martedì 8 marzo 2016

Obama dirige, la Fratellanza suona, qualcuno stona



Se riusciamo a far sporgere il capino dalle slavine di informazione artificiale  che giorno dopo giorno, da schermi e pagine stampate mainstream, ci travolge, forse riusciamo a intravedere ancora qualche brandello di realtà. Qui si espone un’ipotesi, tra le tante verità incontrovertibili che ci sommergono, che mancherà di pezze d’appoggio granitiche, ma ha il pregio, imparato da Maria Montessori, di trarre un minimo di logica dal collegamento dei dettagli.

C’è un direttore d’orchestra, da qualche tempo è quello a stelle e strisce con stella di David sul cappello. E c’è un’orchestra che a volte suona in armoniosa sintonia, a volte perde il sincrono perché qualcuno va per conto suo e stona. Succede quando un settore dell’orchestra prende l’abbrivio e inserisce uno spartito diverso sul leggìo.E pare succedere ora, con un’orchestra in dissonanza tra due gruppi di musicanti che anziché andare di conserva, come il direttore vorrebbe, suonano l’uno contro l’altro.


Fuor di metafora, fanno gruppo e si muovono compatti all’attacco Turchia, Qatar e Tripoli, cavalli di razza di una Fratellanza Musulmana cui il direttore, o regista, memore dei servizi storicamente forniti dalla confraternita al colonialismo, aveva voluto affidare la risistemazione del Medioriente, nel segno di un islamismo integralista, lontano dalle fregole nazionaliste, sovraniste, laiche e addirittura socialisteggianti, degli Stati tempratisi nel fuoco delle lotte di liberazione. Di contro c’è il gruppone Casa di Saud, Emirati, Oman e frattaglie minori del Golfo che non è che siano apostati senzadio, ma sulla religione e sul petrolio vorrebbero non essere infastiditi nella loro egemonia. E a tal punto detestano la Fratellanza da essersi addirittura schierati dalla parte di quel laicone, amico di Putin (con il quale, del resto i sauditi hanno avuto ripetuti abboccamenti, il Qatar no, guai!) e bau bau massimo dei Fratelli Musulmani, che è il presidente dell’Egitto, Abdelfatah Al Sisi.

C’è ragione per sospettare che gli avvenimenti funesti degli ultimi giorni possano essere l’esito  di queste divergenze. Una specie di controffensiva della Fratellanza messa in grave difficoltà in Siria, dagli insuccessi suoi e dei suoi succedanei Al Nusra e Isis, in Egitto dalla rivolta popolare che ha eliminato dalla scena l’imam ultrà Morsi e favorito l’ascesa di Al Sisi, in Libia dagli unici che paiono poter prendere in mano la situazione e sono l’Egitto, i laici di Tobruk e il generale “neo-gheddafiano” Haftar.  Mettiamo in fila azioni e reazioni.

I turchi abbattono un Sukhoi e i Fratelli, o loro cugini di primo o secondo grado, un Boeing, entrambi russi, il primo sulla Siria, l’altro sul Sinai egiziano, due paesi a governo antislamista. Botta ai siro-russi, botta terrificante al turismo che sostiene l’Egitto. Niente da fare: esce fuori che l’Egitto si avvia verso una bonanza economica e fertili rapporti internazionali a vasto raggio grazie alla scoperta di un oceano di gas davanti alle sue coste. E che ci lavora con l’italiana ENI. E che Renzi, commesso viaggiatore dell’ENI, trascurando le fatwe dei Fratelli, va in Egitto e ci combina grossi affari. Visto che sul posto con i manager e a Tobruk con le Forze Speciali sono già arrivati i francesi, eterni guastafeste in Libia.

I Fratelli scatenano una campagna terroristica da un capo all’altro dell’Egitto. Ne fa le spese anche il consolato d’Italia al Cairo. Appunto. Ne fa le spese, appunto, anche un altro pezzo d’Italia, Giulio Regeni, a mezzadria però con gli angloamericani  McCole e Negroponte, spione e serial killer. Più inclini questi, per mandato storico, ai Muslim Brothers che non al generale che si dice erede di Nasser. In Italia tutti coloro che hanno polluzioni notturne sognando la Casa Bianca, o il Tempio di Salomone, aprono un fuoco di sbarramento sul demonio egiziano la cui malvagità farebbe impallidire di invidia Gengis Khan e Pinochet. Parigi, che da tempo tra il petro-sultano del Qatar e il gas-presidente d’Egitto ha scelto il secondo (anche per la comune vista sulla petrolifera Libia), il terrorismo islamista se lo fabbrica da sola. I Fratelli veri ne restano fuori. Con l’Italia si può, con i francesi è più rischioso.

