mercoledì 20 giugno 2018

Sovranità, nazione, patria, identità, confini .… La Destra? Accoglienza, no borders, integrazione, Europa…. La Sinistra? --- LA RISPOSTA DELLA GRECIA IN COMA (VIGILE)



Cari amici, interlocutori, compagni, ora ci sarà una pausa di qualche settimana. Forse incontrerò qualcuno di voi nelle valli o sulle pareti delle Dolomiti. Mi perdonerete la lunghezza (prolissità?) di questo testo, forse, considerando che non di quisquilie spero si tratti e che il tempo per leggerlo è da qui a metà luglio. Buon tutto.

Atene, le voci dei leader della Resistenza greca.

“Dico con tutta la forza della mia anima che il nostro paese realmente fa parte del quadro occidentale, appartiene all’Unione nEuropea, alla NATO e questo non si mette in discussione” (Alexis Tsipras, Antenna TV, maggio 2014)

Voci Bilderberg per tenere a galla i negrieri
L’altra sera ho aperto la finestra di destra del canale di Urbano Cairo, quella che la sua conduttrice e autrice definisce “progressista” alla maniera con cui il PD si definisce di centrosinistra, Saviano di sinistra tout court, Fratoianni di estrema sinistra e “il manifesto”  quotidiano comunista. Mi riferisco alla trasmissione della signorina Lilli-Bilderberg-Gruber “Otto e mezzo”, che tutte le sere e anche il sabato ci dà la misura della professionalità con la quale il giornalismo bilderberghiano e quello subordinato affrontano le questioni dirimenti del nostro tempo. Tipo gli eroi MSF di Aquarius, che ormai pescano migranti sul bagnasciuga libico, per risparmiare costi e fatiche ai colleghi in terra. C’erano i soliti tre ospiti; due a far squadra con la conduttrice, l’altro a fare da vaso di coccio, dovendosi guardare dai due lati e anche da davanti. Equilibrio divenuto fisso nelle tv, non solo della signorina Lilli, in queste temperie di terrorizzanti cambiamenti  di uno Status quo rimasto tale, con interruzioni, dal Congresso di Vienna del 1815 (restaurazione) e allargato al Sud del mondo dalla Conferenza di Berlino del 1884-5 (spartizione delle colonie).

Bilderberg e giornalismo: compatibili?


Nell’occasione, a farsi sostenere dal tacco 15, dalla tinteggiatura ramata della chioma e dalla boccuccia di rosa gonfiata dell’estasiata Gruber, testè reduce dall’annuale convention acchiappamondo della conventicola bancario-globalista a Torino, c’erano, a completare la triade “progressista”, Massimo Giannini, frammento laico, ma sanamente anti-5Stelle, di Eugenio Scalfari, santone che divide le sue devozioni tra due divinità, Bergoglio e Draghi, e tale Diego Bianchi, detto Zoro. Uno che, se non lo avete visto, siete distratti di molto, dato che nei suoi programmi quel faccione rustico, da paracomico rurale e cripto-agitprop “progressista”, lascia ad altre immagini lo spazio del raccattapalle alla finale di Wimbledon tra Federer e Nadal.  Accomunati, tutti e tre,  da una viscerale avversione ai 5Stelle, che si direbbe al limite della psicopatia, se non la si riconoscesse subito di stampo bilderberghiano. Poi c’era, fuori dal coro, Andrea Scanzi, arguto editorialista del Fatto Quotidiano.

L’argomento era Aquarius, le nefandezze di Salvini-Toninelli, l’eroismo dei soccorritori Medici Senza Frontiere, la disperazione di 630 sottratti al naufragio. E non c’era partita. Con i tre progressisti che si lisciavano il pelo  a forza di umanità, generosità, donne incinte e bambini abbandonati; con lo Zoro che innescava addirittura la bomba del Regeni torturato e ucciso  da Al Sisi, tanto per far capire che hic sunt leones: a sud del Canale di Sicilia in mano a libici ed egiziani e in quell’inferno che è tutta l’Africa (ma anche il Medioriente, l’Asia, tutto quello che non è Occidente), cosa poteva dire il povero Scanzi, fatto camminare sui carboni ardenti dei migranti a rischio annegamento?  L’occasione sarebbe stata d’oro perché i tre professionisti della comunicazione si togliessero la curiosità di conoscere, da una protagonista che c’è stata, cosa diavolo si fosse detto, letto, scritto, combinato, deciso, nella riunione dei fenomeni dotati di superpoteri, capeggiati dai Rothschild. I vertici di quell’1% dell’umanità che detiene il 48% delle risorse mondiali, di quel 10% che ne detiene l’80%, avendolo rubato a quel 50%  che non detiene una mazza (tra i quali anche 5 milioni di nostri concittadini che non hanno da mangiare, i 17 milioni che ne hanno poco, i 12 milioni che non possono curarsi).
 


