lunedì 24 aprile 2017

FRANCIA, HA VINTO IL PEGGIORE





Ha vinto il banchiere di Rothschild, hanno vinto, per ora, gli atlanto-euro-sionisti, i fautori della guerra, del turbo capitalismo, del neocolonialismo, del terrorismo. Ha vinto il Renzi francese. Ha vinto l’alleanza criminalità mafiosa-criminalità politica. Ha vinto Soros.



CHIUNQUE MEGLIO DI MACRON.

sabato 22 aprile 2017

PACCHI DI REGIME - Il giornalista martire, il sacro vaccino, il bandito "russo"



Cari amici, avete tutto il tempo per spalmare la lettura su vari giorni. I miei interventi qui per un paio di mesi si diraderanno parecchio, visto che torno in strada con la telecamera. Teniamoci in contatto.

Alle prefiche che si stracciano le vesti su certi vittime, di questi loro clienti non gliene importa una beata cippa. Gli importa di estrarne quanta più merda possibile da lanciare sui nemici, propri e della cricca”. (Il sottoscritto)

Io NON sto con Gabriele
Momento magico per le fake news (notizie finte, false, contraffatte, truffaldine…). Cominciamo dal giornalista Gabriele Del Grande. Fake news possono essere anche rappresentazioni false di una persona o di una cosa. Nel senso del cetriolo dipinto di giallo per passare da banana, o del pubblicitario di hamburger presentato come dietologo. O di Mr. Hyde che si presenta come Dr. Jekill. E’ il caso del nostro concittadino detenuto nei CIE del Minniti turco. Evitiamo ora di fare il sillogismo “Erdogan non sta con Del Grande, Fulvio proclama di non stare con Del Grande, ergo Fulvio sta con Erdogan”. Sbagliato e anche becero. Lo auguro libero istantaneamente, ma non sto con Gabriele, come non stavo con Regeni e come “je ne suis pas Charlie”.  Non sto con Gabriele perché in tutto quello che ha prodotto e ahinoi diffuso, tra libri, articoli e filmati, la scarsa qualità contenutistica e formale è ampiamente compensata da una perfetta sintonia con quanto vanno dicendo e facendo in termini di guerre e stermini, inganni e calunnie, i peggiori arnesi dell’imperialismo e sub-imperialismo mondiale. Tutto qui.

venerdì 21 aprile 2017

25 APRILE: INCOMPATIBILITA': vecchi e nuovi partigiani, vecchi e nuovi nazisti


"Dicono che il silenzio sia la voce della complicità. Ma il silenzio è impossibile. Il silenzio urla. Il silenzio è un messaggio, come il fare niente è un atto. Lasciate che chi siete si manifesti e risuoni in ogni parola, in ogni azione. Diventate quelli che siete. Ciò che fate è ciò che siete. Siete la vostra stessasalvezza. Diventate il vostro stesso messaggio. Siete il messaggio. Nello spirito di Cavallo Pazzo" (Leonard Peletier, prigioniero politico negli Usa)



INCOMPATIBILITA' TRA COMUNITA' EBRAICA E PD ROMANO E IL 25 APRILE DELLA LIBERAZIONE DAL NAZIFASCISMO. A MILANO il sindaco Sala, emerso dal pozzo nero dell'Expo, e un'ANPI milanese sclerotizzata e consociativa, proibiscono la partecipazione alla manifestazione dell'organizzazione BDS (Boicottaggio, Disinvestimeno, Sanzioni) che si oppone all'occupazione e allo sfruttamento della Palestina.

Tutto questo non deve stupire. Le forze dell'esclusione e della censura, che siano la comunità ebraica o il Partito Democratico, è logico che sentano aliena una celebrazione della vittoria sul nazifascismo. La loro identificazione con Stati come gli Usa e Israele, o come aggregazioni oligarchiche e antidemocratiche come la UE, palesemente avviati verso forme di organizzazione della società e dei rapporti internazionali fondati sul dominio del più forte sul più debole, sulla repressione delle voci altre, sull'annientamento di ogni opposizione, con l'uso pretestuoso anche del terrorismo, sulla rapida involuzione antidemocratica verso Stati autoritari alla Erdogan e su rapporti con gli altri popoli basati su prevaricazione, aggressione, genocidio, in Israele e, più che mai, nell'Israele di un premier tanto corrotto quanto feroce e razzista, doveva logicamente portare a un esito in cui chi ricorda e perpetua la lotta contro ogni fascismo, oggi imperialismo, globalizzazione, sionismo, è considerato nemico da obliterare.

Noi, che vediamo nella lotta di liberazione antimperialista e antisionista di palestinesi, siriani, iracheni, libici, afghani, nella resistenza all'imperialismo Usa, che vorrebbe reintrodurre dittatura e schiavismo in America Latina, nell'autodeterminazione di popoli che non si piegano, come l'Eritrea, continuità, affinità e fratellanza con la lotta di liberazione antinazifascista della resistenza partigiana, riteniamo che il sabotaggio tentato nei confronti del 25 aprile sia un chiarificatore elemento di verità. E, come sappiamo, la verità è rivoluzionaria.

In questo 25 aprile non sarebbe male porre al centro della mobilitazione, nel quadro della lotta al tecnofascismo di guerra interna ed esterna, l'eroica figura del dirigente di Fatah e capo della seconda Intifada Marwan Barghuti, condannato a cinque ergastoli dagli invasori occupanti, da 15 anni in carcere, perlopiù in isolamento e che, indomito e il più amato tra i leader palestinesi, ha ora innescato, con il suo, lo "sciopero della fame per la dignità e la libertà" di mille detenuti politici palestinesi. Una risposta all'incessante escalation della brutalità repressiva israeliana, agli utili idioti e amici del giaguaro nel mondo che si fanno ricattare da Israele e dalla sua lobby, spesso attraverso la speculazione sulle vittime della Shoah, e alla pavidità di una dirigenza palestinese rinnegata, corrotta e collaborazionista.

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A seguire comunicati.

Il rifiuto del PD e degli ebrei romani (immagino non tutti) di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile in quanto tale e alla manifestazione che include le organizzazioni di sostegno al popolo palestinese

Il prossimo 25 aprile la comunità ebraica romana, spalleggiata ufficialmente dal PD, boicotterà il corteo per il 25 aprile non tollerando la presenza dei Palestinesi e delle organizzazioni che sostengono la resistenza palestinese.

A Milano il sindaco Sala, istigato dai gruppi sionisti, incredibilmente "vieta" la partecipazione al corteo del movimento BDS che promuove il boicottaggio di Israele per le sue politiche di apartheid contro i Palestinesi


Di seguito il comunicato del Comitato "Con la Palestina nel Cuore", con preghiera a tutti di massima diffusione:

"Oggetto: 25 Aprile - Solidarietà all'ANPI Roma e al suo Presidente.