Ma Roma, Palazzo Chigi, l’ENI, non demordono. Farsi sfuggire il boccone energetico egiziano, proprio mentre a casa nostra un possente movimento popolare No Triv, ora pure referendario, mette in discussione la distruzione del territorio nazionale tramite trivelle e piattaforme, scherziamo? E allora vengono fatti trovare morti, tra versioni deliranti che si scontrano tra di loro come palline impazzite sul biliardino, due italiani, Failla e Piano, tecnici ENI. La pallina più pazza è quella del chiodo che avrebbe permesso ai due sopravvissuti di scardinare una porta e ritrovarsi liberi in strada. Tutto succede a due passi dal municipio di Sabrata, dove si aggirano quelli dell’Isis e regnano i cugini musulmani dei Fratelli Musulmani di Tripoli. Gli uni fianco a fianco con gli altri. Una faccia una razza. Giustiziati? Colpiti nello scontro a fuoco? Armati anche loro? Scudi umani? Dice che sono stati quelli dell’Isis, e chi se no. 

A questo punto, da quelle parti restano appena i quattro gatti dei servizi e delle Forze Speciali. Ma i 5000 armigeri, ripetutamente annunciati dalla fregolosa Pinotti, vengono bloccati a mezz’aria da una presa acrobatica di Renzi. Dati i buoni rapporti Roma-Cairo, era da supporre che sarebbero serviti a sostenere la campagna già avviata a Bengasi da Haftar. Ma due morti e altri due a rischio di fare la stessa fine hanno fatto correre il premier da Barbara d’Urso, dove si decidono le sorti del mondo, e a compiere quel testacoda, da “guerra alla Libia” a videogioco. I Fratelli fanno paura.

Ma i Fratelli di Tripoli e del Qatar non si fidano. Dopo essere stati per mesi in prima fila a invocare  l’intervento straniero “contro l’Isis” (sarebbe come se la ‘ndrangheta chiedesse ad Alfano di infierire su Cosa Nostra), immaginando che l’intervento avrebbe favorito loro su quelli di Tobruk, subodorato che Roma non è ancora del tutto convinta, la menano per le lunghe nella restituzione dei corpi dei due nostri infelici connazionali. Possiamo immaginare, insieme ai superesperti che blaterano fantasie da schermi e giornali, che intorno alla triste vicenda di Failla e Piano e quella tormentata di Calcagno e Pollicardo, si arrovellino e contendano meriti e demeriti bande di briganti, settori degenerati delle milizie di Misurata, berberi filo-Tobruk calati a valle, guardie municipali di Sabrata, l’Isis che si vendica su di noi giacchè non può picchiare gli americani che li hanno disfatti con le bombe. Ma se non è zuppa è pan bagnato. La guerra è tra i Fratelli Musulmani con rispettivi sponsor statali, turchi e Qatar in testa (ma anche Israele, capirai: da teocrati a teocrati…), ed Egitto e rispettivi amici (con cui pure briga Israele, da sempre con i piedi in tutte le staffe).

E gli Usa? Nulla è lineare neanche qui. Un po’ con i turchi nella Nato e nell’intento di sconvolgere l’Europa con i rifugiati, un po’ contro i turchi con i curdi siriani che gli fanno costruire una base e un aeroporto anti-Assad in Siria in cambio di protezione e secessione. Quanto alla Libia, in un modo o nell’altro la vogliono, magari spartita tra francesi, britannici, loro, e una pompa di benzina all’Italia. Di prammatica preferiscono gli Islamisti con i sottoprodotti Isis e Al Nusra, che poi sono un’impresa comune tra loro e tutti gli altri. Probabilmente, ancorati alla tradizione, nonostante i recenti rovesci subiti dai Fratelli in Egitto, Siria e Iraq, preferiscono quelli che non hanno la fisima degli Stati Nazione e tantomeno del panarabismo (ancora gli scotta quell’esperienza). Anche perché è dalla religione che fioriscono le migliori lobotomie di massa e i più efficienti regimi totalitari.

Ecco perché l’ambasciatore Usa Philips, dalle bocche di fuoco del Corriere, ha sparato schiaffazzi a Renzi per non avere ancora attraversato il Canale di Sicilia in armi. In direzione di Tripoli, però, non di Tobruk. E il discolo fiorentino?  Qualcuno, a vederne l’andirivieni  tra guerra e pace, tra minacce dei Fratelli e minacce del padrino Usa, tra il Cairo e Tripoli, s’è chiesto se si trattava di un mini-Craxi a Sigonella, o del solito Arlecchino dei due padroni. Poi lo si è  ritrovato in classe, ma sotto il banco, a promettere alla professoressa D’Urso di essere buono. Buono un po’ con l’uno, un po’ con l’altro, come è virtù nazionale. La quadra sarebbe beccarsi il gas egiziano, e al tempo stesso non far incazzare la Fratellanza (e chi la pompa). Bisogna vedere come la prende Mr. Philips. 