Occasione sfuggita ai giornalisti ospiti, né offerta dalla giornalista ospitante. E’ la nuova caratura della categoria. Della Gruber e della qualità professionale di una che partecipa a segreti consessi di portata planetaria e poi non dice nulla a quelli che dovrebbero essere i suoi utenti, s’è detto. Su Giannini, scriba scalfarian-debenedettiano, nulla c’è da aggiungere. Zoro, fattosi una credibilità politica in testate bolsceviche come “Il Riformista”, “il Venerdì di Repubblica” e Canale 5 del Berlusca, dalla nicchia di Serena Dandini (“Parla con me”), sfottendo benevolmente le evoluzioni del PCI-PDS-DS-PD, si guadagna i galloni per una prima serata griffata buonismo ridanciano, migrazionista, femminista, genderista, antipopulista, di alto gradimento sorosiano. Con Mattarella, dopo il noto episodio di sapore golpista, si complimentano a vicenda di aver salvato l’Italia.

Mi sono dilungato su questo esempio di impeccabile deontologia perché si tratta di una mera tessera, neanche tanto clamorosa, nel mosaico urlante dei media, cioè dei padroni dei media, compostosi nei giorni  in cui la chiusura dei porti ai negrieri del moderno schiavismo coincideva con l’epifania nei cieli d’Italia del sole Soros, maitre à penser et à financier  del fenomeno migrazioni. Uno schiavismo frutto del nuovo colonialismo che non occupa più terre, ma ne estrae le ricchezze e non deporta più persone, ma  le induce ad autodeportarsi e poi le convoglia dove servono meglio. Magari là dove, per abbattere le anacronistiche pretese di diritti, sovranità, pane e libertà degli autoctoni, c’è bisogno  dei collaudati eserciti industriali (logistici e agricoli) di riserva.

Licantropi in veste di agnelli


Il raziocinio, la chiaroveggenza, la memoria storica degli italiani è stata travolta in questi giorni da uno strapparsi i capelli e un lacerarsi delle vesti sulle scelleratezze anti-migranti tali da rendere bisbigli gli strepiti di 20 secoli di prefiche calabresi. Il parossismo dell’ipocrisia nel quale, ancora una volta, eccelleva “il manifesto” (sostituto volenteroso della defunta “L’Unità” nella disinformazione umanitarista pro-PD), con metà del giornale dedicata  a santificare i negrieri Ong e l’altra a sostegno delle operazioni Cia-Soros anche in America Latina (Nicaragua) e alle escursioni culturali della tribù degli eletti. Una specie di catarsi collettiva, una lavacro, risoltosi in  un riciclaggio gigantesco della cattiva coscienza, finalizzato a seppellire, sotto un’immensa fioritura di diritti umani profumati all’iride, i macigni delle proprie frustrazioni e impotenze. Ma anche i sensi di colpa, maceranti anche se non ammessi.

Frustrazioni e impotenze per aver subito, subito ancora, risubito e non essere stati capaci di reagire, di concepire, proporre, far passare l’alternativa alla tirannia del pensiero e modo unico. Alternativa che si sa bene indispensabile per prolungare il cammino della specie, delle specie, su questo pianeta. Sensi di colpa per essere stati e voler continuare ad essere registi e attori di un cannibalismo dall’esito letale per tutti (ma per loro un po’ dopo), per aver celato sotto una teatrale virulenza anti-razzista, il razzismo vero, genocida, delle guerre Nato condotte in combutta con l’UE buro-oligarco-fasciocratica, strumento continentale della cupola mondialista.

