Da
Gaza al Corno e a Suez, la geopolitica dell’infanticidio
EGITTO,
L’OTTAVA PIAGA
Infanticidi
come strategia di espansione coloniale
A
gettare lo sguardo sulla regione che dal Nordafrica arriva al confine afghano e
che gli inglesi chiamarono Vicino Oriente e noi Medio, è difficile staccarsi da
punti focali come l’aggressione israeloamericana (più israelo che americana)
all’Iran e ai fronti correlati di Libano, Palestina, Yemen (gli Houthi), Iraq
(le Unità di Mobilitazione Popolare), la Somalia (dove ogni due per tre Trump
bombarda la resistenza islamica al regime fantoccio USA). E anche solo
eticamente durissimo non soffermarsi su quanto lo Stato terrorista va compiendo
di inenarrabile, a laido titolo di autodifesa, su Gaza, Cisgiordania, Siria,
Libano, occasionalmente Yemen
Abbiamo
fatto fatica, consapevoli di orrori storici che pensavamo insuperati e
insuperabili, a staccare lo sguardo da quanto le recenti inchieste dell’ONU,
quella di Save the Children, quella giornalistica olandese, hanno esaminato e
documentato in ogni dettaglio sulla strategia impiegata dai vertici israeliani
per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo
palestinese: la programmata carneficina dei bambini di Gaza. A fine giugno
21.000 uccisi, 45.000 feriti e mutilati. Prove, documenti clinici, autopsie,
referti, foto, diagnosi: la dimostrazione dell’inconcepibile: un esercito di
cecchini addestrati e comandati a colpire in testa, o agli organi vitali, i
bambini.
Una
pratica che nelle ultime settimane si è estesa alla Cisgiordania. Lo denuncia
in un rapporto l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, precisando
che tra ottobre 2023 e giugno 2026 sono stati uccisi più bambini che in tutto
il periodo dal 1967.
Sono
i militari di quello che viene raccontato al mondo come “l’esercito più morale
del mondo”.
Non
avrebbe dovuto sorprendermi. A Gaza, guerra del 2009 intitolata “Piombo Fuso”,
filmai bambini che mi mostravano foto dei loro amici e fratelli morti, colpiti
in mezzo alla fronte o al cuore. Ma ho anche ripreso immagini di blindati
israeliani che tenevano legato sul cofano un ragazzino mentre si avvicinavano
ad aree o case dalle quali ci potevano verificarsi reazioni della resistenza.
Che avrebbe colpito il bambino. Erode, l’unico predecessore in simile pratica,
impallidisce. Faceva uccidere solo i primogeniti.
Ma
di bambini non se ne ammazzano solo in Palestina, o nel Libano. 150.000 sono le
sottostimate vittime del conflitto civile in Sudan. La percentuale di bambini e
donne è quella di Gaza, intorno al 60%. Altri bambini si trascinano di tenda in
tenda, se va bene, in fuga dai combattimenti insieme a 9 milioni di sfollati interni.
Per l’ONU sono 33,7 i milioni di sudanesi a rischio di sopravvivenza per
mancanza di sostentamento di base. Quanti di loro sono bambini? Un milione ne
ospita l’Egitto e ne ricava una crisi economico-sociale gravissima. Tutta da
imputare al “dittatore Al Sisi”.
Crisi
che si aggiunge a quella determinata dai fratelli arabi dello Yemen che, con il
loro sbarramento alle navi che hanno rapporti con Israele, hanno privato il
Cairo di buona parte del pedaggio ricavato dal Canale. Eppure nessuna richiesta
egiziana di smetterla con questo sostegno a Gaza è mai arrivata a Sanaa.
Tentacoli
in Sudan
In
questo articolo si guarda a un’ulteriore estensione strategica della piovra
colonialista di Tel Aviv, con campo d’azione immediato, o programmato, Africa
ed Egitto. Un’estensione che, per quanto gravida di drammatici sviluppi, resta
fortemente e non innocentemente occultata da media e cancellerie. Indicativo è
il dato che nella guerra civile che insanguina il Sudan dal 2023 la componente
eversiva – le Forze di Supporto Rapido - che si scontra con il governo sudanese e le
sue forze armate, goda del sostegno armato e logistico degli Emirati Arabi
Uniti. EAU che qui, come in altre situazioni, protagonista degli Accordi di
Abramo la fa da proxy di Israele. La posta in gioco è una base militare a Port
Sudan, sul Mar Rosso. Proprio di fronte al porto israeliano sul Golfo di Aqaba.