Comunque, amici, sono ipotesi perché, come diceva Lorenzo, “di doman non v'è certezza”.

10 commenti:

Paolo Selmi ha detto...

Ciao Fulvio!
unisco altri due puntini che puzzano tanto di direttore d'orchestra a stelle e strisce: una stoccata a quanto pare uscita bene.
A fine agosto i tedeschi non sembravano preoccuparsi troppo del tentativo di destabilizzazione in atto denominato "emergenza profughi". Anzi, titolavano a cinque colonne che erano disponibili ad accoglierne quantità intorno ai sei zeri: Markus Dettmer, Carolin Katschak and Georg Ruppert , "Rx for Prosperity: German Companies See Refugees as Opportunity", Der Spiegel, 35/2015 (August 22, 2015), disponibile in traduzione http://www.spiegel.de/international/germany/refugees-are-an-opportunity-for-the-german-economy-a-1050102.html
Neanche tre settimane dopo, una mossa targata US EPA che avrebbe fatto chiudere qualsiasi altra fabbrica europea: il caso Wolksvagen, con il ritiro di milioni di autovetture del gruppo prodotte dal 2009 al 2015, multe altrettanto milionarie, danno d'immagine, ecc. Ovviamente, la politica occupazionale e di integrazione della cosiddetta locomotiva d'europa andata a farsi benedire. In buona sostanza, quando i tedeschi cercano di smarcarsi a Est verso Mosca, con quello che all'epoca è un partner commerciale di prima categoria, si trovano fra capo e collo una Maidan a stelle e strisce. Quando i loro Krupp cercano di trarre profitto dall'afflusso di centinaia di migliaia di profughi, di buoni, se non ottimi, livello culturale e capacità lavorative, quali i siriani, arriva lo scandalo WV.
Sarò malfidente… ma i puntini li unisco.
Paolo Selmi

Massimo ha detto...

Caro Fulvio, sicuramente sono solo ipotesi ma hanno il pregio, contrariamente a mille altre balle propagandate ininterrottamente dal menzognificio mediatico in servizio permanente, di partire dai fatti e collegare i puntini del disegno in un modo razionale.
Sul caso del povero Regeni, ad esempio, abbiamo sentito tutto il coro dei media mainstream partire subito in quarta non appena ritrovato il corpo dello sfortunato ragazzo, sull'omicidio di stato del neo Pinochet del Cairo Al Sisi, senza minimamente tenere conto, e perché dovrebbero farlo se la loro unica preoccupazione è leccare il deretano a quelli che guidano la macchina del vapore, dell'incoerenza dell'ipotesi di un governo che ammazza un cittadino straniero e poi ne fa pure ritrovare il corpo straziato da torture indicibili.
Al Sisi e i suoi sarebbero, secondo questi geni dell'informazione, talmente imbecilli da non solo massacrare un cittadino straniero nel loro paese ma anche, dopo pochi giorni, farne ritrovare il corpo massacrato......che dire, dei veri strateghi.
Sulla vicenda dei due sfortunati tecnici dell'Eni in Libia uccisi e dei loro colleghi più fortunati, è evidente che la posta in gioco è ben altra dalle apparenze e probabilmente attiene alla possibilità che l'Italia giochi da battitore libero per quanto possibile, cercando anche di spingerci ad intervenire sul campo, cosa che per fortuna il tacchino vanesio toscano finora si è guardato bene dal fare.
Saluti e continua così caro Fulvio!

Anonimo ha detto...

Caro Fulvio,

grazie come sempre per la lucidita' dell'analisi e per sapere mettere in luce le connessioni tra i fenomeni come quasi nessun altro.

Senza nessun intento polemico, ma per contribuire alla discussione, ti segnalo questo articolo dal blog di Federico Dezzani, il quale da' una lettura della questione Regeni-ENI-Egitto simile alla tua (forse addirittura piu' particolareggiata), e poi prosegue con la campagna per Regeni di Amnesty sostenuta da molti ex- Lotta Continua, che a suo avviso sarebbe stato, di fatto, un movimento eterodiretto dagli anglofoni per indebolire in PCI (cosi' come tutta la sinistra extraparlamentare).E ovviamente ti cita. Cosi' come lo fanno, a tua difesa, molti commentatori....
Non intendo certo importunare su questioni personali, faccio una riflessione, spero, piu' ampia. Come e' possibile coniugare gli strumenti che permettono di dare della questione-Regeni una lettura attenta e certo lontana dagli schemi mainstream con (eventuali) scivoloni storico-politici come l'intepretazione data della storia di Lotta Continua?

Te lo chiedo perche', avendo la fortuna di potermi confrontare con un amico attento e debitamente informato, ci chiediamo spesso come sia possibile mantenere "la barra ferma e dritta" quando ogni giorno ormai rimbalzano le teorie e versioni piu' disparate?

