martedì 19 maggio 2026

Cantico per l’Iraq --- DAMNATIO MEMORIAE --- “Saddam l’hanno fatto gli americani, Hamas l’ha fatto Israele”

 

 

Cantico per l’Iraq

DAMNATIO MEMORIAE

“Saddam l’hanno fatto gli americani, Hamas l’ha fatto Israele”

 


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Da Tacito e Nerone a Mainstream e Saddam

Squalificare l’avversario, seppellirlo sotto un uragano di calunnie, creare un’opinione pubblica delusa, disgustata, scoraggiata che, considerando male minore la guerra all’esistenza del mostro, ti segua nel tuo intento di farlo fuori. Creare un ambiente mediatico e, ove possibile, anche accademico, dell’intrattenimento, per non lasciare più alcuno spiraglio al dubbio che, sotto una campagna del genere, vi possa essere qualche intenzione malevola e strumentale. Dare ampio spazio alle ONG dei diritti umani, efficaci soprattutto sui sinceri democratici, quelle di un ”Occidente che ha certo difetti, ma niente di paragonabile a una dittatura o a dei terroristi”.

Sono tecniche che conosciamo fin da quando le praticavano gli storici del Senato Romano e di cui le religioni, monoteistiche ed esclusiviste, hanno colto il valore evangelizzatore: contro gli eretici bastava diffondere la voce che quel blasfemo negava il Cristo dio, o quella donna, andando a raccogliere legna nel bosco dopo il tramonto, sicuramente cercava incontri satanici.

Tutto vero, ampiamente noto ai minimamente armati di diffidenza verso chi ti bombarda con verità dall’alto, per cui resta difficile cascare ancora preda del vittimismo accusatorio di un Netanyahu, o credere a chi, a innesco di ogni protesta colorata in Iran, presenta il caso risolutivo. Una ragazza “ammazzata dalla polizia”, che magari poi risuscita in Germania (Neda Soltan 2009); o un’altra, “pestata a morte”, ma deceduta in ospedale di un male cronico (Mahsa Amini 2022); o una terza, “lapidata per aver resistito alle violenze del marito”, ma rilasciata dopo una condanna a otto anni per aver ucciso con l’amante il marito, mediante veleno e scosse elettriche (Sakineh Mohammadi, 2006).

Nei miei quasi settant’anni ne ho viste. A partire da quando, nel mondo del dopoguerra, “tutti i tedeschi sapevano dei lager e sono responsabili” e io, ragazzino da quelle parti, mi ricordavo di quanto quei tedeschi fossero rimasti stravolti ed esterrefatti all’emergere degli scheletri viventi da Auschwitz o Dachau. E a continuare quando, testimone della strage di 14 civili a Derry, Nord Irlanda, 1972, sotto i colpi dei parà di Sua Maestà, la sera sentii il generale Sir Robert Ford, comandante in capo, affermare che quei parà si erano dovuti difendere dai terroristi dell’IRA, di cui non c’era stata l’ombra.

Moneta di Nerone sfregiata

Non ho raccontato niente di particolarmente inedito. Ma avendo scritto nel titolo damnatio memoriae, vale a dire sanzione postuma di “indegnificazione”, per malefatte vere o false, torniamo a Roma dove ne sono stati specialisti gli storici legati alla casta feudataria e usuraia del Senato, come Tacito o Svetonio, nei confronti di imperatori che a quel Senato sottraevano poteri e sostenevano le ragioni della plebe, tipo Caligola o Nerone.  Una damnatio, la loro, che pochi e a fatica storici moderni sono riusciti a incrinare. Del resto, niente di insolito: raramente la storiografia prescinde dal vento che tira. Cosa che vale in termini analoghi per i rapporti che il nostro mainstream intrattiene con i poteri finanziari. E con quelli dei loro membri che manovrano il mestolo.