Una tenaglia
E
nello scontro in atto nel Corno d’Africa, tra Somalia e il Somaliland
secessionista, ecco che il confronto vede gli stessi contendenti: Israele e EAU
in stretti accordi politici e militari con il Somaliland, Egitto e Turchia con
Mogadiscio. Ciò che i secessionisti qui offrono in cambio del riconoscimento
(l’unico ottenuto a livello mondiale), è il preziosissimo Porto di Berbera,
direttamente a cavallo dello Stretto di Babel Mandeb, decisivo per il controllo
del più importante passaggio di merci del pianeta.
Altre
presenze israeliane, con aperture di inediti rapporti diplomatici,
inevitabilmente associati ad attività di intelligence e offerte di
collaborazioni tecnologiche, sono state recentemente rilevate nei paesi del
Sahel, appena liberatisi dal controllo militare ed economico francese.e in
rapporti privilegiati con Mosca.
Libano,
un “accordo” tra lupo e venditore dell’agnello
Ci
lasciamo alle spalle un Libano che la sua classe dirigente, espressione della
minoranza borghese cristiano-maronita filo-USA, ha consegnato su istruzione USA,
quasi fosse un Deliveroo, al banchetto grandisraeliano, opportunamente cotto
dal beneficiario a forza di bombe, invasioni e massacri, pronto da consumare
sul suolo desertificato da dove sono stati cacciati 1,5 milioni di abitanti. Il
parlamento libanese, ignorato dai negoziatori dell’accordo a Washington, non ha
avuto voce in capitolo.
Ma
alta si è levata la voce delle decine di migliaia di manifestanti a Beirut e in
tutto il paese che sostengono il sacrosanto rifiuto di Hezbollah, espressione
politico-armata della maggioranza relativa del paese martirizzato, impegnata da
sempre nella sua difesa (resto ottimista, ho avuto il privilegio di assistere a
due vittorie di Hezbollah e due cacciate degli israeliani dal Libano, nel 2000
e nel 2006)
Ci
lasciamo alle spalle quasi 5.000 civili morti ammazzati, donne e bambini fatti
passare per “terroristi” di Hezbollah e che sono solo la punta emergente di un
ennesimo crimine israeliano contro l’umanità, coperto da stelle e strisce.
Ennesimo oceano di sangue e macerie in cui la barbarie sionista va annegando la
regione. E’ anche la distruzione, dopo quelli di Gaza e Cisgiordania, di siti
del Patrimonio Mondiale Unesco, come i templi romani di Baalbek e la città
fenicia di Tiro, fatti passare per le solite “roccaforti di Hezbollah”, sotto
le cui macerie giacciono migliaia di corpi di civili. Si aggiungono alle decine
di siti storici, chiese, moschee, castelli, rovine romane ed islamiche, obliterati
ovunque mettano piede gli scarponi dell’IDF, o dei Marines, con il chiaro
intento di cancellare, insieme alle testimonianze, le identità che
rappresentano scheletro e anima dei popoli e delle nazioni.
Di
questa vera e proprio guerra dei barbari alla civiltà diremo in dettaglio nel
prossimo giro.
In
un viaggio che finirà col dimostrarci come tutto si tenga nel Medioriente e
anche oltre, ci lasciamo alle spalle, ma ce le portiamo addosso come fardelli,
gli ormai quasi 4.000 morti e gli oltre 10.000 feriti di una guerra al Libano
che non riuscirà, una volta di più, a debellare la Resistenza, ma vorrebbe
stabilire una nuova metratura, dopo Gaza, Cisgiordania, Siria, in vista della perimetrazione
definitiva In del Grande Israele.
A
completare un quadro raccapricciante per dimensione di un male che sembra
riuscire a superare il concepibile, c’è stato il risveglio, per la portata
dello scossone inferto, perfino di un’Organizzazione delle Nazioni Unite che
pareva aver deciso di estraniarsi dai fatti del mondo.
