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L’Iran vince anche in Libano
Con l’Iran siamo passati dai 4 punti di Trump per farla
finita con Tehran (via il vertice, esercito disintegrato, rivoluzione popolare,
regime amico) al più modesto “Niente Bomba”. Una formula che, visto l’assoluto
e storico divieto religioso iraniano di bomba, è come se un bullo di cartone mi
intimasse “ti spacco la faccia se non la smetti di volare”. E, venendo al
Libano, la ciliegiona sulla torta della vittoria dei superstrateghi di Tehran l’ha
messa lo stesso Trump, rinsavito da Hormuz: “Gli Stati Uniti hanno vietato a
Israele di bombardare il Libano”. Cose che voi umani….
Intanto, però, Israele rimane e continua a imperversare nel
sud del paese e c’è da chiedersi se una storia di mezzo secolo di affettamento
del Libano da parte del vicino cannibale sia davvero finita. E se il potenziale
ricattatorio di Netanyahu nei confronti di chi lo arma e copre sia davvero
esaurito. Quanto al rispetto, oltrechè di neanche l’ultima norma del diritto
internazionale dal 1948, delle tregue sottoscritte, basta riandare a quella
precedente con Beirut e culminata in una serie di stragi IDF, o a quella su
Gaza siglata nell’ottobre del 2025 e che a metà aprile metteva sul conto
dell’IDF 400 violazioni, 754 morti ammazzati e alcune migliaia di feriti.
Del resto, se i 75.000 abitanti uccisi a Gaza dal 7 ottobre,
con il resto di quei centomila registrati da Lancet, se lo meritavano in quanto
terroristi, come stupirsi che a livello occidentale non ci sia stato gran sollevamento
di arcate sopraccigliari alla legge che i palestinesi sono passibili di
condanna a morte se solo pensano di essere palestinesi.
Torniamo a bomba. Effetti della gazificazione del Libano al
20 aprile: 2.400 morti, 8000 feriti e mutilati, 1,5 milioni di sfollati senza
alloggio, soccorsi e cura, un paese vastamente distrutto. Quella che viene
definita una tregua viene regolarmente utilizzata da Israele per proseguire l’illegittima
occupazione e le operazioni genocidarie contro civili. Eppure ora il progetto
Libano gli si è spappolato tra le mani.
Tregue all’israeliana
Mentre scrivo, dei 10 giorni di tregua imposti dall’Iran, da
Israele ne sono stati sgretolati quattro. Cosa ne resterà dopo l’ukase di Trump
a Netaniahu, sta in grembo a Giove. Anzi a Netanyahu. E visto il ruolo non
secondario svolto anche dallo psicolabile col botto, il contrario di tutto
quanto proclamato ieri, sarà all’ordine del giorno domani. Godiamoci il giorno
di mezzo. Quello in cui The Donald ha ordinato a Bibì di smetterla con le
bombe.
Godimento durato poco. Ci ha pensato Bibì a farlo svaporare.
La sua risposta al divieto di Trump è stato l’ennesimo attacco ai caschi blù
dell’Unifil, stavolta francesi, Un morto e tre feriti gravi. Qualche
cabarettista dei media scrive che sono stati gli Hezbollah. Proprio quelli che
in un quarto di secolo di Unifil non hanno mai avuto un attrito con i caschi
blù. Imvece, chi è che da due anni non smette di attaccare, danneggiare,
sparare, ferire e, ora, ammazzare quei fastidiosi caschi blu che pretendono di
far rispettare le risoluzioni dell’ONU? Chi è che ha sfondate i muri delle
caserme a forza di bombe? Chi è che ha speronato con i carri armati blindati
italiani? Ovvio, sempre gli Hezbollah. Peccato che sono di quelli che hanno la
stella di David sul bavero e ancora odorano del sangue di bambini gazawi.
