collaborazionisti.

Tutto questo non è una novità, ha accompagnato tutta la vicenda palestinese, dal mandato britannico ad oggi. E ha le sue basi, come quasi tutto, in questioni di classe.

Mandato britannico: collaboratori e resistenti

Nei lunghi anni del mandato britannico sulla Palestina, dagli anni venti fino alla risoluzione dell’ONU sulla spartizione, si è ripetuto un tipo di rapporti, sia nei confronti dei mandatari britannici, sia della prima ondata di coloni sionisti, di cui poco gli storici ci raccontano. Ricche élites palestinesi, famiglie dei maggiori centri urbani che hanno prosperato sotto Londra, rappresentate da organismi chiamati Esecutivo Arabo e Consiglio Musulmano Supremo, si dividevano sull’atteggiamento da adottare nei confronti dei britannici, sia dei sionisti. C’era chi riteneva di salvaguardare i propri interessi sociali e spazi politici mediante una collaborazione totale con dominanti e invasori. Altri cercavano di salvaguardarsi giocandosi gli uni contro gli altri.

Sul fronte opposto, impegnati nella lotta per la liberazione della Palestina, si organizzavano nel partito Hizb al-Istlaq (Partito dell’indipendenza) i ceti non privilegiati, agricoltori, artigiani, operai, con ampi settori del ceto medio e la maggioranza dell’intellettualità. Utilizzavano gli strumenti delle manifestazioni, del boicottaggio, della disobbedienza civile. Epicentro della resistenza era già allora Gaza, storicamente una delle aree più evolute e dinamiche della Palestina.

Autorità Palestinese e resa

Passando per varie fasi, questa divaricazione si è andata perpetuando in forme sempre nuove, anche dopo la spartizione e fino ad oggi. Abbiamo visto, da un lato, la disponibilità compromissoria di Fatah e Arafat come materializzatasi negli accordi di Oslo, accolti con sollievo dal solito retroterra della borghesia palestinese, fino alla costituzione di un organismo apertamente collaborazionista, come l’Autorità Palestinese presieduta da Mahmud Abbas (Abu Mazen). Dall’altro, il Fronte del Rifiuto, laico e di sinistra, e una  nuova classe dirigente e combattente di Fatah capeggiata da Marwan Barghuti e affiancata dalle formazioni islamiste, Hamas e Jihad, sorte contro Oslo, protagoniste della resistenza armata e maggioritarie nel voto (ultimo concesso dall’AP, quello del 2006). Nella foto Abu Mazen e Netanyahu.

 

 

Siamo all’oggi. Il 70% e oltre della Striscia è occupato e resta in macerie. Il massacro è diventato uno stillicidio quotidiano chiamato “tregua”.2,3 milioni di senza casa, senza cibo, senz’acqua, sono accalcati gli uni sugli altri e spinti verso il mare, dove dovrebbero sparire. Ovunque è il caos. L’ordine e la gestione della vita da parte di Hamas non è più realizzabile. Resta la resistenza armata alla quale, per i sondaggi, l’80% dei gazawi dà il suo appoggio. E qui, come del resto in Cisgiordania a favore dei pogrom dei coloni, che cerca di dare la sua mano collaborazionista l’AP di Abu Mazen, manovrando clan famigliari comprati e armati da Israele. Questi si esibiscono e scompaiono nel tempo di vita di una mosca, schifati dalla popolazione. A compensarne il fallimento, ecco che si materializza un “Movimento 26 giugno”, pacifico, democratico, caro agli espatriati. Annega nell’indifferenza. I palestinesi riconoscono una quinta colonna a occhi chiusi. Dal lezzo.

Bagdad, via anche i sumeri

A Baghdad, 2003, si sfotteva il portavoce del governo chiamandolo “Ali il Comico”, solo perchè la sua propaganda era un tantino meno sofisticata di quelle dei colleghi embedded con le truppe USA, che intanto polverizzavano con i cingoli la Babilonia degli Abassidi  Cose che gli embedded del Washington Post, o del New York Ties, non riferivano.

