mercoledì 15 dicembre 2010

ESTIRPANDO MACERIE, COLTIVANNDO FIORI - ESTIRPANDO FIORI, COLTIVANDO MACERIE



Lode dell’azione
Lamentarsi e chiedere aiuto
non crea nè salvezza né consiglio.
Soltanto una cosa
può liberare il mondo,
soltanto una! L’azione!
Voti sacri siano
frutti del suo seme!
Soltanto una cosa
Può liberare il mondo,
soltanto una! L’azione!
(Erich Muehsam, bolscevico tedesco)

OPERAI SUI TETTI, STUDENTI IN PIAZZA.

Per gli operai sui tetti abbiamo provato solidarietà e commozione. Per gli studenti, con annessi cittadini calpestati, da Terzigno alla Val di Susa, da Chiaiano all’Aquila, stiamo provando esaltazione e identificazione. Se il buon giorno si vede dal mattino, la gloriosa giornata di ieri, martedì 14 dicembre, soprattutto a Roma, ma anche in tante altre città dovrebbe essere marcata nei libri di storia come l’alba di un tempo nuovo. Alla cornacchie che tremano e si rintanano davanti al confronto con le lotte degli anni ’70 che, a dispetto del regime, della Nato, del collaborazionismo codino del PCI, conquistarono ai lavoratori e cittadini quanto nessun Togliatti, Longo, Berlinguer si erano mai sognati di azzardare, spariamo il profumo del ’68-’77, cioè della terza rivolta italiana degli oppressi dopo il Risorgimento repubblicano e la guerra partigiana. Profumo tonico per noi ma che loro stordisca e faccia ammutolire. Come ad Atene, oggi di nuovo, come a Londra, come a Parigi, finalmente alla violenza terroristica degli sgherri del verminaio di osceni pupi lombrosiani appesi in parlamento ai fili dei pupari bancari e industriali, mafiosi, clericali e massonici, Cia e Mossad, si è cominciato a rispondere, a fargli pagare un prezzo in materia e immagine, condizione sine qua non per qualsiasi cambio e avanzata. Quale felicità liberatoria, quale autostima ritrovata, quale consapevolezza della propria ragione e della propria forza! Il raffronto va fatto con i maestri latinoamericani che, senza farsi castrare dalle sirene della nonviolenza, hanno saputo opporre la forza delle masse al vampirismo assassino degli amministratori delle catene che l’imperialismo imponeva ai loro popoli. Loro hanno vinto bloccando con corpi, sassi e candelotti di dinamite il castello di carta dei tiranni e delle oligarchie. Noi non è detto che vinceremo domani, forse nemmeno dopodomani, ma il seme delle vittoria è stato seminato nel terreno disselciato delle strade di Roma. E non è il seme sterile e tossico della Monsanto. La guerriglia del Che Guevara è servita a far vincere milioni di diseredati memori, senza fucile, ma con una compattezza fisica e mentale che ha saputo stringersi come un cappio sul collo del mostro. Che gli studenti, in questo momento possibile soggetto rivoluzionario, in grado di elevare anche gli operai oltre la bassa asticella di caduche compromissioni salariali, ci pensino.

Prima di un pezzo su Milosevic, una buona notizia: è schiattato ieri, negli Usa, il cuore nero del trafficante diplomatico Richard Holbrooke, colui che ha lavorato per i genocidi Usa dal Vietnam da radere al suolo, alla Jugoslavia da smembrare in tanti pezzi inoffensivi e servi, all’Afghanistan-Pakistan da spopolare e eliminare dalla scena del mondo. E dunque parimenti strumento prezioso dei terroristi e assassini seriali Kennedy, Johnson, Nixon, Reagan, Bush e Obama.