Come sta buttando? Voltandosi indietro, essendo la Historia
Magistra Vitae, si vede benissimo cosa succederà più avanti con Netanyahu,
Trump, Iran, Libano. Al peggio per i primi due finirà come è finita a Ho Ci
Minh City, a Phnom Penh, a Kabul, in Donbass, alla Baia dei Porci (in caso di
sbarco). Al meglio, sempre per loro, come è finita in Iraq, Siria, Libia, dove
non hanno perso, ma non hanno vinto e non hanno cavato un ragno dal buco. Di
sicuro, con Iran e Palestina, non finisce come in Venezuela, un inedito.
1967, dalla mattanza in Israele al luccichio di Beirut
Giugno 1967. Mi chiama, a Londra, Paese Sera, irriverente
quotidiano romano di sinistra del quale, lavorando alla BBC, ero
corrispondente: “Salta sul primo aereo e vai a Tel Aviv, da Roma non parte più
niente, c’è la guerra. Ti mandiamo i soldi a una banca lì…”
MI ritrovo a Heathrow, schiacciato tra energumeni
vociferanti su un aereo stipato di ebrei che vanno a combattere nella guerra di
Israele contro gli arabi.
Battesimo da inviato di guerra, stigmate che non mi
abbandonerano più, anche perchè nella guerra, quella del 1940-45 c’ero
cresciuto e finì col diventare il mio habitat naturale. Mia madre, rifuggendo
dai bunker “dove si muore come topi”, aveva fatto dei bombardamenti un gioco:
da una torretta sul tetto di casa a Napoli, ci faceva fare a gara, a me e mia
sorella, a chi scoprisse per primo un aereo britannico abbattuto dalla
contraerea. Fece della paura uno sconosciuto.
Battesimo di una patria d’adozione, la Palestina. Battesimo
di un nemico ontologico, il Sionismo colonialista d’insediamento. Battesimo
arabo, patria d’adozione.
Espulsione da Israele e per vent’anni persona non grata per
essermi azzuffato con un capitano dell’IDF che, da ufficiale dell’ ”esercito
più morale del mondo” aveva sbeffeggiato i cadaveri dei soldati egiziani
lasciati marcire nel deserto, sentenziando che “l’unico arabo buono è l’arabo
morto”. Espressione etica che avrei poi ritrovato sulle pareti delle case
diroccate di Gaza, al passaggio dell’IDF di Piombo Fuso.
Penso che, a guardar bene, la si possa ritrovare anche oggi,
su qualche muro di quel che resta del Libano del Sud, quello del milione e
mezzo di sfollati vagolanti per il paesuccolo dei 10.450 km2 e 6 milioni di
abitanti. A edificazione dell’esercito più morale del mondo li puoi vedere
attorcigliati in una nuova metropoli di minuscole tende buttate a casaccio
sulla “Corniche”, lo storico lungomare dei lussi e piaceri dei tanti
fuggitivi da qualche giustizia.
Paese Sera telefona: visto che ci sei, facci anche un giro a
vedere come sono messi i paesi arabi. Dunque Egitto del nazionalista panarabo
Nasser, Siria di Atassi, un quasi bolscevico, il Libano delle banche. Banche
dagli standard laschi, rimpinzate di petrodollari dagli emiri del Golfo, ma
anche accogliente refugium peccatorum alla Felicino Riva, o Marcello Dell’Utri,
o mafiosi, o fascisti di Salò…
Dalle stelle agli stracci
Come Ernesto Brivio, bancarottiere fascistissimo, presidente
della Lazio, autoproclamatosi “L’ultima raffica di Salò” per avere ribadito la
sua fede incrollabile in Mussolini sparando, il 27 aprile 1945, una raffica di
mitra contro lo stabilimento di panettoni Motta. Lo incrociai latitante,
filmando qua e là, in uno di quei hotel a cinque stelle e più che, alternandosi
con banche gonfie come vampiri a mezzanotte, sfolgoravano sul lungomare di
Beirut, la Corniche appunto.
Era la Beirut chiamata “Parigi del Medioriente”, dei sogni
proibiti di speculatori, grassatori, bancarottieri, biscazzieri, malviventi
d’alto bordo, che dall’Europa, e dall’Italia pre-Nordio, vi si rifugiavano
inseguiti da qualche magistrato. Serviva da dependance per i servizi meno
onorevoli della City di Londra e da paradiso fiscale per coloro che del giro
finanziario erano finiti in periferia. Siccome, presto o tardi, poteva far
comodo a chiunque, non ci si sognava di esigere estradizioni.
