Citazione
del giorno
“Imporre
all’Iran, che arricchisce l’uranio a scopo civile, di non avere la bomba
atomica è come ordinare a uno col bastone da passeggio di non fare il salto con
l’asta”
Verso
Armageddon
Nel
mondo si aggira e imperversa un masskiller che tutti omaggiano e a cui molti
obbediscono per quanto sia affetto da demenza insieme senile e infantile. Un
volgare, incolto zoticone, dall’ego irragionevolmente ipertrofico e tossico,
che spara dieci cazzate già solo a colazione e tutti gli danno retta anche
quando dà in escandescenze e urla a uno dei popoli dalla civiltà più antica del
mondo,“Aprite quel cazzo di Hormuz, brutti bastardi”, e “Faccio fuori
la vostra civiltà in una notte”. Oppure quando, sprofondando nel ridicolo,
delira “Non avete ancora pagato abbastanza per ciò che avete fatto
all’umanità in 47 anni”. E sorvola sulla cinquantina di milioni di morti,
tra ininterrotte guerre, colpi di Stato, rivoluzioni colorate, assassini
extragiudiziali (specialità Obama), devastazioni, sanzioni, fatti da lui e dai
suoi predecessori e soci, in particolare quello, sì, nucleare, solo dal 1945 a
oggi.
Tutto
questo tenuto al guinzaglio da questo rottweiler atomico (scusatemi cari rottweiler)
a due zampe e venti zanne, creato e addestrato a squartare su disposizione e
licenza di un dio inventato e idolatrato perché non ponga limiti ai crimini dei
suoi fedeli. Il dio che, secondo Israel Katz, un altro dei forsennati del culto
della morte altrui, perciò ministro sionista del Genocidio, dichiara il suo
Stato, uscito dalla provetta dello scienziato pazzo, “pronto a riportare
l’Iran all’Età della pietra”.
Da
una costola di costui deve essere stato generato quell’altro rigurgito
escatologico, dal prurito di zolfo alle mani, di questa 13esima tribù ahinoi
mai perduta: Pete Heseth, che da ministro della Difesa, si è evoluto in
ministro della Guerra. Un mezzobusto della trumpista TV Fox News che, prima del
suo Pentagono da 2,9 milioni di dipendenti e il bilancio da 3000 miliardi, mai
era stato chiamato a gestire un organismo più ampio delle sue tre mogli e
cinque figli. Un esemplare della feroce fauna cristiano sionista che scolpisce nel
suo libro, “Crociata Americana”, la seguente massima: “La storia
dell’America è intrecciata inestricabilmente a quella giudeo-cristiana e allo
Stato di Israele. Se ami l’America, devi amare Israele”. E venga Armageddon
e poi, chissà, il Messia. Coppia criminale di due Stati fuorilegge.
Verso
il Terzo Tempio
E
se questo comporta l’Apocalisse), ben venga. Un passo alla volta: Iraq, Libia,
Siria, Afghanistan, Palestina, Iran, Libano, Yemen e tutto il resto che si
oppone alla preparazione del mondo per la venuta di ‘sto Messia. Con il ritorno
di Gesù, o di chi per lui, e la fine dei tempi. Alla quale, sotto sotto,
pensano di scampare solo loro. Tutti questi invasati basano fede, comportamenti
e fini sul “Culto dei Tre Templi”. Con il terzo ora da costruire, rimuovendo la
spianata dei templi musulmani, Al Aqsa in testa, e mettendo questo Terzo Tempio
di Salomone al centro del Grande Israele. Non per nulla l’operazione del 7
ottobre Hamas l’aveva intitolata ad Al
Aqsa…
Dal
che si può anche arguire con una certa fondatezza che quanto la triade
diplomatica di Trump, con Steve Witkoff, Jared Kushner e, in testa, il fanatico
ambasciatore a Tel Aviv, Mike Huckabee (in tv invoca “l’atto divino di un
territorio che si estende dal sinuoso Nilo al tortuoso Eufrate”), è
chiamata con i “negoziati” Islamabad a mimetizzare, non è altro che
un’escatologia territoriale. Per la quale occorre prospettare la messianica
conflagrazione mondiale finale, magari nucleare, che parta dalla pietra
d’inciampo Iran e veda sorgere il Terzo Tempio. Questo ad appena trecento anni
dal Secolo dei Lumi.
