mercoledì 15 novembre 2017

O LA TROIKA O LA VITA- Epicentro Sud “Non si uccidono così anche i paesi?”



 
A questo link si trova il Trailer del docufilm di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini. In allegato la copertina e la serigrafia del dvd
 
O LA TROIKA O LA VITA- Epicentro Sud
“Non si uccidono così anche i paesi?”
 
“O la Troika o la vita” (90’) è stato girato nei mesi scorsi in Grecia, Puglia, Adriatico, territori terremotati e Bassa Padana. Può essere richiesto all’indirizzo visionando@virgilio.it  Per presentazioni pubbliche rivolgersi allo stesso indirizzo email.
 
Il film è un atto d’accusa, del tutto fuori dal coro, nei confronti di chi ha stabilito il destino funesto dei paesi del Sud del mondo, compresi quelli del Sud Europa. Illustra gli effetti sull’area mediterranea, mediorientale e africana, della globalizzazione neoliberista, con le sue conseguenze antidemocratiche, imposta dai superpoteri del finanzcapitalismo attraverso espressioni statuali e transnazionali: Usa, UE, Nato, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea.
 
La Grecia devastata e mutilata nel corpo e nell’anima, Medioriente e Africa aggrediti e saccheggiati con strumenti militari ed economici. Paesi depredati, ridotti in miseria da rapine e manipolazioni delle multinazionali, da accordi di scambio capestro, dai crimini climatici dell’Occidente, da terrorismi e conflitti civili innescati dal neocolonialismo allo scopo di annullarne la voce e il ruolo nel contesto internazionale. Intere popolazioni, soprattutto le generazioni giovani che dovrebbero costruirne il futuro, sradicate e costrette alla migrazione per diventare nel Sud Europa alienata massa di manovra per sfruttamento e destabilizzazioni. Operazione di ingegneria geopolitica colonialista, coperta da altisonanti campagne di mistificazione nel segno di presunti diritti umani, presunta solidarietà,  presunta integrazione, ma che occultano gli obiettivi veri: un
a successione di nazionicidi.
 
Il t
erritorio nazionale abbandonato da governi inetti e corrotti a un dissesto progressivo, con conseguenze micidiali per salute e ambiente, sul quale imperversano, nella complicità di una politica totalmente prona alle lobby degli interessi particolari, nazionali e internazionali, le multinazionali dell’energia fossile, con sempre più pesanti ed accelerati effetti necrogeni su tutte le forme di vita.
 
Di ogni disastro detto naturale si scopre inesorabilmente la correità dei responsabili della cosa pubblica. Ogni terremoto è come se fosse il primo mai successo. Prevenzione ignorata, speculazione edilizia, abusiva o legale, lasciata all’arbitrio dei poteri economici, abbandono, incompetenza, disgregazione sociale,
segnano il destino dei terremotati. 
 


Contro l’Idra pluricefala che si nutre e prospera in proporzione alle vittime che riesce a seminare, il documentario scopre con
sapevolezze, solidarietà vere, resistenze. Il confronto tra dominanti e dominati è aperto a qualsiasi esito. Dipende dalla conoscenza. Questo lavoro cerca di far emergere, dal mare di fake news in cui vorrebbero annegarci, elementi di conoscenza perchè i dominati possano servirsene.

martedì 14 novembre 2017

Venerdì 17 novembre, alle 21, a Roma, Garbatella,Via Pullino 1 (Metro B), circolo Arci, presento il docufilm “ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL’AFRICA”.


 
 
E’ il racconto attualissimo di un paese che, conseguita l’indipendenza con una lotta di liberazione di trent’anni, difende gli obiettivi di quella lotta contro i tentativi di ritorno di colonialismo e imperialismo. Unico paese africano, dopo la caduta della Libia di Gheddafi,  a rifiutare  presenze militari Usa-Nato e condizionamenti e interferenze del FMI e della Banca Mondiale, l’Eritrea paga la sua autodeterminazione e il suo modello sociale fondato sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale con una violenta campagna di diffamazioni da parte dei governi e media occidentali e con la costante pressione bellica del potente vicino etiopico, regime cliente di Usa, UE e Israele.

Il documentario ristabilisce la verità sulla nostra ex-colonia ed esamina il quadro generale  che vede una forsennata corsa militare ed economiche degli Usa e delle ex-potenze coloniali europee ad accaparrarsi, con le buone o con le cattive, le ricche risorse del Continente. Aspetto collaterale di questa predazione è lo svuotamento dei paesi africani delle proprie popolazioni, con gli strumenti della guerra, delle rapine delle multinazionali, dei disastri climatici e dei ricatti di libero scambio. Sradicamento di milioni di africani che da noi si traduce nell’arrivo di masse di migranti che si vogliono accogliere senza se e senza ma, evitando accuratamente di denunciare cause e obiettivi di questa gigantesca operazione di ingegneria politica e sociale contro l’Africa (e il Medioriente) e contro il Sud Europa.
Fulvio Grimaldi

giovedì 9 novembre 2017

Stavolta davvero verso un’altra guerra - MEDIORIENTE, QUEL CHE SI VORREBBE E QUEL CHE PURTROPPO E’


Partiamo con una notizia esaltante. Liberata Abu Kamal, città al confine siro-iracheno, dalla vittoria congiunta dell'Esercito Libero Siriano e dalle truppe irachene, esercito e Forze di Mobilitazione Popolare. Una vittoria di altissimo valore simbolico, che vede uniti due paesi che l'imperialismo-sionismo, insieme ai clienti satrapi del Golfo, avevano tentato di distruggere. Un nuovo inizio di unità nazionale araba con il concorso della Russia, dell'Iran e delle forze antimperialiste libanesi. Che questa, per oggi, ci paia l'unica notizia buona non diminuisce la nostra gioia e gratitudine.

Trump e Mohamed bin Salman: verso l'abisso













E’ un antico vezzo di intellettuali, tra cui carissimi amici di notevole livello teorico, attenti alle profondità degli eventi e, come insegnava Montessori, ai dettagli e alle connessioni (vedere gli alberi nel bosco), quello di cucire un vestito e metterlo addosso al soggetto di cui trattano, convinti che gli stia bene, benché una manica sia corta e le spalle caschino.  Succede in particolare da chi scatta dagli stessi blocchi di partenza, anche quando sono cambiati, anche quando non ci sono proprio. Tipo Stati Uniti democrazia liberatrice, o URSS comunque dalla parte di classi e nazioni oppresse. Ruolo che qualcuno poi trasferisce alla successiva Federazione russa. A volte adottando la sineddoche dove la parte per il tutto è la salvezza della Siria dalla disintegrazione programmata dai suoi nemici e il tutto (discutibile) è il ruolo salvifico di Mosca ovunque si aprano contraddizioni e pericoli.

Se qualcuno non fa quel che dice Mosca, allora gli Usa fanno bene a sgretolarlo
Ricordo, a proposito, come si infilarono nella trappola delle mistificazioni propagandistiche imperialiste quelli di Rifondazione quando, alla mia difesa dell’Iraq di Saddam maciullato, ripetevano a pappagallo la balla secondo cui il leader iracheno era stato per anni “l’uomo degli americani”, da loro armato, per cui ben gli stava (dagli Usa i dati e le immagini confermarono che in Iraq non era mai arrivato niente che non fosse vecchio armamentario sovietico e cecoslovacco). A questa balla occidentale sommarono quella sovietica, secondo cui Saddam non meritava nessuna solidarietà poiché aveva rotto la coalizione di governo con comunisti e curdi e di comunisti ne aveva poi uccisi 5000 (Il PC iracheno, all’atto dell’aggressione iraniana del 1980, su ordine di Mosca si schierò con Tehran. Nell’emergenza bellica, Saddam sciolse la coalizione a tre e impose ai comunisti la scelta tra entrare nel Baath, o andare in esilio in Siria. La maggioranza si schierò con il Baath e con la difesa della patria. Alcuni dirigenti, credo 150, che erano andati a combattere con gli iraniani, furono catturati, processati e giustiziati per alto tradimento). Essendo per i compagni l’URSS buona, Saddam era cattivo e gli Usa avevano ragione. Dove si vede l’eterogenesi dei fini degli schemi preordinati in cui incastrare la realtà.

Siria, Iraq: sembrava fatta. Una cippa.
In Medioriente sta succedendo un ambaradan che fa di Casamicciola  una festa di capodanno e rischia di dare ai sette anni di indicibile sconvolgimento siro-iracheno la qualifica di prodromo di qualcosa di peggio.
Ho tutta la stima per Putin e per il suo ruolo decisivo nel contrasto all’espansionismo necroforo degli psicopatici agli ordini dell’élite occidentale. Per i sacrifici che i militari russi hanno subito nell’impedire che la Siria fosse cancellata dalla faccia della Terra. Questo, a dispetto del fatto che certi mezzi di comunicazione dell’establishment russo, ci parlino di un Lenin “psicopatico sifilitico”, “terrorista e traditore”, di una Chiesa Ortodossa pilastro centrale ed eterno di tutte le Russie e di una “rivoluzione bolshevica che ha spazzato via l’illuminato e umano regime zarista e costituito per la Russia la più grande catastrofe di tutti i tempi”. Roba che fa leggermente barcollare e che ci fa capire che ogni questione morale o ideologica è ormai completamente esclusa dai rapporti internazionali.

Mohamed bin Salman: colpo di Stato e apertura delle porte dell’inferno
Hariri-re Salman

Sapete quel che è successo. Su ordine dei suoi padrini sauditi, si è dimesso un manigoldo di primo ministro libanese, Saad Hariri, cittadino libanese ma anche saudita e, come il padre Rafik, grande farabutto palazzinaro e speculatore, ammazzato da Cia e Mossad nel 2005. Come lui, infeudato ai petromonarchi di Ryad e fiduciario di Israele e Usa per la destabilizzazione del Libano.  Dimissioni fattegli dare vergognosamente a Riyad, abbinando alla mossa l’insulto al paese che governava. Le ha giustificate accusando Hezbollah, partner di governo, di rovinare il paese per conto di un Iran che si propone di divorare l’intero Medioriente ingabbiandolo nell’ “Arco scita”. Lo ha dichiarato da fantoccio del ventriloquo Mohamed Bin Salman, figlio del re in carica, ma in effetti nuovo uomo forte della satrapia. Mohamed lo aveva richiamato in “patria”, appena compiuto quel colpo di Stato con il quale aveva rimosso qualche dozzina di principi della casa reale, ministri, parlamentari, tycoon miliardari ed eventuali rivali nella successione. MBS è anche colui che ha fortissimamente voluto il genocidio yemenita, realizzato con il concorso di Usa e Nato (decisivo per uno Stato militarmente tanto armato quanto inetto come la Saudia); che ha ostracizzato il Qatar, l’ex-compare di sterminio, tramite mercenari jihadisti, di siriani e libici, perché troppo tenero con  l’Iran. E’ colui che ha annunciato  la “modernizzazione dell’Arabia Saudita e dell’Islam”, non tanto mediante attenuazione della dittatura delle decapitazioni, quanto con miliardi da investire in orrende espansioni  urbanistiche e tecnologiche, ovviamente gradite alle multinazionali Usa e occidentali in genere.

Tutto bene, madama la marchesa?
Tutto questo, nell’analisi di taluni, non inficerebbe minimamente “il visibile avvicinamento tra Arabia Saudita e Russia”. Rapprochement che “getterebbe scompiglio” nel fronte che include Usa, Nato, Turchia, Saudia, Qatar, Israele, UE. E prezzemoli vari. Scompiglio, ovviamente, per via diplomatica, ché l’alternativa sarebbero bombe su tutto e tutti e, inesorabile, l’olocausto nucleare. Tutto questo sarebbe favorito da quell’”avvicinamento” tra Ryad e Mosca. Non solo, ma addirittura dai “rapporti di odio-amore (sic) tra russi e israeliani”. Sarà pure scocciante che, a ogni tentativo di fermare il Golem che si avventa su ogni cosa, ci si debba appendere alle volatili armi diplomatiche perché sennò scatta il ricatto nucleare.
Sarebbe bello...


Sarebbe bello che gli asini volassero…
Alla base c’è una considerazione un po’ apodittica, un po’ frutto di grandissimo ottimismo della volontà: “Il tempo è contro l’Impero statunitense e Russa e Cina devono guadagnare tempo. Così diventerà impossibile, anche per i più folli, pensare a una guerra totale”. Direi un pio auspicio. I folli mica pensano. Mentre Russia e Cina guadagnano tempo, quegli altri militarizzano l’Africa, l’Oceano Pacifico, preparano qualcosa di brutto alla Corea del Nord, svuotano l’Africa dei suoi abitanti per riversarli, via Ong, su di noi, si radicano militarmente in Siria chiamando le loro basi Kurdistan, strappano al mappamondo lo Yemen…..