Non è stato l’unico contributo italiano allo scintillìo
epigonale delll’ex-colonia francese, sapientemente recisa dalla madre Siria perché,
antisionista e socialista, già sospettata di veleggiare verso il nazionalismo
antimperialista e panarabo inaugurato da Nasser in Egitto. Come non ricordare malandrini
fuggitivi come l’oggi riabilitato Dell’Utri, o Felice Riva, ex re del cotone e
presidente del Milan, o Amedeo Matacena,
boss dei traghetti, mafiosi e ndranghetistti e altri della créme internazionale
del crimine finanziario.
Tutto questo spettegolìo per dire cosa fosse questa Beirut,
prima di una serie di tregende di cui si fece carico eminentemente il possente
vicino con la stella di David. Vera e propria nemesi. Ai piedi di quegli
alberghi, quali dalle recenti bombe israeliane svuotati e ridotti a mura con
buchi neri al posto delle finestre, quali finiti in polvere sui marciapiedi,
oggi si vede formicolare, tra tende a cartoni, parte di quel quinto di
popolazione libanese che Israele ha liberato dei suoi alloggi, campi, orti,
scuole, ospedali, chiese e moschee. Dalle stelle agli stracci. Dalla Parigi del
Medioriente alla nuova Gaza.
Tra quel prima e questo dopo c’è però tanta storia. Ne ha
fatto le spese non solo quella criminalità dorée che i coltivatori della valle
della Bekaa rifornivano di ineguagliabile erba e coca, ma tutto un popolo di
onesti esseri umani, contadini, operai, ristoratori, insegnanti, artisti.
Proprio quelli che oggi si vedono vagolare per lande e abitati, lungo i
marciapiedi della Corniche, con addosso fagotti, bimbetti e quel che
rimane di una vita. Sempre più a nord, in fuga dalla fregola di uccidere del
sempiterno aggressore, senza che uno Stato, imbelle e assente, addirittura
connivente col nemico, sappia offrire riparo, protezione, futuro.
Libano come Gaza
Un racconto scritto e uno video
Dei conflitti in Libano, invasioni israeliane e guerra
civile, sono stato frequentatore nell’arco di trent’anni, dandone conto su
pubblicazioni come “Paese Sera”, “Giorni Vie Nuove”, il quotidiano “Lotta
Continua”, che mi sfruttava a gratis sia come direttore che come inviato,
“Sette Giorni”, “L’Astrolabio” di Ferruccio Parri, il periodico “The Middle
East” di Londra, il quotidiano iracheno “Baghdad Observer” il “Nouvel
Observateur” e, perdonatemi, occasionalmente anche il “manifesto”. Penso che
fogli ingialliti, pudicamente celati, se ne trovino nell’Archivio di Stato
Il primo colpo israeliano è del 1978. Come tutti i
successivi, sta iscritto nel programma strategico del fondatore Herzl e di
tutti i prosecutori, attraverso Ben Gurion, Weizmann, Golda Mair, fino a Netanyahu.
Col quale ora non si parla più tanto di olocausto da non far ripetere, quanto
di Grande Israele da finalmente erigere, a forza di forza e basta, visto che lo
scudo morale dell’olocausto l’hai ridotto in frantumi.
Verso il Grande Israele
E c’è ancora chi crede alla barzelletta della “zona
cuscinetto” fino al Litani, con cui Israele, presidiandola, pretenderebbe di
proteggere i suoi coloni dai razzi di Hezbollah. Come devono stare le cose lo
hanno fatto capire Chaim Weizmann e David Ben Gurion nel 1919 alla Conferenza
di Pace di Parigi, quando presentarono una mappa della “Patria Nazionale Ebraica”,
abusivamente fatta discendere dai regni biblici. Mentre gli interlocutori
europei pensavano a un Israele limitato alla Palestina mandataria, questa mappa
estendeva il territorio a nord, a includere il Libano meridionale fino al
Litani, con estensioni a sud oltre Damasco, il Sinai e la Giordania orientale.
