martedì 22 maggio 2018

Italia, Iraq, Venezuela, Nicaragua, Armenia… ELEZIONI E RIVOLUZIONI COLORATE. Ma la geopolitica?


 

Calcinculo
C’è stato, da un emisfero all’altro, una serie di sgrulloni politici, con elezioni e colpetti di Stato da piazza, detti regime change, o rivoluzioni colorate e anche di velluto. Ne tratterò, se consentite, a volo d’uccello, magari con superficialità sul piano dei dati, dei fatti, di primattori e figuranti e della storia. Ma proverò a individuarne quel perno i cui termini gli amici del giaguaro, quelli scoperti e dichiarati, hanno ogni interesse a rovesciare nel contrario e che gli amici del giaguaro mimetizzati, con dietro la massa di spinta dei loro utili idioti, fingono non conti niente, o addirittura non esista. Di solito perché prima viene l’avanguardia operaia, anche dove non c’è, e la priorità va data all’accoglienza dei migranti, ai matrimoni gay e all’adozione da parte di genitori unisex, alle cravatte di Di Maio.

Avete presente la giostra detta “Calcinculo”? Dove intorno a una colonna centrale si ruota velocissimi su seggiolini attaccati a funi d’acciaio che si inseguono e permettono di prendere a calci nelle chiappe quello che ti gira davanti. Una metafora dello Zeitgeist, dello spirito del tempo, i cui guru trasmettono all’omino comune la lezione di vita: primum fottere l’altro, in un eterno circuito di calci in culo reciproci, tutti contro tutti e non si salva nessuno, ma con quel retrogusto di sodomia che fa contenta perfino la Chiesa. Il perno al centro, invece, manovra lo spasso, sta fermo, si gode lo spettacolo e si becca i soldi. Poi, esaurita la clientela e lasciatosi dietro una scia di lividi, il perno raccoglie i suoi strumenti volanti e si sposta verso nuovi inchiappettamenti. Quando gli ematomi dei primi si attenuano, ecco che l’impianto si ripresenta. E ricomincia il giro.

E’ da secoli che si va avanti così. Oggi peggio che mai. La chiamano con un vezzeggiativo: competizione. Quando la giostra parte, di solito si lascia dietro un terreno spoglio e bucherellato, qualche bullone arrugginito, uno spezzone di corda, stecchini di zucchero filato, una scarpa volata via e mai ritrovata. Dove stava l’impianto non cresce più nulla. Tipo Libia, o Siria, o Grecia. E questo si chiama, se vuoi, geopolitica. L’imperialismo lo sa e la pratica. Le sedicenti sinistre fanno finta di niente. Mentre è qui che, alla resa dei conti, si decide come va a finire tra alto e basso, tra bassotti e altotti.



Italia da destruens a construens
Dell’Italia e delle sue elezioni è presto detto. Dato che finora abbiamo solo programmi belli/brutti e nomi buoni/cattivi, ci asteniamo (io e i miei simili) dall’ inserirci nel grottesco tsunami destro-sinistro con cui mostri e mostriciattoli, nazionali e internazionali, spurgati dal passato, fin d’ora si accaniscono su un futuro politico, economico, sociale, culturale, di cui non si può ancora vedere neanche l’antipasto. Ho anch’io grosse perplessità su certi nomi tratti dalle macerie dei disastri neoliberisti (raccapricciante era stata la prospettiva della sorosiana di Limes, Emanuela Del Re, agli Esteri), ma due aspetti mi confortano: la grande maturità, intelligenza e autonomia dai veleni manipolatori del sistema e dei suoi lacchè mediatici, che ha fatto scegliere alla maggioranza dei votanti di buttare dalla torre la marmaglia che, agli ordini dei cacicchi euro-atlantici, ci ha mentito, depredato, annientato.



L’altro aspetto è “il pianto e lo stridor di denti” che si leva da tutti coloro cui improvvisamente si presenta l’ipotesi di essere cacciati dalle tavole inbanchettate dalle quali sghignazzavano sugli incapienti che li osservavano con il naso schiacciato sui vetri. Come pure da paggi e ancelle che gli servivano i pannolini caldi con cui pulirsi le mani. Più questi piangono e stridono e più siamo soddisfatti. Più si contorcono le viscere al “manifesto” e a “Repubblica” e più godiamo come scimmie. Quando si vedrà qualche fatto del nuovo assetto, assumeremo la posizione del caso. La nostra meta resta la rivoluzione, non ci piove. Ma pare che non sia aria. Per ora non ci resta che perorare, con Bacone, la fase destruens di quanto c’è. Quella construens verrà quando il popolo elettore, o combattente, farà un altro passo.