Conflagrazione
che si apre, come indovinano quelli che parlano della “terza guerra mondiale a
pezzi”, con la crisi energetica (perfezionata poi dalla fuoruscita degli
Emirati, dependance di Israele e Fratello in Abramo, dall’OPEC, già forza di
contrasto del Sud globale all’unipolarismo) che diventa economica e impoverisce
7 miliardi su 7 e rotti. Poi potrebbe esserci il finalone atomico, ma a
contemplare il ritorno del Messia saremo rimasti in pochini.
Terrore,
la nuova normalità
E
le linee gialle? Cosa succede dentro e fuori dalle linee gialle? Quelle, come le guerre d’aggressione, si allestiscono
a forza di rivendicazioni della mitica Sicurezza, che è puro terrorismo
padronale, ma che Trump, Netanyahu, Meloni e criminalità organizzata varia, fanno
passare per salvaguardia di tutti noi bassa forza. Terrore globale, ma diviso
in due fronti per una finta contrapposti: l’ufficiale, travestito da democrazia,
e il proxy, quello delle quinte colonne (Al Qaida, Isis, rivoluzionari colorati,
ONG…). Del secondo, nel quale si mimetizzavano, da un po’ fanno a meno, da
quando forza su diritto è stato introdotto come nuovo principio per la
convivenza nel “mondo libero”, all’ombra dello Stato fieramente fuorilegge.
Di
terrorismo di Stato ci alluvionano, in un crescendo parossistico che toglie il
respiro e perfino la facoltà di rendersi conto, episodi che, per essere
paragonati a qualcosa di affine, si deve ricorrere all’Inquisizione- Quella di
Torquemada, quella degli eretici appesi per i piedi e poi bruciati (sempre di
religione millenarista e messianica si tratta).
Sembra
quasi che ci si sia abituati a convivere con una normalità che vediamo, giorno
per giorno a due passi da casa nostra, in Palestina, Libano, Siria; nella
strage bombarola di 80 ragazzine di una scuola iraniana; nelle città libanesi
polverizzate, nei villaggi svuotati e demoliti, nel milione e 300mila abitanti
(su 5 milioni) sradicati dalle loro terre nel Sud e mandati in baracche e tende
sui lungomari dei ricchi; nelle terre bruciate e rese invivibili, fino a quando
coloni insediati non saranno dotati di mezzi per bonificarle e impiantarcisi da
un capo all’altro del Medioriente, dove vivevano non ebrei.
Normalità
consacrati da ottant’anni di abusi, violenze e ora anche ripugnanti furti e
saccheggi, compiuti in Libano dall’esercito più morale del mondo, di quanto si
sono dovuti lasciare dietro delle conquiste di una vita, quel milione e mezzo
di evacuati su ordine di quell’esercito. A determinare i valori in campo
testimoniano le immagini di soldati israeliani, che, senza un battito di ciglia
dei loro comandanti, senza mai rischiare un’inchiesta, rientrano nella
Palestina occupata dai villaggi libanesi rasi al suolo, assisi su camion e
camionette straripanti di quadri, divani, motociclette, vasellame, televisori,
orologi.
Normalità
anche quella degli inermi naviganti, benefattori di gente di cui si progetta la
scomparsa dalla faccia della Terra, quando vengono attaccati, rapiti, pestati,
torturati, disumanizzati da licantropi d’assalto. Con il bonus aggiuntivo del
plauso di una seconda carica del nostro Stato, offerto in ginocchio davanti
all’altarino con il busto del Duce. Tout se tient tra fascisti. Tanto normale da non dedicare ai licantropi
neanche una riga dei 19 pacchetti di sanzioni inflitte alla Russia per aver
provato a bloccare una nuova aggressione nazista, di quelle che l’altra volta
le erano costate 27 milioni di morti. Aggressione nazista guidata da
Washington, partita con il golpe di Maidan e con il massacro dei russi del
Donbass per mano delle milizie SS del regime installato dagli euroatlantici.