Considerato lo strumentale attacco da parte della Comunità Ebraica e la non adesione del PD al corteo indetto dall'Anpi Roma per l'anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo.

Visto che l'Anpi e le nostre organizzazioni non hanno mai negato alla comunità ebraica e tanto meno alla "Brigata Ebraica" di partecipare all'evento.

Ci preme sottolineare che il 25 Aprile 2014, diversamente da quanto dichiarato dalla rappresentante della "Comunità Ebraica", fu il nostro spezzone e la comunità palestinese a essere unilateralmente aggredita da un gruppo di sionisti.

Nel ribadire la nostra fraterna solidarietà all'Anpi e a tutti i partigiani, rilanciamo l'appello a tutti i sinceri antifascisti, antirazzisti, antisionisti, a tutte le resistenze internazionali e metropolitane, alla partecipazione al corteo del 25 Aprile 2017 ore 9,00 Piazzale Caduti della Montagnola.


Ora e sempre resistenza!"

mercoledì 19 aprile 2017

IL MARCIO TRA TULIPANI E MULINI A VENTO . Colpo di mano dell'Aja contro l'Eritrea



L’Olanda, balilla Nato, non per nulla ospita all’Aja il Tribunale Penale  per la Jugoslavia. Quello che o ammazza, o condanna patrioti serbi e manda liberi delinquenti kosovari e croati, a seconda di come gli assassini della Jugoslavia dispongono. Alla luce di quanto in Olanda s’è combinato nei giorni scorsi, non ci potrebbe essere sito migliore per questo scempio della democrazia, della giustizia, della verità.

Il 13 aprile a Veldhofen in Olanda si sarebbe dovuto tenere il convegno mondiale dell’organizzazione giovanile del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, il movimento che ha condotto e vinto la trentennale guerra di liberazione dal colonialismo dell’Etiopia e delle potenze che ne appoggiavano l’occupazione. Fronte che è oggi al governo del paese sul Mar Rosso. Ma sono intervenute le forze coalizzate che da anni perseguitano questo paese libero, autodeterminato e antimperialista con aggressioni militari, sabotaggi, sanzioni e campagne di diffamazione affidate dal despotismo imperialista ai soliti latifondisti della mediacrazia. Se ne sono fatti protagonisti membri del governo olandese, il sindaco della città, Mikkers,  la stampa, tutta atlantista, la solita Ong griffata George Soros, “EEPA”, diretta da Mirjam Van Reisen, docente all’università di Tilburg.

sabato 15 aprile 2017

ISIS E LGBT: uso e abuso


Case e prostitute chiuse, media e presstitute in divisa e en travesti
Ho fatto giusto in tempo, a Genova, a conoscere quelle case che chiamavano chiuse. Chiuse non tanto a chi vi entrava quanto a chi ne avrebbe voluto uscire: le prestatrici d’opera. Godevano di un permesso di qualche ora la domenica, perlopiù per brevi incontri con una loro creaturina affidata a qualche parente, si spostavano a plotoni ogni 15 giorni da una città all’altra (perciò, salivando, ci si informava sulle “quindicine” nuove arrivate al popolare ed effervescente “Castagna”, o all’esclusivo e pomposamente formale “Lepri”) e non credo che il suffragio universale esteso alle donne dopo la guerra riguardasse anche loro. Per gli adolescenti era una specie di romanzo di iniziazione. La rete di lenoni che amministrava il business da noi non cavò un granchè. Squattrinati, s’andava lì nelle ore di sega all’università a pizzicare tette e cosce con gli occhi e a far casino nel casino, fino al momento in cui la “madama” al banco dei gettoni, stufa di sollecitare “ragazzi in camera!”, ci cacciava fuori.

M’è capitato uno strano accostamento tra quei postriboli e quelli, per molti versi sovrapponibili, in cui oggi si fabbricano  giornali e telegiornali. In tutte e due la merce è bene impacchettata (o spacchettata), ma, al consumo, risulta avariata, perché falsa, simulata, recitata. Difficilmente, allora,  alle tue frementi aspettative, rispondeva qualcosa di più di un povero singulto, più o meno stancamente recitato. Difficilmente, oggi, al tuo interessamento per le cose del mondo corrisponde una risposta sincera. In entrambi i casi si fa finta, si ha a che fare con impostori che in cambio dei tuoi quattrini e diritti ti rifilano un prodotto contraffatto. Sto parlando di organi d’informazione di cui, datine i fini e loro mandanti, non c’è da nutrire neanche il dubbio che se ne ricavi qualcosa di onesto. Sono i grandi giornaloni e telegiornaloni e talkshowoni. Non vale la pena occuparsene. Mai termine più preciso di presstitute fu inventato.

lunedì 10 aprile 2017

CRIMINALI PAZZI E LORO CORIFEI - Quelli che Regeni martire, quelli che bruciano le chiese, quelli che le formiche ci provocano


(Con alcuni importanti commenti al mio articolo precedente)

Anonimo ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI - IL GIORNO DELL'ORSO D...":

150.000 riservisti americani hanno ricevuto la lettera di tenersi pronti per essere operativi entro quindici giorni. Invasione della Siria? La Germania approva il decreto anti fake news per i social e i siti non allineati alla narrazione globalista, questa sì, realmente fake. Provvedimento dunque di censura pre guerra. Navi americane in avvicinamento alla Corea del nord. Solo muscoli tesi? E poi, attentati ovunque e false flags sempre più ignobili, l'escalation purtroppo sta aumentando vertiginosamente. Dobbiamo aspettarci di tutto. Lo confesso, non sono per niente tranquillo.
Max

La firma è Isis, l'inchiostro e nostro
Visto che l'ininterrotto genocidio Usa e Nato non è considerato terrorismo, neanche quando mette in mano ai suoi sicari armi chimiche, per poi bombardarne le vittime, parliamo di attentati islamici.
Tutti gli attentati sono rivendicati vuoi da Al Qaida, prima, vuoi dall’ISIS. Tranne quelli, come sempre appaltati dai servizi atlantico-talmudisti, ma attribuiti ad Assad. A Parigi, Londra, Monaco, Nizza, Berlino, Tunisi, San Pietroburgo, Stoccolma, il Cairo. L’ISIS e la consociata Al Qaida (nelle sue varie mimetizzazioni) sono stati creati, organizzati, reclutati, finanziati, riforniti, armati, protetti dalle aviazioni israeliana, Usa e Nato. Tutto questo è documentato, occasionalmente anche ammesso (Hillary Clinton),  esibito (Erdogan), vantato (McCain). Le basi sono state poste in Afghanistan dove Al Qaida è stata fondata dagli Usa e incaricata di rastrellare combattenti integralisti per cacciare i sovietici e abbattere il primo governo laico, socialista, emancipatore di donne, esclusi  e minoranze, eletto in quel paese. Il capo di quel governo, il comunista Najibullah, è stato poi impiccato a un lampione di Kabul.Poi sono arrivati i Taliban che hanno liberato il paese dai mercenari mujaheddin capeggiati da Masud. Agli Usa è stato necessario tirare giù tre torri e bucare il Pentagono per  avere la scusa di andarci direttamente, in Afghanistan. Per l’Iraq gli è bastata la provetta di Powell. Per la Siria, battuti anche qui i loro mercenari, sono ricorsi alle armi chimiche.

venerdì 7 aprile 2017

LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI - IL GIORNO DELL'ORSO DORMIENTE



(Seguono all’articolo due link a “L’Antidiplomatico” e un comunicato della lista “No Nato” cui aderisco).

