giovedì 14 gennaio 2016

IL MIO IRAQ. E QUELLO DEGLI ALTRI. 16/1/2016, 25 anni dall'inizio dell'olocausto


In Siria e in Iraq le forze patriottiche sono all’offensiva.
Quando racconto la verità, non è tanto per convincere coloro che non la conoscono, quanto per difendere quelli che la sanno”. (William Blake)
E finchè facevano guerre, il loro potere veniva preservato, ma quando ottennero l’impero, caddero. Perché dell’arte della pace non sapevano niente e non si erano mai dedicati a nulla che fosse meglio della guerra”. (Aristotele. Gli Usa, dalla nascita, hanno fatto in media una guerra all’anno).
Una partita con tre campi da gioco
In tutte le guerre, rivoluzioni, aggressioni che ho vissuto e ho provato a raccontare, si configuravano sempre tre schieramenti. Il primo stava sul campo “Realtà” ed era costituito dal popolo sotto attacco e dai suoi amici in giro per il mondo; il secondo stava sul lato opposto, in un campo chiamato “Menzogna” ed erano le armate e le parole di soldati, politici, banchieri, industriali colonizzatori. In mezzo, con una gamba di qua e una di là, in un campetto di nome “Né-Né”, ciondolavano gli Astenuti. Ho sempre pensato che, per primi, dovevano essere tolti di mezzo questi qua. Confondevano sia la vista, sia i suoni  dello scontro, che quelli della “Realtà” si sforzavano di percepire. Spargevano, anche all’occhio di chi guardava dalla finestra, una nebbiolina che offuscava i contorni. Per me combattere quelli del campo “Menzogna” significa far piazza puilita degli “Astenuti”.  Dopo, si sarebbero potuti affrontare i nemici, meglio identificati grazie alla scomparsa dei mistificatori. Con gli Astenuti, va detto, gli irreali non se la sono mai presa.

Sono parecchi i luoghi dove ho visto questi soggetti manifestarsi, sempre nella formazione appena descritta: Palestina 1967, Irlanda 1969-1990, Jugoslavia 1999-2001, Iraq 1977-2003, Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador 2002-2006, Cuba 1995-2005, Libano 1997-2006, Libia 2011, Siria dal 2012. Non mi sono mai potuto privare della scoperta di trovare, in tutti questi campi, immancabilmente gli Astenuti o “Né-Né”. In Palestina, pur biasimando il regime sionista, predicano la nonviolenza a coloro cui andavano sfasciando la testa le SS sioniste e arrivano a dare del “terrorista” a quelli a cui orde di robocop trovano (o mettono) un coltello addosso. Pur alzando il ciglio sull’occupazione  britannico-fascista dell’Irlanda del Nord, rampognavano la risposta dei repubblicani, troppo dura, e ne festeggiarono la resa, come trionfo della pace, con l’Accordo del Venerdì Santo (1998). In Palestina il “diritto dello Stato di Israele di esistere” si confonde con i pat-pat sulle spalle degli espropriati e genocidati. Fino a inebriarsi della truffa di Oslo e dei “Due Stati”.e caldeggiare marcette pacifiste di 10 palestinesi e 4 israeliani.

Con la Jugoslavia, l’epistemologia sulla natura di cosa andava succedendo e chi erano gli attori in scena ha visto la prima manifestazione della sindrome schizofrenica che colpisce gli Astenuti. Nato cattiva, ma Milosevic dittatore. Dunque, eticamente, né-né. Tra chi bombardava televisioni, ospedali, case, ponti, treni, scuole, fabbriche petrolchimiche, per ridurre in frantumi e contaminare un paese e chi questo trattamento lo subiva, fiorì rigoglioso il né-né. Né con la Nato, né con Milosevic. Ma in fondo, un po’ meno di meno, con quei ipernazionalisti del dittatore serbo.E così, succhiando linfa dall’informazione totalitaria e oligarchica, lastricavano di buone intenzioni la strada per l’inferno.
Con una coerenza invidiata da tutti noi, in Libia si incupirono più degli inesistenti “bombardamenti di Gheddafi sulla propria gente” degli spavaldamente esistenti missili a pioggia. E rivestirono di panni sgargianti di arcobaleno iinvasati terroristi che decollavano e scuoiavano civili e prigionieri. Spettacolino ripetuto per Iraq e Siria. Su un popolo cui per 25 anni hanno riservato un destino mostruoso, paragonabile a quello palestinese solo perché questo dura da settant’anni, hanno fatto pendere, e continuano a farlo, la spada di Damocle del dittatore Saddam. Ha sterminato 200mila curdi (sono ancora tutti lì e si mangiano pezzi di Iraq su mandato USraeliano), divorato il Kuweit (provincia irachena rescissa dai britannici), represso il suo popolo, sterminato 5000 comunisti (mai successo). E in fondo, ignominia!, anche amico degli Americani che lo hanno armato (mai amico, mai armato, se non dall’URSS). Così ha potuto essere tranquillamente preso a calci e appeso.

Oggi si esercitano con passione sulla Siria dove, con un copia-incolla dal Pentagono, trascrivono e diffondono  l’anatema contro “i governi che fanno la guerra ai propri popoli” (si sa quali) e l’auspicio, con un’ occhiata al “dittatore Assad”, “per la pace e la democrazia in ogni paese” (dove si sa cos’è questa democrazia e chi la esporta). Ma ovviamente, pur condividendone la ragioni, sono contro le guerre Nato. Né-né. Un messaggio che fa facile presa su gente che non vuole problemi..
Il 12 maggio del 1977, mio genetliaco,  un candelotto centrò il mio ginocchio. Mi inseguirono e fotografarono. Era la manifestazione pro-divorzio nella quale, anche sotto i miei di occhi, a Ponte Garibaldi di Roma, i “Falchi” omicidi di Cossiga ammazzarono Giorgiana Masi. La notte e il giorno dopo, rastrellamenti. Ne avevo viste e subite abbastanza per togliere il disturbo. Il compagno medico, Giorgio Alpi, papà della mia collega Ilaria, mi fece avere un certificato medico per il lavoro. Arrivai nello Yemen. Fu nell’estate di quell’anno che, dallo Yemen, il mio settimanale, “The Middle East”, mi spedì in missione a Baghdad.
Guerra e genocidio strisciante
Una metropoli enorme, accogliente come sempre gli arabi, rutilante di luci, straripante di vita, soprattutto giovanile, con attorno alla vita la scintillante cintura del Tigri. Percorsa in un fremito ininterrotto da popolazione, cantieri, trasporti, torme di studenti, ragazze in minigonna, formicolante di iniziative culturali nei mille e mille centri d’arte, letteratura, archeologia, di elaborazione politica, che erano sorti, accanto alle istituzioni statali e del Partito Baath, per iniziativa delle organizzazioni di massa, delle donne, degli studenti, dei lavoratori, dei poeti, degli anziani. Il primo contatto fu con il direttore del quotidiano Ath Tawra (“La Rivoluzione”), Nassif Awad, già braccio destro del poi ministro degli esteri Tariq Aziz, un palestinese con alle spalle la militanza nella resistenza del suo popolo. La nostra amicizia attraversò la gloriosa fase della costruzione di una nazione, la prima aggressione del 1991, la sbalorditiva ricostruzione in pochissimi anni, a dispetto delle tremende  privazioni dell’embargo, la forza e dignità di un popolo tuttavia in piedi, a dispetto delle bombe di Clinton e dell’assedio per fame. Fino all’ultimo incontro, a cena a casa sua, il 30 marzo 2003, con gli americani alle porte. Diventai il corrispondente da Roma di quel quotidiano e poi anche di “Baghdad Observer”, in lingua inglese, diretto da Naji al Hadithy, brillantissimo operatore culturale a Londra, dove l’élite intellettuale inglese frequentava il suo “Centro Culturale Iracheno” e, poi, ministro degli Esteri, con Saddam sino alla fine.