Sarà la mia morte la vostra fine
e la vostra morte il mio inizio.
Perché la morte che io subii
Rafforza le anime dei morti per la battaglia.
Vi saluto dalla tomba, voi assassini!
Alla lotta! E chi vince avrà ragione.
(Erich Muehsam, “La voce degli assassinati”)

Cari Amici, se conoscete l’inglese vi invito a leggere questo contributo che mi è stato chiesto da Belgrado per un libro che, uscendo nell’anniversario del suo assassinio nella prigione dell’Aja, sotto gli occhi e per volontà dei devastatori del suo paese e dei giudici-felloni del Tribunale Speciale per la Jugoslavia, vuole ricordare la figura, la verità, il valore di Slobodan Milosevic, presidente della Jugoslavia e combattente antimperialista. Ho avuto il privilegio di essere stato l’ultimo giornalista a intervistare Slobo assediato nella sua casa di Belgrado, mentre fuori una torma di teppisti addestrati e pagati dalla Cia preparava il terreno alla svendita di una grande nazione. Tre giorni dopo, il rinnegato Zoran Djndjic, corrotto delinquente come tutti quelli insediati dai vincitori, vendeva il legittimo presidente serbo al tribunale-fantoccio degli Usa. E con esso, 10 milioni di serbi cresciuti nel socialismo. Il compenso: 30 milioni di dollari, trenta denari. Le ultime parole dettemi da Slobo affermavano una verità che gli ottusi chierici sinistri dell’ “Intervento umanitario”, fondato sulla diffamazione e la menzogna, ancora faticano a riconoscere: “L’aggressione degli Usa alla Jugoslavia ha sancito, con il definitivo aggancio dell’Europa al carro dell’imperialismo, un colpo mortale alla sovranità e alla dignità di questa e la prova generale per quell’aggressione ai popoli del mondo che dovrebbe assicurare a un capitalismo allo sbando il più grande trasferimento di ricchezza dal basso in alto di tutta la storia umana. Chi ha creduto all’impostura di un governo totalitario e di una pulizia etnica, da noi subita e mai inflitta, o è rimasto passivo davanti ad essa, avrà presto modo di conoscere dittatura e pulizia etnica sulla propria pelle”.

Più sotto aggiunto un comunicato di due amici che hanno realizzato uno straordinario lavoro sulla tragedia della Serbia e del suo Kosovo che, come avrete appreso, è stato dalle elezioni-burla di marca Usa confermato sotto il regime del criminale di guerra e di pace, Hashim Thaci, già “fidanzato” di Madeleine Albright, e capo dei trafficanti di organi prelevati a vittime da far sparire. Tali sono i proconsoli del colonialismo Usa e UE. Per onestà intellettuale devo dire che di questi due compagni condivido tutto, della loro associazione "Un ponte per..." poco o niente.


BY FULVIO GRIMALDI
Journalist, writer and videographer
formerly vicepresident of the International Committee for the Defence of Slobodan Milosevic (ICDSM)


EXTIRPATING FLOWERS, GROWING RUINS

It was May and Europe had started tearing the most beautiful springflowers off its land, while growing ruins, much to the satisfaction of an Atlantic master who was already busy preparing its assault on the world. An assault made possible by the biggest of its genocidal frauds: 9/11. On my way to Belgrade, as it was being torn apart by allied bombs, including those dropped by Italy’s “left-wing” Prime Minister, Massimo D’Alema, in my mind still echoed the advise given to me, a war correspondent with Italy’s State Television System, by the News Editor: “As you report from that bloodthirsty dictator’s country, always stress the ethnical cleansing of Croatia, Bosnia and Kosovo, never forget that you are describing a humanitarian intervention to save innocent peoples from ultranationalist Serbia”.

I reached Belgrade as the humanitarians smashed their human rights into schools, hospitals, houses, Tv studios, the Chinese embassy, Pancevo’s petrochemical industries, so as to spread toxics and provide a humanitarian exit from health and life for generations to come, Zastava’s car factory, the very proletarian heart of all the Balkans, soon to become the traitors’ offer to their conquerors and paymasters. I identified the dictator’s totalitarian regime by meeting openly, in the centre of the capital, with the voiciferous representatives of some 18 opposition parties, trade unions, associations and media, most of them spiked with Deutsche Mark and dollars; by noting that 92% of all media and the biggest Television belonged, or were controlled, by right-wing capital-happy opposition forces; by viewing monarchist Drakovich’s tv inciting the people to hang their President, Slobodan Milosevic, and still being allowed, in the midst of an aggression, to go on the air. I equally appreciated the so intensely and universally lamented ethnical cleansing in the former republics and autonomous regions when watching millions of Serbian refugees that had survived the genocidal massacres perpetrated by “democratic self-determinating” rulers, systematically armed or aided by champions of democracy and human rights such as US and German Generals, Muslim throatcutters imported from mercenary armies in Cecenia or Afghanistan, Cia-asset Osama bin Laden and his terrorists. Today all Albanians, Croatians, Bosniacs have their own or stolen homes. One million Serbian survivors don’t anymore. Such was the ethnic cleansing.

