giovedì 3 settembre 2009

EROI DELLA VERITA', CAMPIONI DELL'ORRORE











































Nelle foto: Tariq Aziz, bambino iracheno con foto di Muntather al Zaidi, Abdelmaset Al Megrahi e manifestazione per la sua liberazione, palestinesi vittime del traffico d’organi

Peccare di silenzio quando si dovrebbe protestare rende gli uomini codardi.
(Abraham Lincoln)
I militari? Stupidi, ottusi animali da usare come strumenti della politica estera.
(Henry Kissinger, segretario di Stato)
Si può sostenere la menzogna solo nella misura in cui lo Stato può proteggere il popolo dagli effetti politici, economici e militari della menzogna. Resta così di importanza vitale che lo Stato usi tutti i suoi poteri per reprimere il dissenso, poiché la verità è il nemico mortale della menzogna e, di conseguenza, dello Stato.
(Joseph Goebbels, ministro della propaganda di Hitler)

Una premessa
Il giornalista autore dell’articolo sui “dittatori africani, mostri e pagliacci”, si cui si parla nel precedente post, mi ha accusato di non aver capito nulla della sua recensione. Di questa ho riportato la data in cui è uscita sul “manifesto”. Ognuno può andare sul sito del giornale e farsi un’idea. Non credo che le citazioni virgolettate che ho riportate possano essere smentite. E tanto mi basta. Ma serve un’integrazione. Nel libro recensito si calca la mano pesantemente sulle arretratezze culturali e implicitamente biologiche dei popoli africani che hanno prodotto aborti politici come Amin o Bokassa. Nulla si dice della classe dirigente emersa dalle lotte di liberazione (basti ricordare Patrice Lumumba del Congo) e che il necolonialismo ha spazzato via con le armi (perlopiù di eserciti mercenari), i colpi di Stato, gli attentati, il sabotaggio. Nulla o pochissimo si dice sulla matrice occidentale dalla quale sono stati fatti rigurgitare certi figuri funzionali al revanscismo colonialista. Si pensi alle intimità tra il presunto cannibale Bokassa della Repubblica Centroafricana e l’elegante Giscard D’Estaing, presidente francese bulimico di diamanti. Ma più rappresentativo di questa fenomenologia è certamente il caso di Idi Amin, presidente dell’Uganda, che minacciava di far spezzatino di Israele e poi, senza alzare un sopracciglio, s’è fatto sequestrare l’aeroporto della capitale da un commando dell’entità sionista alla caccia di dirottatori.
Un’ora dopo che Radio Uganda aveva annunciato in Idi Amin il nuovo governante del paese, uno stupito ambasciatore britannico, corso a salutare il neopresidente, lo trovò in cordiale téte-a-téte con il colonello Bar-Lev, addetto militare israeliano. Il colpo di Stato li aveva visti affiancati nel dare la caccia agli ufficiali fedeli al presidente deposto Milton Obote. Al corpo diplomatico Bar-Lev fu lesto a garantire che la posizione di Amin era solida e da riconoscere. Seguirono settimane di assestamento in cui il colonello israeliano figurò come consigliere capo dell’ex-pugile insediato, specie nell’eliminazione, ben collaudata in Palestina, di ogni sacca di resistenza civile o militare.

Poco dopo, la prima visita di Stato Amin la fece alla collega prediletta, la premier israeliana Golda Meir, una strega stragista se ce n’era una. Che gli riempì l’arsenale di armi. A che scopo? Israele sosteneva allora (esattamente come adesso, anche in Darfur, e qui hai voglia a sfottere Gheddafi che su questo ha detto inconfutabili verità), insieme a Usa e Vaticano, forze mercenarie secessioniste nel Sud Sudan, intese allora come oggi a frantumare il più grande paese arabo-africano, trasudante petrolio e rifiuto del colonialismo di ritorno. A questo scopo Israele aveva già addestrato l’esercito ugandese negli anni ’60 e Amin aveva per questo seguito un corso in Israele. Appena nominato capo di stato maggiore, eseguì le indicazioni israeliane di far giungere armi e combattenti ai separatisti sudanesi, ostacolato peraltro da Obote che auspicava la pace e l’unità sudanesi. Il contrasto si risolse con la rimozione del generale Amin. Agli israeliani era venuto a mancare il bastone con cui picchiare il Sudan. Onde il golpe. Di cui tutti nel Nord del mondo furono felici e contenti. Ma di cui nella recensione citata non v’è traccia. Ci si dica perché.