Tutto attentamente calcolato, guardando meno ai conclamati confini biblici,
quanto alle risorse naturali e agli sbocchi idrici.
Da “Parigi del Medioriente”a lager dei palestinesi
Io ero arrivato prima. Giugno 1976. Brivio c’era ancora, ma
rintanato da qualche parte. La Guerra dei Sei Giorni aveva cambiato il vento.
Non era più tempo da esibirsi ai tavolini della Corniche attorniato da belle
donne ammaliate dal racconto delle “ultime raffiche”. Alle spalle degli Hotel e delle banche si
allargava una nuova Beirut, dove gli spazi venivano occupati da case addosso a
case, dai fili elettrici di finestra in finestra, dai rifiuti che si
autogestivano, dalle fogne formate da canaletti che si limitavano a fare un
giro largo intorno ai portoni.
Man mano che la Corniche, o Al Hamra, l’arteria
sfavillante dei bei negozi e caffè e saloni, si svuotavano, lì dietro lo spazio
si animava, si affollava, tracimava: buona parte degli 800.000 palestinesi
della Nakba e quasi tutti i 300.000 cacciati nella Guerra dei Sei Giorni vi si
erano fatti insediare. Uno Stato abituato alla generosità verso i malviventi e
i possenti, non ne conosceva l’uso verso gli onesti e le vittime: niente
cittadinanza, niente mercato del lavoro, niente case fatevele voi, per l’istruzione
c’è l’UNRWA. Tanto avete detto che volete tornare in Palestina, no?
Al mosaico etnico e soprattutto confessionale che la Francia
aveva composto nel segno del divide et impera - drusi (5%) e arabi (95%),
cristiani maroniti (poco meno del 30%) musulmani sunniti (20%) e musulmani
sciti (la maggioranza, verso il 40%) - si aggiunge questo elemento. Che,
suscitando preoccupazione e speranze, nell’esilio si era portato dietro le armi
e un fortissimo senso della propria identità. Lo accolgono gli sciti, che ne vedono
rafforzata l’istanza di uscita dalla minorità politica e marginalizzazione
sociale. Li vedono di buon occhio i drusi del grande e illuminato leader, Kamal
Jumblatt.
Samir Geagea e Amin Gemayel
Conseguentemente sono considerati spina nel fianco dei
cristiani maroniti, borghesia banchiera, immobiliarista e imprenditoriale,
privilegiata nei territori e nella gerarchia politica: fornisce il capo dello
Stato (ai sunniti il premier, agli sciti il presidente dell’Assemblea). Ci sono
le premesse per una rivoluzione, o, male che vada, per una guerra civile. Si
armano i fascisti della Falange di Amin Gemayel e delle tuttoggi attive “Forze
Libanesi” capeggiate da un altro squadrista, intimo di Tel Aviv, Samir Geagea.
Di invasione in invasione
Il Libano per Herzl & Co, se in prospettiva figura tutto
nel Grande Israele, per una fase transitoria doveva cedere territorio.
Perlomeno quella ventina di chilometri che vanno dal confine, mai definito da
Israele, al fiume Litani. Terra fertile, ricchezza agricola e alimentare del
paese, fino a pochi mesi fa popolatissima, costellata di città storiche come
Tiro, Sidone, Nabatieh, oggi custodi impotenti di patrimoni archeologici
ridotti in macerie, e di una galassia di villaggi. Popolazione al 90% scita e
dunque base popolare e retroterra strategico, come altre aree scite nel nord e
nell’est del paese, di Hezbollah. Quel milione e passa cacciato – “evacuato” –
al momento dell’assalto, finito sui marciapiedi di Beirut, ma che giovedì 16
aprile, tempo cinque minuti dall’annuncio della tregua, sfidando ciò che ormai
ogni arabo sa gli potrebbe fare Israele, si è rimesso in spalla, in moto, in
furgone quanto gli era rimasto, per tornare al Sud e ricongiungersi alle
radici.