Diceva Alexis de Tocqueville che la storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie. Non per caso mi sono riferito prima al Congresso di Vienna. Sconfitto il messaggio napoleonico, pur sanguinario, della legge uguale per tutti e della costituzione dei popoli in nazioni, le monarchie assolute imperiali, compresa quella ecclesiale,  provano a riavvoltolare la Storia. A ogni decennio successivo moti popolari, memori dell’89, alzano barricate contro la restaurazione: anni ’20, ’30, il ’48 in tutta Europa e a Roma con Garibaldi. Risorgimento italiano, tedesco, Comune di Parigi. Ne saranno eredi, un secolo dopo, le nazioni in lotta di liberazione dal colonialismo, Algeria, Cuba, Vietnam, mezza Africa, Egitto, Libia, Siria, Iraq, Afghanistan…. Tutte nello sconveniente nome di “patria”.

E’ la solita storia: quelli del Congresso di Vienna contro quelli della Repubblica Romana
Le comunità omogenee, unite da storia, lingua, cultura, progetto sociale, desiderio di democrazia e sovranità si stabilizzano in nazioni. Le monarchie si estinguono. Ma non quelle forze, in costante cospirazione per la rivincita, oggi come allora costituitesi sulla base della ricchezza rapinata. Il mundialismo si è dotato di tecnologie di persuasione e controllo senza precedenti dai tempi di inferni e paradisi minacciati e promessi, di armi di sterminio, di formidabili quinte colonne nel campo avverso. Ma ha conservato e aggiornato l’arma della tratta degli schiavi,  oggi anche di 68 milioni di migranti, sfollati, bombardati, rapinati, pronti a essere spostati e riposizionati dove occorra annientare resistenze fondate su coscienza di sé, del proprio passato e del proprio futuro. E’ in vista un nuovo Congresso di Vienna, la restaurazione si chiama mondialismo e guarda al Sud del mondo come gli spartitori di Berlino 1884.

Da noi gli facilitano il compito gli assist agli zombie del PD e della “sinistra sradicale” di un trucidone come Matteo Salvini e dei suoi detriti parafascisti, della cui identità e del cui ruolo vero resta da dubitare fortemente. Del resto, più questo energumeno vernacolare viene spernacchiato dai Lerner, Boldrini, Zucconi, Speranza, noti  combattenti per il proletariato, e più il furbo bifolco cresce. E’ questa l’intenzione? Se ne diano una ragione i 5 Stelle, se qualche bagliore in quegli astri è rimasto e saltino il fosso prima che quello ve li faccia affogare.

Basta vedere, ascoltare i greci


La Grecia, che ho raccontato nel docufilm “O la Troika o la vita – Non si uccidono così anche i paesi?” ha subito, grazie a quelle famose quinte colonne, la sorte che in America Latina viene attualmente riservata alle nazioni dell’arco antimperialista. E’ stata la prima e ci sono tutti i segni che noi se ne debba seguire la sorte. Forse, a dare la precedenza ai figli dei classici, è la saldezza e la forza di una civiltà che ha insegnato all’uomo e alle comunità coesione, dignità e bellezza e che non rinuncia ad ergersi, come Zeus padre, a denunciare la ferinità dei barbari. Il boia della Grecia, idolo delle eurosinistre migrantifere e genderiane, ha ridotto il suo popolo allo stremo. Ne ha svenduto tutto. Giorni fa, ligio al diktat della Troika, Tsipras ha dato un altro giro al cappio sulla gola dei pensionati e lavoratori. Ma stavolta, innescato anche dalla rabbia del cedimento tsiprasiano alla Macedonia slava del nome usurpato al greco per eccellenza Alessandro Magno,  rinuncia finalizzata a permettere al vicino del Nord l’ingresso nei lager UE e Nato, il popolo greco, nelle sue varie componentidi popolo, si è mosso. Manifestazioni imponenti come quelle del grande ciclo 2010-2015 si sono riviste nelle maggiori città. Le guida una sinistra vera, qualcuno direbbe populista. L’abbiamo ascoltata.