Penso sempre che la "cassetta degli attrezzi" rappresentata da lotta di classe, internazionalismo, conflitto capitale-lavoro, materialismo storico & dialiettico ecc siano strumenti fondamentali e che la stagione '68-'77 sia stata luminosa ma, appunto, perdona la provocazione...e' possibile davvero che anche Lotta Continua sia stata infiltrata, strumentalizzata ecc, pur nella militanza sincera di migliaia di compagni? Se questo e' vero (come appare ormai certo)in merito alle BR, perche' non potrebbe esserlo stato per LC? Anche quanto scrive su Sofri e' in linea con quanto ne dici tu...ma la natura del movimento? Certo questo Dezzani ha 35 anni...tu ne hai viste un pochino di piu'..

Ti ringrazio molto per l'attenzione, con grande stima (qui sotto il link all'articolo)

Edoardo

http://federicodezzani.altervista.org/dagli-allegitto-chi-ce-dietro-amnesty-international-e-gli-ex-lc-che-invocano-la-linea-dura-sul-caso-regeni/

Fulvio Grimaldi ha detto...

Edoardo@
Regeni? Ce l'hanno mandato.
In questo post sul mio blog che probabilmente non hai letto, affronto la questione sulla natura di LC. Avendoci militato, anche con notevoli costi, per quasi 10 anni e avendoci riflettuto per quelli che vanno da allora ad oggi, penso di poter concludere che LC è stato il più grande e genuino movimento rivoluzionario dopo la lotta partigiana e che giustamente ha contrastato la deriva consociativa ed entrista del PCI.. Ma che a un certo punto, intorno al 1972-73, a seguito del fatto Calabresi, Sofri e il gruppo dirigente hanno ritenuto di deviarlo in direzione diversa.O erano ricattati, o hanno abbandonato il cavallo che ritenevano perdente per salire su quello vincente. Chi ha tradito sono stati una ventina di ex-dirigenti, Dezzani li elenca. La parte sporca dell'operazione di Dezzani, che mi sembra un provocatore con retroterra antimperialista di segno fascista, è quella di aver desunto dalla mia esperienza alla BBC, che ho definito una grande scuola di tecnica giornalistica, linguaggio, dizione, cronaca, what, where, when why, e dal fatto che poi sono stato il direttore responsabile del quotidiano, che ero della stessa risma di infiltrati e opportunisti degli LC passati dall'altra parte e oggi vessilliferi della controrivoluzione e dell'imperialismo. O non ha letto nessuno dei miei articoli o libri, o non ha visto nessuno dei miei film, o è, appunto, un provocatore. Peggio di Sofri e Co.

Anonimo ha detto...

Buongiorno Fulvio,

ti ringrazio davvero molto per l'umanita' e la passione che emerge dalla tua risposta.

Come praticamente ogni cosa che scrivi, quanto dici e' limpido e non necessita altro.

Grazie per l'attenzione, con grande stima

Edoardo

Paolo Motta ha detto...

Scusa Fulvio, se salto fuori io con una domanda che non c'entra molto: ma cos'è questa storia che gira in rete che ci sarebbe un ex ufficiale di Saddam Hussein che aiuta l'ISIS in Iraq? E' l'ennesima balla della stampa schierata con gli USA per giustificare la colonizzazione del pese?
Grazie in anticipo.

Anonimo ha detto...

Credo che Fulvio su Dezzani abbia proprio centrato. Ogni tanto leggo il suo blog anche io e mi sono fatta un'idea:lui mette insieme dei puzzle su argomenti anche interessanti, ma tralascia alcuni aspetti importanti. Ho l'impressione che lo faccia volutamente perché lui ha la "sua verita'" precostituita dove desidera che si converga.

Un sincero grazie per quello che fai Fulvio.
Anna

Fulvio Grimaldi ha detto...

Paolo Motta@
Quando l'Isis entrò in Iraq c'erano effettivamente ex membri del Partito Baath che parteciparono alla lotta contro il governo. Questo perchè il governo precedente, di Al Maliki, succube degli Usa, aveva pesantemente perseguitato gli ex-Baath e saddamisti e in genere la popolazione sunnita.
Questa alleanza poi si sciolse di fronte ai veri obbiettivi dell'Isis e alle sue atrocità.

rossoallosso ha detto...

daltronde se movimenti di sinistra extraparlamentare trovarono terreno fertile in Italia genuini o meno che fossero non si fatica ad attribuirne le colpe al PCI,non credo ci fossero ne Fulvio ne Gallinari con una pistola alla tempia di Occhetto quando disciolse il partito,unico PC d'Europa a farlo dopo il crollo del muro.Forse che lo stesso Pasolini era agente CIA o piuttosto il partito stesso un covo di vipere ?

Marco ha detto...

Standing ovation a Fulvio! Ottimo articolo!