Il farloccone ignorante e sbruffone eletto a presidente degli USA da un popolo dissanguato dai necrofili che lo hanno governato nell’ultimo quarto di secolo, lo sprovveduto agonizzante sotto i colpi revanscisti degli orchi spodestati, ha dato il suo  colpo di coda. Colpo di un animale sfiancato che prova a sopravvivere superando in ferocia i suoi cacciatori e offrendogli in pasto la vita della Siria e, forse, dell’umanità. Coda subito sorretta, con indomito spirito di inservienti di forca, dal branco di botoli ringhianti europei, perdutamente devoti a chi li tiene alla catena da sempre e che, finalmente, possono tornare a riconoscersi in un padrone che li aveva disorientati sembrando disposto a privarli del piacere della frusta. In ogni caso, colpo di coda che parte da lontano, che il suo titolare lo sapesse o meno. Una roba come il sinistro-destro metro S.Pietroburgo-Tomahawk sulla Siria non la si improvvisa.

mercoledì 5 aprile 2017

FOG - San Pietroburgo, Idlib. Notte. Nebbia. Morti viventi. Mentre il califfato USA-ISIS, diventa Kurdistan USA-YPG





Napalmizzati fino all’esaurimento delle nostre capacità di reazione dall’alternarsi parossistico di orrendi crimini di sangue, sconvolgimenti geopolitici, tempeste mediatiche, fatti e controfatti che cancellano ogni sensatezza, molti di noi si limitano a grida di orrore, lampi di sdegno, improvvisati squarci di valutazione, slogan, ripiegamenti su analisi degne del giurassico. In tale bufera emotiva, capisco, è difficile tenere ferma la barra e dirigere la barca in modo che colleghi scoglio a scoglio, puntino a puntino, come ai bambini insegnava Maria Montessori.. Però, prima di farci annichilire dal peso dei troppi avvenimenti e asfaltare dallo schiacciasassi delle menzogne, proviamoci.

Schiamazzi di lupanare
E’ per un irrazionale e obsoleto senso di decenza che ancora alberga nel profondo del nostro essere che ci sorprendiamo, indignamo, restiamo attoniti di fronte a come i politici e relativi inservienti mediatici riescano continuamente a superarsi nel dare il meglio di sé. Pervertendo, oltre il più temerario immaginabile, il flusso luminoso dell’informazione che, di per sé, dovrebbe schiarire le ombre che la sconoscenza dissemina nei cervelli, in liquami fetidi che di quelle ombre fanno palude nera, vero e proprio coma cerebrale. Sfidando le logiche più stringenti, dati di fatti solidi come rocce, razionalità inoppugnabili. Al culmine delirante di una campagna forsennata contro la Russia, costruita su invenzioni demenziali, tesa, insieme, a squalificare al suo incarico un presidente americano regolarmente eletto e a impedire che questi tagli i fondi che i congiurati traggono da guerre e relative psicosi, questi apologeti di ogni crimine di guerra e contro l’umanità arrivano ad argomentare che Putin se l’è fatta lui la strage di Pietroburgo. A che scopo? Per intimidire quei quattro figuranti della produzione di rivoluzioni colorate “Open Society” e per suscitare un clima di unità nazionale intorno a lui in vista delle presidenziali del 2018.

lunedì 3 aprile 2017

FOSSILI CONTRO VIVI - Tap, bomba e Nato, una faccia una razza

 

 Sto iniziando a scrivere e succede: Bomba nel metrò di S.Pietroburgo.  Dopo il Tupolev abbattuto con il Coro dell’Armata Rossa, dopo il Sukhoi 35 sulla Siria, dopo l’aereo di linea da Sharm el Sheik, dopo l’assassinio dell’ambasciatore all’Ankara, mentre i mercenari Nato-Golfo attaccano l’ambasciata a Damasco e mentre il reprobo Putin si incontra con il reietto biuelorusso Lukashenko proprio a S. Pietroburgo. Escalation di avvertimenti a complemento dell’isteria russofobica. Dove non funzionano le quinte colonne in piazza, l’avvertimento si fa col botto. La firma è sempre quella, dalle Torri Gemelle al metrò di S. Pietroburgo. Cosa c’entra l’attentato in Russia con l’attentato contro il Salento? Lo dice la parola stessa. Intanto sono entrambi antirussi. Cosa c’entra l’attentato in Russia con l’attentato contro il Salento? Lo dice la parola stessa. Intanto sono entrambi antirussi e anti-Putin.

Armi di distrazione di massa
Coloro che, uditone il fischio, scattano e come un sol uomo a intrupparsi dietro al pifferaio hanno il loro da fare a seguirne la marcia per i più impervi e perlopiù grotteschi percorsi dialettici. E finiscono  con l’imbrattarsi di ridicolo per i vertici di entusiasmo propagandistico su cui si arrampica il tasso di servilismo che segna il loro concetto di giornalismo. Un Trump, messo alle corde dal golpe strisciante della piovra i cui tentacoli mediatici, spionistici, militari e finanziari determinano la politica estera degli Usa da tempi immemorabili, manda i suoi cavalli di razza, Mattis (Difesa) e Tillerson (Esteri), a minacciare di obliterazione Nordcorea, Iran e Russia, in quanto pericoli mortali per la sopravvivenza dell’umanità. All’istante la stampa italiota, quella che denuncia  l’ignominia delle “fake news” nei social media, tira fuori le sue forche-giocattolo e vi impicca quegli abominii dei dirigenti nordcoreani, russi, iraniani. Nequizie inesistenti, inventate, ma che, grazie alla compattezza e sintonia del coro, nella coscienza del volgo assurgono allo stato di “percepite”. Dunque funzionano, è la percezione che conta, non la realtà. E, soprattutto, distolgono la percezione dalle truppe corazzate e dalle batterie di missili con cui Usa e Nato ronzano attorno alle frontiere di questi paesi. Paesi che non si sognano di far male a una mosca, che non hanno mai pensato a piazzare una base o una brigata a 250 miglia da Washington. Per impedire che la loro innocenza mini alla base i profitti che al complesso militar-securitario assicura potere e futuro tocca creare il pericolo “percepito”.