ATENE

Alekos Alavanos, economista, psicoterapeuta, già presidente di Synaspismos e poi capogruppo di Syriza, oggi segretario della formazione “PLAN B”, staccatasi da Syriza dopo il referendum.

F.G. Cos’è il Plan B?
A.A. E’ un’idea alternativa per una politica totalmente diversa rispetto a quelle dettateci da Bruxelles, Francoforte e Berlino e che hanno distrutto la società e l’economia della Grecia. Non siamo io e altri compagni che abbiamo cambiato idea, è stata Syriza a cambiare totalmente. La rottura avviene nel 2011 quando Syriza sostiene che non era possibile avere una linea autonoma nel quadro dell’eurozona e dell’UE.

F.G. Che Grecia sarebbe quella del Piano B?
A.A. Nessuno può pensare che ogni cosa possa essere fatta senza correre rischi, trappole, difficoltà. Proponiamo una cosa molto semplice: le politiche che la maggioranza dei paesi evoluti ha attuato dopo una prolungata recessione. Significa liquidità, domanda, salari e pensioni in grado di far girare la ruota. Significa un ruolo diverso dello Stato, creativo e dinamico, una politica di bilancio opposta a quella dell’UE.

F.G. Pensi che ci possa essere vita fuori dall’UE?
A.A. Certamente c’è vita fuori dall’Europa. Ma non c’è alcuna Europa, non è Europa. Per oltre vent’anni sono stato un membro del Parlamento europeo, amo l’Europa, tengo al confronto con gli altri paesi, le altre forze politiche. Abbiamo bisogno di cooperazione in Europa. Ma deve essere una cooperazione basata sulla solidarietà, sul mutuo beneficio, sul rispetto. Se vuoi essere filo-Europa devi essere contro l’UE e la sua valuta. Siamo all’ennesimo memorandum: ancora tagli, riduzione delle pensioni, più tasse, meno esenzioni. Tutto questo mentre già stiamo in una gravissima depressione.

F.G: Il popolo greco aveva deciso diversamente…
A.A. Il venerdì, prima del referendum della domenica in cui vinse il no alla Troika, vidi la Merkel in tv che diceva che se i greci avessero votato no, il lunedì non sarebbero più stati membri dell’UE e dell’euro. Ci minacciò. Usano campagne terroristiche, ora anche in Italia, di fronte alla rivolta della gente. I greci non si fecero intimidire: oltre il 60% votarono no. Poi furono traditi, ingannati. Se io voto no e il governo il giorno dopo dice sì, ciò che si perde sono l’autostima, la fiducia, la prospettiva, la dignità morale.

F.G. E adesso?
A.A. Credo che ci siano dei buoni segni, che non ci vorrà molto prima che il popolo greco si svegli e riprenda in mano il fucile, il fucile della politica.

F.G. Anche noi abbiamo vinto un referendum contro i desideri della Troika. Credi che l’UE abbia per l’Italia un progetto come quello imposto a voi?
A.A. Spero che i poteri sistemici in Italia non si comportino come i nostri e le sinistre come le nostre sinistre. In effetti l’Italia è un boccone grosso. Ma potrebbe anche essere la leva per cambiare l’intera Unione. Le recenti elezioni, chiunque governi ora, hanno espresso una chiara volontà della maggioranza contro quanto all’Italia viene imposto. L’Europa non può sopravvivere nella forma e con i contenuti di adesso. Brexit è la soluzione. Spero che i popoli italiano e greco ritrovino la propria autostima e lottino, insieme ai francesi, ai tedeschi, a tutti, per un’Europa diversa, senza la BCE, senza questa valuta tossica. Un’Europa della libertà, creatività e della capacità sovrana dei popoli di autogovernarsi.