Ho filmato il Centro Televisivo in fiamme, colpito perché Ali non potesse raccontare al mondo che la soldataglia USA, assoldati “esperti” locali, andava distruggendo i tesori del Museo Nazionale e saccheggiando quelli della Biblioteca Nazionale con le tavolette sumere della prima scrittura. Poi Ur, Babilonia, Niniveh, Mosul.., Quod USA non fecerunt, fecerunt ISIS, il mercenariato imperialsionista.

Anche i primi bombardamenti su Damasco e Tripoli, sempre sui centri TLC e dell’informazione, privarono noi inviati della voce altra. Ammettendo che si trattasse di propaganda, era pur sempre propaganda contro propaganda, da vagliare con lo sguardo e l’udito a quanto ci succedeva attorno. Tacitate con le bombe le emittenti di Stato, rimanevano le voci della strada a riportarci alla percezione del reale. Tra le informazioni più significative ricordo i cellulari della gente che veniva a mostrarci quanto gli era stato girato dai tagliagole ISIS, mercenari islamisti di Turchia, NATO e Israele: scene orrende di esecuzioni, decapitazioni, impiccagioni, annegamenti, scuoiamenti e le pelli appese agli alberi. Dovevano indurre alla resa e alla sottomissione. Versione locale della strategia della paura.

Khaled, eroe e martire della civiltà

E poi c’è stata Palmira, la meraviglia dell’Oriente, città di cultura greca, persiana, romana,.  vissuta tra il primo secolo a.C e il terzo d.C. Il prima nella foto e il dopo nell’immagine qui sopra. Per difenderla, sapendo che si trattava di un frammento dell’anima della Siria e, quindi, della sua, l’archeologo Khaled el Asaad, direttore del sito, si fece uccidere. I mercenari della guerra turco-israelo-atlantica lo torturarono a morte per fargli rivelare i luoghi dove erano stati custoditi i reperti più preziosi.

Sanaa, uccisa una città viva da 2.500 anni

Sanaa, la capitale dello Yemen, è stata fondata circa 2.500 anni fa ed è una delle città più antiche al mondo ad essere ancora abitata. Una meraviglia, popolata da genti tra le più vispe e gentili del mondo, nella quale mi sono aggirato per un paio d’anni da corrispondente dal Golfo e dal Corno d’Africa. Avevo per amico il presidente, Ibrahim El Hamdi, poeta, seguace dal panarabismo nasseriano. Lo assassinarono e l’esecutore-successore mi dichiarò persona non grata. Ciao Yemen. Oggi, con gli Houthi, vive il suo riscatto.

Si divide in due zone: al Jadid, la città nuova, e al Qadeemah, la città antica. Al Qadeemah nel settimo secolo è stata uno dei maggiori centri di diffusione dell’islam, come testimoniano le 103 moschee e i 14 hammam costruiti prima dell’undicesimo secolo. Dal 1986, è patrimonio dell’Unesco. Un patrimonio tra i meglio conservati e curati del mondo. Fino a quando chi tale ricchezza di civiltà non poteva vantare e risentiva del fatto che gli faceva ombra, non decise di distruggerla.

I miei due anni yemeniti sono trascorsi tra edifici millenari come quelli che vedete nelle immagini, edifici di una bellezza e perizia architettonica uniche al mondo, fatti di fango e decorati con ghirigori, ghirlande, merletti di calce, abitati dalle stesse genti che li avevano vissuto al di là dei consueti limiti di durata delle civiltà, esempio unico al mondo. E come se negli edifici e templi sul nostro Palatino vivessero tuttora coloro che dei colonizzatori del colle fossero i discendenti.

Lo Yemen, paese al quale la natura e l’opera degli umani avevano saputo donare bellezze ineguagliabili, ha avuto il torto d credere che il mondo ne avrebbe rispettato e ammirato l’immortalità. Ha subito, dal 2015 e fino ad oggi, l’aggressione di predatori vicini e lontani, sul terreno i sauditi, dall’aria gli USA e Israele. La colpa di questo che, oltre a essere il più orgoglioso, è uno dei paesi più poveri del mondo, era di occupare una posizione strategica su Bab el Mandeb e Mar Rosso e di voler salvaguardare la propria identità, indipendenza, sovranità contro usurpatori secessionisti al servizio di Riad. Peggio, di aver voluto, in anni recenti, correre in soccorso armato ai fratelli genocidati di Gaza.