Cisgiordania,
l’annessione non tollera bambini
Quella
che una recentissima inchiesta dell’ONU ha rilevato è la conferma più
autorevole che le istituzioni globali esistenti potevano darci del fatto che
qui abbiamo a che fare con un’entità infanticida la cui strategia genocida
prevede direttive specifiche ai suoi militari di colpire bambini. Eliminare
un’etnia, un popolo, non solo nella sua esistenza presente, ma anche in quella
che ne avrebbe preservato la specie nel futuro. Il 30% dei civili morti
ammazzati nei quasi tre anni di pulizia etnica sono bambini.
E,
come al solito, non si tiene conto che dei soggetti fucilati, o colpiti da
bombe, missili, droni. Non di chi è sepolto sotto le macerie, né di chi si
estinguerà a seguito di ferite, mutilazioni, malattie, inedia, sete, attacchi
di ratti e parassiti artatamente coltivati attraverso la distruzione di fogne e
acquedotti. Dell’intenzionalità di questi esiti danno testimonianza il tipo di
lesioni registrate nei corpi: giorno dopo giorno, vengono ordinati ai militari,
a partire dalle pratiche di tiro, diversi parti del corpo da colpire- Si
succedono così bambini con buchi nella fronte, al cuore, nel basso ventre.
Tutto
questo si va ora intensificando anche in Cisgiordania. Protagonisti, insieme
all’IDF e alla polizia, i coloni decisi a ripetere il modello Gaza in vista
dell’annessione definitiva.
Intanto,
neutralizzata la tabella di marcia dettata dal Board of Peace che
prevedeva il suo disarmo e al quale, segno di sfiducia, sono venuti a mancare
anche i miliardi dei partecipanti, Hamas si va manifestando con crescente forza
anche in Cisgiordania dove, a Hebron, nota per l’imperversare brutale dei
coloni di origine statunitense, l’IDF ha subito imboscate. I dati ci dicono che
in questa parte dei territori occupati, Israele ha fatto più vittime dal 2023
che nei 17 anni precedenti.
L’altro
stretto, l’altra giugolare geopolitica, geomilitare e geoeconomica
Questo
rullo della morte, della devastazione, della disperazione ha ora preso anche
un’altra direzione. C’è un’area della stessa regione, stavolta estesa dal
Mediterraneo a sud, fino all’Oceano Indiano, che promette di diventare
incandescente quanto quella che ha trovato il perno della conflittualità
globale nello Stretto di Hormuz. Con l’arrivo di Israele nel Corno d’Africa, poco
pubblicizzato in virtù del supporto mediatico di cui gode lo Stato sionista, ma
a gamba tesa, si è tracciata una linea di continuità tra Eilat, porto
israeliano sul Golfo d’Aqaba, e Bab el Mandeb, l’altro stretto, ancora più
cruciale per l’economia e la geopolitica globali, cancello tra sud e nord, est
e ovest del globo.
Sulla
strada del suo colonialismo d’insediamento e della sua espansione imperialista,
Israele aveva trovato altre pietre d’intralcio. Facciamo un passo indietro, a
partire da un quarto di secolo fa. 2003: seconda Guerra del Golfo, Iraq
neutralizzato; 2001: in pochi mesi Libia di Gheddafi liquidata; 2011-2025 Siria
frantumata e spartita tra Jihadisti, finalmente rivelatisi forza proxy delle
guerre israelo-americane; 2023: colpo di Stato contro il regime antimperialista
di Omar al Bashir e guerra civile che spacca e insanguina il paese. Sono
referenti esterni del conflitto l’Egitto dalla parte dell’esercito governativo
e la longa manus araba di Israele, gli Emirati, a supporto delle scissioniste
Forze di Rapido Intervento.
Rimosse
le pietre d’inciampo rappresentate da questi grandi Stati Nazione arabi, non
restano che l’Algeria, troppo lontana e che si fa gli affari suoi e cerca di
tenersi fuori dalle tensioni che agitano Sahel e Sahara Occidentale, e
l’Egitto. 100 milioni di abitanti, oggi massima potenza industriale della
regione, controllore del Canale di Suez, dirimpettaio di Israele e dell’Arabia
Saudita, porta tra Mediterraneo e Africa. Riferimento, se non più
essenzialmente politico come ai tempi di Nasser, storico, sentimentale e culturale
per mezzo miliardo di arabi.