F.G. Vedi un filo che corre dalla vostra guerra contro i nazifascisti, alla guerra civile, a quella partigiana contro i britannici, alla dittatura Nato di Papadopulos, fino alla Troika?
A.A. C’è un filo, un filo assai pericoloso. E’ il filo della dipendenza, della subordinazione, militare, politica, anche psichica. La Grecia, inizio e simbolo della nazione che resiste, fin dall’800, è un simbolo increscioso, intollerabile. Dobbiamo farla finita. Non siamo agli inizi dell’800, quando qui comandavano i sultani. Sai, non c’è più sovranità nazionale. Una sovranità che non sarebbe  in contraddizione con la collaborazione internazionale. Anzi. C’è sovranità nazionale quando il popolo si autogoverna e quando la cooperazione internazionale rispetta e favorisce una sovranità nazionale democratica. Il frutto è sull’albero. Lasciamolo maturare. Arriverà sulle nostre tavole.


Panagiotis Lafazanis,  segretario di “Unità Popolare”, già dirigente del KKE (PC greco) e ministro nel primo governo Tsipras, poi staccatosi da Syriza

F.G. Sembra che in Grecia rinasca una resistenza.
P.L. Per la prima volta dopo molto tempo si sono viste manifestazioni popolari di massa davanti al parlamento e in molte città contro la Troika, l’alleanza con Israele di un paese da sempre vicino ai palestinesi, la cessione del nome Macedonia (“Macedonia del Nord”), nome greco di terra greca, al vicino slavo. E si è vista la brutalità della repressione di un governo che si dice di sinistra, per quanto alleato all’estrema destra. Pensiamo che il movimento risponderà e si rafforzerà, in vista anche di una data molto importante, quella del referendum vittorioso contro l’austerità e la Troika, il 5 luglio.

F.G. Come siete messi, dopo l’ennesimo memorandum?
P.L. La condizione della società greca è catastrofica, una situazione in cui non ci si vuol far vedere nessun futuro. Il 34,6% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, 3.796.000 persone su 10 milioni. E il debito che dovremmo pagare con questo strangolamento continua a crescere. E’ ancora forte la sensazione che tutto è perduto. Ma c’è anche l’altra faccia della luna: resta un potenziale sociale in grado di riprendere in mano la situazione e reagire. Insomma, c’è un corpo sociale che si convince di essere fottuto e un altro che è deciso a uscire dal vicolo cieco impostoci da Tsipras.

F.G. Basteranno le sole forze greche, o ci vorrà il concorso di altri paesi?
P.L. In effetti, perché il popolo greco possa liberarsi, gli occorre il concorso di altri popoli europei, in prima linea di quello italiano. Però a noi tocca l’impegno di non aspettare che si muova un popolo vicino. Dovremo comunque essere i primi a rompere le sbarre del carcere tedesco. Forse saremmo l’ispirazione per altri, fino all’affondamento di tutta l’eurozona, come di questa Unione Europea.

F.G. Qual è il progetto strategico dei vostri nemici?
P.L. Per la Grecia è la distruzione del paese, non c’è dubbio. Per l’Europa si tratta di una nuova feudalizzazione che elimini i soggetti nazionali in modo da riunire sotto il controllo dell’oligarchia tutte le ricchezze dei singoli paesi. Per noi del Sud si tratta dell’applicazione di classici criteri colonialisti. Sono questi i caposaldi del progetto europeo. Sono caposaldi razzisti, ma a dispetto del suo razzismo, l’Europa sta conoscendo l’inserimento massiccio nel suo seno di altre popolazioni spodestate e sradicate e chi nutre dubbi sull’onestà del fenomeno, che non nasconda qualcosa di letale, viene accusato di xenofobia.

F.G. Potrebbe trattarsi di una strategia dei globalisti finalizzata a svuotare delle proprie generazioni giovani il Sud del mondo, ricco di risorse appetite dall’imperialismo?
P.L. Evidentemente. Ma si noti che i paesi costretti a ricevere queste masse di migranti sono la Grecia e l’Italia. Non è un caso. E si prevede che queste masse aumenteranno man mano che l’Africa viene impoverita e si diffondono altre guerre. Non per nulla gli Usa e la Nato hanno intensificato in questi giorni i bombardamenti su Iraq e Siria, mentre si accentua la militarizzazione dell’Africa. Di questi sviluppi Grecia e Italia sono le grandi vittime.
F.G. Siamo tutti figli della civiltà greca. E’ per questo che la Grecia deve essere punita?
P.L. E’ da qualche secolo che ci si vendica della nostra civiltà. Poi, per le élite euro-atlantiche punire la Grecia alla vista di tutti gli altri ha lo scopo di fornire un esempio. Se voi non accettate incondizionatamente l’impero, sarete puniti come i greci. Ma potrebbe anche succedere che la Grecia si riveli il tallone d’Achille di questo progetto.