Qui voglio parlare di due esempi dell’argomento in questione, che incidono sulla mia personale e professionale vita ed esperienza e continuano a inserire uno specchio deformante tra lo sguardo dell’opinione pubblica e la realtà. Saddam Hussein, “uomo degli americani” ieri e, oggi, Hamas, formazione “creata, o, quanto meno, lasciata nascere e svilupparsi, da Israele”. Ne va, sia dell’assoluta superiorità degli uni, che ne perpetui il poter e il prestigio, sia del valore morale dell’altro, da annichilire tramite negazione dell’asserita identità e della dignità di antagonista nel nome dei deboli e perseguitati.

La Resistenza, da Fratellanza Musulmana Palestinese a Hamas

E’ una lunga vicenda, segnata da varianti e trasformazioni, quella della resistenza islamica in Palestina. Ne ho visto i primordi nel 1970. Con altri volontari “internazionali”, sul tipo delle Brigate di Spagna, mi sono trovato a fianco di militanti palestinesi di varia matrice, islamica, marxista, nazionalista. Operavamo da basi ricavate dalle grotte sulle colline che guardano la valle del Giordano occupata da Israele. E’ in quegli anni che, fondato da Sheikh Ahmed Yassin (poi assassinato da Israele) e da altri esponenti palestinesi della Fratellanza Musulmana, nasce, prodromo di Hamas, il Centro Islamico, associazione impegnata soprattutto in azioni umanitarie e di welfare per i profughi nei campi e nelle aree emarginate dei centri urbani.

La leggenda di un Israele che avrebbe favorito l’evoluzione dell’organizzazione combattente Hamas, trae spunto dal fatto che Tel Aviv, vedendo nel prevalere della motivazione religiosa su quella nazionalista dell’OLP di Arafat, aveva accettato di buon grando la moltiplicazione delle moschee (solo a Gaza da 77 nel 1967 a 150 nel 1986). Analogamente aveva tollerato anche il sostegno finanziario del Qatar ai funzionari e dipendenti delle entità religiose. Sostegno, che non essendo consentite banche palestinesi, doveva superare il controllo delle autorità israeliane, con relative alterazioni di destinazione e perfino riduzione delle somme, come denunciate dal governo di Hamas.

Il contributo di Israele alla nascita e allo sviluppo di quello che poi, prendendo le distanze dalla Fratellanza Musulmana, sarebbe diventato Hamas, affermato soprattutto da coloro che hanno firmato il ripiegamento degli Accordi di Oslo e la progressiva integrazione collaborazionista alla colonizzazione d’insediamento ebraico, finisce lì. E sparisce anche lo strumentale occhio chiuso sulla crescita dell’influenza islamica, tollerata perché avrebbe spaccato la coesione politica e sociale di una popolazione pur sempre insofferente all’occupazione. Qualcuno nei servizi israeliani si era presto accorto che i centri islamici e le moschee, esenti dai controlli della Sicurezza, si stavano trasformando in santuari politici clandestini.

La prima Intifada, esplosa infatti nel 1987, anno di fondazione di Hamas, e, di più, la seconda del 2000, vedono affiancati gli islamisti, Fatah e le altre organizzazioni dell’OLP.  Con Fatah, lacerato dal contrasto tra l’antica burocrazia scaturita dalle mediazioni a perdere con l’occupante sancita da Oslo e la nuova e combattiva generazione guidata da Marwan Barghuti, Hamas trova crescente consenso. Al punto che, tolta di mezzo la figura carismatica di Barghuti, che io ho avuto il privilegio di incontrare e intervistare poco prima del suo arresto nel 2002 e della condanna a cinque ergastoli, nel 2006 Hamas si assicura la vittoria in tutti i territori occupati alle ultime elezioni concesse dal presidente dell’Autorità Palestinese, il quisling Mahmud Abbas.

