Resilienza
Iran, Rebus Venezuela, Azienda Europa
GUERRE
DI CLASSE
Saluto
all’Iran
Per
incominciare, saltando di palo in frasca, cioè di emisfero in emisfero, in
questo caso emisferi uniti nella resistenza al nuovo ordine delle cose come
rappresentato dal sopruso della forza sul diritto, inviamo un saluto al
resistente Iran. Ce la vedremo poi con l’America Latina, dove giganteggia la vexata
quaestio del Venezuela decapitato, per finire nella periferia del mondo,
che però insiste a pretendersene il centro, l’UE.
Dall’ambasciatore
Mohamed Reza Sabouri siamo stati invitati alla Festa nazionale della Repubblica
Islamica. Ma spiritualmente eravamo anche in mezzo alle folle, che tra l’altra
conosciamo, frequentiamo e a cui vogliamo bene, con le quali, nelle piazze
iraniane, da Tehran a Isfahan, da Mashhad a Shiraz, si è celebrata la volontà e
il “destino manifesto”, questo sì, di una civiltà millenaria.
Nell’ambasciata
a Roma, parecchio giornalismo, molta cultura, un florilegio di social, tanta
amicizia e poca politica istituzionale, hanno condiviso una festa nazionale nel
segno del riscatto nazionale dal colonialismo e dalla dittatura monarchica, eliminati
dalla rivoluzione del 1979. Festa nazionale che celebra anche il prevalere,
ancora una volta, della giustizia e della verità sull’ennesimo tentativo,
terroristico o guerresco, di eliminare questa pietra d’inciampo che intralcia
la normalizzazione imperialista e sionista del Medioriente.
Di
questa verità è stato testimonianza un documentario sui giorni del recente
tentativo di regime change - portato avanti, e addirittura rivendicato,
dalle centrali dell’intelligence occidentale e israeliana (Mossad, CIA) -
attraverso l’aggressione armata, spesso letale, a cittadini, strutture di Stato
e religiose, forze dell’ordine e del soccorso civile.
Tutte
cose “sfuggite” all’attenzione dei nostri media, perfino a molti di coloro che
si professano dalla parte del diritto dei popoli a sovranità e
autodeterminazione.
Oppositori
nominali che finiscono col farsi travolgere dal metodo schiacciasassi di un
apparato mediatico oligarchico, pienamente integrato nelle strutture del potere
come stabilitosi negli USA e da lì diffuso. E le cui certezze non si fanno
scalfire nemmeno da metodi di provocazione e intimidazione come l’assembramento
della più grande flotta militare USA in faccia alle coste iraniane e l’ormai strutturale
minaccia trumpiana di “tutte le opzioni rimangono sul tavolo”.
Latinoamerica
a spizzichi e bocconi
Tra
le quali opzioni figurano con proterva evidenza quelle messe in atto in America
Latina. Che non si limitano al rapimento del capo dello Stato venezuelano e ai
bombardamenti dei porti e siti produttivi. Il famigerato restauro in versione
“Donroe” della dottrina Monroe, che pretende dominio e controllo USA su tutte
le Americhe, ha già parzialmente modificato l’assetto del subcontinente, fin da
prima dello scatenato presidente in carica. Un rapido elenco, nella scelta via
via tra colpi di Stato, militari o parlamentari, e manipolazioni elettorali.
Honduras.
Colpo di Stato militare nel 2009, riscattato dalla forza elettorale del popolo
nel 2021, oggi rientrato nell’orbita USA mediante il ricatto di Trump con cui
minaccia sfracelli se non si elegge il candidato gradito, Nasry Asfura (prima
visita all’estero: Israele), del Partido Nacional di estrema destra. Per non
celare nulla del proprio intento, Trump concede l’indulto al padrino e sponsor
di Asfura, l’ex-presidente Juan Orlando Hernandez, in carcere a New York con
una condanna a 45 anni per narcotraffico. Sia Asfura che Hernandez sono
appassionati frequentatori di Tel Aviv.
Ecuador.