Normalità,
passata quasi inosservata visto che già si era vissuta, delle botte a quelli
della Flotilla, con la canna dei fucili in bocca, la faccia strascinata per
terra, le costole e i nasi rotti da cazzotti e calci perché hai
l’improntitudine di alzare le braccia per dire che sei inerme. Per arrivare alle
torture a Thiago Avila e Saif Abukeshek, due eroi che il mondo concede alle
sevizie degli sgherri voltandosi dall’altra parte. Normalità che, dove non c’è
più niente da bombardare, sparare, frantumare, delega il compito ai ratti e
alle donnole perché mordino i bambini di Gaza, paralizzati dal gelo e dalla
fame, imboccati di rifiuti e rimboccati con stracci bagnati, senza che ci sia
più un infermiere a darti un’aspirina. C’è chi spera che ne venga una bella
peste e la faccia finita con questi residuati che, a dispetto di bombe,
fucilate, fame, sete, si ostinano ad esserci e, addirittura, a emettere sospiri
che inquinano la terra che il Signore ha assegnato al suo popolo.
Normalità
cisgiordana, dove è veniale incidente di traffico se, sollecitato dalla fastidiosa
visione di due ragazze ancora vive su una strada riservata ai coloni, acceleri
e le travolgi, o butti a terra una suora e la prendi a calci. O, ancora, se
sfregi una Madonna mettendole in bocca una sigaretta e spacchi la faccia al
crocefisso, con tanti saluti al Papa che blatera di pace e giustizia.
Normalità
da millenni che gli abitanti di questa terra abitassero in case da loro
costruite, coltivassero ulivi da loro piantati, cuocessero pane nei loro forni,
allevassero pecore per il loro latte e la loro lana, si dissetassero e
irrigassero dai loro acquedotti, preparassero alla vita i loro bambini nelle
scuole, scrivessero poesie, dipingessero quadri, osservassero i colli, i piani,
il cielo. Normalità, oggi, che di tutto questo vengano privati a forza di
incendi, distruzioni, furti, sradicamenti, pestaggi, uccisioni. Da coloni
armati che militari dell’esercito dell’unico Stato democratico del Medioriente
proteggono dalla violenza di terroristi costretti in ginocchio.
Dove
la normalità s’incrina
Un
incidente di percorso, nel tranquillo scorrere di questa normalità dovrebbe
averlo provocato – ma c’è da contarci poco – il rapporto di un autorevole
organismo indipendente, Euro-Med Human Rights Monitor, l’Osservatorio
dei Diritti Umani nello Spazio Euromediterraneo, basato a Ginevra e presieduto
da Richard Falk, già relatore delle Nazioni Unite sui diritti umani nei
territori occupati.
Contenente
centinaia di testimonianze di prigionieri rilasciati, medici, operatori
umanitari, con innumerevoli video che gli stessi carcerieri israeliani si
divertono a far pervenire ai cellulari dei palestinesi per terrorizzare e
intimidire, il rapporto s’intitola “Un altro genocidio dietro le mura”. Ciò
che viene documentato è la politica di uno Stato che lo legittima, organizza e
fa giustificare dalle sue istituzioni mediche e giudiziarie.
Non
c’è quasi detenuto rilasciato da uno dei centri israeliani – Ketziot, Megiddo,
Ofer, Sde Teiman - che non denunci torture subite e, in particolare, violenze
sessuali, e non ne possa esibire i segni. Si tratta di crimini, commessi da
personale maschile e femminile, sistematicamente impunito: mutilazioni
genitali, rimozione di testicoli. nudità forzata e prolungata, stupri di uomini
su uomini, uomini su donne, stupri con strumenti, trattamento degradante,
stupri con cani addestrati. Una pratica di cui ci dettero l’idea le immagini di
Gaza, quando ancora qualcuno dei quasi 300 giornalisti gazawi ammazzati operava
(altri 100 ne hanno uccisi tra Libano e Yemen), che mostravano decine di uomini
nudi ammassati in ginocchio su camion, o, sempre in ginocchio e in formazione,
esibiti nelle strade ai loro concittadini.
E
ricordiamoci anche come autori e responsabili e committenti di Stato,
confortati dal sicariato mediatico internazionale, abbiano provato a sviare da
questa loro pratica strutturale (che non nasce nel presente conflitto),
accusando di stupri di massa (per i quali, peraltro, non v’è mai stato né un
testimone, nè una prova) i combattenti palestinesi del 7 ottobre.