Stesso ottimismo della volontà afferma il “Progetto Isis in frantumi”. No, semplicemente sospeso o rivestito di altri panni.In frantumi lo sarà in Siria e in Iraq dove, sputtanato oltre ogni misura dalle sue pratiche orripilanti che dovevano servire a terrorizzare ogni resistenza fino alla resa e militarmente sconfitto  da forze ben altrimenti motivate e capaci, siriane, russe, Hezbollah, iraniane, l’Isis è stato sostituito dai “democratici, laici, ecologici e femministi” curdi. Curdi capaci di entusiasmare di più le vivandiere “sinistre” dell’imperialismo, in quanto aguzzini di siriani e nemici di Assad, dei troppo bigotti jihadisti. Si parla compiaciuti di “rimasugli dell’Isis”. Rimasugli?  Aspettiamo a vedere come verranno utilizzati in Libano, ma più probabilmente in  Afghanistan, Cecenia altre repubbliche ex-sovietiche. Questi mica si sono fatti l'11 settembre e inventati la guerra mondiale al terrorismo per piantarla lì tra Tigri ed Eufrate.

Esprimo stupore per la fiducia di alcuni nelle mosse diplomatiche della Russia che si spinge  fino a considerare che lo scapriciatiello al fulmicotone che ha liquidato metà della tribù del nonno fondatore, si sarebbe scavato la fossa perchè¸ pur di avvicinarsi a Mosca avrebbe fatto incollerire la Cia, Trump, il proprio esercito, Israele, e sarebbe dunque a un centimetro dalla fossa. Il resto del paese, invece, veleggerebbe sereno verso i lidi del Gruppo di Shanghai  (Russia, Cina, altri minori, da cui, peraltro, si va staccando un’India sempre più amerikana). E qui diventa clamorosa una contraddizione: ma se l’erede al trono si è alienato Cia, esercito, tre quarti dell’establishment reale, è lui, o sono quelli che ha voluto far fuori a “slittare verso Mosca, Shanghai, Eurasia”? Il bandolo della matassa sta nel conflitto tra Cia e Trump? Con  Mohamed filorusso che, per il suo golpe, avrebbe addirittura ricevuto una qualche copertura aerea da Mosca!!! A me parrebbe il contrario. Golpe amerikano contro il partito della moderazione e del dialogo. MBS sarà una testa calda, ma non si mette contro il mondo senza copertura, aerea o altra. Ma quella di Washington.

Torniamo al pessimismo della ragione e, ahinoi,  ai mostri della guerra
Vado in visibilio. Da giornalista di strada, spesso obnubilato dai fumi delle battaglie, sono spesso in soggezione davanti alla preparazione teorica e alla capacità di analisi dei miei interlocutori amici. Ma da mezzo secolo sul campo del Medioriente e dello scontro imperialismo-altri, sono anche abbastanza attrezzato a vedere le fratture tra quel che si vede dal tavolino e quel che succede nel quadrante. E mi sembra che ci sia perfetta  e lineare continuità nelle nuove vicende innescate dall’ “avventuriero” di Ryad.  Al suo assalto allo Yemen in rivolta scita gli americani hanno fornito supporto logistico, militare, di sorveglianza, di blocco aereonavale. All’operazione dimissioni di Saad Hariri, con annessa accusa a Libano-Hezbollah-Iran di aver dichiarato guerra ai sauditi avendo, loro, lanciato un missile nei cieli di Riad, Trump non può non aver dato il proprio avallo, dato che pochi giorni prima era lì a firmare con Mohamed bin Salman accordi economici e militari per miliardi. Un Trump che, dopo aver riassunto in pieno, sotto ricatto Russiagate, impeachment e peggio, gli obiettivi e i modi da Armageddon dei neocon hillariani, sarebbe ora tornato sui suoi passi concilianti e multipolari? Ma dove? Ma come? E sarebbe felice di vedere la fine dello storico legame tra i massimi fornitori e massimi consumatori di idrocarburi e di armi del mondo? Sogno o son desto?

 
Mohamed bin Salman e amici


Dunque, la nuova direzione saudita, vistasi con il presidente Usa, potenzia il suo sbranamento dello Yemen, alleato dell’Iran e di tutto l’Arco scita, ribadisce che Assad se ne deve andare, vistasi sorvolare da un razzo promette distruzione e lutto a Libano e Iran e allo scopo defenestra il premier libanese. Tutto questo d’intesa, non solo con un Trump totalmente alla mercè dello Stato Profondo Usa, ma con Israele, da tempo strettissimo alleato, in perfetta sintonia. Da tempo né Usa, né Israele, sapendo il valore dei propri soldati (buoni più che altro per Abu Ghraib, o per il fosforo su Falluja) e le ricadute delle bare imbandierate che rientrano, non attaccano nemici potenti e non rischiano le proprie truppe.

Che l’Idra a tre teste Saudia-Usa-Israele attacchi direttamente l’Iran è fuori discussione ed è improbabile che assalga il Libano in prima persona. Lo farà assalire. Siamo nel tempo dei “proxy”, delle deleghe, dei surrogati. I sauditi e subalterni manderanno denari, gli Usa forze speciali e droni, Israele insegnerà ai suoi ascari libanesi come si fanno attentati e stragi.
In Siria l'Idra non ha perso, ma non ha neanche raggiunto l’obiettivo prefissato della distruzione del paese, del suo sminuzzamento, della cacciata di Assad. In compenso gli Usa si sono insediati nel Nordest dove costruiscono basi  dopo basi per non andarsene più, come in Kosovo con Bondsteel. Ai riabilitati Al Qaida-Al Nusra, battezzati “moderati”, hanno condiviso che venissero assicurate ampie enclavi di autogoverno.(per future guerre civili). I turchi, alleati Nato che fanno giri di valzer con i russi, si sono assicurati una bella fetta del Nordovest siriano con la scusa di frenare i curdi, ma con l’effetto di essersi mangiati un pezzo di Siria. I curdi, il più fetido mercenariato USraeliano, sono usciti dalla loro ridotta e si sono fatti pulitori etnici e proconsoli degli Usa nel Nordest. La Siria non è stata rasa al suolo, non è stata squartata, ma è stata ridotta a pelle di leopardo e Mosca, sperando di irretire i curdi a stelle e strisce e con stella di David, sostiene un futuro assetto federale (premessa per ogni nequizia secessionista o spartitoria). Chi ha vinto? Con 300mila siriani morti e 4 milioni sradicati? Una cosa certamente non è vera, per quanto detta da un generale russo, quella che l’85% della Siria è stata liberata. E lo sarà, ora che Mosca ha annunciato il suo disimpegno militare?


 Ma non è contento neanche il branco degli aggressori. Sentono il peso di uno stallo che può tornare utile solo se si riprende l’iniziativa. E fatto togliere di mezzo al principe con le zanne i dubbiosi ed esitanti di fronte all’accelerazione, sfasciata la convivenza nel governo di coalizione libanese tra Hezbollah e destra filo imperialista e filoisraeliana (“Futuro” di Hariri,  falangisti di Geagea), invocata la santa alleanza contro Iran e Hezbollah, Usa, Israele e Sauditi riprendono l’iniziativa persa in Iraq e menomata in Siria, per asserirsi dominatori del Medioriente, delle sue fonti e condotte energetiche a spese di Russia, Iran, Qatar, Iraq, Libano.

Questo mi sembra lo stato delle cose. Ho lasciato fuori dalle considerazioni la Turchia, troppo inaffidabile e, dunque, imprevedibile. Non certo un elemento che correrà in soccorso al Libano, o che contrasterà la presa militare Usa su buona parte della Siria,  per quanto in combutta con gli odiati curdi,  o che si compiacerà a veder  ricostituirsi un forte Iraq, seppure a spese dei meno odiati curdi iracheni. Tra i due poteri che, con rispettivi alleati, si contendono l’egemonia sul Medioriente, Iran e Saudia, uno con mezzi pacifici, l’altro, debole e inetto, con le armi altrui, la Turchia fa la parte del terzo incomodo. Si deve barcamenare. Non gli affiderei neanche la mia pianta di Ficus.

Previsioni non ne faccio di solito. Ma a me pare che la buona intenzione dei russi, di seminare subbuglio nell’alleanza Usa-Israele-Saudia, sia svaporata di fronte al cordone ombelicale che unisce in un fronte necessitato geopoliticamente e geoeconomicamente queste tre teste dell’Idra assassina. Possibile che, molto presto, se la prendano con l’anello più debole, il Libano. La defenestrazione di Hariri prefigura un ritorno alla guerra civile che impegnerà gli Hezbollah su un nuovo fronte (indebolendo lo schieramento patriottico siriano), rifarà entrare in funzione l’Isis, potrà richiedere, nel caso che le cose non vadano per il verso giusto, l’intervento di Israele. E qui diventa difficile che non si muova anche l’Iran. La Russia insisterà con il tram ammaccato della diplomazia? Tutto può succedere.


In Libano mi son fatto la guerra civile, la prima e la seconda invasione israeliana e, nel 2006, la vittoria di Hezbollah sugli aggressori israeliani. Mi dispiace che stavolta non sarò in condizione di esserci. 

domenica 5 novembre 2017

SPAGNA, GRECIA, ITALIA: “DISCORSO DELL’ODIO” (copyright Boldrini) SUI PREDATORI DEL SUD PERDUTO





Appare oggi sul Fatto Quotidiano, a integrazione delle sue aberranti pagine di disinformazione e manipolazione della politica estera (pari per indegnità alla dignità delle sue pagine di vituperio alla classe dirigente vernacolare), un appello su intera pagina intitolato “Il silenzio della UE sulla crisi mette in pericolo l’Europa”, con occhiello attribuibile alla direzione del giornale: “Principi a rischio. L’avallo del comportamento del governo spagnolo compromette lo stato di diritto dei Paesi membri dell’Unione”.

Spinelli, questi sì tossici

Prima firma quella della nota Barbara Spinelli, vedova dell’illustre esponente della cupola finanziaria mondialista e scarnificatore della classe lavoratrice italiana, Padoa Schioppa, già militante del “Movimento pro-Tsipras a prescindere” e candidata al parlamento europeo, poi fedifraga, della Lista “L’altra Europa con Tsipras” (nella quale insistono a boccheggiare alcune tessere del mosaico radical chic del manifesto, tipo Marco Revelli). Più di queste gemme nel curriculum della parlamentare brilla quella della diretta ascendenza ad Altiero Spinelli,. di cui è prediletta figlia e prosecutrice.

Breve inciso. Spinelli, con altri due ultrà dell’americanofilia, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, fu l’autore del Manifesto di Ventotene considerato la magna charta dell’europeismo, movimento ispirato dall’élite capitalista con la testa negli Usa e le gonadi nelle banche Rotschild e affini, e finanziato fin dalle sue origini dall’OSS, poi CIA, guidata da William Donovan. L’intento era quello di far fuori i futuri Stati nazionali emersi dalla lotta antifascista, con a capo gruppi dirigenti di orientamento socialista e, comunque, democratico, ansiosi di sovranità nazionale. Bisognava immergerli in una struttura burocratica, poi rapidamente divenuta antidemocratica, che tutti li abbracciasse, livellasse e si offrisse inoffensiva al colonizzatore e occupatore militare statunitense tramite NATO e Piano Marshal. Prodromi del Nuovo Ordine Mondiale e della teoria del meticciato indistinto, governato totalitariamente dal un grumo cancerogeno capitalfinanziario mondialista, molto omogeneo, per niente indistinto.

Da Ventotene al Nuovo Ordine Mondiale
l manifesto di Ventotene è considerato a buon titolo la carta costituzionale di un’entità globalista sovranazionale a nettissimo carattere autoritario. Basta la parola: “Nel breve periodo… in cui gli Stati nazionali giaceranno fracassati al suolo e in cui le masse popolari saranno materia fusa suscettibile di essere calata in forme nuove (sic), capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata delle passioni internazionaliste…” Non vi pare che nella lettera della BCE e poi di quella di J.P.Morgan, che impongono al governo italiano di massacrare ogni welfare, ogni diritto dei lavoratori e farla finita con il diritto di sciopero, vi sia un’eco di questi propositi? Propositi cari alla grande finanza italiana, capeggiata dal foraggiatore di Spinelli, Gianni Agnelli, e agli imperscrutabili gnomi giganti di Bilderberg che Spinelli annoveravano come promettente membro e agitpro.



Torniamo a bomba, il nipotino della promessa totalitaria di Ventotene, partorito da Barbara Spinelli sotto forma di appello contro Madrid e pro-Barcellona. In sostanza, il paginone, che, accanto a quella della patentata amica del giaguaro reca anche le firme di utili idioti come Zagrebelsky, volponi come Varoufakis, guru del pacifismo come Moni Ovadia, marxisti da tinello come Toni Negri e altri 170, con preponderanza della solita lobby, assegna al governo spagnolo il ruolo di carnefice e agli indipendentisti dell’eroico capitano della nave abbandonata, Puidgemont, quello della vittima. Sul piano giuridico, questi tardoventotenini si arrampicano sugli specchi per dimostrare che l’attuazione della norma costituzionale da parte di Madrid è illegittima e aberrante, mentre quel referendum votato da una minoranza e costellato di divertissements democratici, come i voti multipli e di minorenni, in minima porzione della regione, ha i caratteri del giusto e del sacro. A sostegno di tale argomentare viene esibita Human Rights Watch, segno di calda approvazione da parte dello Stato Profondo Usa.

