sabato 14 luglio 2018

Pacificazione nel Corno. Bye bye Eritrea. LA STELLA DELL’AFRICA NEL BUCO NERO DELLA NORMALIZZAZIONE? Cambia la geopolitica nel nervo scoperto del mondo


Afeworki e Ahmed

Questa storia sarà lunghetta, ma trattandosi di una svolta geopolitica e sociale epocale in un’area cruciale del mondo e che sconvolgerà assetti e opinioni consolidate….

Nel docufilm “Eritrea, una stella nella notte dell’Africa”, nelle presentazioni che ne ho fatto in giro in Italia e in Europa (ne esistono anche le versioni inglese e francese) e negli articoli scritti sull’argomento, oltre a raccontare il vissuto di questo piccolo ed eroico paese, per mio fortunato caso così intimamente intrecciato al mio, ho insistito sul formidabile ruolo di resistente antimperialista e anticolonialista assunto da quel popolo e dalla sua dirigenza nei sessant’anni della sua lotta di liberazione e della sua esistenza indipendente.  Unico paese, sui 52 (o 53, se includiamo la repubblica Saharawi), ad aver rifiutato sia presenze militari statunitensi, francesi o neocoloniali di qualunque natura, sia ricatti condizionanti di organismi sovranazionali tipo FMI, BM o WTO. Avevo senz’altro ragione. Ma ce l’ho ancora?

Nell’affrontare le campagne di diffamazione e menzogne condotte dai media e governi della “comunità internazionale” a sostegno del revanscismo colonialista euro-atlantico, tutte basate su ignoranza o/e malafede e nelle quali si distingueva ancora una volta la mosca cocchiera del ritorno coloniale in Africa, Alex Zanotelli, ho ovviamente fatto leva su realtà conosciute, dati oggettivi, ma anche, non impropriamente credo, su una mia quasi cinquantennale condivisione delle vicende eritree. Credo, dunque, di esserne un testimone, oltreché indubbiamente appassionato, credibile.





Con la guerriglia eritrea
Autunno 1977. Da un piccolo centro yemenita sul Mar Rosso, Mokha, poco a Sud del grande porto di Hodeida, che oggi la coalizione Saudi-UAE a madrinaggio franco-Usa sta cercando di occupare per togliere al popolo yemenita massacrato l’ultima via di rifornimento, mi imbarcai con un gruppo di donne eritree rifugiatesi in Yemen per sfuggire ai bombardamenti etiopici e che ora rientravano al loro paese, Barasole, in Dancalia. Allora lo Yemen, governato da un presidente illuminato, Ibrahim el Hamdi (poi fatto fuori dai sauditi, anche lui), aveva accolto migliaia di profughi eritrei. Attraversato nel nero della notte lo stretto braccio di mare, dribblando motovedette e pattugliatori etiopici, arrivammo a Barasole, un villaggio di maestose e antiche capanne di legni intrecciati che viveva di capre, pesca e resistenza all’invasore dalla vicina Assab, ancora non liberata. Qualcuno aveva seguito le nostre mosse e, poco dopo la festosa cerimonia di accoglienza dei profughi e degli ospiti, Phantom del colonello Mengistu, dittatore “rosso” dell’Etiopia, rasero al suolo quasi tutto: capanne, capre, barche. Con le donne ci salvammo scampando nelle grotte laviche alle spalle del villaggio.



Dopo Franco Prattico, collega che aveva fatto una capatina in Eritrea negli anni ’60, prima fase di una guerra contro l’annessione compiuta dall’imperatore Haile Selassiè, fiduciario degli angloamericani, nel 1971 ero stato l’unico, e per molto tempo l’ultimo, giornalista italiano a visitare e partecipare all’impari lotta di un popolo di 4 milioni contro uno di 100.
Accompagnati, protetti, nutriti da un gruppo di guerriglieri del FLE (Fronte di Liberazione Eritreo, non ancora scissosi con la nascita del FPLE), per 1000 km tra andata e ritorno (a piedi) da Kassala, al confine con il Sudan, attraverso Tesseney, Barentu,  Agordat, Keren, sfidammo le bombe e  le pattuglie etiopiche fino alle colline sopra Asmara.

Dopo la spedizione in Dancalia del 1977, un anno dopo tornai nelle zone ormai liberate del bassopiano occidentale, per constatare come il combattente con il Kalashnikov si fosse mutato in contadino con la zappa, in insegnante con la penna, in medico nell’ambulatorio improvvisato, in muratore della ricostruzione, in urbanista tra le macerie. La nascita di una società libera, equa, emancipata, il recupero di valori propri e la marcia verso nuovoeconsapevolezze. Tornai ancora, nel ’90, con una troupe della Rai, sperando di poter documentare l’offensiva vittoriosa finale, la presa di Asmara e Massaua, la definitiva liberazione compiuta nel 1991. Ma mi venne negato l’ingresso. Troppo pericoloso, mi dissero.

