Sassolini
nelle scarpe
Siccome
in ognuno di noi alberga una salutare dose di malizia, prima di centrare
l’esaltante argomento epocale della Flotilla, eroica e vincitrice, invio un
pensierino a coloro con i quali ci siamo spettinati al tempo dell’altra
Flotilla. C’era chi, addirittura all’interno del nostro giro di valori, aveva
inarcato le sopracciglia e quei veri e propri eroi li aveva mordicchiati così:
“E’ solo simbolico, non serve a niente, esibizionismo inutile, meglio
mandare soldi, molte perplessità...”
C’era
anche chi aveva ritenuto opportuno (o opportunista), seccatosi anche il bacino
no vax, archiviare l’ormai logora questione palestinese e saltare su un cavallo
più visibile e glamour, l’Iran. Magari lo avrebbe portato più lontano e
ne avrebbe fatto risuscitare vecchi e ormai logori fasti….
Sono
ormai tre volte che quell’ “inutile esercizio simbolico” costringe la
parte migliore di oltre 7 miliardi di viventi pensanti a prendere atto che la
Palestina è l’ombelico del mondo, che la guerra all’Iran è un altro fronte
palestinese e che lo Stato sionista è un’irrimediabile patologia dell’umanità. E
se è vero, come tutti i sondaggi confermano, che l’80% degli israeliani ebrei
sostengono questo regime e che, addirittura, la diffusione del video del
torturatore Ben Gvir ne ha rafforzato il consenso, vuol dire che la mente
collettiva di questa società è profondamente deteriorata.
Un
esperimento, come esercitato sui palestinesi, dalla pulizia etnica a Gaza agli
orrori irrepetibili delle carceri, che farebbe la gelosia di coloro cui si
imputano Auschwitz e Buchenwald. La Flotilla e i suoi eroi sono quanto ci
voleva per condannare questa entità, se non alla fine dei tempi (che intanto,
in attesa del Messia, essa intendeva riservare ai palestinesi e a molti altri),
alla fine del suo spettacolo di manipolazione illusionista, con tanti Jack lo
Squartatore travestiti da orfanelli. Tragedia eseguita su un palcoscenico il
cui assito è fatto di corpi, torturati e mutilati, con la kefiah. Dei quali
corpi si è voluto dare ai benefattori dell’umanità imbarcati sulla Flotilla un
senso di affinità.
C’è
solo da aggiungere la reazione di Trump, dopo che Netanyahu ha dato uno
strattone al guinzaglio. Ha guaito totale condivisione, precisando trattarsi di
terroristi e, quindi, validando ciò che ai palestinesi viene inflitto
nell’inferno israeliano dello stupro e della sodomia tramite cani. Ne sarà
lieta la picciotta di tanto padrino.
7
ottobre come 11 settembre
Tutto
parte dal 7 ottobre 2023, come tutto era partito dall’11 settembre 2001. Nel
secondo caso prende l’avvio la cosiddetta “guerra al terrorismo” neocon. Una
guerra, però, che piuttosto che “al”, sarebbe stata diffusa al mondo “dal”,
terrorismo e avrebbe inaugurato un’era, già vaticinata da Fukuyama con “La
fine della storia e l'ultimo uomo” (1992), che, nella visione dei
millenaristi di cui diremo, sarebbe destinata ad estendersi su tutto il futuro,
fino alla venuta del Messia, ad Armageddon, alla battaglia risolutiva tra Bene
e Male, e alla fine dei tempi. Intanto si è cominciato benissimo: Afghanistan,
Iraq, Palestina, Siria, Libia, Libano, Iran e golpe e guerricciole varie
connesse
Nel
primo caso, dal nostro balcone sul Mediterraneo, guardando neppure tanto
lontano, ci siamo affacciati su una guerra ai diritti umani che riduce le
violazioni del passato ad avanspettacolo, nel senso letterario del termine.
L’innesco è stata l’evasione dal carcere, dopo quasi ottant’anni di detenzione,
di un gruppo di prigionieri che, per ottenere la liberazione dei loro compagni,
hanno fatto irruzione nei locali dei carcerieri e, di questi, ne hanno portato
via alcuni.