Sovrastata dalle immagini di rovina, disperazione, sgretolamento, di oggi, la memoria fa fatica a ricostruire ciò che erano la Baghdad e l’Iraq di allora. Un paese impegnato ad attenuare la centralità dell’Islam e ricostruire le fondamenta storiche della nazione, riappropriandosi laicamente di tradizioni e patrimoni millenari, sumeri, assiri, babilonesi, quelli della civiltà che ha partorito tutti noi. Quelli che i dominatori, bizantini, ottomani, britannici, avevano cercato di espellere dall’immaginario collettivo, dallo stesso DNA del popolo. Erano pratici di sradicamento della memoria e quindi dell’identità di genti da dominare. Quanto lo sono oggi i loro mercenari che polverizzano Palmira, Niniveh, Hatra, Assur, Nimrud, Ctesifonte… i predatori preferivano affidare la gestione della mente collettiva ai preti, tanto più che la religione con le sue varie confessioni, più della laicità e magari di un progetto socialista, apriva la possibilità all’irrinunciabile “divide et impera”.
Percorsi l’Iraq in anni vari da cima a fondo, dalle paludi intorno a Bassora sul Golfo  alle montagne del Kurdistan, al confine con un Iran dove già rumoreggiava la rivoluzione khomeinista (e quella dello scontro tra due validi e integri antimperialismi è stata la tragedia fondante della catastrofe, sollecitata da un Kissinger che sentenziò: “Si devono dissanguare a vicenda”  e oggi allargatasi allo scontro, una volta di più concepito e fomentato dai revenants colonialisti, tra sciti e sunniti in tutta la regione). Mohammed Ghani, sommo pittore, mi fa da guida attraverso una nuova  creatività artistica irachena, consapevole della modernità, simile a quella dei futuristi sovietici per slancio vitale e tematiche legate al riscatto del popolo.

Sanzioni per sfoltire in vista della soluzione finale
Nel docufilm “Genocidio nell’Eden” ho cercato di offrire spunti di conoscenza di un Iraq, pesantemente colpito dalla Guerra del Golfo, 1991, “Tempesta del Deserto” e poi dalle sanzioni più feroci mai inflitte. Un Iraq coperto di piaghe, ma non domo e che ancora emanava la luce degli anni della rinascita, quella iniziata dopo l’indipendenza del 1956, sotto una successione di presidenti laici e nazionalisti  e rilanciata dalla rivoluzione del Baath del 1968, con Ahmed Al Bakr e Saddam Hussein (che diventa presidente nel 1978). Ci tornai poco dopo la fine dell’assalto di Bush padre. Saddam si era ripreso il Kuweit, già 19esima provincia dell’Iraq, sceiccato con classica operazione colonialista staccato dal corpo iracheno e messo in mano a un satrapo vassallo. Si trattava, per gli inglesi, di conservare, dopo la nazionalizzazione del petrolio iracheno, l’area dei giacimenti più ricchi. Washington finse chissenefrega, pregustando il pretesto per l’inizio dell’olocausto.
Con l’Italia dei galantuomini Andreotti e Amato, costituzionalisti rispettosi dell’articolo 11, ma più di Washington, scattò sull’attenti e si impegnò. Al crimine si aggiunse il ridicolo: due piloti abbattuti alla prima sortita, ma riconsegnatici da un nemico che ai crimini risponde con la correttezza.Trenta paesi all’attacco di uno, bombardamenti equivalenti a 6 bombe atomiche, 400 tonnellate di uranio-plutonio a minare milioni fino alla fine del mondo. Centomila soldati in ritirata inceneriti con le bombe a ossigeno. Altre decine di migliaia sepolti nelle loro trincee da tank usati come Bulldozer. Ma Bush viene fermato davanti a Baghdad. Ci voleva qualcosa di più forte del Kuweit invaso. Magari un 11 settembre.
La coalizione internazionale, formata da Washington, inviava nel Golfo una forza di 750 mila uomini, di cui il 70 per cento statunitensi. Per 43 giorni, l’aviazione statunitense e alleata effettuava, con 2800 aerei, oltre 110 mila sortite, sganciando 250 mila bombe, tra cui quelle a grappolo che rilasciavano oltre 10 milioni di submunizioni. Partecipavano ai bombardamenti, insieme a quelle statunitensi, forze aeree e navali britanniche, francesi, italiane, greche, spagnole, portoghesi, belghe, olandesi, danesi, norvegesi e canadesi. Il 23 febbraio le truppe della coalizione, comprendenti oltre mezzo milione di soldati, lanciavano l’offensiva terrestre. Essa terminava il 28 febbraio con un «cessate-il-fuoco temporaneo» proclamato dal presidente Bush.
Seguono 12 anni di embargo mortale, punteggiato dai continui bombardamenti di Clinton su centrali elettriche, depositi di viveri e farmaci, ospedali, scuole, centri abitati, fabbriche, palmizi (base alimentare degli iracheni), porti e aeroporti, ferrovie. Il tutto per far avanzare il genocidio strisciante, attraverso la distruzione di presidi e mezzi sanitari ed alimentari, di impianti di purificazione dell’acqua, innescato dall’uranio. Tra quella guerra e il 2000, tornai tre o quattro volte. Una con Ramsey Clark, ex-ministro della Giustizia e poi militante antimperialista e il suo gruppo “International Action Centre”  ad approfondire e denunciare al mondo la Shoa irachena da embargo. Intervistai Tariq Aziz, colto e onesto cristiano, il vicepresidente Izzat Ibrahim, poi leader della Resistenza contro l’occupazione, Taha Yassin Ramadan, altro vice, insegnanti e alunni in scuole in disfacimento, medici eroici, privi di tutto, perfino anestetici, che si battevano in ospedali dilapidati contro tassi di incremento delle patologie fino al 50%: cancro, polmoni, tiroide, fegato, sistema immunitario tutto. E le madri in ospedale, immobili, con gli occhi fissi su neonati deformi.