Forse la ragione era un’altra. Negli anni precedenti, la divisione tra le due organizzazioni, FLE e FPLE, fondata non tanto su intransigenze ideologiche (in entrambi era presenta la componente marxista), quanto su riferimenti internazionali e composizione confessionale (musulmani  e animisti del bassopiano, FLE, cristiani nell’Altopiano, FPLP), aveva prodotto due sanguinose guerre civili. Forse dovevo scontare i mie rapporti con il FLE, per quanto nati ai tempi dell’unione, che poi mi avevano visto comunicatore e propagandista della vicenda eritrea in Italia e fuori durante gli anni della guerra, dell’indipendenza, della demonizzazione.

Ritorno nell’Eritrea liberata e… satanizzata
Con Sandra Paganini, nella primavera di due anni fa, realizzammo il documentario sopra ricordato. Girammo un paese in piena evoluzione, attraversammo una società che ci dette l’impressione della serenità e dell’impegno collettivo, con tanto di volontariato civile dei giovani (dai media interpretato come servizio militare perenne), in piena effervescenza culturale, artistica, cinematografica, letteraria, sanità e istruzione avanzate e per tutti,con sacche di arretratezza infrastrutturale nelle comunicazioni e nell’energia, ma con poli di sviluppo industriale di tutto rispetto e con un’enorme sensibilità ecologica di chi presiede allo sviluppo. Tutto questo tanto più meritevole alla luce delle feroci sanzioni imposte dai soliti Usa e UE, per presunte violazioni di diritti umani, violazioni che andavano tradotte essenzialmente in rifiuto alla subordinazione coloniale. E da valutare anche tenendo conto della condizione di non pace-non guerra, che i padrini dell’Etiopia imponevano alla piccola nazione multietnica e multiconfessionale attraverso le ricorrenti incursioni militari del potente vicino, riluttante a rassegnarsi a un accordo di pace, Algeri 2000, sancito dall’ONU e che assegnava all’Eritrea le aree di confine disputate.

Nel percorrere l’Eritrea dai fantastici fondali del Mar Rosso all’estremo est semidesertico di Barka, attraverso le città, ottimamente conservate, dei grandi architetti razionalisti italiani, incontrando costantemente un popolo ospitale, ciarliero, sorridente, pregno delle sue diverse tradizioni e costumi, musiche, mercati, abitazioni, non si poteva non stupire di fronte alla sua resilienza, pari solo all’incredibile sofferenza subita dalla violenza coloniale. La violenza dell’apartheid italiana, con i giovani assoldati a forza tra gli “ascari” per le nostre guerre di sterminio, del tiranno etiopico Hailè Selassiè, al cui paese l’ONU aveva associato l’Eritrea senza tener conto dell’univoca volontà popolare contraria, e poi del successore gradito all’URSS, colonello Mengistu Haile Mariam, entrambi impegnati in un genocidio cui, per sopravvivere, l’Eritrea ha dovuto opporre trent’anni di lotta di Davide contro Golia. E i nostri media, i nostri politici, i nostri missionari colonialisti alla Zanotelli osavano infliggere a questo popolo l’oltraggio della diffamazione e delle menzogne imperiali! Ributtante.

Il presidente eritreo e il primo ministro etiope

Davide e Golia: riconciliazione
Ora è successo quanto avrebbe potuto succedere cinque lustri fa evitando, tra le tante distruzioni e tragedie, anche i 70mila morti della guerra. Il nuovo primo ministro etiope, capo di uno dei più armati e tormentati paesi dell’Africa, Abiy Ahmed, dopo aver proceduto a una pacificazione interna del colosso del Corno, liberando prigionieri politici e fermando la repressione nei confronti della maggioranza Oromo (la sua), ha dichiarato di accettare il verdetto di Algeri e quindi di restituire all’Eritrea l’area di Badme e altre, occupate al termine della guerra 1998-2000. Subito dopo, ha ulteriormente fomentato la sorpresa di osservatori e governi in tutto il mondo precipitandosi ad Asmara, capitale del paese nemico, osteggiato e martirizzato dalla fine della colonizzazione italiana (1943) per lo stupefacente abbraccio della riconciliazione. Più che altro, della fine delle mire abissine sul piccolo, ma strategicamente cruciale, vicino.  