Acqua e gas per il Grande Israele
L’annessione di territori, in questo caso, assume un
interesse secondario, collocato nel tempo. Per lo Stato sionista contano le due
risorse che dovrebbero sopperire a un deficit del territorio occupato nel 1948:
acqua e idrocarburi. Questi ultimi riccamente presenti in giacimenti
prospicienti il Libano del Sud.
Con l’ “Operazione Litani” del 1978, Israele interviene in
Libano per sostenere nella guerra civile libanese, innescata dall’arrivo dei
profughi palestinesi e dalla loro partecipazione alle lotte di riscatto della
maggioranza scita, la componente cristiano maronita, sua alleata dai giorni
della costituzione dello Stato sionista, organizzata in milizia armata.
Attraversando fasi alterne, il conflitto si protrarrà fino agli anni 90 e si
concluderà con un nulla di fatto rispetto agli equilibri costituiti. Con però
una novità decisiva: nel 1985 sorgerà un nuovo protagonista del contesto
libanese e mediorientale: Hezbollah.
L’invasione del 1978 si limiterà alla fascia sud del Libano,
dove Israele pretende di costruire una zona di sicurezza. Diventerà lo
stereotipo a giustificare tutte le future invasioni. Si lascerà alle spalle un paio di migliaia di
morti, tra caduti palestinesi e civili.
L’invasione del 1982 è invece quella che si traduce in occupazione
di gran parte del Libano, fino alla capitale. Mira a porre fine alla presenza
militare palestinese e a quella della Siria, storicamente “protettrice” della
parte che le è stata tolta, con il presidente marxista-leninista Nureddin al
Atassi e poi con Assad padre. L’invasione si lascia dietro la strage del campo
profughi palestinese di Sabra e Shatila, 4000 civili massacrati, donne bambini,
vecchi, compiuta dai falangisti con licenza e sotto supervisione del generale
Ariel Sharon, futuro premier d’Israele. Si conclude nel 2000 con il ritiro
israeliano sotto pressione delle milizie Hezbollah. Non sarà l’ultima disfatta subita da Israele
in Libano per mano di Hezbollah.
Hezbollah, unica difesa della sovranità e libertà del
Libano
Naim Qassem e Hassan Nasrallah
Il “Partito di Dio”, nasce nel 1985 come formazione politica
e parlamentare per dare una rappresentanza più robusta alla comunità scita
rispetto a quella di Amal, storico partito scita al cui capo spetta la
presidenza dell’assemblea parlamentare. Da allora quella carica è detenuta da
Nabih Berri. Le forze combinate di Amal e Hezbollah che, alleate, produrranno
un contrappeso efficace alle milizie maronite filoisraeliane della Falange,
sostenute da Francia e USA. Sarà l’uccisione di Amin Gemayel, nel settembre del
1982, attribuita ai siriani, a offrire il pretesto per una nuova invasione
israeliana.
Negli anni successivi Hezbollah, guidato da Hassan
Nasrallah, forma, in risposta all’aggressione e all’incapacità, o piuttosto non
disponibilità, del governo libanese ad affrontare l’invasore, le sue milizie
armate, poi componente fondamentale dell’Asse della Resistenza ispirata da
Tehran. Il bilancio di 18 anni di occupazione e conflitto furono una prima
distruzione di buona parte del Sud e di Beirut e migliaia di morti, mai
precisamente calcolati. Rappresentano una nuova e più agguerrita fase della
resistenza arabo-musulmana, di popolo più che di Stato, alla strategia
israelo-statunitense che ha per perno la cancellazione di ogni ipotesi di
statualità palestinese, fino all’eliminazione fisica di quel popolo.
Con Stefano Charini, carissimo amico, grande conoscitore del
Medioriente e prestigioso inviato del “manifesto”, visitammo in quegli anni
ripetutamente il Libano, i campi profughi dei palestinesi, il Sud devastato,
gli Hezbollah, le periferie scite della miseria e coscienza. Incontrammo Naim
Qassem che oggi, dopo l’assassinio di Hassan Nasrallah, è il segretario di
Hezbollah. Accompagnati da militanti di Hezbollah visitammo il Sud fino alla
famigerata “linea blu” che si suppone possa essere il confine, peraltro mai
dichiarato, dello Stato sionista.