Ci tornai anche con quelli di “Un Ponte per Baghdad”, prosperati sui viaggi organizzati in Iraq, fornitori di qualche cartone di farmaci e di materiale scolastico. Tutto sommato bravi, solidali, senza riserve manifestate. Fino a quando il governo cadde e l’Iraq iniziò a morire. Dopo prevalse la vulgata del Saddam dittatore, dell’occupazione auspicabilmente portatrice di democrazia, fino ai né-né di oggi, con il suo capo storico, Alberti, a fianco dei “ribelli” siriani. Un’altra volta venimmo a fare capodanno. Già imperversava la fandonia delle armi di distruzione di massa, delle stragi di Saddam, con ispettori, guidati da spie, che rovesciavano ogni granello di sabbia per una finta ricerca di ADM, ma per un effettivo studio della preparazione militare del paese. Già rombavano suoni di guerra. Ci ponemmo, alcune decine di anti-guerra da tutto il mondo, come scudi umani, con tanto di striscioni e pettorine, davanti alle istituzioni, alle centrali, sui ponti, nelle assemblee, nelle chiese e moschee. Non avremmo fermato le bombe. Non ci avranno percepito i ciechi, sordi e muti dall’altra parte del mare. Ma so per certo che agli iracheni ha fatto piacere. Tutti quanti, nel dolore e nella rabbia, ci siamo sentiti un po’ più caldo al cuore.
Armageddon sulla via di Baghdad
Naturalmente né noi, cui sarebbe bastato accendere un cerino nel cervello del mondo, né gli iracheni,  vivi ma mutilati, fermammo gli staticidi e antropofagi. Non ho mai capito perché cronache e storici fanno iniziare l’attacco all’Iraq il 20 marzo 2003. Annusata la miccia, ormai accesa, insieme a tanti altri colleghi,  nonostante Baghdad avesse annunciato il ritiro dal Kuweit e fartto rientrare gli ispettori, volai ad Amman il 16 del mese. Lì rintracciai uno dei vecchi taxisti che conoscevo da precedenti viaggi, e all’imbrunire partimmo. Quattro falafel in una bettola al confine e, poi, il semideserto fino alla capitale. Khaled aveva già fatto in giornata un’andata-ritorno per complessivamente 2000 chilometri. Ogni tanto si appisolava. Una volta finimmo contro un palo della luce e, un’altra, scattò su come una molla: c’erano stati due sibili sopra le nostre teste e due esplosioni più in là. Quando 2km dopo, passammo davanti all’unico ristoro in tutto il tragitto, ci trovammo una voragine, macerie e fumo. Era la notte dal 16 al 17 marzo e la guerra era iniziata. Almeno lì. Ho  fantasticato su un collegamento tra i missili sulla massima strada di comunicazione tra l’Iraq e l’estero e l’ordine che Bush aveva impartito ai giornalisti di non andare nella capitale dello Stato Canaglia, ma di seguire le truppe alleate in avanzata. Di fare gli embedded, a letto con i militari. Avrei avuto una conferma.
Era un’alba scintillante di sole e cielo limpido, quando arrivammo a Baghdad, la capitale del califfo delle Mille e Una Notte, Harun el Sharid e, oggi, quella del capofila, dopo la morte di Nasser, del riscatto nazionale e sociale arabo.Definito “dittatore” sulla base del più gretto eurocentrismo e senza conoscenza e rispetto per il contesto storico e culturale, dopo un millennio di domini assoluti stranieri e la decomposizione dei popoli in tribù.   Massimo sostenitore della Palestina, massimo baluardo antimperialista, paese più progredito del cosiddetto Terzo Mondo. Quel cielo era ferito da colonne di fumo che poi si allargavano a enormi capitelli e, ai lati della strada, fosse fumanti, fiamme, cose annerite, cose squarciate: carretti, automobili, un bus, corpi, un ponte da circumnavigare perché fatto a pezzi.

