domenica 10 aprile 2016

CAIRO-ROMA: come tagliarsi le palle e vivere felici



Poi gli uomini di Stato inventeranno basse bugie e daranno la colpa alla nazione sotto attacco e tutti saranno soddisfatti di queste falsità che placano la coscienza e le ripeteranno diligentemente e rifiuteranno di prendere in considerazione qualsiasi refutazione. E così si convinceranno un po’ per volta che l’aggressione è giusta e ringrazieranno il Signore per il buon sonno di cui godono grazie a questo processo di grottesco auto-inganno.” (Mark Twain)

E così, dopo la Jugoslavia delle nostre più belle vacanze e di una speranza di non finire mangiati vivi dal Moloch finanzcapitalista e dalle sue guerre infinite; dopo l’Iraq che ci comprava le navi, che faceva lavorare alla grande la Saipem e ci forniva ottimo petrolio; dopo la Libia che ci accendeva i fornelli, le lampadine, i caloriferi, ci rendeva amica l’Africa, e salvava dalla bancarotta le nostre migliori aziende; dopo la Siria, di cui eravamo il terzo partner commerciale; dopo l’Iran per ora non ancora ricuperato al ruolo di nostro secondo fornitore di idrocarburi e primo acquirente di prodotti, ci siamo giocati anche l’Egitto insieme al quale avremmo dato scacco matto a tutti i concorrenti mediterranei ed europei. E avremmo evitato di impelagarci in una guerra in Libia.

A Parigi, Londra, Washington, Tel Aviv, Ankara, dove fino a ieri si infilavano spilli nella coppia di pupazzetti Al Sisi-Renzi e se ne bruciavano le effigi con le formule di rito, in tutti i comandi Nato, dal comandante in capo all’ultimo maresciallo di fureria, da quando si è saputo dell’esito dell’incontro inquirenti egiziani-inquirenti romani e del ritiro del nostro ambasciatore al Cairo, sono in corso baccanali a base di caviale e champagne. Il che non impedisce che si elevino inni ai Fratelli Musulmanii, ai loro operativi bombaroli e alla liberazione dell’uomo nel nome della Sharìa. Prossime mosse: Egitto fuori dalle palle in Libia, sanzioni UE e poi ONU, rivoluzione colorata, attacco finale all’ultimo Stato nazionale arabo non normalizzato da squartare. Idrocarburi e Canale affidati a chi di dovere. Italia con i pantaloni alle caviglie e il tatuaggio “Enrico Mattei” sradicato.Tutto questo sempre che Al Sisi non si ravveda tempestivamente, si disponga prontamente a mettere in quarantena l'ENI rispetto al giacimento Zhor e non la sostituisca con la British Petroleum (BP), che del resto è già sul posto ed ha già incominciato a firmare contratti con il Cairo


Nuova vita al Fratello Morsi
Nella sua cella, Mohamed Morsi si affaccia alle sbarre e annusa, insieme allo stimolante odor di tritolo che i suoi adepti vanno spargendo per Sinai ed Egitto, tutta un’arietta fresca e benefica in arrivo da oltremare. Un’arietta che sembra annunciargli una nuova primavera islamica, quella che aveva rallegrato il paese e i suoi sponsor regionali e intercontinentali quando il 13% di un popolo storicamente laico gli aveva consentito di applicare la sharìa a volenti e nolenti, spazzare via le sinistre laiche oppositrici, incartare le donne, bruciare le chiese cristiane e sparare sugli scioperanti. Fino a quando non gli arrivò tra capo e collo un day after da 20 milioni di egiziani che firmarono la sua detronazione, si strapparono il velo, mandarono a farsi fottere gli sponsor del Qatar ed euro-atlantici e decisero che un militare al governo era meglio di un fanatico baciapile islamista a cui della nazione Egitto, di faraoni, Tolomei, Nasser e riscatto socialista e antimperialista arabo non era mai fregato niente perché in testa aveva soltanto la brodaglia dell’Umma, buona per tutti, transnazionale come le corporation. Quella che i suoi padrini, un po’ con le buone, Fratelli Musulmani in jalabija, un po’ con le cattive, jihadisti in mimetica, avevano programmato come base culturale per le loro rinnovate scorrerie neocoloniali.