Commozione e rabbia per la nuova condanna che il tribunale-fantoccio installato dagli Usa a Baghdad ha inflitto a Tariq Aziz, vice primo ministro e ministro degli esteri dell’Iraq libero. Dopo averlo seppellito fin dal 2003 nelle loro fetide prigioni, dove era costretto a campare con un litro di acqua al giorno, a scavarsi da solo la latrina, senza contatti con avvocati e famigliari, dopo essersene fregati di un paio di crisi cardiache che hanno ridotto il 73enne a una larva umana, gli occupanti lo hanno messo tra gli artigli insanguinati di Abdel-Rahman, burattino giudiziario appeso ai fili degli statunitensi. Per domare Saddam Hussein, questa caricatura di giudice ne aveva affidato l’infame impiccagione ai teppisti del gaglioffo statunitense-iraniano Moqtada, senza peraltro riuscire neanche a scalfire il coraggio e la dignità del grande statista arabo. Morto come aveva vissuto. La sentenza del 3 agosto a 7 anni si aggiunge alla precedente a 15 anni, entrambe basate su grottesche montature relative a repressioni di rivolte curde di cui Aziz non si era mai occupato, e che al giudice mercenario erano state suggerite dai comandi Usa. Per Aziz 22 anni equivalgono a una condanna all’ergastolo. Ho incontrato questo colto, intelligente, umanissimo e retto politico iracheno, un cattolico a dimostrazione del pluralismo laico vigente sotto Saddam, oggi cancellato, quando era ministro dell’informazione e responsabile del quotidiano del partito Baath, “Ath Thaura” , diretto da un bravo giornalista palestinese e grande amico mio, Nasif Awad. Così ebbi l’onore e la gioia di fare per circa cinque anni il corrispondente del giornale da Roma. Intervistai per l’ultima volta il vice-primo ministro a Baghdad alla vigilia dell’assalto imperialista, febbraio 2003, in occasione di un convegno in cui tante forze di sinistra e antimperialiste del mondo, del sud del mondo, vennero a manifestare solidarietà contro le discariche tossiche delle menzogne e truffe Usa. Solidarietà che poi pochi avrebbero mantenuto, travolti, in buona o cattiva fede, dallo tsunami di invenzioni demonizzanti allestito da USraele. Invenzioni bevute come acqua pura dai nostri sinistri più sinistri, che ovviamente ne uscirono più fatti di un tossico del Bronx. Pazientemente mi elencò tutte le ragioni irachene, quelle vere e quelle mistificate degli assalitori, il significato della resistenza irachena e araba all’imperialismo-sionismo, le conseguenze per la lotta di classe e per l’umanità oppressa di una disfatta irachena. E quanto gli anni successivi gli avrebbero dato ragione è sotto gli occhi di tutti. Di quelli che gli occhi li aprono. In nessun momento dell’incredibile travaglio inflitto per sei anni dai barbari, Tariq Aziz ha deflesso dalla dignità di una vita. Gli avevano offerto l’espatrio se avesse avallato le false accuse a Saddam. Un iracheno.