Dopo una lunga contesa per brogli denunciati da Luisa Goinzalez, candidata di
Revolucion Ciudadana, il movimento che aveva accompagnato la svolta socialista
e antimperialista di Rafael Correa, si installa Daniel Noboa, rampollo della
dinastia che controlla le 25 più grandi imprese del paese. Le agenzie della
lotta anti-droga, compresa la DEA, classificano l’Ecuador post-Correa massimo
esportatore di droga verso USA ed Europa, sulla rotta del Pacifico.
Bolivia.
Termina nel 2025 la fase del riscatto boliviano iniziata con la rivoluzione del
MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales nel 2006. Dopo tre mandati
presidenziali e un quarto negatogli da Costituzione e da un referendum da lui
imposto, viene eletto Luis Arce, validissimo ministro dell’economia di Morales,
responsabile della riappropriazione delle risorse del paese, a partire dal
litio. Dopo un paio di golpe tentati dalla destra filo-yankee, alle elezioni
del 2025 vince al ballottaggio il democristiano Rodrigo Paz, prevalendo di
misura su un altro candidato di destra. Incredibile autodafè di Evo che,
spaccata in due la sinistra attraverso il boicottaggio di Arce, agevola la
vittoria della destra invitando il suo seguito a non votare al ballottaggio.
Strada spianata alla restaurazione.
Perù.
Nel 2021 è eletto presidente Padro Castillo, indigeno, insegnante e
sindacalista, di netto orientamento antimperialista. Nel dicembre del 2022 è
rovesciato da un golpe parlamentare, reso possibile da una maggioranza di
destra. Viene nominata Dina Boluarte, presidente dell’Assemblea, su “consiglio”
di Laura Richardson, generale a capo del Comando Sud statunitense. Castillo
finisce in carcere. La Boluarte, incapace di domare le rivolte popolari che si
susseguono, viene sostituita nel 2025 da un protetto di Trump, Josè Jeri,
coltivato da quel fujimorismo che caratterizzò la sanguinaria dittatura di
Alberto Fujimori nel decennio ’90-2000.
Argentina
e Cile. Più note sono le vicende di altri due paesi, tra i più importanti del
Sudamerica. Dopo la catastrofe argentina del 2023, con “l’anarcocapitalista”
Javier Milei, fan di Netaniahu, quello della motosega adoperata per ridurre al
lumicino lo Stato, torna in Cile il pinochettismo. Per merito anche del
presidente sconfitto, Gabriel Boric, presunto di sinistra, ma deludente e ligio
ai poteri forti nazionali ed esteri, vince il destrissimo, Josè Antonio Kast.
Il neopresidente, dichiaratosi seguace di Pinochet, è figlio di un immigrato tedesco
dai trascorsi hitleriani, cresciuto nella cosiddetta “Colonia Dignidad”,
insediamento di gerarchi nazisti scampati alla fine del Reich, nascosto nella
precordigliera di Parral.
Rebus
Venezuela
Difficile
orientarsi e dire cose definitive sul Venezuela dopo il 3 gennaio, il trauma
dell’assedio, del sequestro del presidente Nicolàs Maduro e di sua moglie Cilia
Flores (arresto, secondo i cultori del diritto internazionale alla Trump), dei
bombardamenti, della strage di un centinaio di difensori, cubani e venezuelani
e alla vista del veloce susseguirsi di eventi, decisioni, interpretazioni
divergenti. Qui si dividono garanti della coerenza chavista, interpreti
problematici delle nuove misure economiche che si differenziano dall’impostazione
di Ugo Chavez, assertori di un cedimento della direzione politica in contrasto
con la mobilitazione popolare che, senza posa, esige continuità bolivariana, la
liberazione del presidente e il suo ritorno a Palazzo Miraflores.