Ma come si permette questo Al Sisi

Per un po’ questo Abdel Fatah Al Sisi, per quanto sospetto per i suoi riferimenti a Nasser, e alla rinascita araba, i suoi giri di valzer con Putin, lo siamo stati a guardare. Vediamo che succede.Hai visto mai che ci fa rivivere i fasti del nostro vecchio bastardo Mubaraq. Intanto  se la vedesse con i Fratelli metamorfizzati in califfi e con i loro quotidiani eccidi di poliziotti e civili dal Mar Rosso alla diga di Assuan. Ci si può sempre mettere con chi vince, purchè bastardo nostro. Ma, presto, il generale aveva incominciato a uscire dal seminato, ad alzare un po’ troppo la testa, a far ricomparire un Egitto protagonista geostrategico in Africa e Mdioriente, quanto e più dei fidati clientes del Golfo, fastidiosamente laico, attore nordafricano e mediorientale, capace di far ombra a Israele e che twittava con Tehran. E allora c’eravamo dati da fare per cosa, annientando  grossi stati arabi laici come Iraq, Libia, Siria, Yemen?  Cos’era questa fregola di raddoppiare il Canale di Suez per aumentare le entrate e affrontare la crisi economica? Quale consulente di Wall Street o dell’FMI glielo aveva detto? Come si permetteva, assieme alla solita impertinente ENI, di scoprire e sfruttare il più grande giacimento di gas del Mediterraneo? Quello che al tempo stesso toglieve il primato energetico a Israele e Turchia, con il loro di giacimenti di gas marino e con i loro barili di petrolio rubato in Iraq e Siria da curdi e Isis. 850 miliardi di metri cubi di gas che ne potevano annullare il debito e, quindi, la dipendenza da FMI e BM. Senza che né Total, né Shell, né Chevon, né Exxon glielo avessero permesso.

Toglietemi tutto, ma non la Libia!
Ma il vaso già tracimante di molte gocce se ne uscì in getto raggelante nel momento in cui l’Egitto di Al Sisi prospettò una soluzione interna, cioè inter-araba, al caos creativo provocato in Libia dagli specialisti occidentali del regime change. Con un ulteriore vantaggio per l’Italia che intravvedeva la possibilità di risparmiarsi la grottesca spedizione coloniale dei 5000 armigeri della Pinotti, disapprovata dallì’opinione pubblica, ma per la quale Renzi soffriva il fiato sul collo degli americani. E non solo Al Sisi la prospettò, ma si mise ad attuarla collaborando con quel governo libico di Tobruk che la “comunità internazionale” aveva fatto il madornale errore di riconoscere perché legittimato da un minimo di procedure democratiche. Oltrechè dalla sua laicità, che pur si doveva fingere di sostenere. Ma quando, con l’aiuto dell’Egitto, a dispetto della costernazione occidentale, il generale ex-gheddafiano Khalifa Haftar riuscì a cacciare gli islamisti da Bengasi, minacciava di sventare il consolidato progetto di tripartizione della Libia, di mettere in difficoltà il mercenariato Isis, fatto arrivare apposta dalla Turchia per giustificare il nuovo intervento salvifico Nato, e di esautorare del tutto la carta islamista di riserva installata a Tripoli, la misura si colmava e accadevano alcune cose.

A precipizio partirono per la Libia, forze speciali Nato. Messi all’angolo dall’Egitto che resta, bene o male, lo Stato più in grado di determinare i rapporti di forza nella regione, e ora di più grazie al nuovo potere energetico, i turchi accelerarono l’invio di traghetti pieni di tagliagole, gli attentati terroristici in Egitto divennero frenetici e presero a incidere pesantemente sulla seconda voce della sua economia, il turismo (pensate al volo russo abbattuto), e in Tripolitania entrarono in fibrillazione il regime islamista e le varie bande terroristiche più o meno collegate. E successe Sabratha e i quattro ostaggi italiani di cui due fatti ammazzare, due riconsegnati vivi e due corpi su cui traccheggiare per finalizzare la trattativa. Avvertimento non solo all’Italia. Tanto è vero che, da lì a poco, comparve all’orizzonte il gommone con sopra Fayez al Serraj, bottegaio promosso capo di governo  da un ONU ligia ai dettami di chi conta (Usa, Nato, Turchia, Israele, Golfo).
Un po’ di melina lì per lì, ma poi tutto un accorrere sotto le bandiere di colui che, per conto di chi conta, avrebbe finalmente dato legittimità alla richiesta di intervento militare occidentale in Libia. Con tanti saluti ad Haftar e alla soluzione arabo-egiziana che, per una volta nei secoli, non contemplava il bastone di maresciallo in mano a un Graziani, o a un qualsiasi interferente dell’eterna banda coloniale.