Iraq, bella vittoria, ma occhio alla quinta colonna
Conosco e amo l’Iraq, antico, giovane, forte, nobilissimo, bello, dal 1977. Gli ho dedicato quattro documentari: “Genocidio nell’Eden”, “Popoli di troppo”, Un deserto chiamato pace” e “Chi vivrà…Iraq!”, titolo, questo, dedicato alla resistenza anti-Usa, ma che mi pare torni d’attualità. Pur avendo tra i piedi migliaia di americani, falsi amici e creatori e subacquei sostenitori delle orde Isis, pur avendone sofferte più di qualsiasi altro paese nel mondo dal dopoguerra mondiale a oggi, con infrastrutture, produzione, coltivazioni, istituzioni, annichilite, un genocidio di 3 milioni, l’Iraq ha resistito e, almeno contro il complotto atlantico-sionista-jihadista, ha vinto. E’anche riuscito ad addomesticare il separatismo curdo-israeliano e a riprendersi Mosul e Kirkuk. Gli Usa gli avevano sfasciato l’esercito, uno dei più efficaci nelle guerre contro Israele, e poi tutti a sghignazzare per come queste forze sbrindellate, improvvisate, disarmate. avessero ceduto di schianto davanti all’assalto di Al Baghdadi (lui, sì, ampiamente rifornito da aria e da terra dalla nota “coalizione a guida Usa”).



Alle elezioni politiche è arrivata prima (54 seggi) la non sorprendente coalizione “Sairun” di sadristi e comunisti. Dei secondi, storica quinta colonna controrivoluzionaria che, su diktat di Brezhnev, remava contro l’emancipazione civile e sociale e l’antimperialismo della rivoluzione del Baath, il ruolo assomiglia a quello di altri PC nel Terzo Mondo, dalla Bolivia che si vendette il Che, al Cile e all’Argentina delle profferte di collaborazione con i Gorilla. Giustamente premiate con 47 seggi, seconde, le milizie popolari scite-sunnite di “Fatah”, dirette da Hadi Al Amiri, quelle alle quali va il massimo merito della vittoria sull’Isis. Terzo , con 42 seggi, l’attuale primo ministro Al Abadi, che non a torto si è intestato la vittoria anche lui ed è uno che prova a barcamenarsi tra influenze opposte.

Moqtada al Sadr, uno Scilipoti col turbante e con gli artigli.
In vista di un’inevitabile coalizione, il pericolo per l’Iraq è il religioso Moqtada Al Sadr, una specie di Masaniello al tempo dell’invasione americana, che però molto comiziava e, diversamente da quanto gli viene attribuito, molto poco faceva sul piano della resistenza armata. Che era interamente ed eroicamente sostenuta per oltre un lustro dal Baath e dai saddamisti. Tanto che gli Usa non gli sfiorarono mai il turbante nero. A un certo punto si trasferì a Qom, in Iran, per perfezionare gli studi e diventare Ayatollah, intento in cui fallì. Fallì anche nel tentativo di farsi nominare dai protettori iraniani del nuovo Iraq loro fiduciario a Baghdad. Giustamente gli iraniani non si fidarono. Così il disinvolto manovratore di alcuni settori della Baghdad impoverita e capo di un “Esercito del Mahdi” che non ruppe mai neppure un uovo nel paniere degli occupanti, si rivolse alla controparte: nientemeno che all’estremista, insieme a Israele sbattitore di sciabole anti-Iran, Mohamed bin Salman, erede al trono saudita.

 Moqtada e Mohamed bin Salman

Oggi, con le garanzie dategli da Riyad, vorrebbe farsi vindice di un Iraq autonomo, nazionalista, pluriconfessionale (lui fino a ieri scita oltranzista), però alleato con i secessionisti curdi del gangster Barzani e virulentemente anti-iraniano. E anti-milizie popolari di Fatah, sostenute ed armate dall’Iran. Quelli che da anni denunciano le interferenze americane e ne rivelano i legami con l’Isis, sia nella battaglia di liberazione, sia nell’attuale ondata di attentati contro civili, tesa a mantenere l’Iraq in ginocchio. Ecco che, con il “manifesto” che si esalta per il termine “comunista” inserito nella coalizione di Moqtada, risulta lampante che questo religioso dallo sguardo torvo è l’uomo dell’imperialismo e dell’offensiva colonialista israelo-saudita. Cosa ci dice la geopolitica, offuscata dal chiacchiericcio sinistro-destro sulle alchimie di regime a Baghdad? Ci dice che o l’Iraq sta con l’Iran, o la sua fenomenale vittoria sul mercenariato imperialista resterà una meteora che passa veloce nel cielo buio del Medioriente.

