martedì 5 giugno 2018

Cosa unisce Italia e Nicaragua, Soros e il manifesto? MAIDAN E FAKE NEWS PER TUTTI Sul Salvimaio piomba il destabilizzatore globalista




Presstitute di vocazione e di occasione
C’è la callgirl, ragazza-squillo, che tra le tante professioni possibili sceglie quella che le risulta più connaturata, o facile, o remunerativa, o perché non ha gli strumenti per fare altro. E c’è la signora irreprensibile che, pissi pissi bau bau, la molla a Weinstein e affini, anche in altri campi, per fare quel film, quella carriera, ottenere quella celebrità, quella promozione, mettere all’angolo quella collega. Per poi magari arruolarsi tra le #me too per la guerra al maschio in quanto tale (sia detto con ogni rispetto per chi ha subito violenza). Le due categorie, ma storicamente di più la seconda, possono anche essere interpretate al maschile.

Qualcuno di lessico anglosassone, sempre fertile di azzeccati neologismi, riferendosi al mondo del giornalismo, ha coniato “presstitute”, dove la desinenza che richiama il termine con cui si definisce il cosiddetto più antico mestiere del mondo è preceduta dalla scritta che, di questi giorni, vediamo stampata sui giubbetti antiproiettile  di coloro che si avvicendano tra tiratori scelti israeliani e infermiere palestinesi da squarciare sghignazzando. Il lemma si carica di peso specifico maggiore quando riferito alla  categoria delle fraschette amatoriali e di peso minore nel caso della battona professionale. La prestatrice d’opera amatoriale, mimetizzata da vergine dei sette veli, invece, vanta un indice di presstitutismo più alto, giacchè, ci frega: passata per Weinstein,.giura di aver lavorato esclusivamente con Ermanno Olmi.

La metafora sarà arzigogolata, ma calza. Parliamo con ogni evidenza dei giornaloni e  delle televisionone di regime, nel primo caso e, nel secondo, di chi si presenta in edicola inalberando il vessillo della critica, della diversità, del fuori-dai-giochi-del-potere. E la metafora diventa addirittura trasparente se veniamo a due fatti di oggi, uno domestico, l’altro estero. Quello di rilevanza internazionale è la sommossa in corso in Nicaragua. Incredibilmente trattata alla stessa stregua dai media di regime, che fanno il loro mestiere (vedi prima categoria) e dalla stampa sedicente di sinistra, che parrebbe storicamente più vicina  a Fidel che al generale Pinochet. Per entrambi la versione è univoca e inconfutabile:  genocidio del proprio popolo per mano dell’ennesimo dittatore comunista, rivoluzionario sandinista partito dalle stelle e finito alle stalle. Ne parleremo più sotto. Partiamo con le cose di casa nostra.

Soros deflagra a Trento: Salvimaio al servizio dello zar!

comparielli

Nel mio ultimo articolo “Populisti ante portas, globalisti nel panico” mi sono ritrovato solo soletto, con il titoletto “Mamma, li russi!”, ad attribuire l’avversione di Mattarella e dei suoi sponsor euroamericani al governo Lega-Cinque Stelle, non tanto a conti e coperture, non tanto all’eurologo impertinente Savona, alla Flat Tax, o alla demolizione della Fornero,  quanto ad altre, più gravi ragioni: l’apertura ai russi, il rifiuto delle sanzioni. la collaterale ostilità alle missioni militari (tutte intimamente anti-russe) e l’opposizione alla valanga migratoria.