Quelli che Rajoy è reazionario e i sorosiani di Barcellona democratici
Ora, precisiamo, qui nessuno fa il tifo per Rajoy e la sua cosca di succhiasangue e bastonatori . Ma nessuno dovrebbe neanche fare il tifo per la contrapposta, ma speculare espressione della più corrotta e vampiresca borghesia catalana (con al guinzaglio qualche sedicente sinistro tipo “manifesto”) che, finanziata da George Soros (denuncia fatta e mai smentita), esegue l’ordine di servizio dell’ élite prefigurata da Spinelli (Altiero): frantumare tutto quello che è unito, si è unito nei secoli, inserire nel frullatore mondialista e disperdere al vento. Dà un bel segnale il fatto che i celebrati Mossos, la polizia catalana, viene tutta addestrata in Israele alla repressione interna dai massimi maestri della materia.

Divide et impera e anche junge et impera

Parrebbe esserci un paradosso. Ma come, il papà, membro di Bilderberg, e il suo movimento promosso da Washington e Wall Street, si spendono per l’eliminazione degli Stati e un calare delle masse nell’unico mondo governato da “uomini seriamente internazionalisti”, mentre la figliola rovescia l’assunto e favorisce addirittura la nascita in Europa di una nazioncella tutta nuova? Paradosso apparente e obiettivo sempre quello. Spezzettare quel che è unito e unire quel che è separato, ma unirlo sotto chi ci pare a noi. La Spagna, la Grecia, l’Italia, già in Europa non contano una mazza. Figuriamoci una Catalogna e, se è per questo, una Scozia, o un Lombardoveneto. Ma Spagna, Grecia, Italia, a dispetto delle classi dirigenti di merda, hanno tuttora, per quanto sempre più formalmente, assetti democratici e costituzionali di chiara natura antitotalitaria, antifascista, egualitaria, di diritto. C’è sempre il rischio che qualcuno si ispiri alla Brexit. E questo non va bene e se Catalogna, Scozia e altri frammenti si fanno statarelli, è come se non lo fossero, e come se non ci fossero, tanto più se entrano in quello che Lafazanis, leader dell’opposizione a Tsipras, in un’intervista (poi la pubblico) mi definisce carcere europeo.

Una Brigata Kalimera è per sempre
Tutto questo per arrivare al punto. Ricordate l’allegra Brigata Kalimera. Quella, capeggiata dall’immancabile (per ogni cantonata di sinistra con retropensiero di destra) Luciana Castellina, dalla fisologica Barbara Spinelli, dagli eterni di Sarajevo, di tutte le rivoluzioni colorate, di tutti gli affogandi, di tutti gli anatemi ai “dittatori”, che dalle nostre coste si avviavano su corazzate di carta del “manifesto” verso piazza Syntagma a celebrare Tsipras e a sbaciucchiarsi con lui fin dopo il suo tradimento del referendum con cui i greci avevano ricacciato i memorandum in gola a Merkel, Schaeuble, Juncker, Lagarde e Draghi, l’orrida Trioika. C’erano anche i Cinque Stelle, ad Atene, ma furono schifati da Tsipras e, per quanto “nuovi, inesperti e ingenui”, giustamente lo schifarono e stettero con la rivolta popolare.

Quinte colonne, nemico in casa, gente da sorriso davanti e pugnalata di dietro

Bene il punto è questo ed è mirabilmente epistemiologico. Proprio la stessa masnada di tsiprasiani in Grecia la vediamo all’opera in Italia quando si tratta di battersi alla morte per l’accoglienza senza se e senza ma, che crea paesi d’origine vuoti e depredabili, forza schiavistica per campi, fabbriche e ambienti domestici, che zufolando canzonette melense sulla solidarietà, coltiva sradicati, alienati, contrastati e gettati nelle macerie sociali della guerra tra poveri. E gloria e guiderdoni morali, ma non solo, a Ong finanziate da Soros, o che collaborano con il mercenariato Blackwater. Ed è pure la stessa che oggi si straccia le vesti su una secessione in Spagna, probabilmente rientrata, e che qualcuno ha voluto imporre alla maniera di Tsipras, con un voto che più truffa non si può, sodomizzando la maggioranza dei catalani.



Goldman Sachs e suoi domestici

Questa è gente che, terrorizzata dalla Brexit, ha gettato fango e ridicolo su precari, disoccupati, poveri, sottopagati, periferici, “lobotomizzati, ignoranti, rozzi e plebei”, che ha votato per far uscire il Regno Unito dalla mostruosa tagliola dei mafiomassoni europei. Brexit contro cui ha lanciato una poderosa campagna Peter Sutherland , come ci rivela nel suo blog Claudio Messora. Sutherland per vent’anni presidente di Goldman Sachs, poi della British Petroleum e oggi, udite udite, alto rappresentante per il Segretariato Generale della Migrazione internazionale alle Nazioni Unite. Il cerchio si chiude tra Ong dei salvataggi e Golem del colonialismo. Come sintetizza Messora: soldi, energia, dominio, migrazioni di massa. Migrazioni di massa che sono la materia prediletta di tutti i sedicenti dirittiumanisti.

Dirittoumanisti cui non passa per la mente di battersi per i diritti umani feriti o annientati nelle guerre economiche o bombarole, di scendere in piazza, esprimersi su carta o schermi contro la Nato, lo Stato dell’apartheid israeliano, le sanzioni contro Stati detti canaglia. Che, con il solito houseorgan sorosiano “manifesto” in veste di pifferaio, hanno sostenuto Hillary Clinton, belva sanguinaria, ma donna, che hanno taciuto e continuano a tacere sulle prove che disintegrano la versione ufficiale dell’11/9, madre di tutti i terrorismi e di tutti gli Stati di polizia in atto o in fieri.

Sono anche quelli degli eufemismi ipocriti e depistanti di “società civile” e delle cose “dal basso”, nebulose nelle quali è stata fatta passare la privatizzazione di ogni cosa sotto la bandiera della sussidiarietà, sventolata dagli sradicatori e trafficanti di migranti come da quelli dell’sms per la ricerca sul cancro. Allo Stato esonerato da ogni responsabilità sociale, rimane la repressione concessa dal monopolio capitalista della violenza, quelle fiscale, militare, della sorveglianza totale, come da NSA..

Sono ancora quelli delle megamistificazioni commissionate dalle centrali geopolitiche dell’Impero e formulate dalle solite Ong Amnesty, HRW, Save the children, tipo il martire-spia Regeni per inchiappettarsi un Egitto fastidioso a Israele e Cia, o la minaccia fascista che sarebbe dei quattro scalmanati di Casa Pound e non dell’apparato occidentale delle guerre interne ed esterne come modello di governo del mondo.

Sono sempre loro, quelli di Kalimera, dei diritti (e interventi) umani, del credito dato a tutte le vere Fake News (non quelle su cui si accanisce Laura Boldrini) che hanno lastricato la strada dei genocidi in Libia, Siria, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia, del politically correct, dello ius soli donato qui e negato a casa loro.

Sono i perennemente pronti a portare l’acqua con le orecchie ai complottisti del Nuovo Ordine Mondiale, a quelli che, da Ventotene in qua, fabbricano popoli dispersi che nome non hanno. E quali sono questi popoli? Ovviamente i PIGS (ricordate come, sfruttando un lurido acronimo, ci qualificarono a Bruxelles?), maiali: Grecia, Spagna, Italia, l’orlo liso della grande Europa merkeliana e macroniana, marca privilegiata dell’Impero. Gli europei in eccesso, spendibili. E, ovviamente, i popoli del Sud più Sud, da sradicare, destoricizzare, disidentificare, meticciare al ribasso. Nel mio nuovo film m’è venuta una battuta che mi sembra azzeccata: uomini neri + uomini bianchi = uomini grigi. L’altra, la nuova faccia dell’eterno colonialismo cristiano occidentale.

Vuoi mettere come si viaggia meglio su una bella strada liscia, asfaltata a specchio, come quelle di Germania, piuttosto che su carrarecce e sentieri di campagna con tutti quei dossi, massi, fossi, alberi, uno diverso dall’altro, che ancora intralciano uniformità e velocità nel meridione del mondo? Ci vuole il bulldozer. E che quelli di Kalimera, di Medici Senza, frontiere, di Sutherland, di Mattarella e di Spinelli, accorrano a oliargli i mozzi del rullo compressore.

venerdì 3 novembre 2017

DIVIDE ET IMPERA,Guerra per bande anglosassoni e guerra tra i sessi






Ma vi paiono credibili tutti questi cialtroni, tardivi denuncianti di robe o robette di decine di anni fa? O non vi pare che ci sia dietro una manina politica che ha innescato questa cosa che poi, come una slavina, si moltiplica per effetto emulazione di esibizionisti, mitomani e narcisisti frustrati, come succede con i mattocchi del jihadismo, prima allestito e innescato dagli aggressori imperiali e subimperiali e poi rilanciato da un'emulazione di disturbati, sotterraneamente stimolata e guidata dai soliti noti.

Lo scopo è di far emergere dall'anonimato ratti ricattatori, mettere in crisi l'apparato hollywoodiano incistato con i necons, Soros e i Clinton (con qualche straccio da far volare anche altrove) e, soprattutto, attraverso la satanizzazione tout court del genere maschile, rilanciare la guerra tra sessi. Un ministro britannico si deve dimettere perchè ha toccato le ginocchia di un’intervistatrice trent’anni fa. Ci annegano in sollecitazioni erotiche fino alla nausea e poi provocano lo scollamento tra i sessi dove ogni sacrosanto approccio, corteggiamento, fischio di apprezzamento, "Signorina la posso accompagnare, diventa molestia e atomizza ulteriormente una società da fondare sulla distanza, sul sospetto, sulla paura, sull’avversione per tutto ciò che è corpo e non virtuale.


Si tratta di giganteschi depistaggi dalle contraddizioni vere, quelle TRA DOMINANTI E DOMINATI, tra alto e basso, tra Stati carnefici e Stati vittime e di ulteriori disseminazione di conflittualità artificiali, come tutta la menata gender e la criminalizzazione dell’etero, base della vita, il conflitto giovani-anziani, catalani e spagnoli, quello tra etnie, seguaci di una o dell'altra perversione religiosa, minoranze e maggioranze.

La manina ha letto e interpretato Malthus. Decerebrare, frantumare, spopolare. E' il Nuovo Ordine Mondiale, bellezza.




mercoledì 25 ottobre 2017

O LA TROIKA O LA VITA - epicentro Sud. Backstage del capitolo sul post-terremoto


 

A questo link si trova un backstage di bellissime foto, scattate da Roberto Cherubini, attivista 5Stelle di Macerata, nel corso delle nostre riprese nei territori terremotati a più di un anno dal sisma, quando l’inettitudine, i ritardi, gli errori degli interventi erano diventati disastro collettivo e scandalo politico.

Il capitolo fa parte del nuovo docufilm O LA TROIKA O LA VITA – Epicentro Sud in cui, alla luce dei misfatti del concerto euroatlantico Usa, Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, abbiamo voluto raccontare quanto è stato fatto e viene ancora fatto alla Grecia, quali conseguenze siano derivate dalla Troika e dal suo governo fantoccio a Roma al territorio italiano e alle comunità locali in termini di degrado da devastazioni ambientali, petrolifere e altre, e di incapacità delle istituzioni di arginare la tragedia del terremoto sul piano di prevenzione, soccorsi, restauro, ricostruzione. Sempre alle determinazioni della Troika e dei poteri che gestiscono questa Idra tricefala è da ricondurre la questione migranti, da noi esaminata nei suoi aspetti più oscuri e più manipolati dalla vulgata dirittoumanista che il  neocolonialismo, funzionale al Nuovo Ordine Mondiale, diffonde attraverso amici del giaguaro e utili idioti che insistono a fingersi "sinistra".


Il film dà voce ai greci il cui paese è stato depredato e poi raso al suolo dai banchieri e dalle multinazionali  della mondializzazione neoliberista, con il concorso di un rinnegato interno di nome Tsipras; alla natura e ai cittadini devastati e contaminati dal dilagare dell'impero dei combustibili fossili con l'inarrestabile invasione di trivelle in terra e piattaforme in mare, gasdotti come il TAP e megastoccaggi a rischio sismico; ai terremotati colpiti da una forza naturale alla quale non hanno saputo contrapporsi nè la prevenzione, nè i rimedi di istituzioni tanto proterve quanto inette; a chi ha saputo vedere dietro alla fenomenologia delle migrazioni gli oscuri progetti di chi punta allo svuotamente di paesi da rapinare e alla destabilizzazione degli anelli deboli della catena finanzcapitalista. Tutto questo alla luce del nostro destino atlantico come impostoci al termine della seconda guerra mondiale e come gestito oggi dalla Troika e dal suo braccio armato Nato.
 