Verso il centro, tra altre rovine ancora roventi, ambulanze, polizia, posti di blocco, il solito traffico frenetico, le solite bancarelle nei mercati, negozi aperti, gente ai bar. E la sera, in Piazza Paradiso, davanti all’Hotel Palestine, quartier generale della stampa estera, tra fontane zampillanti e sotto la statuta del Rais, le stesse famiglie di sempre con i bambini razzolanti e strepitanti, le stesse coppiette, i ragazzi ilari che da noi stanno sui muretti. Nassif, mi aveva trovato un albergo, il Mansur, meno zeppo di giornalisti, ma vicino al Ministero dell’Informazione. Era passato a ministro per i profughi palestinesi (aveste visto la meraviglia del loro quartiere, i campi di calcio, le botteghe, i palazzi nuovissimi, su vie larghe e ordinate, il calcetto sul marciapiede, le scuole! Mi sono venuti in mente i formicai di Sabra e Shatila).
L’idea era di agevolarmi nei contatti con quel ministero, dove si sarebbero tenute le conferenze di stampa e i briefing. Ma si sottovalutava un altro elemento. A Belgrado avevo visto polverizzare la televisione e il Ministero dell’informazione con 17 giornalisti e tecnici dentro. Così sarebbe successo per prima cosa a Tripoli e Damasco. Azzerare la voce dell’altro materialmente, dopo averla degradata verbalmente a propaganda di regime, falsa e bugiarda. Quella che dai nostri regimi si dice sia bandita nel nome della democrazia… Infatti, fin dalla prima notte mirarono all’unico nemico che gli avrebbe potuto nuocere, quello dell’informazione altra e, mentre, dal balcone della mia stanza, filmavo roghi e deflagrazioni micidiali, con accanto due film-maker giapponesi che, eccitatissimi, correvano da una finestra all’altra., il pavimento pareva sussultare e venirci meno e i vetri ci scheggiavano addosso. Sparuti ospiti e tanto personale si erano tuffati nei rifugi sotterranei e noi potevamno sfidare impunemente il divieto di fotografare in zona governativa.
La mattina dopo, la cinquantina di giornalisti stranieri che, pur minacciati, avevano sostituito le migliaia di attesi e prenotati, si riuniva al ministero, scendendo da una terrazza su cui si erano installati, anche loro per comodità, tutte le televisioni presenti. Una mattina, tra le tende di una tempesta di sabbia che faceva tutto rosso, intravvidi la terrazza ridotta dai missili al classico negozio di vetri in cui s’è scatenato un elefante. La stampa straniera aveva fatto male ad andare a Baghdad. Poche ore prima avevo visto Giovanna Botteri, già mia collega al Tg3, fare da lì una diretta. La ragazza, tra Kosovo e Iraq, s’è guadagnata, con soddisfazione di Washington, la corrispondenza Rai da New York, la più ambita.
Peter Arnett, il mitico corrispondente dal Vietnam, poi dal 1981 nella CNN , licenziato per aver rivelato l’uso statunitense di gas nervino in Vietnam, già protagonista dell’informazione dall’ Iraq nella Guerra del Golfo e ora con la NBC, viene licenziato su due piedi al terzo giorno di apocalissi bombarole, per aver fornito una versione dei fatti non compatibile con le esigenze dei controllori del Pentagono installatisi nelle redazioni Usa. Eppure il nostro ufficiale dei briefing, Mohamed Al Salafi, era un impetuoso e articolatissimo tenore del controcanto alle voci del padrone. In Occidente lo definivano “Il pazzariello”, per screditarne le versioni così divergenti da quelle degli embedded. Venne provato corretto in varie occasioni, come quando gli alleati vantavano la presa di Najaf ed erano ancora impantanati a Bassora.
L’armata di Saddam era di un coraggio incredibile. Nella sua abissale inferiorità, non si era lasciata spazzare via se non dopo una ventina di giorni su cui fecero cadere un cielo di uranio e per esseri poi trasformata in guerriglia per anni. Ma le sue dotazioni erano sbrindellate e obsolete: vecchi armamenti sovietici di prima di Yeltsin. Delle volenterose milizie popolari neanche a parlarne. Eppure, per dare a Saddam la patente di doppiogiochista, ancora si favoleggia di armi, anche chimiche, fornite dagli Usa quando Saddam era “amico”. Mai successo, mai stato.
Kill, kill, kill
Dopo il bollettino di guerra e l’enumerazione dei danni  e delle vittime da bombardamento, i nostri colleghi iracheni ci portavano in pullmino attraverso la città a vedere le distruzioni. E le persone che ne venivano tratte. Erano strade lunghe e diritte come quasi tutte quelle della Baghdad moderna e ne veniva una visione, lungo i lati, di un serpente di rovine senza fine. Mi tornarono in mente Dresda o Berlino churchillizzate vissute da bambino. Mentre dai finestrini ci ferivano gli occhi queste teorie di edifici sminuzzati, Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera tuttora attivo da quelle parti, s’infervorava nel racconto, non so quanto romanzo popolare, dell’incontro notturno con la cameriera, “quella con le tette”. Scendevamo tra le persone che vedevamo formicolare sulle colline di macerie, a spostare sassi con le mani, tra tegole, quaderni, libri, pentole, maglioncini di bambini che punteggiavamno di colori un tutto grigio. Un ragazzo del Soccorso Popolare ci spiega: “Qui viveva una famiglia  di sette persone, quattro bambini. Sono ancora lì sotto. Perché ci fanno questo? Perché vogliono abbattere il nostro presidente? E’ il nostro presidente e lo amiamo. Che c’entrano loro?” Stupore, attonimento, più che sgomento.
Il 9 aprile gli alleati entrarono in città. Contemporaneamente Saddam veniva festeggiato dalla folla in quella che fu la sua ultima epifania da presidente.Quel giorno m’ero trasferito tra i colleghi al Palestine, forse per non farmi trovare dagli invasori, isolato, al Mansur con due sorridenti giappones. Tutti alle finestre e balconcini a vedere e filmare la prima colonna di carri armati Usa sferragliare verso di noi. In piena paranoia sparavano a tutto, palme comprese. Poi partirono due cannonate in immediata successione e il Palestine si aprì come una noce. Era arrivata la vendetta di Bush sui giornalisti disobbedienti. Morirono, credo, in sette. José Cuso, un collega spagnolo. Suo fratello gira il mondo da allora per trovare un magistrato che incrimini gli assassini. Lo  incontrai a Caracas con Chavez. E fu ucciso Khaled Ayub, di un Al Jazaeera non ancora voce del padrone. Ogni giorno celebravamo la nostra amicizia al banchetto del thè, sotto il ministero. Aveva un sacco di piccoli figli e non era un rettile, come tanti attorno a noi. Nei primi mesi di giornalisti ne furono tolti di mezzo 20. Nella guerra contro la resistenza, fino al 2007, altre decine ci rimisero la pelle. Quasi tutti erano disturbatori della quiete pubblica.
Arrivano diritti umani e democrazia
La battaglia finale, con gli iracheni al comando diretto di Saddam, furibonda e lunghissima e in cui gli americani rovesciarono sul nemico quanto di più spaventoso avevano, fu quella dell’aeroporto. Mi privai del raccapriccio di assistere alla devastazione simil-Isis dei tesori culturali e storici della Mesopotamia decidendo di andarmene dopo quella battaglia. Forse qualcuno degli invasori aveva avuto sentore di questo giornalista che da trent’anni rompeva. Magari, come è successo a parecchi colleghi “fuori linea”, compresa Giuliana Sgrena, avevano già inaugurato il metodo del rapimento da parte di finti combattenti della Resistenza. La sorte che, da Norimberga in poi, anzi, dai nativi americani in qua, si riserva  al vinto è sempre stata la violazione morale e la distruzione fisica. Un processo nel quale gli avvocati di Saddam finirono uccisi o banditi uno dopo l’altro e che divenne, con Saddam, un’imbarazzante tribuna della verità sull’Iraq e sui crimini dell’imperialismo. Vittoria morale da diluire nei trattamenti sprezzanti, nella scoperta di surreali nefandezze, nell’offesa alla persona (il presidente della Corte, selezionato dagli Usa, che inveiva come un forsennato contro l’imputato. Né Saddam, né il suo vice Ramadan, né Tariq Aziz (fatto estinguere in un lager e poi in prigione), nè altri dei dirigenti elencati nel mazzo di carte Usa, tutti con la taglia alla Western sulla testa e la sentenza certa, ebbero cedimenti. Al di là di cosa fossero stati, qui sono stati uomini di fronte a ratti.