Sono
stato testimone sul campo del primo golpe contro la rivoluzione chavista, nel
2002, e dell’immediata risposta di massa, seppure in una rivoluzione ancora
giovanissima e non ancora articolata in tutti i settori, che ha imposto il
ritorno del presidente Chavez al suo posto nel giro di 48 ore. Anche ora, è da
quel 3 gennaio e dall’inizio della presidenza ad interim di Delcy Rodriguez,
con il sostegno di coloro che sono ritenuti gli irriducibili sostenitori della
rivoluzione chavista, i ministri degli Interni e della Difesa, Cabello e
Padrino Lopez, il popolo si è mobilitato. Non passa giorno che Caracas e altre
città non siano percorse da manifestazioni per la restituzione di Maduro e la
difesa della linea politica bolivariana.
Lotta
di popolo
A
questa contestazione dei tentativi di imporre a due paesi del Cono Sud,
Venezuela e Colombia, un radicale cambio di rotta nei termini dettati da
Washington, si è aggiunta in questi giorni l’iniziativa di un vasto movimento
sociale binazionale per una strategia comune di “offensiva antimperialista per
la pace e la sovranità”. Ne fanno parte settori popolari colombiani,
sostenitori della nuova direzione anti-yankee inaugurata dal presidente Gustavo
Petro dopo decenni di una Colombia definita “l’Israele dell’America Latina”.
Il
6 febbraio queste organizzazioni colombiane si sono riunite a Cucuta con le
espressioni del Poder Popular venezuelano per un “Incontro binazionale di
Fratellanza in Difesa della Pace e della Sovranità”. Il giorno successivo hanno
manifestato la loro unità nella lotta contro i tentativi di restaurazione
imperialista nella località simbolica del Puente Internacional Simòn Bolivar,
dal quale in tempi non lontani entravano in Venezuela infiltrati e provocatori.
Non
ci dovrebbero essere dubbi sull’impegno di vasti settori popolari venezuelani nella
difesa dei risultati politici, sociali, economici, ottenuti con la rivoluzione
di Chavez. Risultati mantenuti, seppure a fatica, sotto Maduro, a dispetto dei
ripetuti tentativi di golpe e destabilizzazione e dei sempre più feroci
strumenti USA di sabotaggio e strangolamento. Le sanzioni, quasi trentennali,
divenute ancora più spietate col regime Trump (allargandosi a “secondarie”, nei
confronti di chi tratta con Caracas), hanno determinato inflazione,
abbassamento degli standard generali di vita e, ovviamente, ogni possibile
ostacolo all’operatività dello strumento di sussistenza del paese, il petrolio.
Crisi alla quale si è reagito con misure che hanno saputo salvaguardare le più
decisive conquiste dello chavismo.
Laddove
l’insistenza delle escursioni propagandistiche trumpiane sulla restituzione
agli USA del petrolio “sottratto”, assomiglia vagamente a quello che in
artiglieria chiamano “falso scopo”, è manifesta la riluttanza delle compagnie
petrolifere statunitensi a occuparsi degli idrocarburi venezuelani. Il graduale
esaurimento dello shale oil, il petrolio da scisti nordamericano, glielo
potrebbe imporre – ma ostano la difficoltà di estrazione, le infrastrutture
invecchiate, la pesantezza del greggio.
Come
nel caso di tutte le aggressività imperiali, che con Trump stanno conoscendo
un, peraltro erratico, crescendo, la questione è ideologica, quindi economica,
quindi sociale. Il Venezuela, per quanto in crisi, continua, al pari di Cuba,
Nicaragua, Messico (Claudia Sheinbaum ha smentito la notizia attribuitale della
sospensione delle forniture di petrolio a Cuba e ha annunciato un ponte aereo
di aiuti), ora la Colombia, a rappresentare un fattore di contagio nei
confronti dei popoli del Sudamerica e dei Caraibi (e non solo). La lezione
impartita all’imperialismo autocratico e rapinatore nei decenni tra la seconda
metà del secolo scorso e l’inizio del 2000, in particolare l’ALBA, coalizione
che ha rappresentato la grande ondata di governi e popoli innescata dal
chavismo, hanno lasciato il segno e approfondito preoccupazioni, cui ora le
forze attorno a Trump vorrebbero porre rimedio.