Having been able to put things right, at least in my own mind, I cut links with my former employer and had my stories published in a left-wing daily, much to the dismay of most of its readers, who had equally been intoxicated by the 9/11 planners. At least something got through and I could even save my title “Better Serb, than serf”.

I returned one spring later, to see that, thanks to the “dictator’s” guidelines and the spirit that he was able to instil in a not yet broken nation, some of Novi Sad’s beautiful bridges, brutally destroyed by the barbarians, had been rebuild. A great housing plan was in progress for all those whose homes had been incinerated. Out of Zastava’s pulverised plants workers operating under portraits of Slobo and fluttering red flags, had proudly produced the miracle of two production lines reconstructed from rubble and by patriotism and workers’ pride. I also saw the most unbreakable part of Serbia, the now destitute women, men, children who escaped genocide in Kosovo, Bosnia, Croatia, being taken care of by a government mutilated by war and strangled by sanctions. Together with thousands of Rom and Sinti brethren, persecuted and chased from their homes by fascist and criminal pupils of the European Human Rights masters, but here welcomed and housed. So much for Slobo’s hypernationalist dictatorship and notorious corruption.

And again, but this time in a dark, foreboding Autumn, in the Balkans’ most civilised capital city, I witnessed the surge of power-.and free market-hungry rats, unleashed by robbers and serial-killers to whom Slobo’s socialism, free education, health, assured jobs and pensions, national dignity, solidarity among people and peoples was anathema. Their name? To humanity’s lasting shame: Otpor. Serbia was to be punished for having resisted the world’s most ferocious organised crime ever, Nato, and, with it, the most gigantic and savage transfer of wealth from the planet’s poor to the rich, from the exploited to their exploiters. This Autumn was to see, by a stolen election, the downfall of the man whom one day history will proclaim Europe’s most democratic and humane ruler.

In my long walk through this blood- honour- and shame-ridden time of war, oppression and resistance, my encounter with President Slobodan Milosevic will stand out as the richest and most moving experience. The privilege was given to me in the president’s residence, besieged by a lie-infected mob and defended by those who, I trust, are working to this day and into the unending future to preserve Slobo’s message and heritage of peace, national dignity and sovereignty, human rights, freedom, brotherhood and equality. It was his last interview before, only three days later, a despicable and well-.paid renegade sold the best of the Serbians to his people’s murderers. I succeeded in publishing Slobo’s account of the world’s gang of vampires’ conspiracy against a free nation, the harmonic living together of ethnical groups and religions, the prospect of a just and free society. To me, to my most profoundly felt admiration and love, I kept the warmth, genuinity, honesty and penetrating foresight of one of our times’ wisest and bravest men.

It was in the winter of our depression that, in front of The Hague’s prison, we tried to reach Slobodan Milosevic by calling out loudly his name. By confirming to Slobo, over the heads of mistrusting and hostile robocops in the service of yet another ruling class engaged in mass-extermination, that as long as even only one human being, be he/she Serbian or anything else in the spirit of Serbia’s resistance, kept watch at the gates of this prison, or of any prison holding alikes of Slobo, his memory and his message would live. Much beyond the farce put on scene by the empire’s stooges, which was to culminate in the only way vampires and rats know: the kill of the just, be it a hero like Slobo, or an unknowing victim. No day goes by without my hoping that Slobo received some comfort from hearing our cry and feeling our rage and tears. I am deeply convinced, however, that he knew. That a betrayed and fallen fighter for an undying cause was aware that beyond those grey and blind prison-walls there were, not merely wailers over injustice, but vanguards of that cause’s future, reaching from The Hague, from Belgrade, into the world. Surely this must have given him that smile that shamed his executors and turned a murder into a promise of truth and victory.