Una ricordo al volo di Muntather al Zaidi. E’ la forza di un popolo, che in lui e nel suo gesto si è riconosciuto, che porterà alla liberazione di questo eroe iracheno prima della scadenza. La passione con cui l’Iraq e’ sceso in piazza, ad eccezione dei botoli ringhianti al servizio di Iran e Usa, per sostenere e applaudire il trentenne reporter che, in piena conferenza d’addio del delinquente demente della Casa Bianca, gli aveva lanciato addosso le scarpe, ha portato alla riduzione della pena di tre anni e all’imminente rilascio “per buona condotta” deciso tra i denti da occupanti e fantocci per placare i tumulti suscitati dalla detenzione di uno dei figli più nobili del paese. Un’azione individuale, quella del 14 dicembre 2008, che diventò collettiva in tutto il mondo, fino a sommergere lo stesso correo di Bush, Tony Blair, con un lancio di migliaia di scarpe a Downing Street e a ripetersi per tutto il globo terracqueo, a dimostrazione di un sacrosanto odio universale per gli imperialisti. Gridò Muntather, al seguito delle sue scarpe: “Questo è il nostro bacio d’addio, cane! Questo ti viene dalle vedove, dagli orfani, da tutti quelli che sono stati ammazzati in Iraq”. Al processo gli promisero mari e monti per una lettera di smentita e pentimento. Avrebbero convinto piuttosto la stele di Hammurabi. A vergogna di quelle cosiddette sinistre che hanno fatto da palo all’assassino del più coraggioso dei paesi del Sud. Muntather, un iracheno.

Al Megrahi, un campione e martire della verità e del suo popolo
Anche qui i giornali e quotidiani “comunisti” hanno concelebrato il sabba dei demoni cialtroni. Nel coro dell’indignazione di una canea internazionale, purulenta di ipocrisia, di fronte agli onori e alla riconoscenza tributata ad Al Magrahi, morente di cancro, al ritorno in patria, hanno inserito le loro voci: “l’assassino di Lockerbie”, “il condannato per la strage di Lockerbie”, “il terrorista libico”. Non l’ombra di un dubbio, a dispetto dell’alluvione di documenti, voci, prove che in questi giorni affermavano l’innocenza di Abdelbaset Al Megrahi, condannato ad “almeno 27 anni” da una corte-canguro scozzese per l’esplosione in volo del Boeing 747 Pan Am nel Natale 1988 sul paese di Lockerbie, con 270 morti. Alla luce di evidenze e testimonianze che avrebbero totalmente esonerato il condannato, sempre proclamatosi innocente, ma sacrificato alla ragion di Stato da una Libia che veniva strangolata dalle sanzioni occidentali e dagli attacchi omicidi di reagan e del primo Bush, la Corte scozzese ha deciso di rinunciare all’appello programmato pur di levarsi dai piedi il colossale imbarazzo, ricorrendo alla “liberazione per motivi umanitari”.

Il giorno dopo la strage, Washington e Londra preferirono scagliare le loro accuse contro Siria e Iran. Il mandante sarebbe stato Khomeini, per vendicarsi dell’abbattimento di un aereo passeggeri sul Golfo Persico ad opera della nave Usa USS Vincennes (290 vittime), e il sicario un militante dello scissionista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale di Ahmed Jibril. Ma si era sulla fine della guerra che l’Iran aveva lanciato contro l’irriducibile Iraq, gli si doveva riconoscenza imperialista per questo, come per il concorso finanziario allo sterminio dei sandinisti del Nicaragua ad opera della reaganiana Contra. Se ne aspettavano altre collaborazioni per la Guerra del Golfo, per il successivo sbranamento finale dell’Iraq e per il contributo al contagio islamista nelle repubbliche ex-sovietiche nell’Asia del gas e del petrolio, Cecenia in testa. Così Margaret Thatcher e George Bush intimarono a Scotland Yard di smetterla di scavare sul posto e ai magistrati scozzesi di cambiare il soggetto della montatura. E fu la crocifissione della Libia. Basata sul fatto che il timer MST13 trovato tra le macerie del Boeing era stato venduto alla Libia (era reperibile in tutto il mondo, peggio della Coca Cola) e che altri resti dell’ordigno erano stati ricuperati avvolti in parti di vestiario acquistati da Al Megrahi a Malta. Così, almeno, giurò, in cambio di 2 milioni di sterline, tale Tony Gauci, negoziante a La Valletta, che affermò, dopo varie indicazioni contradditorie, di aver riconosciuto il libico “venuto nel suo negozio ad acquistare vestiti”. Rimase l’unico elemento alla base della condanna. Lo stesso elemento permise, paradossalmente, l’assoluzione dell’altro imputato libico, Lamin Fimah. Nessuno si sentì turbato dal fatto che il riconoscimento di Al Megrahi era avvenuto, ovviamente, dopo che Gauci e tutti ne avevano visto la faccia per anni sui giornali di mezzo mondo. In precedenza il negoziante maltese aveva anche “riconosciuto”, per placare le ansie di Scotland Yard e della Cia che volteggiava su tutto, altri soggetti, compreso addirittura un agente della Cia. E magari ci aveva preso. Non vi ricorda lo sciagurato, ma utilissimo tassista Cornelio Rolandi che, al servizio del governo italiano e della sua polizia, “riconobbe” in Pietro Valpreda colui che aveva portato la bomba alla Banca dell’Agricoltura? Riconoscimento pure certificato dalla previa visione di foto sui media e di archivio. Così operano quelli.