In uno degli ultimi taxi che poterono uscire dalla città prima di coprifuochi e rastrellamenti vari, attraversavo una città come costellata di fuochi fatui, roghi che si spegnevano tra case diroccate. E’ stata davvero dura partire e non solo per quello che scorreva lungo i finestrini. Dietro, a sprofondare negli abissi  della morte, o di una non-vita, del non esserci più in quanto arto della comunità umana e, comunque, ucciso dall’indifferenza là fuori, lasciavo amici di una vita e tanti momenti alati. La tavolata di pesce di fiume della grande famiglia irachena lungo un Tigri che ci rimandava scintillante la luce dei lampioni, il comune sentire che sprigionavano le chiacchiere. Due medici,  Ryad Mustafa e Ryad Ryad, che, alla distruzione del loro ospedale (12 bombardati nei soli 20 giorni di guerra) avevano risposto aprendo con le mogli due ambulatori di quartiere, per sopperire, per quanto si potesse, in presenza di embargo su farmaci e strumenti. Gratis. La moglie di Mustafa, Suad, specializzata in Inghilterra, che promette di usare il coltello da cucina contro l’invasore e insiste: “Se qualcosa non va nel nostro paese, siamo noi a doverlo affrontare. Nessun altro”.
Il dottor Riad che mi invita a quella che sarà la mia ultima cena, a casa sua. Fuori, il  bombardamento ha le frequenze di un rock metallaro. Intorno all’humus, al montone, allo yoghurt con aglio e prezzemolo, ai datteri (avevano tirato fuori il meglio dal poco di provviste rimaste), c’è la famiglia di due genitori e tre figli, uno maschio sui diciott’anni. Riprendo la scena. Passo dal ragazzo che ha in braccio il Kalachnikov e promette di usarlo contro l’invasore, alla sorella, ultima classe del liceo, cui chiedo se ha paura: “Paura? No, mai!” Sono poi le due sorelle e una loro amica che in macchina, dribblando macerie e roghi come fossero fuochi d’artificio e scherzando e ridendo come si fa nell’adolescenza, mi riportano in albergo. In Iraq ci ho lasciato un bel po' di me, a compenso delle tante cazzate fatte negli anni.

Con la morte nel cuore
La strada più lunga e ardua della mia vita è stata quella lungo i corridoi e i reparti degli ospedali iracheni. Resa interminabile e angosciante da personcine come Abbas Ali, bimbetto di 4 anni ustionato dalla fronte all’alluce come fosse carne macinata e che avevo incontrato in un asilo per bambini disabili. O come l’anziano professosre tutto bendato, ma che dalle bende faceva uscire le dita a V.E i famigliari, appesi a quel nodo scorsoio della speranza, muti.
Ricordo il lustrascarpe di 12 anni, zoppo di una gamba, con la cassetta delle spazzole sulla spalla, bellissimo e sempre ridente, che dopo l’ennesimo iradiddio di bombe, mi passa accanto tutto impolverato, tenendo per cinquanta metri alta la mano con le dita a V: E ricordo una bambina di straordinaria forza espressiva   che, di sera nel quartiere popolare, vedo passare e riflettersi nella bottega dell’amico barbiere prodigo di frottole, del macellaio dalle battute a raffica. Ha il velo nero sulle spalle, nota la mia telecamera, si illumina di sorrisi e, senza mollare i miei occhi, va via. Poi si tira sul capo il velo. L’obiettivo la insegue di spalle, una figurina tutta nera, fino a  che si dissolve nel buio. Un’icona dell’Iraq.
Tutto questo l’ho fissato nella mia memoria e in quella di chi vorrà riviverlo, nel docufilm “Un deserto chiamato Pace”. Correndo via dalla grande città, rigogliosa, un tempo, di mille fioriture e impegnata a coglierle da passato, presente e futuro, ora con gli occhi  delle case sfondate sbarrati sul nulla, ci siamo affiancati a un pullmino. Ci siamo fatti segno per prendere il thè insieme al primo botteghino lungo la strada. Erano funzionari del Ministero per la Palestina. Con Baghdad in fiamme alle nostre spalle, le istituzioni disintegrate, con gli americani  padroni della città, avevano fatto in tempo a ripartire per il settimanale viaggio per la Palestina a portare gli ultimi 20mila dollari alla famiglia dell’ultimo martire palestinese. Questo era il mio Iraq. Poi è venuto quello degli altri.
Noi ridicoli scudi umani con pettorina e penna, dovemmo lasciare la culla della civiltà tornata in vita alla mercè della barbarie. Ma almeno ci avevamo provato. Era invece un mondo intero, invasato di razzismo, protervia occidentocentrica, particolarmente ottuso  nelle sue microespressioni trotzkiste ed emme-elle, che abbandonava, tradiva, chi si andava sacrificando in difesa di tutti noi. Pugnalata alle spalle poi ripetuta su Libia, Siria, Afghanistan, Venezuela. I predatori Usa, impiegando una manodopera importata, saccheggiarono due tra i massimi patrimoni storici e culturali del mondo, la Biblioteca Nazionale e il Museo Nazionale. Oggi si sono ripetuti attraverso loro surrogati a Nimrud, Palmira, Hatra: cancellare quanto popoli hanno creato dandosi un nome, una coscienza di sé, un’identità, un ruolo nell’evoluzione umana. E mercificare a proprio profitto i reperti.

E vennero gli abusi sui prigionieri, gli stupri delle donne (vedi il film di Brian De Palma), sequestri, stragi, esecuzioni, torture,  vuoi eseguiti in proprio, vuoi affidati a terroristi reclutati per innescare lo scontro confessionale. E chi dei rapimenti rischiava di aver scoperto la vera matrice, come sono certo sia capitato a Nicola Calipari, finiva male. L’Isis, con l’altra denominazione di unità del “Risveglio”, l’inventò il criminale di guerra Petraeus, che ha poi messo a frutto la sua  esperienza di “False Flag” da direttore della Cia, ditta di eccellenza per tali operazioni. Vennero Guantanamo, riempita di innocenti rastrellati a caso, l’orrore di Abu Ghraib, punta di un iceberg che racchiudeva le nefandezze senza limiti di uno Stato criminale come non lo si era visto dall’inizio della vicenda umana, capace di far strage dei propri cittadini, di rapire, far sparire, torturare, assassinare extra giudizialmente. Una cricca transnazionale, più che uno Stato, pratico di golpe e sanguinose rivoluzioni colorate per regime change a suo arbitrio, genocida mediante l’arma della fame, dell’avvelenamento di acqua, terra, aria, cibo, mendace in ogni sua espressione, profondamente e peggiorativamente nazifascista sotto il velo narcotico di una democrazia grottescamente finta.  
Con l’Iraq, nel 1991, l’inferno, evocato da una minuscola conventicola di subumani insediatisi ai vertici del mondo con la religione dell’inganno e della soperchieria, ha iniziato a uscire dall’oscurità in cui lo aveva relegato la millenaria fatica umana per la vittoria della ragione, fin da Hammurabi e Nabuccodonosor. Un inferno che minaccia di rovesciarsi su tutta la Terra. Da Occidente avanza implacabile un’ombra nera che oscura il cielo e divora genti, nazioni, terre. Dopo aver sprofondato nel sangue e nel buio la Jugoslaia, l’ombra si è andata estendendo, spargendo narcosi e morte. A morire sono quelli laggiù, narcolettici siamo noi.

Ma a Ramadi, capitale della più grande provincia irachena, i miracolosamente risorti iracheni uniti, esercito e forze popolari, sunniti e sciti, hanno vinto sull’Isis e sugli Usa che li sostengono. E la Tikrit di Saddam è libera. Si va verso le provincie di Sulemanieh e Dyala, verso Kirkuk e Mosul. E gli amici russi prendono il nemico alle spalle in Siria. Forse lo smembramento deciso per il corpo dell’Iraq, sulla scia di quello che la Cristianità praticava lasciando squartare dai cavalli i reprobi, non avverrà. Forse l’Iraq vivrà.