 

2002, Marwan Barghuti con chi scrive - Ahmed Yassin, fondatore di Hamas

Il mito dell’onnipotenza vuole Hamas “cosa nostra”

Torna a circolare, col debutto del quarto di secolo di potere di Benjamin Netnyahu, la teoria di Hamas favorito, se non addirittura creato, da Israele. La diffondono i rivali e concorrenti politici del premier, scaricandogli la responsabilità di una Gaza fuori controllo e di una Cisgiordania dove i collaborazionisti dell’ANP fanno fatica a contenere, in combutta con l’esercito e l’intelligence israeliani, i mai spenti fermenti di rivolta. La condividono con entusiasmo tutti i propagandisti politici e mediatici per i quali è esistenziale sostenere gli attributi di invincibilità e onnipotenza dei governi del popolo eletto.

E’ in virtù di questa necessità di asserire una non discutibile superiorità dello Stato sionista e dei suoi strumenti, condizione della sua immunità, che l’operazione di Hamas “Alluvione di Al Aqsa” del 7 ottobre 2023, offre il destro per rinnovare e intensificare l’assunto di un Israele padrone di Hamas. Quell’attacco, che avrebbe superato le insuperabili barriere fisiche, elettroniche e di I.A. dell’apparato di controllo israeliano, mai più avrebbe potuto verificarsi, si giura, senza che Israele lo abbia voluto o, quanto meno, lasciato fare.

Si trascura il dato che, dopo i due anni, 2018-2019, dell’offensiva di massa lanciata dalla popolazione di Gaza con “la Grande Marcia del ritorno” al limite del territorio occupato da Israele, in cui all’IDF è bastato fare del cecchinaggio sui manifestanti (234 morti) per porre fine alla protesta, Israele fosse convinto di aver ridotto al silenzio ogni resistenza. Si sorvola anche sulle forti divergenze venutesi a creare tra una dirigenza di Hamas da anni in esilio nel Qatar e sottoposta alle pressioni dei collaborazionisti del Golfo e l’intransigente e sempre più indipendente forza di combattimento di Gaza, sotto la guida di Yahya Sinwar.

Hamas, nei suoi impenetrabili (perfino per Palantir) tunnel, si era preparato da quattro anni su come superare in volo le barriere, accecare i radar, tagliare la corrente agli apparecchi elettronici. Nelle prime ore del mattino di quel 7 ottobre era riuscito a occupare Erez, la base posta a guardia del principale valico di Gaza, nella quale erano collocati i comandi militari e tutte le strumentazioni per far funzionare l’apparato di sorveglianza. L’IDF ne risultò accecato e fu costretto a improvvisare quell’intervento tardivo, ricorrendo a elicotteri e carri armati, che produsse una battaglia di due giorni. In questa, tra fuoco incrociato e bombardamento con armi pesanti, in dotazione solo all’IDF,  di edifici in cui Hamas era penetrato per prendere ostaggi da scambiare con i suoi prigionieri, si provocava un migliaio di vittime, metà delle quali militari.

Netanyahu si sarebbe assunto la responsabilità di una tale debacle per guadagnare il pretesto di radere al suolo Gaza? Da mesi i suoi avversari politici premono invano perché un’inchiesta faccia luce su quel 7 ottobre. E’ vitale per la forza intimidatrice di Israele che nel mondo continui a circolare la convinzione che lo Stato Sionista abbia sacrificato qualche suo insediamento e perfino suoi cittadini per poter riaffermare una sua inscalfibile supremazia. A dispetto del fatto che, comunque, di un mito si tratta, visto che ben due campagne di guerra contro il Libano, 1982 e 2006, hanno visto la sconfitta di Israele per mano di Hezbollah. E che, in quasi tre anni di sistematici stermini, Israele non è riuscito a chiudere la partita con Hamas a Gaza o, oggi, con Hezbollah in Libano.

