martedì 16 giugno 2026

uinte Colonne dell’imperialismo --- GLI AGITPROP DELLA DISSIDENZA --- I casi Satrapi e Navalny

 

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Sono i massimi idoli dei media in Occidente. Sono prime donne e primi uomini, ma oggi come oggi, si sa, vanno di più le prime donne, dentro e fuori wako, in tutti i talkshow e su tutte le onde radiofoniche. Fanno incetta di premi Nobel per la Pace e di quelli Oskar. Nei Festival nessuno merita più di loro un tappeto rosso chilometrato. Sono l’estrema conferma della superiorità della civiltà bianca, cristiana, con al centro e in testa le donne. Sono il puntello, il paracadute, la stampella, l’integratore vitaminico di ogni campagna che esalta i valori occidentale e depreca i disvalori altrui. Sono l’assist irrinunciabile a ogni visione, azione e aggressione colonialista e imperialista, per iscritto, parlato, o bombardato.

Sono i testimoni nativi del mondo delle barbarie. Sono la diaspora. Sono la dissidenza. 

Si potrebbe partire da Dante e Machiavelli, Pablo Neruda, o Nureyev. Ma non la finiremmo più e ci ritroveremmo in un ginepraio dove la fuga da una dittatura si confonde con quella del transfuga comprato e prezzolato. Partiamo da ciò che troviamo in giro ora. E che ora incide sulla percezione che il volgo e l’inclita hanno del reale.

I dissidenti che qui ci interessano si dividono in nativi transfughi e nativi stanziali. Nella prima categoria, tra i più celebri, o celebrati, troviamo i russi Solženicyn, Kasparov, il figlio dello Shah Pahlevi, la Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, l’artista cinese Ai Weiwei. Tra quelli rimasti, volenti o nolenti, nel loro paese ricordiamo, su tutti, Nelson Mandela, poi il Nobel per la Pace cinese Liu Xiaobo, le iraniane di “Donna, Vita, Libertà”, il giornalista tedesco sanzionato da Bruxelles e da Berlino, Hüseyin Doğru.

 

Coloro che stanno in paesi sgraditi all’Occidente euro-atlantico di solito godono del sostegno aperto di Amnesty International, Human Rights Watch e, in misura meno visibile, di National Endowment for Democracy, o USAID, agenzie USA che lavorano là dove la presenza diretta della CIA comprometterebbe il corretto esito cognitivo delle opinioni pubbliche. Sono quelli, insieme a centinaia di altre ONG, che vengono utilissimi per le operazioni colorate, di regime change.

Gli esiliati nei paesi ospiti, che fisologicamente devono essere ostili ai paesi d’origine, o quanto meno ai relativi governi, assumono il compito di demonizzare la rispettiva patria, farlo sfigurare rispetto a quello ospitante, e quindi agevolare sanzioni, aggressioni, guerre.

Noi qui ci dedichiamo a due assoluti prim’attori della dissidenza nelle rispettive categorie di nativo in esilio e di nativo a casa sua: l’iraniana di Francia, Marjane Satrapi, e il russo in Russia, Aleksej Naval'nyj.

Persepolis, ritratto in nero

 

Guardate queste immagini – e altre in rete - tratte dal fumetto “Persepolis”, libro e film, della recentemente defunta scrittrice iraniana Marjane Satrapi che, prima di emergere come artista, faceva Ibrahimi. Ho girato l’Iran per il lungo e per il largo, per il sopra e il sotto e vi assicuro che, per trovare figure avvoltolate dalla radice dei capelli alla punta delle scarpe in queste funeree vesti nere dette chador, mi toccava entrare nelle moschee, neanche in tutte, in quelle più solenni e storiche, tipo a Mashad, oppure visitare qualche remoto villaggio rurale nello sprofondo del paese.

 

Per il resto che fossimo per strada a Tehran, Isfahan, Tabriz, Shiraz, vedevo ragazze e donne, sfolgoranti di colori, sciolte e sorridenti, vispe e loquaci, a volte per mano con i fidanzati, o mariti, o amici, a volte in gruppo, ciarliere e schiamazzanti e, ancora, in corteo, grandi e piccine, mescolate ai maschi, grandi e piccini, con un’idea di velo sulla nuca. A festeggiare, per esempio in un parco di Shiraz, tra giardini fioriti come noi ce li sogniamo, il giorno della protezione della natura, o, uscite dall’accademia delle Belle Arti, sedute su un muretto, a fare il ritratto a una persona che passa…

Tutto questo nel nero nerissimo di Satrapi non c’è. C’è il nero, solo quello. Nero come è nero il male, mentre il bene è bianco, si sa. E qui siamo al punto.