Per
chi aspira all’egemonia nella regione più cruciale per gli equilibri militari,
economici e politici mondiali, a parte l’Iran che arabo non ed è comunque già direttamente
coinvolto nella contesa, non rimane che il paese dei Faraoni. Formidabile per
storia antica e moderna, dimensioni, demografia. Antico, prestigioso e dotato
di identità consolidata nei millenni, quanto quella dei persiani. Due civiltà,
una sunnita e molto laica, l’altra appassionatamente scita, che si guardano da
lontano, ma con rispetto. Gli eredi dei faraoni nutrono per quelli di Ciro il
Grande una cordiale affinità. E una comune preoccupazione. Sono entrambi
consapevoli dell’ombra nera che si allarga, per gli uni a ovest, per gli altri
a est.
Piaghe
e medici d’Egitto
Dalla
caduta del presidente Mubarak, successore di Sadat, a sua volta erede diretto,
per quanto “degenere”, di Nasser, l’Egitto ha conosciuto una storia
travagliata. A partire dal 2011, con la cosiddetta Primavera Araba con cui il
neocolonialismo atlantico-sionista cerca di indirizzare verso esiti a esso
utili l’insofferenza di settori sociali, suffragato dall’UE e dai feudatari del
Golfo. Le manovre di destabilizzazione toccano i maggiori Stati arabi. In
Tunisia ed Egitto, rispettivamente con i neopresidenti Ghannushi e Morsi, si
installa al potere la Fratellanza Musulmana. Un integralismo inusuale per
queste società in pochissimo tempo viene rovesciato da rivolte popolari,
storicamente laiche e insofferenti a fenomeni estremisti come la sharìa, la repressione
violenta delle comunità cristiane, il divieto di sciopero per motivi religiosi).
Sostenuto
dalla sollevazione popolare e da successive elezioni, al Cairo si impone il
generale Abdelfatah Al Sisi. Gli sconfitti, che dispongono di un’ala
terroristica, spesso accomunata all’ISIS, reagiscono con attentati contro
esponenti delle istituzioni e con una prolungata guerra civile nel Sinai. Questo conflitto ha causato migliaia di vittime tra
militari, miliziani e civili. Tra il 2014 e il 2018, i dati governativi hanno
registrato oltre 4.300 morti, inclusi più di 3.000 presunti ribelli e circa
1.200 membri delle forze di sicurezza. Il numero totale esatto dei civili è
difficile da calcolare. Le stime ufficiali non sono complete, ma gli attacchi
hanno colpito duramente anche la popolazione
Dal
canto loro, le cancellerie occidentali prendono le distanze dai nuovi gruppi
dirigenti laici che manifestano un’indebita indipendenza, aprono a rapporti
internazionali poco graditi, tipo Russia e Cina e, nel caso del Cairo,
sostengono il governo legittimo libico di Bengasi, e che guadagnano consenso con
misure sociali e opere infrastrutturali. L’Egitto che ultimamente ho conosciuto
è quello che riceve e sostiene un milione e mezzo di profughi africani, ha
decongestionato una capitale infernale erigendone una gemella, ha costruito un
nuovo museo archeologico, è responsabile di quasi la totalità degli aiuti a
Gaza da anni, bloccati in una colonna di camion che parte da Suez e si ferma a
Rafah, accoglie e cura i malati e feriti, soprattutto bambini, che Israele
lascia sfuggire all’inferno di Gaza.
Di
questi 4000 feriti, alcuni li ho visto uscire dall’inferno al valico di Rafah,
essere accolti in ambulanze egiziane (c’erano solo quelle) e trasportati, nei
casi di urgenza, al centro d’emergenza della vicina El Arish. Gli altri li ho
trovati negli ospedali del Cairo, strutture paragonabili alle nostre migliori
eccellenze cliniche, curati con enorme impegno da sanitari egiziani. Qualcosa
significherà.