 

 

 

 

 

 

L’Iraq della rivoluzione

Ho frequentato l’Iraq con una certa assiduità per quasi trent’anni, dal 1977 alla fine di quell’Iraq. Successivamente, senza Saddam, o senza un popolo che ne avesse ripreso il cammino, c’era poco da rimanervi coinvolti. Almeno fino ai giorni della nascita delle “Forze di Mobilitazione Popolare” e, con la mitica liberazione di Mosul, della loro vittoria sullo Stato Islamico lanciato contro l’Iraq dal vecchio aggressore e da quello nuovo, turco.  

Da corrispondente dallo Yemen per la regione Corno d’Africa, Mar Rosso e Golfo Persico del periodico The Middle East, fui spedito a Baghdad per una serie di reportage su quell’entità ancora poco conosciuta che era l’Iraq di Saddam. Specificamente su un processo rivoluzionario ininterrotto, dal 1958 del rovesciamento della monarchia imposta da Londra, in cui Saddam già aveva svolto un ruolo di primo piano, fino alla rivoluzione del 1968, guidata da Saddam e che portò al potere il partito Baath (“Rinascita”) arabo, laico e socialista. Saddam divenne poi formalmente presidente dell’Iraq nel 1979 con un governo composto dal Baath, dal PC iracheno e dal Partito Democratico Curdo.

Ho incontrato a Baghdad quello che poi sarebbe diventato un grande amico, Nassif Awad, direttore del quotidiano Ath Thawra, palestinese della Nakba come tanti altri collocati in posizioni di responsabilità nell’apparato di Stato iracheno. Uomo di spessore intellettuale e grande combattente antimperialista. Nassif mi avrebbe poi nominato corrispondente da Roma per il suo quotidiano e lo sarei stato anche per il “Baghdad Observer”, quotidiano in lingua inglese.

La prima guerra del Golfo l’ho potuta trasmettere al TG3 per come ci veniva illustrata dai dispacci dall’unica fonte attendibile, Al Jazeera. L’embargo, i bombardamenti di Clinton, la guerra di Bush del 2003, la resistenza, li ho vissuti sul campo, tra gli iracheni. In una prima fase il mio racconto è apparso su “Liberazione”, fino a quando la tolleranza di un Bertinotti, oppositore liberale delle “dittature”, non venne a esaurirsi. Poi quel racconto è stato raccolto in questi documentari.

 

      

 

La prima esecuzione

Il 30 dicembre del 2006 il presidente dell’Iraq, Saddam Hussein, ovviamente un “dittatore” nella valutazione dei suprematisti occidentali, veniva impiccato, sotto supervisione degli occupanti statunitensi, tra ingiurie e percosse di un clerico, ambiguo arruffapopolo, Moqtada Al Sadr, di obbedienza prima iraniana e poi saudita. E’ tuttora sulla breccia in parlamento, mai impegnato nella resistenza all’invasore e occupante. L’esecuzione, scritta nei programmi di imperialismo e sionismo decenni prima della guerra, avvenne tre anni dopo l’invasione, al termine di un processo-farsa durante il quale tre avvocati dell’imputato furono assassinati e numerosi testimoni a difesa vennero espulsi, percossi e incarcerati.

Ai conquistadores di Washington, che gli avevano assicurato un salvacondotto per l’estero e la vita se avesse ordinato alla Resistenza di arrendersi, ha opposto lo stesso rifiuto con cui per trent’anni aveva risposto alle minacce, alle blandizie e alle aggressioni di USA, Israele, Nato e della Coalizione dei Volenterosi che aveva compreso anche l’Italia.

Nel corso del cosiddetto processo, Saddam, svergognando e ridicolizzando i suoi accusatori e boia, dimostrava di che tempra fosse un iracheno che, dopo aver guidato due rivoluzioni contro il regime colonialista e contro la destra reazionaria, in trent’anni aveva contribuito a costruire la nazione più progredita, socialmente equa, coerentemente antimperialista e antisionista dell’intero Medio Oriente. Una nazione in cui le componenti etniche e confessionali, sunniti, sciti e curdi, cristiani e musulmani, convivano in pace e fratellanza, condividendo le istituzioni dello Stato e le attività sociali. Frequenti erano i matrimoni misti Nessuna carta d’identità aveva mai identificato gruppo etnico o religioso.