Parti di questa unica meraviglia di creatività umana sono state ridotte in macerie. Ma Sanaa, la città che Pasolini celebrò nel suo “Il fiore delle mille e una notte” resiste e saprà rivestirsi di bellezza e intelligenza, accanto e con Gaza, sorella nell’antichità e compagna di lotta e di futuro.

Libano venduto a chi lo uccide

In Libano siamo alla solita tregua nella quale Israele imperversa uccidendo. Decine di migliaia tra morti e civili, col solito tasso maggioritario di donne e bambini. Un milione e mezzo di cittadini che vagolano per il paese, tra tende e cartoni, avendo visto i loro villaggi secolari rasi al suolo, essendoci tornati, una, due, tre volte, solo per essere ribombardati e risparati. Un quinto del territorio nazionale occupato, desertificato. La ricostruzione sarà affidata a qualche colono sionista tedesco, o russo, o statunitense, in preparazione della futura annessione al Grande Israele.

Incomparabile il merito del generale Joseph Aoun, presidente cristiano maronita che, con Trump e Netanyahu, ha premiato l’impresa promettendo all’occupante di liberarlo del fastidio dell’unica forza che da quarant’anni difende la sovranità e la vita di questo paese e di questo popolo. Al rinnegato hanno risposto le centinaia di migliaia che nel paese hanno denunciato l’infame pugnalata alle spalle e giurato una resistenza che, già tre volte è stata vittoriosa.

 

Baalbek

 

Ma anche in Libano l’operazione di più lunga portata è la distruzione, dopo quelli di Gaza e Cisgiordania, di siti del Patrimonio Mondiale Unesco, come i templi romani di Baalbek e la città fenicia di Tiro, fatti passare per le solite “roccaforti di Hezbollah”, sotto le cui macerie giacciono migliaia di corpi di civili. Si aggiungono alle decine di siti storici, chiese, moschee, castelli, rovine romane ed islamiche, obliterati ovunque mettano piede gli scarponi dell’IDF, o dei Marines, con il chiaro intento di cancellare, insieme alle testimonianze dell’opera della comunità, la sua identità, scheletro e anima dei popoli e delle nazioni.

Gaza, l’altra posta in palio: il passato che vive

La funzione che in Siria gli aggressori USA, turchi e israeliani, assegnarono ai tagliagole e torturatori di Al Qaida-ISIS-Stato Islamico, oggi da quegli appaltatori messi al potere a Damasco, nel caso Gaza viene affidata dai masskiller e torturatori dell’IDF a ratti e parassiti. Mentre questi assolvono al compito di divorare, con i bambini, il futuro della Palestina, i mandanti si impegnano a riservare analogo destino al passato. Passato e futuro, si sa, sono come le fondamenta e le finestre di una casa. Senza, non c’è casa. E non lo sarà di certo il resort renderizzato da Kushner.

Cito Rami Abu Jamous, giornalista palestinese di Gaza, fondatore dell’agenzia GazaPress. Per tutta la durata del genocidio ha aiutato i colleghi stranieri a sapere, capire, raccontare. Ha tradotto, ha accompagnato, ha trasmesso. Il 19 maggio gli è stato conferito il Premio Nord-Sud del Consiglio d’Europa:

Dal genocidio al Gazacidio

“Vi parlo da Gaza. Da questa terra la cui morte il mondo segue in diretta. Da questo carcere a cielo aperto, nel quale viviamo il nostro Gazacidio. Sì, intendo proprio Gazacidio. Genocidio significa l’uccisione di un popolo. Ma ciò che noi viviamo non è soltanto l’assassinio di un popolo. E’ l’uccisione della Storia. E’ l’uccisione del paese. E’ l’uccisione di cultura, salute, archeologia, arte, passato. Perfino del futuro. E, soprattutto è l’uccisione dell’umanità dei palestinesi”.

Per inciso, i massimi complici europei di questa mattanza sono Germania e Italia, i due paesi UE che si sono rifiutati di sospendere l’accordo di partneriato commerciale con Israele. E ne sono prominenti fornitori di armi da genocidio.