Khiam, l’orrore che precede Gaza
Notorio in tutto il Medioriente era il carcere allestito
dagli occupanti israeliani in vicinanza del confine, nella località di Khiam.
Le condizioni in cui venivano lì detenuti i “terroristi” fatti prigionieri e
civili sospettati di appoggiare Hezbollah, erano state ripetutamente denunciate
da organizzazioni dei Diritti Umani, dalle stesse autorità libanesi e anche
dalla non sempre affidabile Amnesty International. Mi vennero mostrate le
orripilanti condizioni del centro di detenzione. La sistemazione più vivibile
erano gabbie in cui di 8 metri per 5 in cui finivano ammassati fino a 40
prigionieri. Poi celle prive di finestre e servizi igienici, perennemente al
buio, delle dimensioni di un armadio e altre, “di punizione”, scatoloni in cui
si era costretti, per giorni, a stare raggomitolati. A chi ha letto le
relazioni sui centri di detenzione oggi gestiti da Israele nel Sinai e in
Cisgiordania, basate su testimonianze dirette di medici, detenuti rilasciati,
operatori umanitari e della stessa Francesca Albanese, le mostruosità disumane
di Khiam non rappresentano una novità.
Presentato come l’esito di una risoluzione delle Nazioni
Unite, la 425, e della creazione dell’UNIFIL, caschi blù incaricati di
garantire sicurezza e fine delle ostilità, il ritiro di Israele fu determinato
dall’azione militare di Hezbollah. Con il sostegno fattivo, logistico e umano,
della popolazione, la conoscenza capillare di un territorio funzionale alle
operazioni di guerriglia, la pur soverchiante potenza di fuoco israeliana non
era risultata decisiva. Se Israele si acconciò ad accettare il dispositivo ONU
e a ritirarsi completamente dal Libano, non fu certo per osservanza di un
dettato del Consiglio di Sicurezza le cui risoluzioni dallo Stato ebraico erano
state sistematicamente ignorate.
Protagonista di questa vera e propria disfatta della
conclamata superpotenza militare israeliana, che anche in questa nuova
aggressione sta dando notevole filo da torcere ai nuovi invasori israeliani.
Sia sul terreno, sia con il martellamento degli insediamenti colonici nella
Galilea occupata che ne ha determinato il parziale svuotamento.
2006, un mese per costringere il più potente esercito del
Medioriente ad abbandonare il Libano
Il 14 luglio del 2006 Israele invade per l’ennesima volta il
Libano. E’ costretto a ritirarsi nel giro di un mese. La mia telecamera arriva in
tempo per vedersi realizzare la sconfitta simbolicamente più grave mai subita
dallo Stato ebraico: la battaglia vinta da Hezbollah a Bint Jbeil, seconda
città del distretto di Nabatieh, nell’estremo sud del paese. Echeggiano gli
spari dell’esercito più potente della regione costretto a coprirsi la ritirata.
La conoscenza del terreno,
l’intelligence sui movimenti del nemico assicurata dalla popolazione, la
maggiore agilità manovriera e, probabilmente, anche la maggiore motivazione,
determinano il rapporto di forze. Faccio in tempo a vedere partire dalle case
diroccate della Bint Jbeil le salve dei razzi che inseguono un esercito in
ritirata. Le serate successive vedranno un susseguirsi di festeggiamenti, a
volte tra le macerie, di una popolazione che si manifesta unita a quello che,
in assenza di una forza istituzionale, considera il suo esercito, la sua
difesa. Al quale fornisce combattenti e mezzi.
Quando, giovedì 16 aprile, è stata proclamata la tregua dei
10 giorni, era in pieno svolgimento quella che prometteva di essere la
riedizione della mitica battaglia di Jint Beil nel luglio 2006. E non è
improbabile che la possibile ripetizione di quell’evento possa aver contribuire
all’accettazione del cessate il fuoco da parte di Israele.