L’improntitudine
più sfacciata e strafottente, consentita dalla totale immunità-impunità
consentite da una comunità internazionale spartita tra sicari, conniventi e
ignavi. l’ha esibita l’ultrà sionista teorico – e occasionalmente praticante -
della tortura che eufemisticamente è detto ministro della Sicurezza, Ben Gviri.
Ai suoi cinquant’anni malvissuti la moglie gli ha confezionato torta e
oggettistica all’insegna del cappio. Cioè dell’impiccagione. Quella da lui
proposta e dalla Knesset decisa con la legge, non uguale per tutti, della pena
di morte per chi è palestinese e lo fa. La scritta sulla torta diceva: “A
volte i sogni si realizzano”.
Questi,
che sarebbero spurghi dell’inferno se la località esistesse, ma si devono
accontentare di essere spurghi del sionismo, si godono i frutti del ricatto
grazie al quale i loro crimini sono protetti dall’Iron Dome della Coalizione
Epstein. Coalizione di cui il capo non può più far danno, perché fatto trovare
appeso, a telecamere spente e in assenza di secondini, in una cella di New York.
La vicecapa sta in carcere, muta come un pesce, perché finirebbe uguale se solo
dicesse good morning; e il socio di affari e bagordi da ergastolo figura
da presidente, ma non è – finchè sta buono - che il commissario per le grandi
opere, i grandi soldi e il Grande Israele.
L’unica
democrazia in Medioriente
Nel
2006 c’erano i territori occupati e non ancora annessi, o annessandi, l’ANP, il
mostriciattolo pseudo-statale partorito a Oslo e il tacco dello stivale
israeliano su ogni cm2 delle presunte aree ad amministrazione palestinese,
affidate per procura al proxy Mahmud Abbas. Nel 2006 ci furono elezioni in
tutti i territori e tutte furono stravinte dal Partito Hamas, non ancora forza
guerrigliera, ma, insieme a quanto restava delle vecchie organizzazioni laiche
e marxiste (FPLP e FDLP), fermo rivendicatore di uno Stato palestinese a
sovranità non da Disneyland. A quel risultato (che la Fatah normalizzata da Abu
Mazen cercò invano di sovvertire a Gaza) non ne seguirono altri fino ad oggi.
Abu Mazen e i suoi danti causa e nutrizionisti a Tel Aviv, ammaestrati, non ne
vollero più sapere di elezioni. Rimangono i sondaggi che indicano il quintuplo
ergastolano Marwan Barghuti presidente e Hamas vincitore sia a Gaza che in
Cisgiordania.
Fino
a ieri. Quando l’ “Unica Democrazia del Medioriente”, come autorevolmente
sancisce il saltimbanco locale Parenzo, riaffermava questa identità che la
tiene a galla sui media e nelle cancellerie indicendo, vent’anni dopo,
elezioni. Non troppe, per carità, gli elettori, così disabituati, avrebbero
potuto confondersi. Solo comunali, a non infastidire il fidato Abu Mazen e solo
con Fatah, sbrindellato scendiletto di Netaniyahu, e solo qualcuna, qua e là in
Cisgiordania e nel borgo gazawi di Deir Al Balah (votanti 20%). Insomma là dove
nessuno poteva togliere lo strapuntino al novantenne commensale di Israele e
dove a Ben Gvir piace esibirsi col cappio a qualche reperto palestinese.
Andarono a votare quelli che erano riusciti a sgattaiolare tra le fucilate dei
coloni. Praticamente quattro gattini ciechi su 10 milioni di palestinesi, tra
territori occupati e diaspora.
Non
poteva che andare così: finti territori palestinesi, finte elezioni, finti
candidati municipali e tutto questo all’interno di finti confini, mai previsti
per La Palestina post-mandato, mai definiti ufficialmente da Israele, suoi
padri e suo attuale Consiglio d’Amministrazione. Tanto quelli predestinati si
sanno e, al momento, la dimensione è soprattutto finanziaria, precondizione di
quella territoriale, dove quello che conta è mai porre limiti al fatturato e
tanto meno agli utili.