Importanti
cambi e Maduro approva
Al
gruppo dirigente guidato dai fratelli Delcy e Jorge Rodriguez è intanto
pervenuta l’approvazione del presidente incarcerato a New York. Esprimendo
tutta la sua fiducia, Maduro ha detto: “Voi state facendo esattamente ciò
che dovete fare, state compiendo i passi corretti. La nostra serenità qui è
fondata sull’unita del popolo con l’Alto Comando e la mia squadra, che è la
squadra della patria”.
A
Delcy, Capo dello Stato a interim e ai suoi collaboratori, il presidente
esprime anche il consenso alla Legge dell’Amnistia in base alla quale sono stati
liberati quasi un migliaio di prigionieri, politici e non, alcuni detenuti fin
dal 1999. A coloro che si sono posti la domanda se fosse comprensibile liberare
persone già accusate dei peggiori crimini contro la legge e contro lo Stato, a
partire da golpisti come Capriles, Gonzàles, o Guanipa e se la loro liberazione
oggi non significasse che la detenzione non era sempre giustificata, Maduro
risponde: “Questo provvedimento non è solo di beneficio a chi ha commesso
atti violenti, ma riveste un’importanza strategica per il processo di
riconciliazione”
Riconciliazione
pare essere la parola chiave per la lettura delle altre misure di cambiamento
adottate dal governo e che hanno suscitato interrogativi. Qualcuno ha rilevato
che dalla “democrazia partecipativa e protagonista”, sancita dalla costituzione
del 1999, si sarebbe tornati alla classica democrazia rappresentativa,
“seguendo gli orientamenti di Washington”, come sottolineato a una conferenza
stampa dell’opposizione.
Altro
provvedimento di grande portata strategica è la nuova Legge sugli Idrocarburi
che apre all’ingresso di imprese e capitali privati, anche stranieri (leggi
USA), con licenza di controllo su tutte le fasi del processo industriale: investimenti,
ricavi, estrazione, infrastrutture, commercializzazione, esportazione. Una
petroliera con un primo carico ha potuto lasciare un porto venezuelano, sebbene
il blocco USA non fosse ancora formalmente levato. Parallelamente, Washington
ha sospeso le restrizioni ai voli da e verso il paese.
Qui
non si può non constatare una svolta netta rispetto sia alla prima
nazionalizzazione delle risorse petrolifere, nel 1976 e sia a quella di Chavez,
del 2006, che assegnò allo Stato e all’azienda nazionale PDVSA l’integrale
sfruttamento delle risorse petrolifere, rendendo possibile uno stato di
benessere sociale senza precedenti. Prosperità in anni successivi minato dal
calo del prezzo del petrolio e dalle sanzioni rafforzate sotto Maduro, in
coincidenza col primo mandato di Trump. Volendo parlare di sovranità, in questo
caso economica, e di autodeterminazione, qualche domanda si pone.
Altre
misure inedite e in apparente divergenza con il passato rivestono importanza
minore, o sono di più ardua interpretazione. Il ministro della Difesa, Padrino
Lopez, ha annunciato una revisione profonda dei processi di gestione del
personale delle FANB (Forze armate) e della struttura di comando (sanzioni,
carriera, anzianità, riconoscimenti), dando maggiore rilievo agli armamenti e
ai sistemi tecnologici, quelli neutralizzati da armi sconosciute nell’aggressione
del 3 gennaio.
In
parallelo, Delcy Rodriguez, nell’occasione del congresso del PSUV (Partito
Socialista Unito del Venezuela), ha lanciato un’inchiesta nazionale tra i
lavoratori per raccoglierne le opinioni e la valutazione sulle condizioni di
lavoro, con in vista la creazione di una Costituente del Lavoro che consenta
l’ottimizzazione delle condizioni, la garanzia di un salario adeguato e il
rafforzamento della sicurezza sociale. Misura che sembra comportare un qualcosa
di rilevante da correggere.