 “Sono i russi a interferire e a pagarli”


Ricordate la foto del sorridente incontro tra il premier Gentiloni e George Soros, inaspettatamente schizzato fuori dal caveau di rapinatore più ricco del mondo (o quasi) e piombato a Palazzo Chigi per porre freno a quello che “il manifesto”, le varie monadi “di sinistra”, il papa e le cooperative prosperate sui migranti, consideravano il più grave crimine contro l’umanità dai tempi delle leggi razziali e di Auschwitz? Il sacrilegio che aveva precipitato l’arrivo dell’alto sacerdote della non-interferenza negli affari altrui era l’inaudita incriminazione  di alcune procure delle Ong per aver trafficato con i trafficanti e il modesto tentativo di Minniti di porre sotto sorveglianza giudiziaria e finanziaria il naviglio di queste Ong. Empia profanazione, poi, era stato il trasferimento a organismi pubblici, lo Stato italiano e la Guardia Costiera Libica, per quanto male in arnese, del controllo di un fenomeno sociale finito in mani private. In particolare di quelle prensili, artigliate e palmate sue, di Soros.

Il mondialista Soros, cui ogni epifania di sovranità, ovunque si manifesti fuori da Washington o Tel Aviv, fa lo stesso effetto di un cespuglio di aglio a Dracula, con le zanne che gli si arrotano e le rughe dei suoi vizi di killer monetario che gli si aggrovigliano, si è riprecipitato in Italia domenica a Trento, al congeniale Festival dell’Economia. Qui si è manifestato in pubblico con un tonitruante discorso su quanto fosse centrale ciò che a me era parso arguire dal pigolìo anti-Salvimaio di Mattarella e dagli ululati antitaliani dal Nord Europa. “Salvini e Di Maio sono la longa mano di Mosca e rappresentano una minaccia mortale alla comunità internazionale (intesa come Occidente, anzi come Nato).  Dobbiamo sapere se il nuovo governo è a libro paga di Putin, un uomo che non vuole distruggere l’Europa, perchè ne ha bisogno (compra il suo gas), ma la vuole dominare, per cui Salvini e il nuovo governo sono da ascrivere ai nemici interni dell’Europa”. Ovviamente un misto pestifero di balle, illazioni, calunnie, ricatti, tipico del figuro. Un’accusa a Mosca di interferire, magari pure con i soldi, nelle vicende politiche italiane, mossa da uno come Soros che, per conto degli Usa, non c’è angolo del mondo dove non abbia messo i suoi soldi e le sue Ong mercenarie, significa, perdonatemi l’eleganza, davvero avere quella faccia di rospo incartapecorito come il suo culo.


Al megabotto di Soros, cocotte e mignotte hanno subito aggiunto i propri petardi, segno di quanto terrore suscita nel gangsterismo occidentale l’epifania di qualcuno che prospetta – solo prospetta! - di far qualcosa contro mafie, corruzione, speculazione, spoliazione, impoverimento, invasioni, guerre, sopraffazione, asservimento. Imbattibili i tabloid scandalistici (nel senso che non vi si fa giornalismo, ma scandalo) della stampa d’ordine: richiami in prima, peana editoriali alla denuncia della tremenda minaccia dell’unno del Cremlino e analisi terrorizzanti, per pompare il “j’accuse” dell’ebreo ungherese. Quello che testè è stato salutarmente cacciato dal suo paese d’origine e da altri latinoamericani dove, come al solito, sobillava. E non certo nell’interesse dei magiari.  

La transustanziazione dell’uomo con i padroni della stampa occidentale, di destra e sinistra, ci si presenta nel nome di solidarietà, fratellanza, integrazione. Ciò che non si vede tra tanta bontà è il segno di un’operazione colonialista intesa alla riproposizione di quanto  passò nell’Inghilterra dell’800, nelle sue colonie e nelle filande di Manchester. O anche a farci rivivere i fasti  di chi venne strappato dalla sua qualità di uomo in Africa per farsi ridurre a schiavo nei campi di cotone.