Ma se qualcuno mi viene ancora a dire né con la Nato, né con Assad, o Saddam, o Milosevic, o Gheddafi, o Putin, metto mano alla pistola.

27 commenti:

adriano ha detto...

non c'è nulla da commentare
c'è solo da rifllettere
grazie, fulvio

adriano ha detto...

nulla da commentare
tutto da riflettere

jimmie ha detto...

Con una vanità, che in questo caso nasconde la rabbia esclamo, "Non avrei potuto dirlo meglio io." Per carità, in questo articolo si leggono verità e letteratura - perchè in fondo bella letteratura e verità vanno a braccetto.
Chi qui commenta ha lavorato in Iraq ai tempi del "dittatore" Saddam. E pur sapendolo da lungo tempo, mi sono commosso, per empatia, ma soprattutto per rabbia, alle descrizioni della distruzione del paese arabo che mi era piaciuto di piu'. E a coloro che disprezzano l'Islam perchè le donne portano il velo, dico che quegli occhi neri, profondi, nascosti ma non troppo, sono cento volte piu' seducenti e femminili delle donne con le G-strings e il culo per aria.
Brevissimo aneddoto, solo per riprendermi dall'orrore cosi' bene e giustamente descritto. Ricordo un incontro ultra-platonico con una giovane irachena in costume islamico, che parlava l'inglese e che (incredible dictu), mi rivolse per prima la parola durante il mio viaggio di ritorno in autobus, da Babilonia a Baghdad. Studiava medicina (a gratis, grazie al “dittatore” Hussein), a Baghdad e mi raccontò che al fine settimana, ri-indossava l'abito islamico "per rispetto alla sua famiglia e al suo villaggio." Ricordando l'avvenimento, e quei bellissimi occhi dietro al velo, e facendo finta che il tempo non sia passato, ritengo quel breve ed innocente incontro una formidabile "conquista" romantica. Anche se, dopo l'arrivo a Baghdad, ci lasciammo per sempre con un laconico "Good-bye."

adriano ha detto...

ancora grazie

Anonimo ha detto...

Da studiare nei libri di letteratura!

Anonimo ha detto...

Una delle nostre menti e penne migliori ha voce grazie alla rete e a materiali autoprodotti. Altrimenti il nulla. Un contributo come questo, che unisce magistralmente vicende personali e collettive, storia e letteratura, cronaca e commento, ironia e denuncia, dovrebbe essere letto su un quotidiano a tiratura nazionale, tradotto in almeno due o tre lingue, e ripubblicato nei rispettivi Paesi. Chi pensa in Italia di fare giornalismo dovrebbe studiare Grimaldi: non lo sostengo sul suo blog per piaggeria, ma perché a parte questo blog difficilmente trovo i suoi scritti ospitati altrove.

Cari redattori, editori, webmaster e, come direbbe Totò, affini: non sarete d'accordo, oppure vi potrà stare sulle palle il personaggio, o quello che scrive; vi potrà prudere la coscienza, sì, quella cosa che pensate di aver seppellito per sempre e che invece vi rigurgita ancora, a causa anche di scritti come questo; oppure vi potrà venire sulle labbra quel sorrisino odioso di sufficienza, tentativo neanche tanto nascosto di coprire, come fanno le scimmie con le loro smorfie, la paura tremenda di non avere argomenti da opporre; oppure vi potranno separare antichi e meno antichi rancori (ma perché, e ancora perché, - mi riferisco a quest'ultima categoria - pur in quattro gatti riuscite lo stesso a scomporre l'atomo, scindendovi in otto e più rivoli diversi?); in ogni caso, riconoscete il merito e, se avete ancora un briciolo di onestà intellettuale, pubblicate e diffondete. Non serve abiurare, fare penitenza o atto di contrizione: pubblicate e diffondete, anche senza una riga di accompagnamento cui nessuno, del resto, vi farà caso.

Personalmente ti ringrazio Fulvio, e colgo l'occasione per riempire il bicchiere fino all'orlo e farti i migliori auguri per questo 2016, partito già a tutta.

Na zdoròv'e!

Col pugno sempre ben chiuso,

Paolo Selmi

Anonimo ha detto...

mi permetto un banale Né con Ilaria Cucchi Né con casapound. Ma con Stefano Cucchi.

Anonimo ha detto...

...e un Né con Paolo Ferraro, Né con i progetti di controllo-accerchiamento. ma con chi non cerca la verità asservendosi a pezzi della menzogna. Rispetto al suo racconto che mi permetto di definire un 'diario di disarmanti emozioni' per chi può solo immaginari certi scenari, queste puntualizzazioni sono certamente banali, ma in italia è in atto un'operazione di normalizzazione dell'assurdo che rende il periodo berlusconiano un semplice preludio-avvertimento. Dalla canonizzazione del governo destra-centro-sinistrO, alla privatizzazione quasi totale delle strutture statali. Vedere groppuscoli di operai sbandierare bendierine a difesa di interessi particolari quasi 'piccolo-proletari' come i propri posti di lavoro strafottendosene del cosa si produce per chi e cosa succede nel resto del mondo, riporta la 'fu' classe operaia ad epoche belliche, quando si facevano in quattro per servire gli eserciti nazi-fascisti d'europa.

Anonimo ha detto...

Articolo commovente e totalmente sottoscrivibile da parte mia, tuttavia a mio parere Fulvio commette un errore dovuto probabilmente alla sua formazione culturale, per Fulvio parole come male, fascismo e destra sono sinonimi, per me invece non lo sono anzi al giorno d'oggi direi casomai esattamente il contrario, infatti oggi che la sinistra governa ovunque le mistificazioni e le menzogne sono ancora peggiori e questo perche' la sinistra (almeno quella italiana) ha dalla sua l'80% dei giornalisti che essendo appunto di parte non esitano a rilanciare le idiozie che i loro capi propinano.

Io ad esempio non mi sento affatto di destra ma condivido tutto cio' che ha scritto Fulvio solo che non avrei mai detto che gli inglesi che reprimevano violentemente gli irlandesi erano "fascisti", avrei detto esattamente il contrario e cioe' che gli inglesi di allora come gli europeisti di oggi erano violenti certamente ma anche filosoficamente di sinistra, di destra erano invece gli irlandesi che invocavano giustamente autonomia e sovranita'.

Altro esempio, Fulvio scrive in riferimento alla distruzione dell' Iraq:

"Erano pratici di sradicamento della memoria e quindi dell’identità di genti da dominare."