I due milioni di sterline provenivano da chi aveva qualcosa da nascondere, gli Usa. Chissà quanto ha intascato Bin Laden per un servizio analogo. Questo e altri corposi elementi portarono la corte scozzese, molti dei cui magistrati avevano già definito la sentenza un “aborto giuridico”, a decidere dopo tre anni, per un nuovo processo. Megrahi e i suoi legali lo volevano a tutti i costi. Alla fine, opportunamente pressati, i giudici scozzesi, atterriti dalle prove che sbaraccavano il miserabile impianto accusatorio originale, decisero per l’annullamento e la liberazione della loro vittima. Robert Black, Procuratore Generale e professore emerito di giurisprudenza all’Università di Edimburgo dichiarò. “Nessun tribunale padrone della ragione avrebbe dovuto o potuto condannarlo sulla base delle prove avanzate nel primo processo. Ciò che ha fatto la Corte scozzese è uno scandalo e un’assoluta infamia” .

La storia emersa e che, se non dei giornalisti – non ce ne sono in questo paese – avrebbe dovuto sollecitare la curiosità dei compagni dei media “di opposizione” parlamentare e sparlamentarizzata, è un’altra e ci riporta allo schema di sempre, di Pearl Harbour, della Maine, del Golfo del Tonchino, di Racak in Kosovo, delle bombe nel mercato di Sarajevo, di Sebrenica, di Al Qaida fatta spuntare da USraele ovunque convenga piombare, dell’11 settembre. La più accurata indagine sull’attentato, svolta da una ditta chiamata “Interfor” con ex-agenti del Mossad, aveva scoperto che l’aeroporto di Francoforte era il crocevia per un traffico di droga gestito dalla Cia in partneriato con la DEA (Ente antidroga Usa) e soci sciolti. Bagaglio pulito veniva scambiato con valigie zeppe di stupefacenti. In questo giro si sarebbe inserita una squadra Cia di Beirut che avrebbe sostituito al solito collo con la droga uno contenente la bomba di Lockerbie. Gli uomini del Mossad, evidentemente fuori dal piano, avvertirono il Bundeskriminalamt, (BKA), la polizia di Stato tedesca, 24 ore prima che la bomba venisse piazzata sul Boeing, che qualcosa stava avvenendo intorno al volo Pan Am 103. Il BKA passò l’avvertimento alla Cia che asserì “tutto sotto controllo” e non diede seguito. Durante il carico dei bagagli sull’aereo, un agente del BKA notò una valigia che appariva diversa dai soliti contenitori di droga. Alla luce della segnalazione di cui sopra, passò la sua scoperta alla Cia. L’ufficio controlli dell’agenzia reagì in questi termini: “Non vi preoccupate, non fermatela, lasciatela andare”. Altro particolare in cui nessun inquirente ha voluto ficcare il naso è l’irruzione con scasso che si fece all’aeroporto londinese di Heathrow la notte prima del volo, nel deposito bagagli di quell'aereo. Ora il martire libico riscattato ha annunciato che avrebbe nominato il vero autore dell’attentato prima di morire. Secondo il londinese “Daily Express”, il personaggio, dallo pseudonimo “Abu Elias”, è una spia degli Usa che vive in quel paese.