Di colpo, sembra, che un dissidio feroce, senza remore, si sia tramutato in pace, amicizia e, come hanno ripetuto quasi ossessivamente ad Asmara i due presidenti, Abiy Ahmed e Isaias Afeworki: “amore”. E, sembra, che la popolazione, accorsa in massa a festeggiare l’abbraccio nella capitale e nelle piazze del paese, con i suoi padri, fratelli, madri, sorelle, figli sacrificati per la  libertà dall’aggressore, abbia condiviso questi sentimenti e propositi (salvo qualche protesta anti-eritrea nelle zone restituite). Ristabilite le relazioni diplomatiche, le telecomunicazioni, progettati scambi e collaborazioni a tutti i livelli. Tutto bene per l’Eritrea, che ha ricuperato il territorio sottratto, esce dall’incubo, dalle pesanti incombenze economiche, del non pace-non guerra e, forse, sarà riammessa, senza condizioni e senza sanzioni (l’ha detto il segretario ONU, pappagallo di Washington, Guterres) nel concerto della “comunità internazionale”. Tutto bene per l’Etiopia che si toglie dal fianco la spina di un modello politico, sociale, economico e ambientale pericolosamente contagioso e, soprattutto, riacquista accesso al mare nei porti di Massaua e Assab.


 Etiopia-Eritrea, tutto bene per il mondo?
Tutto bene pere il mondo, nel punto più cruciale del pianeta per i passaggi da Sud a Nord e da est a ovest? Qui la questione si fa geopolitica  e presenta risvolti che, non si sa come, si inseriranno nel progetto strategico dell’Eritrea, come l’abbiamo conosciuta:  faro di indipendenza, libertà, non allineamento, giustizia sociale. L’Etiopia, ora potente amica, è da sempre guardiano nel Corno e nell’Africa degli interessi occidentali, ora tornati virulentemente predatori e militaristi. Non vi sono per ora segni che il governo Abiy Ahmed, pur sempre espressione di una coalizione in cui il Fronte Popolare Rivoluzionario del Tigray, avverso all’indipendenza eritrea da sempre, ha un peso determinante, voglia abbandonare questo ruolo che gli ha permesso di diventare il paese più armato del continente e che continuano a farlo incombere, con pressione enorme, sui vicini  problematici per l’Occidente, Eritrea, appunto, e Somalia. Ma anche Sudan e Egitto, di cui controlla le vitali acque del Nilo. Vai a vedere se chiederà a Usa e Israele di sgomberare le proprie numerose basi puntate contro ogni eventualità sgradita in Africa, Oceano Indiano e Golfo. Quelle da cui droni e caccia Usa vanno sistematicamente a bombardare i villaggi somali, col pretesto di colpire gli Shabaab, guerriglia  della resistenza detta terrorismo. Vai a vedere se porrà un freno ai predatori e devastatori del land-grabbing, sauditi o cinesi, o desertificatori di terre e acque, come i digaioli di Impregilo.

Etiopia, Saudia, EAU, amici del giaguaro
Se tutto questo sta per ora in grembo a Giove, di certo ne è precipitata sullo stretto di Bab el Mandeb, sul Mar Rosso e sul vicino Yemen, la base militare che Asmara ha permesso agli Emirati Arabi Uniti (EAU) di costruire ad Assab, concedendogliela in affitto per molti anni e ricavandone evidentemente un buon guiderdone per la sua economica asfissiata dalle sanzioni. La cosa risale all’anno scorso. Ne avevamo chiesto ragione ai diplomatici eritrei che avevano negato il fatto. Ma l’unanime informazione della stampa e le fotografie satellitari confermano il desolante sviluppo.  E ora, da quella base partono pure i voli e i contingenti di Abu Dhabi (dio non voglia, di nuovi ascari eritrei), che ha già occupato il Sud dello Yemen, per completare l’assassinio  perpetrato dalla coalizione franco-statunitense-saudita del disgraziato paese (niente magliette rosse per questo genocidio?). Un paese poverissimo, ma strategico, da sempre sottoposto alle sevizie saudite, che aveva sperato di sollevarsi da colonialismo, dispotismo e sottosviluppo con la rivolta di popolo, nel 2011, contro regimi fantocci impostigli dai nemici storici al pari di quanto succede in Somalia.