Verissimo ma il fatto e' che i veri ed unici specializzati nello sradicamento della memoria, delle tradizioni e delle identita' sono da sempre o quasi i partiti di sinistra con i suoi politici ed i suoi "intellettuali", anche oggi in Europa e' proprio la sinistra che per dominare meglio i popoli ci fa invadere dai "migranti", osteggia le nostre tradizioni per sostituirle con i vari "Hallowwen", e' la sinistra che impone idiozie e li chiama "diritti civili" (intanto smantella i diritto alla pensione...), al contrario chi si oppone viene etichettato come "fascista", "nazista" e bla bla bla...

E' la sinistra soprattutto nella sua parte "culturale" che disintegra l' identità dei popoli e questo non perche' e' una sinistra che fa la destra ma perche' e' proprio l' idea della sinistra quella di omologare ed appiattire e qusto non per ottenere pace o giustizia ma per assoggettare meglio i popoli.

Insomma totalmente d'accordo con Fulvio ma non acetto per nulla le associazioni che fa Fulvio, oggi la sinistra culturale e' totalmente funzionale al potere dei soldi e del capitale, al contrario oggi le istanze autonomistiche, patriottiche ed identitarie ch contrastano il mondialismo imposto dall'alto sono totalmente appannaggio di forze che il potere non esita a chiamare dispregiativamente di "estrema destra".

Vorrei che rifletteste su questo senza pregiudizi.

Andrea

rossoallosso ha detto...

I nè.nè sono pure quelli che travisano e storpiano i nazionalismi auspicando una omologazione nefasta e suicida se e quando ciò avverrà forse solo allora si accorgeranno di quanto affascinante potente e creativa sia la diversità.

Grazie Fulvio della toccante ed istruttiva testimonianza da divulgare nel presente nella speranza che i posteri possano viverla di persona

Anonimo ha detto...

Fulvio,piu' che un bassotto il tuo simbolo dovrebbe essere un panda.Un giornalista onesto,imparziale,disinteressato e che stranamente sa scrivere bene ...
Condivido tutto,soprattutto la rabbia verso quella maleodorante metastasi dell'umanita' che
dobbiamo riverire come il vitello d'oro ,la"piu' grande democrazia del mondo".
Luca.

Fulvio Grimaldi ha detto...

Andrea@
Il fatto è molto semplice e si chiarisce con due parole.
Per te sinistra è quella che si definisce tale oggi nel mondo e che è invece autentica destra.
Per me sinistra è Marx che sosteneva le rivolte di irlandesi e indiani contro l'impero. O la rivoluzione patriottica cubana, quella di allora. Pensa a Renzi che si dice di sinistra e fa tutto quello che le destre storiche e attuali sognavano.
Se vogliamo poi andare sul discorso di classe, che dal tuo ragionamento è assente, di destra non è mai stato chi sta dalla parte degli oppressi e sfruttati.
I Provisional dell'IRA, che conoscevo bene, si dicevano marxisti e rivoluzionari di sinistra.

Fulvio ha detto...

Paolo Selmi@
Grazie, Paolo, troppo generoso. Finisco col montarmi la testa.alla mia età poi! Grazie anche ma tutti che sono pazientemente intervenuti e che mi arricchiscono.

Anonimo ha detto...

Caro Fulvio,
ti diro' in tutta sincerita' che per come va il mondo OGGI,il termine destra e sinistra mi serve per mettere le frecce in auto e per chiedere un'indicazione.
Data la confusione e l'appropriazione di concetti che corrispondevano a ideologie abbastanza ben caratterizzata,io giudico i fatti .Molti considerano Putin di destra ed Obama di sinistra ,ad esempio.Molti considerano di sinistra i difensori delle lobbies gay anche se sono gli stessi che portano avanti il massacro sociale.Io considero miei alleati chi lotta contro l'imperialismo,contro il domininio delle multinazionali,per i diritti sociali,per il rispetto reciproco dei popoli ,per la pace e la collaborazione tra i popoli contro questa idea folle e violenta di immigrazione di massa spacciata per multiculturalismo,per i diritti civili di tutti compresi quelli di popolazioni intere che non accettano il politically correct stabilito dall'etica imperiale.
Sono idee di destra,di sinistra,di centro,di su,di giu'?Francamente non me ne puo' fregare di meno.Sono le mie risposte a quella che e' la situazione ODIERNA,in un mondo che cambia ogni 5 minuti.Figuriamoci se mi faccio un problema se mi piacciono allo stesso tempo alcune idee,ad esempio di Che Guevara o Marx ed altre del partito Baath o di Mussolini,con lo schifo che mi vedo attorno e che ci piomba addosso.
Luca.

Anonimo ha detto...

Splendido, lei è un grande movitore di penna. Ce ne fossero di giornalisti come lei.
Peccato le solite balle su destra e sinistra, che ormai non hanno alcun senso.

Anonimo ha detto...

Caro Fulvio (scusi se mi permetto), Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica dell'Iraq nel 1979.
Il 1979 fu un anno decisivo quanto il 1973,con la Thatcher eletta in Inghilterra (in attesa di Reagan eletto l'anno seguente negli USA), la rivoluzione khomeinista in Persia e come già detto l’avvento di Saddam Hussein alla presidenza dell’Iraq, fino alla tappa inflitta ai sovietici dell' dell’Afghanistan e al Volcker Shock. Pochi invece ricordano un fatto FONDAMENTALE che avvenne il 1° gennaio 1979, allorché Cina e Stati Uniti allacciarono ufficialmente le relazioni diplomatiche, cui poche settimane dopo seguì una visita di Deng Xiaoping negli USA. Cooptata la Cina, ora l’URSS era sola e bella che fregata, peraltro con la botta afghana in arrivo.
Complimenti per il coraggio e la verve.
Grazie. -

DecebalO ha detto...

Grazie Fulvio

Massimo ha detto...

Grazie Fulvio per questo bel pezzo di giornalismo basato sui tuoi ricordi di giornalista sul campo.
Fai onore alla professione che troppi tuoi colleghi sputtanano tutti i giorni

alex1 ha detto...

Sono passati 25 anni...io mi ricordo benissimo quei giorni, l'ora di note quando la radio comunicava I primi missili democratici sull'Iraq, ma ancora c'erano diversi settori sociali e politici che per motivazioni diverse si opposero. Mi ricordo la dura denuncia di Ingrao e la replica tipo "ormai siamo in Guerra, facciamo la Guerra" di Napolitano (non e' cambiato molto). Le polemiche ed I dibattiti di RAI 3 con Santoro e considerazioni spesso controtendenza dei vari Manisco, Zarri e di quella parte della sinistra antagonista forse ingenua ma non ancora inquinata. Di contro le relazioni imbarazzate della Maglie su RAI 2 e gli esaltatori della Guerra fra I quali Ferrara ed I filosionisti. La nascita di associazioni per la pace ed "un ponte per Bagdad" Le manifestazioni a Tor Vergata con un aula occupata con piccolo cineforum ed alcuni giornali antagonisti, cosa impensabile nella seconda meta' degli anni ottanta. Poi a Guerra finita la melassa pacifista dei "ne'-ne'" come vengono chiamati nell'articolo, prevalevano sulla denuncia e l'impegno, molti pacifisti del Golfo si trasformavano in interventisti in Slavonia ed in Bosnia contro le comunita' serbe, "comunisti" per le destre, "fascisti" per le sinistre democraticiste. Un pezzo di storia che mi ha fatto rifelttere sulla natura del capitalismo e sulla menzogna di "un futuro di pace perenne" che aveva sfondato anche a sinistra dopo l'abbattimento del muro, avvenuto solo pochi mesi prima. Non c'entrera' molto, (o forse un poco si) ma ecco il democraticamente antiarabo ed antiimmigrato Charlie Hebdo che infanga il piccolo profugo siriano deceduto sulla spiaggia.
http://www.corriere.it/esteri/16_gennaio_17/charlie-hebdo-papa-aylan-vignetta-inumana-immorale-a9615e08-bd12-11e5-9ebd-3d31e1693d62.shtml
Je ne suis pa Charlie, bisognerebbe dire.