Confini?
Quali confini? Linee gialle!
Coerentemente,
tutti hanno visto come (e a spese di chi) questa entità detta Stato, è partita,
dove è via via arrivata (e a spese di chi), ma nessuno ha mai detto, neppure
all’ONU, dove questa entità dovesse finire (e a spese di chi). In effetti, i
confini ci sarebbero e sono di certo iscritti nel programma di Jahve. Ma, per
adesso, come per le colonie, ci sono gli avamposti. Nessun dubbio che, nati
come posti di blocco, zone militari, aree di sicurezza, zone cuscinetto,
qualcosa di più strutturato lo diventeranno. Come il Golan siriano. Come il Sud
di una Siria spartita con ISIS ed Erdogan. Come, per cominciare, le linee
gialle in Libano e a Gaza. Del resto, quello di Babilonia, chiamato esilio, non
era che una prima rivendicazione andata male.
La
linea gialla nasce come linea di cessate il fuoco. Linea intesa da Israele come
non cessate di aprire il fuoco. A Gaza delimita un quasi 60% della Striscia,
all’interno della quale è già Israele, mentre al di fuori è caccia alla lepre.
Linea non ottusamente rigida, ma malleabile, estensibile. Cento metri quà,
altri duecento là. E chi non se ne accorge, viola la “sicurezza” e fa la fine
della lepre. E’ qui che incomincia a operare il Board of Peace di Trump. Da
questo lato c’è tutta la vecchia Gaza produttiva e agricola. Di là ci sono
macerie, sabbia e poco più. Tempo al tempo, vi si realizzerà il progettino di
Kushner . Si chiama colonizzazione d’insediamento da genocidio.
In
Libano il modello si ripete. Linea gialla al fiume Litani, ma anche oltre, a
giudicare dalle centinaia di villaggi fatti evacuare su entrambi i lati del
corso. Pretesa zona di sicurezza già nelle precedenti invasioni, 1978, 1982 e
2006. Ogni volta andate in fumo e l’arrosto, grazie unicamente a Hezbollah, se
l’è tenuto il Libano. Sta andando così anche adesso, a dispetto della disfatta
di Hezbollah più volte annunciata e che ora va smentendosi a forza di tank
israeliani in fiamme ed efficacissimi droni sulla Galilea.
Ma
al di qua della linea gialla è ormai terra bruciata, sù sù fino a Beirut, le
infrastrutture e le case non ci sono più, ogni ritorno è vanificato. Del resto,
con le bombe che piovono perfino sulle tende degli evacuati, per il ritorno non
ne rimarranno molti. Tutto è pronto per l’annessione. Israel Katz, il ministro
della Difesa, dopo essersi mangiato fette della torta col cappio, ha detto che
ora vi vanno insediati avamposti agricolo-militari.
C’è
una cartina (e anche le briciole verdi del quarto riquadro stanno scomparendo) che
avrebbe dovuto far capire la manovra alla “comunità internazionale”. Che
preferisce non avvedersene. E’ tormentata dai territori russi in Ucraina che,
in virtù di un fondo di magazzino come il principio dell’autodeterminazione,
rischiano di passare alla Russia. Questi interventi israeliani di progressiva
appropriazione, variamente definiti ma sempre improntati a una vantata
provvisorietà, o emergenza circostanziale, è dal 1948 che tutti sanno trattarsi
di furto di territorio e annessione strisciante, senza che si urti la
suscettibilità dei sionisti chiamandoli così.
A
forza di graduali interventi su morfologia e demografia del territorio, come l’abbiamo
visti realizzati in Cisgiordania nel corso di decenni, a un certo punto la
trasformazione sarà avvenuta e consolidata nella cartografia come ennesima
nuova normalità. La media è di cinque villaggi palestinesi, o libanesi, come
questo qui sotto, sostituiti da ciò che vedete più in basso. Prendendo spunto
da un procedimento non dissimile che sta cambiando faccia e anima alle città in
Occidente (vedi la Milano del sindaco Sala), potremmo parlare di
gentrificazione della Palestina. Dove il principio del classismo è perfezionato
da quello del razzismo.
Ma
non parlateci di confini. Hanno solo tracciato una linea gialla.





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