Tutto
questo non riduce il risentimento dell’opinione politico-mediatica occidentale
per la rimozione del precedente regime, sebbene islamista, molto più allineato
con gli interessi che preferiscono limitare l’importanza e l’influenza di
questo Stato, forte di suo e di una delle maggiori e più antiche civiltà della
storia umana. La visione che dell’Egitto è proiettata all’estero contiene ogni
possibile sfumatura di negatività, dal carattere dittatoriale del regime, alla
violenta repressione del dissenso, alle carceri disumane, all’emarginazione di
ceti disagiati. A prescindere dalle discutibili fonti delle accuse, mai
giornalisti occidentali indipendenti, quasi sempre i soliti “dissidenti”, nulla
di altrettanto e anche più negativo viene sollevato per regimi, come quelli del Golfo, imputabili
di ben peggiori condizioni sociali e democratiche, ma fornitori di risorse e
amici, E qui, insieme ai due pesi e alle due misure, entra in gioco la vicenda
Regeni.
La
piaga Regeni
L’Egitto
è diventato in Italia soprattutto quello di Giulio Regeni. Un giovane
ricercatore formatosi in scuole dell’élite internazionale (Collegi del Mondo
Unito), il cui fondatore tedesco vantava rapporti operativi con Allen Dulles
(Direttore CIA), e laureatosi nelle università britanniche sotto tutoraggio di
esponenti della Fratellanza Musulmana. Ha prestato la sua opera a una impresa
internazionale di spionaggio industriale (Oxford Analytica) diretta da
ex-responsabili dell’Intelligence angloamericana e organizzatori di squadroni
della morte usati in America Centrale e Iraq (John Negropone, Colin McColl,
David Young). E’ stato fatto ritrovare morto e torturato al Cairo nel momento
in cui una delegazione governativa e imprenditoriale italiana discuteva di
investimenti miliardari con il presidente egiziano.
Di
questa vicenda ho già detto quanto è possibile e giusto dire - ma che in Italia
non va detto - in una precedente puntata di questa rubrica. Adesso a Roma se ne
è tratto anche un processo, con tanto di condanne all’ergastolo, ma in assenza
di imputati e di prove.
Ovviamente
la questione su chi fosse e cosa facesse Regeni e su chi ne avesse determinato
quella orrenda fine, può restare aperta a dubbi e interpretazioni divergenti.
Ciò che per un caso di tale rilievo umano, penale e geopolitico, non mi pare
ammissibile è che della vicenda ci si ostini da sempre a oscurare una parte che
non può non essere considerata determinante. Dimmi con chi va e ti dirò chi
sei.
Quanto
all’Egitto, qui nessuno pensa di santificarlo. Ma doveroso è pretendere che non
ci si prepari l’imboscata dei due pesi e due misure ove si tratta di
anatemizzare la “dittatura di Al Sisi” e mantenere convenevoli e redditizi
rapporti d’affari con i rispettabili partner a fronte dei quali l’Egitto figura
un tantino più rispettabile.
L’Egitto
sta fermo, Israele si muove
Aliyev
con Netanyahu e Erdogan
Pur
pressato da molti lati, l’Egitto di Al Sisi ha seguito in questi 13 anni una
linea di estrema prudenza che qualcuno potrebbe anche definire, misurando il
peso del paese, rinunciataria rispetto ai conflitti in Medioriente. Le sue
posizioni confliggono con quelli dell’Occidente e dei suoi alleati nella
regione, Israele e Golfo, in maniera attenuata, solo indiretta, e che il Cairo
prova a temperare ulteriormente proponendosi, insieme al Qatar, nel ruolo di
mediatore.
A
questo apparente immobilismo, determinato dalla consapevolezza che in
Medioriente l’arabo che si muove muore, o rischia comunque di pagarla, Israele
risponde muovendosi con determinazione e celerità. Ho già fatto riferimento su
questa piattaforma alla strategia dell’unificazione dei due fronti,
mediorientale ed euroasiatico-occidentale fino a Kiev, che Tel Aviv ha
realizzato proiettandosi nel cuore del Caucaso. Lo ha potuto fare inserendosi
nelle guerre dell’Azerbaijan del dittatore Aliyev all’Armenia, armate e vinte
in virtù di intelligence, tecnologie, forze speciali e armamenti forniti da
Israele, grazie anche ai buoni uffici della Turchia del sultano
doppiogiochista.