Gli specialisti del “pericolo percepito”
A titolo esemplificativo godetevi i due paginoni di scempiaggini, oculatamente ammortizzate da mille “forse”, “si dice”, “parrebbe”, “molto probabilmente”, con cui una vessillifera del pifferaio, Roberta Zunini del  “Fatto Quotidiano”, fa del “dittatore nordcoreano” un concentrato di Mr.Hyde, Barbablù, Rina Fort e la coppia satanica di Marcinelle. In ritardo sulle rettifiche con cui velinari sparaballe più avveduti hanno riconosciuto che lo zio di Kim Yong Un è vivo e vegeto e al suo posto, la Zunini torna a farlo sbranato dai cani del nipote. Il quotidiano di Travaglio, l’eccellenza che si manifesta come Catone il Censore del servile encomio e codardo oltraggio caratterizzante la categoria, nulla ha da dire nemmeno sul fanatismo sion-atlantista del suo Leonardo Coen che insiste a vedere nelle chiassate moscovite di quattro scolaretti di Soros l’innesco della grande rivoluzione contro il dittatore KGB che ammazza, incarcera e tortura i martiri dei valori occidentali. Nel frattempo, chi fa più caso ai bombardamenti genocidi degli Usa su Iraq e Siria, finalizzati a impedire che quei paesi tornino mai più sulla carta geografica?

E non scordiamoci mai del “manifesto”, serpentello a sonagli travestito da pettirosso, modesta ma volenterosa arma ad aria compressa di distrazione di massa. Come non apprezzare i suoi contorcimenti anti-Brexit, anti-razzisti, anti-populisti, pro-Hillary, pro universale accoglienza,  per offuscare lo scandalo delle decine di Ong, dotate di poderose navi e di bandiera dei paradisi fiscali  che ora si scoprono mandate dalla Open Society di Soros in acque libiche a raccattare profughi. Carne da pomodoro, CIE e spaccio commissionata agli scafisti e di cui inondare la già malferma Europa. Cervello italiano che va, servo della gleba nigeriano che viene. Di questo di più la prossima volta.

Il ministro e chi gli arreda l’ufficio
Fin qui il prologo. Madamina, il catalogo è questo: San Foca, Melendugno, Tap. E Minniti. caporale di giornata dell’intelligence Nato, la stessa di Gladio, dai tempi di D’Alema bombarolo di Belgrado, non poteva non assurgere, in tempi di distrazione/distruzione sociale, a ministro di polizia. Il parlamento gli lastrica la strada allestendo provvedimenti legislativi sulla “legittima difesa” che faranno di ogni cittadino l’auto-poliziotto, l’auto-giudice e l’auto-boia. I soliti media, indiscutibilmente indipendenti, pompano la cronaca nera in modo da fare di un palloncino uno zeppelin (SKY NEWS 24, ore 13, i primi 25 minuti su giovani che si picchiano a morte, negozianti  sparati o sparatori, donne affettate e vetriolate). Risultato: panico totale, ogni altra preoccupazione accantonata, cultura del sospetto, disgregazione sociale e di classe, insicurezza “percepita”. Che è del tutto fittizia, ma è quella che serve a Minniti e Co.

I dati reali dicono che, dagli anni ’50 (omicidi annuali 1.400) al 2015 (omicidi 470), tutti i reati che minano la sicurezza sociale sono calati. 7,3% di furti in meno, quelli in abitazione meno 8,3%. Nella classifica per tasso omicidario, che inizia con i paesi a tasso più elevato, siamo al 157° posto. In compenso primeggiamo nella criminalità economica, tributaria e ambientale che, però, è quella meno presente tra i detenuti nelle nostre prigioni. Logica ferrea.

Cronaca nera: più vediamo delinquenti, più chiediamo gendarmi
La presa per il culo a fini di Stato di polizia è colossale. L’insicurezza “percepita”, che è quella su cui si costruisce la società che conviene, è la negazione e il seppellimento dell’insicurezza reale. Che è in calo costante e drastico e che, se la conoscessimo, vivremmo tutti felici e sereni e senza la minaccia del contagio e dell’emulazione. Contagio ed emulazione che i Grand Guignol  da cui veniamo circonfusi (dalle serie criminogene come “Gomorra” o House of Cards”, ai videogiochi pedagogici con cui si educa il pupo a bagni di sangue e sfracelli, sistematicamente esaltati dal quintocolonnaro Ercole del “manifesto”), puntano a diffondere. Servono ad allevare generazioni che diano sostanza all’insicurezza percepita. Vengono pensieri preoccupanti: d’accordo che il Minculpolp ci rincoglioniva di bufale e stronzate, ma, vedendo come e perché i media ci sguazzano per diffondere insieme mali esempi, emulazione e paura,  che Mussolini abbia avuto ragione a ingabbiare la cronaca nera in trafiletti di ultima pagina?

Insicurezza percepita e criminalità economico-ambientale
L’insicurezza percepita è quella con quale la lucida testa del ministro di polizia,  caro al giustiziere della Jugoslavia (e poi dicono che l’UE ha garantito 60 anni di pace all’Euopa. E lo dicono nella ricorrenza dell’euro- squartamento della Serbia-Jugoslavia), ha esordito in Salento. Contro tutto e contro tutti, ma rispettoso sia dell’insicurezza percepita (circolava aria di Black Bloc, esplodevano bombe-carta), sia della sopra citata criminalità economica e ambientale.

Quel gasdotto di 4000 km dovrebbe fottere i russi, sostituendo al loro il gas dell’amico dittatore azero, sconvolgere la più bella costa e il più bel mare del Salento per poi sfregiare la penisola da un capo all’altro pur di portare gas, che a noi non serve, ai clienti delle multinazionali europee. Fa compagnia ad altre proterve e devastanti violazioni della sovranità popolare e dell’integrità di territorio e salute di cui mi sono occupato nei due recenti cortometraggi “Fronte Italia-Partigiani del 2000” e “L’Italia al tempo della peste – Grandi Opere, Grandi Basi, Grandi crimini”: TAP, TAV, MUOS, trivelle, rifiuti, basi ed esercitazioni militari. Quei docufilm illustrano una vera e propria guerra che la criminalità economica e ambientale conduce contro il paese e la sua popolazione.