Al
che si sono susseguiti, in aggiunta ai menzionati quasi ottant’anni nei quali
un territorio altrui veniva trasformato in campo di concentramento, 34 mesi in
cui a un migliaio di vittime da fuoco incrociato, in parte fatte passare per
stuprate (ma nessuno le ha mai viste né vive, né morte), si è risposto con
75.000 morti ammazzati (qualcuno calcola 200.000 tra morti dirette e indirette,
70% donne e bambini), 60km per 12 e 360 kmq ridotti a terra bruciata, con sopra
2 milioni di persone, delle quali qualcuno, “chiamato terrorista” ha provato a
difendersi. E sorvoliamo sui particolari: bambini sparati sui genitali o in
fronte, morti di fame che vengono attirati da pentoloni fumanti e gli si spara
in faccia nel nome di un’assistenza yankee, fogne scoperchiate e ratti mandati
a mangiarsi i bambini prima che li colga la peste, giornalisti bloccati fuori e
quelli indigeni azzerati con le loro famiglie…
Il
pretesto del 7 ottobre per l’immane olocausto di Gaza, che viene ora ripetuto
in Cisgiordania e Libano, era già stato svuotato dalle inchieste ONU, di Al
Jazeera, degli stessi media israeliani (Haaretz, Canale 12) e da testimoni. Sono state demolite le accuse più luride,
come quella degli stupri individuali e di massa. O dei 40 neonati decapitati o
dei bambini cotti nei forni. Nessuna accusa di stupri su viventi o deceduti ha
retto alla prova dei fatti (tutto riassunto in un dossier della piattaforma The
Electronic Intifada).
Gazizzare
tutto
E,
saltando un altro pezzo di terra rubata, magari con uno di quei parapendii del
7 ottobre, arrivare sugli ultimi pezzetti di terra non colonizzata, non
annessa, non stuprata da coloni dotati di licenza di tutto, a Hebron, a
Gerusalemme, a Nablus e vedere cose che voi umani…
Un
cane palestinese che guaisce sempre più piano, bastonato a morte da un colono, un
agnello pugnalato, pecore rubate, emblema e sintesi di infinito altro. Come: un
filo spinato e venti sgherri in uniforme che bloccano bambini delle elementari mentre
vorrebbero raggiungere la loro scuola, che nel frattempo va a fuoco;
l’acquedotto fatto saltare con l’acqua del bere e cuocere e coltivare, che va a
farsi palude là dove le pecore – quelle non rubate, o uccise - dovrebbero
brucare; ulivi che, secondo gli umori del momento dei coloni, vengono sradicati
e lasciati a seccare, o bruciati; gente, sparata, o falciata da automobili, perché finita su
strade che un tempo erano sue e ora sono vietate. E se capiti su quelle dei
coloni, esclusive, sulla tua di terra, ti mettono sotto.
E,
a completare la rapina di proprietà millenarie altrui, la finta biblizzazione,
mediante autodistruzione coatta, delle case storicamente palestinesi di
Gerusalemme Est, e mediante l’appropriazione dell’intero patrimonio storico
archeologico palestinese in Cisgiordania e Gaza.
Ora
sparisca il Libano
Poi,
sempre un pezzo di terra rubata più in là ancora, dove si spacca la testa a un
Cristo di gesso, o si prova a dissacrare una Madonna infilandole una Marlboro
in bocca. E questo, mica tanto per sfottere un papa che intima allo sponsor di
tutto questo di dire la verità quando straparla di atomiche iraniane. Non c’è
dietro qualcosa di più grosso. Tipo, se la fine dei tempi sia annunciata dalla
venuta di Cristo, o non piuttosto dal Terzo Tempio. Ne parliamo dopo.
Intanto
si va perfezionando la gazizzazione anche del Libano, a dispetto di tutte le
tregue, che per lo Stato fuorilegge funzionano da sollecitazione al genocidio.