Caracas, Stalingrado latinoamericana.
A forza di quante volte e quanto spesso si vota in Venezuela (pare la Jugoslavia di Milosevic), per queste presidenziali ha messo il dito nell’inchiostro appena il 47%. Più stanchezza e sicurezza da sondaggi che davano Maduro in largo vantaggio, che il boicottaggio proclamato dall’opposizione del MUD. Perché, se ci fosse stata una pervasiva volontà del popolo a uscire dal chavismo e cacciare Nicola Maduro, l’occasione glie l’avrebbe data Henri Falcon. Ex-chavista di rango, l’uomo è il classico rinnegato della rivoluzione che si era illuso di sentir spirare un vento antibolivariano, perfino tra molti sostenitori fin qui resistenti alle sirene del benessere assicurato dalle stesse forze esterne ed interne che per decenni avevano tenuto il paese alla mercè di quattro vampiri petrolieri e latifondisti e delle multinazionali Usa. Ha preso il 21,1% rispetto al trionfale 68% di Maduro. Flop formidabile alla luce di quanti disagi ha dovuto sostenere negli ultimi anni il popolo. Popolo che, evidentemente, dell’emancipazione bolivariana ha saputo fare patrimonio morale e intellettuale. Sanno bene cosa succederebbe a loro e ai popoli fratelli nel caso che vincesse il disegno amerikano.



Tutti si strappano i capelli per le disastrose condizioni economiche e per il costo sociale sostenuti dalla società bolivariana, con prezzi alle stelle, inflazione siderale, carenza dell’essenziale per sanità e alimentazione. Nessuno si ricorda dei due anni di guerra civile tentata dalla reazione foraggiata dagli Usa, con le relative morti e devastazioni. Nessuno fa caso a una feroce guerra economica condotta da quanto purtroppo permane in Venezuela di potentati economici, i terratenientes non ancora espropriati, banche e soprattutto grande distribuzione non ancora nazionalizzate e che hanno accanitamente lavorato a produrre penuria, imboscamenti e contrabbando con la vicina e ostile Colombia stelle e strisce. Qualcuno si ricorda, ma con rabbia, delle unghie tagliate ai grassi compradori, delle terre e case assegnate ai poveri, dell’istruzione universale gratuita e delle decine di università e cliniche aperte in tutto il paese.

Questa guerra, di fronte al contraccolpo subito, aumenterà di intensità. Gli psicopatici dell’apocalisse concentrati a Washington hanno subito annunciato nuove sanzioni, “a castigo di elezioni fraudolente che confermano una dittatura”. Nessuno degli osservatori da 30 paesi ha visto una sola irregolarità nel sistema di voto elettronico, giudicato il più avanzato e corretto del mondo. Sconfitta e risconfitta, in piazza e nell’urna, fortunatamente l’opposizione è divisa e senza proposte credibili. Intensificherà la collaborazione con Ong, servizi segreti esteri e la ultrareazionaria Chiesa del cardinale Parolin, segretario di Stato di Bergoglio,

A prescindere dalle carenze e dagli errori del governo bolivariano, sui quali tanto intingono i loro biscotti avvelenati i vari analisti, il nodo è geopolitico. Alla resistenza del Venezuela, capofila dell’Alba e di fronte ai cedimenti di Cuba ed Ecuador e le difficoltà del Nicaragua, sono legate le sorti della Bolivia di Morales. Non solo. Quelle dei popoli di tutto il continente e del ruolo costruttivo che per molte parti vi svolgono Russia e Cina. Il ricordo dell’Operazione kissingeriana del Condor, con i suoi eccidi, le sue torture, la sua fame, è vivo.
Un Nicaragua tipo Honduras?
Nel “manifesto”, Pieranni su Cina e Nordcorea, Battiston e Giordana su Afghanistan, Yuri Colombo su Russia, Claudia Fanti su Africa, Chiara Cruciati su Egitto, curdi e Medioriente, Marina Catucci sul primato morale e politico di Hillary, condividono, con coerenza e passione, seppure inghirlandato di dirittoumanismo, il punto di vista di Soros e dei suoi mandanti al Pentagono e al Dipartimento di Stato. Nei loro vasti domini cartacei e online, a volte si inserisce il pigolìo geopoliticamente corretto di Manlio Dinucci, forte in una rubrichetta in fondo alla pagina e in fondo al giornale. E fa un certo effetto vedere come questo francobollino, insieme a quell’altro della testatina “quotidiano comunista”, affranchino un pacco che è davvero un formidabile…pacco.