Gheddafi, “il cane pazzo” di Reagan, era da tempo nel mirino degli Usa. Nel 1986 lo si accusa di aver messo bombe in una discoteca berlinese. Un disertore del Mossad rovina il giochino dichiarando che la sua agenzia aveva incastrato la Libia in una montatura. Quelle bombe non erano di Gheddafi. Un anno dopo Reagan, per assassinare Gheddafi, colpevole di sostenere vari movimenti di liberazione, bombarda Tripoli uccidendo 88 cittadini, compresa la figlia adottiva di due anni del leader libico. Nel 1988, la Francia muove il vassallo Ciad alla guerra contro la Libia e piazza una bomba sul jet privato di Gheddafi, che poi viene rimossa in tempo. Anni prima, nel 1980, Ustica: il tentativo “alleato”, connivente l’Italia, di abbattere l’aereo di Gheddafi sbaglia bersaglio. Nostri i morti. Ancora non ci dicono niente.
Per anni Gheddafi rifiuta di estradare Al Megrahi, insieme al coimputato poi subito assolto. Ma la pressione imperialista sul suo paese è micidiale e rischia di essere letale. Con un agnello sacrificale, Gheddafi garantisce la sopravvivenza al suo paese. Non mi sento di dare un giudizio su questo comportamento, ma coloro che, da vecchi sanguinari colonialisti destri o sinistri, insistono alla faccia di ogni dato documentato sull’ ”arabo terrorista” e sulla “vergogna di Berlusconi accanto a un Gheddafi che ha accolto con tutti gli onori il terrorista di Lockerbie”, ogni volta che pronunciano la parola “Libia” dovrebbero battersi il petto per il maresciallo Graziani e sciacquarsi la bocca con la varichina. Specie quando Gheddafi, che i paesi dell’Africa hanno eletto presidente dell’Unione Africana, sacrosantamente denuncia i complotti destabilizzanti e guerrafondai attuati da Israele contro gli Stati dell’Unione. La vergogna è tutta loro. Berlusconi è tutto nostro. I libici si tengano stretti Gheddafi che “dallo scatolone di sabbia” stuprato dagli italiani ha tratto una nazione benestante e orgogliosa. Prima di fargli le bucce sulla situazione dei migranti (le faccia l’ONU!), togliamoci dagli occhi il trave della nostro razzismo di regime e di società, ricordandoci che non sono stati i libici a ridurre alla disperazione i popoli africani in fuga. Siamo stati e siamo noi del Nord, solo noi.