Ci stiamo avvicinando a 5000 morti ammazzati, 11.000 feriti, ovviamente tutti
Hezbollah, in un paese quasi interamente desertificato, avvelenato, poiché
sempre di roccaforti di Hezbollah si tratta, con 1,3 milioni cacciati dai loro
villaggi millenari che vagolano in un mare di macerie, ma se lo meritano perché
sono tutti terroristi che vorrebbero spazzare via Israele (che è la terza volta,
dal 1978, che questo cronista li ha visto invasi, devastati, uccisi, occupati
da Israele). E se lo meritano anche di essere spazzati via - pratica generale
israeliana – coloro che, per mestiere e vocazione, accorrono per salvare il
salvabile di quanto un attimo prima le bombe hanno massacrato (sette sanitari
il 22 maggio).
Che
invece per diventare il Grande Israele, come concesso da Dio e sancito nella
bibbia, deve frantumare tutto quello che lo circonda. Sparite le grandi nazioni
arabe, con la loro blasfemica pretesa di essere Stati al pari dell’unico
titolato dalle Scritture, ci sarà una variopinta, divertente e innocua
mescolanza di tribù, clan, etnie, sette, comunità, conventicole, che in comune
avranno al massimo la Fratellanza Musulmana, con la quale si può convivere e
che non ha mai tenuto molto alle nazioni.
Questo
Stato fuorilegge, nato nell’assoluta illegittimità violando ogni principio di
autodeterminazione dei popoli e dei diritti umani, dotato di un tasso di
criminalità senza pari nella Storia recente, ha goduto, dall’atto del
concepimento e poi della fondazione, di una totale e ontologica impunità
garantitagli dalla comunità internazionale. Ora questo “Iron dome”
giuridico-morale a protezione dei suoi delitti e della sua costante predazione
di vite, risorse e territori, si è infranto. E, di nuovo, è alla Flotilla che
dobbiamo se, tirata per i capelli, la nostra fascistica – e perciò affine –
premier e tutto il suo cialtronesco e complice governo sono stati costretti,
dopo anni di ignavia e sicariato collaterale, ad azzardare qualche rampogna
contro i camerati.
Resta
la consolazione, a rischio di accusa di terrorismo, del successo di Hezbollah,
del tutto inatteso dopo la decimazione del 2024, nel contenere l’avanzata
dell’IOF. Sono gli stessi media israeliani a dichiarare che droni e missili
della Resistenza libanese sono a riusciti a ridurre dell’80% le operazioni
militari programmate nel Sud del Libano. Con un retroterra nella Galilea
occupata, parzialmente svuotata dei suoi abitanti in fuga da missili e costanti
allarmi, l’esercito israeliano si è visto costretto a limitare le sue attività
alle ore notturne, quando i droni, che di giorno sfuggono ai radar grazie ai
loro cavi di fibra ottica finissima, non volano.
“Un
altro genocidio dietro le mura”
Sarebbero
dovuto bastare le innumerevoli testimonianze di sopravvissuti nei centri di
detenzione israeliane, di medici e operatori umanitari che li hanno visitati,
ma anche solo le agghiaccianti immagini di centinaia di corpi ammassati nudi,
bendati, raggomitolati e in ginocchio, esibiti su camion e nelle strade di
Gaza. Non sono bastate, Ora però si è arrivati a una scossa che, forse,
continuerà a non turbare le cancellerie occidentali e l’immunità concessa allo
Stato ebraico, ma che ha smosso qualcosa di drastico in quello stesso Stato.
Tanto da farlo ricorrere a misure che si vorrebbero risolutrici, ma che non
faranno che rendere definitivo il giudizio dell’opinione pubblica ancora umana.
Lo Euromed
Human Rights Monitor, il più autorevole organismo europeo per
l’osservazione del rispetto dei diritti umani da parte degli Stati, ha
pubblicato un rapporto sulle condizioni di detenzione dei prigionieri
palestinesi, “Un altro genocidio dietro le mura”, sulla violenza
sessuale come strumento di tortura nelle strutture di detenzione israeliane.
E queste sono state ribadite in ogni orripilante dettaglio da organizzazioni
difficilmente accusabili di antisemitismo, come Amnesty International,
l’israeliana Physicians for Human Rights, Palestinian Center for Human Right.
Che, tra l’altro, documentano casi di prigionieri morti sotto tortura. 94
solo tra ottobre 2023 e settembre 2025.