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L'importanza della controinformazione
un esempio: la Serbia che conosciamo
L’iniziativa che proponiamo alla vostra cortese attenzione nasce dalle attività di oltre un decennio
che alcuni volontari dell’associazione “Un Ponte per...” hanno portato avanti fra i profughi di
guerra della ex Jugoslavia, con particolare riferimento alla Serbia e al Kosovo e Metohija, in seguito
ai bombardamenti della NATO del ’99.
Le attività hanno riguardato principalmente iniziative di solidarietà e supporto di molte famiglie
profughe di guerra o in stato di grave disagio sociale, di conoscenza reciproca e di scambio
culturale, di testimonianza e aiuto concreto. Tutto ciò ha fatto nascere e crescere nel tempo legami
di amicizia e di fiducia reciproca con le persone direttamente coinvolte, tutto accompagnato da un
imprescindibile messaggio politico, atto a denunciare i motivi, tutt’altro che umanitari che, spesso,
si celano dietro le decisioni di un governo di occupare o “attaccare” un altro territorio.
L’obiettivo è quello di stimolare la conoscenza della storia di un paese ancora extra
comunitario, la Serbia, ultimo pezzo di uno stato chiamato Jugoslavia, delle condizioni e dei
contesti nei quali oggi vivono le popolazioni che lo abitano, per offrire un’occasione di confronto e
una nuova lettura delle esperienze e delle vicende storico-politiche di un paese cardine nel contesto
Balcanico, con forti relazioni con l’Italia, ma di cui poco si parla se non ribadendo, in modo
preconcetto, stereotipi e cliché, spesso frutto di disinformazione e propaganda.
Auspichiamo un percorso di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, in particolare quella
costituita da giovani, proponendo degli incontri di riflessione per presentare e raccontare una realtà,
percepita e conosciuta da gran parte dell’occidente solo attraverso la televisione o tramite la spesso
facile e fuorviante velocità dei mezzi di comunicazione virtuali e reali quali web, radio o stampa
superficiale e di scarso approfondimento. In questo contesto, si intende raccontare un’altra Serbia,
la Serbia conosciuta negli anni e vissuta attraverso la popolazione locale e attraverso anche i tanti
professionisti, che hanno tentato comunque negli anni di fare controinformazione in merito, ma con
poco successo.
Il caso della Serbia, paese reduce dalla disgregazione Jugoslava, raccoglie in se una serie di
tematiche di assoluta importanza internazionale. Neocolonialismo e imperialismo, diffusione
estrema delle logiche neoliberiste, strumentalizzazione politica dei fondamentalismi religiosi ed
etnici, propaganda e conseguenze della guerra sulle popolazioni civili.
Per la realizzazione dell’iniziativa intendiamo – con l’aiuto di materiali audiovisivi e testi
letterari che testimoniano alcune di queste vicende – rilanciare una serie di domande e di punti di
vista a un pubblico più vasto, con la certezza che l’interrogarci sull’identità di un altro popolo, porti
anche a riflettere su quel che resta della nostra memoria storica.