Traffici d’organi per il popolo eletto
Che Israele sia uno Stato razzista, genocida e pirata è confermato da 60 anni di crimini contro l’umanità e di guerra, dalla violazione di decine di risoluzioni Onu, dal disprezzo per le sentenze sul muro della Corte Internazionale di Giustizia, da processi per corruzione, malversazione, riciclaggio mafioso, traffico di droga, delitti sessuali, cui la stessa magistratura israeliana ha sottoposto i suoi massimi dirigenti, da Olmert al nazista ministro degli esteri Lieberman. Quella specie di Gozzilla che oggi sta girando per alcuni Stati africani vassalli degli Usa per confermare quanto il leader libico ha denunciato. Ma se avete acuti i sensi di udito e vista e pure la scelta dei media, per quanto ardua, avrete anche saputo di Donald Bostrom, del suo giornale, lo svedese Aftonbladet, con quell’articolo sul furto di organi di giovani palestinesi assassinati, della reazione di Israele con codazzo sion-con a base di urla di “antisemitismo” e di intimidazioni e ricatti vittimistici, dello spudorato e nazistoide invito di Netaniahu al governo svedese di mettere il bavaglio alla stampa (a quando il gemellaggio con Arcore?), della ferma risposta di Stoccolma che quel governo ha per norma inviolabile il rispetto della libertà di stampa. Poi non avete saputo più niente. A meno che non siate anche voi disinibiti e scrupolosi ricercatori nel vasto mondo dell’informazione non schiavizzata, complice, o autoevirata. Dove si trova tutto ciò che quei media-mignotte non vogliono che si trovi. Come ogni cosa che violi il tabù assoluto di irritare Israele e la lobby ebraica, una lobby così onnipenetrante da far sembrare uno sputazzo la sigla d’apertura di Blob.
Nell’articolo di Bostrom si racconta della pratica di sottrarre organi a giovani palestinesi uccisi negli scontri, o in qualsiasi altro modo la fervida fantasia di Israele immagini, e di venderli ai tanti migliori offerenti, in particolare al crimine organizzato del New Jersey, composto da un mucchio di rabbini, uno dei quali, Levy Izhak Rosenbaum, è sotto processo accusato di mediare il commercio di reni umani per trapianti. Il racconto parte da un furto d’organo nel 1992, durante la prima Intifada, quando gli occupanti israeliani catturarono un ragazzo, Bilal, che lanciava pietre a Nablus, gli spararono nel petto e nelle gambe e lo restituirono alla famiglia cinque giorni dopo, di notte. Ponendolo nella fossa, i parenti scoprirono che Bilal era stato aperto dallo stomaco al mento e che al posto degli organi vitali c’erano pacchi di cotone. Una pratica corrente da allora sulla quale ora le testimonianze dirette si moltiplicano. Sempre di notte, dopo cinque giorni, sempre con corredo di sbirri israeliani, sempre senza luce e senza concorso di gente al di là dei parenti più stretti. Le testimonianze sono migliaia, in massima parte uniformi. Al punto che Israele ha dovuto incominciare ad ammettere. L’agenzia Israel National News (www.allbusiness.com/middle-east/israel/102662-1.html) ne aveva rivelato almeno un caso nel 2002: il patologo di un ospedale israeliano aveva espiantato e commercializzato organi senza autorizzazione. La notizia e relativa indagine, come capita a tutte le notizie relative al banditismo israeliano, erano finite subito nell’impenetrabile archivio della sconfinata indulgenza dello e per lo Stato ebraico.

Le rivelazioni di Bostrom hanno scatenato un uragano di interventi a conferma di una pratica spaventosa che ha colpito migliaia di giovani palestinesi rapiti, incarcerati o uccisi. Farebbero un bel paginone sul “manifesto”, accanto a quello che avvolgeva in ghirlande i pacifinti letterati di quel paese. E di cui s’è detto nel post precedente. Kawther Salam, rispettato giornalista che per vent’anni ha riferito dai territori occupati e alla fine ha dovuto rifugiarsi a Vienna dove, come Bostrom, viene inseguito da minacce di morte, riporta nomi, luoghi, date e circostanze che confermano il meccanismo: ragazzi palestinesi feriti, rapiti dagli ospedali palestinesi, uccisi, prelevati dai cimiteri appena sepolti, o catturati nelle più varie circostanze fin dagli anni’70, finiscono nell’ospedale israeliano di Abu Kabir (Istituto di medicina legale) e nelle mani del capo patologo Dr. Yehuda Hiss. Qui vengono sottoposti a un’ “autopsia” che li svuota degli organi. In media cinque giorni dopo, vengono accompagnati da un’unità militare ai propri famigliari per la sepoltura, regolarmente di notte, con il permesso ai soli stretti congiunti di partecipare e l’interruzione della fornitura elettrica nella zona interessata. In moltissimi casi, o fortuitamente, perché il telo ospedaliero si è spostato durante il trasporto, o perché qualcuno è riuscito a sollevarlo, si è potuta rilevare sulla salma un taglio verticale dall’inguine alla testa, ricucito come si ricuce un pallone. Nelle occasioni in cui ai famigliari è stato possibile intervenire, o in cui il cadavere è stato consegnato senza la cerimonia descritta, nel corpo riaperto al posto degli organi è stato trovato cotone. Detenuti palestinesi hanno denunciato come decine di loro compagni, di cui citano i nomi, siano scomparsi dal carcere senza venire poi mai ritrovati. In compenso nei cimiteri militari israeliani si trovano centinaia di targhe anonime o segnate da semplici numeri.