E,
sorprendentemente, il più prestigioso quotidiano statunitense, il New York
Times, storicamente sostenitore delle ragioni di Israele e megafono della
sua propaganda, ne ha condiviso e avallato le accuse. Confermando quelle del Monitor e di numerose Ong, pubblica le
testimonianze sui detenuti palestinesi vittime di sistematici abusi sessuali
nelle strutture carcerarie dello Stato ebraico. Dandosi, come ormai suole, la
zappa sui piedi, il primo ministro Benyamin Netanyahu e il ministro
degli Esteri Gideon Sàar hanno ordinato l’avvio di un’azione legale
per diffamazione contro il “loro” giornale
Ecco
i punti principali del rapporto:
- Pratiche documentate:
Il documento descrive stupri, aggressioni con strumenti, torture mirate
agli organi genitali e l'utilizzo di cani militari per gli stupri.
- Natura sistematica:
Secondo l'organizzazione con sede a Ginevra, tali abusi non sarebbero casi
isolati, ma farebbero parte di una politica statale organizzata mirata a
distruggere la volontà fisica e psicologica dei prigionieri.
- Metodologia: Le denunce
sono basate su centinaia di interviste condotte negli ultimi due anni a
prigionieri palestinesi rilasciati dalla Striscia di Gaza.
- Impunità: Il rapporto
evidenzia come i centri di detenzione siano diventati "zone di
immunità", dove le violenze avvengono senza reali controlli
indipendenti o meccanismi di responsabilità.
E,
di nuovo, è alla Flotilla che dobbiamo se, tirata per i capelli, la nostra
fascistica – e perciò affine – premier e tutto il suo cialtronesco e complice
governo sono stati costretti, dopo anni di ignavia e sicariato collaterale, ad
azzardare qualche rampogna contro i camerati. Si sono offerti inermi, gli eroi
della Flotilla, ai carnefici hanno accettato di subire su di sé le spaventose
atrocità che questi mostri vanno infliggendo da decenni alle centinaia di
migliaia di vittime nelle loro carceri. Ma che, finchè erano riservate ai soli
palestinesi, avevano turbato meno del colletto sbottonato dell poliziotto di
guardia a Palazzo Chigi.
Esordio dei cani carcerieri ad
Abu Ghraib, Iraq
E come se tutto questo non
bastasse, ecco che dallo stesso Israele, tramite uno dei suoi media non del
tutto normalizzati, Canale 12, emerge il dato di una violenza sessuale,
specchio di quella globale, praticata all’interno delle stesse strutture delle
famose “forze armate più morali del mondo”. Ai comandi sono pervenute, durante
il solo 2025, 2.500 denunce di abusi e aggressioni sessuali praticati nelle
fila dell’esercito. Di queste, oltre 700 furono trattate soltanto all’interno
delle stesse strutture e 21 si conclusero con meri provvedimenti disciplinari.
Solo il 5% dei casi fu rinviato a un “organo esterno”, senza specificare quale.
Tribunali
Speciali Militari
“Dal dì che nozze e tribunali ed are
/ Dier alle umane belve esser pietose / Di sè stesse e
d’altrui…” Così
Ugo Foscolo nei “Sepolcri”, pensando a come i tribunali, la legge uguale per
tutti, la sentenza solo dopo regolare processo, fossero segni di civiltà
conquistata.
E’ un proposito un po’ diverso quello che ha
determinato la Knesset a emanare in gran fretta, senza voto contrario, due
leggi che rovesciano l’assunto del Foscolo e sono l’immediata, affannosa,
risposta alla demolizione delle ragioni israeliane come espresse nella
narrazione del 7 ottobre e nei successivi genocidi praticati qua e là nella
regione.
Legge 1: Condanna a morte per impiccagione di
palestinesi per “attentati alla sicurezza dello Stato”. Che, nel concetto dei
legislatori, è il palestinese che esercita il suo diritto a resistere
all’occupazione, peggio, a fare il palestinese su terra palestinese. Una figura
giuridica che, semmai, nel diritto internazionale sarebbe un “prigioniero di
guerra” da rispettare. Basterà una scritta sul muro, una resistenza passiva
alla demolizione della propria casa, un passo troppo vicino a una colonia.