In Sardegna abbiamo raccontato dell’80% dei pastori uccisi dalla ricadute tossiche delle milionate di esplosioni nei poligoni. In Basilicata l’impennata di cancro per gli sversamenti e le reiniezioni  di petrolio e relativi scarti nelle falde e negli invasi e la distruzione di una delle più pregiate agricolture d’Italia (mentre “il manifesto” glorificava a scolari in visita la bellezza dello sviluppo firmato dal suo assiduo inserzionista ENI). A Lampedusa scoprivamo che la retorica dell’accoglienza mascherava la militarizzazione dell’isola. A  Niscemi siamo sotto indagine per aver accompagnato manifestanti a combattere il sistema di comunicazioni militari planetarie Usa, MUOS, che favorisce morte in casa da elettromagnetismo e morte in giro per il mondo da bombardamenti. Ad Aviano, Pisa (Camp Derby) abbiamo testimoniato le popolazioni convivere con le bombe atomiche bandite dal nostro referendum e con le operazioni di guerra proibite dalla nostra Costituzione. A Spezia ci siamo ritrovati nel pozzo nero degli impuniti  traffici di rifiuti che hanno deturpato il “Golfo dei poeti” e avvelenato i mari e le terre fino alla Somalia. Eccetera, eccetera.


Fossili contro vivi
Perché non ci si illuda che con “Testa lucida dell’intelligence atlantica” ci si sbagli, vista anche la copertura ecologica che gli dà il nuovo presidente Usa, Minniti ha subito impostato l’intervento a Melendugno sull’”insicurezza percepita”. Percepita non dalle migliaia di salentini e soccorritori, perfino dalla Valsusa, esperti di militarizzazione del  territorio, non dalle decine di bravissimi sindaci schieratisi contro le ruspe e l’esercito minnitiano schierato in ghingheri anti-sommossa (quello di Melendugno, Potì, l’ho intervistato in “L’Italia al tempo della peste”) e, tanto meno, dagli ulivi secolari (anche millenari, ho conosciuto quello sotto cui avrebbe sostato Augusto di ritorno dalla Grecia), le cui radici sono le radici dei pugliesi, di noi tutti. Qui si tratta dell’insicurezza percepita da BP, Snam, Fluxys, Enagas, dal satrapo dell’Azerbaijan e da TAP AG, il consorzio incaricato di  realizzare il mostro, davanti alle mani armate di collera di tutto un popolo. Consorzio è parola bruttissima. Fa pensare subito a quelli che, o per mafia, o per tangenti, o per altre malefatte, finiscono sotto processo. Vedi quello del TAV Terzo Valico. Anche qui già si sente un cattivo odore. Odore di riciclaggio e narcotraffico, secondo l’Espresso,  che emanerebbe da una ditta che con il TAP ha avuto le mani in pasta.


Mettere a rischio il fondale dell’Adriatico, sconvolgere con tunnel e tubi spiagge immacolate, depredare il territorio sradicandone i figli, sfigurare un mondo, una cultura, una civiltà, incistando nelle sue riserve naturali  enormi falansteri per la decompressione e ricompressione, tutto questo per tenere sotto tiro Putin, al pari di quanto fanno i missili ai suoi confini, e vendere energia fossile all’estero. Nel nome della solita insicurezza falsa, quella  “percepita”, quella energetica,  che ci dovrebbe convincere ad allagarci di idrocarburi,  ecco un modo per assicurare insicurezza reale a noi e sicurezza reale ai profittatori.

Mai come prima uniti nella lotta
La lotta dei salentini è la nostra lotta. Quelli che ordinano di sradicare alberi e di bastonare chi vi si oppone, di perseguire un ecocidio che, giorno dopo giorno, diventa sociocidio, poi  genocidio,  infine planeticidio, vanno fermati. Costi quel che costi. In qualunque modo. Hanno lo stesso tasso di criminalità di chi rade al suolo paesi e stermina popoli bombardandoli, scatenandogli contro mercenari subumani, spopolandoli e deportandoli, di chi semina terrorismo per garantire scudi ai propri crimini. TAP AG è un altro nome per NATO. Sempre di veleni fossili si tratta. Morte fossile contro ulivi vivi.


Bravi i Cinque Stelle, alla faccia di chi gli rode, per essere stati con i No Tap dal primo giorno e bravi anche i nuovi arrivati di Sinistra Italiana. Patetico il cerchiobottista Emiliano, governatore e candidato alla guida del branco di sciacalli, che si limita a chiedere  lo spostamento dello squarcio un po’ più in là, magari dalle parti di Brindisi, città vittima, come Taranto, dell’industrializzazione forsennata ed ecocida. Qui non si tratta di aggiungere carcinoma a carcinoma. Qui si tratta di estirpare le cellule cancerogene, tutte con la stessa eziologia: il capitalismo.

sabato 1 aprile 2017

A ROMA A ROMA A ROMA su Africa, mondo ed Eritrea

Anche a Roma, l'8 aprile, alle ore 16, in Via Buonarotti 12 (Piazza Vittorio), sede CGIL, Fulvio Grimaldi presenta il docufilm ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL'AFRICA".

Si parlerà dei conflitti suscitati dalla nuova aggressività imperialista in Medioriente, Asia, America Latina, con particolare riferimento all'assalto neocolonialista al continente Africano, dove l'Eritrea, la nostra ex-colonia, rappresenta una straordinaria esperienza di resistenza, progresso e autodeterminazione,

mercoledì 29 marzo 2017

"BARBARIE" DELLO ZAR, "DIRITTI UMANI" DELL'OCCIDENTE (su Navalny e compagnia)

 
I meriti di Navalny
E’ bastato innescare una spia da quattro soldi a Mosca per farci dimenticare tutta una serie di belle azioni della “comunità internazionale” (quella Usa-Nato). Tipo: i 200 tra uomini, donne e bambini polverizzati dall’incursione yankee su Mosul che le truppe irachene vorrebbero liberare e non uccidere, successiva ad altre incursioni a  guida Usa in Siria e Iraq, sistematicamente dirette su civili e infrastrutture, quando non contro gli eserciti nazionali impegnati contro Isis e Al Qaida. Tipo: la scandalosa violazione della sovranità siriana commessa da Washington con l’invasione di suoi contingenti e armamenti, facilitati da un nuovo mercenariato, quello curdo, che ha sostituito il jihadista a cui è stato dato il benservito (servirà per gli attentati di ritorsione e destabilizzazione qua e là nel mondo); invasione finalizzata a impedire che siriani e russi arrivino prima a Raqqa, ultimo grande centro da liberare, e a mettere in piedi una colonia Usa su territori arabi predati detta “Kurdistan siro-iracheno”, garante della, da sempre programmata, frantumazione della Siria e salutata in Occidente come la “nuova vera democrazia in Medioriente dopo quella israeliana.