Ha retto, contro incessanti aggressioni, complotti filo-occidentali, attentati, rivolte istigate dai neocolonialisti, embarghi genocidi, i bombardamenti di Clinton, le guerre dei due Bush, la guerra con l’Iran istigata da Kissinger con le famigerate parole: “Noi vogliamo che questi due paesi si dissanguino a vicenda”. Concetti ripetuti dalla Segretaria di Stato Albright, quando a domanda rispose: “Sì, sono convinta che 500.000 bambini uccisi dalla prima guerra del Golfo e dalle sue conseguenze, siano un prezzo giusto” (serve a ricordare che idiozia e malvagità non sono l’esclusiva dell’attuale presidente USA).

L’Iraq era uno degli Stati che noialtri ci impuntiamo a definire “autocratico” (definizione che evitiamo in riferimento ai nostri fornitori e amici delle orrende dinastie schiaviste del Golfo), per la spocchiosa indisponibilità a comprendere imprescindibili condizioni storiche e culturali da noi lontane. “Autocratico”, perché un popolo schiacciato per secoli da oppressione e sfruttamento coloniali ha voluto perpetuare la fiducia in chi lo aveva liberato. “Autocratico”, oltre tutto, perché risulta difficile mantenere porte e finestre aperte e strade libere, quando hai un nemico potentissimo e privo di scrupoli che ti assedia, si infiltra, cerca incessantemente di trovare occasioni ed elementi per la destabilizzazione.  

Il mio Iraq

  

Io ci sono stato nell’Iraq di Saddam. Sono stato, anni ’70, ’80, ’90, nella Baghdad spumeggiante delle accademie d’arte, delle scuole gratuite in tutti i gradi, dell’alfabetizzazione compiuta, delle organizzazioni di donne assurte a parità con gli uomini a tutti i livelli della politica e delle professioni, dei sindacati che agli operai costruivano le case, della sanità gratuita pari a quella cubana, degli ospedali visitati da pazienti da tutto i Sud del mondo, delle università frequentate gratis da milioni di studenti stranieri, di quartieri in crescita secondo i canoni di un’architettura attenta alla storia e alla qualità della vita, tra contadini per la prima volta padroni della loro terra, tra puerpere che godevano di ferie di maternità doppie delle nostre. E, last but not least, dei 350 profughi palestinesi insediati, diversamente da Libano e Giordania, in appositi quartieri nuovissimi e inclusi nei meccanismi scolastici, sanitari e lavorativi della nazione.

Ci sono stato, in Kurdistan, quando, per la prima volta nella storia, quattro dei 20 milioni di curdi sparsi in quattro paesi e in due di questi sempre esclusi e decimati, ebbero riconosciuta la loro identità, un autogoverno con tanto di parlamento, un’università e la loro lingua posta al pari in tutta la nazione di quella araba, il loro partito, PDK, incluso nella coalizione di governo. Era la fine di un ordinamento gerarchico tribale di stampo medievale, con la tirannia assoluta di capitribù predatori e narcotrafficanti e quella dei maschi sulle donne. Furono poi un paio di questi capitribù a vendere, in cambio di un po’ di man bassa sul petrolio, se stessi e i loro sudditi al predatore straniero, soprattutto israeliano, e ad opporre la massima resistenza alla laicizzazione del paese, alla liberazione delle donne, alla fine dello schiavismo feudale.

Ero in Iraq quando, spedito da Reagan, il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, chiese a Saddam di riaprire a un Israele privo di risorse energetiche l’oleodotto Kirkuk-Haifa. In cambio avrebbe avuto dagli Usa rivelazioni satellitari sui movimenti e sulle basi delle forze di Teheran. Il futuro torturatore di Abu Ghraib fu rispedito a casa con le pive nel sacco. E le pive erano lo stesso rifiuto che Saddam aveva opposto alle pressioni e ai ricatti succedutisi dalla rivoluzione e dalla nazionalizzazione del petrolio in poi allo scopo di ricondurre l'Iraq allo stato di un obbediente e redditizio sceiccato.