Niente di sorprendente per uno Stato come quello che si vuole ebraico per pulizia etnica, nel quale il primo, storico, trapianto cardiaco nel 1968 fu effettuato su un paziente vivo, Avraham Sadegat, senza la sua autorizzazione e senza consultarne la famiglia. A questa fu detto che il paziente era deceduto due giorni dopo un infarto. Ma alla consegna del corpo, i famigliari scoprirono che la cavità toracica era senza cuore e foderata di bende. L’episodio, insieme a numerosi successivi che riguardarono ragazzi palestinesi, casi in crescita esponenziale al tempo delle intifade, fu allora riportato da giornali come il New York Times, o il Washington Report on Middle East Affairs. Capitò addirittura a uno scozzese, Alistair Sinclair, che era stato fermato all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv e ivi morì da arrestato. Gli israeliani pretesero 4.900 dollari per riportare a casa il corpo di Sinclair. Un’autopsia a Edimburgo rivelò che il cuore era scomparso. Ne seguì una nota di protesta dell’Ambasciata britannica. Nel 2002 addirittura un ministro israeliano, Nessim Dahan, ammise implicitamente che organi prelevati da vittime palestinesi potevano essere stati usati per trapianti in pazienti ebrei, senza informarne le famiglie palestinesi: “Non posso dare per certo che queste cose non accadono”. In quell’epoca uno scienziato israeliano fuori dal coro, Anat Maor, presidente del Comitato scientifico della Knesset, denunciò la presenza nei depositi dell’Istituto Legale "Abu Kabir" di parti di corpo illegalmente immagazzinati.

Tutto questo avviene sotto gli occhi consapevoli delle autorità militari e civili israeliane, a partire dai generali Gadi Zohar e Gadi Shamni, già capi dell’amministrazione civile nei territori occupati, e con la connivenza di numerosi medici ed è all’origine di un racket di organi motivato dall’indisponibilità dei cittadini ebrei di Israele di donare i propri organi. I donatori sono il 4% rispetto a una media internazionale del 33%. Yehuda Hiss, responsabile dell’Istituto, di cui Maor aveva chiesto le dimissioni, è da anni che espianta organi, arti, ovaie, testicoli, occhi, per venderli a istituti medici e cliniche. Non è stato mai processato né inquisito. Una commissione governativa brasiliana denunciò nel 2004 un commercio di organi di cui erano vittime cittadini in miseria e che veniva finanziato da Israele. Un rene fruttava al donatore 3000 dollari, ma ne fruttava fino a 140mila sul mercato (vedi i giornali israeliani “Haaretz” e “Jerusalem Post”). Del resto, Nancy Scheper-Hughes, che dirige il Progetto Controllo Organi all’Università di Berkeley, California, aveva già segnalato a una commissione governativa brasiliana un intenso traffico di organi a partire dal 1997, promosso da Zacki Shapiro, direttore di un ospedale a Tel Aviv. Lo stesso predatore, massimo specialista israeliano di trapianti, viene arrestato nel 2007 in Turchia per traffico illegale di organi.

Al furto di organi di assassinati palestinesi, Israele associa il prelievo organizzato nei paesi ricchi da disperati disposti a mutilarsi per tirare avanti ancora un po’. Le origini di questo business criminale risalgono alla stretta associazione dei due Stati dell’Apartheid, Sudafrica e Israele. I donatori venivano reclutati tra le masse povere di Brasile, India, Romania, Turchia. Per sottoporsi alla cessione di un rene in una clinica di Durban, ai ricattati venivano pagati sui 5.000 dollari. I 109 riceventi di cui si sono scoperti i nominativi pagavano 120mila dollari per una “vacanza al trapianto”. Per una lista indicativa di palestinesi uccisi e rapinati dei loro organi si veda il sito http://www.uruknet.info/ alla data del 24/08/09: “The Body Snatchers of Israel”. Ci vuole nessuna acrobazia logica per assumere che anche in Iraq dove, sotto occupazione e fantocci infeudati a Iran e Usa, è fiorito il traffico di organi asportati alle vittime dei militari, dei contractors e del terrorismo miliziano scita, sia in mano ai superesperti israeliani.