Il documentario “O LA TROIKA O LA VITA-epicentro Sud”  sarà disponibile – con richiesta a visionando@virgilio.it – a partire da metà novembre
 


giovedì 19 ottobre 2017

Siria: a che gioco gioca chi?






Inserisco uno scambio di opinioni tra amici della lista No Nato relativo a come valutare quanto sta succedendo in Siria alla luce del ruolo dei vari attori sul campo: siriani, russi,turchi, israeliani-statunitensi e i mercenari curdi e Isis-Al Qaida di questi ultimi. E' anche un incentivo a contribuire alla discussione su una della più controverse problematiche di questa zona cruciale del mondo. Ovviamente lo scambio parte dal contributo più in basso.

From: Fulvio
Sent: Wednesday, October 18, 2017 4:15 PM
To: Piero Pagliani ; bye bye uncle sam

Subject: Re: Impressioni d’inizio autunno: dalla liberazione di Deir Ez-zor a quella di Al Mayadin

A me, con tutto il rispetto, la stima e l’amicizia, mi pare di sognare a leggere queste righe di Piero. Invidio l’ottimismo e la fiducia nei russi che improntano la sua visione e che cozzano duramente con il mio crescente sconcerto e la dolorosa convinzione che il quadrumvirato Putin, Erdogan, Netaniahu, Trump abbia concordato una tranquilla spartizione in zone d’influenza ai danni dell’integrità della Siria per la quale tanto sangue civile e militare, siriano, libanese, iraniano e russo è stato versato. A me sembra che la successione e il concorso di elementi recenti dipingano un quadro del tutto diverso: Israele crea di suo una zona Isis-Al Qaida sul Golan, torna a bombardare la Siria, distrugge una postazione anti-aerea e nessuno, tranne Damasco, dice niente; fatta pulizia etnica, con il contributo decisivo degli Usa che ha sterminato la popolazione civile di Raqqa prelevandone i jihadisti, poi distribuiti tra curdi all’assalto di Raqqa e jihadisti ancora attivi in Iraq; I mercenari YPG (la sigla SDF è un verminaio pieno di vermi curdi e basta) si installano nel centro della regione petrolifera, in una grande città tutta arabo-siriana che diverrà la capitale del protettorato Usa garantito da almeno tre grandi basi con aeroporti.




Se si pensa che i curdi abbiano fatto il passo più lungo della gamba, si deve scommettere che i pochi arabi, assiri e turcomanni sopravvissuti alla pulizia etnica possano insorgere e sconvolgere questo assetto; i turchi, proseguendo il loro padrinaggio dei terroristi Al Qaida e coprendosi le terga con gli ectoplasmi del cosiddetto Esercito Arabo Libero, portano avanti il progetto che era manifesto fin dal primo giorno dell’aggressione alla Siria: in primis assicurarsi una fetta vasta e importante di territorio siriano per esercitare una pressione condizionante su ogni futuro governo a Damasco. Non contenti di essersi impadroniti della zona strategica che incombe su Latakia e le basi russe, stanno procedendo verso Aleppo. E, secondo comunicazioni d’agenzia e di fonti varie, l’invasione militare e jihadista turca avviene sotto copertura aerea russa. O, quanto meno, con la garanzia di impunità di Mosca, o quanto ancora meno, nella piena tolleranza russa. Incredibile. Solo per un po’ di captatio benevolentiae di Ankara? Cosa si pensa, che anche qui un’insurrezione araba possa rovesciare questa situazione? O che bastino le disperate proteste di Damasco contro l’occupazione della propria terra da parte di turchi, curdi, Usa e Israele?



Voglio proprio vedere se questa quadripartizione, ormai in atto, non andrà consolidandosi, con l’aggiunta sciagurata delle macchie di leopardo delle zone di de-escalation in cui vanno incistandosi terroristi di varia denominazione, e se potrà essere destabilizzata da rivolte interne o rimedi esterni. Forse questa frantumazione della Siria paga la permanenza per qualche po’ di Assad, il cerchiobottismo di Erdogan, il rallentamento dell’assalto USraeliano all’Iran, il freno ai nazi di Kiev verso il Donbass e il rinvio della resa dei conti con la Corea del Nord. Poi quell’immagine da film strappacore di un Netaniahu che va supplicando ai piedi di Putin (che non alza ciglio vero sulle scorrerie del delinquente in Siria) di opporsi alla crescente influenza (imperialismo?) iraniana! Davvero pensi che un Israele che fa quello che gli pare e tiene al guinzaglio gli Usa, d’accordo con lo Stato Profondo che ha il potere in Occidente, vada strisciando da Putin perchè lo salvi dall’asse scita? Quando un giorno sì e l’altro pure sbeffeggia Putin bombardando i siriani che Putin protegge.

Piero vorrei essere smentito e se lo sarò stapperemo insieme qualcosa di frizzante.

Per il resto, per quanto riguarda la metempsicosi kafkiana dei “compagni”, perfettamente d’accordo. Ma questi sanno benissimo, all’orecchio di gente come Soros, da che parte la loro fetta di pane sia imburrata, come si dice in Germania, o da che parte tiri il vento, come si dice qui, per cui solitamente corrono in soccorso del vincitore. Curdo, israeliano e statunitense. Dove l’unica nota lieta è la presa di Kirkuk, dopo quella di Mosul. E sono balle che i peshmerga si siano ritirati spontaneamente. Sono scappati come conigli, come si conviene a bande di mercenari agli ordini di capibastone e motivati unicamente dal soldo.

Fulvio





From: Piero Pagliani
Sent: Wednesday, October 18, 2017 3:46 PM
To: bye bye uncle sam
Subject: Re: Impressioni d’inizio autunno: dalla liberazione di Deir Ez-zor a quella di Al Mayadin

L'articolo è fondato (anche perché fa leva sulle analisi del ben informato Colonel Cassad - se non mi ricordo male aveva anche un blog in Inglese, che fine ha fatto?). Gli USA hanno il fiato sempre più corto, in economia (ma la nostra presstitute ancora nei giorni scorsi ha uggiolato come un cane commosso al solito miracolo borsistico, ovvero prettamente finanziario-speculativo statunitense, cioè hanno nuovamente ballato sul Titanic che affonda), monetario e persino militare, coi Russi sempre più assertivi (e incazzati perché faranno pagare cara agli USA la morte del loro generale e dei loro soldati - e magari con azioni che nessuna delle due parti comunicherà al pubblico, come è già successo). Sono talmente rintronati che la presstitute USA spera addirittura in un'invasione cinese della Corea del Nord. Ma i generali stanno già mettendo a punto la nuova "posture strategica", che prevede decenni di guerre ibride, dalle "rivoluzioni colorate" ad atti di sabotaggio, da disordini prolungati basati su ogni pretesto a guerre vere (cioè microguerre in confronto con quella nucleare) condotte da forze etniche e tribali con l'aiuto dell'alta tecnologia militare USA, come quelle in Afghanistan, Libia e oggi in Siria (domani nel Myanmar?).

Ad ogni modo in Siria, con tutti i limiti che si vogliono, le cose non sono adatte affatto come volevano gli USA e Israele. Adesso il cosiddetto "asse sciita" (termine che dice molto poco, in verità) è per certi versi più forte di prima e infatti Netanhyau sta supplicando quasi tutti i giorni Putin di frapporsi tra Israele e l'aumentata influenza di Teheran.

Dopo il "referendum" nel Kurdistan, tutti hanno preso le misure e le contromisure, col risultato che i Curdi dei mafiosi Barzani e Talabani sono stati costretti a fare retromarcia. Pare che ci sia ora un accordo con Baghdad basato sul rispetto dei vecchi confini della regione autonoma, quindi niente Kirkuk e niente Mosul per la mafia curda.



Dal canto loro i Curdi siriani (che in effetti sono quattro gatti) hanno secondo me fatto il passo molto più lungo della gamba. In realtà lo ha fatto la sua dirigenza neo-mafiosa per compiacere gli USA. Ma non hanno né l'appoggio della maggioranza dei Curdi né, tanto meno, quello degli Assiri e delle altre popolazioni non curde che l'YPG/PYD/SDF sta etnicamente ripulendo, col plauso implicito e a volte esplicito di tutta la sinistra italiana, dal PD ai trotzkisti, ai buonisti e diritto-umanisti, una delle più fetenti e ipocrite accolite dai tempi di Riccardo Cuor di Leone, difensore della fede e dei diritti dei cristiani in Terra Santa e criminale di guerra di prima grandezza.

Se l'anima del nobile Saladino, o il suo spirito, vive da qualche parte, sicuramente è a Damasco, a difendere veramente i cristiani del Medio Oriente (la Storia, come diceva Vico, si ripete. Anche allora le monache in Terra Santa si facevano difendere dai soldati del Saladino contro la marmaglia stupratrice crociata).
Insomma, la Storia si ripete, ma con inversioni. Oggi se si è per la pace e la giustizia occorre guardarsi alle spalle, dalle pugnalate degli "ex compagni". In questa epoca di inversioni radicali, più belli e nobili sono i loro ideali e i loro valori, più sudicie e marce e materialmente criminali sono le loro prese di posizione in politica internazionale. Sembra un paradossale incubo, ma è così.

Piotr





Il giorno 17 ottobre 2017 12:19, bye bye uncle sam ha scritto:

"Di quest'ultimo mese si ricorderà l’accelerazione impressa agli eventi da parte della cosiddetta “Coalizione”, capitanata dagli USA e, come ormai alla luce del sole e oltre ogni minimo accenno di pudore, composta di un esercito di manodopera di riserva estremamente variegato, tipico della guerra ibrida in corso, e che va dalle milizie curde ai terroristi dell’ISIS.
Il tentativo era abbastanza evidente e, come vedremo, prevedibile: colpire il nemico – che, a scanso di equivoci, era ed è Assad e alleati – su più fronti, simultaneamente, efficacemente, per frantumarne le linee di difesa, affondare i colpi e seminare il panico fra le retroguardie di colpo proiettate in prima linea, tagliare i canali di comunicazione e approvvigionamento, obbligare le forze di élite dell’esercito siriano a ripiegare per ripristinare confini e mettere in sicurezza situazioni altrimenti compromesse. Ripiegare da dove? Ma da Deir Ez-zor, dove simultaneamente i Curdi avanzavano senza sparare un colpo, pappandosi fette di territorio sempre maggiori, allungando linee di fronte di decine di chilometri lungo sottili lingue di terra che sfidavano ogni logica di tattica e strategia militare (prima fra tutte, il consolidamento della linea di fronte per evitare contrattacchi fatali sulle retrovie lasciate scoperte e la conseguente formazione di sacche in cui circondare e chiudere le avanguardie), lasciando soltanto come unica ipotesi quella infima, meschina, della combine. Ebbene, la strategia americana verteva su queste due leve: da una parte bloccare (o fatalmente rallentare) l’avanzata siriana nella provincia dei pozzi, dall’altra occupare per prima il ricco Eldorado.
Ci eravamo lasciati con prodromi di questa strategia, ma mai ci saremmo aspettati che si sviluppasse fino a questi livelli. Quanto accaduto in questi trenta giorni circa ha dell’incredibile, e quanto è riuscita a fare l’alleanza Russia-Siria-Iran ha ancora più dell’incredibile, fino al risultato di oggi: la liberazione di Al Mayadin"


L'articolo di Paolo Selmi continua su https://byebyeunclesam.wordpress.com/

domenica 15 ottobre 2017

Charlottesville cattivi, Kiev buoni: quando i nazisti sono benvenuti.




Video di una marcia delle formazioni naziste a Kiev,  il 14 ottobre,con partecipazione di parlamentari e ministri dei partiti nazisti “Privy Sector”, Settore di Destra, e Partito della Patria.
Nel corso della sfilata di 2000 manifestanti sono state esibiti i vessilli e i contrassegni delle squadracce naziste di Stepan Bandera e dell’Esercito Insurrezionalista (SS) collaborazionista ucraino che si rese responsabile di innumerevoli atrocità e stragi, compreso il massacro di 100mila polacchi.


Significativo notare che nessun organo dei cosiddetti mass media, in Italia, Europa, Usa, Occidente si è preoccupato di indignarsi per questo show del regime installato con il colpo di Stato Usa, finanziato da George Soros, e addirittura di riferirne. Questo occultamento, improntato a chiara complicità (si tratta di nazisti che servono contro la Russia e assomigliano parecchio a quello che si vuole imporre dappertutto), va messo a confronto con l’uragano di riprovazione e sdegno, invece, per l’adunata degli ultrà bianchi a Charlottesville. Quattro gatti dementi e confusi a paragone di forze politiche al potere in uno Stato alleato dell’Occidente e che, bene accetto, ha scelto la UE piuttosto che la Russia e oggi ospita eserciti Nato o armati dalla Nato a ridosso della Russia e che, intanto, massacrano i patrioti del Donbass. Meditate gente, meditate.
E quanto al nostro piccolo e miserabile, pensate che Furio Colombo, apologeta di ogni cosa infame israeliana e fustigatore spietato degli imbecillotti di Casa Pound e Forza Nuova, abbia alitato un solo accenno sulla mostruosità di questo alleato, amicissimo di Israele?

domenica 8 ottobre 2017

CHE GUEVARA



CHE GUEVARA
Uno che ha avuto ragione,
probabilmente sempre sul piano politico,
indiscutibilmente sempre sul piano morale,.
Uno che non ha mai deluso.