C’ero quando l’Iraq, dovette difendersi dal più spietato embargo inflitto, assieme a quello di Iran e Cuba, a un popolo innocente, complice l’Italia, e vi resistette, mantenendo i capisaldi della sua giustizia sociale, della sua forza morale, della sua coesione patriottica Praticamente da solo, nell’isolamento della “comunità internazionale”, antimperialisti “democratici” e brezhneviani compresi, e sotto i costanti eccidi delle bombe dei taumaturghi veltroniani Clinton e Blair. A quelle bombe, capeggiati da Denis Halliday, Coordinatore ONU, in tanti dall’Italia e dal mondo offrimmo a Bagdad i nostri corpi come scudi umani, perché quel presidente fosse costretto a mettere sul proprio conto, oltre a quelle un po’ scure, spendibili, qualche imbarazzante pelle bianca. I bombardamenti furono sospesi.

Per poter riprendere il genocidio servivano due Torri Gemelle fatte saltare. Ovviamente fatte saltare da Saddam.

 

 

 

 

 

 

 

 

Fine del sogno

 

E c’ero infine, ancora una volta, aprile 2003, la guerra del secondo Bush, per filmare dalle finestre, frantumate dalle esplosioni, dell’albergo Al Mansour, la mia bella Baghdad antica e giovanissima, perciò intollerabile, che andava a fuoco. Per primo, il grande edificio delle telecomunicazioni e della tv, con dentro i miei colleghi iracheni. La voce dell’altro andava subito spenta. Come a Belgrado, come a Tripoli, come a Teheran. Che il pubblico non si facesse idee sbagliate….

Arrivava l’ultima ondata dei barbari, quella delle stragi e di un uranio che continua e continuerà a seminare morti e deformità per generazioni, occultato dall’impennata oscena delle imposture e denigrazioni recepite avidamente o pigramente da tutti. Quella che sentivo rilanciare dalla terrazza, dove erano installate le tv occidentali, da ex-colleghe RAI come Lilli Gruber, o Giovanna Botteri del mio TG3, fresca del suo tifo per il mercenariato NATO dell’UCK nel Kossovo, preludio di una carriera onoratissima in Occidente. Quando il popolo iracheno, inerme, non aveva più altro da sbattere in faccia ai suoi assassini che la forza inaudita della normalità della vita, il rifiuto del panico, la determinazione a proseguire quella resistenza per decenni, per secoli, che già aveva eliminato dalla regione l’impero mongolo, quello ottomano, quello britannico.

A Baghdad, sul carro dell’invasore, giungeva la feccia dei rinnegati e prezzolati fuorusciti in Occidente, per succhiare al paese sbranato il sangue avanzato dal banchetto imperialista. Avevo lasciato Saddam che, a sorpresa, era apparso nella periferia della Baghdad occupata per dare il via alla resistenza e mi trovavo affiancato, sul taxi in fuga verso Amman, da un pullmino di Stato iracheno. A un posto di ristoro lungo i mille chilometri di deserto i suoi passeggeri mi si rivelarono funzionari del Ministero per gli Affari Palestinesi che stavano portando alle vittime del nazisionismo l’ultima consegna di aiuti: 20mila dollari per le famiglie dei caduti, 10mila per quelle cui era stata rasa al suolo la casa. Alle loro spalle bruciava il paese in cui non sarebbero più potuti tornare. Forse quello è stato l’ultimo provvedimento pubblico di uno Stato pugnalato a morte.