Grigoriou Panagiotis, antropologo, sociologo, economista,  giornalista, autore di “Asimmetrie” sulla vicenda UE-Grecia,  intellettuale di punta della sinistra greca
F.G. Anche qui per certe finte sinistre del neoliberismo globalista la parola sovranità è diventata reazionaria e sovranismo sinonimo di destra?

G.P. Posso solo dirti che il governo Tsipras ha ceduto controllo e sovranità del paese, compresi i beni pubblici, ai creditori, titolari di un debito sistematicamente creato da dominanti esterni e complici interni. E questo per 99 anni. Si è perso il 40% dell’industria, il 40% del commercio, il 30% del turismo, tutti i porti, tutti gli aeroporti. Il 30% dei greci sono esclusi dalla sanità pubblica e al 30% è anche la disoccupazione reale. Per un po’ si è ricevuta un’indennità di 450 euro, poi più niente. Tutto questo si chiama effetto Europa, effetto euro. L’ingresso della Grecia nell’UE e nell’euro ha comportato il progressivo smantellamento della nostra economia produttrice. Importiamo addirittura gran parte dei nostri viveri. E’ una condizione di totale dipendenza. Non c’è patria, non c’è autodeterminazione e, ora con il vicino slavo titolato “Macedonia del Nord”, non ci sono più neppure gli spazi e confini della nazione greca. Un processo che interessava a UE e Nato che ora possono incorporare anche Skopje.

F.G. Come e più dell’Italia  questo massacro sociale ed economico è stata aggravato dall’afflusso di decine di migliaia di migranti da Siria e altri paesi.
G.P. Un gravame terribile, insostenibile e sicuramente non innocente da parte della Turchia e di coloro che hanno messo queste persone in condizione di dover fuggire. E’ sconcertante come a questi profughi sia garantita, giustamente, un minimo di copertura sociale, mentre a milioni di greci è stata tolta. Le Ong straniere sollecitano l’immigrazione, per esempio affittando abitazioni a basso prezzo e riempiendole di migranti, cui pagano anche elettricità, gas e acqua. Migliaia di greci rimangono senza casa e senza niente.

F.G. Stavo filmando un gruppo di persone dell’OIM (Organizzazione Internazionale Migranti), un organismo a metà tra Onu e privati. Non gradivano essere ripresi. Poi mi è piombato addosso un arcigno poliziotto che mi ha intimato di cancellare quelle riprese, se no mi avrebbe addirittura arrestato. Cosa significa tutto questo?

G.P. Non appena si affrontano queste cose si viene accusati di razzismo. Qui abbiamo una strategia contro certi paesi del Sud. Da un lato la gente viene indotta a lasciare casa sua dalla violenza o dalla miseria importate a forza; dall’altro, chi li riceve non deve sentirsi più padrone a casa sua. Tanto meno, in quanto forze ed enti esterni assumono il controllo della tua economia nazionale. E qui, a difenderla, sei tacciato di nazionalismo. I greci pensano a ragione di aver perduto la loro sovranità. E’ come essere sotto occupazione. Di nuovo un’occupazione tedesca. Pensa che in tutti i settori dello Stato ci sono dei controllori della Troika!  Ricevono i ministri all’Hotel Hilton. Della Costituzione non c’è più traccia e neppure i diritti fondamentali del lavoro sanciti dall’UE sono rispettati.