Un gigante con una progenie di nani.
Voleva l'uomo nuovo.
l primo è stato lui.
Poi ci siamo fermati.

Quando parla il Che
possiamo tutti tacere.

Con infinito amore
Con sconsolato rimpianto
Con fedeltà assoluta
Fulvio

sabato 30 settembre 2017

NO TRIV AL CARRO DEI RADICALI



Bonino e Soros


Pannella "Ustascia" in Croazia

Seppure mi verrà risposto che non ho titoli per intervenire sulle decisioni del Coordinamento Nazionale No Triv, per quanto da anni io lavori su suoi temi e li sostenga con articoli e documentari e sia iscritto alla sua lista, onestà intellettuale e un minimo di senso della correttezza democratica mi impongono di chiedere agli iscritti se ritengono appropriato che un’associazione tematica costituitasi sull’impegno di contrasto alle operazioni e agli interessi legati all’industria degli idrocarburi inviti i suoi iscritti, motu proprio e senza previa consultazione, ad aderire a un’iniziativa di chiaro segno politico di un partito, quello radicale, oltre tutto a discapito di altre forze politiche pure impegnate contro le trivelle.

Pannella israeliano

L’identificazione con l’iniziativa dei Radicali - spudoratamente strumentale alla luce delle posizioni belliciste e ultracapitaliste da sempre proprie dei radicali - al punto di sollecitarvi l’adesione, ignora l’esistenza di una dialettica del tutto rispettabile (e non mi riferisco qui alle esternazioni xenofobe di leghisti e fascisti) sulle modalità di affrontare la questione delle migrazioni. Ignora anche una lunga storia dei radicali a sostegno di tutte le guerre lanciate dalle potenze occidentali, del neoliberismo più selvaggio, di Berlusconi, a coloro che eseguono un genocidio strisciante nei confronti del popolo palestinese. Radicali che voglio proprio vedere, dati i precedenti, se sarebbero disposti ad aderire formalmente alla battaglia No Triv contro i petrolieri. Ignora anche gli inquietanti finanziamenti da fonti del tutto squalificate che arrivano a entità sostenute dal Partito Radicale.



La mia denuncia di una scelta di campo autoritaria e politicamente impropria verrà certamente censurata, come è successo a una mia precedente espressione di perplessità per la richiesta di firme sotto un appello relativo ai migranti. Di conseguenza diffonderò questo scambio sui canali a mia disposizione confidando che non tutti gli aderenti a un movimento prezioso e insostituibile come il No Triv si facciano condurre dai vertici in recinti che magari non riconoscono come loro.

Bonino bacia Soros


Fulvio Grimaldi
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From: Coordinamento NO TRIV

Sent: Saturday, September 30, 2017 8:10 AM
To: referendum-notriv-list@googlegroups.com ; notriv-list@googlegroups.com ; territoriperilno@gmail.com

Subject: Fwd: SOSTIENI ASSIEME A NOI LA CAMPAGNA "ERO STRANIERO-L'UMANITA' CHE FA BENE"


PER ADERIRE C'E' ANCORA TEMPO FINO AL 7 OTTOBRE 2017

CONNESSIONE TRA POLITICHE ENERGETICHE E MIGRAZIONI

E SOSTEGNO ALLA CAMPAGNA "ERO STRANIERO-L'UMANITA' CHE FA BENE"


Carissim* Tutt*,

dopo i tragici eventi di questa estate, centinaia di morti e dispersi nel Canale di Sicilia, che hanno portato a 30.000 il bilancio dei migranti che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Italia, ci siamo lungamente interrogati sulla necessità di dimostrare e motivare la stretta interconnessione tra i temi cari a noi tutti (democrazia energetica, conversione ecologica del sistema produttivo, rispetto del diritto di autodeterminazione dei territori e delle comunità, ecc.) e l'inviolabilità dei diritti della persona, tra cui il diritto di ogni individuo di poter circolare e vivere ovunque desideri.

Entro il 2050 le politiche di sfruttamento su cui si fonda la sopravvivenza del nostro sistema economico porterà sull'orlo del precipizio tra i 200 ed 250 milioni di bambini, donne ed uomini che saranno costretti ad emigrare a causa degli effetti dei cambiamenti climatici.

La connessione, non diretta ma certa, tra sfruttamento umano ed ambientale, cambiamenti climatici e migrazioni non può più essere ignorata e deve essere affrontata alla radice e nelle sue conseguenze.

Non è più prorogabile una radicale conversione ecologica del sistema energetico e produttivo e non si possono ignorare, appunto, le conseguenze dell’attuale sistema economico: i quasi 9 milioni di morti per fame, denutrizione e guerre, l’impoverimento di molti milioni di persone che annulla le loro aspettative di vita e viola i diritti inalienabili dell'Uomo. Queste persone non possono che cercare di migrare con un’unica motivazione: sopravvivere e sfuggire ad atroci sofferenze.

La distinzione tra profughi di guerra, ambientali e migranti economici non solo non ha senso, ma nasconde una voluta mistificazione delle cause reali che hanno portato all’attuale dramma globale.

Nulla di nuovo -si potrebbe dire- soprattutto per chi si è battuto in questi anni contro la petrolizzazione e per dar voce alle comunità locali ed ai territori, se a rendere ancor più pesante la situazione negli ultimi frangenti non fossero emersi tutti i tratti egoistici, razzisti e xenofobi delle politiche dell'Unione Europea e dei singoli governi nazionali.

Quello italiano non è stato da meno rispetto agli altri: la guerra mediatica condotta contro le Ong, il giro di vite dato alle procedure di soccorso in mare ai migranti in pericolo di vita, la loro consegna nelle mani dei mercanti di vita e di morte libici, l'appalto del lavoro sporco alle milizie, il sostegno indiretto al mantenimento di campi di detenzione e lager che sfuggono al controllo degli organismi internazionali, sono elementi costitutivi di una politica miope ed ispirata alla più cruda delle ragion di Stato che, in realtà, nasconde la difesa degli interessi di pochi.

A tutto questo fa da sponda, con drammatica coerenza, la criminalizzazione dei migranti e dei poveri e d il totale vuoto delle politiche di accoglienza.

Ciò a cui stiamo assistendo è la sistematica violazione del diritto di emigrare ed alla mobilità, sanciti e riconosciuti dalla Dichiarazione Universale delle Nazioni Unite del 1948, dalla Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, da tutta la giurisprudenza del Diritto d’Asilo, della Tutela Internazionale dei Diritti Umani e, infine, dalle due Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.

Eppure la maggior parte delle forze politiche, il sistema informativo-mediatico ed una parte consistente dell'opinione pubblica (gravemente influenzata e condizionata dai media), asseconda ed alimenta una preoccupante spirale razzista che dà sfogo ai peggiori istinti di odio, violenza e sopraffazione.

A chi getta benzina sul fuoco o celebra i successi per la temporanea drastica diminuzione degli sbarchi di migranti sulle coste italiane, abbiamo il dovere di rispondere facendo una grande operazione di verità, di informazione sulle cause, indicando le possibili soluzioni.

La soluzione principale attiene l’avvio di una radicale conversione energetica dell’economia, oggi concretamente fattibile se solo ci fosse la volontà politica, per arrivare, nel qui ed ora, al superamento della legge Bossi-Fini e alla costruzione di un vero sistema di integrazione.

Nel nostro Paese le politiche di accoglienza e di integrazione sono state gestite sempre in termini emergenziali e mai nell'ottica di una seria programmazione.

Mai come ora è necessario creare una stretta connessione tra le lotte e le proposte che, da punti di vista diversi, non possono che convergere in un’unica direzione. Dobbiamo agire concretamente, bene e subito, per riportare al centro del dibattito il merito delle questioni, in primis quelle umanitarie e che attengono ai diritti della persona, per sottrarle al cinismo di una campagna elettorale iniziata prematuramente e che rischia di sfuggire di mano. In un periodo di grave crisi economica creare un “capro espiatorio“ su cui dirigere il malcontento premia sicuramente dal punto di vista elettorale ma può condurre in quelle direzioni che credevamo per sempre archiviate dopo la Seconda Guerra Mondiale .

Il superamento della Bossi-Fini e l’avvio di un nuovo sistema di accoglienza e di integrazione: investe direttamente punti di cui intendiamo occuparci ed è su questi punti che chiediamo a Tutt* Voi -simpatizzanti/militanti/attivisti e comitati/associazioni- di convergere, sostenendo, ciascuno secondo le sue possibilità e disponibilità, la campagna "ERO STRANIERO-L'UMANITA' CHE FA BENE", lanciata da Radicali Italiani, Arci, Acli e da numerose altre realtà associative e realtà del volontariato.

E' possibile consultare la documentazione della campagna cliccando qui:


http://www.radicali.it/campagne/immigrazione/#download



Tra i punti salienti della proposta di legge di iniziativa popolare per cui ci battiamo ricordiamo:

Permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione e attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri non comunitari;
Reintroduzione del sistema dello sponsor (sistema a chiamata diretta);
Regolarizzazione su base individuale degli stranieri “radicati”;
Nuovi standard per riconoscere le qualifiche professionali degli immigrati;
Misure per l'inclusione attraverso il lavoro dei richiedenti asilo;
Riconoscimento del godimento dei diritti previdenziali e di sicurezza sociale maturati;
Uguaglianza nelle prestazioni di sicurezza sociale;
Garanzie per un reale diritto alla salute dei cittadini stranieri;
Effettiva partecipazione dei soggiornanti alla vita democratica;
Abolizione del reato di clandestinità.

Vi invitiamo a far pervenire, NUMEROSE, le Vostre adesioni entro il 7 OTTOBRE prossimo

al seguente indirizzo: mailto:coordinamentonotriv@gmail.com oppure rispondendo alla presente mail.
Decideremo assieme, in una seconda fase, come renderle pubbliche.

Grazie a Tutt* dell'attenzione.

Abbraccio circolare.

Roma, 16 settembre 2017

Coordinamento Nazionale No Triv

lunedì 25 settembre 2017

Un ’68 lungo una vita


Questo testo viene pubblicato in Germania nel catalogo della Mostra del ‘68

Per qualche settimana sarò impegnato nel montaggio del nuovo docufilm “O LA TROIKA O LA VITA – Epicentro Sud” e dovrò rinunciare a qualche intervento sull’attualità politica e geopolitica. Nel frattempo lascio ai miei interlocutori questo lungo testo su quello che considero il periodo più significativo nella storia del nostro paese, il decennio ’68-’77. Un decennio di cui non si dovrebbe perdere la memoria e di cui si devono contrastare le analisi strumentali, quelle fatte con il facile senno di poi, spesso denigratorie, o mettendo al centro le scelte opportuniste e il degrado politico e morale di alcuni personaggi allora molto in vista. Si tratta anche di una mia esperienza personale di grandissima intensità e che alle radici molto lontane nel tempo aggiunge un retaggio che non muore.

1945. Sparare dalla parte sbagliata contro la parte giusta

Quella dal ’68 in poi è una storia di contestazione, rifiuto, rivolta, nuovo modo di vivere e stare insieme. La mia storia “contro lo stato di cose presente” preso inizialmente, molto inizialmente, un indirizzo diverso, sbagliato, a giudicare dagli esiti storici. E’ che stare nello Jungvolk, l’organizzazione della NSDAP per i ragazzetti tra i 10 e i 14 anni (poi si passava alla Hitlerjugend, se si faceva in tempo prima del Bunker), a me era piaciuto. Si era in compagnia di coetanei, si aveva una bella divisa – pantaloncini blù, camicia kaki, fazzolettone nero e, nientemeno un pugna- letto al cinturone. Si facevano un sacco di giochi, battaglie tra romani e germani intorno ai ruderi del Vallo di Adriano nell’Odenwald, palle, palloni, escursioni, cameratismo, canzoni esaltate ed esaltanti. E, soprattutto, si marciava attraverso il paese, banda in testa, con la gente che sorrideva (o ghignava) da finestre e lati della strada. In più, si credeva di avere un ideale e lo si cantava a gola spiegata.