Legge 2: Creazione di un Tribunale Speciale Militare
che vorrà processare 300 presunti autori di presunti atti di terrorismo
perpetrati in territorio palestinese occupato da coloni militarizzati il 7
ottobre 2023. Sono l’esatta replica di quello creato dalla legge
fascista 2008, del 25 novembre 1926.
Dalla conferma, tramite condanna e
impiccagione, del carattere terroristico dei palestinesi, catturati chissà
come, dove, quando, e dall’esibizione in diretta mondiale delle udienze dei
processi, alla maniera di Norimberga o di quello ad Adolf Eichmann, gli
israeliani si ripromettono di neutralizzare la catastrofe comunicativa
determinata, oltrechè dalla Flotilla, dai documenti sulle torture e dalle
impiccagioni.
Guerre sante, un po’ con la
Mezzaluna, un po’ con la Croce (e la Stella di David)
La profezia di Gog, governante nella terra di Magog,
appare nell’Antico Testamento, capitoli 38 e 39, del Libro di Ezechiele. La
Bibbia vi narra come Gog dirigesse una grande coalizione militare di nazioni
nell’attacco a Israele appena riunificata. Nella contesa interviene
direttamente Dio provocando terremoti, alluvioni, piogge di fuoco e zolfo, che
consentono che l’esercito invasore finisca disfatto “tra i monti di Israele”.
Le armi del nemico, di legno, si legge, alimentarono per 7 anni i focolai
israeliani e ci vollero sette mesi per seppellire i morti. Si tratta,
simbolicamente, forse neanche tanto, dello scontro finale tra le forze del Male
e Dio, detto Armageddon e, a volte sì, a volte no, della Fine dei Tempi. Tutto
questo lo trovate anche in Apocalisse 20:8.
Elucubrazioni fantastiche di tempi lontani e
intellettualmente non troppo vispi (ci vorrà qualche millennio per arrivare al
Secolo dei Lumi), ma che stanno riguadagnando importanza addirittura
strategica, politica e militare, tra quanti di questi tempi ci prospettano una
fine dei tempi molto meno simbolica. I monoteismi che, per definizione,
escludono altri credi o non-credi, finiscono a volte con l’impadronirsi della
geopolitica e farne una questione, appunto religiosa. Le crociate, le invasioni
ottomane, non sono neanche tanto lontane, specie nella visione millenaristica
di certe sette, oggi in grande spolvero, se è vero che sulle fibbie dei
centuroni della Wehrmacht c’era scritto “Gott mit uns” e oggi la parola
d’ordine di Netanyahu, come di Trump, dei sionisti ebrei come di quelli
evangelici, suona Deus vult: Dio è con noi, Dio lo vuole. Lo proclama il
capo del Pentagono. Fine del discorso.
Piccolo inciso velenoso. Non sarà mica per questo
revival che ai monoteisti statunitensi, come a quelli ebrei, come a quelli
turchi, è risultato naturale affidarsi, nella prima fase della conflagrazione
universale (Torri Gemelle, Siria, Iraq, Libia, attentati in Europa), a una
forza per procura, di altra fede, ma affine per fondamentalismo e fanatismo
religioso? Una forza convinta quanto altri mai dell’identificazione di Dio con
le proprie prepotenze e atrocità: l’ISIS, o Al Qaida, o Daesh-Stato Islamico, o
come s’è fatta chiamare? Una forza proxy finta nemica, utilizzata per non
sputtanarsi in prima persona. Scrupolo oggi caduto visto che l’eliminazione di
paesi e popoli ormai si può fare anche senza ricorrere a sottoforze mercenarie.
Incombenza assegnata a Netanyahu e a Trump. Con appresso, in corteo, i sicofanti
europei
Millenarismi messianici e non, sinergia o scontro?
Nasce dai tratti puritani di fine XVI secolo il
sionismo evangelico, codificato poi nel 1841 in un libro del sacerdote
evangelico inglese Edward Bickeersteth: “La restaurazione del popolo giudeo
nella propria terra”. L’idea su cui si regge il proposito è che solo la
creazione del Regno di Israele avrebbe fatto tornare in Terra il figlio di Dio
e raggiungere la completa cristianizzazione del mondo. Idea modificata da un
correttivo di alcuni aristocratici inglesi, capeggiati da Lord Shaftesbury,
secondo i quali quella “restaurazione” in Medioriente potrebbe farla finita con
la fede giudea e facilitare la redenzione cristiana del mondo.