Nel quale in questi giorni ci arrivano, ormai del tutto sciolti da pudori e cosmesi sinistri, le cronache di tale Gianni Berretta dal Nicaragua incasinato nella classica rivoluzione colorata. Che per Berretta colorata non è per niente, bensì una rivolta democratica contro la tirannia della coppia orteghista al potere. Siamo nel solco dei lobbisti, con stella di David e stelle e strisce, come Guido Caldiron (ora al “manifesto”) che, da Liberazione, inneggiava alle adunate colorate della destra fascista libanese mirate a togliere a Israele il disturbo di Hezbollah. E come altri affini, a seguito di rivoluzioni varie, delle rose, dei gelsomini, dei garofani. Comunque di velluto, comunque intese, riuscite o meno, a costringere quei paesi sotto il segno di quella stella di Davide, di quelle stelle e strisce. Con tanto di milioncini di Soros. Già utilizzati per l'impresa hillariana del colpo di Stato in Honduras.



Una Maidan armena
Come ultimamente in Armenia, dove il parlamento democraticamente eletto e con chiara maggioranza filorussa, si è lasciato sopraffare dalla piazza capeggiata da un tribuno, Nikol Pashinyan, che elettoralmente valeva meno del 10%, ma aveva indosso mimetiche, dollari e sorrisi Usa. Così l’Armenia, amica di Mosca, si unirà all’Azerbaijan, colonia amerikana. Quella da cui dobbiamo importare il gas del Tap per eliminare quello russo, squarciarci l’ambiente e far fare profitti ai petrolieri con la vendita del gas all’estero. Un bel carcinoma geopolitico all’interno del quadro euroasiatico. Putin si è accontentato di generiche assicurazioni di continuità. Del resto i siriani ancora aspettano il sistema anti-aereo russo S-300, mentre Israele li bombarda un giorno e l’altro pure.

In Nicaragua ci sono luci ed ombre. Le ombre sono la concentrazione di potere politico ed economico nel giro attorno a Ortega, denunciata da molti ex-protagonisti della rivoluzione sandinista. Ma in Nicaragua sono stati sottratti alla povertà, pur in un ambiente che sa più di capitalismo caritatevole che di socialdemocrazia, milioni di persone, più di qualsiasi altro paese centroamericano. Del paese gli Usa non tollerano l’indipendenza, la partecipazione all’Alba, il costante schierarsi con il campo antimperialista, i cinesi che costruiscono un secondo canale dai Caraibi al Pacifico che minaccia di ridurre i profitti che loro e il loro cliente locale traggono da quello di Panama.

Non vi ha detto, questo Berretta, con il suo reportage di stile CNN, dove il governo di Managua appare una roba più brutta di Alien, che a scendere in piazza e a provocare una assolutamente stupida ed eccessiva reazione della polizia, con decine di morti, è stato quel che c’è di borghesia nicaraguense e che gli studenti erano quelli delle università private, cattoliche dei gesuiti in testa. Un’altra Maidan. Ma della geopolitica che minaccia di far saltare un'altra posizione nel fronte antimperialista al Berretta del “manifesto” non gliene cale. O forse sì. Ma in senso contrario al nostro.

3 commenti:

fred ha detto...

..in grande forma! grazie dell'ennesimo miniriepilogo delle sciagurate finte agitazioni popolari che l'egemonia ultraliberista incita e organizza in vari luoghi, l'obiettivo è di spianarsi la strada per un totalitarismo capitalista globale, spero non riescano mai a guadagnare anche una sola altra vittoria, credo invece che ci riusciranno...

Anonimo ha detto...

Un'altra elezione vinta nonostante un boicottaggio che ricorda il Cile di Allende,ma i nostri scribacchini continuano a parlare di regime dittatoriale venezuelano. Pennivendoli senza vergogna.
Nel mare magnum dell'informazione restano pochi i siti dove si può leggere qualche verità,questo è tra le prime scelte,anche se lei Grimaldi a volte mi fa sobbalzare sulla sedia,come quando scrive di comunisti controrivoluzionari. Capisco cosa intende e da un punto di vista utopico e buttando nella monnezza ogni traccia di pragmatismo,potrei anche condividerlo.Comunque tra il Baath e il Pcus io continuo a preferire quest'ultimo,l'unico che è riuscito a sbarrare la strada al moloch americano e ad emancipare una bella fetta di umanità,pur con tutti i limiti che conosciamo. Sarebbe stato meglio scegliere il "piuttosto che niente",come molti,lei compreso,io pure,stanno facendo ora,in Italia,sebbene il piuttosto di ora sia ben misera cosa e probabilmente non creerà nessun dispiacere ai "sorosiani".

Anonimo ha detto...

http://www.ondadelsud.it/?p=12387


Anonimous comunity