 

 

 

 

 

 

 

Fumettista renitente pro fumettista di leva

Per tutti i celebranti, corifei, fan, dell’iraniana transfuga in Francia, mi pare opportuno, perché paradossale, citarne uno, collega della scomparsa. Perché nel suo lamento funebre esprime quanto c’è di più allineato con la cupola suprematista, colonialista e razzista che determina il volto dell’Occidente. E lo fa sull’unico quotidiano generalista italiano che se la tira, giustamente, da “altro”, per molti versi da antagonista. Leggere nel web e riflettere:

Il disegnatore satirico Mario Natangelo ha ricordato l'artista franco-iraniana Marjane Satrapi con un toccante articolo commemorativo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, in seguito alla scomparsa dell'autrice avvenuta all'età di 56 anni. Ha celebrato Persepolis come un successo letterario mondiale e il capolavoro attraverso cui l'Occidente ha potuto scoprire il volto umano, le contraddizioni e la vita velata dell'Iran durante e dopo la rivoluzione.

Uno come Natangelo, vignettista che magari vira sul pecoreccio (vedi la Meloni con la testa infilata tra le chiappe di Trump), ma si esprime con scudisciate e sberleffi a chi li merita, potrebbe stupire quando costruisce il suo altarino a una protagonista di quello che sarebbe il campo avverso. Non sorprende, invece, come un’informazione legata per cordone ombelicale al potere, trasfiguri l’autrice iraniana dissidente in Polena della nave “Civiltà Occidentale”. Un piroscafo che, prima di inabissarsi contro un ghiacciaio che sapeva cosa stesse facendo, si era lasciata alle spalle Gaza e genocidi affini, utilizzati però come strumento per risolvere tutti i conflitti tra dominio e disobbedienza con la violazione di ogni legge, umana o divina (che non sia quella del Deuteronomio).

 

 

 

 

 

“Persepolis” e la sua funzione “orientalista”

 

Una Fanon iraniana?

L’opera dell’esiliata in Francia è già una sacra icona. Si presenta e viene diffusa come un’obiettiva critica dall’interno (absit iniuria del colonialista!) al patriarcato e alla dominazione religiosa della Repubblica Islamica. A spogliarla di questi attributi virtuosi, da lei assegnatisi e dai commentatori attribuitile, c’è la conversione dei ricordi di una bambina della diaspora iraniana in merce postcoloniale perfettamente calibrata per il mercato culturale dell’Occidente. Si tratta di una assai ben riuscita impresa, funzionale all’ecosistema narrativo mirato a preparare l’opinione pubblica a sanzioni, guerre e disumanizzazione di popoli non disposti a farsi assoggettare.

Qualcosa che già si era visto nella fabbricazione del consenso sociale alle ininterrotte aggressioni contro l’Iran a partire dalla rivoluzione islamica del 1979, ma che era stato messo in campo anche nelle precedenti guerre di restaurazione neocoloniale ad Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Somalia.

L’opera della Satrapi sarebbe stata un perfetto esempio dell’atteggiamento con cui, fin dalle Crociate, l’Occidente si relaziona al resto del mondo, come, nello specifico, è stata descritta in “Orientalismo”, la capitale analisi di questa problematica.dell’intellettuale palestinese Edward Said. Rispetto a quello che l’algerino di adozione, Franz Fanon, ha rappresentato nel conflitto tra colonialismo e liberazione, la fumettista iraniana rappresenta il netto rovescio. Ci dovrebbero riflettere i francesi che oggi ospitano e onorano la loro anti-Fanon. E purtroppo siamo ancora in attesa di un Gillo Pontecorvo 2.0 e di una “Battaglia di Algeri” collocata in Persia. Gli eventi che condussero alla rivoluzione del 1979 offrono la migliore sceneggiatura.

Dalla visione “orientalista” dell’orientale Satrapi escono, deformate e caricaturizzate con chiari scopi geopolitici, le società arabe, musulmane, extra-europee. Gli scritti, i disegni, le opinioni della Satrapi puntano a confermare questa visione. Dalla sua residenza in Francia ha simpatizzato con tutte le iniziative, immateriali e materiali, di attacco all’Iran, posto alla mercè di un Occidente e di un’Europa uniche democrazie e che un suo appello all’Unione Europa sollecita a definire “Stato terrorista”. Ovviamente senza sprecare mezza parola sul genocidio in corso dell’entità sionista. Non si è risparmiata anatemi contro l’alleanza tra l’Iran e la Resistenza palestinese e ha definito antisemita la sinistra francese di Jean-Luc Melenchon. Per sovrappiù, il leader della France Insoumise da lei è stato marchiato di “ammiratore di dittatori sudamericani come Hugo Chavez”.