“Un Ponte per...” Associazione Non ‐ Governativa di Volontariato per la Solidarietà Internazionale
piazza Vittorio Emanuele II,132 00185 Roma ‐ Tel. 06/44702906, Fax 06/44703172 ‐ e‐mail: info@unponteper.it ‐ web: www.unponteper.it
ONLUS: Iscritta al Reg. Volontariato Regione Lazio Dpgr n° 609/98 – ONG: decreto del Ministro Affari Esteri del 18/2/99
Partita Iva 04734481007 ‐ Codice Fiscale 96232290583
Conto Corrente Postale n° 59927004 ‐ Conto Corrente Bancario n° 100790 Banca Popolare Etica IBAN IT52 R050 1803 2000 0000 0100 790
SCHEDA FILMDOCU e LIBRO
Contatti:
Samantha Mengarelli, smengarelli@tiscali.it , cell 3286540106
Alessandro Di Meo, alessandro.di.meo@uniroma2.it, cell 3396132894
L’Urlo del Kosovo
di Alessandro Di Meo
Storie vere da cui è impossibili fuggire.
L'urlo che la propaganda non riesce a coprire.
Voci che spezzano il coro allineato del pregiudizio che è letale per le persone tanto quanto
le scorie della "guerra umanitaria".
Il Libro
Il libro vuole essere una denuncia del dramma vissuto da migliaia di persone, in prevalenza serbe,
cacciate da quella terra, il Kosovo e Metohija, dove hanno da sempre vissuto e convissuto con altre
etnie. Le ingerenze esterne dovute a interessi di potere, politici e, soprattutto, malavitosi, hanno
tolto la parola alle persone per consegnarla alla propaganda e alla menzogna.
L’autore, attraverso le storie narrate, cerca di spostare l’attenzione sui veri protagonisti della triste e
drammatica vicenda: le persone in carne e ossa, facendosi testimone della loro tragica vicenda per
una ricostruzione dei fatti meno condizionata da propaganda e luogo comune.
Il DVD
Il documentario è un viaggio tra le conseguenze dei bombardamenti che nel 1999, per 78 giorni,
hanno colpito quel che rimaneva della Jugoslavia. A oltre 10 anni di distanza, i problemi e le
contraddizioni che la cosiddetta “guerra umanitaria” voleva risolvere si sono, in realtà, moltiplicate.
L’insorgere di malattie sempre più gravi, dovute a inquinamento ambientale e uso indiscriminato di
uranio impoverito; la chiusura delle fabbriche con conseguente perdita del posto di lavoro; la
drammatica situazione dei serbi rimasti nei villaggi del Kosovo, di fatto ghettizzati; lo stato dei
monasteri ortodossi, patrimonio culturale e storico dell’umanità, a rischio distruzione. Un viaggio

nella Serbia di oggi, ancora troppo devastata nel cuore e nell’anima.

9 commenti:

Anonimo ha detto...

caro grimaldi,
tu hai visto il mondo, hai visto il terrore negli occhi della gente, hai visto forse anche l'inenarrabile, quindi comprendi l'urgenza della rivolta; ma noi italiani comodi davanti ai nostri pc oppure alle nostre tivvu come pensi che potremmo appoggiare gli studenti in rivolta?
ci siamo dimenticati pure del fascismo, ci stiamo dimenticando della limitazione dei nostri diritti, delle nostre pensioni, i nostri lider se va bene sono corrotti, se va male sono delinquenti; ma in quale rivoluzione possiamo sperare?
monicelli disse: ma quando aspettiamo a fare questa rivoluzione?

il punto è come farla questa rivoluzione!!

certo, forse anche dando vita a questo blog.
ma non sò se sia sufficiente.

saluti

alberto

daniele ha detto...

se ne sono accorti anche quelli del corriere, pensa un po'!

http://www.corriere.it/cronache/10_dicembre_15/traffico-corpi-kosovo-cina_047c6608-0827-11e0-b759-00144f02aabc.shtml

davide ha detto...

che ci vuoi fare?Son un razionale di quelli scassapalle che non si lasciano mai trasportare da emozioni o altro.Quindi essendo convinto che il Sistema ormai sa come disinnescare le lotte di piazza,prima di gridare al miracolo...I casi non mancano in questi ultimi 20 anni di nuovi 68 poi crollati miseramente.
Mi accontento del fatto che qualche studente e qualche operaio riprenda la voglia di non arrendersi e contestare il capitalismo becero nostrano e internazionale.Stop.Il passo successivo è affidato alle organizzazioni sindacali e ai partiti di sinistra che trasformino in leggi le lotte popolari.
Comunque meglio di niente,anche se condivido totalmente e assolutamente l'intervento di precari e lavoratori contro il collaborazionista Bonanni,un po' meno la guerriglia di roma-un po' meno.
Dopotutto è anche vero che l'iniziale vittoria,data dall'entusiasmo popolare è facile che si sciolga come neve al sole con tutti i suoi ottimi effetti.Non è stato forse questo l'epilogo del 68-80?La legge 300,la legge 180.Però guai se non ci fosse stato il 68 e sopratutto se oggi il popolo non dovesse dare segnali di lotta.
Milosevic è un mio eroe,quindi anche senza sapere l'inglese non posso che sostenere la tua adesione e lotta di parola per mantenere in vita questo grande politico
Grazie Fulvio

davide ha detto...