 

La resistenza cambia divisa, non bandiera

La lotta all’occupante e poi al suo mercenariato ISIS (con cui si era provato ad inquinare la Resistenza, per farne l’obbediente protagonista), costantemente rifornito dagli aerei statunitensi, si è prolungata negli anni. Ha visto il martirio di città storiche come Fallujah, incenerita dal fosforo bianco, la distruzione di un ineguagliabile patrimonio archeologico, a Ur, a Niniveh, Assur, Samarra, il saccheggio del Museo Nazionale e della Biblioteca Nazionale, con reperti risalenti alla Mesopotamia degli Abbasidi, degli Omayyadi, ai sumeri del IV millennio a.C., alla prima scrittura. Poi gli orrori dei centri di tortura alla Abu Ghraib, i massacri di prigionieri compiuti dai britannici a Nassiryia. La città nel cui nome da noi si celebrano vittime che andrebbero attribuite alla nostra complicità.

 

Governi inventati dal vincitore, formati dagli inevitabili lacchè di ogni compravendita di paesi, corrotti dalle briciole dei proventi delle risorse sottratte e protetti dalla forza armata USA alle spalle, hanno a tratti calmierato la resistenza. Un popolo provato, cui occorrevano tempi e organizzazione, ha dovuto riprendere respiro e accumulare energie, dopo un costo paragonabile solo a quello inflitto, in altre proporzioni, ai palestinesi.

Ci si ricordi che l’Iraq ha pagato la sua insolente autodeterminazione e l’impegno a esserci, non con quel milione di vittime che gli si accreditano. Tra prima e seconda guerra del Golfo, una resistenza di decenni, uccisioni dirette e uccisioni differite, il calcolo più preciso, su dati ONU, elaborati, tra l’altro, dalla rivista Lancet, ci dice 3 milioni. Su 25. Innocenti. E non vi figurano gli sterminati dall’uranio delle presenti e future generazioni.

Oggi il testimone della resistenza, sotto altre bandiere, con nuovi alleati e riferimenti, ma sempre contro lo stesso nemico, è stato preso dalla Forze di Mobilitazione Popolare, Al-Hashad Al-Shabi, componente dell’Asse della Resistenza. Sono le forze che hanno sconfitto a Mosul, incenerita dalle bombe USA, uno Stato Islamico (DAESH, ISIS), ancora una volta lanciato dall’imperialismo contro l’Iraq. Hanno costretto il regime a incorporarle nell’esercito. Sono eminentemente scite, ora che l’Iran si è ritrovato nella causa antimperialista e antisionista comune. Quasi a riprendere quel dialogo mesopotamico tra mondi vicini, quali l’Abbaside di Bagdad e l’Achemenide di Persepoli, protagonisti di una civiltà che ha segnato i millenni.

 

Seconda esecuzione: come si uccide un uomo morto

Torniamo a Tacito, uomo dell’oligarchia predatrice, e agli imperatori che favorivano la plebe.  Bisognava sradicare Saddam dalla coscienza collettiva, dalla Storia, dalla realtà. Distruggendone la dignità, cancellandone l’identità. Quegli elementi che avrebbero potuto rivivere in chi ne conservasse la memoria. E stato fatto con oculatezza e perseveranza. A partire dalla repressione di una resistenza che, portata avanti nel nome di Saddam per lunghi anni dopo la sua impiccagione, aveva riverberi in tutto il mondo degli oppressi dai grandi poteri. Evidenziava, nella coscienza dei popoli, specie di quelli sotto attacco o pressione imperialsionista, quali erano stati gli elementi costitutivi, di portata universale, del confronto svoltosi in Iraq tra diritto e violenza, tra autodeterminazione e sottomissione.

Per una vittoria sul campo, minata da quella coscienza, non bastava l’eliminazione fisica del capo e simbolo della resistenza. E così si trattava di togliergli i titoli. Dell’onore, della dignità, della sincerità, dell’etica, del coraggio, del rivoluzionario, cioè di un’intera vita risultata perniciosa ai padroni del mondo. Al suo posto, nella Storia, una macchia sporca.