Se non ci fosse stato Regeni, se lo sarebbero dovuto inventare
Ed è in questo frangente che capita l’accidente, perfettamente a fagiolo, tanto da risultare a ogni evidenza pianificato, il ragazzo Regeni. Tutti a giurare sulle sue integerrime qualità di onesto e brillante ricercatore, bravo scolaro, ottimo studente, figliolo esemplare, sodale di sindacati indipendenti. Ma ancora oggi, né una madre che si sente in diritto di accomunare, novella giudice Jackson di Norimberga, nella bruttissima sorte del figlio un po’ tutti i giovani egiziani, né le cavallette mediatiche calate sul terreno per fare piazza pulita di ogni dubbio rispetto alla colpa di Al Sisi o, quanto meno del sistema da lui pinochettianamente governato, ha scoperto nel curriculum minuto per minuto di Regeni un dato biografico, etico e politico, in controtendenza rispetto all’immagine consacrata. Trattasi dell’annata dal giovane recentemente impiegata al servizio di Oxford Analytica, la società privata di spionaggio diretta da un megaspione e un serial killer, specialisti entrambi di False Flag: l’ex-capo dell’intelligence britannica, Sir Colin McColl, e John Negroponte, inventore e gestore di squadroni della morte in Centroamerica e Iraq, uno che sulle mani ha il sangue di qualche centinaio di migliaia di innocenti ammazzati.

Multinazionale degli affari sporchi, ha uffici a Oxford, New York, Washington e Parigi e vanta una rete di 1,400 collaboratori. Promette “actionable intelligence, informazioni su cui si possa agire, senza ideologie o inclinazioni politiche". Dal settembre 2013 al settembre 2014, Regeni ha lavorato alla produzione del daily brief, "una decina di articoli pubblicati ogni giorno sugli eventi principali e mandata a una lista di clienti d'elite". Il fondatore del gruppo è David Young, uno dei dirigenti degli "idraulici" finiti dietro le sbarre per il Watergate..Bella gente, insomma, integra. Al di sopra di ogni sospetto.Tanto che, uscite queste notizie su Il Giornale e mai smentite, nessun ricercatore, indagatore, commentatore, analista, esperrto, biografo di Regeni, se ne è mai interessato. Che rilievo potrebbe mai avere il fatto che il ragazzo fatto ammazzare dall’immondo regime egiziano sia stato collaboratore di un’agenzia di spionaggio, abbia scritto spiate a vantaggio di “clienti d’élite”, agli ordini e su mandato di un serialkiller amerikano, di un ex-capo spione di Sua Maestà e di un delinquente condannato per il complotto del Watergate? 

Sono settimane che ci stressano a reti e destre e pseudo sinistre unificate sul povero ragazzo trucidato dagli infami del Cairo. Perorazioni, anatemi, invenzioni fantasmagoriche di dati e fatti, illazioni gonfiate a certezze ontologiche, latrati per chiedere giustizia e che trasudano una protervia razzista da far invidia agli Uebermenschen nazisti o sionisti. Al  confronto l’accanimento sugli assassini di Calipari, punito per aver liberato la Sgrena ma, soprattutto, per aver scoperto chi davvero in Iraq rapiva giornalisti scomodi, o quello sui trogloditi che si divertivano sul Cermis a trinciare cavi di funivia e fare stragi, o quello sulle punizioni da infliggere - e sulle oscene grazie napolitanesche e mattarelliane concesse - ai rapitori Cia di Abu Omar, è stata un timido sussurro, un discreto flautus vocis. Vi torna la simmetria? E’ che, una volta, dall’altra parte c’era un Al Sisi qualsiasi, un parvenu del Terzo mondo che si permette di pretendere trattamenti alla pari; l’altra volta invece, il padrone. Il quale detta la musica in entrambi i casi.