F.G. Perché si impedisce di filmare migranti e chi se ne occupa? Cosa si vuole nascondere?
G.P. Il fatto è che altri decidono sulle sorti del tuo paese e che devi fare o non fare quello che vogliono loro. Sempre di più la vicenda dei migranti, come in Italia, diventa un segreto.  Un segreto delle ONG e dei loro finanziamenti occulti o, comunque, finalizzati a fargli assumere un ruolo che non è il loro e che sottrae prerogative allo Stato nazionale, uno Stato che non è più padrone delle proprie frontiere, del proprio territorio, delle persone che vuole o può accogliere. Tutte queste decisioni sono prese altrove, con le Ong che gestiscono un fenomeno, in effetti nella piena illegalità, dato che non esiste un quadro giuridico entro le quali farle agire. Dobbiamo integrare chi non lo vorrebbe quando dalla nostra comunità nazionale, costituzionale, espelliamo tre quarti dei greci? A cosa ti fa pensare un paese mandato in default dall’Europa e a cui l’Europa, Dublino, impongono di ricevere e tenersi decine di migliaia di migranti che ne sono la rovina definitiva?

F.G. All’Italia.

Abbiamo sentito parole come sovranità, nazione, patria, identità, confini .… Che i dirigenti della Sinistra radicale greca, quella che lotta contro UE, euro, BCE, Berlino, Nato, FMI, ONG speculatrici, per salvare la Grecia, possano essere di destra, nazionalisti, razzisti, xenofobi, compari di Orban?

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Che ne dite della reazione scomposta del Sionboy Saviano alla frase del ministro Salvino riguardo alla sua scorta?

Brolin ha detto...

Salve, mi chiamo Saverio e seguo regolarmente il suo blog. Come al solito, sono d'accordo con il 99% di quello che scrive. Non mi convincono però due cose: la prima è l'esaltazione di garibaldi, che a mio parere non fu altro che un agente britannico (per di più massone) incaricato da Londra di spazzare via il regno delle due sicilie, che si era reso inviso all'impero a causa del suo sostegno alla russia durante la guerra di crimea, ed al contempo di scongiurare l'eventualità che nell'italia meridionale si costituisse uno stato filofrancese, magari guidato da un discendente di murat. da questo punto di vista, un'italia unificata sotto lo scettro dei savoia, massoni ed anglofili (come si dimostrerà puntualmente nel 1915 e nel 1943) costituiva per l'inghilterra il male minore. nessuna impresa di garibaldi, e meno che mai quella dei "mille", sarebbe mai stata possibile senza l'appoggio e la copertura offertagli in ogni occasione dai vari consolati britannici e dai vari altri agenti e simpatizzanti dell'impero che fu il diretto progenitore (nei fini e nei metodi) di quello statunitense di oggi. la seconda cosa che non mi convince è il ripudio del nome "macedonia" per definire lo stato con capitale skopje, che suona un po' a vetero-nazionalismo greco. io non so se gli attuali abitanti del paese in questione debbano considerarsi una nazione a sé stante oppure una parte del popolo bulgaro (anzi, propenderei per questa seconda ipotesi), ma di certo sono slavi, e altrettanto di certo sono lì dal sesto secolo d.c. quando nel 1912 il regno di grecia occupò la parte meridionale della macedonia ottomana e la tracia occidentale, inglobò nei suoi confini non meno di 200.000 bulgari/macedoni, considerandoli alla stregua di una razza inferiore e sottoponendoli ad un trattamento di snazionalizzazione, condito da massacri ed espulsioni, che non fu dissimile da quello subito dagli sloveni e dai croati della venezia giulia ad opera del regime di mussolini, tanto che nella guerra civile greca del 1946-1949 essi si arruolarono in massa nell'esercito democratico (comunista), costituendone anzi la punta di diamante. dopo la sconfitta la vendetta del regime para-fascista di atene, sostenuto da londra e washington, fu terribile: molti furono costretti a cercare riparo nella repubblica popolare di macedonia o in altri paesi del blocco socialista, e ancora oggi le autorità greche oppongono molte resistenze a consentire il loro ritorno a casa, oltre ad osteggiare l'insegnamento della loro lingua. con tutto ciò non voglio assolutamente prestarmi ad essere uno strumento del nazionalismo di skopje (sono anzi propenso a sposare la tesi secondo cui l'identità nazionale macedone sia un prodotto artificiale della jugoslavia di tito e che i macedoni appartengano in realtà al popolo bulgaro, non essendoci differenza tra le due lingue) ma solo ribadire che in macedonia gli slavi sono stati storicamente (parlo degli ultimi due secoli) i perseguitati ed i greci i persecutori