 Isaias Afeworki e Mohammed bin Zayed
 Il vertice di Asmara tra Etiopia e Asmara era stato preceduto di pochi giorni da un’altra importante e inedita evoluzione geopolitica: la visita  di Isaias al principe ereditario dell’EAU, sceicco Mohammed bin Zayed, anche in questo caso centrata su una promozione di legami ad ogni livello tra i due paesi, a partire dalla cooperazione implicita nella base di Assab  Dire Emirati è dire sauditi, è dire Israele, è dire Usa e Nato, è dire devastazione terroristica e bellica dello Yemen, del Medioriente e di mezzo mondo. Come la mettiamo con l’Eritrea libera da ogni condizionamento imperialista?

Altro pezzo di antimperialismo che se ne va?
Viene da pensare a Cuba del tardo castrismo, battuta dai papi, che omaggia Obama “uomo sincero”, che si apre alle sette evangeliche, che privatizza metà della sua economia, che fa sventolare stelle e strisce sul Malecon. Dunque: riconciliazione e amicizia con l’Etiopia, avamposto imperialista in Africa e protagonista di un modello economico dettato dai precetti predatori del nuovo colonialismo. Accesso del potente vicino ai porti eritrei, quelli dai quali l’Eritrea indipendente e non obbediente ricavava un suo significativo ruolo strategico. Implicita collaborazione di Asmara alla feroce distruzione del popolo yemenita che, ai tempi della lotta di liberazione eritrea, ne aveva ospitato i profughi e le organizzazioni. Rapporti sempre più stretti, a partire da aeroporti, porti e base concessi (e da Abu Dhabi potenziati), con il satrapo del Golfo impegnato nella conquista imperialista di uno Yemen genocidato e il cui potere finanziario condizionante parrebbe irresistibile. E, sullo sfondo, un’Eritrea che, attraverso questi nuovi rapporti, esce dall’ostracismo imperiale (e zanotelliano) ed entra in un contesto di cui le colonne portanti sono Usa, UE, Israele e quei rigurgiti di orrido totalitarismo familistico che sono i nababbi del Golfo.

Che ve ne pare? Primum vivere? A me viene da piangere. Solo ai palestinesi e agli arabi avevo impegnato tanta parte del mio dentro e fuori quanto agli eritrei.

 Il vostro cronista, un tantino diverso, con dirigenti e combattenti del FLE, 1971

Il privato è geopolitico
E tornando all’intreccio tra quel paese e la mia modestissima persona, ve ne racconto le ultime evoluzioni, prima per me assolutamente sbalorditive, ma poi interpretate nel segno del parallelismo con i grandi mutamenti sopra illustrati. Quando decisi, due anni fa, di fare qualcosa per rettificare l’immagine che la stampa mercenaria, i coltivatori dello sradicamento delle popolazioni africane e mediorientali insistevano a dare dell’Eritrea, non incontrai proprio l’entusiasmo dell’ambasciatore a Roma. Mi era stato anticipata la negazione di qualsiasi assistenza nel lavoro e negli spostamenti in Eritrea,  della quale conoscevo le limitazioni ai movimenti degli stranieri. Arrivati, Sandra e io, ad Asmara, le aspettative pessimistiche furono sbaragliate da una collaborazione generosa, cordiale, intelligente, contatti e interviste con le massime autorità, piena libertà di movimento e di contatti con la gente, gli intellettuali, i contadini, le donne, gli operai. Ci accompagnò per l’arco delle tre settimane di attraversamento di terre ed eventi Elias Amarè, un grande giornalista eritreo, un pensatore e attivista rivoluzionario, imbevuto di teoria e pratica marxista e africanista. Non avrebbe potuto andarci meglio. E, alla fine, ci lasciammo con grandi, forti e sinceri abbracci e condivisioni, convinti di un’eterna amicizia.

Confezionato il lungometraggio di 90 minuti  Eritrea, una stella nella notte dell’Africa”, con l’aiuto del responsabile media della comunità eritrea di Roma, Daniele Sillas, di madre eritrea e padre italiano, allestimmo una serie di presentazioni di grande successo di pubblico tra Roma, Milano, Firenze. Il Campidoglio ci accordò addirittura la sala della Protomoteca, richiesta alla sindaca Raggi dalla senatrice 5 Stelle Bertorotta. Per l’annuale festa della comunità romana, nella ricorrenza dell’indipendenza, era stata prevista una grande esposizione delle centinaia di foto che avevo scattato nel corso delle mie spedizioni nella guerriglia. Lavorammo anche a una versione inglese del film (più tardi ne avrei fatta anche una francese). La distribuzione delle copie Dvd in queste occasioni pubbliche ci avrebbe, almeno parzialmente, risarcito del costo complessivo sostenuto da esclusivamente nostre non cospicue tasche. Recupero necessarie, in assenza di qualsiasi altra fonte di finanziamento, per continuare l’attività di videoinformazione altra.