Tipo: il genocidio in corso da tre anni in Yemen e che  USA, UE, Nato con l’armaiolo Italia, hanno commissionato all’altra vera democrazia mediorientale, la saudita, quella del record mondiale delle forniture di petrolio all’Occidente, delle scudisciate e mutilazioni  inflitte ai reprobi, delle condanne a morte mediante decapitazione e lapidazione (donne). Tipo: i 16 anni di guerra Usa-UE-Nato (con l’ascaro Italia) contro un incolpevole popolo afghano, guerra perduta dal primo giorno, ma utile a conservare controllo e gestione del monopolio Usa dell’oppio-eroina (come in Colombia e nel Centroamerica della cocaina). Tipo: il colpo di Stato strisciante che una fazione di licantropi Usa, quella alleata alla sinistra, attua contro l’altra, alleata ai “populisti”, tritando i detriti post-11 settembre di quella che pareva la democrazia americana ed è sempre stata la più sfrenata plutocrazia fondata sul complesso militar-industriale e oggi anche finanziar-mediatico.

giovedì 23 marzo 2017

EUROCRATI A ROMA, ISIS A LONDRA: TUTTO IN FAMIGLIA



"La gente in Occidente deve capire che se l'informazione che riceve tocca gli interessi del complesso militar-securitario, quell'informazione è dettata dalla Cia. La Cia serve quegli interessi, non gli interessi del popolo o della pace". (Paul Craig Roberts, già sottosegretario al Tesoro Usa)

E’ snervante scrivere per anni le stesse cose. Rimanendo solo nell’arco di mia vita mortale e non fossi stato troppo piccolo, avrei incominciato con Pearl Harbour, dove Roosevelt sollecitò i giapponesi a bombardare la sua flotta. Sufficientemente grandicello, ho potuto commentare la Pearl Harbour 2.0, diventata Golfo del Tonchino, dove inesistenti barchini nordvietnamiti hanno permesso agli Usa di bruciare viva mezza Indocina. Dalla piena maturità alla senilità, mi sono passati per le mani, a citarne solo i primi che vengono alle sinapsi affaticate, la tragicommedia dell’11/9, quando missili Cia e Mossad travestiti da aerei di linea hanno bucato torri a suo tempo dinamitate dall’interno; la farsa di Londra 2005 in cui a uno zainetto lasciato nella carrozza del Tube è stato attribuita la voragine causata da un ordigno posto sotto la carrozza; il triplice attentato di Amman, 2005, preceduto dall’evacuazione dei cittadini israeliani e coronato dall’uccisione di dirigenti palestinesi riuniti con militari cinesi; Bali, Mumbai, Madrid, Charlie Hebdo, dove certi terroristi camuffati ma identificati grazie all’esibizione ex-post dei documenti in macchina, hanno operato liberamente sotto lo sguardo di pattuglie di polizia; Bruxelles aeroporto, dove l’attentato è stato mostrato utilizzando un vecchio video di Mosca; Monaco, dove il più sofisticato armamentario antiterrorista germanico ha lasciato un tizio passeggiare e  sparacchiare in un centro commerciale per quattro ore, prima di rinvenirlo e seccarlo mentre se la filava lontano dal luogo; Nizza, dove il giro della morte del Tir non lascia un’ammaccatura sulla carrozzeria e un’immagine nelle venti telecamere lungo il percorso (o meglio le ha lasciate tutte, ma il governo ha deciso che non servivano e andavano distrutte). E successo anche con quelle del Bataclan……..

martedì 21 marzo 2017

A MARTIN S'è ROTTO IL CUORE, ALL'IRLANDA LA SPERANZA. In morte di Martin McGuinness, già comandante dell'IRA

A Martin si è rotto il cuore, all’Irlanda la speranza.
In morte di Martin McGuinness, già comandante dell’IRA.
Con Martin McGuinness sul luogo di Bloody Sunday

Il modo più efficace per distruggere i popoli è negare loro e cancellarne la comprensione della propria storia”. (George Orwell)

Erano le cinque della sera e anche in Irlanda a quell’ora si finiva di morire. E iniziava l’inganno dei vivi, di quelli che lo subirono, di quelli che lo inflissero. Erano le cinque della sera tra il 30 e il 31 gennaio 1972 e si era compiuta la mattanza di Derry, quella che poi avremmo chiamato la Domenica di Sangue. Gli U2 ci avrebbero fatto una canzone, Paul Greengrass ci avrebbe fatto un film che avrebbe perpetuato l’inganno scaricando la mattanza ordinata dal governo di Sua Maestà su qualche militare fuori di testa, Ci feci un film anch’io. Anzi, era il momento culminante di un film che avevo iniziato a girare due anni prima e che dei “troubles”, dei guai, come chiamavano la guerra di liberazione nordirlandese,.raccontava ciò che non è mai più stato raccontato. Me lo aveva montato Marco Ferreri, nientemeno. Non c’è più, disperso nei caveau delle polizie nordirlandese, irlandese e di Scotland Yard. che lo confiscarono. La mia copia andò dispersa con il resto dell’archivio di Lotta Continua, quando l’organizzazione fu uccisa dai suoi fondatori.

Alle cinque della sera gli spari del 1° Reggimento Paracadutisti erano finiti. Camminando per i vicoli di Bogside, il cuore del ghetto repubblicano, nazionalista, cattolico, irridentista, come lo volete chiamare, si udivano lamenti e imprecazioni terribili. Ogni casa trasudava il dolore per la perdita di un figlio, un padre, un marito, un fratello, un amico. Da ogni casa usciva l’urlo della verità: 14 esseri umani, inermi e innocenti, massacrati a freddo dai sicari in divisa di chi a Londra aveva ordinato che alle manifestazioni, alle proteste, agli scontri con sassi e molotov, andava posto fine. O questi “bastardi fenians” (antica definizione ingiuriosa della minoranza autoctona) si sarebbero lasciati intimidire, terrorizzare e l’avrebbero smessa di rivendicare parità con i coloni protestanti, unionisti con la Corona, classe dirigente, classe ricca. Ma anche un proletariato e sottoproletariato altrettanto escluso, ma fanatizzato dall’illusione di essere della stessa “razza” dei padroni, nel giro nobile, comunque non quello degli ultimi. Destino tragicomico dei sudditi operai dei signori colonialisti.  Avrebbero, i cattolici, rinunciato a chiedere lavoro, case che non fossero “match boxes”, accesso alla pubblica amministrazione, alla sanità, a scuole decenti e non britannizzate, la fine delle sevizie degli “Special B”, il corpo di picchiatori della polizia, e quella degli incursori e piromani unionisti dai quartieri dove sventolava l’Union Jack.

O, se non l’avessero capita, testa dura quella degli irlandesi, in  lotta contro il colonizzatore da oltre due secoli, che lo scontro da civili contro le forze d’occupazione si militarizzasse pure. Che tirassero fuori dalle vecchie pagine di storia – ultima insurrezione dell’IIRA negli anni ’50 – la fanfaluca dell’Irlanda unita e da sottoterra le vecchie spingarde. Per l’esercito di Sua Maestà sarebbe stata un passeggiata e la simpatia del mondo verso chi brandiva miseria, discriminazione, apartheid, repressione, volontà di riscatto, si sarebbe tramutata in revulsione verso i “terroristi” dell’IRA. Vecchio trucco. Che non funzionò, neanche dopo vent’anni, dato che era la lotta di un popolo. Funzionò solo quando una delle due parti accettò di disarmare. La parte di Martin McGuinness.