Nulla di quanto sopra, sole a volte passato per le crepe del controllo sionista sui media esteri, mai smentito dal regime israeliano se non con accuse di antisemitismo, paradossali alla vista dei milioni di morti ammazzati semiti in Iraq e Palestina da USraele, è dato leggere o sentire nei nostri media. Ma nulla di quanto sopra può stupire se non gli ignavi. Quello stato pratica le peggiori efferatezze, il terrorismo di Stato sancito per legge e protetto da impunità assoluta, oltre i limiti dell’orrore concepibile. Stato infanticida con i 450 bambini trucidati nelle tre settimane di “Piombo Fuso”, con altrettanti polverizzati dalle bombe in Libano e molto di più posti alla mercè delle bombe a grappolo disseminate in quel paese, con lo stillicidio di minori uccisi, sequestrati, torturati nelle carceri fuorilegge in tutti i territori occupati, con gli sgherri dei servizi e delle forze speciali israeliani all’opera ovunque tirannie e oligarchie abbattano la repressione su giovani antagonisti. Dall’Honduras alla Colombia a tutta l’America Latina delle dittature, all’Africa, all’Asia. Se ne può stupire solo chi non ha visto Gaza. Dovremmo essere miliardi a urlare “basta!”. Forse ci arriveremo. Prima che questi scassino il mondo.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

"gli spararono nel petto e nelle gambe e lo restituirono alla famiglia cinque giorni dopo, di notte. Ponendolo nella fossa, i parenti scoprirono che Bilal era stato aperto dallo stomaco al mento e che al posto degli organi vitali c’erano pacchi di cotone."

Ma siamo sicuri che siano fatti veri? Io non sono un medico, ma credevo che dopo un colpo sparato al petto, l'onda provocata dal proiettile si comunicasse a tutte le viscere, rendendo gli organi inutilizzabili. Idem per il presunto prelievo di organi da un morto dissepolto: sarebbero passati diversi giorni dal decesso; e gli organi sarebbero ancora utilizzabili?

Fulvio Grimaldi ha detto...

Rispondo al commento del "non medico". Da medici e per esperienza di cento campi di battaglia so che si può essere colpiti in pieno petto da scheggia o pallottola senza che ciò leda cuore, fegato, reni, intestino, ecc. Sempre che non si usino le armi chimiche israeliane viste a Gaza. Quanto al prelievo, lo fanno immediatamente dopo aver ucciso. Il ferito palestinese viene prelevato, portato imemdiatamente in quella clinica e "trattato". NOn interocrre nessun intervallo. Con i prigionieri o i morti sul campo è ancora più facile.
Fulvio

Joe ha detto...

Condizione legale per disporre di cuore, reni, fegato, polmoni, pancreas, intestino... pelle, ossa, tendini, cartilagine, cornee, valvole cardiache, vasi sanguigni... è che sia avvenuta la "morte encefalica" - com'è ovvio si può procedere anche illegalmente, su individui a tutti gli effetti ancora vivi (il che non è affatto escluso avvenga, e neppure di rado). A rigor di legge, meglio sarebbe dire a rigor mortis, occorre che l'individuo sia privo solo delle funzioni del cervello, così che gli organi e/o i tessuti da prelevare non risultino compromessi (già per questo motivo è più che giusta l'opposizione a tale prassi "scientifica", davvero da Kali Yuga - cfr. http://www.antipredazione.org/). Immaginiamoci un povero ragazzo palestinese, uno dei tanti massacrati ogni giorno. Gli sparano addosso. E' agonizzante. Arriva in "clinica" col cerebro ormai silenzioso. Nessun problema. Circa SEI ore devono passare prima che il suo corpo diventi cadavere inutilizzabile (cfr. http://www.portoazzurrosoccorso.it/donazione_organi.htm). Sei lunghe ore nelle quali i mostri possono orridamente espiantare a regola d'arte tutto quel che serve. Avanti il prossimo.

Joe Fallisi
(flespa@tiscali.it
www.nelvento.net)