Non
è più un segreto per nessuno che nell’Azerbaijan del sodale di Erdogan, Aliyev,
si sono acquartierati, in una serie di grandi basi strutturate, unità militari
e dell’Intelligence israeliane, con presenza particolarmente attiva sul confine
con l’Iran, utile già oggi, ma soprattutto per quando si riuscirà a trascinare
gli USA in una nuova aggressione.
Meno
risaputa e pubblicizzata è la presa che Israele esercita, sempre in funzione
antiraniana, sul Kurdistan iracheno. E’ una storia che ha radici lontane, fin
da quando, al sorgere dell’Iraq indipendente, sovrano, antimperialista e
antisionista, il patriarca curdo, Mustafà Barzani, si prestò a collaborare col
Mossad contro il nascente nazionalismo panarabo di Bagdad. Tuttoggi le sorti
politiche della regione sono sotto il controllo della dinastia Barzani. Protetta
dal Mossad ma, a Irbil, anche dai nostri carabinieri che addestrano i peshmerga
curdi che vedete nelle’immagine.
Tra
Irbil e il confine con l’Iran sono state installate due grandi basi segrete,
servono a proteggere i massicci investimenti israeliani, a garantire il flusso
del petrolio da Kirkuk a Haifa e ad addestrare e armare peshmerga curdi
destinati a infiltrarsi in Iran ogni volta che all’opinione pubblica
occidentale debba essere presentato il piattino dell’insurrezione popolare
contro gli Ayatollah.
Il
baratto Stretto per Stretto
Nell’immagine,
scuola distrutta dai coloni in Cisgiordania.
Si
potrebbe argomentare, alla luce di sviluppi recenti che vedono Israele
impegnato, oltrechè a Nord, anche, e questa è una novità, a Sud, che si stia di
fronte a un tacito, ma molto evidente baratto tra Trump e Netanyahu. Che
potrebbe essere formulato così: tu mi, e ti, blocchi in quella che avrebbe
dovuto essere la soluzione finale per l’Iran, ma oltre a lasciarmi mano libera
– dicesi annessione irreversibile - sui territori occupati della Palestina, mi
lasci prendermi quella fetta di Libano e mi sostieni e mi accompagni nella
campagna di espansione africana, “dal Corno a Suez”. Mi fai mollare lo Stretto
di Hormuz, ma mi fai prendere quello di Bab el Mandeb.
Qui
gli attori sono tre, in parte concorrenti, in parte confliggenti, ma
soprattutto conniventi in funzione anti-Egitto. Parliamo di Israele,
protagonista assoluto, del suo socio di minoranza in Abramo, Emirati Arabi
Uniti, suo proxy nella guerra civile in Sudan e della Turchia di Erdogan. Si
ritrovano tutti nel progetto di destabilizzare il quadro geopolitico che
abbraccia la regione del Mar rosso, dal Golfo di Aden allo Stretto di Bab el
Mandeb e al canale di Suez. Nell’equazione entrano poi anche attori locali,
dall’Etiopia alla Somalia dalle varie componenti. Chi da queste manovre si
sente giustamente minacciato è, appunto, l’ultimo grande Stato arabo.
E’
di lunga data la minaccia esistenziale dell’Etiopia di Abiy Ahmed che, con il
completamento della “Grande Diga della Rinascita” sul Nilo, non si è assicurata
solo un enorme surplus di energia da esportare nei paesi africani, ma ha preso
il controllo del rubinetto dalla cui apertura e chiusura dipende l’esistenza
stessa dell’Egitto, con effetti nefasti anche sul Sudan. Che, però, data la sua
lacerazione tra le due fazioni che hanno scatenato la guerra civile, non ha la
forza e l’autorità per reagire. Ogni tentativo egiziano di addivenire a una
regolamentazione dei flussi è stato respinto da Addis Abeba; Il Nilo è mio e
voi…
L’Etiopia,
però, è il grande escluso dal nodo cruciale del passaggio da est a ovest e da
sud a nord. L’accesso al mare le è negato dall’Eritrea, fieramente indipendente
dal 1993, da Gibuti, un complesso di basi militari di potenze varie, e dal
mosaico somalo, costituito dall’originale troncone dell’ex-colonia italiana con
capitale Mogadiscio, e dai due feudi secessionisti Somaliland e Puntland, ora
alleati di Israele.