Alle cinque della sera  stavo davanti a una tazza di tè, accanto a un camino, in una “casa sicura”, nelle parti di Free Derry dove l’esercito di occupazione non osava penetrare. Sullo schermo un Tg esibiva un tronfio e arrogante generale, tronfio e arrogante come solo i generali sanno essere, quelli anglosassoni poi… Generale Ford, comandante in capo delle forze britanniche in Nordirlanda, cosa cazzo stai dicendo? Che a ignari e pacifici parà i cecchini dell’IRA avevano sparato dai tetti (neanche un ferito tra i militari) e che i parà a malincuore avevano dovuto difendersi, rispondere ai terroristi? Che pare ci siano alcuni feriti…..

Dopo la mia esperienza di inviato di guerra in Palestina, Guerra dei Sei Giorni del 1967, dove si raccontava di un popolo, qui insediato dalla Bibbia, a rischio di essere gettato in mare da sbrindellate armate arabe, mentre invece il suo esercito, il quarto al mondo, radeva al suolo villaggi con i vivi dentro, pensavo di essermi corazzato rispetto alle verità dei padroni. Ma qui la faccia tosta arrivava al sublime e ti insegnava che di quelle “verità” non devi fidarti mai, che il padrone, il dominatore, il capitalista mente sempre e sempre per la gola. La sua gola di antropofago.
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McGuinness nei giorni in cui mi salvò dai parà.

A quel punto era necessario salvare le mie foto e registrazioni audio. Documentavano tutto, il corteo pacifico dei 20mila, l’irruzione del battaglione parà sulla coda della marcia, dai primi agli ultimi spari, il panico, la folla disperata o furibonda in fuga, le urla delle donne, le bestemmie e gli insulti degli uomini. Le teste fracassate, le pance bucate, i colori del viso che diventavano gialli e poi bianchi, il pilastro scheggiato dalla pallottola sopra la mia testa, i buchi nella finestra mentre scattavo foto e che erano la reazione della carabina Sterling di uno degli assassini.

C’era il parà che, ginocchio a terra, prende la mira, il ragazzo di 16 anni, Jack Duddy, che fermo, a braccia aperte, come inciso nell’aria, non ci credeva e la pallottola la becca nel cuore, crolla, sbianca. Piovono raffiche, ma siamo tutti lì attorno a lui che scolora, a occhi spalancati come attoniti, il prete eroico, l’infermiere eroico, un vecchietto eroico, per soccorrere, indifferenti alla morte che stava loro addosso. Lo sollevano, lo portano via a braccia, braccia penzoloni, curvi per schivare gli spari che continuano. Io sparo scatti su scatti contro gli spari su spari. Su Jack e poi su Barney, su Jim, su Patrick…..Oggi una di quelle foto ci saluta da una facciata, quando entriamo a Derry, ancora “free”.


La radio militare, intercettata dai ragazzi di un’IRA allora nascente a Derry, aveva ordinato di “arrestare quel fotografo straniero, utilizzando qualsiasi mezzo necessario”.  Mettere le mani sul materiale che avrebbe potuto incriminare, non solo soldataglia abbrutita, ma un governo, un’eccellenza dell’Occidente civile. La stampa internazionale, accorsa per la manifestazione dei diritti civili più grande dall’inizio della rivolta, era stata confinata nella cittadella protestante, dietro le barriere tirate su dall’esercito. Non doveva vedere, raccontare. Ma noi giornalisti poveri abitavamo tra le famiglie del ghetto, eravamo già al di qua della barriera, avevamo visto, potevamo raccontare. Qualcosa di diverso di quanto blaterato dal generale Ford. Dovevamo essere fermati, i materiali sequestrati.

Conoscevo Martin McGuinness, neanche vent’anni, già capo della brigata di Derry dell’IRA Provisional. La serietà e l’allegria di un combattente antico e giovane. Un carisma sconfinato. Era una notte buia e tempestosa, consentitemi la citazione banale, ma appropriata. Per la nebbia non si vedeva a tre metri dalla macchina. Una fortuna. Per vie secondarie, carrarecce, tratturi, fendendo una nebbia che ci occultava ai britannici, Martin mi portò alla vicina frontiera con la Repubblica, contea di Donegal. Scambio di vetture e accompagnatori, efficienza che avrebbe mantenuto in piedi la resistenza fino al 1998, Venerdì Santo, accordo del disarmo e della “pacificazione”. E oltre. E così che, dai giornali e dalla tv di Dublino, una verità altra, rispetto a quella del generale serial- e masskiller, potè raggiungere il mondo e far capire, a chi a capire era disposto, “di che lacrime grondi e di che sangue” il monopolio della forza dei padroni che si proclamano Stato. Il loro.

Nel corso della mia lunga frequentazione di quel popolo indomito, la più lunga lotta anticoloniale della storia umana, Martin McGuinness l’ho incontrato tante volte. Mi informava, mi faceva conoscere cose, aspetti, compagni partigiani, il capo di Stato Maggiore a Dublino, allora McStiofain, la sua bellissima mamma che mi cucinava l’arrosto di agnello. Mi ha onorato della sua fiducia. Gli ho voluto bene anche dopo che le scelte, più del gran capo Gerry Adams che sue, avevano contrapposto la sua visione su ciò che sarebbe stato bene, per la sua comunità e per l’Irlanda tutta, alla mia e a quella di coloro che ritennero  di mantenere fede al giuramento di liberazione, al poeta combattente Bobby Sands e ai suoi dieci compagni, morti, avvolti in coperte luride, dopo due mesi di sciopero della fame, per non essersi fatti travestire e degradare da criminali comuni. Come alle migliaia di martiri dell’unità, dell’identità, della libertà.

Bobby Sands e Nelson Mandela

Un quarto di secolo di lotte, dopo due secoli di lotte, dopo la carestia – “disastro naturale” come i tanti manovrati dai potenti - a metà dell’800, che aveva dimezzato, tra morti ed emigranti, la popolazione d’Irlanda perché abbandonata al morbo delle patate, mentre i latifondisti inglesi si arricchivano con l’esportazione di ogni bene irlandese. Dopo la mutilazione della nazione, con la negazione dell’indipendenza alle sei contee del Nord. Dopo Bobby Sands e i suoi compagni assassinati da Margaret Thatcher. Dopo una storia infinita di sogni e sangue, di sopportazione al limite del sovrumano, non poteva finire così. Con un governo provinciale fantoccio a Belfast, comandato a distanza da Londra e in cui gli schiavisti d’antan e di sempre dividono un potere vernacolare con gli schiavizzati di ieri e di sempre. Perché nelle condizioni di vita, nelle privazioni sociali, nella subalternità politica, nello spadroneggiare degli unionisti (a cui non si è chiesto di disarmare!) nulla è cambiato. 