Poi tutto cambiò. Niente mostra delle foto. Pretesa dell’addetto stampa Daniel di gestire per conto suo il prodotto, protetto da mio copyright, nei paesi anglofoni, rifiuto di pagare la confezione inglese da lui ordinata al montaggio e, inconcepibile e oltraggioso, una serie di accuse scritte in rete secondo le quali tutta la nostra operazione aveva carattere mercantile e di lucro personale, per cui non se ne voleva più sapere. Lucro di cui, nei 22 documentari realizzati tra Medioriente, Vietnam, Balcani, Latinoamerica, Italia, non s’è mai visto neppure un centesimo. Alle ripetute richieste di spiegazione, di rettifica, di smentita dell’assurdo comportamento, offensivo per noi, ma disastroso per la continuità di un’informazione onesta sull’Eritrea, quindi autolesionista, non ha mai risposto nessuno dei nostri interlocutori.

 
Fondista eritrea e fondista etiope, suo marito, nel giorno della riconciliazione

In un primo momento ho attribuito questo tonfo nella scorrettezza al fatto che le mie foto dell’Eritrea, poi riprodotte nel film, erano state scattate durante la mia frequentazione dei combattenti del FLE (non del FPLE, che allora non esisteva) e che questo poteva aver suscitato il gretto e antistorico risentimento della fazione vincente, appunto l’FPLE. Poi m’è venuto in mente che, nel film, avevo denunciato la feroce aggressione allo Yemen e che avevo ripetutamente chiesto agli eritrei, disturbando forse, se fosse vera l’installazione militare degli Emirati ad Assab. Ho già detto che nessuno mi ha mai risposto e spiegato niente. Neanche il compagno marxista. Ora, alla luce degli eventi di Asmara e di Abu Dhabi, una spiegazione me la posso dare da solo. Le mie foto, il nostro film, i miei discorsi e articoli non sono più in linea con l’Eritrea nuova edizione. E a 84 anni, avendone dedicati oltre la metà anche agli eritrei, opponendomi insieme a loro a pallottole, bombe e maldicenze, quella spiegazione è dolorosa. Mi auguro che non lo sia anche per il popolo amico eritreo.

4 commenti:

Fulvio Grimaldi ha detto...

Esistono rivoluzioni senza delitti, errori, orrori? Non c’è dubbio che tanti ne sono stati inflitti al Sud, ma altrettanti e peggio alla Vandea e ad altri vittime delle unificazioni nazionali. Ma senza quel processo, nei quali c’erano socialisti e patrioti sinceri come Pisacane e quelli delle varie repubbliche e vespri massacrati. Saremmo entrani nella modernità con i feudatari siculi e con Ferdinando II?
Il dato è che ora c’è l’Italia e mi pare inutile recriminare. Il meglio di questa nazione lo auspicava dai tempi di Dante. Tagliare le radici fa seccare gli alberi e le “sinistre”, seppellendo il Risorgimento, hanno creato un albero secco.
Fulvio

Alex1 ha detto...

Ferdinando II viene però spesso presentato come un sovrano "progressista" PER l'epoca avendo promosso l'industria meccanica e tessile e costruito la prima ferrovia. Di certo non si sarebbe preso briga di unificare l'Italia, di qui la questione se il Sud sarebbe progredito di più senza il saccheggio violento di risorse economiche ed umane da parte dei Savoia. Con le migrazioni che si sono succedute nei decenni.

Andrea Sintoni ha detto...

Aspetto sempre l'invio di nuovi articoli..sono "pezzi" pregiati che val sempre la pena di leggere e commentare..anzi invito tutti quelli che frequentano questo prezioso blog ad approfondire ed allargare sempre più la discussione.. è un bene per tutti..ma stavolta..lo confesso..ci sono rimasto male..l Eritrea no..per favore.. anche questo popolo che anche attraverso o tuoi articoli ho imparato ad apprezzare, povero ma dignitoso,combattivo,mai domato,gettato tra le fauci cannibali dell'impero dominante..spero proprio che stavolta ti sbagli caro Fulvio..Andrea

Fulvio Grimaldi ha detto...

Andrea Sintoni@
Difficile che mi sbagli dopo aver frequentato l'Eritrea dal 1971 a oggi. A parte l'utile pacificazione, seppure con un gendarme dell'Uccidente, inammissibile è l'intesa con i nababbi che squartano l'amico Yemen e la base loro concessa per l'eccidio.