In un’intervista del 2024, Satrapi arrivò a dichiarare: “Un Iran democratico sarebbe un bene per tutto il mondo e assesterebbe finalmente un colpo mortale alla Russia e a Hamas”.

La virtù più apprezzata nel nostro emisfero è che con la Satrapi abbiamo avuto in dono la narrazione di una nativa che riproduce, a beneficio dell’industria culturale occidentale e, dunque, del suo referente politico, l’apparato orientalista da “dentro”. Quello finalizzato a indirizzare l’opinione pubblica qualificata a tollerare, se non a sostenere, embarghi genocidi e massacri missilistici. Il ragionamento è “se lo dicono gli iraniani….” Come dire, a proposito del Venezuela, se lo dice la Machado…” O della Russia: se lo dice Navalny…Ma di questo dopo.

Trattasi, ed è un extrabonus, di donna che racconta e raffigura donne. E lo fa da donna iraniana esiliata, colta, critica dell’oppressione delle donne musulmane, con un linguaggio visivo semplice, facile da tradursi e incistarsi nella “coscienza liberale europea”. La demonizzazione dell’Iran ne è la conseguenza inevitabile e desiderata, Con tanti saluti alla condizione delle donne in paesi dalle monarchie famigliari assolute e sanguinarie, tipo Arabia Saudita, Qatar, Emirati, Bahrein. Con le quali le nostre frequentazioni sono intime e redditizie.

Con oculata tempestività, è appena pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti USA e israeliani sull’Iran, la televisione francese trasmetteva il filmato “Persepolis”. E dava la stura al coro di accompagnamento alle esplosioni. Tipo quella sulla scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, con le sue 180 vittime.

Chiudiamo osservando che il fatto che Satrapi abbia raccontato la sua esperienza non è il problema. Il problema è che la sua esperienza è quella della benestante famiglia di una piccola èlite urbana, laica, trovatasi classe dirigente sotto la dittatura dello Shah, al tempo del 70% di analfabeti e poveri. Un’èlite che guardava la rivoluzione da una stellare distanza di classe. E che poi risultava del tutto sconnessa dalla realtà di un paese uscito da decenni di dittatura e di dominio straniero.  

Ne è il prodotto quest’opera in bianco e nero che guarda al mondo in bianco e nero. Dove  il nero è tutto di là e il bianco tutto di qua. Sarebbe la voce della donna iraniana. Noi abbiamo constatato che non lo è. E’ una voce che armonizza con quella che si riprometteva di “distruggere la civiltà persiana in una notte”.

 

 

Dopo Solgenitsin, il vuoto

Satrapi, con il suo suprematismo culturalmente raffinato, ben mascherato da difesa dei diritti umani, da valori di emancipazione e riscatto e tutto questo nel quadro del tema vincente a prescindere, quello della liberazione delle donne, consente in parallelo eulogie di un certo spessore culturale. Ne abbiamo subito una grandinata, ben oltre l’esaltata orazione funebre di Natangelo.

In compenso, con Aleksey Navalny ci si muove più terra a terra. Il personaggio è talmente univoco, da non consentire voli pindarici e apologie che non siano apodittiche.

Un tempo a prendersela con lo zar c’erano Dostoevsky o Tolstoi o Puskin, Poi, a non apprezzare molto Stalin e suoi successori, ricordiamo Solgenitsin, Pasternak, Bulgakov. Oggi, e da qualche decennio, con forse meno pretesti a disposizione, non s’è trovato di meglio che Aleksey Navalny. Del quale, pure a forza di superlative attribuzioni di protagonismo – “leader dell’opposizione russa”, “principale oppositore di Putin”, “guida della resistenza popolare all’autocrate” – e di martirologi - condanne ingiuste, carcerazioni crudeli, avvelenamenti a gogò – non si è riusciti a decostruirne né la presunta rilevanza politica nel paese, né l’autentica identità. Sepolta sotto una lastra tombale monumentale. Ma accessibile a chi si metta a fare da cronista del percorso a tappe del personaggio nella Russia post-muro e post-Eltsin, in via di imprevisto e imperdonabile ricupero e riscatto.

Nasce il 4 giugno 1976, a Butyn' (Oblast' di Mosca) e muore il 16 febbraio nella colonia penale IK-3 di Charp, in Siberia. Una condizione che assomiglia al confino di lontana memoria. Ovviamente assassinato da Putin. O quanto meno su suo mandato, stavolta non scampato all’ennesimo avvelenamento, si è convinti.