Un filantropo che nella sua sciaguratamente lunga attività ha fatto saltare la banca d’Inghilterra per ridurla al servizio della Federal Reserve, che, insieme a Draghi e Andreatta, nel ’92, ha attaccato e fatto svalutare del 30% la lira, facendo bruciare a Ciampi 40mila miliardi, onde permettere a premier fedifraghi di svendere, ridotta a saldi, la migliore parte del nostro apparato produttivo. E’ da tale soggetto che si lasciano reclutare, istigare, finanziare le varie Ong vendipatria nei paesi da destabilizzare e quelle che servono la strategia mondialista dello sradicamento dei popoli dalle terre da depredare, per farne rifiuti da riciclare nella discarica Italia (già sono iniziati gli annegamenti ricattatori, vedrete come aumenteranno). Un energumeno del finanz-banditismo che ha rovinato economie di intere nazioni speculando sulle valute nazionali, che ha finanziato tutti le rivoluzioni colorate, i golpe e i regime change dell’imperialismo, a partire dalla Belgrado di Otpor e di radio B-92, cara al “manifesto” e a Casarini, alla Maidan ucraina fino  e all’attuale sovversione nicaraguense.

Managua: manifestazioni non violente...

“Il manifesto” con Soros in Nicaragua
Non alla Siria, che resiste a 7 anni di stragi, non al Venezuela sabotato nella sopravvivenza del suo popolo, non a Kiev nel pantano della corruzione attraversato da caimani nazisti, non al Donbass da prendere con la fame, non al Congo decimato dai mercenari delle multinazionali, non all’Iran nella morsa delle sanzioni e delle minacce, non alla Grecia con l’ulteriore stretta del cappio della Troika al collo. No, il massimo spazio, fino a due paginoni zeppi di immagini spezzacuore di vittime della repressione di Ortega, le pagine estere del “manifesto” le impegnano sul Nicaragua. Sulla bellissima rivoluzione democratica e pacifica e sulla demonizzazione della sua direzione politica: Daniel Ortega e la moglie Rosario Murillo. E i reportages, firmati da Gianni Berretta, fanno apparire quelli della stampa di regime, pur veementemente antisandinista, analisi problematiche, con innesti di voci alternative.

Definire rivoltante queste cronache di una unilateralità pro-rivoltosi di stampo orwelliano, di una totale assenza di dubbi, di un livore anti-sandinista senza controllo, che offenderebbero il più lasco concetto di deontologia giornalistica, è poco. Definisce un evidentissimo pogrom, scattato ad aprile, con il pretesto di un provvedimento sulla previdenza, compensato da altre misure, elogiativamente “rivoluzioni colorata”, nella linea di un “quotidiano comunista”  che le “rivoluzioni colorate” di CIA, NED e Soros,.le ha sostenute tutte. Per Berretta, la rivolta è formata da società civile, impresa privata (sic!) e studenti. Che l’impresa privata sia la Confindustria e gli studenti siano tutti delle università private e scuole cattoliche e non delle statali, non suscita interrogativi. Le forze di polizia e militari attaccherebbero i pacifici contestatori,  laddove a tali forze Ortega ha ordinato di non usare armi da fuoco, per cui gli oltre 100 morti di due mesi di rivolta  dovrebbero far pensare ai “manifestanti non violenti” di Kiev, Bengasi e Deraa in Siria.  Naturalmente non una riga viene dedicata alle manifestazioni in appoggio al governo, sebbene di decine di migliaia di persone.



In Berretta i termini “dittatura, corruzione, potere patologico, massacri…” pervadono come un vaiolo una cronaca che si fa forte dell’evidente sostegno dell’episcopato agli insorti (come ovunque nell’America Latina di Bergoglio), seppure mistificato dall’invito al dialogo tra le parti, invito poi unilateralmente dalla Chiesa interrotto, perché “Ortega non ritira la polizia dalle strade”, lasciando campo libero alla teppa armata. Questo formidabile interprete della politica estera del “manifesto” riesce a marchiare la rivoluzione sandinista, per quanto annacquata, ma comunque responsabile di una grandiosa eliminazione delle diseguaglianze e del riscatto di milioni di poveri, di “analogia e continuismo con la dittatura di Somoza”, l’arnese più brutale e scellerato che gli yankees abbiano imposto all’America Latina. Quello da cui passava le sue vacanze Santa Madre Teresa di Calcutta.