Qualche serie di casette a schiera in più. Un posto da subalterno in polizia, o nell’amministrazione. Le strade rattoppate. I pub riverniciati. Le scuole alla pari. Ma sempre, come ribadiscono episodi che ricorrono oggi come ieri, a rischio di teppisti unionisti armati.
Martin McGuiness ne era diventato il co-premier accanto ai proconsoli di Londra, gli unionisti orangisti, dichiaratamente fascisti, di Ian Paisley. Se il cuore di un combattente temprato come lui non ha retto, a soli 66 anni, penso di poter immaginare che sia stato anche per quella resa, per quell’Irlanda verde e unita sparita dall’orizzonte, per quell’inchino alla regina, per la rabbia di tanti, per i sogni di gioventù, per dover affrontare nella sua Derry gli sguardi di dolore e di sgomento dei suoi, di coloro di cui a vent’anni aveva impersonato la dignità e la certezza della vittoria. Per dover collaborare, con padroni e nemici di una vita, alla persecuzione e repressione di quanti, nel Nord, soffrono esattamene come prima e di coloro, suoi compagni d’un tempo, che insistono a non arrendersi e continuano a chiamarsi IRA, Real IRA, Continuity IRA, come nei secoli.

Gerry Adams se ne è andato al Sud, nella Repubblica. Sinn Fein, il partito che si diceva braccio politico dell’IRA, è diventato braccio politico di una tenue socialdemocrazia sud- irlandese che, irritata dalla Brexit, sogna di proseguire un boom, che è tutto del capitale e delle multinazionali, restando nell’UE, nelle fauci di chi macina nazioni e classi subalterne..
Il 24 gennaio 2013 moriva Dolours Price. Militante repubblicana, non era ancora una volontaria dell’IRA Provisional quando la portai in Italia, per un giro di conferenze nelle università. Lei e la sorella Marian, nel 1973, misero bombe al palazzo di giustizia di Londra, l’Old Bailey. Un atto simbolico, non ci rimase nessuno. Ma furono condannate all’ergastolo, poi ridotto a vent’anni. Accusò Adams di tradimento, di aver addirittura negato di essere stato capo di stato maggiore dell’IRA. Per questo, denunciò, fu minacciata da elementi del Sinn Fein. Morì per un eccesso di barbiturici, senza aver mai dato segni di volontà di morte, combattiva più che mai. Non ci furono indagini.

Se oggi giri per i quartieri delle opposte comunità, trovi che non è cambiato niente. A Falls Road di Belfast come a Derry, repubblicani, a Shankill Road come a Coleraine, unionisti, gli stessi murales, gli stessi vessilli, le stesse invocazioni di giustizia, le stesse accuse di repubblicanesimo, gli stessi simboli e ricordi di guerra. Hai voglia a parlare dell’accordo del Venerdì Santo 1998, Good Friday, qui in sostanza non è cambiato niente. Ci sono ricapitato l’anno scorso, per deporre all’ennesima inchiesta su Bloody Sunday, stavolta condotta dalla polizia nordirlandese, figurarsi. Già i militari della strage si sono rifiutati di deporre e nessuno li condannerà mai. Tanto meno i mandanti. Il mio avvocato e grande amico, Ciaran, che è anche il legale di molti prigionieri repubblicani e di coloro che dai filo- britannici sono stati offesi,  mi ha portato in giro per tutta Belfast. Pareva il 1970, o 80, o 90.


A Derry ci sono tornato per il 45° anniversario della Domenica di Sangue. C’ero stato, invitato dal Comitato delle Famiglie delle vittime, nel 1992, al ventesimo anniversario. Al 30° no. Niente invito, c’era stata la “pacificazione” e uno come me, che agli inglesi, nuovi partner, le palle le aveva rotto parecchio, avrebbe stonato nell’atmosfera della pacificazione. Stavolta sono  stato invitato dai “dissidenti”, gli “Artisti di Bogside”, Tom Kelly, suo fratello William (morto da poco) e Kevin Hasson. Sono gli autori dei più bei murales di Derry, compreso quello tratto dalla mia foto di Jack Duddy. Vanno in giro per il mondo a far raccontare ai muri dolori e onori degli oppressi, infamie e ottusità degli oppressori. 
Anche a Derry non è cambiato niente. La povertà è la stessa di allora, la gente più malmessa, il corteo della ricorrenza ancora combattivo, ma senza sorrisi. La brutta, la tragica novità è la spaccatura all’interno di una comunità che era rimasta compatta a dispetto di tutto. I cambiamenti, le svolte, le “innovazioni” di Gerry Adams non sono passati. Non nella maggioranza. Così Adams la sua cerimonia l’ha fatta quasi da solo, davanti all’ingresso di “Free Derry”, attorniato da pochi. Nel corteo per il solito percorso, dal verde della collina di Creggan alla valle delle casette “match box” di Bogside, c’erano tutti gli altri, con le bandiere dell’Irlanda unita.


Solo la mattina, davanti al cippo con i nomi delle vittime, s’è vista un po’ di unità. Gli stanchi, gli irriducibili. E qui c’era anche Martin McGuinness. Si era dimesso dal governo di Stormont (così si chiama il palazzo a Belfast), un po’ perché gravemente sofferente di cuore, ma anche perché la collega, co-premier della destra-ultrà unionista, era rimasta coinvolta in uno scandalo immobiliare e non si voleva dimettere. E forse, ancora, per cose più profonde. Che quella mattina segnavano il suo viso pallido.


Ci siamo visti e, mentre venivano pronunciati dal cippo i nomi dei 14 caduti, ci siamo abbracciati. Ho abbracciato il ragazzo che difendeva Derry. Anche quella volta in cui salvò me e la documentazione della strage di Stato. Un ragazzo che oggi non ce la faceva più, sotto il peso di tante cose. Gli ho detto, sapendo di come il tempo passa sopra le fisionomie: “Sono Fulvio”. E lui: “Ma so bene chi sei, lo saprei anche fra cent’anni”. “Come stai?” “Mica tanto bene, vieni a casa più tardi?” Non ci fu il tempo. Ero con dei ragazzi di Roma che giravano un documentario sui murales, su Derry, su me testimone.

Sono contento di averlo rivisto, Martin, e mi prende una stretta mentre lo scrivo. Ha tenuto duro per tanti anni. Per tanti anni è stato una bandiera. Non ha mai né rinnegato, né occultato il suo ruolo di combattente. Questo, più che altro, resterà di lui a Derry, in Irlanda, accanto a James Connelly, a Bobby Sands. Chi sono io per non condividere un frammento del dolore che ha portato a spezzarsi il suo cuore?