Sono
provvedimenti che sono indirizzati anche a sanare le ferite inflitte
dall’aggressione trumpiana, il cui dolore risulta già efficacemente elaborato
dalla mobilitazione di massa, ma anche a salvaguardare una situazione
difficilissima, sotto occhiuto controllo USA, con letteralmente una pistola
puntata alla tempia. Pistola che assume la fisionomia di Laura Dogu, appena
nominata da Trump ambasciatrice a Caracas. Una scelta “oculata”. La Dogu è
quell’arnese del Dipartimento di Stato, specializzato in destabilizzazioni e che
ha già operato efficacemente in Honduras e Nicaragua al tempo dei golpe
realizzati o tentati.
Un
americano a Caracas
Non
solo questa collaudata golpista. A Palazzo Miraflores è stato accolto anche
Chris Wright, Ministro USA dell’Energia, che con Delcy e i suoi collaboratori
ha elaborato quelle che sono state descritte come le tre fasi indicate da
Washington: stabilizzazione, recupero e riconciliazione, transizione. Fasi che
dovrebbero concretizzare l’auspicio di Trump “per la prosperità e la sicurezza
del Venezuela”. Il ministro statunitense ha poi visitato, con funzionari della
PDVSA, vari giacimenti petroliferi del paese. Si vedrà presto cosa comporta quella
che figura come “un’agenda costruttiva e benefica per entrambe le nazioni”.
Corollario
di questi sviluppi potrebbero essere considerate “le pratiche sleali” cui,
secondo l’ambasciatore russo, Serghei Melik-Bagdasarov, gli USA stanno
ricorrendo “utilizzando sanzioni e limitazioni economico-finanziarie per
espellere dal Venezuele le imprese russe e internazionali”
Con
l’appena istituita Commissione di Pace e Riconciliazione si vorrebbero
inglobare nella conduzione della nazione quei settori dell’opposizione politica
che ci si augura siano disposti alla partecipazione democratica e a una difesa
di sovranità e autodeterminazione. Una comunità d’intenti basilare che possa
costituire un baluardo rispetto a ulteriori intenzioni aggressive del guardiano
a stelle e strisce. Si tratta del ceto medio urbano, borghesia fortemente
conservatrice e tendente al golpismo che, alle ultime elezioni, ha registrato
un dato significativo per la valutazione del governo Maduro: un considerevole 43,18%,
contro il 51,95% che ha confermato il presidente.
Draghi:
One Europe, one market
Il
nostro giro del mondo in 6 cartelle si conclude con “l’eurofederalismo delle
imprese” su cui la celebrata, o famigerata, agenda Draghi batte, almeno
pubblicamente, da 34 anni, giugno 1992. Allora, potentissimo direttore del
Tesoro, con un retroterra Goldman Sachs, sul “Britannia” panfilo reale con la creme
de la creme mondiale, predicò il vangelo della privatizzazione di tutto il
privatizzabile a un florilegio di magnati della finanza mondiale. Tutti più o
meno o Trilateral, o Bilderberg, o Davos. Oggi ambirebbero al Board of Peace di
Gaza.
Vangelo
le cui pagine vennero poi sfogliate e trasformate in potere costituente da,
bene o male, tutti i successivi premier della nostra repubblica, con
protagonista assoluto Romano Prodi, l’uomo-ulivo dall’immotivato merito della
distruzione dell’IRI, con discendenti minori quali Monti, Draghi, Letta, Gentiloni.
Sono seguiti i vari incoronamenti del magister privatizatiorum: da
presidente della Banca Centrale Europea, poi presidente del Consiglio in Italia
e, dopo l’inciampo del mancato Quirinale, in buona prospettiva presidente della
Commissione Europea (se non del Consiglio).
Tutto
all’insegna della deregulation – eufemizzata in “semplificazione” - a fini di
oligarchia dei ricchi e di uscita di scena del pubblico, in quanto popolo.
Anzi, popolino. Il lubrificante del rullo compressore è una legge
apriti-Sesamo. Si chiama “silenzio-assenso”. E l’hanno usata in via
sperimentale tutti i malfattori della nostra burocrazia nazionale, regionale,
comunale, parrocchiale, liberati dall’odioso guinzaglio dell’abuso d’ufficio.