Taffazzi, eroe nazionale
Presuntuosi come solo i cretini, noi che abbiamo alle spalle una palude in cui sono scomparsi più misteri di quanti siano potuti accadere in Egitto da Cleopatra in qua, dall’Egitto pretendiamo che ci fornisca un colpevole certo e inconfutabile. Che in ogni caso deve portare ad Al Sisi. Presuntuosi e cretini, sorvoliamo su un elemento logico che è tanto granitico quanto è di carta velina l’ossimoro congettura certa, o probabile certezza, nel quale si pavoneggiano i nostri inquirenti da strapazzo. Logica paradossale di un regime che rapisce, tortura e fa fuori un soggetto sgradito, in grado di compromettere non solo i rapporti con un grosso partner politico e commerciale, ma addirittura di minare le basi dello Stato, e poi lo fa ritrovare nel fosso in modo che stormi di beccamorti mediatici se ne cibino e poi defechino sul governo. Sarebbe un regime più imbecille e taffazziano di quello romano che dai Fratelli Musulmani e loro mandanti (magari londinesi) si è fatto fregare un bottino economicoche gli avrebbe permesso di rinunciare, alla faccia di Bruxelles, a ogni flessibilità di bilancio.

Entra in campo il rivoluzionario civile. Nientemeno
Riflessione che potrebbe spuntare anche tra i neuroni di un Antonio Ingroia , non fosse che quei neuroni sono annegati in un vortice di livore come dal bravo PM della trattativa Stato-Mafia non ci si sarebbe aspettato. Con ben tre interventi sul FQ, di una virulenza da tifoso atalantino e di un nonsense giuridico che hanno sconcertato perfino colleghi magistrati come Spataro e Tinti, Ingroia ha cercato di risorgere come araba fenice dalla polvere del suo insano progetto politico, rampognando l’universo mondo per non aver ancora fatto a pezzi Al Sisi. Dimentico anche solo della prima lezione di giurisprudenza, ha ipotizzato che inquirenti italiani vadano, loro, a condurre l’inchiesta  in Egitto, sbattendosene della sovranità altrui e, in mancanza, che ci pensassero le Nazioni Unite (magari spedendo i caschi blu?), o il Tribunale Penale dell’Aja. Già, proprio quello del famigerato procuratore Ocampo che, in tutto il suo mandato, ha mandato sotto processo solo imputati di pelle scura, sorvolando sui Blair, Bush, segretari Nato vari, golpisti nazisti e compagnia del genere. Al tempo della creatura ingroiana affetta da nanismo, “Rivoluzione civile”, m’era scappato qualche dubbio sulla sincerità del progetto, che non sembrava puntare ad altro che a sgambettare la corsa in avanti dei 5 Stelle. Ora le cannonate ad Al Sisi, completamente prive di razionalità giuridica, o sono lo sfogo nevrotico di uno che ha sbroccato, o sono peggio.

Agli inquirenti egiziani hanno rimproverato di non aver portato sufficienti tabulati, video, celle telefoniche. Chissà se costoro abbiano fatto presente ai loro colleghi romani  di essere ancora in attesa di esaminare l’elemento principale di tutta l’inchiesta: il computer di Regeni. Computer che i suoi famigliari hanno sottratto agli inquirenti legittimi  portandoselo via dall’abitazione del ragazzo al Cairo. Ma, guardate, qui è tutto un gioco degli specchi, un ciurlare nel manico, la recita di un copione scritto dal solito regista. Per i nostri inquirenti, per la muta di ululanti che gli sta alle calcagna, per la lobby sion-atlantica-Fratellanza Musulmana, gli egiziani sarebbero stati credibili solo se avessero portato la foto di Al Sisi che strappa le unghie a Regeni.

Ronzino di razza, il manifesto
Il “manifesto”, per fortuna sempre più irrilevante e umoristicamente tenuto in vita dalla combinazione tra il titoletto “quotidiano comunista” e i paginoni pubblicitari dell’ENI (in simultanea con le scelleratezze ENI in Basilicata), ENEL, Telecom e altri malfattori seriali e magari anche dai ripetuti soffietti a Mario Draghi e dalla coltivazione di mortaretti di distrazione di massa come SEL o Tsipras, è il ronzino che tira la carretta degli attrezzi. Agli incendiari delle guerre di spartizione degli Stati nazionali fornisce la benzina dei diritti umani, in ispecie GLBT, il supporto alla satanizzazione di ogni leader indigeribile per l’Occidente e l’avallo a ogni False Flag, anche la più sbrindellata. Spiace constatare come un Michele Giorgio, puntuale e inconfutabile su ogni cosa israelo-palestiniese, appena supera, anche solo con lo sguardo, i confini del suo campo, la faccia abbondantemente fuori dal vaso. Succede con l’Egitto, come era successo con la Libia. Obnubilazione da diritto-umanesimo alla Kipling.