Anonimo ha detto...

Conflitto tra ‘libertà religiosa’ e laicità.

Sarà stato un caso che scientology inaugura la sede a milano il giorno dopo la chiusura di expò o che il jambore agesci 2015 è stato in giappone. tutt@ coperti sotto la facciata della campagna ‘senzaatomica’ in molti contesti sostenuta da gruppi associazioni enti sindacati ‘sinistri’? sarà.

https://www.youtube.com/watch?v=rNyqEIG2Kxs

http://www.scientology-milano.org/

http://www.puglia.agesci.it/jamboree/japan/397-23-world-scout-jamboree-giappone-2015-spirt-of-unity.html

Anonimo ha detto...

o sarà un altro caso, ad hoc, che tutto ciò che è business necessita di copertura deologica

http://www.universalmusic.com/universal-music-publishing-group-forms-new-christiangospel-division-universal-christian-music-publishing/

Anonimo ha detto...

Fulvio ti abbraccio. Mauro Ribalta Vignola

Anonimo ha detto...

un altro legame interessante, tra i tanti che soffiarono a favore della falsa-primavera 'araba' è il legame ior-santander-don bosco 'don Bush'-Unicef

Anonimo ha detto...

mi permetto un'alto post: sarà magari che ipotizzare un legame-ponte Scalfarotto Citigroup-citybank possa far pensare che la riforma universitaria dei crediti l'abbiano copiata da Henry Potter e dalla scuola new esoteric bypassata dalla solita vecchia TV? Non tanto per gioco ma per indottrinamento e per favorire fumose affiliazioni tendenti a sfibrare il senso del 'politico' tra giovanissime generazioni, catapultate prima nel fantastik movie e poi da adult@ nel fantastik crime game war? Se è vero che i giochi di guerra virtuali in rete offrono a chi di dovere il più vasto campo di simulazioni possibili adottabili in 'scenari di guerra', fedelmente riprodotti dal virtuale?
Del resto quando dal Medioriente raccontano di come l'occidente insano tenta di disgregare il loro mondo, da qua sembra sempre complottismo e fantapolitica.

http://www.fromthewilderness.com/free/ciadrugs/052401_slatkin_story.html

ritengo sempre che "l'io in divisa" ed.Imago Aldo Bonasia, sia stato il manuale perfetto per la guerra non-ortodossa di Cossiga.

http://www.polizianellastoria.it/forum/index.php?topic=326.msg1510#msg1510

roberto ha detto...

Ciao Fulvio, grazie per il pezzo, sempre all'altezza. Ho trovato simpatico come hai raccontato il campo dei "Nè-Nè". Purtroppo esisteranno sempre. Ma mi ricordo come rispose Lheila Kaled, una patriota di Settembre Nero, a un passeggero di un volo dirottato che le chiedeva che cosa c'entrasse lui. Risposta:"non si può stare a cavalcioni di una barricata. O si sta da una parte o dall'altra".
Cari saluti.

Anonimo ha detto...

mi rendo conto dell'assurdità dell'ipotesi, meramente congetturale, tuttavia la sede fbi e cia (proiezioni del regime di controllo nazi-fascista) si trova a Quantico e la loro principale ricerca è proprio quella di cercare per reprimere/annientare o esaltare/arruolare quelle persone che ritengono abbiano misticamente-esotericamente proprio il Q-quoziente Antìco, nella solita vecchia ricerca che fonde l'assurdo alla realtà. Il mossad, dopo il lavoro di Wiesenthal, assunse connotazioni completamente diverse, per ovvie ragioni di opportunità e opportunismo, tuttavia oggi tutte le maggiori 'agenzie' hanno un sito web dove chiunque può inviare il proprio curriculum per una mappatura-accerchiamento pressoché totale. Non a caso il wise di scientology è ampiamente usato come selezione personale-risorse umane (mai termine fu più huxleyano)camuffato, nella consapevolezza di chi si candida nelle agenzie interinali e nelle catene commerciali, mentre la pratica del ryomnengekyo falso buddista e neo democristiano serve alle loro affiliazioni e pratiche anti-stress. Che se l@ tengano. Questo sistema parzialmente sommerso vige dovunque ci siano mercati fuori dal controllo statale e sono da molto la miglior arma di offesa e disintegrazione sociale dei paesi non allineati, o non totalmente allineati. Dall'infiltrazione delle ong alle associazioni di beneficienza-evangelizzazione. In italia c'è il lavorio del csi-centro sportivo italiano, una sorta di rieducazione dal disagio, imposto ovviamente dallo stesso sistema finanziatore. Non dovrebbe quindi stupire che Assad sia per l'occidente un criminale, come Fidel fino a poco tempo fa, quando come una tigre spediva via mare non la dissidenza ma chi si era venduto e veniva finanziato con le rimesse dagli u.s.a. , come fino a poco tempo fa orde turistiche affollavano Aleppo. In marocco, sotto attacco, hanno ben pensato di affiancare al re un consigliere della comunità ebraica che ben conosce evidentemente il sistema romanico-sionista, un po' come quando in india Israele spediva giovani e poi li raccoglieva tramite rave-party, guesthouse per israelian@ e ovviamente italian@ e giapponesi, da reindirizzare poi nei luoghi turistici alternativi di mezzo mondo, a sondare e provocare. Con l'inganno fanno e si fanno la guerra.

Anonimo ha detto...

Scusa questi ultimi due post, era solo per passare qualche spunto per mettere bene a fuoco dell’altro, visto che sul campo non c’è nulla che possa essere aggiunto a quella che è la tua personale esperienza diretta, su guerre e conflitti veri e ben visibili. Era solo un’altra lettura delle cose viste direttamente. Rinnovo i saluti ed i ringraziamenti per l’arguzia ed il coraggio. Hlvs. Come diceva Bertoli : non vincono non vinceranno non hanno domani la forza è nel puntello.