Oggi in Russia opera un numero notevole di organi di informazione occidentali. A noi di accedere a quelle russe è inibito. Le principali testate rimaste a Mosca includono agenzie di stampa come l'americana Associated Press, la britannica Reuters e la francese Agence France-Presse. Sono presenti anche corrispondenti per emittenti e testate giornalistiche come la britannica BBC, le tedesche ARD e ZDF, l'emittente giapponese NHK e l'italiana Rai. Alcune testate occidentali sono state bandite in risposta all’analogo trattamento subito in Occidente da quelle russe. E vi possa assicurare che a perdere fonti come Russia Today (RT), o Sputnik, ci si rimette pesantemente in capacità di verificare cose ed eventi..

Di conseguenza, di cosa si dica e si sappia in Russia di questo presunto leader dell’opposizione, noi non abbiamo possibilità di avere un’idea. Informazioni russe azzerate perché false e bugiarde a prescindere. Come quelle che l’Unione Europea censura e sanziona con l’esclusione dalla società tramite negazione di mezzi di sostentamento, quando non condividono l’analisi che proclama Zelensky bello e buono, Putin brutto e cattivo.

     

Logo e attivisti di Jabloko

Studi universitari di Scienze Politiche a Yale e all’Università di Amicizia dei Popoli. Si specializza in questioni finanziarie. E’ travagliata la vicenda di politica organizzata del nostro. Esordisce nel 2000 in un partitino, “Jabloko”, con per matrice l’intelligence occidentale, vuol dire “Mela”, dalle iniziali dei suoi fondatori, ma si chiama anche “Partito Democratico Unificato Russo”. Ne viene cacciato quasi subito per “estremismo” nella sua campagna contro le minoranze etniche, tutte da relegare ai margini della società: ucraini, ceceni, tatari, armeni, kazaki, kirghisi, tedeschi, greci e tante altre.

Aderisce al movimento “Narod” (Popolo) e inizia a indossare i panni del contestatore di Putin e dell’inevitabile tema di ogni attività di regime change, la corruzione. Risulta nuovamente incompatibile per eccesso di chauvinismo e xenofobia nei confronti delle solite minoranze. Nel 2012 crea un'altra formazione, il “Partito del Progresso”, presto sciolto per inedia di consensi e sostituito dall’ennesimo microrganismo, “Russia del Futuro”, dall’assonanza oggi rilevabile con la formazione del nostro generale Vannacci. Assonanza casuale, ma che sicuramente esprime una comunanza.

L’Amerikano di Russia

 

Se la costante ideologica che caratterizza il percorso partitico di Navalny è facilmente identificabile in un retroterra che si potrebbe definire alla Zelensky, coltivato con sementi di un nazionalismo suprematista, esclusivista e razzista, i russi del Donbass sono per il presidente ucraino ciò che le minoranze etniche della Russia sono per il laureato di Yale.

Cosa che si inserisce perfettamente negli schemi strategici di chi, dal cuore dell’Impero, pianifica ingerenze, infiltrazioni, destabilizzazioni. Non è quella vagheggiata dai vaticinatori della guerra a Mosca una Russia ridotta in schegge di realtà sociali, etniche e religiose separate e, magari, reciprocamente ostili?  Nel caso di Navalny questa visione è tratta pari pari dal programma della Greenberg World Fellows Program, una comitiva di appena 16 laureati di Yale, accuratamente selezionati e impegnati, da “leader mondiali”, a diffondere nel mondo i “valori americani”. Navalny è dai tempi dei suoi studi a Yale un membro di riguardo.

Qui, dunque, un evidentissimo retroterra politico-culturale di ampio respiro e dai tempi lunghi. Quello operativo, invece, è assicurato da “Alternativa Democratica”, movimento di cui Navalny è cofondatore e che è diretta emanazione, diffusa in una novantina di paesi da “americanizzare”, della famigerata National Endowment for Democracy (NED), finta ONG ed effettiva dependance CIA creata da Reagan per le operazioni di destabilizzazioni più o meno colorate e di regime change.

Del resto, l’intero percorso politico-organizzativo di Navalny assomiglia a un giro a tappe all’insegna della stessa ideologia, con una linea d’arrivo che alla caduta di Putin vorrebbe far seguire una Russia “banderizzata”, all’ucraina. Il dato più significativo è che nessuna delle sua formazioni politiche è mai riuscita a eleggere neanche un deputato.