Pensate che, nei suoi inserti di spocchia culturale a guida lobby, il quotidiano cripto-Nato è stato capace di inneggiare a Charlie Hebdo prendendo a pretesto una raccapricciante mostra delle peggiori copertine di questa pubblicazione-bazooka del nazi-sion-imperialismo, punta di lancia pseudo-satirica e autenticamente necrofaga dello “scontro di civiltà”. Dove la ributtante rivista rappresenta il culto della prima parte della definizione e la negazione della seconda. La mostra è accompagnata da un libro-spot con introduzione, indovinate di chi? Ma di Erri De Luca, di chi sennò? Lo stesso De Luca che avevamo visto dare l’imprimatur ai manifestanti detti pro-Regeni, pretoriani a chiacchiere dello scontro di civiltà. I recensori della turpe impresa hanno avuto il coraggio di mettere sullo stesso piano della “satira anti-oscurantista” le penne-killer di Charlie Hebdo e Momos, la dea greca dello scherno e della satira, amica di Dionisio. Come paragonare una vedova nera a un uccello del paradiso.

Mentre le orde di unni mediatici si scaraventavano sull’Egitto di Al Sisi, per le pessime ragioni di cui sopra, inanellando nefandezza immaginaria e speculativa a nefandezza,  un silenzio complice sta avvolgendo nell’oblìo la più terrificante ondata di terrorismo che un paese non in guerra abbia conosciuto. Quanto il mercenariato imperiale combina sporadicamente in Occidente, ultimamente in Francia e in Belgio, è robetta rispetto agli ininterrotti massacri con cui i Fratelli musulmani, travestiti da Isis e affini, uccidono migliaia di cittadini e, insieme, la sicurezza economica di 80 milioni di cittadini. Un armageddon di cui si tace. Anzi, delle misure di contrasto e repressione che il governo è costretto a prendere in difesa della società, contro questo terrorismo senza precedenti e senza confronti, si nega la causa e le si attribuiscono a una presunta guerra del regime alla propria popolazione.


Se è vero, come è vero, che Isis e Al Qaida sono le forze armate di un imperialismo che non vuole scendere in campo in prima persona, oppure che deve presentare all’opinione pubblica una ragione per giustificare la sua discesa in campo in prima persona, è altrettanto vero che a pieno titolo sono Isis e Al Qaida anche coloro che producono  un’informazione come quella che si sta occupando dell’Egitto. Consapevoli o inconsapevoli, sono terroristi quanto quelli.

15 commenti:

Paolo Selmi ha detto...

Ciao Fulvio!
Mi vengono in mente tre casi recenti dove l'italia, con la i rigorosamente minuscola, non si è azzardata a dire ba:
1. Vittorio Arrigoni, giusto il primo che mi viene in mente. E renzi in israele è di casa.
2. Andy Rocchelli, fotoreporter ucciso a Sloviansk dalle squadracce del gruppo Poroshenko et oligarchi. Tuttora osannati dall'italia, in linea coi burocrati di bruxelles.
4. Abu Omar, ma le stelle a strisce non si toccano, anzi non si finisce mai di ringraziarle una a una.

Se a questo aggiungiamo i due marò, in una storia che sembra La giara di Pirandello (ma l'India è l'India), stupisce davvero questo elmo di scipio calato in testa a Gentiloni! meglio, stupisce se ci si ostina a credere che in italia esista una politica estera che curi gli interessi nazionali e che preveda, quanto meno, prudenza nel mescolarli a questioni poco chiare.
Un caro saluto
Paolo

SHAKESPEARE FOR PUBLIC SPEAKERS ha detto...

Molto istruttivo. Qui, al momento l'Egitto e' completamente ignorato. Sarebbe interessante sapere qualcosa sui legami politici, religiosi o ideologici della famiglia Regeni. Visto anche, appunto, il rifiuto di consegnare il computer alle autorita' investigatrici.
Dall'aspetto Regeni sembra(va) un bravo ragazzo e mi chiedo come sia possibile affiliarsi a un'organizzazione impiantata e mantenuta da criminali peggio dei nazisti e della mafia - sia pure ammettendo le mazzette o salari, probabilmente irraggiungibili al di fuori del circolo. E poi hanno condannato Milosevic e Karadzic...
Grazie per l'ottima, come al solito, analisi e chiarimenti sull'evento e la situazione.

tango ha detto...