Che ci faceva un ragazzetto italiano nello Jungvolk?  Scherzi del destino. Papà sotto le armi nell’esercito del re, mamma, sorella ed io in vacanza in Baviera. Eravamo alleati, ospiti graditi. Ma scattano il 1943 e l’8 settembre e passiamo da alleati a nemici, peggio, traditori. Non più graditi e perciò costretti dal Gauleiter al domicilio coatto in una bellissima cittadina della Franconia. Dal momento che ci siamo dovuti restare fino al 1946, costretti prima dal Gauleiter e, poi, dal comandante americano, Ci ho fatto le medie inferiori e, quando i tank americani si sono presentati all’imbocco della statale, gli ho pure sparato addosso. Addosso, per dire. C’erano armi dappertutto, abbandonate dalla Wehrmacht allo sbando. Con amici più grandi rimediammo una Maschinengewehr Messerschmidt e, da dentro al bosco, tirammo sulla colonna in arrivo. Non ho idea di dove fosse finita quell’unica raffica. Ma ricordo che, in risposta, ci fu uno schianto e un boato dietro di noi, e terra e rami che piovevano. Scappammo come quei gatti  alla cui coda si usava appendere micette. Ma avevamo difeso “l’onore della Germania”

Una questione personale
Avevo anche una ragione più personale per fare quella cazzata nobilissima. Eravamo sul finire del 1944, frequentavo la seconda media. Venivamo bombardati e mitragliati, per quanto fossimo una piccola cittadina, strategica forse solo perché c’era un ponte sul Meno. Era stato convocato il Volksturm, l’estremo tentativo di Hitler di mobilitare quel che restava di un popolo già decimato, affamato, evacuato. Partirono tutti i maschi, tra i 14 e i 65 anni, qualche volta con le vanghe in spalla come arma. Partì il lattaio un po’ matto, partì il libraio pelato con tanto di pancetta e il capottone. Partirono i compagni delle medie superiori. Unici maschi rimasti, quelli sotto i 14 anni, facevamo da protezione civile. Quando suonava l’allarme aereo e tutti si precipitavano nei rifugi o in cantina, dovevamo correre al centro raccolta dello Jungvolk e da lì partivamo a spegnere gli incendi e a raccogliere i feriti, a togliere le macerie dalle strade.

C’era un insediamento di profughi dalla Colonia distrutta, sistemati in baracche al di là del fiume. Un giorno, mentre ancora suonava la sirena, quelle baracche presero a fumare. Accorremmo, ovviamente in uniforme. C’erano corpi dappertutto, le baracche incenerite e fumanti. C’erano cavalli con la pance squarciate. C’era un mio compagno di classe. Steso davanti alla sua casetta di legno. Tanta gente,  ma non si sentiva un suono, un lamento. Solo quel rombo degli aerei che andavano e venivano. E l’ormai inutile urlo della sirena.  Il mio amico aveva i calzoncini corti, gli occhi spalancati sul cielo, le gambe piegate e le viscere sparse sull’erba. Ho pensato a lui quando spingemmo il pulsante della raffica sui carri americani.

Breve marcia di ideologia in ideologia. Un po’ grazie al militare, un po’ grazie a Swinging London
Prima di uscire da un’idea contro che mi avrebbe procurato nel tempo un sacco di improperi e illazioni maligne, dopo tutto ero un bambino, ci misi un po’. In piccolissimo parevo un po’ il Malaparte dalla parte dei vinti. Se Totò parlava di uomini e caporali, stavolta i caporali erano i miei compagni, nella Genova tutta partigiana, che mi sfottevano per l’acquisito accento tedesco. Pensare che i miei compagni tedeschi mi davano del “Badoglio” e spesso finiva a cazzotti. Credo che la svolta vera capitò quando ero di leva, nel corpo dei bersaglieri. Li avevo scelti perché erano quelli di Porta Pia e della fine dello Stato Pontificio, quelli delle battaglie vittoriose contro gli austriaci  Feci una grande, indimenticabile amicizia con Marcello, carrista, studente di architettura e comunista. La violenza prevaricatrice del sistema e della sua gerarchia ottusamente autoritaria dettero una mano per il cambio di paradigma. Però devo dire che, dopo tutti quegli anni in Germania, diventai anche più italiano: la Leva era l’occasione per mescolarsi agli altri diversi per regione, dialetto, classe. E di conoscerli e di conoscere il paese.


Un’altra spintarella verso un conflitto con il nuovo esistente, capitalista, me lo diede, eminentemente sul piano del costume e della distruzione di certi tabù autocastranti, la Swinging London e la sedicente rivoluzione hippy degli anni ’60. C’ero capitato, a Londra, avendo vinto un concorso per la radio BBC World Service . L’istinto di bastian contrario, forse legato a cromosomi, forse alle botte di mia madre,  forse alle risse con i compagni, si politicizzò meglio quando presi a lavorare come corrispondente da Londra per un quotidiano di sinistra romano che dava addosso, con grande baldanza, al regno democristiano e a chi, di là dall’Atlantico, sminuzzava il paese e il popolo del Vietnam.

Dentro le guerre, annusando rivoluzioni
Qualcosa di drastico e, a quanto risulta, di definitivo, è legato a tre missioni di inviato di guerra per giornali italiani vari. In Palestina, quando vidi la Guerra dei Sei Giorni bruciare villaggi di contadini; in Irlanda del Nord, dove pacifici, allora, ma affamati e discriminati proletari repubblicani che manifestavano venivano massacrati da poliziotti unionisti e bande fasciste, prima, e poi sparati dai soldati di Sua Maestà; in Eritrea dove, dai primi anni ’60, un intero popolo lottava in armi per la sua liberazione dal colonialismo etiopico e io ci marciai insieme tra le fiamme e le bombe e le gazzelle abbattute per un boccone di carne.

La rivolta di Berkeley, settembre 1964, prima scintilla di uno Zeitgeist che avrebbe incendiato mezzo mondo per molti anni, quando la Guardia Nazionale sparò, ferì e uccise, aveva subito dato alla contestazione giovanile ed intellettuale di quegli anni ancora in fasce una connotazione internazionalista e terzomondista, con al centro il Vietnam. Parole d’ordine antimperialiste che echeggiavano anche sopra la strage della piazza delle Tre Culture, a Tlatelolco, in un Messico impoverito e umiliato, quando l’esercito sparò sugli studenti alla vigilia della solita festa olimpionica dell’ordine capitalista, facendo centinaia di morti (il numero esatto è sempre stato occultato). Il seme era germogliato già prima, con la solidarietà delle sinistre mondiali alle lotte di liberazioni anticoloniali che per vessillo e modello avevano l’Algeria di Ben Bella. La guerra dei Sei Giorni, 1967, e poi quella del Kippur (1973), avevano acceso e poi alimentato la fiamma della resistenza palestinese, prima dei guerriglieri Fedayin, poi delle varie Intifada dei sassi.


A questi appuntamenti un sessantottino e, perlopiù, uno specialista degli affari internazionali in Lotta Continua non poteva mancare. Sostenendo i viaggi e i materiali non certo con i contributi di Lotta Continua, che non pagava un soldo, ma con gli articoli che mi pubblicavano i settimanali “Giorni Vie Nuove” e “ABC” e con le fotografie che distribuivo alle agenzie internazionali, ho potuto frequentare anche l’epopea dei combattenti palestinesi, prima con le incursioni nei territori occupati partite dalla Giordania, poi nella lunga battaglia in Libano contro la destra filo-israeliana dei Falangisti di Gemayel e Chamoun.

Fe-fe-Fedayin!
La base del fedayin del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, dove, con tanto di autorizzazione del leader Nayef Hawatmeh, trascorsi l’intera primavera del 1970, è in una caverna nei monti che guardano da est la valle del Giordano, a un tiro di Kalachnikov dal fiume. E’, naturalmente, una base internazionalista: accanto ai figli della deportazione del 1948, ci sono egiziani, giordani, algerini, francesi, britannici e questo italiano. Di giorno si pensa ai rifornimenti, ai pasti, alle letture, al montaggio e smontaggio delle armi. Di sera almeno un paio d’ore sono impegnate nel dibattito politico, su imprescindibile base marxista-leninista, con innesti di Mao, dato che, anche qui tra gli autoctoni, soprattutto di contadini si tratta, in qualche caso diventati studenti. Qualcuno suona, qualcuno canta. Il capo, un palestinese di poche, utili parole, gentile, che emana consapevolezza e autorevolezza da ogni quadratino della sua kefiah, si chiama Mehdi. Se l’’è portato via il Settembre Nero.

Alle ore piccolissime del nuovo giorno si parte per l’appuntamento con le pattuglie israeliane che percorrono le terre lungo il Giordano. A volte si guada il fiume, si pongono mine, o si allestisce l’imboscata. Altre, ci si annida tra i cespugli sulla riva sinistra e si attende il passaggio del blindato. In quel caso, appena i fedayin hanno scaricato il caricatore e, io, il rullino della fotocamera, senza che si intromettesse un frammento di minuto, dall’altra parte arriva l’inferno. Ci tirano addosso di tutto, mitragliatrici, mortai, cannoni senza rinculo, razzi. Il trucco sta nell’istante, mille volte provato, dell’acrobatico balzo, carpiato con torsione all’indietro, dall’appiattimento proni sotto il cespuglio alla posizione pancia a terra sul terreno libero, per subito strisciare col passo del leopardo, sgomitando tra le zolle, verso la copertura del bananeto a un centinaio di metri e, poi, del canalone secco ad altri cento. Freneticamente, prima che, nel giro di minuti, si alzino gli elicotteri israeliani e inevitabilmente ci facciano secchi. Per tutto il tempo della mia villeggiatura nelle grotte sul Giordano, c’ è sempre andata bene.

Poi venne il Settembre Nero. Re Hussein obbedisce alle intimazioni dei pratici di genocidi, massacra le organizzazioni della Resistenza, che si rifugiano in Libano, e migliaia di civili palestinesi. Di operazioni dei fedayin in Giordania non si parlò più.
E venne il 30 gennaio 1972, Bloody Sunday. Di nuovo inviato di guerra per “Giorni Vie Nuove” e “ABC”, nel Nordirlanda dell’insurrezione. Per i più elementari dei diritti civili, per la liberazione dell’ultima colonia in Europa, per l’unità dell’isola celtica squartata dai britannici. Era bellissimo, a Belfast e a Derry come nella Comune di Parigi. Una rivolta di popolo, che marciava, cantava, accoglieva, sparava. Ne parlo dopo.

Siamo operai, compagni, braccianti e gente dei quartieri / siamo studenti, pastori sardi, divisi fino a ieri!
Bello gasato, di ritorno da Derry, Nord Irlanda, capitai all’università di Roma in un concerto di tale Pino Masi. Era il cantore di Lotta Continua, prima e massima organizzazione rivoluzionaria italiana di quella fase in cui studenti, operaie e donne pensavano di dover riprendere il discorso della lotta partigiana contro il nazifascismo, ma anche contro l’establishment capitalista e contro l’imperialismo. E fu la musica a darmi il tocco magico, a farmi risuonare dentro strumenti sconosciuti. Lotta Continua, tra le tante cose belle e le tante cazzate, era il motore di una cultura alternativa. Più di altri gruppi produceva cultura, letteratura, arte, musica, cinema, canzoni che, come succede nei bei periodi della storia dei cambiamenti, raccontavano la vicenda in corso, quella sofferta, quella sperata. Individuavano i buoni e i cattivi, sparavano idee ed emozioni. Fu amore a prima vista.

Rimasi per un po’ a fare il cronista di Paese Sera, che ebbe la malaccortaggine di mandarmi a seguire le manifestazioni studentesche e operaie del ’68-‘69. Cioè degli anni turbolentissimi della prima contestazione, più tardi truculentissimi. Ma non eravamo più noi. A manipolare l’impasto si era infiltrata una manina spuria.

Un po’ per volta, più che andare ad annotare cosa succedeva tra manifestazioni, presidi, assemblee universitarie, barricate, pestaggi della polizia e la sempre più robusta risposta di popolo, mi succedeva di starci dentro, di partecipare, di condividere, di fare amicizia con gli esponenti in vista, di ospitarli in casa, protetti dal mio status di giornalista, quando le retate della polizia gli davano la caccia. Il che si rifletteva inevitabilmente nei miei resoconti che divenivano via via meno sobri, meno distaccati, e più solidali con chi  le prendeva di più e le dava di meno, pur avendo, nel sistema sclerotico, corrotto, autocratico, dalla famiglia al lavoro, dalla scuola alla fabbrica,  tutte le ragioni del mondo.

E questo al mio giornale non tornava tanto. Il partito al quale faceva riferimento e che, sulle prima aveva pensato di sostenere e, più che altro cavalcare, l’ondata di protesta di tutta una generazione, con al fianco il meglio dell’intellighenzia nazionale ed europea, tutt’a un tratto si rese conto che la cosa gli stava sfuggendo di mano, che gli obiettivi del movimento erano di mille lunghezze avanti ai suoi, che minacciava di sorgere e crescere qualcosa alla sinistra del PCI, cosa che nessun partito comunista, per quanto normalizzato e integrato, avrebbe mai potuto tollerare. Il PCI divenne un nostro nemico, “burocrati revisionisti che facevano da cane di guardia al capitale”. E quanto avevamo ragione! Il ministro degli interni, Pecchioli, menava peggio di Rumor. Sotto la sede nazionale del partito, a Roma, Via delle Botteghe Oscure, si transitava intonando al segretario beffe e insulti: “be-be-be-Berlinguer”.