il partito comunista italiano non era il più grande partito d'europa?Non aveva milioni di voti?chi erano i suoi militanti?Operai e lavoratori ?Non erano essi presenti nelle lotte?Oppure facevano tutto i gruppi extraparlamentari?
Io ho avuto una formazione politica "orale e soggettiva"da parte dei compagni che nei 70 hanno militato nei vari gruppi e quindi con il cuore non posso che sostenere questa gioventù che par essere la migliore-per me è quella dei nostri nonni partigiani rossi-ma sinceramente dubito che nel pci fossero tutti pirla e dall'altra parte geni della politica.Mi sa che un Longo valga cento capanno e mille sofri,milioni di piperno.
Poi chiaramente se avessi avuto 20 anni in quel periodo avrei militato nel movimento studentesco o in avanguardia operaia-a ventanni.

ps:comunque tutta la mia solidarietà a studenti e operai in lotta e sopratutto zittiamo Bonanni e i collaborazionisti di classe che fan i vittimisti di lusso!

Anonimo ha detto...

grazie Fulvio. però una cosa sul tuo post sui fatti di Roma, che mi piace e lo diffondo, la voglio dire. Così come affermi questo: "mentre fuori una torma di teppisti addestrati e pagati dalla Cia" su Milosevic, non è escludibile che analogo aspetto si sia verificato anche a Roma, non mi stupirebbe, strumentalizzazione della spinta all'azione d aparte dei stessi burattini del parlamento appesi ai fili,di cui parli.
ciao
Samantha

Fulvio ha detto...

Rispondo a un paio di interventi (Davide e Samantha): quella degli scontri provocati da infiltrati è una vecchia e sporca teoria strumentale delle sinistre poltronare che vogliono pulirsi una coscienza insozzata dalla paura e dall'ignavia. Che il sistema cerchi di infiltrare i suoi sbirri è un dato scontato, che le rivolte popolari come quelle di Roma, Atene, Londra, Parigi, mondo, siano volute dal sistema e provocate dai suoi agenti è un insulto al coraggio, alla generosità e alla giusta causa di chi affronta, con mezzi ridicoli, la violenza feroce di stati assassini. Ma non li avete visti quelli che a centinaia finalmente non subivano più passivamente quella ferocia? Vi scandalizzate per un bancomat bruciato e non per una banca che per sua natura è un serial killer?Da quando mondo è mondo i simboli sono obiettivi necessari e utili. Da quando mondo e mondo il potere non tollera la rivolta, ma si nutre di pace sociale. Da che mondo e mondo nessuno ti caga se non riesci a rispondere ai tremendi danni che ti vengono inflitti infliggendo danni a tua volta. Detto tra parentesi: ecco il veleno dell'opportunismo di Fabio Alberti che ha fatto degenerare un'associazione nata bene.
Quanto al "glorioso PCI", io non parlo del popolo comunista, dei militanti del PCI, ma di coloro che li hanno annestizzati fino al punto della loro mutazione genetica di oggi. Nelle lotte del '68-'77 c'erano anche questi del PCI, ma i dirigenti li rinnegavano, erano in combutta con la repressione democristiana, diffamavano una generazione di rivoluzionari, infliggevano le compatibilità di Yalta che dovenano mantenere l'Italia sotto il tallone del capitalismo Usa. C'era addirittura uno dei massimi dirigenti di Berlinguer e Longo, Pecchioli, un farabutto che faceva il ministro degli interni-ombra e incitava alla persecuzione di studenti e operai rivoluzionari. Da sempre gli stalinisti non hanno mai odiato il capitalismo (considerato stupidamente passaggio necessario al socialismo, quanto hanno odiato e odiano che, essendo genuibamente di sinistra, ne espone la miseria politica e morale. Se oggi siamo nelle condizioni in cui siamo, con i D'Alema,Bersani, Veltroni, Fassino, tutta gente covata nei comitati centrali di Togliatti e successori, lo dobbiamo a quella masnada affamata di greppia borghese. Ma Sofri cosa c'entra? I traditori e gli opportunisti sono un danno collaterale e proprio quelli del PCI ne sanno qualcosa. Più di tutti. Lì un'intera classe dirigente, allevata da capi "indiscutibili" (se non a prezzo di scomunica), ha preso alle spalle la classe operaia e tutto il resto. Proprio quei milioni di bravi compagni di cui tu parli!!!
Fulvio

davide ha detto...