Grande da noi, un po’ meno in Russia

Il lungo percorso politico di Navalny è stato accompagnato da un altrettanto ininterrotto travaglio giudiziario che non ha certo contribuito a potenziarne il ruolo, da noi costruito ad arte, di massimo e purissimo esponente di una dissidenza russa democratica.

Nel 2012 il colosso di cosmetici francesi, Yves Rocher, irrispettoso delle ricadute politiche negative sulla propaganda occidentale, denuncia lui e il fratello per frode e abuso di fiducia, commessi mediante trasporti, con tariffe sovrapprezzate, della loro ditta di logistica. Nel 2015 i fratelli vengono riconosciuti colpevoli di aver truffato il gruppo francese per un valore di 26 milioni di rubli. La successiva condanna e a tre anni e mezzo con la condizionale e con l’obbligo di presentarsi al commissariato di polizia due volte al mese. Dispozione a cui Navalny non ottempera.

Nel 2022 altra condanna per frode e per violazione della libertà condizionata. Stavolta a 9 anni di reclusione. Infine, nel 2023 la condanna a 19 anni di reclusione per attività criminali contro lo Stato. Finisce al confino nella colonia penale di Kharp, dove è morto il 16 febbraio. Una successione di eventi che fanno a cazzotti con la sua “Fondazione Anticorruzione”.

Il 17 marzo 2023, questa Fondazione ha inviato una lettera ufficiale al ministero degli Affari esteri italiano, chiedendo l’applicazione del regime sanzionatorio nei confronti di Sergey Matviyenko, funzionario russo che disporrebbe di un patrimonio immobiliare in Italia. Il dossier non risultava sufficientemente documentato ed è stato ignorato. Neanche Tajani se l’è sentita di avvallare l’iniziativa di Navalny.

Santo subito

Ai suoi funerali si verifica un concorso di folla superiore a quello che gli era stato riservato nelle piazze russe in vita. La grancassa sull’interamente mediatico ruolo di Navalny da capofila dell’opposizione russa smuove più gente all’estero che in patria. Ovviamente un primato spetta all’Italia di Meloni, alla quale l’ultradestro xenofobo e suprematista anti-Putin offre una gradita occasione. Qui la vediamo mobilitata a Roma e a Milano.

 

 

 

Avvelenamenti a gogò

Resta da dire del “martire”, della lotta del combattente per la democrazia, peraltro con tatuaggio nazista e ripetute foto che lo ritraggono impegnato nel saluto fascista. Foto che poi in Occidente vengono definite manipolate. Martire perché carcerato e, soprattutto, ripetutamente avvelenato dall’infame zar con l’esclusivamente russo killer nervino Novichok.

Un avvelenamento che accompagna Navalny nelle principali fasi della sua vita e si verifica con la cadenza naturale di un’influenza autunnale. Sempre, compreso quello che viene detto causa della sua morte, ordinato ovviamente da Putin. Un Putin che non vedeva l’ora di scatenare l’ennesimo uragano occidentale sul “despota del Cremlino pazzo e killer”. Uragano dal quale, per non perdere ogni residuo di credibilità, ha avuto l’acume di tirarsi fuori l’Intelligence USA: ha negato che Putin abbia ordinato la morte dell’oppositore.

 

L’avvelenamento più clamoroso si sarebbe verificato nel 2020, con l’impiego del solito Novichok, letale. Così viene proclamato ai quattro venti e ai cinque continenti, sulla base di una bottiglietta d’acqua con tracce di un agente nervino. Sarebbe stata trovata nella camera d’albergo di Navalny, a Omsk, in Siberia. Alcuni siti “insider” avevano parlato di massicci consumo di alcol da parte del dissidente, la sera prima, associata all’assunzione di antidepressivi.

Dato per certo dal coro assordante di tutta la stampa europea e, con più circospezione, da quella statunitense, la campagna si affievolisce quando le autorità russe, dando prova di sapere il fatto loro, arrivano ad affidare “l’avvelenato” al sistema sanitario tedesco, il più apprezzato d’Europa. A Berlino, nella Germania dei governi campioni di russofobia, curato per intossicazione, Navalny si riprende, smentendo l’inesorabile letalità associata al presunto Novichok. Fine della storia.

Fino al suo grande rilancio di questi giorni, ultima occasione per guadagnare al “leader dell’opposizione russa” uno sgabello nella Storia, offertagli stavolta da prefiche, elogisti di mestiere e coccodrillisti del Corriere della Sera. Su Navalny, Natangelo si è astenuto. Gli rimane pur sempre la Satrapi.

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