Se
pensavate che un lobbista delle armi – poi ministro delle armi, o il
dispositivo dell’antemarcia Salvini per la liberalizzazione deregolata degli
appalti, che ci stanno offrendo il primato europeo della corruzione, integrata
da quello dei morti sul lavoro, fosse un punto d’arrivo nell’aberrazione del
reddito su tutto, avete sottovalutato i famosi istinti animali. Istinti ormai
cannibaleschi della casta pietrificatasi al potere e che ora definisce questa
nuova UE “28° regime”. E’ la modalità di gestione interamente digitale delle
imprese europee, fiscale, giuridica, retributiva, delle condizioni di lavoro, nella
quale le legislazioni nazionali sono state fatte passare per il trituratore.
Basta
barriere al reddito
Libera
competitività tra privati è la parola d’ordine. Un free for all, purchè
si tratti di incondizionata libera impresa. Libera da “limiti strutturali e
burocratici”, lacci e lacciuoli normativi sul piano dei rapporti di lavoro,
della sicurezza dei prodotti, alimentari e non, della protezione ambientale, in
un mercato unico pienamente integrato e che assume dimensioni e dignità
cosmiche. “Vogliamo tagliare i vincoli che ancora ci trattengono”, ha
minacciato von der Leyen. Meno oneri, più libertà, più produzione.
Amministrazioni e interessi privati perfettamente integrati. Noi italiani
possiamo vantarci di avere dettato la linea con Mario Draghi ed Enrico letta e
con i loro rapporti presentati alla Commissione nel 2024.
Tutta
questa trasformazione epocale rispetto all’illusione politico-mercantista di
Maastricht verrà tradotta in decisioni ufficiali al Consiglio d’Europa del
prossimo mese. Con conseguenti minori costi per le aziende, tempi più rapidi di
espansione e inevitabile riduzione delle competenze nazionali.
Il
taumaturgo Draghi ha chiamato questo libero e incondizionato formicolare di
mercanti in libera uscita, pomposamente, “sfida esistenziale”. L’esistenza è
quella di chi vorrebbe competere alla pari con gli “altri grandi attori
globali”. Non la nostra che, oltre a tutto ce la dobbiamo vedere con un
establishment post-piduista che nuota nella corruzione supportata dall’amichettismo
(leggi: cameratismo). Ora grazie all’Europa mercatizzata, praticherà anche
l’esplorazione subacquea dei fondali. Dove già si sono portati avanti col
lavoro i nostri banchieri. In cambio di quattro spiccioli di tasse, per altro
molto sofferti, nel 2025 hanno registrato l’ennesimo anno-record dei profitti,
il 16,2% in più rispetto all’anno prima per un totale di 50 miliardi. L’85% di
questi a chi va? Al paese dal quale viene? Sì, quello rappresentato dagli
azionisti. Si chiamano dividendi. La divisione è quella tra chi sta in vetta e
chi in palude.
Chi
pagherà qualcosa per questo, se non tutto? Ma il lavoro, no? Ce lo dice Isabel
Schnabel (BCE) commentando il “28°regime”: “Un dipendente negli USA lavora
40 giorni in più all’anno. Se gli europei lavorassero tante ore così… il PIL
reale dell’area Euro sarebbe più alto del 21%.
Capito, mi hai?
Bentornato
Roberto
Di
ritorno da TOkio e dallo sposalizio ideologico con la signora Sanae Takaichi,
coniugata Yamamoto, neo premier giapponese, Giorgia Meloni non vedeva
l’ora. Appena messo piede a terra a ROma, accolta e festeggiata da un plotone
di camicie nere, s’è re-involata ad annunciare la lieta novella a BErlino, al Kamerad
Friedrich Merz, che l’ha accolta in mezzo, a sua volta, a un nugolo festante di
camicie, stavolta brune: “Daje, Fritz – ha annunciato Giorgia
all’emozionatissimo virgulto Blackrock - avemo n’altra vota l’Asse: RO-BER-TO.
E
noi che ci chiedevamo a cosa servissero tutti questi pacchetti Sicurezza, da
noi, e il più forte esercito d’Europa, in Germania…..
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