si,ma a mio avviso oggi il Potere -per semplificare le cose chiamiamolo così-potrebbe tranquillamente mettere in azione quinte colonne con lo scopo di deragliare le sacrosante lotte operaie e studentesche.
Un po' come a livello internazionale è decisamente meglio per loro creare rivoluzioni basandosi sui fondamentali diritti umani.
Non dico quindi basta manifestazioni o che siano mascalzoni chi protesta-questo lo lascio ai reazionari destronzi e ai democretini in malafede-ma che a mio avviso la lotta e la risposta subisce anche mutazioni,cambiamenti,nuove strategie.
Che magari quindi si sappia anche come arginare in parte la rivolta popolare e di piazza,togliendo a essa la cosa fondamentale:il supporto del popolo in senso ampio e anche di settori politici loro affini.
Per cui su centomila che manifestano anche con rabbia 97000 possono essere in buonissima fede e ci mancherebbe altro,ma non penso che sia del tutto fuori posto pensare che si possa anche all'interno del movimento creare spazio per infiltrati e agenti provocatori.Mi pare anzi un'azione normalissima da parte del Sistema.Lo hanno sempre fatto.Per indebolire lotte giustissime e che io sostengo perchè rammento benisssimo i miei dieci anni di precario con contratti ridicoli e le sinistre parolaie a sostenere Damiano.Però penso che sia fondamentale l'egemonia popolare.Il che vuol dire che noi più politicizzati ed assolutamente minoritari possiamo anche comprendere e sostenere certe guerriglie,ma che alla maggioranza della popolazione sfugge tutto questo o sbaglio?
Poi si deve comunque sempre trovare il punto di intesa che è il massimo sostegno alle rivendicazioni e lotte studentesche e dei lavoratori-non solo operaie,ma dei lavoratori sotto pericolo della crisi economica e politica-e quindi superare i personalismi sopratutto quelle ridicole dei piccoli partiti extraparlamentari dove in sostanza stanno i militanti che han il dono dell'ideologia,ristrutturare l'organizzazione partitica delle sinistre senza questi imbarazzanti inutilità democretine.Insomma i litigi a sinistra fan sempre perdere tempo.Dopotutto la storia mostra che per un certo periodo di tempo anche un extraparlamentare come te ha potuto lavorare a telekabul,quindi perchè non si possono sui grandi temi strutturare una forza comune?Cosa divide un compagno da un altro sul tema della precarietà,dell'istruzione pubblica,della sanità nazionalizzata?
Lo sappiamo le differenze e lotte interne,siamo tutti convinti che sian andate così e non viceversa le cose,si finisce solo con il litigare o il discutere senza fare passi avanti,visto che siamo scomparsi dalla scena politica,sarebbe più che giusto riprendere un cammino comune.

Saluti a Nando

rossoallosso ha detto...

il problema di questi ragazzi è che è stato portato loro via tutto e per tutto intendo proprio tutto,passato,presente e futuro.
ma la cosa piu' incredibile è che essi sono "invisibili",li si nota solo come merce,da inscatolare,inquadrare,sfruttare,
senza dal loro nulla in cambio.
bene hanno fatto a ricordare a tutti che essi esistono, che anche con loro,soprattutto con loro,bisogna fare i conti.

Anonimo ha detto...

non credete che quando si dice "infiltrati" si alluda ai Polli Ziotti? QUELLI sono gli infiltrati!
Non si usano le parole giuste!
Io eviterei anche di usare
° dal basso [ci abbassiamo da soli?
è masochisticamente de mente]
° sperare [sperare in che, sperare
in che cosa?] e qui la penso pro
prio come MARIO MONICELLI
sta' tastiera del nazzo mi sta facendo uscire pazz*!
tornerò.... pare che flaubert e baudelaire fossero bits of shit contro gli anarchici...vado a controllare!