Come andrebbe interpretato: il governo egiziano oltre ad aver oscurato un'emmittente televisiva libanese via Nilesat ora ha consegnato la proprieta' delle contese isole di Tiran e Sanafir (in mano sionista dal 67 all'82) del Mar Rosso ai Saud. Chissa' quale altra sorpresa ci riserva il faraone egiziano.

Fulvio Grimaldi ha detto...

tango#@
Forse in politica le cose non andrebbero tagliate con la mannaia. Le semplificazioni non sono utili. L'Egitto deve manovrare per sopravvivere. In politica si fanno mediazioni. Specialmente quando si viene assediati come succede all'Egitto attualmente. Avendo mandato al diavolo i qatarioti e occidentali che sostengono i Fratelli musulmani, cioè i terroristi in casa, è comprensibile che si tenga buona l'Arabia Saudita. Con il moralismo non si va da nessuna parte.

Paolo Selmi ha detto...

Ultimissime dal canale sovversivo Rainews24

allo hashtag #renzistaifacendounacazzata si è aggiunto nientepopodimeno che … Sergio Romano. Il quale ha ricordato anche chi c'era prima, i legami fra fratelli musulmani e ISIS, e si è spinto addirittura a dire: Al Sisi sta bene lì dov'è. Prego i censori rai di prendere i dovuti provvedimenti. Ora, se anche il Potere della Sera dissente in maniera così netta sull'accelerazione del governo italiano (e le implicazioni cui essa sottende), non si può nemmeno più parlare di cantonata diplomatica in buona fede sull'onda emotiva (Romano non poteva far altro che insistere su questa "teoria"): andando per esclusione, non restano molti dubbi su chi suggerisce le paroline nell'orecchio al buon matteo. Almeno, non è la borghesia nazionale, non è il proletariato (proletariato, chi?) e, probabilmente, si farà tante crasse risate quando si sentirà rispondere nel proprio idioma, in un goffo tentativo di lecchinaggio, e con la "c" rigorosamente aspirata: ze hat is on ze teibol!

Un caro saluto a tutti
Paolo

herr lampe ha detto...

Caro Grimaldi, volevo un suo parere su un aspetto della vicenda. Da quando hanno ritrovato il corpo l'Egitto ha fornito diverse versioni, per poi smentirle immancabilmente. Come leggere un simile comportamento?

Ricordo infine che il Potere della sera da tempo sostiene l'innocenza del governo egiziano, salito peraltro al potere grazie ad una manifestazione popolare contro i fratelli musulmani che non si è distinta da altri movimenti colorati.

Fulvio Grimaldi ha detto...

Herr Lampe@
Il "Potere della Sera" sostiene.... E allora? Cos'è, una patente di sguattero imperiale per Al Sisi?
Quella che ha fatto decadere il despota integralista Morsi, impositore della Sharìa e repressore selvaggio di sinistre e laici, è stata una rivolta di 2o milioni di egiziani, per nulla colorati. Tant'è vero che ancora oggi tutta la lobby sionimperialista rimpiange il Fratello musulmano (ovvio, dato che quella lobby ha armato e lanciato i suoi nipotini Isis) e fa manovre tipo Regeni contro l'Egitto.
Le diverse versioni non erano che indiscrezioni fatte circolare da non qualificati personaggi, o da media interessati. Del resto, tante indagini nostrane partono da una pista e finiscono su un'altra. Comunque, non sarebbe meglio lasciare il gossip e dare un'occhiata alla situazione geopolitica? Chi ha interesse a buttar giù un governo che si afferma possessore di enormi ricchezze energetiche, controlla il passaggio delle petroliere da est a ovest, ha forte influenza in Libia, tratta con paesi europei e Russia in autonomia? La risposta è facile: coloro che nel Sinai, come in Siria, Libia, Iraq, Nigeria, Mali, Ciad, Niger, gestiscono la famigliola terrorista Isis. L'israeliano Oded Yinon l'ha formulato 30 anni fa: non deve restare integro e oin piedi nessuno Stato nazionale laico arabo.

rossoallosso ha detto...

Pensavo che l'esperenzia libica avesse insegnato qualcosa, daccordo che il governo egiziano (dico governo non dittatore ) sia da prendere con le molle ma un Egitto isolato non fa bene a nessuno tantomeno all'Egitto stesso e a meno che dopo i marocchini,i tunisini ,i libici ,i siriani qualcono non voglia aggiungere alla collezione pure gli egiziani farebbe bene a turarsi il naso e guardare avanti

Anonimo ha detto...