E fu lanciata la campagna del “Saddam uomo degli americani”, “Saddam armato dagli americani”. Li ho visti, gli armamenti americani dati a Saddam. Erano quelli  forniti da Mosca, quando l’URSS riteneva utile e giusto sostenere chi si opponeva all’imperialismo, armi precedenti alla prima Guerra del Golfo, vecchie e logore. Di statunitense in Iraq non c’era nemmeno una colt Smith and Wesson.

Una damnatio memoriae servita a validare trent’anni di aggressione verbale, di bombe ed embarghi dell’Occidente globale. Ad annullare tre decenni di militanza irachena, ispirata, e guidata da Saddam, in difesa del riscatto arabo, della guerra globale al colonialismo, della liberazione della Palestina. Una difesa materiale e politica che superava per quantità e qualità quelle di tutti gli altri, Di chi era rientrato nei ranghi, come l’Egitto di Anwar Sadat e di Mubaraq e di chi era passato ad altre priorità, come Gheddafi per l’Africa, e di chi non ne aveva più la forza, come la Siria.

Errori, come no: Kuwait, curdi…

35 anni al potere, prima con la figura presidenziale formale di Abu Bakr, poi direttamente, e vuoi che uno non commetta errori, magari anche misfatti. Solo che non hanno titoli i manigoldi della nostra parte del mondo che a Saddam attribuiscono errori o misfatti. Ricordiamo l’invasione del Kuwait nel 1991, pretesto per la prima aggressione. Il Kuwait era Iraq, l’hanno tagliato via i britannici per ridurre lo sbocco al mare di un paese pericoloso per essere troppo grande e l’aveva messo in mano al solito beduino incoronato emiro. Il Kuwait s’era messo a pescare petrolio nei giacimenti al di là del confine, in Iraq. Rubava e faceva calare il prezzo del greggio nel momento in cui l’Iraq doveva guadagnare per riprendersi dagli 8 anni di guerra con l’Iran. E Bush aveva fatto dire a Saddam, dall’ambasciatrice, April Glaspie, “a noi non interessa se vi prendete il Kuwait”. Trappola. Saddam c’è cascato.

Dei curdi s’è detto, quinta colonna che israeliani e euroatlantici hanno consacrato vittima da sostenere. Resta Halabja,1988. Gli aerei di Saddam avrebbero gassato questo villaggio curdo sul confine con l’Iran. 2000 vittime, poi 5.000, infine 8000, quante quelle di Srebrenica in Bosnia, false come quelle. Il Direttore della Scuola di Guerra USA afferma che la strage era da imputare agli iraniani. Chissà. Il dato certo è che delle armi chimiche attribuite a Saddam da Bush e Blair non se n’è trovata traccia in Iraq dal primo giorno ad oggi.

Una parola definitiva a un paio di scarpe impolverate

Il premier iracheno Al Maliki para Bush dal lancio di scarpe

Chiudo questo mio “cantico per l’Iraq” con un’immagine preziosa. E’ quella del collega giornalista Muntazer al Zaydi. Il 14 dicembre del 2008, George W. Bush si presenta a Bagdad a celebrare “Mission accomplished”. Muntazer ha saputo farsi accreditare alla conferenza stampa dell’assassino del suo paese. Colpire con la scarpa una persona è considerato nel mondo arabo e musulmano una delle ingiurie delle più gravi. Muntazer se le toglie, le scarpe, e le lancia su Bush. Che, protetto dal premier fantoccio Al Maliki, le scansa di poco.

Muntazer grida: “Un bacio d’addio, bastardo, nel nome degli orfani (5 milioni), delle vedove e di tutti gli assassinati iracheni”.

Viene arrestato, picchiato quasi a morte, imprigionato, torturato, processato per vilipendio e condannato a 3 anni. Fa tuttora il giornalista al Cairo. Non s’è mai pentito. A volte i giornalisti sono combattenti. Come dovrebbero. Nel mondo arabo Muntazer è considerato “Eroe dell’Iraq”. Anche da me.

 

 

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