Armi proibite
Come con Piombo Fuso a Gaza, ho potuto essere testimone
dell’uso, senza scrupoli e senza rispetto per norme e convenzioni
internazionali, di strumenti di morte formalmente vietati. Centri e campi del
Sud del Libano disseminati di bombe a grappolo a tempo. Oggi gli abitanti
espulsi dalle loro terre parlano di sostanze tossiche disseminate sui campi da
coltivare per farne terra inquinata, bruciata. Allora, provando a tornare al
lavoro su quei campi dopo il ritiro israeliano, bambini e adulti saltavano per aria,
uccisi e mutilati dalle mine lanciate dagli aerei e destinate a restare inerti
e invisibili fino al momento dell’innesco provocato da un piede umano, da una
pecora, da un cane.
E negli ospedali i medici si disperavano su feriti
inguaribili, penetrati da pallottole che non uccidevano, ma lavoravano
all’interno del corpo, sugli organi vitali, provocando emorragie e necrosi
incontenibili. Un sovrappiù di sofferenza, prima di morire.
Ho ricordato come, in questi giorni, la battaglia fosse di
nuovo quella di Bint Jbeil. Quella di un popolo che si arma per difendersi. La
decimazione della dirigenza Hezbollah con i famigerati cercapersone, o la
distruzioni senza precedenti causate in tutto il Libano dai bombardamenti sulle
presunte roccaforti della guerriglia (che non hanno risparmiato nessuna delle
componenti etniche e confessionali, né, come al solito, quartieri residenziali,
ospedali e scuole), non sembrano aver ridotto la tenuta di questa componente
dell’Asse della Resistenza.
La ritirata degli invincibili
Trump annuncia per il Libano una tregua di 10 giorni e
colloqui telefonici, persino alla Casa Bianca, tra Netanyahu e il generale Joseph
Hanoun, il presidente maronita che, d’intesa con il premier Nawaf Salam, aveva
obbedito all’inviato di Trump, Tom Barrack, che, l’anno scorso, gli aveva
intimato di disarmare Hezbollah. Nulla di tutto questo è avvenuto. Un conto è
annunciare quel riarmo e un altro è riuscire a farlo eseguire su una forza
armata, sostenuta dalla maggioranza della popolazione, utilizzando un esercito
mai impiegato in guerra e composto in buona parte da membri della stessa comunità
dei disarmandi.
Trump, nel disdoro universale, sta precipitando di crisi
incontrollabile in crisi catastrofiche. Netanyahu che, approfittando del
proprio potere ricattatorio e dello squilibrio di un partner che, pure,
potrebbe determinarne la caduta con una sola mossa del Pentagono, reagisce al
fallimento iraniano provando a ripetere in Libano. i “successi” genocidari di
Gaza e Cisgiordania.
Il troppo stroppia, lo dice la Storia. E il troppo si è
materializzato in Iran, nell’Asse della Resistenza, in tanti milioni per la
Palestina e contro i King in tutto il mondo. Tanto da costringere i più cari
amici e compari a salvarsi il culo elettorale facendo qualche passetto di lato
rispetto al sodalizio. E, un frammento di quello stroppio deve essere penetrato
perfino tra le circonvoluzioni cerebrali del baracconista di Washington, quando
ha sbattuto dietro la lavagna quello che, con ingiustificata indulgenza,
chiameremo il Franti di Tel Aviv..
Potrebbe essere l’inizio della fine. Di una lunga fine. Se
affonderanno, vorranno farlo in un oceano di sangue. In stile
messiannico-millenarista.
Ci disse Naim Qassem, segretario di Hezbollah: “Noi non
cederemo, non ci arrenderemo, nessuno ci disarmerà. Sarà il campo di battaglia
a parlare. I negoziati annunciati saranno vani, senza la cessione totale
dell’aggressione, il ritiro da tutti i territori occupati, la liberazione dei
prigionieri, il ritorno in sicurezza degli abitanti ai loro abitati, fino all’ultima
casa vicino alla frontiera, e con la ricostruzione decisa a livello ufficiale,
interno e internazionale”.
Condizioni come quella stabilite nell’accordo per il cessate
il fuoco del novembre 2024. Firmato anche da Israele.

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