Qui c’erano operai del Sud, che ieri erano contadini spossessati e strangolati da mafia e Stato e oggi erano operai rinserrati nelle baracche ai margini della Fiat o della Pirelli. Qui c’erano studenti che mettevano in discussione un apparato e metodo dell’istruzione, della magistratura, della stampa, ereditato pari pari dal fascismo, peggio, dai Borboni, peggio, dai Savoia, come pari pari era stata recuperata l’intera amministrazione mussoliniana dello Stato. Qui c’erano donne che se la prendevano col patriarcato che ne riduceva gli spazi pubblici, economici, sociali, politici, a meno di un terzo di quello degli uomini. Qui c’era un ambiente ridotto a pascolo di speculatori, cementifica tori, inquinatori.

L’unica cosa che ci rimane è questa nostra vita…
Qui c’erano le periferie degli espulsi dalla montagna, dalla campagna, dal mare e, infine, anche dalla città che gli chiedeva di accontentarsi di fornire manodopera a saldi, quando andava bene. Il celebrato boom degli anni ’60 aveva fatto schizzare in alto una cerchia di redditieri, parassiti, o astuti imprenditori dal respiro corto (glielo avrebbe poi mozzato definitivamente il mercato dei beni industriali italiani messo su dagli Andreatta, Draghi, Amato, Prodi, D’Alema, Bersani). Qui c’erano ragazze e ragazzi che si lasciavano alle spalle preti, indissolubilità del matrimonio, delitti d’onore, illibatezza, padronanza clericale sul proprio corpo, padri e mariti padroni, superstizioni e menate varie, onanismo in testa, e passavano alla conoscenza reciproca, alle demistificazione e deretoricizzazione dei sentimenti, dalla melassa al buon vino.

Culi caldi e morti al freddo
E fu fisiologicamente il passaggio da Paese Sera alla libera professione e di quello che un po’ narcisisticamente, ma con molta convinzione, chiamavamo  “rivoluzionario di professione”, la militanza a tempo pieno. Militavo in LC e scrivevo per qualunque foglio o radio, e allora mille fiori erano fioriti, che accettasse le intemperanze, le passioni, le esplosioni di collera, le esagerazioni, che succhiavo dal sangue di quel decennio. Un decennio che fu il terzo risorgimento italiano, dopo quello per l’unità  nazionale e quello della liberazione dal nazifascismo. Roba che mi è rimasta attaccata e che mi pare tenga insieme le mie sinapsi, a barricata contro tempo e riflussi. Come mi sono rimasti attaccati certi nomi, certe facce: Saverio Saltarelli, Mariano Lupo, Tonino Miccichè,  Walter Rossi, Francesco Lorusso…. Tanti tantissimi. Uccisi dal padrone o dai fascisti, dicevamo. Uccisi da uno Stato che stava già diventando di Polizia. Diversamente da altri, sono morti sepolti in una memoria  in coma.

Rispetto alle altre organizzazioni antagoniste europee, marxiste, leniniste, maoiste, anarchiche, trotzkiste, hippiccheggianti, Lotta Continua era quella con maggiore seguito numerico, ma anche la più versatile e creativa, con un’inedita ma vivace mescolanza di marxismo dei Grundrisse, scuola di Francoforte, terzomondismo alla Fanon e Malcolm X, spontaneismo. Questo la portava ad allargare l’azione politica oltre i tradizionali confini della classe operaia. Furono coinvolti sottoproletari dei campi e delle periferie, i senzatetto con le occupazioni, i carcerati, i soldati di leva, perfino i poliziotti. L’intervento si allargò da fabbrica, scuola, università, all’universo mondo. Un nuovo programma si chiamava “Prendiamoci la città” e contemplava studi, analisi, mobilitazioni a 360 gradi su tutte le problematiche della vita urbana. Si ragionava in termini gramsciani delle casematte da conquistare.


Lavoravo a tempo pieno nella redazione esteri del quotidiano omonimo di LC. E, dato il mio curriculum di esperienze internazionali e il patrimonio di lingue, venivo spedito di qua e di là, dalla guerra civile del Libano alla rivolta nordirlandese, alle sedi di LC all’estero. E ne riferivo in articoli, libri e documentari filmati. Tipo Francoforte, da dove un nostro nucleo, in coabitazione con i tedeschi, faceva intervento politico tra le decine di migliaia di operai italiani e stranieri nelle fabbriche della Ruhr. A Roma avevo casa nel centro storico, a Trastevere, vicino alla sede del giornale, che era anche quella della direzione. Il che faceva sì che a me si chiedesse di ospitare chiunque che, nel gran traffico di scambi con i compagni stranieri, capitasse a visitare l’organizzazione. E tutti venivano, dormivano, la sera cantavano (avevamo formato un gruppo e componevo canzoni rivoluzionarie che strepitavamo in giro), mangiavano, scopavano. Nessuno che avesse mai lavato i piatti o rifatto il letto.

Compagni a passo di gambero
Mi capitò anche un non molto gradevole, ma molto preso di sè, Daniel Cohn Bendit, “Danny il rosso” (si confermò rosso di pelo, ma presto smentì radicalmente il rosso politico), che ricordo masticare pasticcini all’hashish e bere tè alla marijuana e, quando gli ricambiai una volta la visita a Francoforte, girare nudo per un grande appartamento di boiserie grattandosi le palle. Suscitavamo molta simpatia tra intellettuali intelligente, anche stranieri. Ci sostenevano regalandoci quadri, facendoci concerti, intervenendo a convegni, offrendo donazioni. Con uno di questi, particolarmente esimio, diventammo amici per anni. Uno dei massimi scrittori americani, critico al vetriolo della degenerazione yankee: Gore Vidal.
Un altro con cui a pelle non mi ci trovavo era l’allora già osannato e poi santificato tout court (probabilmente dagli amici del giaguaro) Alex Langher, ebreo altoatesino convertito a un cattolicesimo di rigido buonismo. Nella cupola capeggiato dal principe della supponenza soperchieria (dove tale qualità porta s’è visto), Adriano Sofri,  aveva il ruolo del Fouché, ministro di polizia. Allestiva processi popolari. Fui processato anch’io. Un cupo suqallidoneNon ricordo più se fu questione di spinelli o di donne. Si riciclò, come molti suoi soci nell’azionariato rivoluzionario, da verde. Verdissimo. Predicava lentezza, gentilezza, pace. Quando il papa, Berlino e i fascisti croati incominciarono ad azzannare la Jugoslavia, fu prontissimo a invocare, senza tanta lentezza, gentilezza, pace, bombardamenti Nato sulla Serbia. Finì con l’impiccarsi. Un ipocrita. C’era di meglio tra noi.

Bloody Sunday
 
 Mie
Mie foto della Domenica di Sangue

Capitai nuovamente a Derry in un momento stellare, a cavallo tra 1971 e 1972, quando la protesta civile di cattolici repubblicani stava assumendo, sotto la violenza repressiva, forme un tantino più energiche. Era ricomparsa l’IRA e noi eravamo con essa. Momenti esaltanti come la cacciata dal ghetto di Derry, a furor di popolo e di Molotov, degli occupanti britannici e la costituzione della Free Derry, emula della Free Belfast, piccole riproduzioni della Comune di Parigi. Momenti drammatici come la Domenica di Sangue, Bloody Sunday, il 30 gennaio 1972. Un pacifico corteo per i Civil Rights, con tutto il popolo del ghetto, 20mila tra donne, uomini, bambini, aggredito alle spalle, su evidente ordine di Londra, dal 1° Battaglione Paracadutisti di Sua Maestà. Ammazzarono a freddo 14 persone, ne ferirono decine. Ero l’unico giornalista straniero sul posto e fotografai e registrai su nastro quelle che erano nient’altro che esecuzioni extragiudiziali di innocenti inermi. Tutta la stampa convenuta per l’evento del corteo, era stata tenuta lontana dalle barriere dell’esercito. Da povero cronista, abitando già nel ghetto, mi ero trovato dalla parte giusta. E fu lo scoop. E un mio sguardo nell’abisso della nequizia del potere. Tale da conoscerlo per sempre.

Con quella feroce provocazione, Londra intendeva trasformare il conflitto civile in armato, contando di vincerlo in quattro e quattrotto. Ma l’Ira crebbe, ebbe dietro di sé la totalità della minoranza e una vera e proprio guerra anticolonialista, l’ultima in Europa, durò fino al 1998. Fu in quell’anno con un accordo a perdere, quello del “Venerdì Santo”, da Gerry Adams, che avevo conosciuto comandante dell’Ira, l’organizzazione storica della resistenza irlandese, accettò il cessate il fuoco, l’accordo per un governo provinciale delle Sei Contee sotto tutela di Londra e la consegna delle armi. Consegna che non fu chiesta alle organizzazioni paramilitari protestanti e unioniste. Bobby Sands e i suoi nove compagni, uccisi dalla Thatcher per sciopero della fame, morti invano?

Recenti visite in Nordirlanda, per testimoniare alle inchieste che il Regno Unito, sotto pressione popolare, dovette condurre sul massacro di Derry, mi confermarono che lassù nulla è risolto e che il fuoco continua a covare sotto la cenere. Al di là di ogni “compromesso storico”. A riunificarsi gli irlandesi non hanno rinunciato per tre secoli e milioni di morti. Non si vede perché dovrebbero adesso.

Le mie foto e registrazioni della mezz’ora di stragismo britannico costituivano un materiale che avrebbe messo i responsabili con le spalle al muro. Il comando inglese diede ordine, via radio, di fermarmi in ogni modo e prelevare quanto portavo addosso. Ragazzi dell’Ira che avevano intercettato la comunicazione, mi presero in carico, mi nascosero nel cuore del ghetto e, la notte stessa, per vie solo a loro note, mi trasferirono nella Repubblica dove, a Dublino, la mattina dopo, potei fornire a televisione, radio e stampa le mie immagini e le mie voci di verità. Verità che, intanto, nelle trasmissioni dei canali britannici avevo sentito raccontare così dai comandanti sul campo: “Un nostro reparto a Derry ha dovuto rispondere a un’imboscata dell’Ira che ci ha sparato dai tetti. Ci risultano alcune vittime”. Una volta per tutte mi ero reso conto di chi  siano i maestri massimi di fake news. Tutto questo lo riversai in due libri “Un Vietnam in Europa”, “Blood in the street” e in un docufilm, che Marco Ferreri, il grande regista, mi montò e che LC diffuse. Tutte le copie confiscate dalle varie polizie interessate, disperse, perdute. Ci ne sapesse qualcosa, me lo faccia sapere.

Direttore di giornale: 150 processi
L’assassinio, nel 1972, di Mario Calabresi, il commissario di polizia di Milano che aveva puntato sugli anarchici e su tutto il movimento di quegli anni e che la controinformazione ritenne responsabile dell’uccisione dell’anarchico Giuseppe Pinelli, volato da una finestra della questura, provocò un editoriale di Adriano Sofri, leader di LC, che definì l’uccisione giustizia popolare e le conseguenti dimissioni  di una scandalizzata direttrice responsabile del quotidiano, la scrittrice Adele Cambria. Successore di questa, ma anche di Pier Paolo Pasolini e altri più illustri di me, assunsi io la direzione responsabile e ne ricavai un bombardamento di denunce e processi. Non tanto per quanto il giornale stampava, o tantomeno per quanto io scrivevo di Palestina, Irlanda, Vietnam, lotte anticoloniali, Cuba. Piuttosto per le follie di manifesti, volantini e dazebao che inconsulti, onanistici e irresponsabili compagni diffondevano localmente invitando a impiccare Gianni Agnelli, a sparare sugli ufficiali, a dar fuoco all’ambasciata Usa. O almeno questo era il pretesto dell’Ufficio Politico della Questura.

A tal punto crebbe la montagna dei rinvii a processo che, a un certo punto, inizio del 1973, si sentì aria di mandato di cattura. Già era stato arrestato il direttore del giornale di Potere Operaio. Si ritenne, non di liberarmi del fardello da capro espiatorio, ma di farmi per un po’ sparire dalla circolazione. Rimasi fuori fino al 1975. Prima a Londra, ambiente familiare, e poi a Bruxelles, per sopravvivere (avevo una compagna e un figlioletto): riuscii a farmi prendere come interprete dalla Commissione Europea. Non fecero la benché minima ricerca sul latitante!