Un
cuneo sionista nel Corno
Accanto
a Mogadiscio, dal tempo della caduta di Siad Barre governata da burattini
installati sotto supervisione statunitense, che ne garantisce la sopravvivenza bombardando
ogni due per tre la resistenza costituita dagli islamici di Al Shabaab, resta la
maggiore delle due aree staccatesi dalla Somalia vera e propria. Il Somaliland,
con capitale Hargeisa, ha per presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi, uomo
caro all’Occidente e a Israele, che ha recentemente aperto una sua ambasciata a
Gerusalemme. Ed è qui che ha colpito Israele.
Con
l’Etiopia che vuole il mare, il Somaliland che vuole il riconoscimento e
Israele che vuole mettere le zampe sul Mar Rosso, abbiamo l’incontro tra un
gigante africano che tiene sotto scacco l’Egitto misurandogli la quantità
indispensabile d’acqua, un’entità secessionista che si offre ad affittuari come
balcone sul Golfo di Aden e sullo Stretto e una potenza coloniale che vuole
controllare i passaggi marittimi che portano al Canale di Suez.
Parte
il Fronte Sud e punta all’Egitto
Corno
e porto di Berbera
Il 1. gennaio 2024 Addis Abeba firma con il
Somaliland un memorandum che, colme dichiara la CNN, le permette di utilizzare
il porto di Berbera e accedere al mare tramite il controllo su una ventina di
chilometri di costa, con tanto di installazione di basi e unità militari.
Intanto arriva Michael Lotem, primo ambasciatore di Israele a Hargeisa. Tutto
questo a seguito di quella che il ministro della Difesa di Tel Aviv, Yisrael
Katz, ha rivelato essere stata una collaborazione segreta tra Israele e i
secessionisti somali, protrattasi per molti anni ed esplicatasi anche in
“operazioni coperte”.
Mogadiscio
lo denuncia come violazione della sua sovranità e integrità territoriale, e
ritrova al suo fianco Egitto e Turchia. L’Egitto ha tutti i motivi per
preoccuparsi.
Ma
l’ingegnerizzazione di un nuovo equilibrio di potere nell’area non finisce qui.
Il 26 dicembre 2025 Israele si affianca all’Etiopia nel riconoscere lo Stato
del Somaliland. L’accordo, subito contrastato da Somalia, Unione Africana,
Turchia, Gibuti ed Egitto, prevede un riconoscimento reciproco dei due Stati e
l’ingresso di Hargeisa negli Accordi di Abramo. E comprende una presenza
militare, dell’Intelligence, accordi per l’uso delle strutture portuali,
l’installazione di una rete di sorveglianza tecnologica. Insomma quanto serve
per poter intervenire su vari piani nell’area che unisce l’un capo del Mar
Rosso all’altro e al Canale di Suez.
Al
Cairo sono perfettamente coscienti che restare più o meno sospesi sul conflitto
centrale del Medioriente non li ha salvaguardati dalle mire egemoniche ed
espansioniste di Israele. E soprattutto da ciò che il sionismo percepisce come
sua condizione esistenziale per il Grande Israele: la rimozione dalla regione
di ogni altro rilevante Stato Nazione, tanto più se di imponente retroterra
storico, identità fortemente percepita, rilievo geopolitico, coesione sociale.
Il
quartetto Etiopia, Somaliland, Israele, UEA non ha dichiarato guerra al Cairo,
ma sta riorganizzando i suoi dintorni e qualsiasi posizionamento ostile, o
competitivo, che parta da Bab el Mandeb deve essere letto dall’Egitto con
riferimento diretto alla propria sicurezza nazionale. Il Mar Rosso e il Canale
di Suez non sono soltanto una via navigabile. Ne va dell’economia dell’Egitto e
del suo peso nel sistema strategico mondiale.
La
Storia ci dimostra che nessuna architettura politica, economica, o di sicurezza
può essere vista come accettabile e compatibile finchè persiste il progetto
coloniale sionista con la sua base in Palestina e i suoi tentacoli che ora si
allungano dal Caucaso al Mar Rosso, al Corno d’Africa, al Sudan.

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