Ovviamente passa sotto silenzio e del tutto irrilevante l’interesse che potrebbero avere gli Usa a rovesciare un governo  che già  aveva inflitto una sconfitta ai  mercenari Contras finanziati con la droga e il traffico d’armi con l’Iran.  Un governo che impedisce la normalizzazione del Centroamerica, iniziata con il golpe in Honduras e ormai affermata dal Messico alla Colombia. Un governo  che, facendosi costruire dai cinesi – orrore! -  il nuovo canale tra i due oceani minaccia di mettere fuori mercato quello amerikano del Panama. Quisquilie che non valgono certo un regime change. Che un abbattimento del governo Ortega significhi, come successo in Honduras, Brasile, Argentina, Ecuador e come tentato in tutto il subcontinente, una catastrofe sul piano geopolitico per i popoli in cerca di emancipazione, è un dato che non interessa al “manifesto”. O forse sì. Ma dall’altro lato.

Dal 23 aprile manipoli di estremisti di destra uccidono sostenitori del governo e passanti, attaccano e incendiano uffici amministrativi e stazioni di polizia, vandalizzano e saccheggiano il piccolo commercio, distruggono autobus, taxi veicoli privati, allestiscono posti blocco alla maniera delle guerimbas venezuelane.  Ortega accetta le quattro condizioni chieste dall’Episcopato, salvo il ritiro delle forze dell’Ordine, pur disarmate.. Il cardinale Brenes sospende il negoziato. Le sommosse bloccano l’economia, gli scambi, il commercio. L’obiettivo è chiaramente il collasso del paese e del governo.

In prima fila nella mobilitazioni sono Ong legate agli Usa. La leader dell’opposizione, Violeta Granero, è ufficialmente pagata da Washington. Tre “studenti” stanno attualmente girando il mondo (ora in Svezia) a sostegno della rivolta. Una è Jessica Cisneros , del Movimiento Civico de Juventude (MCJ) Creato, finanziato come parte integrale dell’Istituto Democratico Nazionale (NDI) statunitense, presieduto dalla famigerata Madeleine Albright, distruttrice della Jugoslavia. Insieme alla NED (National Endowment for Democracy) e a USAID,  si tratta del massimo organismo del Partito Democratico per le infiltrazioni nelle “società civili” dei paesi non subalterni agli Usa. Il segretario generale del MCJ è Davis Jose Lopez che è al tempo stesso coordinatore del NDI per il Nicaragua. Yerling Aguilera, altra studentessa peripatetica, esponente del movimento femminista è una dirigente dello IEEPP, associazione che lavora per “la migliore informazione del pubblico”  ed è finanziata dalla NED.  Esponente dei verdi e delle femministe è anche la terza studentessa, Madelaine Caracas. Si vanta il NDI: “Per assicurarci che la prossima generazione di leader sia in grado di governare il Nicaragua in maniera democratica e trasparente, dal 2010 abbiamo addestrato ben 2000 leader giovanili.

I finanziatori delle Ong, associazioni, istituti scolastici, enti di cooperazione,che regolarmente risultano matrice e fucina dei sovvertitori di governi considerati non obbedienti da Washington, sono sia di Stato, NED, NDI, la CIA, USAID, sia privati. Primo e ubiquo, davanti a Fondazioni come Ford e Rockefeller, c’è sempre lui: George Soros. A Roma come a Managua, a Kiev come a Caracas. E lui e i suoi sodali nei media hanno l’audacia di denunciare interferenze russe.




   
Imitando i terroristi libici, i rivoltosi in Nicaragua hanno sostituito alla gloriosa bandiera rossonera della rivoluzione sandinista, quella bianca e azzurra dei tempi coloniali. Quella di Somoza. L’uomo di cui Roosevelt disse: “Sarà un bastardo, ma è il nostro bastardo”. Vale per tanti altri, in Nicaragua, da noi, nel mondo.





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