Londra: Lotta Continua diventa “Fight On”
A Londra fu molto bello. Non c’era niente di paragonabile a Lotta Continua. Così, approfittando dell’ospitalità, collaborazione e sede di un simpatico  gruppo di anarchici, insieme a diversi espatriati politicizzati, fondammo “Fight On”, cioè Lotta Continua di Gran Bretagna. Nientemeno. E ci demmo da fare, mica no. Eravamo una trentina e, più esperti degli inglesi nello scasinare, avevamo l’impatto di dieci volte tanti. Il nostro quartiere, Ladbroke Grove, contiguo a Notting Hill, formicolava di poveri, immigrati, squatter, tutti molto giovani. Il ciclostile dei compagni anarchici lavorava fino all’incandescenza. Organizzammo occupazioni di case, assemblee di quartiere, su tasse, trasporti, repressione, colonialismo, discriminazioni, imperialismo, formammo un gruppo canterino e tradussi in inglese le nostre canzoni. Non mi fu mai chiaro se le facce attonite del nostro pubblico in piazza esprimevano meraviglia, ammirazione, o sgomento.

Facevamo decine di chilometri per volantinare addirittura a Dagenham, la più grande fabbrica di automobili, Ford, dell’Inghilterra. E, se su tutto il resto la Special Branch, polizia britannica addetta agli insubordinati politici, sembrava aver sorvolato, la nostra penetrazione in un ambito di classe più strategico, dove ci affiancavamo ad altri con attività e obiettivi affini, prefigurava qualcosa di fastidioso. Una gola profonda ci avvertì del girolonzolio intorno alla nostra abitazione (occupata) di elementi sospetti. Aria pesante. La sacra famigliola aveva appena fatto in tempo a levare i suoi quattro stracci e a prendere il traghetto per Ostenda, che fummo avvertiti dell’irruzione della Special Branch nell’alloggio abbandonato. Fìuuuu!

Un latitante alla Commissione Europea
A Bruxelles riuscii ad arruolarmi nella Comunità Economica Europea, da interprete,. cambiando solo il nome (di cognomi Grimaldi ce ne sono quanti i grani di sabbia). Sguazzai nell’impunità e in un tardivo sussulto di vita goliardica per quasi due anni. Da squattrinato totale, mi ritrovai con belli eurosoldini in tasca. Da motociclista divenni automobilista  e per un po’ il mondo mi fece l’occhiolino.

Parve che a metà 1975 il famigerato mandato di cattura al direttore responsabile del quotidiano Lotta Continua, e irresponsabile dei supplementi al giornale pubblicati altrove, fosse stato ritirato. Tornammo e ripresi il mio posto al giornale, agli esteri, non più come direttore. 150 processi per reati di stampa erano bastati. Era il tempo degli ultimi fuochi di una grande speranza di riscatto dei deprivati e offesi. Si era già diffuso l’obnubilamento di una  militarizzazione suicida, perché del tutto anacronistica e fuori contesto. Ovviamente indotta e manipolata. Al di là di una manovalanza, quanto meno onesta, che vi si smarrì. Il giornale, diretto da Enrico De Aglio, si addomesticò spontaneamente. O perché glielo raccomandò il nuovo nume tutelare, Claudio Martelli, braccio destro di Craxi. Chissà.

1977, tra indiani senza tomahawk e gente con la P38
Il ’77 vide la comparsa di nuove forme di organizzazione di opposizione radicale. Gli Indiani Metropolitani, situazionisti e luddisti, un po’ tardiva swinging London, un po’ Sioux da pellicola. E Autonomia Operaia, erede dei precedenti Potere Operaio, Avanguardia Operaia, Lotta Continua e altri, vagamente più rozzi, con un guru ideologicamente poco classificabile, ma molto ambiguo, il filosofo Toni Negri da Padova. Un altro di quelli che Pannella tirò fuori dai guiai. Eppoi c’erano ancora cospicui resti di irriducibili lottacontinuisti. Tra cui il sottoscritto. Di quella effimera fase, che comunque si trascinò negli anni con esiti sempre più solipsisti, il momento per me più alto fu quello della cacciata dall’Università, dove aveva tentato di insediare i suoi al posto degli universitari in lotta, di Luciano Lama, segretario del massimo sindacato italiano, la  CGIL. Uno che si tingeva i capelli tra il color fragola e il castagna.

Erano lontani i tempi, chiamati dell’ ’”Autunno Caldo”, 1969-1970, troncati con l’attentato alla Banca dell’Agricoltura a Milano, la “Strage di Stato”, come rivelò una fantastica inchiesta di Lotta Continua. Tempi in cui il sindacato era stato costretto dalla mobilitazione di massa dei movimenti ad abbandonare le posizioni consociative mantenute per lunghi anni, in subordine ai padroni, e aveva guadagnato nuovi diritti, come lo Statuto dei Lavoratori, nuovi rapporti di forza in fabbrica e nella pubblica istruzione, provvedimenti contro la rendita fondiaria. Da sempre cinghia di trasmissione dei partiti di sinistra, il sindacato di Lama era ripiegato sulle antiche usanze e si poneva oggettivamente come forza di normalizzazione. Ebbe la temerarietà di allestire un comizio nel piazzale della maggiore università italiana, presidio delle sinistre radicali da sempre, la Sapienza di Roma. Ebbe modo di dare sfogo alla classica retorica parolaia di tanti sindacalisti solo per pochi attimi. Poi si scatenò la baraonda. Indiani Metropolitani intesta, tutti gli altri dietro. Palco rovesciato, Luciano Lama, circondato dai suoi guardiaspalle, in indecorosa fuga. Non so se a ragione, ma allora mi parvero soddisfazioni. E anche adesso.

Giorgiana e Cossiga
12 maggio del 1977, ci fu una grande manifestazione di tutti noi, intendo quelli nati politicamente nel ’68, a Valle Giulia, alla Sapienza, a Mirafiori, alla Pirelli, a San Basilio. Era la ricorrenza del divorzio, ma era anche una protesta contro il governo Andreotti, un primo ministro poi trovato connivente con la mafia. Era anche il mio compleanno. Nella zona di Campo dei Fiori, Roma, la polizia attaccò brutalmente, senza ragione. La consegna era far fuori quanto restava di un movimento di massa giusto e rispettabile e ridurre ogni cosa allo scontro tra Stato e partito armato. Fare anni di piombo. Un po’ come a Derry.

Gli scontri proseguirono per tutto il pomeriggio, fino a notte inoltrata e si dipanarono per i vicoli di quello storico quartiere e poi, oltre, a Trastevere. A Campo de’ Fiori mi beccai di rimbalzo un candelotto lacrimogeno sul ginocchio. Riuscii a trascinarmi fino al di là del Tevere, verso casa. Il Ponte Garibaldi divenne una specie di trincea. Dal lato Trastevere erano tornati a raccogliersi i manifestanti. Sul lato opposto la polizia, i carabinieri e una novità. Inventata dal capo dello Stato più vicino a all’idea di chi non si vorrebbe mai come capo di Stato: i “Falchi”, poliziotti travestiti da dimostranti con licenza di sparare. E uccidere. E spararono. E uccisero. Giorgiana Masi, 17 anni, all’imbocco del ponte. Sono passati 40 anni è ancora l’assassino non è noto. La questura incolpò gli autonomi. Ma io ero a pochi metri da Giorgiana e da queste parti, giuro, non c’era nessuno che sparasse. C’era chi tirava bocce, Molotov, e sassi. Basta. Del resto, se lo sparatore fosse stato uno di noi, vuoi che non lo avrebbero preso? Prendevano anche quelli che sparavano chewing gum.

Nuova fuga: Yemen
Con quel ginocchio gonfio come un cocomero, il giorno dopo evitai gli ospedali, infestati di agenti. Mi feci visitare da un urologo, non c’era di meglio e poi era un compagno. SI chiamava Giorgio Alpi ed era il padre di quella che sarebbe poi stata la mia collega in RAI, al TG3, Ilaria, trucidata con il suo operatore in Somalia, inviata di guerra, da coloro di cui aveva scoperto i traffici di armi e rifiuti.

Giorgio mi consigliò di darmela a gambe, con tanto di ginocchione. E finìì in Yemen. Per 18 mesi. Paese bellissimo, ospitale, intelligente, antico e consapevole di ciò. Con una grande presidente-poeta, nasseriano, Ibrahim El Hamdi, con il quale divenimmo amici, a chiederci reciprocamente delle rispettive rivoluzioni e degli amori letterari. I sauditi gli fecero un colpo di Stato e lo ammazzarono. Feci corrispondenze per vari giornali, ebbi modo di visitare e conoscere parti dei Medioriente che non avevo ancora frequentato. Paesi decolonizzati, a cui più tardi la propria autodeterminazione non sarebbe stata perdonata: Iraq, Sudan, Siria. Divenni corrispondente anche di giornali del meraviglioso Iraq di Saddam. Dopo il rovesciamento di El Hamdi, dal generale golpista fui dichiarato persona non grata ed espulso dal paese. Tornai a Roma.  Qui tutto tranquillo.

 Ma qualcosa era cambiato in profondità. Dal rosso si era passati al rosa. Erano apparsi gli Indiani Metropolitani e ll baricentro era diventato, da una militanza rivoluzionaria per cambiare il mondo, a qualcosa di come goderselo, il mondo. La durezza dello scontro era stato lasciato ai gruppi armati, prima nati da una genuina convinzione che dal movimento di massa si dovesse sviluppare la lotta armata, poi presto pesantemente infiltrati dallo Stato avviato alla piena restaurazione, dai suoi propri servizi e da quelli delle potenze da sempre padrine e padrone del paese. Svolta esemplificata dal rapimento e dall’uccisione di Moro, dalla contrapposizione “estremisti di sinistra-estremisti di destra”, nella strategia statale della tensione.

Il vento non fischia più, ma c’è chi lo fiuta
Fiutato il vento, la direzione, da sempre clanica, di Lotta Continua, riunita attorno al “carismatico” Adriano Sofri, ora inseguito dall’accusa e poi dai processi di mandante dell’omicidio Calabresi, indifferente a qualche decina di compagni falciati dalla polizia o dai fascisti delle varie organizzazioni gestite dai servizi segreti, indifferente a un’intera generazione lasciata senza direzione, progetto, futuro,  se la diede a gambe. Chiuse formalmente l’esperienza dell’organizzazione nel corso di un memorabile, lacerante congresso finale, Rimini, novembre 1976, Sofri e tutto il clan transitarono sotto la tutela del Partito Radicale di Marco Pannella, profondamente atlantico e filo-israeliano, per poi accasarsi in casa Craxi e soprattutto nei grandi media di regime. Dove ricevettero ampi spazi e remunerazioni, come spettano a coloro che all’establishment trionfante rendono il disonore del pentimento e del cambio di cavallo.

Tre erano state le personalità apicali della più grande organizzazione rivoluzionaria d’Europa. Adriano Sofri, ideologo e capopopolo, che dopo una serie interminabile di processi, fu condannato a una ventina d’anni per il caso Calabresi, ma se ne uscì molto prima per assurgere a testa d’uovo del nuovo corso amerikano e a penna di punta del quotidiano La Repubblica; Giorgio Pietrostefani, addetto all’organizzazione e al servizio d’ordine, condannato anche lui, ma contumace e tranquillo a Parigi, dove per lunghi anni ha gestito la flotta aerea di Mimmo Cardella, un delinquente fuggito in Nicaragua e poi  trapassato che, per coprire affari sporchissimi di armi e rifiuti, gestiva una “Comunità per tossici” a Trapani; Mauro Rostagno, il leader movimentista e un po’ luddista del movimento, responsabile del passaggio dal leninismo di ferro alla psichidelia arancione e, infine, membro del gruppo Cardella a Trapani, dove venne ucciso. Secondo alcuni investigatori, per diatribe interne al gruppo criminale, secondo altri, che prevarranno nei processi, per aver irritato la mafia con i suoi interventi in una radio privata.

La vicenda personale di questi personaggi passati, insieme ad altri del clan originario, da una faccia della luna a quella opposta, scura, non coincide, anzi contrasta, con quella delle decine di migliaia di giovani e meno giovani che, molti per oltre 10 anni, hanno speso per l’impegno quotidiano e la prospettiva di un mondo opposto a quello esistente, tra mediocre, corrotto e prevaricatore, una larga fetta della loro vita. Molti il posto di lavoro, gli studi, la casa, la famiglia. Diversi la vita. Forse sbagliando molte cose, ma facendone anche di sublimi e, soprattutto, mai viste più. E, diversamente da quanto si vede oggi, girando lo sguardo a 360 grandi, credendoci. Non è lecito che la storia imbratti la loro nobiltà, il loro sacrificio, spesso il loro suicidio, con la penosa vicenda di una cosca di opportunisti.

Anche, per quanto alcuni protagonisti lo abbiano rinnegato, perché quel decennio resta il migliore, il più dignitoso, il più vivo, nel tanto bene, nell’inevitabile male dei folli, della desolante storia della Repubblica. E, come ho detto sopra, si allaccia in ideale continuità ai momenti alti della rinascita del paese, dal Risorgimento alla liberazione partigiana. Se dallo squallore drammatico di un  presente in disfacimento morale, intellettuale, sociale, dovesse mai risorgere un sentimento di alterità radicale, di recupero dello smarrito, di progetto umano, saranno i semi del ’68 ad averlo nutrito.

Ce ne fossero!