Negli USA vi si dedicò anima e corpo il presidente
Reagan e, contribuendo nei suoi due mandati alla fioritura della famigerata “Moral
Majority”, si impegnò a diffondere il sionismo evangelico predicato da
capostipite dei predicatori evangelici Jerry Falwell. A questo succede poi, nel
terzo millennio, il pastore Johyn Hagee, con i suoi “Cristiani Uniti per
Israele” che vantano un seguito di 60 milioni in 50 Stati dell’Unione. Tutta
gente che vota Trump. Gran parte della forza finanziaria dei coloni, oggi impegnati
in una ripetizione di Gaza in Cisgiordania, origina da questa comunità. Oltre
che dal clan ebreo degli Adelson che, con i loro miliardi, hanno costruito la
vittoria elettorale di Trump.
Mentre i clamorosi termini di questa contraddizione
tra visione ebraica, giudiocentrica, e visione evangelica, cristianocentrica,
su cosa debba succedere in Terra Santa, sono destinati a escludersi a vicenda,
la marcia d’avvicinamento all’esito finale vede le due visioni tatticamente
appaiate, impegnate in una comune militanza. Quella per la radicale
eliminazione dalla faccia della Terra di chiunque e qualunque cosa si opponga
all’uno e all’altro progetto.
Si marcia uniti, nella sintesi militaristica garantita
da Trump, entrambi sul percorso storico determinato dai patti tra dio e uomo,
fino a quando il ritorno degli ebrei a quella che è sancito essere la loro
terra non coincide con il ritorno di Gesù e il trionfo della sua dottrina.
Si tratta di millenarismi basati sulla Bibbia, con
Armageddon e fine dei tempi in entrambi i casi (e il più illustre teologo
gesuita, Antonio Spadaro, gli dà il suo contributo risolvendo a puntate il
vangelo in sceneggiatura hollywoodiana, con titoli come “Andate, battezzate
i popoli, io sarò con voi fino alla fine del mondo”. Contributo che,
generosamente, tralascia quella che un tempo era la chiosa: “ed eviterete di
finire sul rogo”). Ma l’unità dii intenti regge fino a quando si giunga
all’erezione del “Terzo Tempio”, quello che sorgerà dove si vuole ci fosse il
tempio di Salomone (e Itamar Ben Gvir, con le periodiche incursioni sulla
spianata di Al Aqsa, ci sta lavorando).
Qui inizia la divaricazione. Terzo Tempio, per
Netanyahu e gli altri della setta, vuole dire il cuore del Grande Israele,
quello che si allargherebbe dal Nilo all’Eufrate (e l’ambasciatore USA a
Gerusalemme, Mike Huckabee, a nome di Trump conferma). Solo dopo si potrà
parlare, eventualmente, di guerra risolutiva tra Bene e Male e Fine dei Tempi.
Ed è proprio qui che si inserisce il cuneo del sionismo evangelico: senza il
ritorno di Gesù e la conversione di tutti, ebrei compresi, non se ne parla.
Dalla connivenza alla confliggenza, gli uni e gli
altri fondamentalisti che darebbero la biada ai tagliagole dell’ISIS. Agli
esseri umani rimasti tali nei cinque continenti si offre però la prospettiva
che, accapigliandosi tra loro, questi avanzi di cannibalismo si neutralizzino a
vicenda, lasciando in pace il mondo.
P.S.
Ora che con questi residui di medievale muffa intrisa
di sangue il gioco si è fatto duro, sembra che sia arrivata l’ora dei duri che cominciano
a giocare, Sono quelli del Big Tech. Google/Alphabet, Apple, Meta, Amazon,
Microsoft, Palantir, Nvidia e Tesla. Tutti figli di Abramo. Con quegli altri
hanno in comune radici e intenti. Ma Mosè non scende più dalla montagna con dieci
comandamenti. Chiunque ora dovesse discenderne, sulle tavole ha scritto
“Algoritmo e Intelligenza Artificiale”. E di alternative tra inferno e paradiso
ce n’è solo una.

Nessun commento:
Posta un commento