Se l'israeliano Oded Yinon ha detto che non deve restare integro e o in piedi nessuno Stato nazionale laico arabo, noi che denunciano il piano israeliano ed il suo braccio armato Nato resteremo in piedi? Noi che ci informiamo su internet e che, di fatto, potenzialmente, anche se non ufficialmente, siamo già un movimento rivoluzionario, un potenziale partito, privo di organizzazione per ora, resteremo in piedi? O ci faranno fuori se cresceremo e ci organizzeremo?

Ludovico

rossoallosso ha detto...

Tengo a ribadire il concetto per quei testoni similsinistra paladini della democrazia che tanti danni hanno e continuano a fare facendoceli pagare sulla nostra pelle che questa canzone non é un inno alla speranza ma l'epitaffio della lotta di classe

https://www.youtube.com/watch?v=O-7wE4R98l8&nohtml5=False

Anonimo ha detto...

Ricercatrice uccisa a sprangate a Ginevra durante una rapina: richiamato ambasciatore. #veritapergiulioregeni

herr lampe ha detto...

Volevo solo sottolineare che Panebianco, Capuozzo &co. (quelli che vogliono la guerra in Libia per intenderci) difendono il governo egiziano, che, come Lei stesso conferma, ha usato varie fonti, statali e non, per fornire le spiegazioni più diverse (e manco una credibile). Hanno pure "trovato" i suoi effetti personali insieme a della droga. Peccato che i rapitori - che poi però si è smentito lo fossero -siano tutti stati uccisi (modello Parigi?). Il che non lo mette proprio in buona luce, le pare?

Concordo anche con Lei sul fatto che la mobilitazione popolare che ha fatto cadere Morsi non sia stata affatto colorata (infatti non l'ho scritto). Credo infatti che un popolo possa ribellarsi al suo tiranno. Proprio per questo nemmeno quella che fece cadere Mubarak mi pare poi così colorata.
Altrimenti potremmo anche sostenere che il febbraio e l'ottobre del 17 sarebbero colorati di blu di Prussia.

Per chiarirmi: mi pare solo che i movimenti in Egitto e in Tunisia abbiano avuto dinamiche molto diverse da quelle in Siria e Libia.
Ma posso sbagliarmi, per carità.

Paolo Motta ha detto...

A me sembra che il caso Regeni stia diventando come la vicenda dei due marò: nel senso che non si parla di altro e magari si finirà per tirarla fuori in ogni contesto. Come scriveva qualcuno poco più sopra, non c'é stato lo stesso polverone per Arrigoni (ma lì si parlava del "democratico" Israele), nè per Rochelli in Ucraina e neppure per Giulietto Chiesa arrestato in Estonia.

Anonimo ha detto...

Oggi articolo del sionista New York Times ad esortare i governi europei ad agire contro il "regime"di Al Sisi.E cosi' si chiude la quadra.I mandanti del delitto vengono fuori allo scoperto.Supisce anche la stupidita' della famiglia che dimostra di non vedere piu' in la' del proprio naso.Che poi gli amerikani facciano la morale sulla tortura,reintrodotta da loro in pompa magna in maniera ufficiale,spedendo prigionieri verso la macellazione ovunque nel mondo(allora l'Egitto andava bene)...beh , ci vuole proprio la faccia degli amerikani ...
Luca.

Massimo Ceci ha detto...

Il tg1 nell' edizione di oggi delle 13 e 30 ci ha aperto con l'esortazione del New York Times all'Italia a rompere i rapporti con quel cattivone di Al Sisi per poi rampognare anche la Francia per lo atesso motivo.
Se qualcuno nutriva ancora dubbi sulla manina che sta dietro all'omicidio Regeni, questo li fuga definitivamente....come dicono loro, la pistola fumante eccola servita.
Per darci piu' consapevolezza del paese in cui viviamo oggi e' arrivata anche la completa assoluzione dei carnefici del povero Uva, uno degli sfortunati che entrati in una caserma in piedi ne e' uscito in orizzontale....della serie il poveretto deve essersi suicidato.......lo schifo che provo di fronte a certe notizie e' senza fine.
Caro Fulvio non sai che piacere sapere che c'eancora il tuo sito per leggere delle analisi approfondite e mai banali.