Del passato di Gaza poco o nulla ci hanno raccontato. E pour cause. Forse proprio perché del genocida comporterebbe ulteriori e imperdonabili crimini. Quelli che mai permetteremmo a nessuno di infliggerci. Dunque da far finire sotto il tappeto. Anche perché è un passato vero e vivo che ridicolizza il passato dell’invasore, inventato, tratto da libri di leggende, ripreso perlopiù da altri miti delle origini, detti sacri per diventare inconfutabili.

 

A Jack Lang, già ministro della Cultura, dobbiamo una memorabile mostra, l’autunno scorso, a Parigi: “Tesori di Gaza salvati: 5000 anni di Storia”. Reperti messi in salvo durante e dopo la Seconda Intifada, o nei tunnel di Hamas, poco dopo l’evasione dal carcere a cielo aperto del 7 ottobre 2023. Era la migliore risposta che si potesse dare all’osceno progetto immobiliarista “Riviera di Gaza” del duo Trump-Kushner. 

 

 

Un crocevia del mondo

Parte eminente del merito dei ben 460 reperti salvati, si calcola il 70% di quanto si sapeva esserci, va all’archeologo Fadel al-Otol, nato e vissuto in un campo profughi di Gaza, formatosi in Francia e tornato in patria per riscoprirne, tra un’invasione e l’altra, la storia e l’anima. Quanto non potè essere messo al sicuro, è stato poi obliterato, insieme a qualche centinaio di migliaia di vite, da quell’”esercito più morale del mondo” che sa bene come rimuovere ciò che fa ombra al Grande Israele. Sia mirando alla fronte di bambini, sia passando con i cingoli su testimonianze di civiltà, si trattava di andare ben oltre la vendetta dal rientro nella patria stuprata, effettuato quel 7 ottobre da chi ne era stato espulso. Fu Fadel personalmente a estrarre dagli strati scavati la statua dell’”Afrodite di Gaza”.

Per millenni Gaza, la fiorente oasi di Wadi Ghazza, è stata il cancello dal quale Africa e Asia si affacciavano sul Mediterraneo, dove si incrociavano le vie carovaniere tra i continenti. Le macerie del campo profughi di Jabaliya non coprono solo le ossa di migliaia di bambini, donne, uomini. Lì sotto ci sono un cimitero romano e un sacrario bizantino del culto dei morti. Prima dell’arrivo dei barbari, era stato possibile ricuperare una meravigliosa pavimentatura a mosaico. A Nusayrat erano emerse, per poi essere obliterate dai carri armati, le rovine del convento paleocristiano di Sant’Ilario. Ad Al Blakhiya si era dissepolto l’antico porto greco di Anthedon, dell’800 a.C., il più importante del Mediterraneo orientale.

Gaza venne assediata da Alessandro il Grande nel 332 a.C. e da Napoleone nel 1799. Alla fine del terzo millennio a.C, i Cananei, soggetti ai faraoni dell’XI e XII dinastia, vennero spodestati dai filistei (palestinesi) che qui si incontravano con le culture, i costumi, il pensiero, di persiani, assiri, asmonei, greci, romani, bizantini cristiani, mammalucchi e ottomani musulmani. E resistettero su questa terra, fatta inesorabilmente loro, più del proprio effimero corpo, fino al giorno d’oggi.  

Ne abbiamo sentito poco in scuole nelle quali la supposta superiorità europea, e magari ariana, non ama indugiare su civiltà e culture “minori” e lontane. E grazie a queste “dimenticanze” che qualcuno, con il fucile puntato sulla fronte di bambini figli di questa terra, ha potuto parlare di un “deserto trasformato in giardino fiorito”, da difendere dai “terroristi”.

Mediante Gazacidio. Disse Jack Lang, nell’onorare la civiltà di cui la sua mostra narrava, “L’anima umana è l’esito di un lascito dei tempi passati, di una successione di civiltà che formano, caratterizzano e arricchiscono il presente”.

Che ne può sapere Netanyahu, che ne sa Trump.  Una cosa sanno: Gazacidio. E’ la parola d’ordine della barbarie che minaccia il mondo. Quella dei palestinesi è la resistenza dell’umanità.

 

 

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